Articoli in primo piano

Ul padron – ul principal

(Dalla agricoltura alla industrializzazione- 1870-1920,  note  di Anselmo Carabelli)

Il mondo del lavoro ha sempre presentato una gerarchia di ruoli e di competenze al suo interno e le espressioni dialettali con medesime radici anche se con suoni un poco  diversi nei vari mandamenti industriali, offrono utili considerazioni. La ricorrente espressione di padron, in origine atteneva  al proprietario della fabbrica in quanto tale,  ma chi lavorava all’interno di essa si rivolgeva al titolare con l’espressione di pricipäl, che evidenziava antica familiarità tra proprietario ed i suoi collaboratori.  In effetti esso aveva potuto costruire una fabbrica tutta sua, grazie a doti di intelligenza  di volontà e di rischio, sempre e con l’aiuto di una moglie operosa in casa ed al lavoro  che l’ea stai a so fortuna, vigile e silenziosa sostituta quando egli era fuori per clienti. E non fu raro il caso che venendo a mancare, per i normali ed infausti casi della vita il fondatore, fosse stata proprio la moglie a sostituirlo, svolgendo il duplice compito da tirà grand i bagaj, allevare i figli e purtà innanz a butega, nell’attesa che diventati grandi sostituissero il padre precocemente morto.  Il  nostro aveva messo  in piedi  un laureriimpresa  e raramente difettava di quella  spontanea umanità che, gli veniva dal provenire dal medesimo tessuto sociale dei dipendenti e di conseguenza  essi lo stimavano come un primo, un principes inter paresprincipäl dunque, primo nel lavoro, ma per il resto pari a loro.  Era perciò normale che principaj e uperari la domenica frequentassero le stesse osterie e giugasan a càrti insema – giocando a carte assieme.   Se poi le ditte invece prendevano una consistenza di grandi imprese, ecco che fu necessario formare delle gerarchie. Al principal si sostituisce ul diretur, ed  ogni reparto si inquadra con un cap. Ul cap repärt  cunt ul so  galupin,[1] cioe colui che porta gli ordini ai subalterni, ul cap scuädra, i capitt . Alla umanità dei padroni si era aggiunto contemporaneamente il paternalismo espresso nelle opere di solidarietà che portano ancora il nome dei benefattori. Si pensi  per esempio alla nascita dei nostri ospedali[2],  coi reparti finanziati dalle famiglie di coloro che  verranno chiamati capitani d’industria. Il loro  nome risuona ancora nella intitolazione degli antichi padiglioni  e in molte altre opere sociali  necessarie per mantenere viva l’umanità ed il mutuo soccorso in un mondo che si trasformava rapidamente ed arrischiava di emarginare gli ultimi. Ad una società  di regiù e masere, si stava sostituendo una società di famiglie mononucleari, alla mutualità della famiglia patriarcale, doveva lentamente, ma necessariamente sostituirsi una mutualità sociale, costellata da cooperative, ospedali , asili e scuole. Sicuramente il tessuto sociale, in trasformazione stava producendo anticorpi benefici, ed a questo fu lievito la Chiesa, si pensi a Don Bosco, alle figlie di Maria Ausiliatrice che si faranno carico, della educazione e della assistenza dei bambini piccoli, quando le mamme erano al lavoro, le numerose  società operaie di mutuo soccorso, coi banchi sociali alimentari. Nel trasformarsi delle società personali in società anonime o di capitale,  quando la butega diventa  dita l’abilità della proprietà  di imprese, non più a misura di uomo si misurerà nello scegliere  capp capi e siccome nemo est profeta in patria, molte volte capitò che per porre fine a discussioni, incomprensioni ed odii si andasse a prendere un direttore di fuori, straniero,[3] possibilmente un tudesc, un cruco  memori ancora del timore e rispetto che i funzionari del mai dimenticato impero austro ungarico sapevano incutere. Si sperava che questo straniero, abile nella tecnica, poco pratico della lingua, non si sarebbe perso in sterili italiche discussioni, volgendo teutonicamente all’ obbiettivo. Ma inizialmente ogni gerarchia si basò sul naturale riconoscimento del merito dei primi collaboratori  e da lì presero forza le nostre imprese. Distinguendosi pertanto il termine  principal dal  termine padron, col tempo questo acquisirà una connotazione negativa. Soprattutto col formarsi di una coscienza di classe contemporaneamente all’affacciarsi in fabbrica dei figli e dei nipoti dei primi proprietari, che avendo studiato sui libri,  savean na riga pusè dul silabäri, volevano far vedere come si fa a fare i soldi. Disdegneranno il circolino della briscula a ciamà, per  più esclusive compagnie. Costoro, per distinguerli dai rispettati fondatori venivano definiti, nasù in dul teren dul canuf,[4] nati in un periodo ricco e quindi,  se non ben guidati ed educati alla gavèta[5] con un tirocino di fatica in fabbrica, potranno anche ignorare i sacrifici condivisi coi dipendenti, e quando nelle fabbriche nascerà la lotta sindacale saranno un facile bersaglio per l’iconografia operaia del sciur padron da le bèle braghe bianche. Ma quella canzone  mal si adatta alle nostre realtà, perchè fa riferimento ad un mondo agricolo dove  il contrasto tra il ricco, pigro e grasso latifondista ed il mondo dei braccianti era più che palese, ma quello non fu mai il nostro mondo agricolo. Le nostre terre erano troppo poco produttive, perché si fosse formata una proprietà latifondista, in sostanza mancavamo dei casali tipici della pianura padana irrigua.  I secoli avevano consentita una  diffusa proprietà di terreni magri con cascine anche malmesse, che avevano costretto i figli in soprannumero ed emigrare. Ean andai in Merica[6] a fa fortuna, prevalentemente in Sud America. Ma erano tornati, e molti  anche con i soldi necessari per comperare terreni, che proprio perchè di poco valore, i proprietari nobili avevano venduti o stavano vendendo. Da queste storie venivano i primi operai e i primi artigiani e i primi imprenditori. Forse lo si apprezza da un detto che era tanto caro alle nostre famiglie, ogni volta che si faceva riferimento ad un nonno o ad un parente prossimo di simpatie socialiste lo si indicava come un socialista, ma da qui giust. Uomo tosto, tutto di un pezzo, di quelli che con l’avvento del fascio verrà emarginato da qualsiasi attività,  non  avendo voluto piegare la testa ai nuovi padroni del vapore, ma era stato rispettato e forse non solo perché vecchio, ma autorevole. Bene quando questa nonna definiva il papà, cioè il bisnonno un socialista, ma da qui giust  evidentemente, lei che aveva fatto solo la quinta elementare, voleva evidenziare la diversità di un ideale di uguaglianza  condiviso, rispetto all’ateismo scientifico del serpeggiante massimalismo che non fu mai nostro.  Un socialismo, che unitamente al popolarismo cattolico nasceva anche come contraltare ad un liberismo che semplificava la povertà e l’emarginazione ritenendo che chi è causa del suo mal pianga se stesso, quasi che i poveri fossero causa della loro povertà. Si diceva anche Quel li al ga ne leg ne fed  associando il rispetto della legge umana alla conoscenza ed al rispetto degli insegnamenti della Chiesa. Ma il vecchio nonno fu sempre  pronto a piegarsi ai desideri della moglie quando gli richiamava i doveri di buon cristiano, l’è domenica bisogna andà a mesa, l’è Pasqua bisogna anda a cunfesass. Ecco quelle persone, che poi erano ragazzi  del 1870, furono i primi a servirsi del treno per andare a lavorare a Milano, o a Varese, furono testimoni  dei fermenti di classe e le rimasticarono adattandole alla nostra vita. Il loro ideale, sfociò nel desiderio di darsi da fare per migliorare le condizioni dei compaesani, attraverso l’associazionismo per esempio nella  Cooperativa o nella Banda musicale, che  non furono connotate politicamente. La Cooperativa fu associazione di operai artigiani ed imprenditori, il parroco ne fu presidente.  Lo stare insieme di quegli uomini rispondeva alla necessità di migliorare le condizioni di vita dei soci, offrendo mutualità nei confronti di una sorte che poteva presentarsi difficile. Si pensi ancora alle mutue sanitarie, famosa ed ancora attiva quella di Besnate, alle condotte  mediche. Contemporaneamente.  Verso la fine del XIX secolo si prese coscienza della  necessità di partecipare alla gestione della cosa pubblica, dapprima affidata ai notabili[7],  unanimemente riconosciuti  come i sciuri, ma nel senso buono del termine. A  l’è un sciur si diceva, con riferimento alla nobiltà ed al censo e anche in questo caso, mai disgiunto da una consorte o da una famiglia  sempre attiva nelle opere di bene[8]. Molte volte si distingueva  tra puarit e sciuri dicendo ul Signur di Puarit rivolgendosi a Nostro Signore, per distinguerlo dall’altro  quel di sciuri cal ga i curnitt  il demonio.   In molti casi si parlava di un gran signore come di un signuron. Ma se nella memoria, come a Busto Arsizio rimane il dispregiativo sciuazzu, vuol pur dire che ce n’erano anche di indisponenti e cattivi, cioè di quelli che dovevano guardarsi dal ciapin, quello che acchiappa, in altre parole che ti porta all’inferno. Altro argomento che non possiamo ignorare fu la permeabilità sociale. In effetti se dividiamo la popolazione in classi sociali, la divisione poteva essere fatta per censo, cioè ricchezza  raggiunta, ma se si escludono i nobili, i quali nasean gia cul marì destinò, non si e mai frapposta divisione fra persone se non per la ricchezza raggiunta se si vuole, ma la ricchezza non la si negava a nessuno, se questi aveva voglia di rischiare e di lavorare mettendosi in proprio. Certo doveva partir da una piccola ricchezza di famiglia, al duea mia veg i pè frec.  Per il resto poco importava la famiglia di provenienza, in sostanza un brau fieu pa a me tusa era l’ambizione di ogni madre. E quanto agli studi essi sono sempre stati ritenuti utili ed interessanti, basti rifarsi al detto lengi, studia, impara,  fa il dovere- leggi studia impara e fa i compiti a casa.


[1] Galupin o Galoppino in meccanica è detta la ruotina oziosa che tende la catena per evitare che scarrucoli, in sostanza fa da aiuto per il trasferimento della forza motrice

[2] Gallarate, Somma, Busto, Varese

[3] Michaud per la Rejna ad esempio.

[4] Questa espressione fa riferimento al terreno per la coltivazione della canapa o canuf, quindi un terreno molto concimato, grasso, e per la traslazione vuol significare nati in un periodo ed in una famiglia diventata ricca, molto distante da quella prima famiglia di imprenditori che fecero sacrifici immani per far fronte ai numerosi debiti necessari per diventare proprietari dei mezzi di produzione

[5] a gavetta e tratto dal linguaggio militare e fa riferimento alla gamella o recipiente per la distribuzione del rancio alla truppa. Nel linguaggio operaio il mangiare viene portato in una schisceta.

[6] Si noti come nell’eloquio, di persone con poca confidenza con la scrittura  l’America diventi La Merica per cui correttamente diventerà, correttamente andà in Merica. Non diversamente da quando si diceva L’Aradio per indicare la  radio. Montevideo è stato un luogo elettivo per la nostra emigrazione

[7] G. Bianchi , Cornaggia Medici- Sindaci di Jerago con Besnate e con Orago

[8] l’ Asilo infantile Ippolita Bianchi Gori nasce per volontà e con la donazione della famiglia Bianchi (fratelli Senatore Giulio e sorella Ippolita Bianchi maritata Gori – benestanti Milanesi Proprietari del Castello di Jerago) e con l’affido nella conduzione alle Rev. Suore figlie di Maria Ausiliatrice (salesiane) – Ma gli anni e le vicende sono simili per tutte le pari istituzioni nei paesi del Gallaratese   

Sponsored Post Learn from the experts: Create a successful blog with our brand new courseThe WordPress.com Blog

WordPress.com is excited to announce our newest offering: a course just for beginning bloggers where you’ll learn everything you need to know about blogging from the most trusted experts in the industry. We have helped millions of blogs get up and running, we know what works, and we want you to to know everything we know. This course provides all the fundamental skills and inspiration you need to get your blog started, an interactive community forum, and content updated annually.

Articoli in primo piano

Il viaggio in aereo

(testo di A. Carabelli)

Di domenica da piccolo una delle mete pomeridiane per la  mia famiglia fu la Malpensa,  dove assistere all’affascinate spettacolo degli aerei in partenza ed in arrivo. Un ampio terrazzo sopra i locali di imbarco consentiva ai visitatori di assistere alle operazioni di rullaggio ed alle manovre. Quella primitiva sede, orgogliosamente avviata da visionari pionieri bustocchi, meritò il titolo di aeroporto intercontinentale, grazie a una lunga pista, alla svettante  torre di controllo ed una moderna  aerostazione ben dimensionata  alle esigenze di allora. Da essa si potevano raggiungere le due classiche mete: il Sud America e gli Stati Uniti. I velivoli poi erano a pistoni  e di lì a poco sarebbero arrivati i più moderni DC 7.  Ma Il più affascinante certo era il Supercostellation, un bestione quadrimotore con una forma da uccellaccio e triplice impennaggio di coda con la livrea bianca e rossa della statunitense TWA (Trans Word Airlines) con bordi di argento rilucente in linea per New York.

fonte immagine: YouTube.com

Naturalmente il volo avveniva a tappe con scalo a Terranova, e le compagnie aeree erano l’italiana Lai (linee aeree italiana) e la T W A- Trans Word Airlines, linee che attraversano il mondo. E già il nome era un programma. Fantasticavamo che un giorno anche noi saremmo stati tra quegli invidiati viaggiatori che dopo il rituale della scaletta che si accostava ai velivoli, l’apertura del portello, scendevano con nonchalance, e sembrava ti guardassero con distacco… ; chissà uomini di affari, attori. Certo nessuno, anche i benestanti, potevano permettersi il lusso di un volo transcontinentale, ma che dico anche solo nazionale.

Il pensiero che il vicedirettore dell’aeroporto civile fosse uno di noi, del nostro paese il sig. Attilio Pagani ci rendeva orgogliosi, perché parlare di aerei di aviazione era come  proiettarsi nel futuro. Ci si sarebbe accostati al possibile imbarco  anche con un certo timore infatti, per quanto tutti dicessero che il volo era sicuro, bastava ricordare il grande Torino per temere che se qualcosa fosse andato storto, la cosa poteva  si prendere una cattiva piega, come ad Olgiate Olona o a Cuirone. Per molti anni ancora l’alternativa della nave da Genova per l’America , fu preferita dalla quasi totalità.  Era così atteso e temuto questo prendere l’aereo, come si diceva allora, che si ricorse al neologismo di battesimo dell’aria. Chissà se sarebbe arrivato anche per me. Un programma dei cavalieri del lavoro della provincia di Varese pensò di avvicinare gli studenti degli ultimi due anni delle superiori al mondo dell’aeronautica, invitandoli ad una visita alla fabbrica di elicotteri Agusta ed allettandoli con un volo in elicottero , da sorteggiare tra i seicento allievi in visita. I genitori dovevano preventivamente acconsentire su mudulo l’imbarco al  figlio qualora fosse stato  favorito dalla fortuna.  Con mia somma soddisfazione fui tra gli eletti. Così ebbi la mia prima volta in volo, in elicottero però,  a bordo di uno splendido Agusta Bell 204 ai comandi del capitano Lancia. Che si alzò da Cascina Costa e ci portò in vista della pista di Malpensa, attraversata solo dopo che ottenne il permesso della torre. In attesa  potemmo vedere, da lontano, l’atterraggio di un magnifico DC8 Alitalia. Non dimenticherò quel bestione,  che si posava maestoso  e possente in testa di pista, le  Alpi scintillanti osservate da una posizione inusuale, il Ticino, il ponte di Sesto, le varie torri e  campanili. Stavamo entrando in un mondo nuovo,  perché nel volgere di un ventennio dal ’70 al ’90 , tutte quelle attività sarebbero diventate quasi normali.   

Articoli in primo piano

Ul temp – il tempo

  (di Anselmo Carabelli)

Queste osservazioni mi sono venute spontanee mentre cercavo di riportare in pari un orologio meccanico, di quelli di una volta a molla, che si era fermato. Oggi la misura del tempo si dà per scontata è elettronica e non vi è alcun apparecchio domestico che non sia dotato di funzione oraria. Ma questa ora è digitale, basta leggere un numero, non analogica con quadrante e lancette, osservando le quali avevi subito la nozione dell’ora e del tempo che intercorre all’appuntamento fissato. Quanta fatica si richiedeva alle maestre, per insegnare a noi piccoli allievi come leggere quel primo quadrante  di un orologio  falso, di legno. Noi però leggevamo anche i minuti, quando forse ai nostri nonni bastavano le ore ed i quarti. Sì perché si accontentavano dell’orologio della torre campanaria con una sola sfera che serviva loro per andare a prendere il treno in stazione a Cavaria. Per chi abitava lontano e per la notte un meccanismo a martello ripeteva le ore  e le mezze battendole sulle campane. Il comune poi si premurava che un uomo ul reguladur lo  tenesse funzionante, caricandone i  pesi e fosse in sincronia,  cun l’ura da a feruvia. Certo ormai questo tranquillizzante suono notturno è stato giustamente spento dalle 22 alle 7 della mattina, potrebbe disturbare,  anche se  poi  non ci si fa scrupolo di supplire coll’implacabile e martellante ritmo  notturno delle varie movide e fiere, che si protraggono ben oltre le 23 . Sicuramente la misura del tempo ed anche la sua nozione variano nelle epoche e rappresentano per l’appassionato ricercatore una fonte inesauribile di riflessione  sulla saggezza popolare. Al contadino non serviva propriamente l’ora meccanica, perché il suo tempo si regolava su ritmi naturali. Per lui  la natura stessa era ed è un orologio. Lo spazio temporale tra il levar del sole, e il tramonto, si accorcia e si allunga naturalmente ritmando le stagioni, consentendo il  necessario lavoro dei campi.  Non altrimenti si spiegherebbe l’infinità di proverbi antichi con riferimento astronomico, che sono il portato della nostra radice contadina. Anche l’antropizzazione antica, cioè l’uso del territorio agricolo per chi lo sappia leggere se non ancora distrutto con caterpillar, offrirebbe nel merito molte considerazioni. Si vedano per esempio i vari ronchi, ronchetti e le terrazzature vignate da nord a sud con affaccio prevalentemente ad est-sud- est.   Oggi si parla  di ecologia, di spreco delle risorse naturali, ma  una casa contadina mai fu costruita a casaccio, solo per usare la massima volumetria, senza  porre attenzione all’illuminazione solare o ai punti cardinali. Per riscaldarsi il contadino sapeva che la prima fonte di calore abbondante e gratis, era il sole; quindi il mezzogiorno era l’esposizione dei vani indispensabili alla vita:  la cucina, il puntì dove si essiccavano le derrate per l’inverno, che poi dovevano essere stivate in cascina in luoghi aerati, perchè  favoriti dalla brezza che normalmente soffia da nord a sud. Chiaramente questo crea un parallelismo naturale tra i luoghi di concentramento delle antiche abitazioni, ma l’accortezza era che la casa davanti non facesse ombra a quella di dietro e normalmente si osserva come limite alla costruzione arretrata l’ombra lunga del giorno più corto quello di Santa Lucia (nella credenza popolare). Per ogni casa, per quanto corto il dì, si ricercava la massima esposizione solare. E i tetti di cotto, che proteggevano il solaio col calpestio in legno dovevano essere sempre ripassati ricurù in corsi di coppi sovrapposti che garantivano l’isolamento dalle intemperie, producendo quell’effetto antico nella copertura delle nostre case, che oggi viene  volutamente  riproposto in tetti cosiddetti anticati, che persa l’ originale motivazione, in alcune soluzioni economiche oggi fa letteralmente schifo. Ma tornando all’ora, l’industrializzazione  richiese la turnazione del lavoro, un orario di lavoro, ritmato dalla sirene; a sirena da a Rejna; a  campanela di Sesa. Tutti si devono levare per tempo. E la vita trova ritmi diversi sempre uguali e gli uomini lottano per ridurre l’orario di lavoro, per sottrarsi ai cottimi, per rendere il lavoro compatibile con le necessità della vita, spostando le condizioni di marginalità.  Nascono le industrie, le lotte sindacali, la conquista del tempo libero. Il desiderio di muoversi di conoscere il mondo dapprima consentito dalla ferrovia, col trasformarsi dell‘auto da veicolo elitario a mezzo popolare, offre a tutti la velocità  compresi i viaggi aerei low cost. Si verifica sul campo il principio della fisica  v= s/t   la velocità è uguale allo spazio diviso il tempo- cioè piu´ si va veloci  più il tempo per percorrere un certo spazio si riduce e il tempo se possibile pare quasi azzerarsi,  così  si possono fare molte più cose  Ma attenti che se si va troppo veloci, il nostro tempo terreno si azzererebbe del tutto come si può evincere anche dall’equazione matematica. per v tendente ad infinito t tende a zero.  Prudenza dunque. 

Articoli in primo piano

Ul fer du l’acua

(testo di Anselmo Carabelli)

Se volessimo ricostruire l’origine di questo modo di dire ormai completamente perso, in uso ancora tra gli assistenti di tessitura a Busto Arsizio, si scoprirebbe che fer du l’acua altro non è che la leva di avviamento dei cari telär a frusta,  espressione gergale  traslata  anche per l’avvio delle macchine moderne con gli interruttori on- off , verde- rosso. L’espressione rimanda alla origine della nostra industrializzazione, quando l’energia nella sala di tessitura, di torni o altre macchine utensili  o in una butega  da legnamè o da farè  per dar moto a bindèla,  mola, maj, pulidura, trapan, proveniva dalla trasmision, albero di trasmissione  che girava in alto vicino al tetto su bronzine  ancorata ai pilastri o al muro perimetrale, dotato di semipulegge imbullonate in corrispondenza delle varie macchine. Questa trasmission era mossa da un motore primario che in antico all’origine della nostra industrializzazione 1820 sull’Olona, poteva essere la ruota  a pale del mulino. Il mulino prendeva a muovere quando la canaletta di derivazione dell’acqua del fiume veniva fatta scivolare di lato perché buttasse direttamente il getto sulle sue pale avviandolo e, per far ciò, ci si serviva di una leva di ferro che prese appunto nome di fer du l’aqua.  Da cui l’inizio di un movimento meccanico fu associato all’ azione della mano sul  fer du l’aqua o leva di avvio. L ’asse principale di movimento di ogni macchina antica presentava due pulegge, una solidale con lo stesso, l’altra folle che girava a vuoto. Una cinghietta,  in cuoio zinta collegava la ruota folle, con la ruota in corrispondenza della trasmissione a soffitto. In prossimità delle due pulegge della macchina la cinghia passava in una forcella collegata con la leva di avviamento. Il nostro fer du l’acua  avviava perciò la macchina spostando la cinghia dalla ruota folle a quella fissa dell’albero e in più consentiva una partenza dolce, perché la cinghia passando dalla folle alla ruota fissa con tutta l’inerzia della macchina ferma, tendeva a scivolare facendo da frizione e la macchina non si inceppava. Naturalmente le cinghie giravano sempre sia che la macchina fosse in trazione o fosse ferma  e quindi erano pericolose,  e apparvero le prime  scritte antinfortunistiche, dal perentorio invito, operaie portate vesti attillate e cuffie, capelli corti, attenti agli organi di movimento.

Gli alberi di trasmissione primaria li potevi vedere in tutte le nostre botteghe. Dai faré : gli Aliverti al Cantun, i Turi; ai Legnamé: ul Gerolum, I fradèj Cardan, ul Biganzoli, ul Rico da a Mirina, ul Giuanò e ul Salvatur dul Mola, ul Romildo, ul Sèsa  Milieto; i tesitur : Ul Carabell, ul Nibela, ul Mario Aliverti, ul Labärd, ul Tani, ul Taravela, ul Guglielmo. Prima di avviare le singole macchine quindi bisognava avviare il sistema di trazione centrale con le trasmissioni a muro e soffitto collegate fra loro da grosse cinghie e ruote più grosse e zintuni. Ma la  trasmissione di moto tra grandi pulegge di ferro solidali alle trasmissioni in alto e la piccola puleggia liscia, coassiale col rotore del motore centrale era alquanto problematica, soprattutto nelle mattine d’inverno quando il  cuoio del Zinton si irrigidiva ed allora sota cunt a pesa greca-pece greca. Si spalmava la zinta di pece a accostando il provvidenziale cilindro di pece al zinton dall’avvio riluttante e per la ravvivata aderenza via che si partiva. Certamente operando a mani nude tra motori cinghie e volani queste operazione risultavano particolarmente rischiose e riservate ad esperti macchinisti. Noi non abbiamo mai avuto mulini per colpa dell’Arno, poco affidabile; le prime macchine di moto furono motori a vapore, le famose caldaie a vapore del tipo Cornovaglia. Prima del 1907 gli unici che ne avevano erano le officine Sessa ubicate tra la via Cavour, la via Onetto e il Ria, la Reina,  e la forgia di Scaltritti Eugenio Maraz, in via Roma.  Poi li sostituirono i motori elettrici,  monumentali,  in corrente trifase dagli statori e rotori con gli avvolgimenti in bella vista, da cinquanta- cent cavaj 50 –100 H.p e l’avviamento avveniva con il sistema cosiddetto stèla- triangul. Per prima cosa bisognava collegare il motore alla line , tirando giò i curtej abbassando i coltelli che facevano da interruttore tra  la linea del motore e la linea principale. In pratica l‘interruttore era una specie di tridente con tre punte a lama di coltello incernierate singolarmente sulle tre fasi del circuito del motore, isolate tra loro, ma unite nell’impugnatura a manico di legno che consentiva, con movimento a compasso dell’impugnatura di inserire i coltelli nelle molle del circuito principale. Dopo tale interruttore i tre fili o Fäs  fasi,  entravano in una apparecchiatura chiusa dotata di volano, che  partendo con l’iniziale configurazione a stella par dag ul spont, cioè l’avvio del solo motore,  quando l’operatore avesse ritenuto opportuno dal sibilo del rotore, passava alla configurazione a triangul che permetteva il traino di tutto l’apparato di trasmissione delle macchine operatrici. Operazione più facile da fare che da descrivere, comunque ci voleva un buon orecchio per apprezzare dal fischio del motore il momento giusto per il cambio di configurazione. Oggi tutto avviene elettronicamente ed automaticamente.  Attenzione però che se per qualsiasi motivo si voleva spegnere la macchina abbassando i coltelli, bisognava per prima cosa portare al minimo carico della sala, altrimenti sarebbe partito il famoso corto, non una scintila, ma una vera e propra scalmana– un fulmine artificiale  Per questo quei coltelli venivano schermati con coperchi di materiale isolante.    

1 Telai col lancio a batter, Batireu, bastone con cinghie che lanciava la navetta

2 Sulla storia dei nostri opifici, botteghe artigiane si veda di A. Carabelli-E Riganti.” Le ricette della Nonna” da pag. 125 a pag 139 – Ed.  Galerate 2000 

3 Hp Horse power. La misura di Potenza era in Cavalli Vapore  0,760 kw.  Non dimentichiamo l’iniziale riferimento alle unità di misura nel sistema inglese, proprio della prima industrializzazione fino a tutto il 1960 quando nel mondo del lavoro europeo continentale si adottò il sistema metrico decimale. Tutti gli organi di connessione, viti, dadi, bulloni si espressero in unità decimali Ma, Mb, sostituendo il vecchi pollice o polis a  come riferimento la forza di un cavallo da tiro. Ormai abbiamo dimenticato che in assoluto il primo filatoio Janette dello svizzero Cantoni ad Arnate (il progenitore dell’industria tessile  gallaratese e bustese)  era mosso da cavalli che agivano su un tapis roulant, una specie di tappeto rotolante  sul quale i cavalli camminavano rimanendo fissi, che dava poi moto al motore primario. Ma senza andare molto lontano Enrico Riganti mi ricorda che quando la sua nonna  Paolina da piccola andava alla festa della Madonnetta di  Gornate, il giorno dell’Assunta siccome, come si diceva, tuti i salmi finisan in gloria, dopo le preghiere o devuzion come si diceva allora, c’era sempre la ricreazione, ci si concedeva anche pei bambini un giro in giostra, e quelle antiche giostre erano mosse da motori a cavallo.  Gli stessi animali che poi trainavano le carovane dei giostrai, itineranti da fiera in fiera. 

Articoli in primo piano

I nomm – I nomi di persona

Indichiamo di seguito alcuni nomi di persona di uso frequente nel nostro comune in passato, in dialetto e a latere nella traduzione italiana

                            

Mili                                Emilio

Luis                             Luigi

Giusèpp                       Giuseppe

Pasqualeu                     Pasquale

Kileu                             Achille

Zufrik                            Sigfrido

Biös                                Biagio

Stéan                              Stefano

Richeu                            Enrico

Bramm                              Abramo

Lisandar                         Alessandro

Gust                              Augusto

Marzaleu                       Marcella

Bernörd                           Bernardo         

Fredrìk                             Federico

Gaspör                             Gaspare

Duardin                            Eduardo

Frédu                               Alfredo

Funseu                             Alfonso

Clemént                          Clemente

Cecch                                Francesco

Pédar                               Pietro

Maria                               Maria

Giuann                              Giovanni

Bunifazi                           Bonifacio

Diunis                              Dionigi            

Vügeni                              Eugenio 

Dumenic                       Domenico

Virgìni                             Virginio

Giulètu                            Angelo

Celèst                              Celeste                                           

Giüli                                 Giulio

Neclètu                            Anacleto

Nibèla                               Annibale

Sèlmo                               Anselmo

Nino                                  Antonino

Togn                                  Antonio

Luzia                                  Lucia

Ines                                     Agnese

Nineta                                 Annina

Breus                                   Ambrogio

Articoli in primo piano

Scorci Paesani

Ricordando il compianto Sig. Osvaldo Tonelli, ne pubblichiamo una poesia apparsa negli anni ’60/’70 su Jerago: Rassegna di vita cittadina, pubblicazione del Centro culturale Ul Galet.

In una piazza piccina piccina      

c’e una Chiesetta tanto carina     

il campanile, una sola campana     

ed al suo fianco una cara fontana  

proprio di questa vi voglio parlare 

con pochi versi la storia narrare   

non e’ recente eppur é nostrana:    

povera e cara, vecchia fontana       

Quando bambino la mamma cercavo     

e in nessun posto ahimè la trovavo 

venivo da te che non eri lontana    

povera e cara vecchia fontana       

Lì la vedevo intenta a lavare      

con altre donne ciarliere a parlare 

Eri un salotto di vita mondana      

povera e cara, vecchia fontana.     

Vicino al cancello mi soffermavo    

e delle comari il discorso ascoltavo

sedevo e giocavo sull’erba ortolana 

povera e cara vecchia fontana       

                    

Poi venne la guerra, tutto sconvolse

e la bontà nei cuori travolse

più non ti giunse l’acqua paesana:

povera e cara vecchia fontana

Finita la guerra rinnovatrice

ti preferiron la lavatrice

Così sei rimasta inutile..arcana:

povera e cara vecchia fontana

Ora un museo di cose un po’ strane

spazzaneve, bisce, topi e rane

e lì marcisci tra l’erba malsana:

povera e cara vecchia fontana

Zitta riposi tra lezzo e marciume

sempre in attesa che questo Comune

suoni per te, un dì la campana:

Povera e cara vecchia fontana

Presenta anche tu un bel ricorso,

(che’ qualcuno ti venga in soccorso)

Via Indipendenza, Giunta Nostrana.

povera e cara vecchia fontana

Ricorda però a carta bollata

che’ la domanda non sia cestinata.

Chissà che un giorno passando di lì 

io ti ritrovi come ai bei dì,

Allora insieme andremo in Chiesetta

zitti e devoti a suonar la campana

ringrazieremo la Giunta Paesana;

povera e cara, vecchia fontana. 

                                         Osvaldo Tonelli

La chiesa indicata e’ la chiesa di San Rocco e forse, anche in seguito a questa poesia, la fontana fu ristrutturata in un deposito di attrezzi del comune

Articoli in primo piano

Le statuine del presepio e altri ricordi di Natale

L’avvento si annunciava sempre con l’invito ai fioretti che le  indimenticabili suor Marietta e suor Rosina  ci suggerivano di offrire in un modo molto accattivante . Un  cartoncino pieghevole sul quale si disegnava il ramo di un agrifoglio con le inconfondibili e caratteristiche foglie spinose e bacche da segnare leggermente  a matita,  che poi avremmo riempite coi pastelli di un bel verde, bordandole di giallo e di un rosso vivo per le   bacche. Una foglia ed una bacca da colorare ogni giorno assieme al fioretto che necessariamente dovevamo associare, vale  a dire una piccola rinuncia, un gesto buono verso la mamma o la nonna, una preghiera. Le ultime settimane erano riservate alle due palme che si chinavano sulla capanna, al Bambin Gesù, alla Madonna, a San Giuseppe. All’oratorio, nell’aula don Massimo, di giovedì mattina, giorno di vacanza per le elementari di allora, ci si trovava tutti  attorno al tavolo da ping-pong, che faceva da grande scrivania e le maestre, la signora Rosa Cardani e la signorina Anna Cardani, ci aiutavano a completare le figure più complesse e ci narravano le vicende della Bibbia e del Vangelo preparandoci al grande giorno.  A scuola si imparava la poesia che avremmo dovuto recitare, in piedi su una sedia, per tutta la famiglia riunita. Erano tanti i segni che ci rammentavano il Natale imminente. Il negozio di cartoleria della signora Marini, all’angolo di piazza san Giorgio, oggi ex latteria, si arricchiva di ghirlande d’oro e di argento, normalmente vi  acquistavi i pennini, i quaderni quelli neri di una volta con dietro la tabellina pitagorica,  ma nell’occasione metteva in mostra anche le statuine, le capanne e le casette di sughero del presepio.  Le prime scatole del traforo, archetto e lamette, facevano bella mostra sui ripiani di quello che per noi era diventato il negozio dei giochi desiderati,  mentre per le bambine non mancavano le scatole con gli attrezzi da cucina in formato ridotto, qualche bambola, ma potevi trovare anche libretti di favole.  Già si pregustava la gioia dei tanti personaggi che avremmo ritagliati, di sera in cucina lavorando di archetto e sapone sulla lama per farla scorrere meglio. Disegni e sagome  incollate su quell’asse sottile, che eravamo andati a prendere nella bottega del Rico  de la Mirina ( sig. Enrico Cardani). Una bottega antica con la colla da legnamè sempre  fumante nella inconfondibile latta posata sul birocc , stufa a segatura dove il fuoco ardeva sempre estate ed inverno per tenere la colla liquida e pronta all’uso del falegname. L’impresa più ardua per chi usasse il traforo,  era quella di cambiarne la lama  quando per troppa foga  si spaccava e allora solo il papà  con le sue manone era capace di avvicinare gli estremi dell’archetto, posizionare la nuova lama  e stringere contemporaneamente gli angaletti  ( i due dadi a farfalla) per bloccarla. In cucina le nonne recitavano il rosario, noi si lavorava al traforo, qualcuno sferruzzava, qualcuno metteva i piedi nel forno della stufa a legna ormai spenta sfogliando i libri di scuola per ripassare la lezione, e i più piccoli, sui vetri delle finestre appannate dal fiadù ( l’umidità dell’ambiente interno, prodotta dalla caldaia della stufa economica  a legna) che si condensava sui vetri freddi, disegnavano colle dita pupazzetti e stelle per la gioia della mamma, perché quei segni apparentemente innocui si rivelavano pressocchè indelebili  anche a ripetute pulizie. Nelle vie anche tutti gli altri negozi si adeguavano, Sull’angolo della chiesa il Sig Turri Rino, con negozio di cicli (oggi angolo del Fiorista) appendeva una lussuosa bicicletta , una Bianchi modello sportivo con il cambio Campagnolo, una vera rarità; di fronte la bottega del Santin, non era da meno con un abbondare di cassette di arance, di mele, e di mandarini, ma anche noci e così ogni negoziante si ingegnava ad arricchire la sua offerta. Tutti tenevano  stretti i clienti con le trazionali buone feste: i bon fest .

                                                                    

Articoli in primo piano

Il Santo Natale

Credo non vi sia giornata più attesa del Santo Natale.  Ti rivedi piccolo quando  la nonna e la mamma  additavano il  Bimbo che  avevano appena adagiato nella mangiatoia, prima vuota. L’amato  presepe casalingo, che ancora oggi ricostruisci, si anima di statuine che  vanno verso la capanna  e, se hai fortuna, molte  sono ancora quelle di gesso del papà  o le più recenti di cartapesta, magari rotte, ma che un provvidenziale rappezzo ha salvate. Un  poco di colla rapida, il rametto di un abete inserito tra il busto del pastore e  le sue spalle  e così potrà ancora ricoprire egregiamente il suo ruolo. Le pecore del nonno in gesso, dopo tanti anni non stanno più in piedi, meglio, perciò le accosti l’una all’altra e il gregge, in precario equilibrio,  sembrerà più veritiero. Ecco quei due personaggi, certo bruttaccelli, niente in raffronto alle superbe statuine odierne, fanno tanta tenerezza, perché non puoi dimenticare quando scartandole dall’imballo di vecchie pagine di giornale stropicciate, ad ognuna si attribuiva un soprannome e tutti sorridevano.  Queste due  sono  proprio: il Carlin e la Marietta da Carbunà.  Memoria di racconti su personaggi semplici, anzi sempliciotti, ma tanto… tanto amati. Come non pensare con gratitudine a coloro che hanno operato perché la tua vita corresse lungo binari sicuri e nei Natali passati con loro era bello andare alla messa grande, farsi gli auguri.  Anche l’ augurio di  un  anno buono esternava la certezza, che circondato da così tanti amici cristianamente formati, anche nelle possibili ed ineluttabili  sofferenze, una spalla ed un aiuto non sarebbero  mai mancati. Penso a Natali forzatamente più tristi  vissuti nei racconti di  anziani reduci dal fronte, che ancora  si commuovono al pensiero dei molti che non sono tornati. Nelle loro lettere, per chi ha la  possibilità  di possederne e leggerne i diari,  si apprezza come quella data, anche nelle ristrettezze e nelle ambascie  del momento, in Russia, in Africa, in Grecia, non passò mai ignorata. E in molti casi, nei  luoghi sperduti, lì confinati dall’insipienza  dei potenti, fu proprio  un immaginetta  di Gesù Bambino nel presepe, conservata gelosamente nel portafoglio tra le foto dei genitori, a rappresentare  l’unico provvidenziale appiglio alla speranza di rivedere i propri cari ed a non farsi prendere dallo sconforto. E per molti, meno fortunati, il viatico ad una morte senza disperazione. Ecco perché ammiro la preziosità  delle immaginette sacre  e le conservo sempre gelosamente. Buon Natale!

fonte immagine: wikipedia.org – Giotto- La natività – Cappella degli Scrovegni- Padova

Articoli in primo piano

Cärna cunt a panéra – Carne con la panna

Premessa:

Trattasi di una preparazione ricca, per occasioni importanti. Per tempo bisognava appartare la panna scremandola dal latte. Successivamente si acquistava un buon pezzo di carne di manzo per brasato – scamone o codone, che offre la caratteristica di rimanere pastosa alla cottura . Questo riservava il piatto alle ricorrenze speciali. La ricetta è comunque riscontrabile nelle cucine d’oltralpe, mi è infatti capitato con grande sorpresa di trovarla nel Menù del ristorante Helm a Basel – Basilea (CH). Piatto unico da servire molto caldo, posando la pentola in tavola su uno scaldino. Ottima anche riscaldata, ma in tale situazione piuttosto pesante da digerire. Accompagnare con vino rosso generoso. La ripropongo nella versione della mia mamma: Sig. Carla Macchi –Carabelli , fu pubblicata in “ Jerago rassegna di Vita cittadina dic.1967 ”

Ingredienti per 5 persone: scamone gr 700, Burro gr. 50,  4 Cipolle grosse, 1/4 lt. di panna, aceto ½ bicchiere.

Prendete 700 gr. di carne scamone e metteteli a fuoco lento con 50 gr. di burro e 4 cipolle tagliate in pezzi in una pentola dal bordo medio. Salate in giusta misura. Quando la carne sarà ben rosolata nel burro e cipolle, aggiungete 1/2 bicchiere di aceto, coperchiate e lasciate cuocere il tutto a fuoco lento per due ore.

A cottura ultimata levare la carne dal tegame e tagliarla a fette di medio spessore con l’aiuto, potendo, di un coltello elettrico. Indi passate direttamente col Minipimer gli ingredienti rimasti nella pentola. Rimettete nella stessa pentola la carne affettata aggiungendo il quarto di panna.

IMG_9347

Fate cuocere ancora a fuoco lento per una ventina di minuti. Raccomando infine di servire il tutto ben caldo e in piatti caldi.

IMG_9351-1

Brano tratto da “Le ricette della Nonna – Cucina, usi, espressioni, attività, feste religiose Nella vita di un borgo dell’alto milanese tra il 1800 e il 1940” – Anselmo Carabelli con Enrico Riganti – Tipografia Moderna , 2000 – Collana Galerate

IMG_9353

Articoli in primo piano

San Carlo Borromeo e la processione del Santo Chiodo

Affresco di Emilio Orsenigo per la chiesa di San Giorgio in Jerago:

Visibile sul lato destro osservando l’altare di San Carlo, eseguito  da Emilio Orsenigo, affreschista di Varese.  Realizzazione aprile–maggio 1940.

(testo e ricerca A. Carabelli)

La spaventosa pestilenza che colpì Milano e la diocesi tra il 1576 ed il 1577, vide il suo cardinale Carlo tra le persone più impegnate nella assistenza spirituale e materiale  alle vittime. Attingendo alle risorse personali rese possibile la distribuzione quotidiana di alimenti a circa settantamila persone. Il clero diocesano, che visitava e confortava  costantemente gli ammalati, rappresentava ormai  l’unica autorità di riferimento, poiché il governatore ed i notabili, all’aggravarsi della pandemia, si erano rifugiati in località ritenute più salubri e sicure. Unitamente agli aiuti materiali egli curò assiduamente l’assistenza spirituale dei fedeli, per i quali indisse numerose e solenni processioni cui associò durissime e personali penitenze, con veglie, digiuni e preghiere offerte al Signore per la cessazione di tanto flagello. In particolare la sua grande devozione alla reliquia si appaleso’ quando una folla di milanesi in vesti dimesse e penitenti si strinse  attorno alla Croce col Chiodo ed al cardinale che la reggeva, accompagnandolo devotamente in un lungo percorso per le vie cittadine. A ridosso di quella grande manifestazione di fede si constatò un miracoloso attenuarsi dell’epidemia e successivamente la sua definitiva scomparsa, dichiarata definitivamente estinta il primo dicembre 1577.

Il santo chiodo si trova ubicato sulla volta del presbiterio del Duomo di Milano, al centro di un rosone ove si nota una lampada rossa che illumina il piccolo tabernacolo con la venerata reliquia della Passione di Gesù:  “il Santo chiodo che trafisse la carne di Cristo in Croce”.

Per volontà di San Carlo una volta all’anno viene prelevato dal rosone ed esposto per tre giorni alla devozione nell’interno del Duomo. La Nivola, macchina leonardesca, azionata ora meccanicamente, ma in precedenza da venti robusti uomini,  porta  l’officiante a 45 metri dal suolo,  per il prelievo della reliquia. Quest’anno la solenne esposizione è avvenuta  tra sabato 10 e lunedi 12 settembre.

Articoli in primo piano

Storia della Rejna s. p. a. a Jerago 1900-1993

 (testo A. Carabelli)

Non si può argomentare della industrializzazione di Jerago ignorando la Societa Rejna s.p.a..  Di essa rimangono i capannoni industriali, non gli originali, ma quelli ricostruiti più recentemente, perché dopo la chiusura, nel 1996 e nello stesso sito, con lavorazioni diverse, sempre nel settore automotive, si è insediata la Meccanica Finnord s.p.a. . Agli albori del secolo scorso l´industria meccanica necessitava di molle a elica per macchine operatrici e di molle a balestra nelle diverse versioni di: semplici o con foglie di rinforzo, balestre con staffa, balestre con balestrino ed accessori per l’equipaggiamento di varie tipologie di mezzi di trasporto. Ciò avveniva a motivo dello sviluppo della rete ferroviaria italiana e della conseguente richiesta di materiale rotabile: carri-merce e carrozze passeggeri.

La ditta A. Rejna & C nasce come casa commerciale a Milano dalla associazione tra il signor Eugenio Ferrari ed il signor Achille Rejna . Fu registrata il 1° gennaio 1885 con sede in via Amidei n.7, avente per oggetto sociale la vendita di: sottoselle, selle, briglie, staffe per cavalli e carrozze allora denominate “selleria inglese”, nonché di molle, assali e ferramenta per vetture.

In quegli anni una delle più importanti fornitrici dell’impresa commerciale Rejna, fu l’officina meccanica locale di Sessa Giuseppe, che competeva nelle forniture con la casa francese Vermot. La qualità e la costanza della produzione di Sessa, rivelarono ai due commercianti milanesi le potenzialità di queste nostre terre per competenza di tecnici, operai e, cosa da non trascurare, la facilità di trasporti ferroviari. Fu così che la casa milanese Rejna, visto il buon andamento degli affari e l’espansione del mercato, pensò di costruire in proprio realizzando  a Jerago uno stabilimento ove produrre: pezzi staccati di ferramenta, assali a olio, a mazzapatent e a grasso, molle in acciaio temperato per carrozze- automobili – furgoni- carri ecc. che fu avviato il 31 marzo del 1900. L’iniziale attività si svolgeva in due capannoni e fonderia, forniti di energia prodotta da motore a vapore. L’impianto nacque con la collaborazione della officina Sessa e del figlio Pasquale che ne divenne dipendente. Si palesò immediatamente alla proprietà milanese il rischio di dipendenza dalla ditta Sessa, cioè da un potenziale concorrente  libero di agire sul mercato. Prudentemente la società si rivolse al suo fornitore francese di articoli similari, la Vermot di Chatenois che, dal momento che la vendita dei suoi articoli sul mercato italiano era stata colpita da embargo, non ebbe difficoltà a segnalare come possibile direttore: Leone Michaud, esercitante costui pari funzione in una primaria fabbrica parigina. Fu assunto in Jerago nel 1904 al compimento di un tirocinio di tre mesi presso lo stabilimento transalpino Vermot. Prendeva così iniziò la straordinaria vicenda della Rejna, strettamente legata alla storia industriale del paese, che arrivò ad occupare 400 operai nel 1928, quando il nostro borgo contava  1865 abitanti. Negli anni trenta si raggiunse la massima dimensione occupazionale con 800 dipendenti suddivisi tra: Jerago, la conceria di Galliate (No), l’opificio di bordature di Milano, dove si producevano finimenti e bordature complete, buffetterie di ogni genere e si eseguivano lavori in cuoio. Nel periodo bellico fortunatamente non subì bombardamenti e l’espansione continuò. Dopo il conflitto mondiale la ditta continuò normalmente la sua attività ed il suo sviluppo in un mercato postbellico in notevole espansione. Nel 1963 fu costruito lo stabilimento di Novate Milanese per la lavorazione di articoli in pelle   e nel 1965 entrò in attività per le stesse produzioni uno stabilimento a Cagliari.

Il 18 dicembre 1972 la ditta cambiò ragione sociale assumendo il nome di Rejna s.p.a  e trasformata in holding finanziaria  quotata alla  Borsa Valori di Milano che comprendeva le seguenti società:

Rejna Industriale s.p.a.- sede in Milano e stabilimento a Jerago

 –Rejna Novate s.p.a. -sede a Novate Milanese e stabilimento a Novate

-Rejna Sardegna s,p.a -sede a Cagliari

-Rejna Commerciale s.p.a – sede in Milano attiva nella rete distributiva dei ricambi per autoveicoli e mezzi di trasporto in genere.

Lo stabilimento di Jerago si divise in   due sezioni A e B creando nella sezione B una divisione speciale dedicata alla vendita di impianti chiavi in mano e macchine per la formazione di molle a balestra, molle ad elica e barre stabilizzatrici di veicoli leggeri e pesanti. Venne poi venduto alla SOGEFI, società finanziaria facente capo a Carlo De Benedetti, che ne riconfermò la produzione originale sino al 1993.La pesante crisi siderurgica acuitasi in quell’anno indusse la CIR, cui faceva capo la SOGEFI, ad avviare la chiusura della Rejna in Jerago, convogliando su altri impianti produttivi esistenti le nostre pregiate lavorazioni. Per la qual cosa si aprì a Melfi, in prossimità dello stablimento FIAT, una nuova fabbrica di molle ad elica per autovetture. Alcune delle lavorazioni della gloriosa Rejna furono dirottate negli stablimenti bresciani della holding: alla Sidergarda (molle del settore ferroviario) ed a San Felice (balestre). Gli operai dell’officina jeraghese vennero messi in mobilità.  Il pesante vulnus che colpì l’occupazione del nostro borgo fu attenuato sia dalla possibilità di reimpiego dei dipendenti in altre imprese della zona, sia dalla circostanza che nel 1996 lo stabilimento fu rilevato dai fratelli Piccinali, titolari di una officina meccanica a Cavaria.  Costoro vi insedieranno un’impresa con 243 dipendenti denominata Meccanica Finnord s.p.a. per la produzione di particolari metallici di sicurezza per il primo equipaggiamento: impianti frenanti, sterzanti ,sospensione, trasmissione, freno, utilizzati dalle grandi case automobilistiche mondiali, per mezzi civili, industriali e marini.

Nella sezione B si insedierà la ditta Oreca.

La Rejna sarà poi tolta dal listino della borsa di Milano nel 1998.

E’ innegabile che a questa vicenda produttiva si siano intrecciate le storie personali di tantissimi concittadini, molto della vicenda sindacale, politica e civile locale. Da non trascurare l’impronta architettonica lasciata sul paese, dai capannoni industriali, dalla caserma, dalle casermette, dalle ville della proprietà e dei direttori. Il paesaggio offre ancora un maestoso viale alberato che conduce alla portineria con ingresso carraio, detto appunto Viale della Rejna.

attachment

Articoli in primo piano

Il ricordo di Don Angelo Cassani parroco di Jerago dal 1987 al 2006 in occasione del suo Dies natalis

Il consiglio Pastorale il giorno 22-9-2006, durante la S. Messa di ringraziamento per i  44 di sacerdozio di don Angelo Cassani, ha voluto ricordare con  la lettera, di seguito riportata,  il significato dei suoi anni trascorsi alla guida della nostra parrocchia di San Giorgio, concludendo che ad uno sterile elenco di prime pietre e di opere in muratura, preferiva rammentare il suo insegnamento:

“Presentandoti all’inizio della tua missione presso di noi, mentre ricordavi dal pulpito la tua passata esperienza, tra le altre cose, ci colpì il messaggio che ogni uomo vale per ciò che è, e non per quello che fa. E l’essere dell’uomo è tale perché riflette nel suo volto il volto di Cristo. L’espressione poteva sembrare difficile ed incomprensibile, forse di circostanza, se alle parole non fosse seguita una lezione di vita vissuta e solo faticosamente condivisa, che ci avrebbe portati ad apprezzare il grande peso di quel messaggio nel tentativo di viverlo.  Tutto ciò che avrebbe accompagnato il tuo agire ed il tuo insegnare sarebbe stato coerente con quella premessa. Sicuramente, come ci saremmo resi conto, quel modo di vivere, che nasce dal riconoscere la nobiltà del figlio di Dio in tutti gli uomini, con ciò che da esso consegue, non era cosa atta ad aprire vasti consensi, come tu stesso ti saresti accorto e molti ti avrebbero fatto rilevare, forse con rimprovero, anche allontanandosi. Ma come comportarsi altrimenti, quando si è fortemente animati da una immensa fede in Cristo come tu lo sei. Quando  sorretti dall’affetto della Mamma Celeste si vive in una società di profonde radici cristiane che apparentemente essa relega  ad una delle tante opzioni, quasi che l’insegnamento dei padri si fosse stemperato nel vasto mare delle necessità impellenti e del politicamente corretto? Ed ecco allora il costante richiamo nella tua predicazione: alla condivisione della vita coi propri figli; alla condivisione delle sofferenze dei malati; alla preparazione dei giovani che chiedono che Dio sia il faro e la costante benedizione alla loro vita matrimoniale, alla preparazione dei fanciulli nel catechismo.

Grande la tua attenzione verso gli educatori, i quali con difficoltà si provano di vivere coi ragazzi ciò che insegnano, oltre naturalmente ad insegnarlo. E’ bello partecipare alla domenicale Messa delle 10 e vedere i giovani, gli educatori e i loro ragazzi unirsi spontaneamente nella preghiera e nella frequenza all’ Eucarestia, in una comunità che mantiene fortemente il legame, tramite la Comunione dei Santi, da Te sempre ricordata, con tutti coloro che ci hanno preceduto nella gloria di Dio. Bello sapere che questi Santi sono le persone che abbiamo conosciute, cui abbiamo voluto bene, con  le quali abbiamo fatto un tratto di vita sulla terra e ci attendono un giorno nella gloria di Dio. E così abbiamo capito la tua insistenza nel voler difendere quelli che sono stati i luoghi santi della Benedizione di Dio sul nostro popolo, quali la chiesa vecchia di San Giorgio, ora restaurata ed il campanile medievale. Caro don Angelo consentici un grande ringraziamento verso un uomo  che, dopo aver seguita la sua vocazione sacerdotale, nata dal suo grande amore per Cristo e per la  Chiesa, è stato poi inviato dal Vescovo nella nostra comunità, per richiamarci costantemente la gioia di essere cristiani e l’impegno che ne consegue.  L’amicizia che nasce spontaneamente e umanamente non può che ricondursi alla premessa del Cristo nato e risorto, nella condivisione di valori autentici. Molte volte ci accorgiamo che tu ti fai triste, quando il nostro modo di affrontare i problemi e la vita, nonostante i tuoi  continui insegnamenti, risponde ancora alla logica dell’uomo vecchio. Ed allora il tuo parlare, ci pare difficile, a tratti incomprensibile, ma a ben vedere, non è la tua incapacità a farsi intendere, bensì la nostra mente, che vorrebbe sentire altre parole, più accattivanti e consone all’andazzo quotidiano. E allora tu saresti un buon politico e forse avresti tanti più amici, ma noi oggi non saremmo qui a festeggiare un Sacerdote, un Parroco, ma un uomo disposto a correre dietro a tutte le mode. La difficoltà di seguire non te, ma il tuo insegnamento in Cristo, ci fa allontanare anche. E’ allora che la tua sofferenza trova conforto nella preghiera e nella meditazione degli scritti dei padri della Chiesa  e genera costante ammirazione per quella dimensione della comunità di preghiera che ci fai intuire quando con trasporto ci parli di Vitorchiano. E’ così che ti rafforzi, ti rassereni e la casa rimane sempre aperta anche per l’amico che si è allontanato e ritorna e si stupisce di sentirsi ancora amato.

Queste sofferenza che tu riscopri in tutti gli ammalati e stai vivendo nella tua persona, ci hai insegnato essere per te costante richiamo di obbedienza alla volontà del Padre. Porti nel cuore anche tutte le altre persone malate e le aiuti a non ribellarsi alla loro condizione, esse si uniscono a te nella preghiera, perché avvertono il calore di una comunità che  prega a gran voce per loro e per te.  Vorresti che i genitori e gli educatori riuscissero a trasmettere questi valori e che ai giovani non mancassero insegnamenti autentici. Vorresti che la loro esuberante ricerca di attività, di suoni ,di libertà, non fosse, per mancanza di esempi, il solo modo di riempire la solitudine ed il vuoto di significato della loro vita. Di proposito non abbiamo voluto parlare delle tante cose fatte o da fare, che sono state molte e nell’oratorio della B.V. del Carmelo vedono la più recente e bella realizzazione.

Ad uno sterile elenco di prime pietre di mattoni, preferiamo pensare ai frammenti di amore e di fede cristiana che tu ampiamente e caparbiamente distribuisci nella nostra comunità di san Giorgio.

Un grande abbraccio.

 

I tuoi Parrocchiani e il Consiglio Parrocchiale

 

.

Per infinita riconoscenza, sapendo di infrangere una sua naturale riservatezza, ci incombe  l’obbligo della elencazione delle numerose  opere  volute e realizzate da Don Angelo, che rimarranno a testimonianza del suo grande amore per la nostra parrocchia.

 

In primis, ricordiamo i restauri  della sua amata chiesa parrocchiale, per la quale  impostò immediatamente il recupero della copertura, che si era ammalorata nel corso dei tempi  e necessitava di una radicale sostituzione.

Provvide  già nel novembre del 1987 al rifacimento totale della copertura con la intonacatura di tutte le pareti laterali e della facciata, mentre nel quadro di accordi con il Comune, per una migliore viabilità delle vie centrali, fu sistemato tutto il piazzale antistante la chiesa,  compreso l’accesso alla grotta della Madonna di Lourdes , aggiungendo un comodo accesso pedonale dalla via Varese. Risistemò la copertura della Cappellina  invernale, e mise a norma l’impianto di riscaldamento ad aria della Chiesa.

Affrontò la situazione di degrado della chiesa vecchia e del campanile, edifici che si trovavano in totale stato di abbandono. Ricordiamo che le campane erano state messe a terra, in attesa di decisioni e  tutti i richiami, della vita religiosa erano affidati al mesto gracidare di un disco e diffusi da un altoparlante.

Il Campanile e la chiesa vecchia erano stati sottoposti a vincolo della sopraintendenza ai beni artistici e culturali della Lombardia, in sostanza congelati nel loro degrado.

Don Angelo, che  aveva intuito come questi monumenti fossero tanto antichi da avvicinarci alle radici stesse della nostra cristianità, sognava e desiderava un restauro che li recuperasse all’uso per la comunità, dovette però confrontarsi con una opinione comune di diverso avviso, la quale era supportata anche da autorevoli pareri che si rilevarono poi del tutto infondati.

Portò a compimento il Campanile, con la messa in opera delle campane. Era il giorno della  Madonna del Carmelo 1991 e finalmente le nostre campane tornarono a far udire la loro voce.

Il restauro del campanile,  che fruì parzialmente  di un finanziamento della Provincia Di Varese, ne rilevò, in corso d’opera,  l’antichità  da ascrivere al X-XI sec.

Riportò la sala Auditorium nelle norme di agibilità  all’ uso teatrale, con tutte le migliorie richieste dalle leggi vigenti con  messa a norma dell’impianto di riscaldamento a gasolio, vie di uscita, allestimenti ignifughi ecc. (usufruendo di un parziale finanziamento dell’ente dello spettacolo ).

Ripristinò ai fini funzionali e abitativi, le salette del vecchio oratorio di Via Colombo. 

Per la chiesa vecchia che rimaneva ancora in stato  di abbandono, Don Angelo pensò di far partire un progetto di recupero totale (1100 mio), da presentarsi alla Regione Lombardia, perché rientrasse nelle opere finanziate  tramite Frisl (fondo regionale che istituzionalmente anticipava tutto il costo dell’opera e ne prevedeva il rimborso in 8 anni senza interesse).

Il progetto fu  ammesso al finanziamento e l’opera e stata ultimata nel 1999. Da allora possiamo vantare non più la vecchia e cadente chiesa di San Giorgio, ma la chiesa di san Giorgio restaurata, come don Angelo amava definire.

Rimaneva l’annoso problema di un oratorio che fosse funzionale ed all’altezza dei tempi. Nel 2000, proprio nei giorni dell’annunciarsi della sua malattia, mise in cantiere l’opera dedicandolo alla Beata Vergine del Carmelo. Il nuovo edificio fu reso disponibile  all’uso  nel 2004/2005 (Lit. 1100 mio).

Desiderò che nei luoghi dei nuovi insediamenti abitativo non mancassero simboli religiosi e cappelle votive, nel segno di una continuità con san Carlo Borromeo.

Pensò e fece realizzare la cappellina ubicata presso le case di Via Grandi, sul Viale della Rejna dedicandola alla Sacra Famiglia.   

(fonte immagine: fondazionedonangelocassani.it)

 

 

Articoli in primo piano

FESTE DI PAESE

Le feste religiose furono per molti anni l’occasione per frequentare i paesi vicini, nonché l’opportunità per i giovani e le giovani di conoscersi, con tutta la circospezione e la prudenza che le abitudini imponevano. Quando poi queste conoscenze furtive, per interessamento delle famiglie e con l’aiuto di un intermediario, sbocciavano in un matrimonio erano le famiglie intere che si spostavano di paese in occasione della festa patronale invitati dai parenti acquisiti, e se il tempo era propizio si imbandivano grandi tavolate sotto la pergola della vite, che solitamente copriva un fazzoletto di cortile davanti all’uscio della casa di ringhiera. La “Topia”, il pergolato aveva quindi la funzione di proteggere dal sole questi raduni. Il ricordo di queste tavolate imbandite nei cortili, alle quali sedevano ospiti anche i vicini di casa rappresenta sicuramente ancora oggi lo stimolo che  spinge a ritrovarsi convivialmente tante persone in occasioni particolari. Alla Madonna del Carmine, dopo la messa grande ci si riunisce sotto i pini del boschetto dell’Oratorio, così anche per San Rocco, quando la tradizione voleva che ci si trovasse sul sagrato, dove ai passanti veniva offerto anche del buon vino. Vi sono anche occasioni speciali di convivialità quali le ricorrenze per i nostri Sacerdoti le feste dell’Asilo o ricorrenze prettamente locali: la tavolata estiva degli abitanti delle vie Sabotino e Rossini, che nulla hanno da invidiare alle note tavolate delle contrade di Siena anche per l’andamento decisamente sinuoso della via ed alla festosità dei conviviali, o alla tavolata di ferragosto degli abitanti del Tougnon, forse uno dei più raccolti cortili dei nostro borgo che con le loro stornellate riescono a rallegrare anche fino al Caverzasca. Gran bel cortile, non per nulla  il Signor Panfili se ne accorse quando vi ambientò l’Ultima Cena della Passion dul Signur.  

Articoli in primo piano

Fragüj- Briciole (parte seconda)

(testi e ricerche di A. Carabelli)

L’è méj un bél andà che centu andemm: l’invito è ad essere decisi meglio muoversi piuttosto che continuare a ripetere che è ora di muoversi e rimanere poi fermi. La persona oggetto di tale  sollecito è il classico cagadübi dubbioso al punto da mostrare in volto una inequivocabile ed evidente espressione di sofferenza.

L’è un stamegna: si  dice così dell’avaro che si priva pure del necessario pur di risparmiare. Così il suo  volto si incartapecorisce e la sua pelle si fa secca e magra appunto come la stamegna; dal nome antico della tela cerata che in epoca medioevale sostituiva il vetro nella chiusura delle finestrelle delle chiese. Ma allo stamegna capitavano anche eccessi per i quali veniva debitamente punito, come quello da metig i ugiä’ verdi a l’asnin par fag mangià a paja, imporre occhiali verdi all’asino per fargli mangiare paglia e non fieno, ma il povero asinello sarebbe morto e il nostro avaro, punito, avrebbe perso l’asino.

L’è nasù in dul teren dul canufnato e cresciuto nel terreno dove si coltiva la canapa; un terreno molto ben ingrassato che permetteva la coltivazione della canapa usata come fibra tessile. In modo traslato perciò chi non badava a spese e si trattava troppo bene meritava tale attribuzione. Sicuramente il suo agire era l’opposto  di quello dell’avaro o stamegna.

L’uomo che si dava delle arie poteva essere definito un bauscia, ma tutto sommato buono anche se millantatore. Ben diverso dal Bauscion che è uno che si da troppa importanza, la met giò dura – la mette giù dura. Bauscin è invece il bavaglino.

In un modo di gente modesta, poteva capitare pure che qualcuno avesse fortuna in modo sfacciato. Pertanto costui  veniva additato come chi mettendo a covare dodici uova avrebbe sicuramente ottenuto 13 pulcini- d’una pitä’ da dudas oeuf al ga u tredas purasit.

L’è  un can sausç , viene indirizzato ad una persona che non si accontenta di una spiegazione qualsiasi, ma vuole vederci chiaro. Va  fino in fondo, un autentico cane segugio.

Furtunä’ me i can in gésa, si dice di un poveraccio  cui tocca la sorte  del  cane che inavvertitamente entrasse in chiesa, cioè pedate per scacciarlo.

Sciur – Signore identifica una persona cui si porta rispetto;  sciur curad- signor Parroco, sciur dutur- medico condotto, sciur sindig sindaco. Usato da solo l’è un sciur vuol dire persona ricca e rispettata; se si pronuncia allungando e trascinando  la u  sciuur vuol dire che tale persona è disprezzata. Il bustocco per tale soggetto usa il più significativo   sciuazzu.

Te set un fa faç-in dialetto veneto seto un faso tuto . Veniva così definito, dalle mamme, un ragazzo attivo capace di cimentarsi con maestria  in ogni lavoro richiesto dalla necessità di casa. E’ interessante rilevare come quel faç sia di diretta derivazione latina dai famosi imperativi irregolari dic, duc, fac e fer ( infiniti  dicere, ducere, facere, ferre).

Sempre in tema di sintassi, trovo interessante osservare come uno degli ostacoli alla corretta espressione italiana, per chi come noi parlava dialetto, fosse il corretto uso dei congiuntivi. In effetti chi, trovandosi a tradurre mentalmente dal dialetto una frase carica di congiuntivi, si fosse limitato ad una pedissequa traduzione avrebbe ottenuto un ottimo risultato. La  paura di sbagliare e di fare una figuraccia nei confronti del maestro  quasi sempre tradiva il malcapitato. Quanti errori blu e quante figuracce si sarebbero evitate; vogliamo una prova ?

Il congiuntivo cai vegnanvengano pure– veniva  timidamente tradotto  con un  venghino pure .

Nota è quella frase di un imbonitore da fiera che sollecitava il pubblico a pagare il biglietto per visitare il suo zoo ambulante al grido di :  venghino- venghino siori,   più gente entra più bestie si vedono “. Dallo sgrammaticato invito si poteva  altresì presumere che l’imbonitore, malignamente, annoverasse gli spettatori  tra le bestie .

Fa  tenerezza quel venghi pure che inequivocabilmente rivelava la fatica di parlare italiano con le persone ritenute più importanti. Infatti se avesse tradotto senza affanno quel  cal vegna che gli passava per la testa,  avrebbe potuto semplicemente  dire: venga.

Interessante analizzare la costruzione  della nostra frase dialettale.

Se consideriamo la risposta negativa alla domanda – Lo sai ?- essa  è al so nonon lo so –. Si noti che in italiano la negazione non sta  prima del verbo sapere  non so, così come nel latino ne scio – non so. Nella lingua tedesca invece la negazione sta dopo il verbo.  In tedesco ad una domanda  interrogativa si risponde negativamente con ich weiss nicht io so no (simile al  dialetto al so no) . Quindi la negazione nicht viene dopo il verbo wissensapere, così come avviene nel nostro dialetto. Tale modo di  costruzione della frase  potrebbe rilevare l’influenza della dominazione austriaca nella prima metà del 1800.

Sempre con riferimento al tedesco, si usa dire Sninzà un salam iniziare una filzetta di salame tagliandola a fette, da cui per trasposizione ora si dice: ho snizò vent euro e trovi pu nanca un ghell– ho appena cambiato un biglietto da venti euro e trovo in tasca manco un centesimo.

Sninzà  è in assonanza col tedesco Schneiden-tagliare

Ghell è il Geld tedesco, equivalente di moneta in spiccioli.

Articoli in primo piano

ALCUNI MODI DI DIRE

 

chi gà ul co’ la dùpera            chi ha testa la usi

 

l’e’ tème sciscià na zòcura    cosa sensa alcun gusto come

                                                   succhiare un pezzo di legno

 

bagna gio’ ca te fét tèra        si dice a chi si loda troppo

                                                  bagna giu’ perché fai polvere

 

quand che la mèrda la monta    si dice di chi indegnamente

a scàgn o che la spüza o che       occupa un posto senza averne

la fa dàgn                                      le qualita’ e se ne vanta.

                                                       (lett. quando la merda sale

                                                      in cattedra, o puzza o fa danni)

 

cure’ cure’ gént che la me       Fa riferimento all’uso 

dona la và in niént                   antico delle donne di vestire            

                                                     mutandoni, sottogonne, guardinfanti

                                                    e quando si svestivano non 

                                                   rimaneva quasi più niente

 

quèla végia la                        quella vecchina

la vuréva mai muri’            non voleva mai morire

parche’ nà séntiva              perche’ ogni giorno 

vüna nueva tücc i di’           ne sentiva una nuova

 

Sona l’Ave Maria, chi ghé        al suono dell’Ave Maria

in cà d’ältar l’è ura da             chi e’ ospite torni alla

andà via                                     propria casa

 

Sant Antoni da la barba         Santo Antonio dalla barba bianca 

Bianca fam trua’ quel            fammi ritrovare quello

ca ma manca                           che ho smarrito

 

Sant Antoni pien da virtu’      Santo Antonio pieno di virtu’ 

famm trua’ quel ch’ò perdu’     fammi trovare quello che ho perso

                                                       (giaculatoria che si usa recitare

                                                      quando si smarriscono le 

                                                      chiavi o gli occhiali o 

                                                     piccole cose dell’uso quotidiano

 

mazà la gént, fa via la név     ammazzare le persone, spalare

partagà i nus, l’é tütt               la neve, cogliere le noci a colpi

laurà fài par nagot                  di bastone, e’ tutto lavoro inutile

 

un nigutin d’or                  un niente, ma d’oro

 

al temp dul Carlo Cudiga         ci si riferisce agli anni

                                                     passati ai tempi del famoso

                                                     Carlo Cotenna

 

a mangià al  mangiota           quanto a mangiare mangia

al be’ al beota                          quanto al bere,beve

l’é a laura’                                ma e’ per lavorare

cal barbota                              che si rifiuta

 

a var puse’ na bona làpa        vale piu’ uno che sa parlare

che una bona sàpa                  di uno che sa lavorare

 

la catìva lavadéra la treuva      la cattiva lavandaia non

mai la bona préa                         trova mai l’asse giusto per lavare

 

lapis mucc fa sbégasc                matita senza punta fa svolazzi

 

quand al pieu gutàn i técc       quando piove i tetti sgocciolano

 

 

Articoli in primo piano

Le qualità e i difetti dell’uomo

l’ é bon me ul pan           uomo semplice

l’ é un pan d’anis            uomo pedante (come pane all’anice)

l’ e’ un balos                    uomo furbo

l’ e’ poc scrock                uomo poco furbo

l’ e’ indre’ da cutüra       uomo un po’ stupido

l’ e’ un pieucc quarantin  uomo avaro (pidocchioso)

l’ e’ propri un brau fieu    un bravo ragazzo

l’e’ vecc me ul cucu’          vecchio bacucco

l’e’ gnurant me un beu      e’ ignorante

l’e’ taiä giö’ cul fulciot       e’ poco raffinato

l’e’ rabiö’ me un copp         molto arrabbiato

l’e’ vält me un cagadu’        alto come una comoda

l’e’ vält me un panaon        alto come 

l’e’ fort me l’ase’                   forte come l’aceto

l’e’ cativ cume la pèsta        cattivo come la peste

l’e’ négar me un cruat         sporco come un croato

l’e’ négar me na sciavata    nero come una pantofola

l’e’ russ  me ul feug              rosso come il fuoco

peo’ me na bala da bigliärd    calvo

al va in piaza                       affetto da incipiente calvizie

al va counsont                     affetto da tubercolosi

mat me un caval                  balzano di umore

bianc me un strasc dul        bianco come un cencio

strémizi                                  per la paura

frécc me un bis                         freddo come una serpe

cunsciä’ me un sanquintin   conciato da far paura

l’e’ mèz in giésa                     con un piede nella fossa

l’e’ feu da sentiment             ha perso la ragione

al guärda in francia             e’ strabico

al ga na gamba zifulina      e’ zoppo

sturnu me na tapa              sordo come una talpa

stunò me na campana        stonato come una campana

rutond me un durdin       grasso come un tordo

grass men fatur                 grasso come un fattore

brütt mel cü                      brutto come il didietro

falsu me giüda                 bugiardo come Giuda 

cuntent me na Pascua   felice come una Pasqua

mägar me un picc           magro come un piccone

sécc me un ciöd                secco e magro come un chiodo

vönciu me un ratt            sporco come un topo

maserò me un purasin   bagnato come un pulcino

fat me l’acua                     insipido come l’acqua

dulzu me ul mél              dolce come il miele

ligér me na gala               leggero come una piuma

viscur me na quaia          in buna salute 

scür me la tana dul luf    scuro came la tana del lupo

giäldu me un pit               di pelle gialla come un peto

lisc me l’oli                        liscio come l’olio

san me un curài               sano come un corallo

cioc me na pita                 ubriaco come una chioccia

cäldu me a pìsa                caldo come la pipi’

grand e ciula                    grande e stupido

puse’ da burluna’ che da   grasso piu’ da far rotolare

camina’                                 che da camminare

salo’ me a brisa                  molto salato

piscinin brütt e cativ         piccolo brutto e cattivo

co’ da ravaton                     testa di ravizzone

co’ da risot                          capelli rossi

co’ da minin                       testa da gattino

co’ da légn                          testa dura di legno

co da muron                      testa dura di gelso

malcapazz                          testa matta ( latino: malus capitis) 

co’ güzz                               testa fine acuta

l’e’ un stamégna               avaro, rinsecchito come

                                            la carta cerata che sostituiva

                                           nei tempi antichi i vetri alle

                                           finestre 

 

Articoli in primo piano

OSSERVAZIONI e CURIOSITA’

l dialetto e’ fonte inesauribile di riflessioni anche importanti

 Ari Mortis  Ari vivis      Tali espressioni erano usate dai bambini 

 Ali Mortis  Ali vivis       nel corso dei loro giochi.per sospenderli                                                

                                          o per riprenderli. L’origine e’ latina

                                          da Alea Mortua e Alea Viva. Espressioni

                                          del gioco dei dadi (ALEA): Alea Mortua

                                          e’ il dado fermo, in tale periodo non 

                                          si possono fare puntate. Alea Viva e’

                                          il dado pronto per essere lanciato, in

                                          tale periodo si fanno le scommese

                                         (la tunica di Gesu’ in croce non fu

                                          divisa dai soldati che giocavano a 

                                          dadi ?).

 Murigeu                          Topolino  Dal Latino Mus Muris ( l’inglese diverrà mouse )

 

 Cunscrin                       Coscritto dal Latino Conscriptus  idem 

                                         Attualmente si dice Cuscritt. Ma cosi’ 

                                         si perde tutto il fascino della originale

                                        denomonazione

Mont Muscon            Monte Moscone loc.di Jerago dal latino

                                     Mons Muscosus  monte muschioso

 

Naranz                     Arancia dall’ arabo  persiano NARANG.

                                  Pronunziando solo aranz si perderebbe

                                  la storia dei primi abitanti della 

                                  pianura padana che provenivano dalla

                                 mezza luna fertile (medio Oriente)

Sanguiss                  Panino dall’inglese Sandwich (lord

                                inglese, che per la comodita’di 

                                rifocillarsi durante le battute di 

                                caccia aveva inventato il panino).

                                Nel nostro dialetto suona come qualche 

                               cosa di veramente appetitoso, come se 

                               in quel Sanguiss vi fosse anche il gusto

                               del sanguinolento intingolo di arrosto.

Forbal                   Calcio o Football inglese voi mettere 

                              come e’ piu’ espressivo in dialetto

Bolide                   Boiler o bollitore  come sopra

Lanternin            Lastra in fibra di cemento prodotta dalla

                              Eternit di Casale M.to che appunto gli da’

                              il nome Eternit non ha nessun significato

                              ed allora il nostro dialetto si inventa

                             un bel Lanternin,che e’ piu’ appropriato. 

                            Non ricorda forse la lanterna che sta in alto

                           sul tetto dei capannoni ?

 Santa Luzia l’e’ ul di’ pusé curt ca ga sia

 Santa Lucia il giorno piu’ corto che ci sia

E’ noto che il giorno, nel quale la illuminazione solare e’ la

piu’ breve nel corso dell’anno, e’ il 21 dicembre o solstizio

invernale e non il 13, cosi come farebbe credere il proverbio.

Mia nonna, quando sostenevo questo, si arrabbiava perché.

per lei, il giorno col di’ piu’ corto rimaneva il giorno

di Santa Lucia. Ma mia nonna, cosi’ come tutti i nostri

buoni vecchi, che parlavano il dialetto, attingeva la sua 

convinzione ad una remotissima tradizione astronomica popolare.

Si puo’ far risalire tale convinzione all’anno mille, sicuramente 

a molto prima della riforma del calendario giuliano, quando,                                                                                                     

per effetto della mancata correzione di alcuni sfasamenti tra anno

solare e civile il giorno del solstizio era venuto a coincidere 

col 13 dicembre dicembre. Fu appunto nel 1582 che Papa Gregorio XIII 

introdusse il suo calendario (l’attuale detto appunto gregoriano) e 

ordino che si passasse direttamente dal 4 ottobre 1582 a 15 ottobre 

con un salto di ben 10 giorni, rimettendo cosi’ le cose a posto.

Santa Lucia, cosi’ rimaneva solo la protrettrice della vista, dalle

dalla cecita’ e dall’incombente avanzare delle tenebre.

             

Pizeno’ ul ciär a Santa Luzia parche’la santa la ga da prutég a 

vista

Aspettate ad accendere la luce a Santa Lucia perché la santa

deve proteggere la vista.

Articoli in primo piano

Documentazione fotografica della Jerago dei primi del ‘900

Grazie ad una serie di cartoline degli inizi del XX secolo siamo in grado di mostrare alcuni scorci della Jerago di inizio ‘900. Si tratta di cartoline stampate da una tipografia di Cassano Magnago (Arti Grafiche Carlo Piantanida), perlopiù ad inizio degli anni ’10 del XX secolo.

Di seguito riportiamo didascalia e a seguire cartoline di pertinenza.

 

Industria Achille Rejna e fabbricati di pertinenza (Caserma e Casermette)

IMG_7739

IMG_7726

IMG_7725

IMG_7741

IMG_7724

Sede uffici comunali e scuole (costruzione ora demolita e rifatta ad uso abitativo e nuovi uffici comunali)

IMG_7740

Villa Pasta, poi rinominata in anni più recenti Villa Cova (dai più recenti proprietari) ed attuale sede del Municipio del Comune di Jerago con Orago

IMG_7737

Via Indipendenza

IMG_7731

Via Giulio Bianchi allo sbocco in piazza Vittorio Emanuele II (oggi piazza Mazzini)

IMG_7728-1

Piazza Vittorio Emanuele II (oggi piazza Mazzini)

IMG_7735

La Chiesa di San Giorgio con la piazza antistante

IMG_7727

La Chiesa di San Rocco

IMG_7732

La Chiesa di San Giacomo (nei dintorni del Castello Visconteo)

IMG_7738

Il Castello Visconteo

IMG_7729-1

IMG_7733

IMG_7736-1

IMG_7734-1

Villa cav. Zeni, primo sindaco del Comune di Jerago con Orago

IMG_7730

 

 

Articoli in primo piano

La Quaresima e la settimana Santa nel ricordo delle antiche tradizioni (pre Concilio Vaticano II)

(ricerche, segnalazioni e testi di Anselmo Carabelli ed Enrico Riganti)

Nel calendario delle ricorrenze religiose il giorno della Pasqua è mobile, poiche’ viene fissato alla domenica successiva al primo plenilunio dopo il 21 marzo. Cadrà quindi nel limite dei 35 giorni compresi fra il 22 marzo e il 25 aprile.  Il succedersi delle fasi lunari determina quindi il giorno di Pasqua. Anche la tradizione contadina fu legata alle lunazioni per la determinazione dei giorni favorevoli alla semina, o ad altre particolari attività agricole saranno legate alla Settimana Santa, come quella di imbottigliare il vino nuovo e quella di seminare le patate. Per questa variazione la S.Pasqua veniva detta dai vecchi PASQUA FIURIDA, quando era alta e la primavera precoce già esplosa nella fioritura degli alberi da frutto, o semplicemente PASQUA, quando era bassa. La nozione di Pasqua FIURIDA purtroppo si e’ persa, ma è uno dei tanti retaggi della dominazione spagnola del XVII^ sec. che chiama “Pascua florida” l’inizio della settimana santa e “Pascua de Navidad” l’Epifania, questo spiega perché i nonni la chiamassero “Pascueta”.      La Santa Pasqua viene preparata dal grande periodo penitenziale della Quaresima e preceduta dal Carnevale e dalla Geubia.  Sia Carnevale, (inizia a S.Stefano e termina con la Settimana Grassa), che la famosa “Geubia” (per le donne cade l’ultimo giovedì di gennaio e per gli uomini il giovedì grasso) non hanno nulla della tradizione religiosa anzi traggono la loro origine direttamente da una ritualità pagana e nel caso dalla “Geubia da riti Celtici”. Fu così, che prima che gli Oratori iniziassero le loro rappresentazioni carnevalesche, carri mascherati, rappresentazioni  teatrali, falò, le maschere furono guardate con una certa diffidenza. Indubbiamente questi travestimenti e questa libertà che alla maschera derivava dal suo anonimato dovevano mettere paura.I vecchi infatti raccomandavano di non fare entrare le maschere in casa o nella stalla. In un paese vicino infatti alcune maschere erano entrate in una stalla, avevano ballato in cerchio attorno ad uno di loro e si erano allontanate lasciandolo adagiato sul fieno. Quando poi quelli di casa trovandolo lì dormiente cercarono di svegliarlo al grido di “Sciura maschera, la sa meuva che i vost amis in già andai – Si svegli cara maschera che i vostri amici son già andati” ,scoprirono con raccapriccio che era cadavere.  A Jerago poi c’era un anziano che si combinava vestito da mascherina e con la stoppia di canapa si faceva capelli e barba finti, ma un carnevale non gli andò nel giusto verso, perche’ i Riganti della Piazza, poco tolleranti di questi travestimenti primi fra tutti la zia Angiolina, fecero segno ai ragazzi che lo seguivano di accendere quei capelli, il malcapitato li buttò via, uscì dal suo anonimato e non lo si vide mai più così “Vesti’ da Mascura”. Nella settimana grassa i ragazzi si travestivano in maniera differente, al giovedì si vestivano da sposi, al venerdì da “ Magnan” cioe’ da stagnini e spazzacamini con la faccia “Tencia” unta di nero e di grasso, magari servendosi all’uopo di un tappo di sughero precedentemete annerito sulla fiamma di una candela, al sabato poi ci si travestiva in tutti i modi. Gli anziani invece, e qui andiamo a prima del novecento usavano “Brusa’ ul Carnevol” sulla collina dei ronchetti, mentre tutto il paese si radunava per vedere il falò tra il Tougnon e quello che oggi è l’Auditorium. Gli uomini avevano precedentemente preparato un assito piantato su quattro pali  sul quale ponevano le stoppie e le ramaglie frutto della pulizia del bosco. Al suono delle campane della benezione serale, si accendeva questo grandissimo falò che poteva essere visto da tutto il circondario.  Proprio per quella grande paura che la gente abusasse della libertà del carnevale date le sue origini pagane la pieve di Gallarate celebrava in Basilica le Quarantore alla Domenica Grassa e a Jerago le sere di Giovedì, Venerdì e Sabato Grassi si faceva il triduo di riparazione, S.Rosario e Benedizione Eucaristica. Capitava poi che alla  mattina della prima Domenica di Quaresima, qualche nottambulo reduce dal Veglione, perso per la piazza e un po’ alticcio aiutasse il sacrista a suonare le campane per la Prima S.Messa della mattina. Il nostro sacrista ripeteva cosi’ il gesto di S.Carlo che molti anni prima, ma nella stessa circostanza si affacciava alla porta del Duomo per mandar via le maschere ritardatarie. Iniziava il periodo della Quaresima, non si imponevano le Ceneri, perche nel nostro rito ambrosiano il gesto veniva rimandato alla mattina del primo giorno delle Litanie Minori o Rogazioni, che cadevano dopo l’Ascensione.  La Quaresima era tutta di magro e digiuno così come lo erano le S.Tempora, tutti i Venerdì e Sabati e le Vigilie.  I fedeli si accostavano all’ascolto del quaresimale che si tenevano in chiesa al Venerdì sera e alla domenica pomeriggio.  I Venerdì di quaresima sono ferie aliturgiche, cioe’ giornate nelle quali non si celebra la S.Messa. In Chiesa si medita seguendo le stazioni della via Crucis. Il Papa Pio VII compone nel suo esilio Avignonese una giaculatoria “Faites, oh Mere de douleurs, Que le plaies du Sauveur ,Se gravent dans mon Coeur”, preghiera che verra’ diffusa dai padri Carmelitani Scalzi di Milano nel 1815  e che guiderà sempre la pia pratica della Via Crucis con il noto “Fate o Madre Dolorosa che le piaghe del Signore siano impresse nel Mio Cuore”. Il periodo penitenziale nel quale sono vietale le nozze e i fidanzati per rispetto non fanno visita alla fidanzata si interrompe solo per San Giuseppe e per il giorno della Annunciazione a Maria.

In tali giorni si interrompe anche il digiuno si fa grande festa soprattutto a San Giuseppe si confezionano i “Turtei e i Ciaciar”. Infatti il digiuno stretto impediva di mangiare le uova e l’interruzione a san Giuseppe permetteva di usarne un po’. Caduto il divieto in questo secolo e pero’ rimasta la tradizione dei dolci fatti con pastella di uova. In quaresima era obbligo di coprire le immagini dei Santi e la Statua della Madonna con Velari di colore morello. Fu cosi’ che si ricorda che la sorella del Parroco Nebuloni, avendo ricevuto una grazia pensò di far decorare la statua della Madonna del Carmine approfittando del periodo quaresimale onde tutelare il segreto.  La statua, quella stessa di recente restaurata e posta in San Rocco, fu così portata a Busto da un famoso decoratore. Era così bella, la nostra Madonna che l’artista bustocco non poté trattenersi dall’esporla in vetrina. Proprio lì la riconobbe il signor Pasquale Riganti papà del pittore Ambrogio, allarmato portò la notizia in paese che per tutto il tempo quaresimale paventò un grave e sacrilego furto, ma non si poteva verificare. Solo a Pasqua gli jeraghesi poterono riprendere un sospiro di sollievo, ritrovando allo scoprire del velario la loro protettrice ancora più bella e materna.

I RITI DELLA SETTIMANA SANTA :

DOMENICA DELLE PALME

Benedizione degli Ulivi alla 2° Messa delle h. 9 . Solo i Confratelli ricevevano l’ulivo, poi si disponevano in processione per il giro della piazza. Ritornati in Chiesa, iniziava la S . Messa. L’ulivo benedetto veniva portato in ogni famiglia, dove lo si conservava e lo si bruciava all’appropinquarsi di temporali violenti. Nella stessa domenica si adempieva al precetto pasquale con un triduo di predicazioni tenute da un venerando padre Cappuccino . Si ritirava un santinun’ immagine per ricordo.

Lunedì- Martedì – Mercoledì santi

Prima della S. Messa si recitavano i 7 Salmi Penitenziali.

Giovedì Santo

-h. 5.30 a.m. S. Messa in Coena Domini e riposizione del S.S. Sacramento allo Scüreuscurolo. I confratelli accompagnavano il Santissimo alla Cappella di San Antonio e successivamente a quella di San Carlo col baldacchino piccolo e ceri.

-h 20 processione con la S. Croce per il Giro di S. Rocco e cappella della Deposizione di casa Pagani detta l’Addolorata. Il Baldacchino era preceduto dalla Banda, le Confraternite con i ceri accesi. Era così fitto il buio delle vie che era necessario illuminare  con candele gli spartiti dei musicanti. Nello stesso giorno fu devozione che alcuni jeraghesi si recassero a Como[1], prima a piedi, poi  recentemente col  treno via Varese-Ferrovie Nord / Como Nord, per assistere alla famosa processione del Santo Crocifisso. Si approfittava di quella visita a Como per acquistare la speciale carta azzurra indispensabile per  l’allevamento dei bachi da seta.

Venerdì Santo

-h 5.30 Lettura del Passio con  predica sulla passione. Poi si “scendeva” il Crocifisso dal Pulpito per l’adorazione della S. Croce, col rito delle tre genuflessioni. Il Crocifisso veniva adagiato su di un tavolo sul fondo della Chiesa per il bacio dei fedeli. Era tradizione, con il bacio al Salvatore, offrire uova di gallina  da posare in una cesta ai piedi del  Crocifisso. Dopo la lettura del Passio le Campane venivano legate– non suoneranno più sino al Momento dell ’Annunzio della Resurrezione.

-h 20 in Chiesa, Via Crucis, solenne, il Coro eseguiva lo Stabat mater, composto da Don Massimo Cervini con accompagnamento dell’organo, che ne esaltava la drammaticità.

Con le campane legate e mute, i fedeli erano avvertiti dell’inizio delle funzioni religiose dal sacrestano e dai chierichetti che facevano il giro del paese, in bicicletta facendo gracchiare una  “Raganella”, dall’inconfondibile, caratteristico suono.

Sabato  santo

-h 5.15 a.m. Si inizia con la benedizione del fuoco nuovo cui seguono: la processione col Cero che simboleggia Cristo dove si configgono i 5 grani di incenso, la lettura dell’Exultet, la benedizione dell’acqua e l’Annunzio solenne della Resurrezione, in un tripudio di campanelle e campane che segretamente, tutti si erano portate da casa. I bambini poi, nonostante la levataccia quasi non dormivano dalla paura di non poter partecipare  alla scampanellata. Le campane sciolte avrebbero contemporaneamente dato l’annuncio a tutta la popolazione della Resurrezione di Cristo. I campanari nell’attesa di liberare le corde, stavano attenti a rispettare le precedenze, ad esempio non doveva capitare che quelli di Cavaria suonassero le campane prima di noi, ma noi le dovevamo suonare dopo quelli di Solbiate.

Nella giornata si poteva attingere l’acqua benedetta dal mastello presso il fonte battesimale, da conservare a casa e versare nell’acuasantin, che non mancava mai nelle camere matrimoniali dei fedeli. Don Luigi Mauri cercò di reintrodurre la devozione di portare l’acqua benedetta nelle case.

Pasqua– Messa solenne cantata con la partecipazione di tutta la Popolazione.

Lunedì dell’Angelo– Si andava a Cedrate dove si festeggiava il Crocifisso. Era la festa del Crocifisso di Cedrate.

A tavola si servivano Ciap e Salatin uova sode e valeriana di prato

 

Articoli in primo piano

Presentazione al pubblico del libro di Anselmo Carabelli con Enrico Riganti “Le ricette della Nonna”

 

Il video presenta degli estratti della presentazione al pubblico del libro di Anselmo Carabelli con Enrico Riganti “Le ricette della nonna – cucina, usi, espressioni, attività, feste religiose – nella vita di un borgo dell’alto milanese tra il 1800 e il 1940” svoltasi nell’ottobre del 2000 presso il teatro Auditorium di Jerago (VA). Introduce il prof. Franco Delpini alla presenza dell’assessore alla cultura del Comune di Jerago, prof.sa Patrizia Panzeri. Intervengono il parroco pro tempore Rev. don Angelo Cassani e gli autori: dott. Anselmo Carabelli con il sig. Enrico Riganti.

Nota dell’editore: Ci scusiamo per la qualità delle immagini, del tutto amatoriali e commisurate ai poveri mezzi tecnologici dell’anno 2000. Il video è infatti un riversamento digitale da telecamera VHS-C.

Dei Vigneur

 

Volantino corretto

Articoli in primo piano

Pan Buter e Zucur – Pane burro e Zucchero (ripresa)

Continuando le riflessioni sul tanto aborrito burro non si puo’ non ricordare che Pan Buter e Zucur era una delle merende piu’ gradite ai bambini. Per essi la nonna tagliava in due una michetta la spalmava di burro e la sfarinava di zucchero e dopo aver riunito le due meta’ amorevolmente la consegnava ai nipoti, i quali via.. che fuggivano nei prati fin quasi ai boschi riunendosi agli altri amici. Ecco oggi tale merenda mancherebbe di un elemento indispensabile, i prati in considerazione della frenesia con la quale vengono impreziositi da palazzi.!!  , chissà forse che nei sogni infantili dei  nostri operatori  edili vi fossero tante New York? Il burro comunque veniva prodotto in casa scremando il latte dalla calderina, che tutte le sere si andava a ritirare presso i contadini che ancora avevano la stalla. La crema o panna veniva conservata prima in cantina e poi nei primi Frigidair dentro una scodella, che piena veniva versata in un fiasco da vino spagliato. Chiuso poi con un tappo, il fiasco veniva agitato con forza per una decina di minuti, fino a quando la massa del burro si fosse separata dal cosiddetto lacett. L’operazione in tempi piu’ remoti si effettuava con la famosa Penagia o Zangola. A separazione avvenuta, si rovesciava il contenuto in una marmitta e con l’aiuto di un cucchiaio si compattava il burro che si presentava tutto come un ammasso di chicchi di riso stracotti, veniva lavato con acqua corrente.

Il suo colore variava  secondo le stagioni, da bianco a giallo avorio, i piu’ raffinati lo comprimevano in forme di legno per formare “Ul Panell” o piccolo pane. Nella economia familiare la pratica di preparare il burro dal latte munto della propria vacca era assai diffusa. Infatti tutti avevano una stalla nella quale si contavano una o piu’ vacche. Quindi anche questa pratica  evidenzia una tecnica di sopravvivenza che vedeva  la masera al centro della vita di famiglia.  Essa sovraintendeva al fuoco e fuochi appunto venivano indicate anticamente le famiglie, che in effetti erano l’insieme di più nuclei ai quali sovraintendeva il vecchio, patriarca che prende il nome di “Pa’ Grand la cui moglie e’ la Masera O GRANDE MAMMA. L’anziano era il tutore della dignita’ della famiglia e non mancava di trasmettere la sua saggezza ai figli e ai nipoti quando nelle lunghe giornate invernali  si indugiava  volentieri attorno al fuoco che ardeva nel grande camino della cucina. Ecco perche’ le antiche ricette, dalla Cazeula alla carne e patate ai Bruscitt, sono ricette di lunga cottura, perche’  venivano cucinate sopra quella stessa fiamma che serviva a riscaldare l’unico ambiente caldo sorvegliate dalle donne, mentre confezionavano i famosi indumenti di lana “Scalfitt – calzettoni, Scialitt – Scialletti, che dovevano servire per i rigori dell’inverno.  Non era raro vedere in quelle cucine, anche approntato il letto per la persona malata, e forse moribonda, perche’ cosi’ poteva essere meglio seguita nel mentre si accudiva alle faccende domestiche. E anche la malattia e la morte in quella società che ci siamo lasciata alle spalle, non era un qualcosa di incomprensibile, da rimuovere lasciandola agli addetti ai lavori, fino a negare ,come avviene oggi, per chi muore all’Ospedale, di ritornare per una notte ancora nella sua abitazione, era invece qualcosa di naturale, vissuta sempre con grande dignità fede e partecipazione spontanea dei familiari e dei vicini.

Ma se vogliamo ancora andare molto indietro nel tempo dobbiamo ricordare, che il burro rappresenta un po’ lo scontro fra le due civilta’: quella mediterranea dell’olivo del pesce tipicamente classica e quella della carne e delle pelli definita celtica e barbara. Fu anche nelle nostre zone che si stabilirono dei contatti fra queste civiltà ed anche degli scontri. Sesto Calende da sempre fu il porto fluviale che permise agli Etruschi di arrivare fin qui Via Po e Ticino e prendere contatti con le genti che già usavano il Lago Maggiore come semplificazione alle vie delle Alpi tramite la Piana di Magadino e i Passi quali il Lucomagno che permettevano il facile accesso alle vie d’Oltralpe verso Coira e il lago di Costanza. Le nostre zone hanno rappresentato nel periodo iniziale della espansione romana, fin dal 200 A.C. zone di confine e di presenza militare forte in un territorio, quello gallico insubre, che doveva essere ostile a Roma. Non dimentichiamo, che Annibale, mosse proprio verso queste zone contando sull’aiuto delle popolazioni galliche locali, dalle quali esso aveva tratto molti dei suoi uomini, gente rude, che avvezza ai rigori di queste latitudini poté affrontare quell’attraversamento delle Alpi, si ritiene lungo la direttrice della valle d’Isere – Monginevro o Piccolo San Bernardo, attraverso passi che comunque dovevano già, essere noti. Infatti le popolazioni celtiche locali erano di ceppo ispanico come bene hanno cercato di dimostrare studi di archeologia linguistica. Pertanto se i Romani tendevano ad essere attestati su Piacenza al disotto della linea rappresentata dal Po, tutti gli altri si troveranno nella zona che essi chiameranno poi Transpadania e per la quale ci vorranno circa 150 anni per renderla praticamente integrata con Roma, data la fiera indipendenza di queste popolazioni. Le quali si troveranno anche alleate con Roma per necessità, ma pronte a cambiare alleanza come nel caso di Annibale, il quale, vinto Scipione al Ticino, poté contare immediatamente sulla alleanza gallo-insubre. Questa insofferenza alla fedeltà dei patti dovette apparire alla strategia romana come un punto di debolezza per Roma nelle sue politiche di alleanza, dai cui discese, la necessità, di una presenza forte di Roma in queste zone, specialmente dopo il 197 quando il console C.M. Marcello riconquistò le terre insubri alla inflenza romana dopo la vittoria di Clastidium – Casteggio in Lomellina, alla quale il poeta Nevio dedicherà appunto la sua unica tragedia. La mancanza di una precedente presenza forte, comportò per Roma l’inizio appunto della disastrosa discesa in Italia di Annibale il quale scorazzò in lungo e in largo per tutta l’Italia, causando grandissimi disastri a Roma e infiniti lutti.  Da allora solo in occasione della calata dei Cimbri intorno al 100 si verificò qualcosa di simile, ma il grande Caio Mario non si fece trovare impreparato e questi furono fermati a Vercellae – Vercelli Campi Raudi.

Nacque forse allora quel complesso di fortificazioni, limen appunto, che sarà presente almeno fino al V^ sec e DEL QUALE LA PIANA DELLA VOLPINA E APPUNTO UN ESEMPIO.

Articoli in primo piano

A nostra Festa – La festa della Madonna del Carmine

(Anselmo Carabelli  – Enrico Riganti)

La festa del Carmine, da sempre celebrata la 3^ domenica di luglio, richiamava dai paesi vicini folle di fedeli, avvisati dallo sparo del mortaio a mezzogiorno della Vigilia e dal “concerto grosso” di campane che si ripeteva per un’ora tutte le sere della Novena.  Si tramanda che le nostre campane e il campanone in ispecie, quando il silenzio calava sulla notte, si potessero udire “fina ai cinq strä da Büsti” (Cinque ponti di Busto). Maestri di concerto furono i mai dimenticati Sacrista (Sacrestani): gli Alabardi padre e figlio, i Riganti, i Pigni., ul Valentin. Questi erano coadiuvati da uno stuolo di volonterosi che, stipati nell’angusta cella del Campanile, erano lesti a mollar le corde delle campane in bandiera, al secco comando di : Prima, segunda, terza, quärta.. a riprenderle più volte per lasciarle poi a distesa all’ordine finale; quando potevi apprezzare tutta la bravura nella attesa “Buciäda” della terza sulla quinta. Sotto nella piazza, sedute su sgabelli, le nonne coi nipotini a saltare ritmicamente sulle ginocchia al tocco dei:

“Din don, dendoon dendoon….mentre i più grandi in assonanza ripetevano scherzando: ”Tri donn. Tri donn, senz’omm senz’om… “.  Fu nel 1866, per una scampanata più solenne, che il grosso Batan (Battacchio) della quinta la Crepo’ irrimediabilmente. L’allora Parroco Don Maroni la fece cosi’ rifondere a sue spese e con gentile gesto le nostre bisnonne vollero che i so furzelin e i cuazz d’argent, fossero fuse nella nuova lega per impreziosirne il suono. Esse con grande sacrificio donarono per quella necessità i famosi spilloni a raggiera coi quali illeggiadrivano l’acconciatura dei giorni importanti, come tante Lucie manzoniane ; gioielli che, con l’abito lungo di seta nera, ricordavano in modo imperituro la raggiunta dignita’ muliebre nel giorno delle nozze.  Per tutte le sere della Nuena da a Madona: Santo Rosario, sermone di un venerando Padre Cappuccino con barba “parche’ l’e’ a bärba ca fa a predica”, benedizione e canto mariano cui partecipavano tutte le famiglie, ma con particolare devozione gli uomini, i quali non avevano alcuna difficoltà a manifestare quella “Fédascia” che, tra l’altro, quotidianamente al segno della ave Maria o dell’Angelus, ovunque si trovassero faceva loro scoprire il capo e rivolgere una orazione verso la Croce del campanile. Tutti i giovani erano impazienti che la “Funzione” terminasse per correre a vedere i preparativi dei Cuscritt i ragazzi di leva che, sotto il vigile indirizzo dell’anziano maistar, dovevano individuare nella rizäa (selciato) i segni dei fori dell’anno precedente, riaprirli con  gugia e picc, infilarvi e bloccare nuovamente i pali di legno. Fissati i primi agli anelli della facciata della Chiesa Vecchia, tutti gli altri uniti a due a due con una Cudaghéta (staggia), venivano formandosi in lunga serie di archi per tutto il percorso della Processione. Su questi, grazie a un carro speciale, le ragazze potevano dipanare e fissare la tela, che ci si era premurati di affittare in pezze, dal tintore Poldo Sacconaghi della Cavaria. Attraverso le piazze San Giorgio e Vittorio Emanuele (Mazzini) nasceva un lungo tunnel di stoffa, addobbato con Sandalin bianc e ross messe di traverso e drappi di pizzo a coprire i pali, secondo l’uso dei Paradur da Büsti, qui chiamati per la bisogna.  Una galleria con tante quinte in corrispondenza dei drappeggi dei pali, che si aprivano sui bellissimi pergolati prospicienti le case delle due  piazze, delle quali oggi la Topia del Bar Italia é l’ultima superstite. Questa, in piazza Vittorio segnava tutto il lungo lato dell’Aia, sulla quale era appena stato trebbiato il grano, e ciò con evidente simbolo, perché la Vergine passando vi estendesse la sua materna protezione.

Un’altra squadra di uomini, stava allestendo la “Funtana” opera floreale del Sig. Dionigi Cassani (papa’ del Pepinetu, del Mili Ross, della nonna Richeta e del padre del Romildo) che, grazie alla sua valentia di giardiniere del Castello li’ dove ora c’è lo spartitraffico rotondo, costruiva una stupenda aiuola di vasi di fiori, piante ornamentali e zolle di prato inglese, al cui centro avrebbe buttato un alto zampillo di freschissima acqua in guisa di fontana. Questa meraviglia idraulica, in epoca nella quale la corrente elettrica e l’acqua centralizzata rappresentavano ancora curiosità da fiera, erano consentite dall’ingegno dei nostri bravi ”Faré” che installavano un tubo di ferro giuntato a fasce ribadite, dallo zampillo della fontana fino al cortile della casa del “Firmin “ (latteria), lo nascondevano sotto il selciato e lo alimentavano con una pompa a mano tipo “Feurwehr” prodotta dalle locali officine Sessa. Per l’acqua si provvedeva con un tino riempito con l’acqua del pozzo o in carenza con quella dell ”Arnetta” che si andava a prendere con una “Bonza” (carro trasporto liquami). Si poteva dire che ormai tutto fosse pronto per la Festa ad eccezione dell’Infiuräda del percorso cui le donne e le ragazze si sarebbero impegnate solo nell’imminenza della processione.  La tradizione metereologica popolare voleva che il momento del trasporto del simulacro della Vergine dall’altare laterale al tronetto frontale, già di sabato, coincidesse col primo grande acquazzone estivo, atteso e temuto mitigatore della calura di quei giorni. Era cosi’ che quelli di Albizzate affermavano di venire alla festa di Jerago ”par teu l’acua” e quelli di Orago per antica ruggine campanilistica nei confronti degli jeraghesi e non certo per irriverenza alla Vergine, paragonavano la nostra Madonna “a na lavandéra che quand la sa sposta la bagna gio’ par tèra”. La mattina della Domenica era totale la partecipazione alla “Mésa Granda” concelebrata dal Parroco e dai Sacerdoti dei paesi vicini, i piu’ giovani dei quali, solitamente favoriti da una bella voce tonante e intonata, nella funzione di Diacono e Suddiacono cantavano mirabilmente dall’ambone “Coram Populo” l’Epistola e il Vangelo in Latino. La “ Canturia “ non era da meno nell’esecuzione a più voci e organo del Credo, del Sanctus, del Pater e, dopo la S. Comunione, dell’inno finale.  Il Parroco Presidente data la benedizione scioglieva la assemblea con l’invito al Vespero. Si usciva accalcandosi verso il portone spalancato, nella nebbiolina dell’incenso sparso in una esplosione di suono d’organo lanciato nei registri piu’ alti. Nel sagrato si trasaliva allo sparo del Mortaio di Mezzodi’ subito tranquillizzati dal dolce  Carillon delle campane, che l’addetto salito fino in cima al castello, aveva provveduto a legare, per trarne, coi battacchi usati a martello, allegri motivetti sull’aria di inni religiosi, ma anche civili, come quel “Garibaldi fu ferito” che in epoca di odi massonici non doveva certo piacere ai fedeli più intransigenti, ma aveva dalla sua il merito di essere completo su sole cinque note, tante quante le nostre campane. E poiché come si diceva: “tucc i Salmi finisan in Gloria”, ci si poteva finalmente dedicare anche al pranzo. I Sacerdoti foresti, le autorità’ civili, un rappresentante dei Fabbricieri e l’Organista erano invitati in Canonica, ospiti del Sig. Parroco e con grande preoccupazione della perpetua, generalmente la sorella, “tuta in truscia”  tutta indaffarata perche’ non si facesse brutta figura ne’ in cucina che nel servizio. I fedeli festeggiavano nelle loro case dove sotto il pergolato era stata preparata la tavolata alla quale ci si faceva punto di orgoglio nell’invitare anche i parenti di fuori paese,  memori del fatto che molte di quelle parentele erano nate proprio in occasioni simili.

Come sempre il pranzo iniziava col Risott al zafranc, per preparare il quale si era uccisa una gallina, cosa che segnatamente nobilitava la festa, se era vero che “Via da Natal e San Giorg quand sa maza a galina ,o ca ghe malo’ a galina o ca ghe malo’ ul paisan. (Se si esclude Natale o San Giorgio, quando si ammazza la gallina vuol dire che e’ ammalata la gallina o e ammalato il contadino). La varietà e l’abbondanza delle portate erano poi a misura delle possibilità dell’ospite e i fiaschi di scorta tenuti in fresco calandoli nel pozzo. Il pranzo si chiudeva col rituale del ”Breud e Vin”, sorbendo una tazzina di brodo caldo nel quale veniva schizzato vino rosso per digerire o come si diceva allora “par murisna’ ul stomig”. L’uso era bustocco, ma chiaro retaggio della dominazione spagnola che offre la “Sopa de Aves con Heres”.

Articoli in primo piano

I Santi dei mesi invernali nel ricordo delle antiche tradizioni

(ricerche e segnalazioni Enrico Riganti – Testi di Anselmo Carabelli ed Enrico Riganti)

Con queste pagine desideriamo affidare ad uno scritto le memorie di antiche tradizioni locali sempre imperniate attorno alle ricorrenze religiose. Sono interessanti anche le evidenziazioni delle feste patronali dei paesi circonvicini: infatti esse rappresentavano l’opportunità per incontri fra persone diverse, altrimenti impossibili e per molti anni anche l’occasione di trovare l’anima gemella.

1° Gennaio – Circoncisione di N.S.Gesu’

            E’ festa ad Albusciago (Gesu’ Bamben d’Albusciäg) Grande era la partecipazione   di Jeraghesi a quella festa. Essi andavano al seguito della Banda che vi era sempre invitata. Ad Albusciago si comperavano agrumi e dolci da regalare ai bimbi per  l’Epifania ( Par fa i Rémäg).

6  Gennaio-  Epifania di N.S.Gesu’ -Pasquéta

            In chiesa si dà solenne notizia della data della prossima  Santa Pasqua.  A Orago si celebravano le S. Quarantore a riparazione del sacrilegio consumato la notte sul 7 gennaio 1897 nella parrocchiale di S. Giovanni.

            I Re Magi portano i doni ai bambini.

            PROVERBIO : Pasquéta un’uréta Per l’Epifania il di’ si e’ allungato di un’ora (per   di’ si intende la parte del giorno illuminata dal sole).

17 Gennaio-  S. Antonio Abate.

           Si esponeva il quadro del Santo sull’altare maggiore e la reliquia. S. Messa in canto, alla sera S. Benedizione. Alla domenica successiva si benedicevano gli animali. Nelle case si mangiava la Pulenta Cumedä  fatta per tempo e rappresa, tagliata poi a fette e deposta  in una casseruola in strati intercalati con formaggio e altri condimenti tipo lasagne. Doveva essere cotta rigorosamente sulla stufa, non nel forno. Era infatti comune convinzione che per il giorno di Sant’Antonio non si dovesse usare il forno. Si sosteneva che chi lo aveva fatto, con grandissimo spavento, avesse visto una fiamma uscire dal forno della stufa, fare il giro del fienile e tornare nel forno. Similmente nelle officine non si accendeva la luce e si rientrava dal lavoro, anticipatamente, prima che facesse buio.

           PROVERBIOSant’ Antoni da la bärba bianca fam trua’ quel ca ma manca – lo recitano le persone sbadate.

20 gennaio San Sebastiano

          Non aveva una particolare ricorrenza ma é noto perché : A San Sebastian i tusan a gan ul mus long cume quel d’un can. Con particolare riferimento al broncio delle ragazze in età da marito che ancora non avevano il moroso. Si diceva infatti che le ragazze, che per San Sebastiano avevano il fidanzato, si sarebbero sposate nell’anno, le altre no. Nei luoghi di lavoro queste ultime erano oggetto degli scherzi dei colleghi e delle colleghe anziane.

21 gennaio Santa Agnese

                        La festa veniva celebrata alla domenica con la Comunione generale della gioventù femminile. Esposizione della statua e della reliquia sotto il pulpito. La S. Messa accompagnata dai canti delle ragazze dell’oratorio femminile.

                        Pomeriggio recita all’oratorio femminile.

                        PROVERBIO: A Sant’Agnésa a cur la luserta su la scesa – Si vedono le prime lucertole ai primi timidi raggi di sole.

31 gennaio  San Giovanni Bosco

                        Festa delle Suore con S.Messa all’Asilo. Grande festa fra i cooperatori.

2 febbraio CANDELORA: Scirieula Ceriola,

                    Anticamente fu festa di precetto non lavorativa, Festa di Valdarno. In Chiesa, veniva posto vicino al presbiterio un tavolino con pacchi di candele nuove delle varie misure che dovevano servire ad illuminare la Chiesa nel corso dell’anno. Ai lati della navata due ceste contenevano le candele delle confraternite che, benedette dal Parroco prima della S. Messa, venivano poi accese dai Confratelli al Vangelo. Il Parroco al termine della S. Messa, consegnava ai Priori una candela fiorata. Con don Luigi Mauri si introdusse la piccola processione con candele accese, che poi venivano distribuite alle famiglie.

                     PROVERBIO: A Scirieula… Seren serenell de l’invernu sem dentar al pu bell nevur nevureu del invern sem feu.

3 Febbraio San Biagio- San Biäs al benediss la gura e ul nos.

                      Santa messa distinta con benedizione del pane. I contadini portavano anche il sale che poi avrebbero dato alle bestie. Dopo la santa Messa bacio delle candele, benedette il giorno prima e legate con nastro rosso nel ricordo del martirio del Santo. Se ci e’ permessa una osservazione, alla benedizione dell’umile e indispensabile pane oggi si e’ sostituita quella del panettone.

                      In questi giorni infatti le multinazionali dei dolciumi, per disfarsi  delle altrimenti invendibili scorte, praticano il 4×2, ma non è più la stessa cosa.

5 Febbraio S.Agata  Festa di Santa Agata a Monte festa delle donne.

                    A questo punto sia consentito a chi scrive, i cui cognomi CARABELLI e    RIGANTI chiaramente indicano la terre di origine, ricordare la grande festa della nostra piccola comunità di solbiatesi trapiantati in Jerago in onore della grande Patrona di Monte. Par ancora di rivedere l’Ambrusina dul Fra Riganti vedova di guerra 15/18 Jelmini, che per moltissimi anni passò di casa in casa a raccogliere l’offerta che poi avrebbe versato alla parrocchia dicendo “Ghe’ rivo’ la Santa Ägata“. Ed era sempre ben accolta l’Ambrosina, perche’ con la intercessione di Sant’Agata, le famiglie erano solite chiedere la grazia di un buon parto per le gestanti, e tanto latte per le puerpere. In Chiesa il Parroco faceva esporre il quadro della santa e la reliquia, l’offerta di quel giorno serviva per le candele votive alla Santa. Molte donne in dolce attesa, per implorare la grazia si recavano alla chiesa di Monte e il tempo spesso inclemente costringeva anche alla sosta nella vicina accogliente  osteria per gustare la Buseca o la cazeula Per molti, questo pellegrinaggio, di una giovane prossima mamma, a piedi nel freddo, accompagnata dal marito amorevole, non doveva apparire poi cosi’ dissimile dal viaggio di Maria e Giuseppe a Betlemme.

Articoli in primo piano

La festa di S.Agata e i Pellegrinaggi della nostra Parrocchia

(di Anselmo CARABELLI)

Il giorno 5 febbraio fu tradizione della nostra parrocchia, almeno fin verso la fine degli anni 50, distingure con una speciale partecipazione di fedeli, la ricorrenza di Santa Agata. Il Parroco faceva esporre il quadro della Santa e la reliquia durante la S.Messa. Infatti ci si ricordava ancora di quando, le donne in dolce attesa, si recavano a Monte (fraz, di Solbiate Arno) per implorare la intercessione della santa, cui appunto era dedicata la chiesa di Monte, per un buon parto e per tanto latte per le puerpere. I mariti accompagnavano le mogli ed era anche tradizione dopo aver assistito alla S. Messa di rifocillarsi presso la vicina accogliente osteria. Si dice dato i rigori del periodo e la fatica del cammino fosse d’obbligo consumare una fumante e squisita “Cazzeula”. Di questa tradizione rimase la raccolta di una offerta che l’Ambrosina dul Fra, faceva di casa in casa e poi dava alla Parrocchia per le candele votive. Anche se la scienza medica e il latte in polvere avevano rimossa la paura propria degli anni precedenti, e’ sempre rimasto nella popolazione il desiderio del ringraziamento e della gratitudine.

IMG_4563

Lo studio delle mete dei pellegrinaggi permette di capire come la vita della comunità e delle singole famiglie fosse sempre legata ad un luogo sacro. E questo fu il frutto dell’insegnamento dei Vescovi. Infatti il cristiano da sempre considerato in viaggio verso il raggiungimento della meta eterna, si é misurato in antico col raggiungimento delle mete di Gerusalemme e di Roma. Ecco allora lo studio delle vie antiche. I famosi Valichi alpini del San Gottardo, del San Bernardino, di San Giacomo, per limitarci a quelli piu’ vicini a noi,  praticati, naturalmente con nomi diversi, dall’antichità sono stati i valichi percorsi dai nostri evangelizzatori. Sembra strano, ma essi furono monaci irlandesi, che seguendo le vie romane ormai impraticabili per la frantumazione dell’impero romano, mandati da San Gregorio Magno al seguito di San Colombano, riconquistarono le popolazioni locali alla fede apostolica romana. In effetti la prima predicazione cristina dei nostri villaggi fu opera dei missionari di Sant’Ambrogio che si diffuse soprattutto nelle ville di residenza di campagna dei dignitari imperiali che risiedevano a Milano. Ma fu piuttosto difficile convertire popolazioni come le nostre che da sempre praticavano riti propri legati ai cicli della natura; non dimentichiamo che i romani, pur avendo imposto le loro divinita’, conservavano nella parte sacra del tempio anche un tempio per la divinità locale. La persistenza delle popolazioni rurali, cioè degli abitanti del “Pagus” (nome latino del piccolo villaggio rurale) nelle pratiche religiose ancestrali almeno fino al IV sec. fa si che il termine di ”Pagano” sia antitetico al termine “cristiano”.  Col rito Pagano della cremazione si comincia a ritrovare il rito della inumazione e la tomba tardo antica di Oggiona, che evidenzia la copertura con tegole di un inumato (alla cappuccina) €e  può farci ritenere che nella gente, almeno in chi puo’ permettersi una tomba di quel tipo, cominci a diffondersi una nuova considerazione del cadavere. Infatti per il cristiano il cadavere fu tempio di Dio e si riunirà all’Anima nel giorno della Resurrezione dei morti. Con l’editto di Milano del 313 Costantino e Licinio autorizzano i Cristiani ed i seguaci di ogni fede a manifestare il loro credo, mentre gia’ nel 392 l’imperatore Teodosio con l’editto di Costantinopoli vieta qualsiasi culto pagano anche privato.  Se leggiamo questi fatti nel nostro territorio dobbiamo rilevare che il cristianesimo, dapprima come fenomeno raro legato alle presenze missionarie provenienti da Milano, abbia avuto successivamente una diffusione vasta, come vasta era la romanizzazione del territorio. Si noti come sia interessante a tal fine lo studio sulla origine della dedicazione delle varie chiese del nostro territorio:

ALBIZZATE S.Alessandro (martire della Legione Tebea a Milano- Diocleziano Imperatore)

PREMEZZO S.Antonino (martire della Legione Tebea -Diocleziano Imperatore)

ARSAGO S.Vittore (Martire della Legione Tebea a Octodurum- Diocleziano imperatore)

Besnate S.Martino (Funzionario imperiale Romano)

SOLBIATE ARNO San Maurizio (Martire della legione Tebea a Octodurum- Martigny -Diocleziano imperatore)

MONTE  S.Agata (Martire di Diocleziano)

JERAGO S.Giorgio (Militare della guardia del corpo di Diocleziano, martirizzato nel 303)

Gli studi del Bertolone e del Gramatica sulla presenza militare romana, nonché le intuizioni sulla presenza di zone di confine in epoca tardo romana (Limes), nonché gli studi di Mastorgio e piu’ recentemente le osservazioni di Carabelli fanno pensare a un substrato Celtico con presenza militare romana che a mio parere doveva essere molto rilevante. Quindi niente di piu’ probabile che, dovendo dedicare chiese a chi aveva origine militare, questa le si dedicasse a un santo che comunque avesse attinenza con quanto il nuovo fedele cristiano aveva sempre fatto, il militare appunto. Se poi come si ritiene a Solbiate la famosa legione Tebea avesse li avuto un castrum, questo é di secondaria importanza. Ma persisteva sul territorio nel periodo della cristianizzazione anche un substrato pagano celtico ed é verosimile che alcune tradizioni pagane, pensiamo ai riti propiziatori della fecondità o della maternità, siano sopravvissute alla recente fede cristiana.  Ecco allora che il cristianesimo insegnò che queste oneste richieste agli antichi idoli, dovessero ora essere indirizzate all’unico vero Dio per il tramite di un santo martire.  Ecco allora che la Santa Agata può veramente essersi sovrapposta a una ritualità pagana preesistente.  Non e’ fuori luogo ritenere, che ovunque vi siano resti di costruzioni romaniche, e questo é una dei tanti casi, sotto si celi un substrato romano preesistente.

Articoli in primo piano

Un nuovo anno

L’anno che inizia ha sempre rappresentato fonte di allegria e di seri interrogativi e cercherò, frugando nella memoria, di elencare alcuni detti dei nostri vecchi legati al tempo che passa non prima di aver riportato una libera traduzione di una poesia di Aldo Fabrizi 

Na Malincunia

Quand te se voltat indre’         quando che te rivorti

e te cunsiderat ul temp,           e guardi er tempo,

cunt tucc i ann                          co’ tutti l’anni

sguro’ via                                   ormai volati via

ta burla adoss                          te casca addosso

‘na malincunia                        ‘na malincunia

parche’…..                                 perche’ purtroppo

cunt sta incumbenza               co‘ sto contrattempo

ca ghe da preparass               devi da preparatte

al “cosi’ sia “!                           ar  “ cosi’ sia “ !

te sentat puse’ ciar                 Senti piu’ chiaro

sal veur di pardon                  er senso der perdono

e a cumincia’ da ti                  e a cominciare da te

te diventat bon.                      diventi bono.

 La sensazione del trascorrere del tempo da’ evidentemente un senso di malinconia, ma l’anno che nasce e’ sempre motivo di gioia perché “da nuell tuscoss ghe bell ” Tutto e’ bello ciò che e nuovo e aggiungevano di non aver troppa premura nelle cose. “zucc e  melon, la so stagion -zucche e meloni alla loro stagione”. La fretta non e’ mai bene, infatti la “ Gata fugusa la fa i minitt guerc – la gatta frettolosa fa i mici guerci”. Il tempo lo si misura cunt la SCIGOLA il cipollone del nonno. La lettura dell’ora e’ un rito, si estrae lentamente la cipolla dal taschino del gilet avendo ben cura di mettere in mostra anche la catena che lo assicura al panciotto. In questa operazione  si indugia volentieri perche’ il possesso dell’orologio, non solo permette la conoscenza personale dell’ora, ma garantisce al nonno la sicurezza della persona importante e realizzata.  Ul temp a l’e’ Galantomm – il tempo e’ galantuomo” anche se hai ricevuto un torto abbi pazienza, ricordati che: “Fa via la nev, partaga’ i nus e maza’ la gent ,l’e’ tut laura’ fai par nagott  -spalar la neve, cogliere le noci bastonando l’albero e ammazzare la gente é tutto lavoro inutile”. La neve si scioglie da sola, le noci cadono al suolo  e la gente muore, basta aver pazienza. Ma e vero anche che “ul vilan e ul porc a sa pesan dopu mort – l’uomo villano e triviale cosi’ come il porco saranno pesati da morti cioè una giustizia c’è pure su questa terra”.  Il tempo passa e’ vero, ma anche se non avete ancora trovato l’anima gemella, non disperate, perché “In da la vall dul mucc a ga ne vun par tucc” e anche se non siete particolarmente belle, ricordate che “a sta’ scriu’ su la porta dul Domm che una bruta dona a la spusò un bel omm” cioe nella valle di Giosafat c’e’ un uomo per tutte e sta scritto sulla porta del Duomo che una donna bruttina ha sposato un bell’uomo.  Se poi ti pare che qualcuno sia piu’ bravo e intelligente di te ricordati che “Varta mia cur, basta riva’ in temp- molte volte non e’ necessario correre, bisogna arrivare a tempo”.  Con questo detto si volevano stigmatizzare i soliti raccomandati che immancabilmente, anche se poco o punto dotati di capacita’ o voglia di lavorare superavano tutti gli altri, essi avevano saputo arrivare a tempo.

 

Articoli in primo piano

A curent eletrica – la distribuzione della corrente elettrica

La produzione e la distribuzione di energia elettrica fa data dal 1906 e consentì di potenziare le attività sorte per la produzione di manufatti artigianali con l’ausilio del motore elettrico. Ne beneficiarono le produzioni: tessili, meccaniche per la fornitura di molle ed assali richieste dai mezzi di trasporto, le falegnamerie con le loro varie applicazioni: pesi e misure, casalinghi, mobili per la casa. Fino al 1900 tutta l’energia meccanica richiesta era fornita dal lavoro manuale, dal lavoro animale, dal lavoro meccanico dei mulini ad acqua e dal 1850 dalla macchina a vapore. La  consistenza per la provincia di Milano in termini di potenza installata delle macchine a vapore si poteva stimare nel 1876 in 9.403 Hp. forniti da 565 caldaie, e nel 1889 in 32.478 Hp. forniti da1557 caldaie. Il comprensorio di Gallarate e Legnano nel 1891 allineava 253 caldaie con 7.968 Hp . Fino al 1900, disporre di un patentino per la conduzione di caldaie a vapore era un titolo assai ricercato presso il personale tecnico. Il vapore fu per noi, prima del motore elettrico, l’unica possibilità moderna di disporre di energia, ma fu usato solo in tre officine: Sessa, Rejna e Scaltritti Maraz. Per ovvi motivi geografici non potevamo utilizzare energia meccanica da molini, mancando corsi di acqua a regime costante. Questa attività fu riservata verso gli albori del 1800 alla sola Valle dell’Olona. A Castiglione, a Gurone, a Malnate si cominciò ad utilizzare industrialmente la forza motrice del fiume. Lì nacquero i primi opifici tessili con filatoi e con telai meccanici accanto ai mulini per grani, mutuandone la tecnica di presa della forza meccanica. Osserviamo anche, come nelle nostre officine più vecchie sia assente la caratteristica struttura verticale a più piani, tipica degli opifici anteriori al 1850, funzionali ad una attività con prevalente manualità operaia. A Jerago il solo edificio a due piani fu quello della antica officina di bilance a pendola del Sig. Ambrogio Macchi in Via San Rocco. I nostri edifici industriali sono più recenti datano dal 1890 e furono costruiti su di un unico piano orizzontale con capannoni avvicinati, formanti sale i cui tetti poggiano su colonne in ghisa grigia, in ritmi fissi detti a shed . Essi saranno costruiti in modo similare fino al 1940 grazie ad uno standard modulare di capriate e travi in legno da posizionare su colonne prefabbricate che consentono la copertura di ampie sale richieste dalla meccanizzazione della produzione moderna. Ancora oggi possiamo osservare queste architetture industriali in quelle che furono: l’edificio centrale della ditta Sessa in via Onetto, la casa della musica ex fonderia Sessa in Via Roma, l’edificio della Tessitura di Anselmo Carabelli in Via Cavour, la falegnameria Caruggi in Via Dante. La ditta Rejna è stata completamente rifatta ed all’archeologia industriale, lascia quale testimonianza di un’epoca la Caserma e le Casermette e le Ville dei dirigenti. Le Casermette e la Caserma furono costruite con concetti modulari e nacquero come abitazione degli operai dipendenti, rispondendo al cosiddetto paternalismo industriale. In Germania tali costruzioni presero il nome di Mieten Kasernen – case in affitto per operai, da cui il nostro : Caserma e Casermette. Di rilievo anche se più tardo il complesso industriale della ditta Liasa ad Orago, integro e sorto su unico progetto. 

Distribuzione di energia elettrica 

 L’anno 1906 segna l’inizio della distribuzione di corrente elettrica . In Cazzani  si legge :”il 9-4-1906, fu concesso alla “Società lombarda per distribuzione di Energia Elettrica, l’esecuzione per la conduttura elettrica interessante il Comune e fu ratificato il contratto per l’impianto di Illuminazione Elettrica in Jerago, già stipulato il 21-1-1902 con la Società Cooperativa di Jerago.” La prima cabina elettrica di trasformazione fu in prossimità della Piazza Vittorio con accesso dalla via Garibaldi. Tuttora esistente.

In tutte le case da quella data si cominciò a pagare il servizio in base alle lampadine installate, ma successivamente, siccome i carichi divennero eccessivi, si introdusse il limitatore di portata ul magatèl  saltimbanco . Più tardi arrivò ul cuntadur da a Vizzeula –Il contatore della Società Vizzola. Appaltatori per gli allacciamenti il Sig. Aperlo di Cavaria e il Sig. Zaffaroni di Orago. 

Riteniamo utili le seguenti note datate 1924, riguardanti l’Industria della produzione e distribuzione di energia elettrica “Nelle vicende della produzione dell’energia elettrica, la nostra zona ha veramente importanza storica, perché a Vizzola Ticino, nacque nel 1900 (secondo in Italia dopo quello di Tivoli) l’impianto idroelettrico più grande esistente allora in Europa con 20.000 H.P. (0.760 Kv n.d.r). L’inaugurazione ufficiale avvenne nel 1901 con l’intervento delle Loro Maestà. E quella data segna l’inizio di un trentennio di sviluppo magnifico delle industrie idroelettriche e parallelamente di tutte le industrie italiane. La Società Lombarda per distribuzione di energia elettrica, costituitasi nel 1897 per lo sfruttamento delle forze idrauliche del Ticino, già nella primavera del 1900 iniziava la fornitura dell’energia elettrica, e gli stabilimenti allora esistenti cominciarono a sostituire alle vecchie macchine a vapore i nuovi motori. Nel gallaratese erano allora solo 400 H.P. che venivano utilizzati come forza idroelettrica e salirono a 8.000 nel 1914 per raggiungere oggi i 14.000 H.P. Ma la Società lombarda col progresso del tempo estese ancor più la sua attività di sfruttamento delle forze idrauliche, per allargare i suoi impianti sfruttando anche altre zone e costruendo le centrali idroelettriche messe in funzione a Turbigo nell’ottobre 1904, a Masino nel giugno 1911, a Màllero nel Maggio 1912, a Poschiavo in Valtellina nell’agosto 1920, oltre la centrale a vapore di riserva e di ausilio a Castellanza, sorta nel giugno 1904. E’ in costruzione la centrale idroelettrica di Carona in Valle Brembana e viene poi acquistato un quantitativo notevole di energia da altre società (principalmente Brusio) e trasformata nelle stazioni di Tirano, Parabiago e Varano. Complessivamente la Società Lombarda che alimenta le industrie di una zona assai estesa della Lombardia, dispone di una potenzialità di circa 143.200 H.P di energia pari a Kilowat 105.300 compresa l’energia di riserva. Il consumo della nostra zona gallaratese rappresenta circa un settimo del totale dell’energia netta da perdite. La tensione nelle linee va da 500 fino a 130.000 volt. La Società Lombarda ha indubbiamente attuato, dopo il primitivo impianto di Vizzola, un ottimo piano di sviluppo che non si arresterà, vogliamo credere, allo stato presente. Ma unitamente alla Società Lombarda sono sorte diverse società rivenditrici che acquistano l’energia dalla società produttrice, e si dedicano alla piccola distribuzione per gli usi domestici, per illuminazione riscaldamento e per le piccole industrie. Queste imprese nella nostra zona gallaratese raggiungono il numero di 23 di cui 15 ditte e 8 aziende municipali. La più importante è la Società Alto Milanese con sede a Busto Arsizio. Complessivamente queste società nella nostra zona Gallaratese dispongono di circa 4.000 H.P. di forza. Non vogliamo tralasciare questi brevi cenni sulla industria elettrica senza avere rammentato che l’energia per trazione ferroviaria, veniva prodotta a Tornavento con un impianto esclusivamente a vapore della Società Mediterranea, la quale nel 1902 iniziava il servizio elettrico sulla Milano-Varese. Attualmente però la centrale di Tornavento, che era di 3000 H.P., non è più in funzione e l’energia proviene da Varzo, fornita alle Ferrovie dello Stato dalla Società “La Dinamo”. 

Nelle nostre realtà si possono apprezzare tangibilmente le ricadute delle invenzioni tecniche e delle scoperte scientifiche, quali il trasporto via ferro e la distribuzione dell’energia elettrica. Le crisi ricorrenti, gravissime all’inizio del processo della industrializzazione a far tempo dal 1870, saranno inizialmente più sofferte, non essendo attivi istituti di aiuto e previdenza sociale, attuati sistematicamente solo con la costituzione degli appositi istituti previdenziali verso il 1930. Ciò inizialmente causò la citata migrazione di uomini in Sudamericana o anche verso la Francia. Di quest’ultima, perlopiù stagionale, abbiamo trovato il ricordo, ma non la documentazione. Molti emigrati, raggiunta all’estero una buona posizione economica rientrarono verso la fine del 1800, potendo finanziare oltre all’acquisto delle già accennate disgregantesi antiche proprietà fondiarie, l’avvio delle prime attività artigianal-industriali 

Le prime attività meccaniche jeraghesi nascono nel 1871 per iniziativa di Giuseppe Sessa, nella sua bottega del Tougnon. Ma anche altri operano nella officina di casa propria, ricavata sota ul portig, seguendo un desiderio di emulazione  che li spinse a lasciare l’iniziale collaborazione cul so Principäl per tentare fortuna in proprio, affidandosi alle sole esperienze acquisite ed alla grande volontà e capacità di lavoro. Nasce la figura del farè che sa lavorare il ferro, del Furgeron che lo plasma a martello o al maglio. Nel racconto di Enrico Riganti rivivono: “il mantice in pelle che dava l’aria alle fucine, azionato da una corda legata ad una pedaliera su cui si affatica il piede dal garzone che, vestale dei tempi moderni, si preoccupava di tenere ardente il carbon- coke già sminuzzato, mentre con le tenaglie girava e scaldava al calor rosso il pezzo di ferro da lavorare. L’incudine sul ceppo di legno, il pesante martello, le mazze, gli stampi, le chiodaie; quattro giovani si alternano a battere la mazza. Il rullare del martello del forgiatore sull’incudine, per dare il tempo a quei battitori,.. era una scarica di mazzate che si riversava sul pezzo caldo da forgiare. Artisti anche della saldatura tramite bollitura, come si chiamava allora la saldatura “per giustapposizione” dei pezzi, che avvicinati incandescenti e fortemente battuti si sarebbero indissolubilmente legati. Grandi le ruote dei trapani a mano, azionate dai garzoni, le cui punte a lancetta erano state fabbricate dagli stessi fabbri. I seghetti per tagliare il ferro ricavati dalle ranze vecchie, le falci smesse cui essi facevano la dentatura e poi temperavano. Anche questa della tempera fu una grande abilità dei nostri fabbri, riversata nelle costruzione degli assali e delle molle a rolò da carro – balestre, per la cui resistenza alla sfibramento Jerago giustamente andò famosa. Le lime quando non tagliavano più venivano rigenerate rinvegnù con uno scalpello dopo averle riscaldate . Ma si costruivano anche gli strumenti per il proprio lavoro, ci si ricorda di quando Fermo Riganti il padre del Frà, fece il filetto ul verman della morsa per il suo banco di lavoro. Dopo aver segnato la traccia del passo, sul cilindro che avrebbe dovuto fungere da maschio. Su di esso, aviluppandolo col tondino di ferro fece una spirale e la saldò ad ottone seguendone la traccia. Così potè costruirsi la morsa.”. Quei primi artigiani come si diceva ean bon da fag i gamb ai musc sarebbero stati capaci di fare gambe alle mosche, ma generalmente lavoravano su schizzi. Il grande passo fu produrre per le grandi ditte che stavano introducendo il lavoro in serie. Siamo ormai all’inizio del 1900 quando gli artigiani dovettero acquisire mentalità industriale e trasformare le botteghe in ditte, altre sorgeranno ex novo, saranno pronti per l’ulteriore impulso che verrà dalla distribuzione della energia elettrica nel 1906 . La Sessa Giuseppe e figli – e la Rejna sono un esempio di quelle due possibilità arrivando ad occupare nel 1911 complessivamente ben 500 dipendenti. Non solo gli stessi collaboratori più ingegnosi diverranno capi tecnici e disegnatori, nasceranno le figure dei direttori generali, degli amministratori, come lo fu il Sig. Leone Michaud, di nazionalità francese, entrato in Rejna nel 1904 della quale divenne direttore nel 1905. Nella stessa ditta arrivò l’ingegner Dugnani, cui nel 1913 segui l’ingegner Pellizzari, a conferma della necessità di uomini dalla professionalità non più solo pratica. Queste ditte, nello sforzo di migliorare la loro produzione, si preoccuperanno di insegnare disegno tecnico aggiustaggi e rudimenti di meccanica ai propri dipendenti, con l’aiuto di insegnati quali il Sig. Giuseppe Cassani Pepinetu e Gino Riganti che fu apprezzato pittore e ritrattista.

1 La struttura orizzontale consente la corretta distribuzione della trazione meccanica per tutta la sala. I motori saranno sistemati nella apposita sala ubicata in testa ai capannoni. Essi saranno collegati con cinghe e pulegge agli organi di trasmissioni del moto e trarranno energia: in un primo tempo dall’ acqua, come nei molini, dal lavoro animale, con tapis ruolants sui quali si muovono buoi o cavalli,   poi dal  vapore ed infine dal 1906  dall’elettricità. Il primo stablimento Rejna fu mosso da macchina a vapore. L’energia meccanica viene distribuita in sala dal moto continuo delle  trasmissioni collegate al motore centrale con puleggia e cinghia –zinton, opportunamente cosparsa di pece – pesa greca in funzione antislittamento. Le trasmissioni consistono in  lunghi alberi in acciaio che si sviluppano per la lunghezza del capannone  a ridosso delle travi di imposta del tetto. Sono supportate da bronzine ancorate alle colonne e, nell’ intercolonnio di 6 mt, sono  appoggiate su  un supporto a sbalzo che scende dal punto centrale della trave del tetto. Piccole semipulegge in legno, riunite con bulloni, vengono bloccate sulla tramissione laddove sia necessario prelevare il moto da trasferire alla macchina utilizzatrice (telaio, macchina utensiletornio cono-puleggia) tramite una cinghietta di cuoio. Questa, lunga diversi metri, unisce la puleggia dell’albero di trasmissione alle  due pulegge dell’albero motore della macchina utensile. Delle due pulegge, coassiali all’albero della macchina, una gira a vuoto l’altra è fissa all’albero e lo trascina. Per avviare la macchina è sufficiente con una apposita leva del telaio o del tornio -detta fer du l’aqua -azionare un meccanismo a forcella che sposti la cinghia, dalla ruota libera che gira a vuoto a quella che traina. La cinghia in cuoio passando da una ruota all’altra frizionerà consentendo un avviamento dolce alla macchina. Sicuramente bisognava prestare molta attenzione perché le cinghie non agganciassero vesti o capelli delle operaie. Ragion per cui nelle vecchie fabbriche erano diffusi cartelli del tipo: Operaie portate vesti attillate, cuffie o capelli corti.  I capannoni erano illuminati dall’alto tramite lucernari rigorosamente esposti a nord. Infatti il sole, non doveva mai penetrare direttamente nella sala, pena l’impossibilità di operare per abbagliamento nei giorni di pieno sole. Fer du l’aqua, trova  la sua origine per pari funzione di avviamento, dal nome dialettale dato alla leva di ferro manovrando la quale, si spostava il canaletto di legno che prelevava l’acqua dal fiume e la convogliava sulle pale del molino per avviarlo. 

2 Jerago la sua storia Pag. 281

3 In : Origini e sviluppo delle industrie del Gallaratese. 

4 A conferma di questo rientro rovistando in vecchi portamonete, di quelli che ci si tramanda gelosamente in famiglia, come se fossero piccoli tesoretti, non integrati o arricchiti da velleità numismatiche, si potranno rinvenire monete: argentine, francesi, greche e inglesi, testimonianza dei loro viaggi di emigranti. Un prozio, un bisnonno che andò a lavorare all’estero, lo abbiamo avuto tutti e non è necessario provenire dal sud Italia

5 Principal- datore di lavoro. Nel dialetto antico il proprietario di fabbrica viene identificato come Principal- quasi un princeps un primo per esperienza tra coloro che altrimenti gli sono pari. Il termine Padron nasce dal riferimeto alla proprietà dei mezzi di produzione, ma con la conflittualità latente nel rapporto subordinato di lavoro potrà assumere anche una valenza dispregiativa . 

Articoli in primo piano

Quand i nasan in tüc bèj- Quando si nasce siamo tutti belli

Se tutto ciò che riguardava la sfera sentimentale nel mondo antico era assai riservato, tanto più lo era la nascita di un figlio, a cominciare da come si definiva la donna in attesa, di essa si diceva che l’éa in còmpra. Infatti quando due sposi attendevano un figlio ai bambini si faceva credere che “èan andài a teu un fieu”. Erano andati a comperare un bambino, quindi la gestante, per tutti, era in attesa di comperare il figlio e il discorso si troncava lì. Le donne anziane la invitavano a riguardàs e andà a fäg visita a la gésa da Sant’ Ägata a Möntiriguardarsi e fare visita alla Santa Agata di Monte di Solbiate Arno. Noi bambini questo non lo capivamo bene, ma la Santa era la protettrice della montata lattea e quindi, se le mamme non avessero avuto il latte alla nascita, ciò avrebbe rappresentato un serio problema. Quando il nuovo nato arrivava, i bambini, ma anche gli uomini, erano tenuti lontano da casa, perché quella era una faccenda per le sole donne anziane ed esperte, che si affiancavano alla levatrice a cumä’ . Nei primi anni del 1900 il compito degli uomini fu solo quello di correre a Besnate per chiamare la sciura Maria: la levatrice. A denunciare la nascita del bambino sarebbero stati : i fass e i patèile fasce i patelli, che soprattutto in inverno si stendevano in cucina ad asciugare e servivano per assorbire quel liquido giallo la cui abbondante produzione ha accomunato i bebè di ogni tempo. Oggi però non si fascia più, diversamente da una volta quando si credeva che quella tortura servisse per fa vignì su bèj driz, ma di pannoloni monouso manco l’ombra e tanto meno di pubblicità agli stessi soprattutto sull’ora di pranzo. Ai bambini si spiegava che i fieu éan nasù sota na vérza – erano nati sotto un cavolo e solo i püsè sciuri i a purtéa a cicogna: le solite ingiustizie. 

Fa la nàna pupò in da a cüna

Ch’ el papà patis la lüna

La patìs un pù da spés

Fa la nàna bambìn da gès

Fai la nanna bimbo in culla- che il papà patisce la luna- la patisce assai di spesso- fai la nanna bambin di gesso

Se i figli tardavano a arrivare, gli sposi usavano recarsi in pellegrinaggio alla B.V. di Caravaggio. Si faceva inoltre promessa di chiamare col nome di Maria la prima bimba nata dal matrimonio. Queste spiega fosse così diffuso il nome. 

1 Il verbo dialettale teu potrebbe  tradursi con comperare. Personalmente ritengo che, la sua origine sia latina  dal verbo tollere – nella accezione di riconoscere. Per i latini l’atto col quale il padre riconosceva il figlio neonato, l’odierna denuncia di nascita presso l’Ufficiale di Stato Civile, consisteva nel tollere- sollevare da terra il neonato che gli veniva deposto ai piedi. Anche prender moglie in dialetto è teu miè, e ritrovarne la radice latina in tollere nelle accezione di farsi carico di (Calonghi) non sarebbe fuori luogo .

2 Per distinguere le numerose persone che si chiamano  Maria,  si associava il nome  a quello del paese di provenienza  nel caso delle nuore.  Se  nate in paese  si riconoscono  dal  nome paterno. Si dice   a Maria dul….., se rimane ulteriore possibilità di errore si ricorre ad  un aggettivo che evidenzia una caratteristica fisica ad es.. il colore dei capelli, Maria  Ròsa o Rusìna o alla statura Granda. Lo stesso vale per riconoscere i ceppi familiari di appartenenza es. i discendenti da Pietro…. Si dice Da Pedar. Oppure la provenieza . I Bulit vengono dalla cascina Bollini. Ul bartulìna, dalla cascina Bertolina. Il cognome più diffuso Cardani, ha poi degli attributi per ulteriore riconoscimento degli ascendenti prossimi. –I Bram discendenza da Abramo Cardani –I Ramè dalla professione-I Madunìnadalla residenza nelle case con l’affresco della Madonnina di Loreto. –I Macàgn indica un antenato col volto segnato dal vaiolo.- I Travaìt-da Travaino –I Viena dal luogo del servizio militare del progenitore – I sciarìt  il ceppo di Padre Umberto, del Carleu  del Virginio, non conosciamo l’origine del nome. Ogni ceppo familiare ha quindi un attributo di identificazione. Sarebbe utile  documentarli  anche per gli altri cognomi prima che se ne perda traccia.

Articoli in primo piano

Quand sa spusan in tucc sciuri – Quando si sposano sono tutti ricchi

La cerimonia nuziale prima della Conciliazione 11-2-1929

Nel periodo austriaco, il Parroco rivestiva anche funzione di ufficiale di stato civile, i libri di matrimonio parrocchiali erano vidimati annualmente dall’IRG per convalida degli effetti civili e la cerimonia nuziale era unica. Durante il breve dominio francese e dall’Unità d’Italia fino alla Conciliazione del 1929, la cerimonia si sdoppierà. Normalmente si andava prima in Chiesa per il rito religioso più suggestivo e solenne, poi in Municipio per il rito civile, una mera formalità. Con mezzi propri i parenti si trovavano per tempo a casa degli sposi, ciascuno presso quello di sua competenza. Lo sposo e i parenti suoi in corteo, si muoveranno verso casa della sposa. Questi al fianco della madre o di una donna della famiglia, apriva il corteo, dietro in fila per due, ogni uomo si accompagnava sempre ad una donna offrendole il braccio destro. Raggiunta la casa della sposa, il corteo dello sposo si accodava al corteo della sposa che precedeva al braccio del padre. Da ultimi i ragazzini in festa e ai lati gli occasionali spettatori e gli altri ragazzini a chiedere: cià i binìs, dateci i confetti. Attorno al corteo si improvvisavano ad alta voce frasi suggerite dalla circostanza, stornelli in rima tramandati dagli anziani come quello che suonava così: “un stè da ris e na sciavata l’è la spusa du la Busaca“, riferimenti e significati che oggi ci sfuggono, ma che indicano come anche noi, oggi appiattiti su ritualità diventate nostre solo per imitazione ed omologazione, avessimo le nostre stornellate di circostanza. Quando gli sposi erano di due paesi diversi, il matrimonio si celebrava nella Parrocchia della Sposa. I parenti dello sposo si facevano così trovare nei pressi del sagrato pronti per disporsi in corteo al seguito del corteo della sposa. Enrico Riganti descrive così lo sposalizio religioso “Tutti gli sposalizi erano belli, mi sembra di sentire ancora le nostre armoniose campane suonare a distesa, l’aria di festa, la Chiesa aperta, la lunga passatoia distesa dall’Altare alla porta, Don Massimo sulla porta della Sacrestia col Piviale dorato, i chierichetti con la veste rossa, quel brusio in chiesa mentre arrivavano gli sposi, l’organista Guglielmino Sommaruga, che al cenno del sacrista all’affacciarsi della sposa sul portale, dava con entusiasmo alla tastiera la marcia nuziale di Mendelssohn. La cerimonia nuziale, sempre fastosa perché così Don Massimo desiderava che fosse per tutti, terminava con la benedizione e il bacio degli sposi alla reliquia della Madonna.” All’uscita della chiesa tra il vociare dei ragazzini che reclamavano a gran voce i confetti, si faceva sempre piu impaziente, e incontenibile, la curiosità delle donne che volevano vidè la spusa per apprezzarne il vestito. Ogni sposa infatti, soprattutto nel primo dopoguerra, vestiva ormai il tanto agognato abito bianco da tull e urganza, tulle e organzino. La modernità aveva sostituito il vestito classico di seta nera e “ul vèl, con un cappellino da modista“ e aveva purtroppo mandato nel dimenticatoio i famosi cuazz e i furzelin d’argent le forchette a spilloni in argento che impreziosivano l’acconciatura delle spose antiche. Finalmente gli sposi sotto braccio prendevano la testa del corteo verso la Casa Parrocchiale, arrestandosi nei pressi di quel bellissimo portone d’onore che si affacciava sulla piazza San Giorgio. Gli sposi e i testimoni entravano nel giardino della canonica lussureggiante di canne e palme e dalla porta finestra, che vi si affacciava, accedevano allo studio del Sig. Parroco per firmare il registro di matrimonio. Ricevevano gli auguri e le raccomandazioni del Parroco e non mancavano di offrire i confetti, la sposa poi, rinnovando una tradizione tutta nostra, offriva al Parroco un fazzoletto finemente ricamato ul panét. Il significato di questo gesto pare fosse l’auspicio che, con le preghiere di quell’amato uomo di chiesa e con l’aiuto e l’intercessione della Vergine, la nuova famiglia fosse protetta il più possibile dai dolori che la vita purtroppo porta sempre con sé. E quel fazzoletto simboleggiava il dolore, che almeno per quel giorno felice ed irripetibile e per tanto tempo ancora  rimanesse il più lontano possibile. Usciti dalla canonica, mentre il corteo si dirigeva verso la casa degli sposi, questi con i testimoni salivano su una carrozza ul landeau per raggiungere il municipio. Nella casa nuziale facevano bella mostra i regali e sotto la topia  o sotto i portici infiorati e addobbati, gli invitati prendevano finalmente posto al banchetto nuziale che si preannunciava veramente allegro, con tanti canti, stornellate e danze. Per tempo sa curdäva ul coeug, ci si garantiva la prestazione di un cuoco, il Sig. Giovanni Caruggi o il signor Carlo Tondini. Essi  provvedevano anche tutto l’occorrente per la cucina e per la tavola: stoviglie, posate e tovaglie date a nolo. Allora erano solo i signori del castello a poter disporre di tutto l’occorrente per tavolate così numerose. Indispensabile poi l’aiuto di valide donne per lavare piatti e posate al succedersi delle portate, mentre alcuni giovani servivano in tavola. Non poteva mancare il risotto, piatto forte col pollo arrosto, il pane casereccio e l’ottimo vino della Coperativa, quello fatto coi piedi, nel senso di pigiato coi piedi. Alla fine la turta di spus con le noci e la sposa che fa omaggio dei fiori del Bouquet alle amiche. Un auspicio perché anch’esse presto potessero sposarsi, magari con quel ragazzo incontrato per la prima volta, proprio lì per quella festa di nozze. Buona norma, comunque non offensiva o malvista, quella che gli invitati portassero a casa in un scartuzèl, cartoccio, ciò che fosse avanzato. Chi non disponeva di uno spazio adatto in casa o paventava l’inclemenza del tempo, avendo programmato le nozze in autunno, prenotava il salone superiore della Coperativa di Consumo e approfittava dell’ occasione per mostrare a parenti ed amici i grandi saloni di quel sodalizio del quale, tutti, si era con orgoglio soci. Se un nostro giovane si sposava fuori paese, dopo la cerimonia  religiosa e gli adempimenti civili, lo sposo con la sposa e tutti gli invitati salivano nelle carrozze per tornare al paese del marito, gli invitati però sapevano che, quasi sempre, dovevano  affrontare la fatica di rimuovere dalla strada del ritorno la tradizionale sbaräda- la sbarrata. Succedeva che i giovani compaesani della sposa usavano sbarrare, con tronchi di alberi, la strada sul limitare del paese al corteo delle carrozze che avrebbe strappato loro, per sempre, la coetanea andata in isposa ad uno straniero. Inconsciamente ciò rappresentava un omaggio alla sua bellezza quasi un ultimo gesto per trattenerla. Subire la sbarrata era dunque di buon auspicio. Era consuetudine ritrovarsi a pranzo anche il giorno successivo al matrimonio, par fa rabatin ancora con la presenza degli sposi, per i quali non esisteva il viaggio di nozze. Si poteva così far fuori tutto quello che si era avanzato  e ridere commentando gli scherzi preparati a loro insaputa, come quelli di far trovare oggetti vari nel letto nuziale. Finite le feste di matrimonio, le spose novelle che entravano in paese per seguire lo sposo, venivano appellate col nome della località di provenienza. E ancora oggi le si ricordano coi soprannomi di : “Bigugiära per indicare Buguggiate – Lüräga – per Lurago nel comasco, Viéna che ne denuncia la provenienza austriaca- a Galarà– a Créna a Sulbiära da Solbiate, a Valdärna, a Carnäga, a Besnà, a Sésòna, a Menzäga, a Milanésa, a Travaìna-, a Cardana” . I nostri compaesani erano quindi gentili nell’ indicare le nuove spose. Nei paesi circostanti invece le ragazze che provenivano da Jerago erano individuate col soprannome del paese “A Baslot” e questo evidentemente non piaceva né a noi, quando le sentivamo chiamare così, e tanto meno ai loro mariti;  fu comunque una usanza antica, se anche il povero Renzo nell’ospitale terra di San Marco si offendeva a sentir chiamare Baggiana la diletta Lucia.

Articoli in primo piano

La storia letta nei nostri monumenti

La forte industrializzazione che ha caratterizzato gli anni successivi alla seconda guerra mondiale ha compromesso molto la visibilità e la stessa esistenza delle vestigia antiche, sia naturalistiche che monumentali che caratterizzavano il nostro territorio; gli anni sessanta del secolo ventesimo hanno coinciso con una sistematica distruzione di tutto quanto anche vagamente ricordasse un passato povero, pericolo dal quale anche oggi non siamo purtroppo esenti, con l’affannosa ricerca di aree edificabili che rischia di annullare quel poco di verde rimasto.

Solo la presenza di Enti e persone amanti del bello e della storia, riuniti anche in associazioni: la Società Gallaratese di Studi Patrii, le pro loco, sensibili  alla conservazione degli antichi cimeli,  hanno permesso di conservare e di salvare a futura memoria molte vestigia antiche ed interi monumenti, ed in questo elenco di volonterosi  non si ignori il grande impegno di molti uomini di Chiesa e delle Parrocchie.    

L’identificazione dei monumenti, il recupero, la conservazione, lo studio degli stessi, rappresenta il modo immediato di avvicinare il pubblico alla conoscenza della propria storia e delle proprie radici cristiane.

E’ pure necessario saper suscitare interesse verso quelle iniziative attraverso l’apertura al pubblico degli stessi monumenti e, con  una guida sapiente alla loro fruizione,  rinnovare  l’entusiasmo che permise l’inizio di molte avventure, artistiche, archeologiche, naturalistiche e culturali, ad esse associate  e  trasmettere alle future generazioni  l’amore per il nostro territorio .

La chiesa di San Giorgio Restaurata in Jerago è un esempio di queste attenzioni ed anche il Parco della Valle del Boia nacque come percorso natura con l’ottica di conservare un ambiente naturale fra i comuni di Besnate, Jerago con Orago e Cavaria con Premezzo.

 

Brevi cenni sulla Chiesa restaurata di San Giorgio in Jerago.

La chiesa come appare oggi è il risultato del restauro iniziato nel 1990 per iniziativa del parroco don Angelo Cassani, col consolidamento e recupero del Campanile, rivelatosi in corso d’opera Romanico, con il successivo  recupero dell’aula, così come appare oggi, e con il recupero del battistero e degli affreschi. 

La chiesa come  si può costatare è priva di ogni arredo sacro, perché dismessa all’uso del culto negli anni 20 del XX sec., col trasferimento degli stessi nella nuova parrocchiale. Da quegli anni comincia il degrado. Prima utilizzata come oratorio e aula di teatro e cinema parrocchiale, negli anni tra le due guerre, poi completamente abbandonata, con l’edificazione del nuovo oratorio e Auditorium, nonché della nuova canonica.

Un unico complesso parrocchiale di impianto sette-ottocentesco composto di: chiesa, campanile e canonica, con annessa cascina,  per la sussistenza del parroco, con equile per il cavallo e torchio di pigiatura delle uve e cantina; fu abbandonato al degrado. Scomparirono per demolizione la canonica e le cascine; negli anni sessanta, rimasero in attesa del loro destino: la Chiesa, detta vecchia, col tetto ormai sfondato e cadente, il campanile pericolante e privo di campane, che nel frattempo erano state posate a terra perché inagibili all’uso.

Si può ben dire che osservare ora questo monumento di Chiesa antica e Campanile ancora funzionante, rimessi in ordine e fruibili è fonte di grande soddisfazione. 

Un campanile prima ritenuto settecentesco si è rivelato, agli  esperti, di costruzione  millenaria.  Il pensiero che dall’alto di quella torre, oggi non più accessibile, per evidenti motivi di sicurezza, si possa osservare lo stesso spettacolo di alpi ammantate di neve che si offriva a chi mille anni prima si fosse trovato nelle stesse condizioni di luminosità e di clima, beh questo è veramente impressionante e straordinario.

Articoli in primo piano

Anno 1993 -quarant’anni della Jeraghese (ricordo dell’amico Valentino Paoletti, che penso fosse l’autore di questa poesia) € I nostar prim Quarant’an  –  I Primi quaranta anni della U.S.JERAGHESE

In di prim an dul cinquanta      Nei primi anni cinquanta

voia da fa l’era tanta                   molta era la voglia di fare

vegn a Jerog ul don Luison       a Jerago arriva don Luigi

che pal sport al ga’ pasion         appassionato anche di sport

Ved subit a necesita’                   Vede subito la necessita’

ca bisugnava das da fa’,             che bisognava  impegnarsi

supratut, al pensava Lu             Innanzitutto, riteneva

un queiscos par a giuventu       far qualcosa per i giovani

Paso’ un an, sto Pred ciclon       Dopo un anno questo Prete ciclone,

al fa na scuodra da balon           organizza una squadra di calcio

cunt pasion e un pu da gent      con passione e un po’ di gente

a nas un certu muviment,          nasce un po’di movimento.

In tut d’acord, gran vuluntà,    Tutti d’accordo, grande volontà,

tran insema na sucietà,              costituiscono una Società,

cinquantatri’, utubar mes,        1953 nel mese di ottobre,

a nas insci la Jeraghes:               cosi’ nasce la Jeraghese:

Ul Sciur Curod, l’e’ Asistent,      Il Sig.Parroco e’ l’Assistente

el Brison, fa ul President           Brissoni Fa il presidente,

a sa studia la manera                 si studia il modo

d’inventa’ na scuodra vera        di fare una vera squadra.

Segretari ul Masimon                Segretari Massimo Scaltritti

un Vesuvi in eruzion                  un Vesuvio in eruzione

rigurdevas, cara gent                ma ricordatevi, gente,

ca ghe da fag un monument.   merita un monumento.

Alenadur l’era Vanett                Allenatore Vanetti

ul talian miscio’al dialet           dall’italiano frammisto al dialetto

dispunibil a tut i ur                    sempre disponibile

anca cume masagiadur             anche come massaggiatore.

Ul Giuan el Marcel Paulett       Il Giovanni e il Marcello Paoletti

Ca tut du gavean un difett       entrambi con un difetto

invece du l’arte dul ciciara’    invece dell’arte delle chiacchere

cugnusevan quela dul laura,   conoscevano l’arte del lavoro.

Par cumpleta’ ul diretiv            Per completare l’organico

un para anmo’ da tipi ativ.       ancora un paio di persone attive.

Cunt ul Cacia ed ul Righet        Con Caccia e Righetti

Ul cerc al vegniva perfett.        il cerchio quadrava.

Ai ricordum parche’ in lur       Li ricordiamo perche loro

de la Spurtiva i fundadur         i fondatori della Sportiva

grazie a lur al va ul tram         e’ grazie a loro se tutto va

senza dismet da quarantan.    senza fermarsi da quarantanni.

Na quei stagion da transizion  Dopo qualche stagione di transizione

sa va in prima Division.            si va in prima divisione.

Ma ul prublema l’e’ restog       Ma il problema e’ rimanerci

I temp cambian anc’a Jerog      Anche a Jerago cambiano i tempi.

Restum su’, set o vot an:           Vi restiamo sette od otto anni:

Sforzi enormi’ quanti afan       Sforzi enormi, quanti affanni,

€Anca se cunt ul Zafaron            Anche se con Zaffaroni

riscium d’anda’ in Prumuzion.   quasi arriviamo in Promozione.   

Turna’ in su l’e’ trop par nun,    Troppo difficile risalire,

ca tra’ feu ghei, ge pu nisun       non ci sono piu’ sponsors

duaria vegn un Berlusca,           Ci vorrebbe un Berlusconi,

Tanta grana, poca crusca          tanti soldi poche ciance

Par pude’ veg n’ambizion         Per poter soddisfare l’ambizione

ga voeur na paca da milion.     ci voglono molti soldi.

ma i dane’stan in dul co           ma i soldi stanno nei sogni

alura fen quel ca sa po            allora facciamo quello che si puo’

A conclud sta tiritera               A coclusione della poesia

Disum su na roba vera            Roccontiamo una verità

Sa po fa migliur ul duman      si puo’ fare meglio domani

se tut a daran una man            se tutti daranno un aiuto

Sa racumandun al Cumun       Ci raccomandiamo al Comune

da rigurdas anca da nun          di ricordarsi anche di noi

insci’ da dam la facultà             cosi da avere la possibilità

da veg un camp due giuga’        di un campo dove giocare.

Se a fal  neuv ga vor miliord,   se per quello nuovo ci vogliono miliardi

cunt sta rela urmai l’e’ tord,     e con questa crisi e’ ormai tardi

almen, quell, vurarium drua’     vorremmo almeno usare quello

che da sempar l’e’nostra ca’       che ‘e sempre stato casa nostra

Urmai em di tut, serum chi        Ci siamo detti tutto

sa vedum al domilaetri               Ci rivediamo nel duemila e tre

Festegierem cun poc pretes      festeggieremo con poche pretese

cinquantan da la Jeraghes        Cinquantanni della jeraghese

 

49398592_369743437168933_8067899330264039424_n

Articoli in primo piano

Consigli per coltivare limoni in vaso alle nostre latitudini.

Tassativamente si usino vasi di terracotta o di legno, sconsiglio di ricorrere a vasi di cemento o di plastica come purtroppo si usa ora, il motivo oltre che estetico è funzionale a causa dei ristagni di acqua favoriti dalle eccessive piogge dei nostri climi. La parte aerea, foglie e fusto, deve essere commisurata al vaso, cioè se una piantina viene dimorata in un vaso troppo grande si svilupperà prevalentemente l’apparato radicale con pregiudizio per lo sviluppo aereo e per la fruttificazione. E’ bene quindi aumentare la dimensione del vaso a misura dello sviluppo della pianta. Quando si invasa, si copra con un coccio rovesciato il foro di scarico dell’acqua, esso deve sempre esserci, anche se il vaso fosse di legno, si posi sul fondo uno strato di argilla porosa tipo vermiculite con funzione di drenaggio, sopra si posi un velo di tessuto non tessuto da fiorista per impedire che il terriccio ulteriormente aggiunto si mescoli al drenaggio. Si prepari terriccio composto in parti uguali da stallatico di cavallo non in compresse, torba, sabbia, terra soffice. Sopra al t.n.t. si posi un primo strato di terriccio, si inserisca la pianta che è stata svasata, avendo cura di sanificare le radici, sfoltendo tutte le barbette esterne. Si centri la pianta in modo che il piano dell’originale pane di terra stia a tre dita dal bordo del nuovo vaso. Si riempiano tutti i vuoti col terriccio preparato. L’operazione di invasatura o di travaso deve avvenire al mese di aprile, in concomitanza con la riesposizione all’esterno delle piante. Per una buona produzione le piante andrebbero rinvasate ogni 4 anni. Le piante si potano in maggio dai rami secchi, dando loro anche un portamento corretto eliminando i succhioni e l’eccessiva ramificazione, sfoltendo le ramificazioni interne. I vasi vanno messi in una posizione assolata con la massima esposizione al sole. Si bagnano sovente, ma mai troppo. Si usano concimi adatti, anticamente cornunghia da mischiare alla terra superficiale con semi di lupino tritati e sbollentati. Oggi si preferisce versare in superficie Osmocote in granella ogni mese, perché garantisce un rilascio di elementi nutritivi più regolare.

IMG_7050

 Parassiti:

  • Ragnetto Rosso e Acari la cui presenza è segnata da formiche: prima di riporre le piante per l’inverno spruzzarle di olio bianco.
  • Minator  minatrice produce buchi invisibili  sulle foglie: si usa un prodotto specifico Confidor solo se si presenta la necessità e non preventivamente, si consiglia di mostrare le foglie all’esperto  per questo  rimedio . 

IMG_7059

Mai usare antiparassitari quando è in corso la fioritura per rispetto degli insetti impollinatori. Le piante vanno riparate dal rigore dell’inverno, generalmente verso metà ottobre. Esse temono le gelate. Muoiono all’aperto se la temperatura rimane sotto zero per più giorni di seguito. Nel locale invernale è importante che vi sia molta luce, che la temperatura non scenda sotto i 5/6 gradi, ma anche che non superi i 10/12 gradi. Perché non perdano le foglie al chiuso del locale è bene bagnare ogni 3 settimane senza eccedere se il locale è a bassa temperatura.

IMG_7061

Articoli in primo piano

Il corteggiamento nei tempi andati

Il mondo che parlava in dialetto era molto riservato nei sentimenti. Non usava il verbo amare, oggi inflazionato. La parola amur  esiste solo nel detto : “amur da fradèi, amur da curtèi” amore tra fratelli, amore da coltellate. Quando un ragazzo e una ragazza fanno timidamente dei progetti, per il nostro dialetto “Sa pärlan –si  parlano”. “ Ul mè Lüis al ga  pärla a la to Maria”il mio Luigi è il ragazzo della tua Maria”. Quando :“ Ul mè Lüis” fa il passo decisivo, si dirà che “al va in cà da la Maria”,  ha ormai il consenso di tutto il parentado e ne è diventato  ufficialmente “Ul murus”;  sarebbe disdicevole se tornasse sulle sue decisioni. Tra i fidanzati, sempre guardati a vista, da una nonna o accompagnati da qualche fratello piccolo, al massimo si concede “Un quèi basin da nascundun” –un innocente bacetto, ma di nascosto”. Rompere un fidanzamento è una cosa quasi impensabile, un affronto per le due famiglie . “L’ è  roba da mia créd, l’é méj scondas pa a vérgogna– da non credersi sarebbe meglio nascondersi per la vergogna,  “Ul Lüis l’ à piantò a Maria –Luigi ha lasciato Maria”.  “Quéla pora tusa a l’è diventò un strasc- Vedessi quella povera ragazza si è fatta sciupata come un cencio”.   Poi per il rimorso, per l’insistenza dei parenti e perché il Luigi le voleva davvero  bene…” s’in metù anmò insema e finalment in andài  a la Gésa si sono ritrovati  e sono finalmente andati dal Parroco per il consenso alle nozze ed anche in Municipio”. 

Una tradizione tipicamente jeraghese voleva che il giorno delle nozze la sposa regalasse al Sig. Parroco, che aveva unito gli sposi col Sacramento del Matrimonio, un fazzoletto finemente lavorato.

Articoli in primo piano

I Suranom di paés inturna – I soprannomi dei paesi vicini

(Testo : Anselmo Carabelli –  Enrico Riganti)

In un mondo piccolo ci si divertiva ad attribuire agli abitanti dei paesi vicini soprannomi anche offensivi, così per il gusto di prendersi in giro soprattutto al lavoro. Basti pensare a quanta gente era occupata nei primi grandi stabilimenti industriali : Rejna, Grandi, Majno, Isotta Fraschini, Siac (Butunat da Caväria). Sti an indrè negli anni trascorsi  si conoscevano le date di tutte le ricorrenze religiose dei paesi vicini e non si mancava, specialmente se giovani, di frequentarne le feste poiché offrivano una delle poche opportunità di vedere ragazze, magari rubando loro un timido sguardo, perché, quanto a frequentarle, sarebbe stata impresa ben più ardua e impegnativa. Ai ragazzi jeraghesi, i vecchi insegnavano tra il serio e il faceto che ”bisugnäva miscìà la raza ”, cioè come fosse buona cosa che i matrimoni si celebrassero con ragazze di fuori, così la progenie sarebbe stata più vigorosa. Nacquero  dunque le frequentazioni dei paesi vicini e anche l’odio che i nostri ragazzi subivano da quelli dei paesi foresti, che li ritenevano indesiderati concorrenti. A Quinzano i nostri , se riconosciuti , venivano presi a sassate , era  perciò prudente andare in forze alla festa di San Pietro. Ben altre sassate toccavano ai fortunati per la festa della Madonna della Ghianda di Mezzana, dove si dice che le ragazze colpissero con un sasso quel ragazzo che avrebbero desiderato per marito. Solo dopo il matrimonio sarebbero state le famiglie intere a spostarsi di paese in occasione delle feste estive, dando vita in qualità di ospiti ad indimenticabili  tavolate sull’aia, all’ombra della “ topia ” (pergola), che per tal motivo veniva fatta crescere a sbalzo dal “Puntì  “ (ballatoio), intrecciandone i tralci con apposite rastrelliere che si proiettavano sul cortile.

  • JERÄG :  – Baslott   – Jerago : – gente che mangia in una scodella molto grande detta appunto Baslott . Quando nel 1955 si ideò una gara di teatro tra celibi e ammogliati  all’Auditorium, ai vincitori toccò in Pallio il famoso “Baslot D’or” .Chi invece ci  disprezzava ci dava delPufat”- che vuol dire individuo che fa debiti e non li onora. Chissà che oggi questo non sia ritenuto un pregio, si dice infatti che: “Veg i debat e pagai nò, l’è téme mia vegai” aver debiti e non pagarli in pratica è come non averli.
  • CAJEL : Bindelit – Caiello – i Nastrini  per capire il soprannome è necessario aggiungere che: “Cunt un métar da bindél han ligò tüt Cajél, ga  n ‘è vanzò un cicinin e han ligò anca ul campanin . E’ tanto grande il paese che con un metro di nastro (bindel) hanno legato tutto Cajello, ne è rimasto ancora un po’ e con quello hanno legato anche il campanile lillipuziano.
  • Quinzan : i Asnitt Quinzano : gli Asini. Forse per far il pari con le sassate di prima.
  • Menzäg: i Scurbatt – Menzago : i Corvi
  • Uräg: i Pignatt –  Orago: Le pentolacce . Il riferimento è alla cuspide del campanile di Orago che rassomiglia vagamente ad una grossa pentola.
  • Caväria: I mangiacan – Cavaria : i mangiacani . Nelle trattorie vicine al convento (quello che sta  di fronte  al semaforo della stazione), con annesso alloggio per viandanti, si malignava fosse servita carne di cane agli ospiti. Dal 1200 Cavaria si trova con Orago  sulla trafficata via di Porta Helvetica, la via che esce  da Gallarate (Ponte di Varese- Conventino di San Francesco- oggi sede della Società di Studi Patrii) e va verso Varese e il Ceresio,  pertanto ricca di poste con stallazzo  e trattorie .
  • Besnà : I strii – Besnate : Le streghe. Le storie da Strii e da Strolig  erano raccontate con timore alla sera quando, nelle stalle per sfuggire ai rigori dell’inverno ci si radunava seduti “Sui bal da paja a scultà i panzanig”. La Chiesa si è sempre battuta tenacemente contro l’abitudine pagana di leggere la mano o farsi prevedere il futuro, considerate gravi mancanze verso il primo comandamento.  La Stroliga astrologa  è il nome dialettale  dato alla zingara che passava di casa in casa  per vendere cartine di bottoni di madreperla, ma dietro lauto compenso, offriva anche la lettura della mano.
  • Casurà: I Cucù – Casorate: i cuculi.
  • Preméz : I Beu – Premezzo : i Buoi
  • Sulbià : I lümaguni – Solbiate : i Lumaconi . Si fa probabilmente riferimento al lento incedere della loro famosissima processione, che si snodava dalla chiesa di San Maurizio alla chiesa di Büscian-Buzzano, effettuata la prima domenica di maggio. Molto presto di mattina, provenienti dal Molinello, i solbiatesi in processione, transitavano per il sagrato di San Giorgio, dove li attendeva il nostro sig. Parroco in abito liturgico, si dirigevano alla Madonnina dove sostavano in preghiera per raggiungere poi il sagrato di San Giacomo, prendendo successivamente per i boschi, dalle parti del Bertoldo da cui si incamminavano per  Buzzano e la chiesa di Santa Maria del Gallo (la denominazione fa riferimento agli abati di San Gallo, cui pare si debba la fondazione) .
  • Brünel : i Fasuritt – Brunello : i Fagiolini.
  • Ugiona: i Püras- Oggiona : i Pidocchi
  • San Stean- I Ginestar – Santo Stefano: le Ginestre
  • Galarà : I Brusabalon – Gallarate: coloro che bruciano i palloni- ci si riferiva ad un episodio avvenuto sul finire del XIX secolo, quando dopo aver richiamato una nutrita folla di spettatori per un lancio di aerostati, riuscirono invece a  provocarne le risa per averli maldestramente incendiati. Molti però li soprannominavano in assonanza Brüsagaton- questo nome si vuole fosse quello di un sacrestano, di aspetto assai poco gradevole,  un Quasimodo (mostro di Nôtre-Dame) nostrano, i cui resti mortali, pare fossero murati nel campanile della Basilica di Gallarate. Questo, vero o falso che fosse, incuteva non poco timore a noi ragazzi delle medie di Gallarate  quando ci si recava in Basilica per la S. Messa quaresimale delle scuole e si passava presso al Campanile.
  • Arsäg- i sciatt- Arsago i rospi. Si vuole che rane rospi fossero molto diffusi nelle nostre zone, naturalmente prima dell’uso dei fertilizzanti e della distruzione dei prati. La testimonianza di queste presenze, ci parla di luoghi altrimenti paludosi, resi fertili e salubri solo per la attività umana di canalizzazione.

Vi sono anche altre espressioni dialettali che hanno come riferimento città o paesi:

  • Goss da Arnà– Arnatese affetto da evidente gozzo. Oggi si usa tale espressione ironizzando sulla golosità di una persona e non al gozzo. Sappiamo dalla scuola, che il gozzo, così come la pellagra, fossero malattie tipiche di popolazioni povere non mediterranee, caratterizzate dalla prevalente alimentazione maidica o di polenta di mais. Ricordare un personaggio di Arnate per il gozzo, vuol dire che tale difetto, non fosse poi così diffuso e quindi poteva ben dirsi una eccezione. La nostra alimentazione, seppur povera non era caratterizzata quindi da avitaminosi del complesso B, e dalla carenza di sostanze iodate. Troviamo conferma nel volume di Marco Sandroni su  Ercole Ferrario “Un medico e igienista dell’ottocento lombardo” (Ed. Comune di Samarate 1997 , pag 74) dove si ricorda come lo scienziato abbia evidenziato che nel territorio bustese e circonvicino non si fossero rilevati casi di pellagra e ciò fosse forse da attribuire al fatto che il regime alimentare di quelle popolazioni fosse caratterizzato da : “solito uso di pane di granoturco, ma molto ben preparato, e meritatamente famoso, ma di rado mangiano anche polenta, e quasi sempre acconcia con olio e burro: ma ciò che più conta, qui si fa uso di carni vaccine e porcine, sia per companatico, che per preparare brodi: onde senza tema di errore si può dire che, qui da contadini si mangia di più e meglio che altrove…” .
  • Ul Carlin e a Marieta da CarbunàIl Carlino e la Marietta di Carbonate : il nome del paese è associato a quello di due personaggi, probabilmente contadini, che rappresentano la quintessenza della semplicità. Vengono citati con l’altro modo di dire “ m’ in long i nocc da Milan ! ” – come sono lunghe le notti a Milano! Lespressione si indirizza a colui che fa un grosso e rumoroso sbadiglio. Il motivo sta nella storiella di quando il Carlino e la Marietta, novelli sposi, poterono finalmente coronare il grande desiderio di raggiungere  Milano in  viaggio di nozze, loro che non erano mai usciti dai limiti del paesello. Presero alloggio in un decoroso albergo del centro, di quelli che per consentire il riposo notturno degli ospiti isolano le camere dal rumore della via mettendo doppie imposte e spesse tende alle finestre. Il nostro Carlino, il cui orologio biologico era sincronizzato sui ritmi agricoli, si sveglia nella completa oscurità della stanza, tentoni raggiunge la porta dell’armadio, la scambia per la finestra, la apre, guarda, vede buio, torna a letto. Di lì a poco, ancora completamente sveglio, ripete l’operazione con analogo risultato, torna a letto e sbadigliando fragorosamente si rivolge  alla sua diletta constatando sconsolato :  “Marietta, m’in long i nocc a Milan! “.
  • Casben- Ul leon  da Casben Il leone di Casbeno  é il soprannome di  un individuo scarmigliato e dalla folta capigliatura leonina.
  • CajelUl Pota. Si ignora chi sia, viene utilizzato per rintuzzare la curiosità, di persone che si introducono in un discorso già iniziato, e vogliono sapere con insistenza di chi si stia parlando. Alla domanda di “ Chi ca l’è “ si rispondeva ridendo “Ul pota da Cajèl ”.
  • Bagg- Va a Bagg a sunà L’organ. Vai a Baggio a suonar l’organo. Cortese invito che sostituisce espressioni più volgari, che si indirizza a coloro che infastidiscono. A Baggio, sobborgo a Est di Milano, si narra che l’organo fosse dipinto sul muro, e quindi impossibile da suonare.
  • Arona- Ul san Carlon d’Arona- Il San Carlone di Arona : fa riferimento alla colossale statua del Santo, che fu eretta in suo onore sul sagrato del Seminario di Arona. Tale espressione indica anche una persona di taglia
  • Cardan- A Cardan fan ben anca i can. Si riferisce alla proverbiale ospitalità della gente di  Cardano verso i viandanti  che raggiungevano quel paese percorrendo  la strada carreggia o Stracaéscia, dopo il guado sul Ticino di Castelnovate. Può anche essere  riferito al fatto che qualsiasi attività economica vi riesce bene. Cardano è stato ufficialmente riconosciuto uno dei 100 borghi più laboriosi d’Italia.
  • Verghera- A Verghera par sta ben nu ghe manerà.: A Verghera  non c’è modo di star bene, forse perché nella vicina Cardano si sta troppo bene. Una volta si andava a Verghera dal “Giustaos”- massaggiatore per farsi ridurre le distorsioni .

 

Articoli in primo piano

Risott Giäld cul Zafranc – Risotto allo Zafferano

(di Anselmo Carabelli)

Il risotto giallo ha sempre rallegrato la tavola delle ricorrenze, si’ da essere ancora vivo il ricordo “da quel “di’ da  San Giorg dul temp da guèra, quand ghe bruso’ tucc i risott “. Memoria di una festa del Patrono del ’44 quando, all’urlo della sirena della Rejna, tutti fuggirono precipitosamente nei boschi incalzati dal lugubre rombo delle fortezze volanti, il cui carico mortale si poteva distinguere nettamente mentre cadeva, in un sinistro lampeggiar di bombe, sulla Macchi di Varese. Cessato l’allarme solo al rientro ci si accorse che tutti i risotti si erano irrimediabilmente carbonizzati sulle stufe. Tutto nella preparazione del risotto ci lega a qualcosa. A cominciare dal riso “Vialone” che si poteva acquistare a “Scartozz“, il giovedi’, presso “ul banc dul Bielin“. Qualita’, che Giuseppe Gandolfi , meccanico presso la fabbrica di mio papa’, mi aveva insegnato a distinguere dalle spighe, che raccoglieva in un mazzetto sul ciglio della risaia di Momo in Piemonte, dove si andava per lavoro, e poi portava a casa in segno di buona fortuna. Gesto semplice delicato, che ancora oggi, quando e’ stagione ho imparato a ripetere.  Di buon auspicio come il giallo del risotto fumante sul desco, ancestrale richiamo alla gioia dell’uomo primitivo, che dal fondo della grotta rivedeva la palla rossa del sole che leva. Ecco perché  il risotto deve essere di un giallo vivissimo, merito dello zafferano aggiunto verso la fine della cottura. Lo Zafferano, Azafran per gli Spagnoli che lo avevano conosciuto dagli Arabi per i quali e’ Zafrahan da cui il nostro Zafranc, deve essere quello vero e non lo smunto surrogato che molti oggi preparano macinando i fiori di una pianta officinale non commestibile. Alla larga da queste contraffazioni e non si commetta l’imperdonabile errore di usare olio di oliva. In una pentola di bordo medio si fa soffriggere una cipolla sminuzzata fino a farla diventare ben rosolata, si aggiunge il riso, 80 gr. a persona e si gira a fuoco vivo. Il burro, che va aggiunto anche alla fine per mantecare il tutto, fu infatti con i grassi animali il nutrimento per eccellenza dei Celti Insubri, antichi abitatori di queste zone. (Strabone L.V 6 Geografia  Polibio L III 60 storie). A Cesare ed ai suoi generali usi a considerarlo come unguento, gli asparagi al burro,  imbanditi dal regolo locale (capo) parvero disgustosi, non meno di quanto apparirebbero a noi se ci venissero serviti intinti nella Crema Nivea fusa. Ma per amor di patria, per quei grandi, fu giocoforza trangugiarli, stimando prevalente al voltastomaco l’interesse per l’arruolamento dei forti uomini delle nostre terre. Dopo averlo rosolato, il riso va annaffiato  di vino rosso, un bicchiere, perché rosso e generoso era il vino locale, prima che la grande gelata del 1869-70 distruggesse tutti i nostri vitigni, sostituiti poi da quella misera qualità méricana, il cui vino oggi, spregiativamente detto “Piscarella”, diventa bevibile solo se rafforzato dal basilicata o dal Rionero del Magnoni. Poi lentamente, man mano che il riso assorbe il vino, si aggiunge brodo ben caldo a tazze, senza mai annegarlo. Il brodo deve essere preparato per tempo, a parte, in una pentola mettendo in acqua fredda, carne di manzo, ossa di bue, zampe di  gallina e bargigli di gallo, ma se la gallina non e’ di quelle nostrane è meglio lasciar perdere, per evitare che addentando la coscia “garon” l’osso si sfili con la stessa facilità del cappuccio dalla penna. E Poi il risotto lo si “Trusa“, si gira sempre nello stesso senso col famoso “Cugià da legn“, che anno dopo anno di onesto servizio e’ diventato di un bel colore bruno, tutto consumato sul lato della sua rotazione. Cio’ che resta di quel bell’utensile bianco e levigato, acquistato da una di quelle vecchine che venivano giu’ da Premosello o da Beura col treno del Sempione, salivano sul locale per Varese e di stazione in stazione raggiungevano tutte le case, con la gerla in spalla colma di mollette per panni, di zoccoli e di tanti utensili in legno . Talvolta al ritorno la sera, col treno da Porta Nuova, capitava di vederle alla stazione di Gallarate appoggiate ai loro gerli, ormai vuoti, stanche ma soddisfatte del loro onesto commercio, in attesa del Domodossola che le avrebbe riportate alle valli. Se poi in questo lento girare di mestolo una piccola crosta dovesse formarsi sul fondo della pentola niente di male, anzi il “Taca’gio’ ” a fine pranzo sara’ il premio per i più buoni. A questo punto manca ancora qualcosa di gentile nella preparazione del nostro risotto jeraghese: l’uso che siano gli uomini a prepararlo per la famiglia nei giorni di festa, segno di attenzione nei confronti della propria moglie nell’unico giorno libero da impegni lavorativi. E’ sicuro che per fare un risotto allo zafferano non era necessario farla cosi’ lunga, ma per farlo buono penso di si’.   

Ricetta-Risotto-allo-zafferano-

 

Articoli in primo piano

Ul temp ca pasa

(di Anselmo Carabelli)

Il gran numero di proverbi e di massime che, pur nelle diverse parlate, ci siamo lasciati alle spalle, testimonia di un mondo attento a fatti ripetitivi scandito nella vita dell’uomo dal ritmo delle stagioni.  Una saggezza formatasi stratificando le attente osservazioni di intere generazioni. I tetti si costruivano molto inclinati, memori di un anno particolarmente nevoso, quando solo quelli ripidi si erano salvati dal crollo. Le piene dei fiumi e dei rili avevano insegnato a costruire lontano dai prati alluvionali anche in tempi di prolungate siccita’.  L’ombra lunga del “di’ da Santa Luzia” segnava il limite della nuova costruzione, perche’ anche il piu’ pallido sole invernale potesse riscaldare il portico rigorosamente esposto a mezzogiorno.  La “Vella” alla base della croce del campanile, instancabile bandierina segnatempo, restaurata con maestria da Gigi e Rino Turri, allineandosi da nord-ovest avvisava l’antico osservatore dell’imminente pericolo di un fortunale da “Santa Caterina”.  Nel gelo invernale l’inusuale fischio del treno e il suono delle campane di Cavaria avvertivano del prossimo arrivo della tanto attesa nevicata foriera di abbondanti messi.  Solo giornalisti alieni, tarantolati dalla urgenza di imbrattare carta da stampa, possono essersi stupiti da un Natale piu’ freddo o da una siccita’ protratta, tanto da paventare antitetiche catastrofi, passando spudoratamente dalla minaccia di desertificazione al timore per nuove glaciazioni.             

Lentamente ci si accorge che, in antico, per coloro che avevano il dono di cumulare un discreto numero di anni, l’idea del “tempo che passa” si accompagnava ad una saggezza pratica e filosofica, alla quale si attingeva con rispetto e sempre volentieri.  Sovente ci si attardava presso il fuoco, sara’ per questo che tanto amiamo il camino, al racconto dell’anziano. Questi, “regiu’ o Pa-Grand” che fosse, almanaccava con enfasi le sue storie di guerra, di militare, gli insegnamenti pratici, le strategie per affrontare la sua unica ed irripetibile vicenda.  Le donne erano più defilate, ma mai renitenti al ruolo di “masera o mama granda”, apparentemente più umili con autorevolezza ci richiamavano ai nostri doveri di battezzati.

L’e’ Pasqua, bisogna anda’ a cunfesass -L’e’ dumenica, bisogna anda’ a la Mesa– potevi anche essere diventato importante, colto, nel senso degli uomini, ricco anche, ma non eri nulla agli occhi di loro anziani se solo avessi perso “Il timor di Dio”. Senza farla troppo lunga il biblico –INITIUM SAPIENTIAE TIMOR DOMINI– era per loro l‘essenza stessa della vita.  Oggi il tempo pare scorrere su altri binari, binari tecnologici, sempre piu’ accelerati fino al parossismo.  Elettronica, elaborazione dati,  computerizzazione, in ambito del lavoro chi non sa adeguarsi viene considerato alla stregua di una macchina vecchia e obsoleta, salvo poi ripescarlo come fruitore di servizi per anziani. L’antico lavoratore, che aveva custodito gelosamente la sua arte, nascondendola ai giovani che volevano rubargli il mestiere, prima di andare in pensione sceglieva per tempo un allievo cui insegnava tutta la sua maestria e i suoi segreti.  L’età della pensione, raggiungeva un uomo forse infiacchito dagli anni ma orgoglioso della sua autorità conquistata.  Oggi lo stesso al momento del congedo potrebbe essere privato della gratificazione del riconoscimento di una esperienza che lo sviluppo tecnologico ha completamente superata.  Sono forse cadute molte certezze indotte da un mondo pantecnologico? Avranno mica avuto ragione le nostre nonne e i nostri vecchi che di cose ne hanno viste tante?

                          

Articoli in primo piano

Le campane della antica chiesa di San Giorgio In Jerago – Uno dei primi concerti di campane del famoso fonditore varesino Bizzozzero

(Testo e ricerche di Anselmo Carabelli)

I Campana- 

Senza decorazioni floreali, reca circolarmente la scritta: PAX DOMINI SIT SEMPER VOBISCUM ANNO 1820 (La pace del Signore sia sempre con voi) – BIZZOZZERI VARESIENSIS FECERUNT (fatta dai Bizzozero di Varese nell’anno 1820)

II Campana- 

Senza fregi, reca circolarmente la scritta: GLORIA IN EXCELSIS DEO ANNO 1837 (Gloria a Dio nell’alto dei cieli anno 1837)- FELIX BIZZOZZERO VARESIENSIS FECIT (fatta da Felice Bizzozzero varesino)

Reca il bassorilievo di un Evangelista, di un Vescovo, di Cristo risorto e della Madonna in Trono. In basso due cinesini (riconoscibili dal copricapo a pagoda) che portano  sulle spalle un bastone cui é appeso un enorme grappolo d’uva, una donna che insegna ad uno scolaro, un San Giorgio a cavallo, Il Crocifisso

III Campana– Senza decorazioni. Reca circolarmente la scritta: SALVA NOS DOMINE   VIGILANTES  ANNO 1844 (Salvaci o Signore mentre siamo nella tua attesa) FELIX BIZZOZZERO VARISIENSIS FECIT. Reca il bassorilievo di un apostolo, di San Pietro, di Maria con Il Bambino, di San Giovanni.

IV Campana– Decorata con fregi e grappoli d’uva. Reca circolarmente la scritta – A FULGORE ET TEMPESTA LIBERA NOS DOMINE ANNO 1834 (dal fulmine e dalla tempesta preservaci o Signore) FELIX BIZZOZZERO VARISIENSIS FECIT

Reca il bassorilievo della Madonna del Carmine, di Sant’Agostino, di un vescovo che sta inserendo in un sacco alcuni frutti, di Sant’Antonio da Padova. In basso una Crocifissione (Cristo in Croce tra la Madonna e San Giovanni).

V Campana– Decorata con fregi e festoni floreali. Reca circolarmente la seguente scritta: CONVOCO-SIGNO-NOTO-DEBELLO ARMA-DIES HORAS NUBILIA LAETA ROGO ANNO 1866 (convoco, segnalo, do notizia-respingo il nemico e le sue armi-Invito a pregare per i giorni e le ore serene, la pioggia e le nubi). BIZZOZZERO FELICE FECE

Reca il bassorilievo della Madonna che sciaccia la testa del serpente, di un angelo che protegge alcuni bambini, di San Giacomo. In basso la Crocifissione, un San Giorgio, la Trinità. Si nota una abrasione come se si fosse cancellato un motto od una parola.

La descrizione delle campane corrisponde a quanto visibile ancora sugli attuali bronzi e da me rilevato durante il lungo periodo che le vide inattive e posate a terra per  instabilità del campanile,  dal 1 marzo 1970 al 6 ottobre 1991. Solo  la ristrutturazione del campanile della antica Chiesa di San Giorgio consentì di apprezzarne nuovamente il  suono. Oggi le campane sono mosse a motore, ma fino al 1970 per suonare bene le campane e fare una bella campanata necessitavano 5 persone disposte alle corde delle campane. Le corde, dalla sommità del campanile scendevano nella cella alla base, cui si accedeva dalla sacrestia vecchia con una scala di sei gradini. Il locale era angusto e quattro persone vi stavano appena. La 1^ campana, campanella aveva la sua corda subito a sinistra della scaletta, la 2^ subito a destra, la 3^ di fronte alla seconda, la 4^ di fronte alla 1^. Cosicché la 5^ o campanone, cadeva al centro della scala fra la 1^ e la 2^ . Chi teneva il Campanone rimaneva sulla scaletta e comandava la partenza delle varie campane, questi fu per molti anni l’espertissimo sig. Giovanni Riganti. Iniziando il concerto, le campane venivano messe in piedi, a bicchiere, leggermente inclinate, perché fossero pronte a partire muntà i campann si diceva. Si iniziava con una drizza cioè si rilasciavano a scalare al comando di: prima, segunda, terza, quarta e campanon. Poi i quatar: segunda, terza, quarta e campanon.  I tri: terza, quarta e campanon. Così si variava il suono e si ricominciava con na riversa che partiva dal campanon, quarta, terza, segunda, prima. Tra le varie possibilità di suono, il campanat dava alcuni preavvisi: Sulbià, Albizà, Cavaria, ci si preparasse dunque ai virtuosismi propri dei paesi indicati. Con Albizà si richiedeva che nella sequenza, terza e campanone suonassero all’unisono a buciada. Elenco dei Sacrestani: Alabardi Alessandro – Molla – Balzarini Valentino – Riganti Celeste – Cardani Carlo – Alabardi Angelo – Pigni Romano ed Attilio.

Comunque da questa ricerca mi rimaneva ancora un interrogativo generato dalla discordanza fra i dati di archivio che datano la consegna del completo concerto delle campane  al  26 luglio del 1820 in Varese e la data impressa ancor oggi sulle singole campane. Quel giorno, sono ormai due secoli , otto jeraghesi , rappresentanti del Parroco Giovanni Castagnola, i sigg: Franco e Pasquale Molla, Giorgio Caruggi, Giacomo e Giovanni senior  e Giovanni  junior Bardellini, Francesco Cardani e Francesco Antonio Puricelli,  si erano recati nella fonderia Varesina di Giuseppe Bizzozzero  per ritirare il concerto di cinque campane. Firmarono una liberatoria accollandosi il rischio e il pericolo del trasporto fino a Jerago, garantendo inoltre ed in solido col parroco  Castagnola il pagamento del debito residuo, previa autorizzazione per iscritto al Bizzozzero della confisca  delle due campane più grosse, se il debito non fosse stato estinto nei 4 anni a seguire. Ora se le carte erano state redatte così bene, perché in archivio si ha notizia della sola rifusione della campana N 5, rottasi nel 1865 per ammaloramento del castello e rifusa con esborso di denaro della parrocchia, anzi del parroco Maroni, ad opera dello stessa  officina Bizzozzero.  Le altre, ad eccezione della 1 campana ancora originale del 1820, portano altri anni, e quindi sono evidentemente state rifuse: 1837 rifusione della 2^, 1844 rifusione della 3^, 1834 rifusione della 4^;  rifusioni  senza  documento alcuno.

Siamo in presenza della amministrazione imperiale austriaca e tutti gli interventi sulle  fabbriche ecclesiastiche, presentati dalle fabbricerie sono soggetti a vigilanza del governo imperiale austriaco. Pertanto si obbliga al soggetto richiedente il controllo allo stesso iter usato per le opere pubbliche. La precisione, la leggibilità e la chiarezza di quegli atti, consultabili nel nostro archivio  sono una ulteriore testimonianza del  rigore di quelle amministrazioni.   In tale periodo, vigono per le fabbricerie  le stesse norme di garanzia previste per le forniture pubbliche, strade, appalti. Si  garantisce il fornitore sulla copertura e sulla certezza del suo credito, ma lo si obbliga ad un prezzo che preveda il ripristino a nuovo delle cose fornite per un tempo illimitato, qualora gli ammaloramenti fossero da addebitare a difetto di fornitura.  Chiaramente le campane sono garantite da rotture, ed è prevista la rifusione non onerosa a tutela del committente. Non dimentichiamo poi che il concerto di Jerago rappresenta forse uno dei primi concerti del fonditore Bizzozero, il quale stava introducendo proprio in quegli anni una nuova forma della campana, che consentiva, a parità di peso, un suono più potente e brillante. Quindi poichè il nostro concerto addirittura precede quello del  campanile del Bernascone a Varese S. Vittore è pensabile che proprio qui il fonditore abbia fatto i suoi esperimenti  per nuove forme e sonorità e di buon grado e a sue spese il Bizzozzero abbia rifuso le tre campane che si erano deteriorate.

Diverso il discorso per il campanone. I fatti risalgono al 1866, siamo ormai nel regno sabaudo. E’ sparito il latino dall’iscrizione e appare l’italiano del BIZZOZZERO FELICE FECE e forse sono venute meno anche le famose garanzie illimitate, anche se da un documento si rileva che fu il castello ad ammalorarsi  facendo battere la campana contro la cella. La campana fu rifusa a spese del parroco don Maroni e nella lega di bronzo per impreziosirne il suono i vecchi narrano che le nostre bisnonne regalarono, perchè vi fossero fusi i cuazz d’argent, cioè quegli spilloni che ingentilivano le capigliature delle donne lombarde, si pensi alla Lucia del Manzoni. La voce  di questo campanone poi,  i vecchi narravano che con vento favorevole si potesse sentire fino ai cinc strä da Busti oggi cinque ponti di Busto.

Articoli in primo piano

Jerago piccolo borgo turistico

Con l’avvento della ferrovia, molte famiglie milanesi o di jeraghesi residenti nella capitale, poterono raggiungere comodamente il borgo per le vacanze estive e per le  varie necessità. Primo fra tutti il prof. Dionigi Cardani, che quando la stazione di Cavaria non era ancora funzionante, scendeva a Besnate facendosi 4 chilometri a piedi. A Milano ricopriva l’incarico prestigioso di direttore didattico del complesso di Via Pisacane- Poerio e risiedeva nel paese natio per le vacanze estive dove apriva una colonia  pei ragazzi milanesi. Lo si vedeva anche in altre occasioni, per seguire con la collaborazione del sig. Santino Cassani la conduzione dei campi e dei beni familiari, o per le attività sociali alle quali era richiesto e cui partecipava volontieri. Di altri ci si ricorda: la famiglia Sartorelli; i Ghiringhelli, costruttori edili, con villa in Via San Rocco; il Cav. Zeni, sindaco all’inizio del secolo e titolare di vari negozi di casalinghi; i nipoti della nonna di Enrico, di cognome Colli, proprietari in città di prestino, droghiere, fabbro, e osteria . I Cova, titolari di una fabbrica e di negozi per la produzione e la vendita dei famosi letti e culle in ottone e ferro, desiderati da tutte le spose di Milano, uscivano a Jerago ospiti dal Filizzeu Felice Riganti in via G. Bianchi e solo in seguito costruirono la loro nobile dimora oggi sede del Municipio. I Castagna della rinomata carrozzeria per auto, edificarono la prima Villa dei Ronchetti, la seconda fu di un ingegnere della Rejna. Dal 1890 fin verso il 1940 molti diedero alloggio ad intere famiglie e pensiamo con un modesto beneficio economico, antesignani dei Garni tedeschi o degli agriturismo. Jerago, a pieno titolo e grazie alla ferrovia, era diventato un piccolo ma ospitale centro turistico e offriva quelle che oggi sono le ricercate vacanze in fattoria e in campagna, perché allora vi era tanta tisi in giro e dalla città si raggiungevano volentieri le colline più vicine per ritemprasi. 

Durante la 2^ guerra trovarono rifugio numerose famiglie che sfuggivano ai bombardamenti aerei, così chi aveva una attività in città lasciava la famiglia al sicuro e poteva raggiungerla la sera col treno. Quegli stessi ragazzi sfollati frequentarono le nostre scuole elementari e si unirono volentieri ai giochi dei nostri, ma arrivavano pure tanti bambini piccoli per respirare aria buona, persino lattanti con le loro balie. Enrico rammenta che d’estate, quando accompagnava la mamma nei lavori dei campi, sovente incontrava “molte signore distinte, che passeggiavano, lungo la loro stessa strada, riparate da un ’ombrellino di seta, il cappello di paglia, coperte fino al gomito, erano bianche come il latte. In apparenza tanto fragili, hanno poi felicemente superata la venerabile età di novant’anni”.

Articoli in primo piano

Alla mia cara signora maestra (Sig.ra Giannina Cardani Magistrali)

Se mi avesse dato questo tema, da piccolo, quando negli anni cinquanta ero suo allievo alle elementari, assieme ed altri trenta coetanei, probabilmente mi sarei piantato sul banco, per ore a succhiare la cannuccia della penna, a guardare l’intelaiatura della finestra, per cercare di rimediare quelle poche misere e stiracchiate righe, che solo la sua grande bonta’ avrebbe potuto premiare con un 6 meno meno. Oggi, quando penso a quegli anni gioiosi trascorsi, seguiti amorevolmente dalla sua presenza in classe, tale é la folla dei ricordi che affiora alla mente, che duro fatica ad organizzarli e dubito di renderLe quell’omaggio e quella doverosa gratitudine per avere guidato, nel rispetto della libertà e delle tradizioni della mia famiglia, i mie anni più belli. Mai fu traumatico l’incontro con la sua persona. Quella scuola, che pur copriva quasi l’intero arco della giornata, con la sua mediazione di brava e paziente mamma ci guidava nel modo piu’ semplice verso ciò che per noi cominciava ad essere il Sapere. Ma se una cosa abbiamo appreso, oltre al saper far di conto e allo scrivere, questa fu il rispetto per tutto quanto aveva permeato la  società locale: la famiglia e la religione.  Eravamo piccoli, ma grazie a Lei conoscevamo già qualcosa di Manzoni, dei Promessi Sposi, di Dante, per non parlare dell’epopea del Risorgimento concluso con la I^ Guerra mondiale, nel corso della quale erano periti al fronte due suoi fratelli. E da lei veramente fu corretto apprendere quell’amore per la Patria, che culminò in classe con la festa per la liberazione di Trieste alla quale ci eravamo preparati con la canzone di “San Giusto”.  Amore di patria, che avremmo scoperto strumentalizzato in negativo o in positivo, ma comunque mai nella corretta dimensione. E quando, molti anni dopo, con i figli alle elementari, dovetti inutilmente difendere il diritto ad un segno di croce, prima di entrare in classe, veramente, con immenso affetto, ripensai a Lei, a quelle letture del Vangelo che ci faceva in Quaresima, ai fiori appena recisi coi quali le compagne ornavano l’immagine della Madonna, che ci proteggeva da dietro la sua cattedra.  E quanta innocenza in quella piccola astuzia di spostare i piu’ diligenti in fondo alla classe, il giorno della visita del direttore, perche’ interrogando questi, quelli che solitamente, dal posto che occupavano, dovevano essere i meno diligenti, rimanesse piacevolmente soddisfatto dalle risposte. Belli e spensierati, quegli anni, cara signora Maestra, così come immensamente triste fu quel giorno nel quale dovemmo accompagnarLa al Camposanto in una lunga e interminabile fila di ex allievi che da poco Lei aveva licenziati. Ma così come non mancheremo mai di recitare una preghiera sulla sua tomba, non potremo mai dimenticare il suo dolce e materno insegnamento.

Con filiale rispetto e ricordo

suo dev.mo Anselmo Carabelli

Articoli in primo piano

Curioso episodio di rivalità conteso fra Orago e Solbiate

Di una difficile attribuzione di confine tra Orago e Solbiate Arno, conservo la memoria di un significativo episodio, che debbo al racconto dell’indimenticabile Canonico Don Alberto Ghirighelli, parroco di Orago. Dalle sue ricerche di archivio era emerso che, un abitante del Molinello, assiduo fedele della chiesa di San Giovanni, quando venne a morire, manifestò il desiderio che le sue esequie e la sepoltura fossero tenute nella Parrocchiale di Orago. Ma, al momento della funzione, al Molinello si presentarono due cortei funebri: quello di Solbiate, che reclamava il diritto alle esequie e  non voleva sentir ragioni diverse, quello di Orago, che vantava l’ottemperanza alle ultime volontà del defunto. I solbiatesi non mollarono nelle loro pretese e presidiarono il portone. Gli Oraghesi,  con l’aiuto dei parenti e con astuzia, riuscirono a prelevare la salma facendosela calare con le funi, direttamente dalla finestra della camera del defunto sul sottostante prato, nascondendola poi nel corteo che aveva dato l’impressione di rientrare in Orago a vuoto.

 

molinello

Articoli in primo piano

Vicende storiche di Orago come comune negli atti civili (rifermento all’archivio di Stato di Varese)

1558  comune di Orago

Nei registri dell’estimo del Ducato di Milano del 1558 e nei successivi aggiornamenti del XVIII secolo Orago risultava compreso nella Pieve di Gallarate.

Nel catasto detto Teresiano, Orago appare ancora comune separato.  Infatti i territori di Orago e Cavaria vennero rappresentati nel 1722 in mappe distinte.

Nel 1730 Orago venne unito in ufficio a Cavaria.

Nel compartimento territoriale specificante le cassine, del 1751, Orago e Cavaria appaiono ancora indicati come comuni separati (Compartimento del Ducato di Milano 1751).

Secondo le risposte ai 45 quesiti del 1751 della II giunta del censimento, il comune risultava distinto da quello di Cavaria. La comunità non risultava infeudata e non pagava nulla a titolo feudale, era stato però sotto la signoria dei Visconti ed era poi passata alla casa Lampugnani. In materia di Giustizia, non esistendo il podestà, il console prestava giuramento al regio ufficio di Gallarate.

Gli ufficiali del Comune erano il console, le cui funzioni erano svolte a turno dagli uomini della comunità e cambiava ogni mese, e il sindaco era scelto dal primo estimato[1]. Il cancelliere abitava ad Oggiona e veniva retribuito con 14 lire all’anno per il lavoro ordinario. Le scritture pubbliche erano conservate in casa del primo estimato.

Il comune non disponeva di procuratore né agente a Milano, ma lo nominava in caso di necessità.

Le anime collettabili[2] e non collettabili erano circa 122 (Risposte a 45 quesiti, 1751; cart 3071 fasc.17)

Comune di Orago con Cavaria  1757-1797 ( periodo della Lombardia Austriaca)

 

1757 Orago con Cavaria”  nel compartimento territoriale dello stato di Milano (editto 10 giugno 1757) appare la forma Orago con Cavaria

1786 il comune entra a far parte  della provincia di Gallarate, con altre località della stessa pieve, a seguito del compartimento territoriale della Lombardia austriaca (editto 26 sett 1786).

Nel 1791 i comuni della pieve di Gallarate si trovano inseriti nel distretto censuario XXXIII della provincia di Milano (Compartimento Lombardia 1791).

Comune di Orago con Cavaria  1798-1809[3] (periodo della repubblica cisalpina)

Per effetto della legge 26 marzo 1798 di organizzazione del dipartimento del Verbano (legge 6 germinale anno VI bis) il comune di Orago con Cavaria venne inserito nel distretto di Gallarate .

Soppresso il dipartimento del Verbano (Legge 15 fruttidoro anno VI) . Omissis .. . Con legge 26 set. 1798, Orago con Cavaria rimase nel distretto di Gallarate, che divenne il XIII del dipartimento dell’Olona.

Con il compartimento territoriale del 1801 il comune fu collocato nel distretto IV di Gallarate, del dipartimento dell’Olona  legge 23 fiorile anno XI).

Nel 1805 il comune di Orago con Cavaria venne inserito nel cantone I di Gallarate, del distretto IV di Gallarate del dipartimento dell’Olona. Il comune, di III classe, aveva 420 abitanti  (decreto 8 giugno 1805).

A seguito della aggregazione dei comuni del dipartimento d’Olona (decreto 4 novembre 1809), in accordo con il piano previsto già nel 1807 e parzialmente rivisto nel biennio successivo (progetto  di concentrazione 1807, Olona) Orago con Cavaria figurava con 436 abitanti, comune aggregato al comune denominativo di Oggiona, nel cantone I  di Gallarate del distretto IV di Gallarate, con la successiva concentrazione e unione di comuni nel dipartimento d’Olona (decreto 8  no.1811), Orago con Cavaria era compreso tra gli aggregati di Besnate, nel cantone I di Gallarate del distretto IV di Gallarate.

Comune di Orago 1816- 1859 (periodo del regno Lombardo-veneto)

Con l’attivazione dei comuni della provincia di Milano, in base alla compartimentazione del Regno Lombardo-Veneto (notificazione 12 febbraio 1816), il comune di Orago con Cavaria fu inserito nel Distretto XIII di Gallarate .

Orago e frazione  Cavaria, comune con convocato[4], fu confermato nel distretto XIII di Gallarate in forza del successivo compartimento territoriale delle province lombarde (notificazione 1 luglio 1844).

Nel 1853, Orago appare con frazione Cavaria, quale comune con convocato generale e con popolazione di 687 abitanti, inserito nel distretto XII di Gallarate e appare quale Comune di Orago ed Uniti  con la creazione del Regno d’italia  del 30 giugno 1861.

(Ad esso nel 1870  fu aggregato il soppresso  comune di Premezzo R.D. 9 giugno 1870).

Questo periodo fu caratterizzato dalla costruzione della line ferroviaria Gallarate -Varese che entra in esercizio il 26-9-1865 , mentre la stazione di Cavaria sarà operativa solo dal 16 ottobre 1903, inaugurata il successivo 9 novembre 1903

 Ma il periodo fu caratterizzato anche dalla litigiosità sempre più marcata  in consiglio   tra la componente cavariese cui si aggiunsero i due consiglieri di Premezzo e l’equilibrio consigliare si spostò a favore del  blocco cavariese. La sede del municipio fu dunque trasferta dal Castello di Orago  a Cavaria.

Il Comune di Orago fu Capoluogo e Sede del Comune di Orago ed Uniti sino al 30 luglio 1889, data dopo la quale la sede del Comune venne trasferita a Cavaria. Il passo successivo fu cambiare la denominazione.

Troviamo infatti il testo della seduta del giorno 1 giugno 1890[5] registrata nel Registro delle deliberazioni del Comune di Orago ed Uniti.

Comune di Orago ed Uniti

Seduta del Giorno 1 giugno 1890

Oggetto: Cambiamento del Capoluogo e della denominazione del Comune

L’anno millesettecentonovanta addì 1 giugno, presenti i Consiglieri: Curioni Francesco, Curioni Carlo, Curioni Pompeo, Luini Angelo, Mazzuccelli Agostino, Mazzucchelli Cesare , Pomini Castigiano, Saporiti Gerolamo e Pastorelli Luigi. Assenti i Consiglieri Brusadelli Angelo, Carabelli Innocente, Pastorelli Domenico, Pariani dr. Valente, Scaltritti Bernardo, Scaltritti Carlo.

Il sig. Presidente espone all’adunanza che al cambiamento della Sede Comunale ora in Cavaria, avrebbe dovuto di conseguenza pure effettuarsi il cambiamento del Capoluogo, ma che ciò non essendo avvenuto necessita ora provvedervi. Addimostra come tale atto sia reclamato dal bisogno di uniformare più possibilmente l’ordinamento amministrativo in modo che il Capoluogo sia quello ove avvi la sede del Comune ed il Comune prenda la sua denominazione dal Capoluogo e dalla Sede.

E perciò siccome la Sede trovasi ora in Cavaria è di necessità amministrativa che Cavaria diventi anche Capoluogo e che il Comune si appelli comune di Cavaria  e non di Orago.

I Consiglieri dopo una discussione assennata e ponderata, Deliberano (assenti i Consiglieri di Orago):

Che il capoluogo del comune sia a Cavaria invece di Orago e che questo Comune stesso si chiami Comune di Cavaria ed Uniti e non Orago ed Uniti.

Letto approvato e sottoscritto. Il presidente Curioni Francesco – Il segretario G. Mazzucchelli

A seguito di queste vicissitudini la popolazione di Orago con le debite forme: Regio decreto 20 marzo 1892 n.198  ottiene di essere aggregata a  Jerago – comune  confinante al quale si era già unito nel 1872 Besnate che si era distaccato da Arsago

1892-1907 Comune di Jerago con Besnate e  Orago

Con Decreto regio 20-3-1892  Orago cessò di appartenere al Comune di Orago ed Uniti per essere aggregato al comune di Jerago con Besnate, formando il comune di Jerago con Besnate e Orago

Popolazione residente nel comune  1901 -2589 ab.

1907 fino ai giorni nostri  Comune di Jerago Con Orago

Nel 1907 il comune di Jerago con Besnate ed Orago viene ripartito nei Comuni di Jerago con Orago e di Besnate legge 28 febbraio 1907 ,n.48

Elenco dei sindaci e vice fino all’anno 2003 (tratto da Jerago con Orago 100 anni di storia)

Per consentire un rapido orientamento diamo l’elenco dei sindaci e podestà in ordine cronologico

Durata Cognome Nome Carica Nomina Vice
1907 – 1920 ZENI Alessandro Sindaco Eletto dal Consiglio  
1920 – 1923 CARDANI Salvatore Sindaco Eletto dal Consiglio  
1923- 1926 MICHAUD Leone Sindaco Eletto dal Consiglio  
1926 – 1937 MICHAUD Leone podestà nominato dal PNF  
1937 – 1940 RABUFFETTI Mario podestà nominato dal PNF  
1940 – 1945 BIGANZOLI Giovanni podestà nominato dal PNF  
1945 (Aprile) BIGANZOLI Giovanni sindaco nominato dal CLN  
1945 (Maggio) CARDANI Salvatore sindaco nominato dal CLN  
1945 – 1946 BIGANZOLI Giovanni sindaco nominato dal CLN  
1946 – 1947 CARDANI Salvatore Sindaco Eletto dal Consiglio CAIELLI Carlo
1947 – 1951 CAIELLI Carlo Sindaco Eletto dal Consiglio MORETTI Serafino
1951 – 1956 BIGANZOLI Pio Sindaco Eletto dal Consiglio SCALTRITTI Renato 
1956 – 1964 CARABELLI Francesco Sindaco Eletto dal Consiglio VALENTI Ermanno
1964 – 1970 BRUNI Gaetano Sindaco Eletto dal Consiglio ANNONI Erminio
1970 – 1971 CARABELLI Francesco Sindaco Eletto dal Consiglio  
1971 – 1974 MAGISTRALI Vittorio Sindaco Eletto dal Consiglio  
1974 – 1975 LODI -PASINI Ugo Sindaco Eletto dal Consiglio  
1975 – 1985 BOSSI Ferruccio Sindaco Eletto dal Consiglio GIOACCHINI Giorgio
1985 – 1990 LONGHI Livio Sindaco Eletto dal Consiglio VIGANO’ Franco
1990 – 1995 BOSSI Ferruccio Sindaco Eletto dal Consiglio CAZZOLA Alberto
1995 – 1999 LONGHI Livio Sindaco Eletto direttamente VALENTI Eliseo
1999 – 2003 GIAROLA Gianluca Sindaco Eletto direttamente SCALTRITTI Pietro
2003 – 2008 VALENTI Eliseo Sindaco Eletto direttamente CARUGGI Mauro
2008-2013 GINELLI Giorgio Sindaco Eletto direttamente Bollini Piera
2013-2018 GINELLI Giorgio Sindaco Eletto direttamente Lodi Pasini Gigi
2018 ad oggi ALIVERTI Emilio Sindaco Eletto direttamente Carnini Anna

[1] Nella fattispecie il proprietario con maggiore perticato

[2] Collettabile-si intende soggetto ad imposta. Colettabili e non collettabili equivale a dire la totalità della popolazione.

[3] N.d.. è il periodo della repubblica cisalpina, di influenza francese. In pochi anni furono fatti tutti questi cambiamenti formali, che anche dalla sola lettura risultano estremamente complessi.

[4] Convocato– fa riferimento alla assemblea, che normalmente veniva convocata nella piazza principale

[5] Documeto avente per oggetto il Cambiamento del Capoluogo e della desitnazione del comune di  Orago ed Uniti estratto dal Registro delle deliberazioni del Comune di Orago ed Uniti .Giacente presso il Comune di Cavaria con Premezzo, rilascaito per copia conforme all’originale  a Cavaria il 27-1-1948 a firma del sindaco Bottini Ambrogio

Articoli in primo piano

Ul Pan Tramvai

pane-con-uvetta-8-980x400

 

Niente di piu’ buono col caffelatte della mattina di una fragrante michèta ancora calda di forno, un lusso davvero,  perché il latte col caffè d’orzo o di cicoria si sposava sempre col pane raffermo- Ul pan séc. Saranno state economie di povera gente, ma sicuramete preservavano da tutti quei bruciori di stomaco regalati dai moderni biscotti e merendine, conditi di tanta pubblicità e da tutti quei grassi alimentari che categorica mente ci rifiutiamo di acquistare dal macellaio.  E il “Pan Giòld”, certo il pane giallo era ed e’ un vero rito a cominciare dalla forma, la Roea. Una ruota bella e grande che a fatica era contenuta dalla “sporta da la masera” (Borsa da Spesa della massaia ), la cui forma appunto, doveva propiziare il corretto taglio delle fette, sottili di mollica e con un pò di crosta intorno, perche’ mangiandole richiamasse leggermente di bruciato. Il Pan Giòld, quello con la farina da furmenton e’ sempre stata la base per i nostri piatti semplici ma non per questo senza regole di confezione.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

 

La Supa o zuppa, può essere fatta con gli ingredienti che la stagione offre e che la tasca della masera permette: Supa da verdura, breud da galina, breud da manz o da vaca, buseca, l’essenziale è comunque che il pane giallo, venga tagliato  a coltello dall’esterno della crosta verso l’interno, facendone fette sottili, non tocchi.  Le fettine vanno messe nelle scodelle sfarinate di formaggio grana, e sopra vi si versa la zuppa. Quando la zuppa si è raffreddata e ul “Pan giòld l’e’ ben murisnà” allora si puo’ mangiare. Si faccia attenzione a bagnare il pane con la zuppa e mai mettere il pane giallo nella zuppa, altrimenti sa fa una sòpa pal can un mangiare per cani.  Altro pandolce nostrano poi era la “Bròsela” che poteva essere ricoperta cui Fig  fichi, uga mericana pasa, nus  noci, una via di mezzo fra il pantranvai e un osso da mordere o os da mort. Chissà mai che i nostri forni possano ridare un ruolo di prestigio a queste nostre semplici, ma autentiche leccornie.

Anselmo Carabelli

Articoli in primo piano

L’altare di San Giuseppe nella chiesa di Orago e riconferma della processione

Giuseppe Maria Bonomi ebbe molto a cuore il culto di San Giuseppe a Orago: unendosi alla devozione degli oraghesi per il culto del Santo, aggiunse nel suo testamento all’uopo questo paragrafo .

“Ogni anno e fino in perpetuo nel giorno di S.Giuseppe, in cui costumasi dal popolo di Orago fare la processione alla statua del detto Santo per legato disposto dal fu sig. Fu Attilio Lampugnani, voglio che inoltre a quanto ordinato detto S.r. Lampugnani sia distribuita in fine della funzione una pagnotta di oncie quattordici  ciascuna persona, che lavorerà i miei beni in fitto semplice, non di livello soltanto; detta pagnotta intendo, che sia di farina di frumento e sia distribuita alle persone, come sopra, e che siano di età non  minore di sette anni e che interverranno a detta funzione, a condizione poi che prima di sortire dalla chiesa, debbano recitare in suffragio dell’anima mia e dei miei congiunti un Pater, Ave Maria ed un Requiem. Al Sig Parroco per tempo di detto luogo, che farà recitare, prima di sortire dalla chiesa come sopra detto suffragio si darà una pagnotta di frumento come sopra da oncie ventotto ed una candela di cera di once dodici, la quale dovrà tenere accesa nel tempo della recita delle dette orazioni. Accadendo che qualche colono non potesse intervenire per giusto motivo a detta funzione le si darà non ostante la pagnotta”.

“Qualora prima della mia morte non avessi fatto costruire o terminare nella chiesa di Orago  la cappella di San Giuseppe che da molto tempo ho destinata, verrà questa fatta costruire o terminare dai miei Esecutori colle rendite de miei beni, non più tardi di tre anni. In detta cappella  sarà posta la statua di marmo rappresentate san Giuseppe, od un quadro di buon autore rappresentante detto Santo, con la cornice indorata e lateralmente saranno posti altri due quadri, uno rappresentante S. Giovanni Battista e l’altro S. Ambrogio con cornice pure indorata; saranno pure posti in detta cappella l’altare e balaustra di marmo, sei candelieri, ed una lampada di rame inargentata, quattro fiorami e le due tabellette portanti il vangelo di San Giovanni  e le altre orazioni per il celebrante. Il tutto verrà eseguito dai miei esecutori nel modo che essi crederanno decente, ed addattato colle rendite dei miei beni come sopra”.

La Cappella dedicata a San Giuseppe fu costruita addossandola al fianco settentrionale, una nicchia custodiva la statua del Santo affiancata lateralmente da due altre statue e tutte di marmo, rappresentanti San Giovanni Battista e Sant’Ambrogio, con evidenti riferimenti onomastici ai tre fratelli Bonomi ,

Tale altare è stato completamente rimosso nel corso della ristrutturazione voluta da don Franco Agnelli, delle statue si è persa traccia.

I Bonomi di Gallarate 

Giuseppe Antonio – sposa Angela nei Torriani; hanno tre figli:

Giovanni Battista- Prevosto di Gallarate  

Giuseppe Maria che  sposa Ippolita nei Castiglioni- senza eredi 

Ambrogio – sacerdote 

Articoli in primo piano

Culto di San Giuseppe ad Orago (avvalendosi delle ricerche di Carlo Mastorgio)

La statua di San Giuseppe, collocata nei prati di Orago, è stata oggetto di devozione da parte degli oraghesi  fin dal 1700, che il giorno 19 di marzo vi si recavano in processione  partendo dalla chiesa di San Giovanni Battista. A tale festa partecipava anche un buon numero di jeraghesi. Gli anziani narrano che talvolta  ci fosse ancora la neve  e talaltra  fiorissero già i primi fiori, a dimostrazione che il tempo ha sempre fatto di testa sua. Carlo Mastorgio, che della nostra storia è stato appassionato e documentato cultore ci aiuta con la sua descrizione: “l’itinerario muoveva dalla chiesa di S. Giovanni Battista, scendeva per la strada detta della Costa Nuova (cimitero odierno n.d.r.), indi la carrozzabile Gallarate-Varese sino alla statua; dopo la benedizione si ritornava alla chiesa per la medesima carrozzabile e per la strada della costa dell’Asilo. Famosa fu la processione del 19 marzo 1931 alla statua di San Giuseppe, dove era stato eretto un altare, lì potevi trovare tutto il paese, una folla di ben cinquecento persone inginocchiate per la benedizione”. Solo dopo il 1948 per ragioni di viabilità, dovute all’aumento di traffico, si optò per una processione ridotta che girava attorno all’isolato del Castello e si fermava dove inizia la discesa dello scalone d’onore, dalla cui sommità era ben visibile la statua ed il parroco del tempo (don Alberto Ghiringhelli) impartiva la benedizione.

Il culto del Santo rimase sempre ben radicato tra i giovani di Orago che lo elessero a patrono, tanto  che in quel giorno, all’epoca anche festa civile, si fece coincidere la festa dell’oratorio maschile, rallegrata da numerosi giochi.

Quella statua, per voleri testamentari e con legati specifici fu dalla sua origine esposta al culto su di un piedestallo nei prati, ab antiquissimi temporibus et perpetuo-da tempi immemorabili ed in perpetuo, quindi patrimonio esclusivo della comunità di san Giovanni Battista.

Fu così che quando il proprietario del fondo sul quale essa era collocata, fece abbattere il piedistallo, con la manifesta intenzione di trasferirla altrove ed in altro paese, un gruppo di giovani oraghesi, ritenne doveroso difendere la statua del Santo. La sottrasse nottetempo, affinché quegli intendimenti non andassero in porto e la nascose, con un blitz noto come il rapimento della Statua. Da qui proteste, denunce, intimidazioni, lettere e telefonate anonime. Alla fine la “commedia” finì e tutto si accomodò. La statua riapparve e di comune accordo fu collocata su di un nuovo piedistallo provvisorio, accanto all’ex mulino del Giambello. Orago salvò il suo cimelio, simbolo di una tradizione e di un culto secolare. Il parroco don Alberto Ghiringhelli poté annotare in un suo diario “Gli unici fra tutti, ai quali bisognava cavare tanto di cappello, sono venti ragazzi che agirono con vera retta intenzione e coraggio”.

La statua non poteva essere ricollocata nel luogo originale, perché  nel frattempo  erano sorte nuove costruzioni che avrebbero impedito per sempre l’antica suggestiva vista dallo scalone. Rimaneva la possibilità di una sistemazione prossima e ancora nei prati.  A tal fine si attivarono i fratelli Consolaro che, divenuti premurosi custodi della stessa, riuscirono a mobilitare un nutrito gruppo di volontari, perchè suscitassero e risolvessero il problema, a loro si unì con la sua  competenza e  passione storica  Carlo Mastorgio, che pubblicherà  per l’occasione un fascicolo  intitolato “Culto e tradizione di san Giuseppe ad Orago”. Dopo tale iniziativa e per interessamento del Comune di Jerago con Orago, essendo sindaco Livio Longhi nella amministrazione 95-99, fu approntato dall’ufficio tecnico comunale e finanziato dal Comune un progetto di restauro, che permise di posizionare la statua su di un nuovo piedistallo, ubicandola in zona prossima al molino Giambello, circondata ancora dal verde dei prati come in antico. Purtroppo in questi ultimi anni, dalla ricollocazione, la statua in arenaria è stata erosa dalle piogge acide, complice l’industrializzazione della zona, molto più di quanto non fosse avvenuto nei tre secoli precedenti, tanto da far temere una sua irrimediabile perdita. Si auspicano di nuovo urgenti ed improcrastinabili restauri, pena il vanificare di questa nostra vicenda. Forse si rende necessaria una squadra di nuovi volontari e devoti.

Ci si potrebbe chiedere il motivo del culto di San Giuseppe ad Orago, in un contesto ambrosiano che vede la prima chiesa dedicata al santo in Milano e solo nel 1530.

Fin verso il 1400 per motivi strategici il castello di Orago poteva ben ritenersi un baluardo sulla valle dell’Arno e perciò interessante per la potenza viscontea.  Il forte di Orago faceva parte di quel limen prealpino che da Massino inanellava tutta una serie di fortezze, le quali possiamo ancora riconoscere nelle vicinanze: Besnate- Crenna-Cajello-Jerago-Orago-Albizzate-Solbiate-Cassano.

Una serie di personaggi, funzionali alla potenza viscontea, più o meno importanti, vivevano in questi presidi fortificati intrattenendo coi Visconti relazioni caratterizzate da legami di famiglia.  Ciò consentiva ai Visconti milanesi di sfoggiare la loro forza nei momenti in cui a Milano era necessario mostrare i muscoli, servendosi anche dei villici che si trasferivano, armati di forconi, proprio da questi territori per fomentare o contrastare i vari moti di piazza contro le fazioni avverse ai Visconti. Per questa funzione di supporto, i Visconti titolari dei castelli e dei territori di pertinenza godevano l’esenzione dalle varie gabelle, altrimenti obbligatorie, verso il ducato o, quando i castelli incombevano sui luoghi di traffico, esercitavano in franchigia diritti di osteria, accoglienza e stallaggio. Fu chiaro che, quando cadde la potenza Viscontea, e venne meno la  funzione di frontiera dei nostri castelli, questi furono lasciati in abbandono con distruzione e decadenza delle rocche.  Divennero nuovamente interessanti se ad essi fosse stato legato un territorio produttivo dal punto di vista agricolo. La piana dell’Arno tra Solbiate e Cavaria, in territorio di Orago presentava già in antico due molini: Molinello e Giambello, oltre al Molino Scalone verso Oggiona; è piana irrigua , con canali alimentati da acque a regime pressoché continuo, quindi permette coltivazioni pregiate, a differenza dei territori di Jerago che sono  bagnati solo da acque sorgive e meteoriche. Nel 1500 il castello di Orago divenne di proprietà Lampugnani, attraverso il matrimonio di Bianca, l’ultima Visconti di Orago, dapprima con Ferdinando Lampugnani e, morto questo nel 1533, con Gaspare Antonio. I Lampugnani rimasero. proprietari fino ad Attilio che, verso il 1713, riedificò il castello come lo troviamo ora nella sua funzione di soggiorno e villa di campagna . Fu artefice del prezioso ingresso e dello scalone d’onore. Alla sua morte nel 1757 lasciò tutti i beni all’ospedale Maggiore di Milano.  Con riferimento al catasto del 1725, noto come Teresiano, rileviamo che:  delle 1565 pertiche milanesi  pertinenti al territorio di Orago, ben 1400 appartenevano al conte Attilio Lampugnani. Costui non lasciò eredi, perché tutti premorti e l’unico figlio maschio Giuseppe morì in giovane età. Fu in sua memoria che Attilio Lampugnani presumibilmente volle fosse dedicata una statua a San Giuseppe. Come si evince da un suo pio legato  citato  da Carlo Mastorgio “Voglio pure e dispongo, che dopo la mia  morte si faccia celebrare nel giorno della Festa del Glorioso Patriarca S. Giuseppe, e nella Chiesa Parrocchiale di Orago una messa cantata con fare l’immediata processione del Popolo al sito dove resta  collocata la statua di San Giuseppe vicino al Molino, e di rimpetto alla Porta del Castello, che guarda alla strada de Varese, ove si canterano le Littanie, dovendosi contribuire al sodetto R.do Paroco per tempo la elemosina di soldi trenta per le celebrazioni di detta messa e processione come sopra, e quando succedesse la festa di S. Giuseppe di venerdì, si dovrà fare la processione dal popolo nel medesimo giorno al sito, ove resta collocata la statua sodetta, e la messa cantata si dovrà celebrare nel giorno successivo, volendo pure come voglio  e dispongo, che in occasione di detta processione, e così nella festa di S. Giuseppe di cadaun anno sino in perpetuo si distribuiscano stara quattro di mistura in tanto pane al Popolo di Orago. “