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Ceramica di Cristo Risorto- Battistero

foto di Francesco Carabelli

Testo a cura di don Remo Ciapparella tratto da “Camminiamo Insieme” – novembre 2020

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Dono della Fondazione don Angelo Cassani a don Remo per aver sempre sostenuto e incoraggiato la loro esperienza di Comunione e di Chiesa.

Da quando don Remo è con noi, non ha mai mancato di apprezzare le iniziative promosse in memoria commovente della persona di don Angelo che si è immolato per la nostra Parrocchia di Jerago in anni grevi di difficoltà per motivi di salute e sociali.

Don Angelo veniva da Milano in serie condizioni di salute dopo esser stato aggredito dalle Brigate Rosse che gli hanno causato parecchi giorni di coma.

Un campione che Jerago ha sempre saputo apprezzare soprattutto negli ultimi anni, messo fuori condizione da una seria malattia che l’avrebbe condotto alla morte.

La ceramica, dopo anni di progettazione, va a decorare la parete spoglia del battistero. Da tempo avevamo in cuore di rendere importante l’antico fonte battesimale che ha donato alla chiesa locale generazione di cristiani.

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Difendiamo il nostro Ambiente

Il nostro rapporto con il territorio, non e’ molto dissimile dal rapporto che si ha con i libri. Per alcuni, è come se i libri non esistessero, li buttano sistematicamente nella cartaccia.  Altri, poi, li considerano solo perché impreziosiscono la libreria, e se ben rilegati potrebbero essere anche finti.  Infine, i rimanenti li leggono, cioè li usano per quello che sono, cercano di imparare, di conoscere, sicuri che per capirli, non bisogna essere professori, basta saper leggere. Per l’ambiente vale la stessa considerazione. C’è chi vede il prato e il bosco interessanti solo se edificabili, quindi comunque da trattare come carta straccia, da distruggere se edificabili, da abbandonare ai rovi in caso negativo. Altri, invece, cercano di appropriarsene, per un puro compiacimento estetico (leggasi boschi recintati, anche con filo spinato) in ciò giustificati dall’inciviltà di tanti barbari, non ultimi quelli che hanno scoperto la nuova moda di scorrazzare nei prati con il fuoristrada.

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Infine, vi è chi cerca di avvicinare questo ambiente per arricchirsi delle sensazioni che sanno suscitare le testimonianze di un modo di vivere completamente diverso dal nostro, ma ancora quello dei nostri nonni. Mi riferisco all’uso delle rogge, delle chiuse, dei canali, delle terrazzature, dei laghetti, dei prati a  marcita. Tecniche culturali, che hanno permesso fino al 1950 di sopravvivere a chi univa l’economia agricola al lavoro nelle industrie. Ma il valore storico di queste tecniche è eccezionale, perché  porta direttamente alla presenza di Roma antica, all’insegnamento benedettino dei vicini Monasteri di Cavaria e di Buzzano, per arrivare all’opera dei funzionari di Maria Teresa d’Austria. Ecco tutte queste testimonianze corrono il rischio di esser cancellate e chiaramente non per incuria, perché l’incuria non ci ha impedito di riconoscere ambienti assai antichi del tutto dimenticati, ma per ignoranza. Si può infatti distruggere ciò che non si conosce, ma se  si persevera nel voler ignorare, ciò che si può e si deve tutelare, allora la distruzione diventerà colpevole. La frequentazione dell’ambiente boschivo e naturale che ci circonda, mostra  segnali preoccupanti di inquinamento che  debbono far riflettere. Ad esempio i nostri corsi di acqua, escludendo pure l’Arnetta, anche nel bosco più nascosto presentano ormai tracce di sostanze che producono bolle in cascata. Quando piove il dilavamento delle cortecce degli alberi forma presso le radici barbe di schiuma, il che dice molto sulla qualità delle polveri nell’aria che respiriamo.  Non vi è più un bosco dove non sia arrivato l’inquinamento da rumore. Al Moscone si avverte già la fastidiosa presenza della Autostrada di Besnate.

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Durante una visita che ci ha portati dalla Bartolina, alla Volpina, al Moscone, ci si è resi conto anche di come l’ambiente antico si sposasse in modo equilibrato con il centro abitato. Sarà un caso, ma gli stessi moduli costruttivi legati all’uso di materiali che per necessità dovevano essere locali (Travi, Coppi, Mattoni, soglie) rendevano l’insieme estremamente omogeneo. Malauguratamente anche le antiche case, vanno scomparendo nel disprezzo, per il difetto imperdonabile di rammentarci le nostre origini.  Origini, forse umili, ma dignitose. Si evidenzia, nelle case antiche una palese situazione di degrado, alla quale, invece di rispondere con opportuni restauri, si è sempre più tentati di porre rimedio con un bel Caterpillar. Così nascono opere di ingegneria e architettura che, quando va bene, ci propongono stili assolutamente estranei alle nostre tradizioni.  So che a questo riguardo, molti avranno da ridire, ma vadano a vedersi  l’armonia  e l’equilibrio di una cascina come la Bartolina o la Cattabrega, di una Ca’ Verzasca, dei Casanitt e ne traggano poi utili insegnamenti.

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Come si può immaginare c’è molto da fare con opere di sensibilizzazione, con studi e iniziative, ma sicuramente dobbiamo provarci, raccogliendo anche l’invito di una associazione ambientalista che recita:

“L’ambiente e la natura ci sono stati lasciti in eredità dalle generazioni passate e in affido per le generazioni future “.

Anselmo Carabelli 

Redatto agli inizi degli anni ’90 per la Pro Loco di Jerago

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A Gesu’ Bamben  – Auguri natalizi Jeraghesi                  

A Gesu’ Bamben                                  A Gesu’ Bambino

 

Stamm a senti’ Gesu’ Bamben          Senti Gesu’ Bambino

stamm a sculta’ un mumenten          ascoltami un momentino

dananzi a to Gabana                           davanti alla Tua Capanna

preghi pal me pa’ e la me mama        prego per papa’ e mamma

Tel set ca sum un fiuren piscinen       sai che sono un bambin

a sum un pu disubidient                      sono un po disubbidiente

a fo’i caprizi par nient                         faccio i capricci per niente

mi a vurarisi fai pù                               non vorrei farli piu`

perdonum Bamben Gesu`                  perdonami Bambin Gesu`

 

                                    Luciano Garavaglia

 

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Foto dal film di inaugurazione della nuova Chiesa di San Giorgio

Riportiamo di seguito alcune foto dall’inaugurazione della Chiesa di San Giorgio in Jerago come da precedente ns. articolo che riportiamo qui in link per comodità

Anno 1927-21-22-agosto – Inaugurazione solenne della Chiesa e festeggiamenti per il venticinquesimo di ordinazione del parroco don Massimo Cervini.

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L’ acqua potabile a Jerago con Orago  

Pouring water into glass

L’ anno 1913  il consiglio Comunale nella seduta del giorno 23 novembre,  sotto la presidenza del Signor A. Zeni  deliberò l’autorizzazione del  progetto per l’impianto dell’acqua potabile in relazione al rapporto dell’ing. Gino de Rizzoli

 “ …. Il Consiglio Comunale affermando la necessità di dotare il Comune di Jerago con Orago di buona acqua potabile ed allo scopo anche di dotare pubblici lavatoi. Sentito il rapporto dell’ing. Gino de Rizzoli che assicura della presenza di abbondante vena acquifera, in località comoda e naturalmente protetta da inquinamenti . 

-Ritenuta l’opportunità di far eseguire necessari scandagli con la costruzione di un pozzo in parte in muratura ed in parte con tubo acquifero con una spesa preventiva di Lit. 5000 circa.

 -Ritenuto inoltre che tale necessità è sicuramente sentita dalla popolazione che lascia intravedere la certezza di cooperare con una larga sottoscrizione pubblica……

 Plaude all’iniziativa della Giunta Municipale … e concorde:

                                      Delibera:

-di autorizzare i lavori relativi alla conseguente costruzione di un pozzo secondo i dettami dell’ing. de Rizzoli per una spesa prevista di circa £ 5000 concorrendo in proprio con una somma di £ 900 e con le somme che saranno certamente raccolte con una sottoscrizione pubblica, salvo ulteriori provvedimenti nei futuri bilanci.

Le spese relative saranno compiute sotto la diretta sorveglianza dell’ing. De Rizzoli da persone che diano affidamento di capacità speciale in tali lavori e previa opportuna opera privata, con la raccomandazione che vengano iniziate appena conseguita la superiore approvazione della presente

-di autorizzare fin d’ora la G.M. che a risultanza delle verifiche fatte dopo la costruzione del pozzo di assaggio, faccia predisporre il progetto regolare nel quale sia prevista l’estensione dell’impianto anche alla frazione di Orago provvedendo tutte le pratiche per ottenere il prestito operativo.”

Le opere di scavo iniziarono nel 1915 e procedettero con la celerità compatibile con i mezzi economici e tecnici disponibili. Non dimentichiamo che il pozzo progettato, consta tuttora di un avanpozzo in mattoni con un diametro di mt. 2  e profondo mt. 48 fino al raggiungimento della falda freatica dal fondo del quale parte un tubo artesiano del diametro  30 cm. profondo  altri 32 mt. fino alla quota di – 82 mt.

Il pozzo della via Vittoria raggiunse la falda freatica nel 1916, le prove tecniche di qualità, diedero soddisfazione, ma per le prove di portata non essendo sufficiente la prova strumentale manuale si  rimandò il controllo della portata oraria giornaliera. Perciò  si provvide all’acquisto della pompa necessaria per un primo utilizzo, ma fu in questa fase che nacquero le prime difficoltà, perché non si riuscì a trovare una pompa adatta alla profondità della costruzione ed alla portata della vena d’acqua, ad un prezzo conveniente. Le pompe fornite: prima dalla ditta Tamini di Milano, poi dalla ditta Vanoni risultarono insufficienti bruciando miserevolmente. Resistevano per il tempo necessario a garantire una misera portata d’acqua, che lo stesso Cav. Zeni definisce sconsolatamente con le parole riferitegli dall’assessore Riganti “il getto dell’acqua è da asino vecchio! E per empire la vasca del lavatoio occorrono 6 ore,  il motore è piccolo insufficiente e si scaldava in brevi minuti rendendosi pericoloso”.

Fu così che per poter acquistare la pompa adatta, non sprecando denaro ci si augurava di trovarne una a prestito tra quelle di riserva presso acquedotti già funzionanti, si pensò a Gallarate ottenendone un diniego, a  Besnate, con lo stesso esito. Correttamente tali comuni rammaricandosi per il diniego, rispondevano scrivendo che nulla avrebbe ostato alla richiesta, se non l’impossibilità  oggettiva di fermare i loro impianti, privandosi di quella pompa che appunto, dato il costo, non avevano ancora di riserva. Il problema non si risolse pure con il cambio dell’ingegner de Rizzoli, partito per il militare,  con l’ingegner Porro. Ma la certezza  sulla buona riuscita dell’opera fu tale che al Porro la Giunta in data 1918 affidò l’esecuzione dello studio preliminare per la costruzione dell’acquedotto necessario per  collegare le opere esistenti: i lavatoi, le manichette  antincendio (da farsi) e le utenze  private al pozzo nuovo. Nella ricerca  di tubi dell’acquedotto, a buon prezzo, visto che molti tubi giacevano nel cortile delle Officine Sessa in Via Cavour, ci si rivolse anche alla Prima commissione Superiore per l’alienazione dei materiali residuati dalla guerra di Padova, per l’acquisto di tubi da residuato bellico. 

Ma evidentemente tutti i tentativi andavano per le lunghe ed i costi, affrontati in proprio dal Cav. Zeni, cominciavano a farsi pesanti per lo stesso, quando in data 14 agosto 1919 per la prima volta nei documenti di archivio si trova una lettera del direttore della ditta Rejna indirizzata al Cav. Zeni. Con essa, per accelerare la questione dell’approvvigionamento dell’acqua il direttore della maggiore ditta jeraghese offre di acquistare la pompa adatta al costo di £ 5365 riservandosi di ritirare, se i risultati fossero stati negativi, la pompa senza gravare sulla gestione di quella che ancora era una fase sperimentale del pozzo. Nel resoconto di Giunta n. 25 del 1919 Il presidente informava che: ”sono finalmente in corso le prove per la misurazione dell’acqua potabile nel pozzo comunale, nutre fiducia del buon esito, avendo affidato l’opera ad esperto operaio in materia. Comunica inoltre l’eventuale combinazione cui si potrà addivenire per la fornitura dell’acqua con la ditta Rejna”.

Evidentemente la prova con la pompa nuova ebbe esito positivo anche se con un ulteriore  anno di ritardo tanto che n il 5 /5 1920 la giunta guidata da Zeni prende atto della offerta del Sig. Michaud Leone per lo studio di un progetto generale dell’acquedotto, col pronto coordinamento ed attivazione dell’impianto esistente, che in unione dell’impianto del Cav. Zeni doterà il Comune delle necessarie acque potabili.

E’ necessario ora riassumere per capire la situazione. Con la citata delibera del 1913, vista la carenza di fondi della amministrazione comunale, di fatto il consiglio affidava ai privati la gestione della ricerca dell’acqua essendo il comune impegnato finanziariamente in altre opere. Per accelerare i tempi il Cav. Zeni si impegnava direttamente coi suoi mezzi nella ricerca dell’acqua e infatti la Giunta con nota  n: 25/1919, “apprezza altamente il sacrificio finanziario che personalmente il Cav. Zeni    sostiene da anni per propugnare e condurre a termine l’acquedotto comunale”  riconoscendone in toto la qualità di finanziatore privato.  Ma l’operazione che il sindaco Cav. Zeni affrontava, da privato cittadino, era altamente rischiosa, affidata come era alle certezze di un rabdomante, seppur ingegnere idraulico il De Rizzoli. L’acqua era stata trovata quando ormai il finanziatore aveva speso circa  £. 7000 delle quali £. 2000 solo per pompe rivelatesi inefficienti.  Lo Zeni si trovava ancora nella necessità di investirne altre £. 7000 per la pompa nuova, con il rischio di perderle, perché nessuno garantiva ormai nulla sulla quantità della portata. In questo momento preciso 1919 -1920 si fece avanti la Rejna  per interessamento del direttore Michaud  che acquistò la pompa,  agosto 1919. Ci volle ancora un anno,  per piazzare la pompa alla profondità di 40 metri, perché fu necessario costruire un anello in cemento armato che potesse reggere tutta la tubatura, ma le prove furono positive, il Michaud entusiasta chiede che gli sia affidato  il progetto per l’acquedotto e la giunta prende atto 5-5-1920.  Chiaramente la fatica di questa opera ad alterne vicende mise a dura prova l’attività degli ultimi anni del Cav. Zeni e forse  per quest’acqua che doveva sempre arrivare, ma tardava ad arrivare, ed ancor più per la situazione politica generale, perse le elezioni di ottobre. Gli va riconosciuto il merito di aver costruito il pozzo della via Vittoria, trovato a rischio delle proprie sostanze, l’unica fonte di acqua potabile che disseterà il paese fino al 1960. Con le elezioni vinte dai socialisti si apre una nuova fase che rileviamo dalla informazione circa l’acqua che la Giunta dà al Consiglio in data 28-6-1921:

“ L’assessore Tondini comunica che il sig. Michaud Leone con lettera 25 Maggio corr. fa noto di aver acquistato dal Cav. Zeni il pozzo destinato alla distribuzione dell’acqua in paese guidato da sensi altamente filantropici intende portare a compimento l’opera lodevolmente iniziata dal Cav. Zeni e unendo alla necessità del paese a quella della Ditta Rejna che degnamente rappresenta, chiede a questa amministrazione di nominare una commissione per studiare assieme l’impianto cumulativo con minimo sacrificio e massima utilità igienica della popolazione. La giunta Municipale ha già valutata la proposta dell’ eg. sig. Michaud e riaffermato che nessuna diffidenza preesista? ( testo illegg. ) nella rappresentanza comunale la quale non ha che da augurarsi il sollecito compimento di opera inderogabilmente necessaria ed utile per tutti.

Il Consiglio Comunale: plaudendo alla nobile proposta del sig. Michaud, assicura che l’amministrazione faciliterà in ogni modo il libero svolgersi di questa iniziativa. A voti unanimi resi nomina:

I sigg. Michaud Leone- Cardani Salvatore- Tondini Giovanni- Bollini Emilio

Membri della commissione per lo studio dell’impianto di acquedotto cumulativo, lasciando piena facoltà  al sig. Michaud di aggregare allo studio il personale tecnico che riterrà il più opportuno “

f.to  Il presidente Salvatore Cardani    Il Consigliere anziano Bollini Emilio

I lavori procedono alacremente ed  Il Comune rilascia alla Società Anonima Achille Reina  il Nulla Osta n. 684 del 20 luglio 1921 col quale si concedono i collegamenti tra i vari impianti di presa e di accumulo con gli utenti maggiori a fronte di una quantità di acqua giornaliera da rilasciare per uso pubblico alle fontane pubbliche e bocchette di incendio e si stabiliscono delle convenzioni di massima per l’utilizzo dei privati da definire a conclusione dei lavori di distribuzione da concludersi entro il 30 giugno 1922.

A norma del paragrafo N.(e) del nulla osta il Comune avrebbe dovuto realizzare l’impianto di distribuzione, ma subì ancora una volta l’iniziativa di Leone Michaud, che aveva premura di  realizzare il tutto per la Rejna, di cui era rappresentante, per le abitazioni degli operai e per la popolazione tutta. A tal fine aveva dato vita a due Consorzi per la distribuzione di acqua potabile fra abitanti e proprietari. Della  necessità di questi consorzi già si era discusso pubblicamente in Cooperativa di Jerago il 25-aprile 1921. I Consorzi costituiti,  tratteranno direttamente con la ditta Rejna prezzi e modalità di manutenzione senza rappresentanti comunali, in pratica si mise il Comune di fronte al fatto compiuto, lasciandogli la facoltà di riscattare, gli impianti  quando le  finanze comunali  lo  avessero permesso. In effetti e sufficiente leggere l’incipit dell’atto di fondazione del Consorzio di Jerago per capire quanto fosse critico il consorzio nei confronti dell’amministrazione comunale: “Visto l’assoluta impossibilità del Comune di procedere alla costituzione dell’acquedotto e quindi di usufruire degli accordi fatti con la Soc. Rejna, viene costituito fra abitanti e proprietari di Jerago un consorzio… (omissis) il quale si sostituisce al Comune, che potrà rilevare l’impianto, quando le sue condizioni finanziarie lo permetteranno, alle condizioni da stabilirsi a tempo opportuno”.

Finalmente il 30 aprile 1922  il giornale “ Vita popolare”  può scrivere “alle ore 8.30 si fa l’inaugurazione solenne dell’acqua potabile tanto desiderata e necessaria al paese; si fa un corteo alla fonte e al bacino. Marcata assenza degli operai e dell’Amministrazione Comunale, che non ha dato nessun contributo per l’acqua potabile. Al bacino parla il Cav. Michaud e dopo la benedizione del Parroco don Massimo Cervini”.  Questa assenza rilevata dell’amministrazione Comunale all’inaugurazione di un’opera tanto utile, mi aveva incuriosito, ma la ricostruzione cronologica di archivio qui riportata, mi ha sufficientemente chiarito perché l’amministrazione municipale fosse così risentita da non essere presente. In effetti il Comune era stato dotato di impianti utilissimi e necessari, ma aveva perso ogni competenza su di essi, perchè le convenzioni richiamate dal nulla osta 684/21 alla lettera E) non furono perfezionate. E rimaneva aperto l’indirizzo 23 novembre 1913 dove si diceva che a prove ultimate una sottoscrizione pubblica avrebbe finanziato e concluso l’opera. Nel 1923 con la nuova amministrazione Michaud e fino al 1933 il problema dell’acquedotto non ha più riscontro negli atti del Comune. Nel 1933 con lettera urgente  della Prefettura, in merito a controversie segnalate, si esige la copia della convenzione che a suo tempo il Comune dovrebbe aver stipulato con la Soc. Rejna. La risposta consisterà  nell’ acquisto in data 20-7-1935  degli impianti dei due consorzi per la distribuzione dell’acqua attraverso la trasformazione forzosa delle quote di partecipazione in titoli obbligazionari ad ammortamento decennale con estrazione annuale.  Una perizia giurata dell’ing. Renzo Gnocchi datata 25 sett. 1935 consentirà alla Giunta Provinciale amministrativa di convalidare l’acquisto il 12 novembre 1935 con delibera GPA n 3635.  Da quella data rientrano nelle delibere prima podestarili poi consiliari tutte le operazione per la gestione dell’acqua potabile. Nel 1936 si riconfermarono nella gestione dell’acquedotto gli stessi operatori che lo seguivano fin dal 1922 e cioè i sig. Bollini Pio e Scaltritti Pietro. L’acqua sarà venduta a 0,90 con sensibile riduzione. La Rejna però vorrà un contributo per la gestione del pozzo. Ed il podestà Rabuffetti, con delibera 64 del 1938 nel mentre autorizza il pagamento semestrale dei consumi dell’acqua conferma che i rapporti con la Rejna in merito all’acquisto dell’acqua dovrebbero essere regolarizzati da una convenzione, ma nel 1939 non si riesce ancora a addivenire ad un accordo. Solo con la delibera 21 luglio del 1940 di  Giovanni Biganzoli  si porrà fine alla vicenda del pozzo definendone l’acquisto dalla Rejna e tracciandone le modalità esecutorie che porteranno il comune nella piena proprietà con atto rogato dal Notaio Frassi di Gallarate in data 8 gennaio 1941 XVIII  e.f.il sig. Giovanni Biganzoli con molta pazienza e cura aveva, lodevolmente, così posto fine ad una annosa  vicenda, che nasceva nel 1913, ma non aveva  visto il Comune come proprietario degli impianti, perché, la necessità e gli eventi politici avevano sempre impedito che il dettato della delibera, fosse portato a compimento (laddove si recitava che a completamento dei sondaggi fatti con interventi dei privati, l’impianto dovesse rientrare nelle disponibilità pubbliche).

La nuova situazione  come si vede dalle continue delibere di manutenzione al pozzo obbligherà gli amministratori ad una attenta gestione, sia verso il paese che verso l’obbligo di fornitura alla Rejna. Ed il pozzo dava anche segni di cedimento in relazione alle aumentate esigenze. L’amministrazione di Pio Biganzoli, cercherà di rinegoziare il contratto, ricevendone dalla Rejna un diniego e per migliorare l’efficienza del vecchio pozzo della via Vittoria n.1 su studi dell’ing. Bilardo lo aggiornò affiancando al vecchio tubo artesiano di 30 cm,  un nuovo tubo artesiano del diametro di 90 cm che consentisse l’uso delle moderne pompe ad immersione.  L’amministrazione del dr.Carabelli dapprima cercherà di soddisfare l’esigenza aumentata di acqua   prelevandola dagli acquedotti dei comuni limitrofi: allacciandosi prima all’acquedotto di Cavaria, e poi per Orago a quello di Solbiate, fino a quando nel 1961, farà trivellare il primo nuovo pozzo n. 2, nella zona della via Don Cervini e con i sui 14 mc darà sollievo alle necessità e consentirà persino la cessione di acqua del pozzo vecchio a Cavaria. Contemporaneamente avvierà uno studio per la nuova rete di acqua potabile che sarà diviso esecutivamente in due lotti  iniziati dalla amministrazione Carabelli e  concluso dalla amministrazione Bruni. Il terzo pozzo n. 3  in Via Monte Nero sarà trivellato dalla amministrazione Carabelli e collegato dalla Amministrazione Bruni.  La potenzialità idrica vedrà  aggiungersi: il n. 4 pozzo scavato dalla amministrazione Pasini, il n. 5 da Bossi in località Besnate, che fece anche un collegamento con Albizzate per garantire le forniture alle località alte, a nord-ovest difficilmente raggiungibili con sufficiente pressione dalla rete normale, il n. 6 da Longhi. Longhi e Bossi  riusciranno anche, dopo lunghe trattative a liberarsi dalle forniture agevolate alla ditta Rejna.  Seguirono le estensioni delle tubature fatte non appena si realizzavano i nuovi quartieri, via Brasano, via Vespucci, nuova Zona industriale di Orago. Chiaramente le grosse difficoltà di gestione, ed  il fatto che la vecchia rete, costruita nel periodo anteguerra, non era mai stata completamente isolata, convinse. L’amministrazione Giarola a cedere la gestione di tutto l’acquedotto alla società Aspem. Sgravando il comune da un notevole impegno.

Questa ricerca, vuole essere un omaggio a tutti i sindaci, agli assessori addetti al servizio dell’acqua ai consiglieri aggiunti, che hanno lavorato sempre con alacrità e fatica perché l’acqua non mancasse mai dalle nostre abitazioni. A costo di notti intere trascorse nei locali dei pozzi per sostituire le pompe intasate o bruciate, recuperando e rimontando una colonna di tubi mai inferiore a 100 metri, essi hanno sempre garantito  il servizio ordinario.

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LA BUSECA DUL BARETA

fonte immagine: sfizioso.it

Tanti anni fa quando la trippa era venduta allo stato naturale, cioè scura quasi nera, bisognava spelarla tutta lavarla bene e farla cuocere alla sera per 2 ore affinché al mattino si potesse tagliare bene e cucinarla, poi quando era pronta a mezzogiorno veniva tanta gente a prenderla con la  calderina per portarla a casa. Oggi invece la Trippa si puo’ comperare gia’ bianca e pronta per essere cucinata dal macellaio.

Ingredienti x 4 persone :

1200 gr.di trippa

70gr.di lardo o di pancetta

1 cipolla grossa

aglio

50 gr.di burro

½ bicchiere di vino 

4 patate di cui due a cubetti e due intere

3 carote a dischi un bel gambo di sedano a pezzettini

½ scatola di fagioli (se secchi si mettono a mollo la sera prima) 

½ scatola di pelati

erba salvia

1 frasca di alloro

sale e pepe a piacere 

altri odori

formaggio grana grattugiato

Si prende la trippa e la si lava bene sotto acqua corrrente si taglia in strisce della dimensione di un dito. Si prende il lardo o la pancetta e si fa una bella pestata con      cipolla e aglio si mette in una pentola a bordo alto con il burro si fa rosolare. Si mette la trippa, che a parte e stata preparata in strisce e si rosola bene per un po’ e poi si mette vino buono. Si lascia evaporare il vino e poi si aggiungono le patate un po’ a cubetti e un po’ intere che poi verranno schiacciate, lo stesso si farà per carote e sedano, si aggiungono i fagioli (se secchi saranno stati messi a bagno la notte prima ), si aggiungono i pelati o i pomodori, la salvia, l’alloro una frasca, sale e pepe a piacere, altri odori.  Si rigira per un po’ poi si aggiunge brodo caldo fatto con dadi e si coperchia lasciando cuocere x 2 ore. Si serve in scodella con una manciata di formaggio sopra.

Buon Appetito

Ricordando la Signora Carla Cardani Magnoni che ha suggerito questa ricetta

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Lavatoi pubblici e surrogati

Articolo tratto dal numero 4 del giornale “L’equinozio”- Ottobre 1994 a cura della Pro Loco di Jerago con Orago

L’articolo è stato redatto dal Rag. Antonio Delpini

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Prima della Seconda Guerra Mondiale. ovvero sessant’anni fa, le lavatrici non esistevano ancora, non erano ancora state inventate. E allora? Come facevamo a lavare la biancheria e fare il bucato?

La nostra gente, ed in particolare le nostre buone mamme che non mancavano certo di intelligenza spicciola, con la collaborazione dei mariti e della pubblica amministrazione di allora, da tempo memorabile avevano risolto egregiamente i problemi costruendo lavatoi pubblici e numerose fontanelle a portata di mano delle famiglie.

A Jerago esistevano tre lavatoi pubblici: uno vicino al S. Rocco “Ul Funtanun”, coperto e costituito da tre grandi vasche: una per lavare i panni molto sporchi, la seconda per il lavaggio normale e la terza per sciacquare (“risentà“) il bucato.

Alimentato dall’acquedotto comunale, era il più frequentato e funzionava anche da salotto dando modo alle donne di fare quattro chiacchiere in assoluta libertà. La loro presenza al lavatoio, particolarmente quando erano numerose, si percepiva anche da molto lontano e se ne sentivano di tutti i colori, comprese le discussioni che nascevano per accaparrarsi il posto migliore.

Un altro lavatoio era stato predisposto sulla strada che scende sulla Varesina (attuale via Dante), vicino al ponte della ferrovia. Ovviamente più piccolo e di due sole vasche, alimentato da acqua sorgiva in un primo tempo, e poi dall’acquedotto comunale. Doveva servire in particolare per gli abitanti della Caserma e dintorni. inutile dire che il cicaleccio, quando le presenze erano numerose, si poteva udire fino alla portineria dello stabilimento Rejna.

Infine avevamo, in via G. Bianchi, un terzo lavatoio: “Ul Rià”, che è resistito più degli altri. Anche questo disponeva di due vasche: una per lavare, un’altra per “risentà“. Alimentato prima dall’acqua che scendeva nei fossi, allora sempre puliti, dei prati situati a nord sulla via Indipendenza, poi dall’acquedotto, anzi: dalla conduttura principale dell’acquedotto che scendeva dal bacino sistemato sulla collina di “Runchit”. Pertanto al Rià l’acqua non mancava mai e, oltre ad essere sempre molto fresca, serviva anche egregiamente per dissetare i viandanti che capitavano da quelle parti.

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In un primo tempo il lavatoio era scoperto e non ci si poteva stare se pioveva, poi, attorno al 1949, è stato sistemato e dotato di copertura adeguata. Al Rià non hanno avuto molta fortuna i rubinetti: l’amministrazione comunale, nell’intento di evitare lo spreco dell’acqua ha provato ad applicare tutti i tipi di rubinetti esistenti in commercio senza successo. Dopo poco tempo si guastavano o venivano rotti, con grande dispersione di acqua. da ultimo si era provveduto a rinchiudere il rubinetto con uno sportello chiuso a chiave. ora il lavatoio non c’è più ed al suo posto è rimasta una “vedovella” con rubinetto automatico.

Le fotografie ivi riportate sono a titolo esemplificativo e si riferiscono ad un lavatoio pubblico sito in Armeno (NO)

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 I fungiat da raza  

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Poesia scritta da Cesare Ferioli (versione tratta da Anselmo Carabelli con Enrico Riganti, Le ricette della nonna. Cucina, usi espressioni, attività, feste religiose nella vita di un borgo dell’alto milanese tra il 1800 e il 1940, Collana Galerate, Tipografia Moderna, Gallarate, 2000)

Quand l’Autun lé dré rivà               “A lé mat me car Giuan  

in paes a va in pé                         butal via se no te crepat

un téribil gibilé                               ma va pian parchè tel scèpat

par i sträd e par i cà                      métal là visin i ruan

              

E la causa dul frécass                  Chi sà mäi che un quéi..asnin

Dul vusà e dul risià                        da la vista un pù aquilina

lè la sfida ca sa fà                         sal ga dà na guardadina

fra i fungiat da tut i rass                a la ciapa pan vérnin “

 

Propri inscì e tut parché                Tra na bàla e na fumäda

in paés ghe tant bausciuni            pasa ul temp e niént sa cata

che sa disan “gran catuni”            a lé na sfurtuna mata !

ma che i catan cui…dané.             bataran. .un’ ältra sträda

 

L’aventüra la incumincia               “Sa pò nò andà cà senza

ai ses ur du la matina                    che figüra la sarìa

quand cunt cest e merendina       andem giò da la Maria

i van tücc feura pruvincia              che i a véndi cun cuscénza”

 

Ghé‚ chi va in Val Furmaza         Guärda un pu che gran catäda

chi a Magiura e chi a Suliva         disaran qui du la piaza

e chi va in…Cupérativa                 “Quisti a in fungiat da raza!

a svuià na bèla taza                      in i re da la cunträda”

 

Dopu un’ura o giò da là                E inscì finis in gloria

rivan a déstinazion                       un dì négar e fadigus

métan sù giaca e culzon              ma un quei vun un pù curius

e sa butan a cercà                       andrà in fond…da tut a storia.

                

Sgärla mi e ruga ti        

sota al brug e in dul buscon     

“a lè matt opùr lè bon?”

a sa disan lì par lì

 

                   Cesare Ferioli

 

Cesare Ferioli ha tratteggiato quelle avventure nella poesia, pubblicata originariamente su: “Jerago Rassegna di vita cittadina” nel 1967

 

Traduzione della poesia dialettale “I fungiat da raza”: quando arriva autunno, a Jerago si accende un terribile fracasso, per le strade e per le case. E la causa di questo vociare e dei litigi é la sfida che si ingaggia tra i raccoglitori di funghi delle varie fazioni. Proprio così e tutto da imputare al fatto che a Jerago vi sono anche dei millantatori, che si dicono grandi raccoglitori, ma che raccolgono grazie… ai soldi. L’avventura comincia alla mattina verso le sei, quando col cestino e con i panini, tutti si recano fuori provincia. C’è chi va in Val Formazza, chi a Maggiora e chi a Soliva, ma anche chi.. va in Coperativa a svuotare una bella tazza di vino.  Passa un’ora circa e arrivano a destinazione. Indossano giacca e calzoni alla zuava, poi si buttano alla ricerca. Rovista e ribalta le foglie tra l’erica e le felci. E’ matto o è buono? Mio caro Giovanni è velenoso, buttalo via che muori, ma va piano non spaccarlo, mettilo là vicino alle carrarecce del sentiero. Fosse mai che qualche asino patentato dalla vista d’aquila non lo scambi per un Boleto se lo guarda un po’ di fino. Così tra una frottola e una fumatina, passa il tempo e non si raccoglie alcunché. Bisogna prendere un’altra direzione.  Però non si può andare a casa senza. Sarebbe proprio una figuraccia, andiamo giù nella posteria della Maria che li vende e non si approfitta per il prezzo.. ! – (arrivati in piazza e aperto il baule della macchina n.d.r.) – Guarda un po’ che raccolta, diranno esterrefatti quelli della Piazza. Questi sì sono i veri fungiatt, sono i migliori della contrada. Così finisce in gloria una giornata nera e faticosa. Ma qualcuno un po’ curioso andrà al fondo di questa storia.

 


 

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Vita paesana: la Cuccagna dei coscritti

Di seguito pubblichiamo alcune immagini relative alla tradizionale Cuccagna che fino agli anni ’80/’90 era tipica in occasione dei festeggiamenti per i coscritti della leva, al compimento dei 18 anni.

Le foto sono relative alla Cuccagna del 1967

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Don Massimo Cervini

Testo a cura del prof. Franco Delpini tratto dal n. 4 -anno 1 – Ottobre 1994- de L’Equinozio – Mensile di informazione  su Jerago Con Orago a cura della Pro Loco di Jerago Con Orago

Nella storia di Jerago di Eugenio Cazzani troviamo scritto quanto segue:

“Il nuovo parroco, don Massimo Cervini, era della nostra terra: nato a Castronno il 28 aprile 1879, compì gli studi ginnasiali e il primo anno di liceo nella Piccola Casa della Divina provvidenza in Torino, fondata da S. Giuseppe Benedetto Cottolengo. Suo desiderio però era di essere sacerdote diocesano al servizio dell’arcivescovo di Milano, Card. Andrea Carlo Ferrari. A lui il 14 settembre 1897, indirizzò una letterina nella quale lo supplicava di permettergli di continuare gli studi in quell’asilo di carità, non avendo  mezzi sufficienti per recarmi altrove. La domanda era corredata di poche parole scritte dal parroco di Castronno, don Carlo Giudici, che raccomandava il suo giovane parrocchiano poiché: “é buono, studioso, serio e promette bene”.

L’anno scolastico 1899-1900 il chierico Cervini lo trascorse quale “prefetto” nel Seminario liceale di. Monza e, un paio d’anni dopo, il 24 maggio 1902, il servo di Dio Card Andrea Carlo Ferrari, lo consacrò sacerdote.

Trascorsi quattro anni quale coadiutore a Sesto Calende, il 6 dicembre 1906 don Cervini passò a Somma Lombardo, ove per un decennio si prodigò per il bene spirituale degli abitanti della borgata.

Il 25 luglio 1916 egli si presentò all’esame canonico per la parrocchia di Jerago, della quale fu nominato parroco il 2 agosto successivo. Quattro giorni dopo riceveva nella sua residenza  di Somma la visita del sindaco di Jerago cav. Alessandro Zeni, al quale il neo parroco aveva inviato il suo “reverendo saluto, come a colui che rappresenta l’autorità civile, la cui valida collaborazione con quella religiosa è da me ritenuta uno dei più validi fattori in un paese”.

“Trascorsi i sei mesi di vacanza della parrocchia-scrisse don Cervini- il nuovo parroco si disponeva a fare il suo ingresso per la domenica 29 ottobre 1916, quando con sua sorpresa venne a sapere che il regio placet (l’approvazione dell’autorità civile) non gli veniva rilasciata perché accusato di sentimenti poco patriottici. Fu solo per l’interessamento del Card. A. C. Ferrari, con ricorso diretto al ministro di Grazia e Giustizia, corredato di un lodevole attestato rilasciato dall’Amministrazione comunale di Somma, che il regio placet, in data 6 febbraio1917, venne concesso”.

L’ingresso del nuovo parroco avvenne la domenica 18 febbraio, in forma semplice, data la guerra, che proprio in quei mesi falciava vittime su tutti i fronti.

Così cominciò la vita jeraghese di don Massimo Cervini, la quale doveva durare ventotto anni, trascorso in un apostolato zelante e rinnovatore del clima parrocchiale.
le date più significative di questo cammino pastorale sono segnate da tre tappe: due gioiose, la terza dolorosa. la gioia più grande per il parroco Cervini fu quella procuratagli dalla realizzazione della nuova chiesa. una sosta gioiosa furono pure le giornate dedicate al suo XXV di parrocchialità congiunto con il XL di ordinazione sacerdotale.

La cronaca della giornata, 19 luglio 1942, s’illumina della presenza di autorità ecclesiastiche e civili e di manifestazioni personali e comunitarie piene di affetto verso il festeggiato, espresse anche nei doni, che la popolazione tutta offriva a ricordare le due date: un’artistica pergamena eseguita dal nostro pittore Gino Riganti, un paliotto d’altarini oro, una stola a ricami ed un elegante prezioso Crocifisso, tutti eseguiti dalla “Beato Angelico”, e persino.. un paio di occhiali. inoltre consegnava al parroco una cospicua somma raccolta in paese per il nuovo altare della Madonna.

Questo voleva essere un’altra delle numerose opere realizzate da don Cervini a Jerago, come voto perché la Vergine benedica i nostri soldati. La festa fu coronata da un’imponente processione che si svolse per tutte le vie del paese. Dai militari in licenza venne portato a spalle il venerato simulacro della B. V. del Carmine.

Il giovedì 3 maggio 1945 segna l’ultimo giorno di vita per il nostro parroco che da poco più di un mese ha compiuto i 66 anni di età.

Don Francesco Delpini, primo ed unico sacerdote di Jerago guidato dal defunto parroco dalla prima ginnasio alla consacrazione sacerdotale, con affetto di figlio riconoscente e devoto redasse nel Liber Chronicus parrocchiale la memoria di quella scomparsa, che lasciò in tutti parrocchiani sgomento e rimpianto: “Grande lutto per la Parrocchia di Jerago. Il Rev. mo Sig. Don Massimo Cervini, da 28 anni parroco del paese, di ritorno in bicicletta da Albizzate verso le 13,30, dove si era recato a confessare, mentre sorridente stava discorrendo con la sorella sig.na Pia, muore improvvisamente senza accusare il minimo disturbo e senza dire alcuna parola, emettendo un gemito.. Le campane che, dopo la nuova sistemazione, dovevano suonare a festa per la prima volta nella prima domenica di maggio, suonano l’agonia del sig. parroco…”

Nel testamento in cui don Massimo Cervini si dichiarava indegno ministro della chiesa, si trova scritto: “Desidero essere sepolto nel cimitero di Jerago, in campo comune, in luogo visibile, perché i superstiti, vedendo il luogo della mia sepoltura, abbiano a dire qualche requiem per l’anima mia”.

Il comune regalò il terreno per la sua sepoltura sull’angolo destro di fronte alla cappella del cimitero. Molti sono gli episodi curiosi che si possono raccontare sulla vita di don Cervini oltre a quello della mancanza del “regio placet” , ma rimandiamo ad un successivo articolo il loro racconto.

Franco Delpini

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I caduti della 1° Guerra Mondiale: Besnate-Jerago-Orago

Ringraziando il nipote Piergiorgio Magistrali pubblichiamo il testo della lettera del serg. Cardani Ambrogio ai genitori in data 1 Dicembre 1916:

Carissimi Genitori;

in questi boschi ove mi giunge appena l’eco di una antica decantata pace, ecco vi descrivo un piccolo riepilogo della mia vita di guerra in alta montagna.

A causa di una forte nevicata le mulattiere son scomparse. Lunghe schiere di soldati, di fanti intabarrati e incappucciati, con un certo aspetto caratteristico, per nostro modo di ripararci dal freddo, armati di soli pali, piccozze e rami d’abete, quasi sperduti nella caligine fitta, ricercano i nostri cari sentieri, che lievi segnali lasciavano ancora lungo la guida dei paletti che con lievissima ombra il biancore della alta neve fa rivelare. E si affaticano a scoprire le usate strade. Spalano e spalano neve dall’alba a notte, il lavoro sarebbe di continuò, ma la notte ci obbliga a tralasciare. Nel buio quel vago biancore si fa molto insidioso, tanto che di mattina ritroviamo tutto eguagliato. Tutto si maschera e si livella così da non scorgere dove termina il ciglione e comincia il precipizio. il panorama si altera ed altera i punti strategici. Momenti di forte tensione fanno sobbalzare nella notte, le tormente infuriano ed urlano, pauroso, qui da vicino, da molto vicino. La notte trascorre, ed ecco, passata la forte nevicata il cielo si rasserena e le lunghe file di soldati di prima e seconda linea discendono per le nostre affezionate mulattiere, così quelle fortissime bestie, i nostri muli, ci portano il rancio.

Ma il nemico, benché quasi sfinito, veglia e con spreco di proiettili interrompe il nostro calmo lavoro. Passano così i nostri giorni  e le nostre notti. Quando il freddo pare farsi più intenso all’imbrunire bisogna smettere e ricercare i nostri ricoveri, di trincea. Quelli di seconda linea le tende o i ricoveri in grotta. Tutti ricoperti di neve. E’ particolare vederci in fila indiana risalire la vetta, per poi vigilare il nemico di notte.

Taluni osservavi uscire dalla fila  per raggiungere i loro posti fissi in trincea per unirsi agli altri, già presenti, per condividerne il lavoro. le vedette nemiche, coi fucili ben piazzati miravano sui nostri segreti passaggi e sparavano sempre come per intimorirci.

Nel rifugio  e per la calma regalata da questa nevicata, così si congeda, il nostro sergente, rivelando una sensibilità cristiana ed un cuore che la durezza della lunga guerra non ha minimamente intaccato:

“va solingo pensier ove di geli le inaccessibili alpi si incoronano, ove dei faggi si inducano gli steli, e urlando le valanghe tuonano. Ove più grande Iddio par ti disveli all’ anima dell’uomo fatto più buono, Ove attingere ai profondi cieli. Ora va stupenda aquila e porta il mio sincero pensiero ai miei cari”

A voi i più caldi baci. Vostro aff-mo figlio Ambrogio

P.s. E’ da circa 80 giorni che non ho vostre notizie.

Il Serg. Ambrogio Cardani inquadrato nel 213° rgt f. verrà dato disperso in combattimento sul Carso il 25 ottobre 1917

 

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La Cascina Pilatello

( ricerche Anselmo Carabelli  redatte in data 1-8-2010)

Un toponimo raro, ma non unico in pianura padana ed in Italia, che gli studiosi vogliono faccia riferimento al pilastrello, cioè al miliare romano che da noi  doveva segnare, l’antica via, di epoca romana nota col nome di  [1] Comum Sivrium Novaria (foto qui sotto di ipotesi viaria)

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La definizione del tracciato di tale via ha impiegato diversi studiosi e fra di essi:  P.G.Sironi[2] , Giliola Soldi Rondanini[3] , Carlo Mastorgio [4].

Si può vedere sul ballatoio del primo piano di detta cascina (foto qui sotto)

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una immagine mariana di ottima fattura, anche se un poco deturpata dal tempo e dall’incuria, che rivelava per iconografia e ricchezza del disegno un’ opera del 1500 rappresentante una Madonna in trono col Bambino,  tra due personaggi, un pastore con pecora sulle  spalle ed un personaggio recante doni in una coppa d’oro che farebbero pensare ad una Epifania di N.S.  La scena é molto complessa, anche se  similare alla  Madonna in trono del Molinello (Molino Isimbardi al confine tra Jerago Orago e Solbiate) ( foto di raffronto qui sotto).

Raffronto Cascina Molinello Cascina Pilastrello

Quale significato storico si può  attribuire a quel segno. Secondo Carlo Mastorgio il toponimo Pilatello viene da una traslitterazione di pilastrello (sono note le immagini  sacre della Madonna del pilastrello in  una chiesa romanica del X secolo a Cinisello Balsamo in corrispondenza del V° miliare  da Mediolanum per Comum e il toponimo di Pilastrello  sempre con immagine sacra di una cascina al miliare della strada alzaia del naviglio pavese nei pressi della località Badile di Zibido San Giacomo. Si può ancora far riferimento alla immagine mariana sacra della Madonna del Pilastrello a Vimodrone).

Per capire l’origine del toponimo bisogna rifarsi alla tradizione cristiana delle origini.  L’anno 40 dopo Cristo, vede nella zona di Saragozza ( lat. Caesaraugusta- arab. Saraqustah) in Spagna,  San Giacomo il Maggiore impegnato nella conversione delle genti ispaniche. Deluso dai risultati negativi della sua predicazione San Giacomo è in procinto di rinunciare, quando Maria, che  ancora vive a Gerusalemme, gli si presenta di persona in maniera prodigiosa per rincuorarlo, proprio lì a Saragozza. Il Pilar, da cui nascerà il culto della Vergine del Pilar, è il miliare o colonna in alabastro sulla quale Maria avrebbe posato i piedi in quella occasione, lì San Giacomo avrebbe eretto il primo e più antico santuario mariano.

Quindi i primi cristiani che  si muovevano lungo le direttrici delle antiche vie consolari, quando il culto cristiano fu riconosciuto pubblicamente, presero l’abitudine  di posare  su alcuni miliari romani una statua della Vergine, a ricordo di quel fatto prodigioso.  Naturalmente col passare dei secoli si perde questa memoria, ma rimangono le immagini sacre mariane dei pilastrelli-pilatelli e quando nascono le cascine ci si preoccupa di sostituire il miliare e la statua mariana con un affresco sempre mariano. Questa dovrebbe essere l’origine del toponimo, di Pilatello o pilastrello, attestato dalla sacra immagine affrescata. Se questa é l’origine antica, il culto specifico della Vergine del Pilar fu diffuso dagli spagnoli in tutto il mondo ed anche nelle nostre terre, dove per due secoli (1500-1600) si ebbe l’influenza e la presenza  spagnola. Il  fatto curioso e ritenuto strabiliante fu che la data della scoperta dell’America 12 ottobre coincise con la data della festa per la Madonna del Pilar a Saragozza.

[1] Strada di collegamentio romana tra Como, il Seprio e Novara

[2] In atti del convegno su “Archeologia e storia nella Lombardia pedemontana occidentale” – Varenna, Villa Monastero  1-4-1967

[3] In atti del convegno su “Cairate e il Seprio nel medioevo” – Cairate, Monastero di Santa Maria Assunta  16-17- maggio 1992

[4] Breve biografia di  Carlo Mastorgio: nato ad  Jerago 15-11-1942- morto ad Arsago  19-12-1997. Fu studioso appassionato della storia del territorio, archeologo, archivista, conservatore archeologico del Museo  della Società Gallaratese di Studi Patri. Operò a  vari scavi in Castelseprio, sotto la guida dell’allora Sopraintendente archeologico per la Lombardia Mario Mirabella Roberti. Apprezzato  per serietà scientifica, diresse ad Arsago lo scavo della necropoli longobarda della via Beltrami recuperando 283 tombe. Si dedicò con passione alla nascita del Civico museo archelogico di Arsago, inaugurato nel 1983 , di cui divenne conservatore fino alla prematura morte nel 1997. Alcuni suoi scritti scientifici e saggi, sono conservati:  presso il  museo Biknell di Bordighera- Fondazione Lamboglia, presso la Società Archeologica Comense, presso i fondi speciali della Biblioteca Luigi Maino di Gallarate. Tra  questi ricordiamo una ritrascrizione della:  “Cronaca di Gallarate dal 1830 al 1881 manoscritto di Gaetano Pasata- macellaio”. Per Jerago ed Orago con Turri e Dejana ha rinvenuto materiale romano dell’epoca Claudia e balsamari, specchi di argento su fondi di capanna e materiali fittili, glans (proiettili legionari da fionda) – che sono visibili presso il museo di Gallarate “Convetino”;  ha rinvenuto formelle esagonali provenienti da una officina di mattoni della Via G. Bianchi. Nella teresiana località ad Fanum- Dialett. a fan ha intuito la presenza  del  famoso tempio di Jerago. Ha studiato con passione la storia di Orago. A lui si deve una  ricerca sulla famiglia Lampugnani, poi Bonomi, nel quadro delle vicende sul salvataggio della statua di San Giuseppe nei prati di Orago (oggi al Giambello). Per Don Angelo Cassani ha dato il primo autorevole riconoscimento scentifico alla romanicità del Campanile di San Giorgio, pubblicando le sue osservazioni in Raccolta di Appunti e Note in occasione della inaugurazione dell’opera restaurata -Jerago 8 ottobre 1991. Ha fatto parte della Commissione cultura e storia locale (voluta dal comune di Jerago con Orago, con la presidenza dell’Ing Gaetano Bruni) contribuendo con le sue segnalazioni al salvataggio di  opere e manufatti antichi  quali: – l’affresco mariano (fortunosamente recuperato)  oggi visibile al centro anziani don Ghiringhelli, – la Colonna tardo Antica della cascina Marazzi (salvata con l’interessamento della Sovraintendenza) e l’affresco mariano della cascina Pilatello; l’affresco della cascina Molinello – il Crocifisso della Cascina Molinello. Negli anni settanta ha  operato perchè l’antica chiesa di San Giorgio in abbandono, non fosse distrutta, rallegrandosi e caldeggiando con conferenze ed articoli gli interventi di recupero di don Angelo Cassani sul Campanile e sulla chiesa antica.    In collaborazione con lo scrivente, Anselmo Carabelli,  ha  preconizzato, sulla base di studi di archivio, l’esatta ubicazione della antica chiesa di San Giorgo del VII sec. Confermata dai successivi scavi.  A lui si debbono libri sulla storia di Arsago, di Carnago, di Sumirago ed una collaborazione con Mons. Eugenio Cazzani, appunti sulla storia antica di Jerago e di Crenna.

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La cappellina invernale

Testo tratto da “Jerago. Rassegna di vita cittadina” – Dicembre 1968 – pag. 16

Il 4 Novembre abbiamo assistito alla Consacrazione dell’altare della nuova Cappella da poco annessa alla Chiesa parrocchiale.

Trattasi di una notevole opera che merita davvero di essere visitata dal punto di vista artistico, anche da chi non si interessa minimamente alla vita comunitaria parrocchiale.

L’ambiente è molto accogliente ed il gioco di luci delle vetrate riesce a creare un’atmosfera di intimità.

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L’autore, il pittore Giordano Crestani, ha saputo rendere vivi, con colori caldi e sapientemente distribuiti, gli episodi della moltiplicazione dei pani e dei pesci (a sinistra dell’altare) e “L’apparizione  di Gesù ai discepoli di Emmaus” (a destra). Lo stile è moderno, quasi stilizzato, ridotto alle forme essenziali, ma non per questo arido e freddo. 

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Dobbiamo senz’altro riconoscere all’autore il merito di non essere caduto in sdolcinature o in contrasti stridenti e ci duole purtroppo apprendere la notizia della sua scomparsa avvenuta lo scorso novembre, all’età di 39 anni.

Siamo senz’altro sicuri che questa sua ultima opera sarà la testimonianza più valida del suo talento che non dimenticheremo.

Degno di nota è l’altare, un semplice masso di marmo, che nella sua nudità ricorda molto l’ara paleocristiana riportandoci alla semplicità della chiesa primitiva.

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Ideato dall’architetto Francesco Moglia è anche l’originale tabernacolo murato, la cui portici in bronzo è opera dello scultore valtellinese Angelo Ratti.

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E’ un ambiente, questo della cappellina, davvero invitante alla preghiera e ci permettiamo insistere nel dire che vale proprio la pena di andarci se non altro per respirare una ventata di freschezza e di arte genuina e, cosa essenziale per alcuni, per stare un poco con sé stessi e con Dio.

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L’altare dedicato a Maria nella nuova chiesa parrocchiale di San Giorgio in Jerago

Nella nuova Chiesa di San Giorgio (inaugurata nel 1932), era stato trasferito in toto il vecchio altare dedicato a Maria. Ma evidentemente risultava sproporzionato, fu così che il parroco don Cervini, anche come voto a Maria per la protezione ai nostri militari al fronte, potè, in sintonia con la volontà dei fedeli, avviare i lavori per il nuovo altare mariano, inaugurato il 15 agosto 1943 con la celebrazione della 1a Santa messa. Chiaramente anche la statua della Madonna (oggi in San Rocco) risultava sproporzionata e ammalorata dalla vetustà. Oramai a guerra finita, da parte del parroco don Crespi, fu ordinata una nuova statua, su  studio e disegno del pittore scultore Eugenio Rossi di Como, scolpita poi in legno di noce dal laboratorio dello scultore Franco Molteni di Cantù. La statua solennemente benedetta è stata collocata nella posizione attuale nel 1948 per la ricorrenza mariana annuale.

A pagina 184 di Cazzani “Jerago e la sua storia” è scritto: “15 luglio 1951 Mons. Narciso Prandoni, canonico del Duomo, incorona la Madonna del Carmine, presente in una nuova statua modellata del pittore Rossi di Como e scolpita dallo scultore Franco Molteni di Cantù”.

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Ul fuiet dul Curäd- Il foglietto del sig. Parroco

(scritto da Anselmo Carabelli )

Chiamavamo con questo nome confidenziale, il foglio parrocchiale che Don Luigi Mauri diffondeva settimanalmente, nelle famiglie con il titolo di  “La Voce del Parroco“. Constava di un unico foglio tipografato su due facciate, per i tipi Lazzati di Gallarate. Chi è attento potrà notare che l’odierno foglio parrocchiale, altro non è che la continuazione di tale iniziativa principiata nel lontano 1955 con l’autorizzazione del Tribunale di Busto A. n. 38 del 23-11-55. In quei tempi si chiamava diffusione della Buona stampa e vedeva impegnati molti ragazzi.

Mi piace ricordare come la Signora Anna Caruggi preparasse sotto casa parrocchiale tutti i pacchi dei giornali per facilitarne la distribuzione. Anche allora ogni zona veniva divisa e vedo ancora sopra ogni pacco la cassettina di legno, di quelle che si producevano nella ditta Biganzoli, con il taglio per l’offerta. E assieme al pacco di foglietti vi era il plico dei giornali. Il quotidiano cattolico si chiamava  in quei tempi L’ITALIA,  recapitato agli abbonati normalmente per posta, la domenica era direttamente diffuso dalle Parrocchie, ai lettori domenicali esso veniva consegnato per il controvalore di 25 lire. Si continuava, così, la  distribuzione di quella stampa parrocchiale che a cavallo del secolo era iniziata con la vendita de “Il Resegone”  e quelli  furono tempi pionieristici, che videro veramente un grande impegno nella formazione di matrice cattolica, quando il Parroco don Nebuloni, che per la sua statura minuta fu ricordato come “Curadin” (piccolo Parroco) si era fortemente impegnato e preoccupato di far giungere una visione cristiana che potesse confrontarsi con la  penetrazione della stampa di matrice socialista, nonché della propaganda liberale e massonica, che sicuramente seminava odio verso il clero.  Forse questo periodo meriterebbe un più attento esame, anche ai fini di una migliore conoscenza di un’epoca assai interessante sotto il profilo della storia locale.

Naturalmente si ingaggiava una competizione fra coloro che distribuivano quei foglietti nelle varie vie.  A me era toccata la via Garibaldi fino a via Vittoria, via San Rocco. Ricordo che appena dopo messa delle dieci facevo il giro; erano circa 60 famiglie. E con soddisfazione quando rientravo riconsegnando la cassettina constatavo che il mio giro era stato il più generoso nelle offerte. Noi diffusori di questa buona stampa lo facevamo per l’orgoglio di partecipare alla attività parrocchiale contribuendo anche alla raccolta di fondi.

A Natale poi, in premio per il nostro impegno, non mancava mai un panettoncino, di quelli prodotti dal panificio di Francesco Alzati, dolce avvolto in una stupenda carta azzurra oleata stampata col logo dei Sette campanili, quel disegno che il nostro pittore Riganti aveva realizzato per la famosa corsa campestre cavariese.

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Pulenta e Bruscitt – Breud e Vin

fonte immagine: magisterodeibruscitti.org

Alla ricerca delle antiche tradizioni della nostra cucina non ci si può esimere dal tramandare queste due ricette. Qualcuno potrebbe obbiettare che la Pulenta e Bruscitt sia un piatto preso a prestito dalla cucina bustocca. Ciò è in parte vero, perché non facciamo parte dell’area culturale di Busto, che convenzionalmente si limita alle genti che definiscono “Basura” il pomeriggio, mentre noi lo chiamiamo “Dopudisnà“.

Storicamente invece siamo molto legati alla città di Busto Arsizio e alla sua Basilica di San Giovanni. Infatti la Chiesa di San Giacomo di Jerago dal 1399 possedeva tre appezzamenti di terreno in Busto, le cui rendite sarebbero passate al Parroco di San Giorgio. Il Parroco di San Giorgio poi fu dal 1705 al 1732 il bustese Don Carlo Francesco Pozzi, periodo nel quale, di diritto, il Parroco di Orago era Vice parroco di Jerago.

Di scuola bustese è anche il bellissimo affresco della deposizione di N. S. Gesù Cristo in Via Garibaldi. in breve: a causa dello stretto legame che unisce le parrocchie di Jerago ed Orago con san Giovanni di Busto, non è fuori luogo pensare che, oltre a scambiarsi esperienze religiose, artistico culturali ed economiche, si scambiassero anche modi di cucinare, quali i Bruscitt e forse  ancor di più il Breud e Vin.

Il Breud e Vin  consiste nella ormai dimenticata usanza di prendere, solo nelle grandi occasioni, una tazza di brodo di gallina, ben caldo e schizzato di vino rosso, a fine pranzo allo scopo di “Murisnà ul stomig“, stemperare cioè gli eccessi di un pasto ricco.

Tornando ai nostri parroci si capisce che, per necessità, richiedendo in quelle epoche il viaggio a Busto, almeno una giornata tra andata e ritorno e almeno un pranzo in osteria, la ricetta dei Bruscitt debba essere il più possibile vicino a quella bustocca.

I Bruscitt si accompagnano con la polenta, quella bella soda dell’uso bergamasco; un conoscitore di Bruscitt inorridirebbe di fronte ad un piatto dove per Bruscitt fosse spacciato un ragù di carne alla bolognese simile, tanto per intendersi,  quella cosa che spesso capita di vedersi servita in tante feste paesane, anche nostre. E’ bene dunque prendere nota che un piatto di autentici Bruscitt  si prepara partendo da un bel pezzo di polpa reale (manzo, non vacca) che non va assolutamente tritata a macchina: deve essere tagliata a filo di coltello in modo da fare tanti pezzettini della grandezza di un fagiolo borlotto, in modo che ogni “Bruscin” conservi la sua identità e non venga strizzato dal sangue. La quantità è di 120 gr. per persona, di più se si è delle buone forchette. Si mettono in una capace pentola, di bordo medio, meglio se di terracotta, non si rosola a freddo, unitamente a 50 gr. di burro per un Kg. di carne, con una pestata di lardo o, in mancanza di pancetta piatta non affumicata in ragione di 50 gr. per un Kg. di carne. Nel mezzo della carne si mette un sacchetto di garza dove è stato inserito un cucchiaio di semi di finocchio; salare quanto basta e pepare leggero.

Si pone sul fuoco a fiamma bassissima, si coperchia con un peso sopra il coperchio e si cuoce per 2 ore e mezza, aggiungendo, se asciuga, burro, mai brodo od acqua.

Evitare in modo assoluto di aggiungere verdure, pomodori o altro: il ragù è sempre in agguato.

Dopo la cottura si toglie il sacchetto di semi di finocchio, si aggiunge un bicchiere di barbera o vino rosso; qualche minuto a fiamma viva per assorbire il vino e si torna a fiamma bassa e coperchio per dieci minuti. Spegnere e portare in tavola con polenta preparate a parte nel paiolo. Buon appetito.

P.S.: qualsiasi altro modo di preparare i Bruscitt rappresenta una arbitraria sofisticazione di un prodotto tipico e antico.

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Preghiera per don Angelo (scritta da don Franco Rustighini)

“Alla vigilia del suo funerale, ho telefonato in parrocchia e mi è stato chiesto se dicevo, un pensiero, una preghiera, alla soste della chiesetta di S. Rocco, prima di giungere al cimitero (il giorno del suo funerale -ndr)

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     Alla sera ho scritto questa preghiera:

O Signore,

tu hai dato al nostro Don Angelo

un cuore sapiente, pronto a interpretare in

ogni avvenimento, l’espressione della tua volontà.

Un cuore nuovo, per la viva presenza dello Spirito

e mite, nelle manifestazioni affettuose

coi bambini e anziani.

Un cuore semplice, che non ha mai cercato

I primi posti o avanzato pretese;

Un cuore puro nella limpidezza delle relazioni

cordiali, sincere, ricche di calore umano.

O Signore,

hai donato al nostro Don Angelo  

un cuore forte che ha saputo affrontare

i difficili passaggi della solitudine

e dell’incomprensione;

un cuore vigilante, sempre orientato verso di te,

nelle gioie e consolazioni,

nelle amarezze e nelle sofferenze.

Gli hai dato un cuore generoso,

nel predisporre tanti servizi alla comunità,

senza farsi notare.

Un cuore intraprendente,

perché l’educazione umana e religiosa

avesse le strutture opportune.

Ogni sua opera aveva un unico grande fine:

“ Tutto per la gloria di Dio”.

Il nostro grazie, o Signore, è piccolo

Ma con l’Eucaristia diventa sconfinato.

E il dono che ci hai fatto

nella sua persona esile e grande,

noi lo restituiamo a te, che come Padre attendi il ritorno dei tuoi figli,

nella comunione dei santi. Amen.”

ndr- La preghiera è stata pubblicata sul numero di gennaio 2007 dell’informatore parrocchiale Un popolo in cammino

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ATTO DI CONSACRAZIONE DELLA NOSTRA VITA A CRISTO – dagli scritti di Don Angelo Cassani in occasione del suo XV° Dies Natalis – 2 Dicembre 2021

ATTRAVERSO MARIA PERCHE’ LA CHIESA

DIVENTI SORGENTE DI VITA NUOVA

PER TUTTI GLI UOMINI

fonte immagine: parrocchiasangiorgio.it

MARIA.

Tu sei la madre di Cristo

Madre della Comunione che 

Tuo Figlio ci dà,

come dono 

sempre nuovo e potente

che è gusto di vita nuova.

Attraverso di Te perciò noi

Consacriamo tutto noi stessi, 

tutte le sofferenze che Tuo Figlio

sceglie per noi e la nostra

stessa vita, affinché Tu diventi 

la Madre della vita e Cristo

doni a tutti gli uomini

lo stesso gusto di vita nuova

che ha donato a noi.

AMEN

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 Ricordi di Don Angelo Cassani

La conoscenza con Don Angelo Cassani avviene a motivo della mia funzione di contabile della parrocchia e quindi ho modo di essergli vicino, nei suoi ritagli di tempo. La mattina dopo la Messa quando riesco a strappargli alcuni dei suoi preziosi momenti per sbrigare quella serie di pratiche burocratiche che è necessario adempiere perché la parrocchia non faccia una cattiva figura da un punto di vista amministrativo. Mi spiego: che le bollette siano pagate, che le tasse siano pagate e via elencando senza che avvengano spiacevoli inghippi. Che i conti siano in ordine. A me che sono un uomo di formazione tecnico economica per necessità di lavoro, ma amo molto gli studi classici per passione, onestamente, l’dea di muovere scartoffie anche in parrocchia, non piace molto, ma i colloqui che si fanno mi fanno apprezzare che il mio è un servizio alla Chiesa, che è estremamente utile, perchè la serietà e la segretezza della amministrazione sono indispensabili ad una corretta testimonianza cristiana, in un campo, quello economico, dove non è facile separare il giudizio di buona amministrazione privata, da quello finalizzato al servizio della missione cristiana.

Quante volte mi sono trovato oggetto delle domande o degli interrogativi di comparrocchiani, che conoscendo la mia posizione, volevano sapere cose o  solo progetti, che fino a quando non fossero stati resi pubblici, dovevano rimanere nella discrezione dei pochi che ne fossero a conoscenza. Essere presente a discussioni o a giudizi anche malevoli nei confronti del mio parroco, senza poter interloquire per quel necessario criterio di segretezza che si chiede ad un buon segretario è doveroso, ma assai difficile Quindi e´ stato in funzione di questa dote che ho potuto godere della stima del don, per i lunghi anni della sua permanenza nella mia parrocchia e quindi osservarlo da un punto di vista  privilegiato.

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Ma debbo dire che la sua vicinanza, ha permesso a me di maturare molto nel mio essere cristiano. Infatti ho potuto apprezzare cosa volesse dire  praticare ciò che in teoria da sempre veniva insegnato. Ho potuto apprezzare l’attualità del Vangelo nella quotidianità: non è necessario essere eroi, la perseveranza nella fedeltà alle proprie scelte è estremamente importante. Ogni scelta cristiana, non è data per sempre, ma   deve essere confermata ogni mattina. La deve confermare il sacerdote, il consacrato, la deve confermare colui o colei che hanno scelto di condividere con una sposa od uno sposo la propria vita.

Nulla di ciò che accadeva veniva sottovalutato, ma tutto doveva avere un riferimento al nostro essere cristiani. Un prima e un dopo Cristo. Cristo è Risorto e questo vuol dire tutto per il cristiano: da li´ nasce la nostra fede.

Ma è bene procedere con ordine.

Quando Don Angelo si presenta lo sento affermare che lui non vuol essere il gestore della parrocchia, ma vuole vivere con noi insegnandoci a vedere il volto di Cristo nei fratelli, e facendo cio´ vuole  riconoscerLo lui stesso. L’uomo vale per quello che è e non per quello che fa o che sa fare.

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Sono concetti questi che è molto facile dire, ma chi non é portato ad ammirare solo chi ha successo nella vita e a fare del lavoro e del successo l’unico scopo della vita?

In una società come la nostra è facile essere affascinati da questi miti del successo e nel contempo essere affascinati dal mito opposto del pauperismo o del comunismo, ma se alla radice della vita non si mette l’insegnamento cristiano vissuto è facile cadere nei due estremi. Gli sconquassi della storia, non sono forse causati da questi estremismi? Attenzione che la storia va intesa nel senso lato. Vi è una grande storia, vi è una piccola storia locale e uno storia familiare e personale.

Quante famiglie raggiungono un benessere giudicato invidiabile, ma sacrificano molto per questo?

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Basta osservare le difficoltà a concordare un orario unico per la dottrina cristiana, perché i pargoli hanno una montagna di corsi extrascolastici da seguire e nella serie di priorità il catechismo non sempre ha un posto di riguardo.

L’uomo è responsabile in quanto libero, e libertà di scelta rende l’uomo attore e responsabile delle stesse sue azioni. Ecco quindi che in una società cosiddetta multietnica, dove vi è una componente che afferma che avviene solo ciò che Dio vuole, Inschalla, l’uomo diviene non responsabile anche di azioni aberranti: l´11 settembre insegna… Ma il cristiano  non deve confondersi o smarrirsi.

Ma se trasportiamo il giudizio sulla persona, quante volte abbiamo giudicato la capacità di un sacerdote dalle costruzioni che ha saputo fare, o da quanta gente sapeva attrarre con attività ludiche?

Naturalmente voleva dire che molte delle manifestazione non sono sentite e la gente deve essere stimolata sotto altri aspetti.

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Se di maieutica vogliamo parlare, cioè della capacità di far nascere alla vita cristiana, o meglio di riavvicinare alla vita cristiana quanti si sono assuefatti all’andazzo comune, si deve riconoscere in don Angelo proprio questa tensione maieutica.

E il suo insegnamento, che attingeva ad una esperienza maturata in altre parrocchie ed in altre situazioni, lo portava a capire come si dovesse incidere dall’interno, senza mai stupirsi della scelta che Dio fa.

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In ciò aiutato da una salute cagionevole, che molte volte lo costringeva a letto a febbri debilitanti,  che lo arricchivano di una sensibilità straordinaria verso gli ammalati; gli ammalati che lui riconosceva, come il suo costante riferimento all’abbandono in Cristo ed alla accettazione della  volontà del Padre. In effetti possiamo leggere qui la bellezza e la forza del suo metodo.

Se l’altro non è per te l’immagine di Cristo, è verosimile che l’altro alla lunga ti dia fastidio, sono solo altri. Ma chi e´ piu altro da te, quando sei nel pieno vigore delle tue forze, se non colui che soffre?  Ma  la sofferenza, non é come qualche sacerdote vuole fare credere, un privilegio. Lo diventa solo dopo un lungo cammino e allora potrai anche accettarti malato. Ma chi ti fa accettare come tale se non colui che ti è al fianco del tutto gratuitamente. E non per parlarti, ma per condividere, per aiutarti. E così don Angelo affidava le sue pecore a chi gli era più vicino, a chi stava facendo un cammino con lui. E lui correva ad essere vicino agli ammalati a coloro che soffrivano. E questi che si riconciliavano, e si vedevano nell’orto degli ulivi, più vicini a Cristo nella sofferenza , perchè qualcuno era vicino a loro e questo qualcuno lo faceva per amore a Cristo. La Carità usata verso gli altri era la carità vera. Perché non era interessata. Questa era la lezione continua che promanava dalla sua persona .

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Ricordo come fosse oggi che negli ultimi tempi il don si era fatto disponibile a lasciare la parrocchia. E ne aveva parlato al Vescovo. E penso che avesse chiesto al vescovo di ascoltare il parere degli anziani del consiglio pastorale. Ecco il vescovo chiese a Maria Rosa e a me il nostro parere. Volle sentirci separatamente. Il mio parere fu che i figli non possono rifiutare il padre solo perché diventa vecchio e invalido, anzi era allora che dovevano essergli più vicino, come  lui ci era stato vicino nelle nostre sofferenze di famiglia. Io chiaramente non parlai con Maria Rosa. Maria Rosa non parlò con me. Don Angelo era in apprensione, perchè la sua disponibilità a ritirarsi forse, confliggeva umanamente col suo desiderio di rimanere tra noi, ma poteva essere confermata dal nostro perorare il vescovo in tal senso, ma nessuno doveva essere forzato in tale decisione, perché essa doveva provenire dal cuore. E quel cuore si era nutrito ad anni di insegnamento e di fratellanza. Tutti avevamo il pudore di parlarci, anche don Angelo.. Io so che il vescovo ce lo lasciò e quelli furono i giorni più esaltanti e più  intensi della mia vita di cristiano.

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Non potrò mai dimenticare quella messa celebrata nel cortile della casa della Anna che era diventata la piccola canonica, che lo accoglieva malato. A un solo piano perché si potesse muovere in carrozzella. Bene quella messa celebrata con don Patrizio Amadi, padre nigeriano, è per me la messa più intensamente partecipata cui  abbia mai assistito. La transustanziazione la percepivi nella solennità del momento. Era come se tutto il popolo cattolico fosse lì. Un missionario che aiutava don Angelo, noi che pregavamo e meditavamo sui tanti insegnamenti avuti e percepivamo il sovrannaturale, la comunione dei santi e sapevamo, anche se allontanavamo quel pensiero, che presto in tale comunione avremmo compreso il Don. Ma tutti quei giorni furono giorni intensi.  Come per tutta la vita di don Angelo non mancarono le polemiche, ma lui pregava, soffriva e ci portava nel cuore.

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Vita paesana – anni ’80

Alcune foto di Jerago negli anni ’80:

  • La zona del parco Onetto come era in origine lasciava spazio anche ai greggi di pecore
  • Il Carnevale negli anni ’80 e la sfida tra cantoni: Canton dei Cantoni, Canton Rja, Canton da Sura, Canton dei Tigli – foto dell’edizione 1988
  • Il 125° del Corpo musicale Santa Cecilia (Banda di Jerago) nel luglio del 1988
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Chiesa di San Rocco: nuovo quadro di Maria con Bambino Dormiente

foto dell´ápres per gentile concessione del sig. Gianfranco Battistella

Il nuovo quadro, olio su tela , definito d’après dal Sassoferrato, è stato dipinto con la consueta maestria dal pittore Gianfranco Battistella a titolo gratuito per l’associazione Figli di don Angelo Cassani,  che a sua volta lo ha regalato alla Parrocchia di San Giorgio In Jerago.

Questa operazione, caldeggiata da don Remo Ciapparella, ha consentito di sostituire la vecchia ammalorata stampa a colori che in san Rocco era incastonata nella pala dell’altare e conservata sul lato sinistro della chiesa. Il  prezioso originale attribuito a G.B. Salvi detto il Sassoferrato fu  trasferito in luogo sicuro per volontà del Cardinale Ildefonso Schuster già dal 1938.

foto dell ´ originale per gentile concessione del sig. Gianfranco Battistella

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Premessa ad una raccolta di studi sul Campanile e sulla Chiesa  restaurata di San Giorgio in Jerago 

(testo di Anselmo Carabelli)

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Fin da  studente, ho sempre nutrito interesse verso le ricerche di storia locale antica, in particolare per l’attenzione verso queste discipline suscitatami da un indimenticabile insegnante del Liceo Statale di Busto: il Professor Don Carlo Costamagna.[1]

Grazie poi alla cortesia di Don Luigi Mauri, parroco di Jerago, ho potuto anche consultare l’Archivio Parrocchiale quando ancora era sito nella demolita canonica. Lo stesso archivio, fu poi riordinato da Monsignor Eugenio Cazzani per interessamento di don Luigi e di Monsignor Francesco Delpini,  dotandolo di regesto, estremamente utile per qualsiasi studio mirato[2].

Ovviamente le necessità della vita quotidiana, accostandomi agli studi economici aziendali ed alle relative conseguenti attività, mi avevano fatto relegare negli interessi dimenticati tutte quelle prime ricerche.  Ma a conferma che sono sempre stati gli uomini di Chiesa a custodire e a suscitare interesse per la storia e per l’arte, l’incontro con don Angelo Cassani, successore di Don Luigi Mauri  mi ha riavvicinato  a quegli studi rinverdendo quella passione che credevo ormai di aver accantonata. Don Angelo mosso da grande amore, per la nostra storia, nel corso dei lavori per ridare voce alle campane del nostro borgo, che da troppo tempo rimanevano mute per inagibilità del campanile,  intuì che il campanile fosse assai antico e testimone sicuro, quanto ignorato, della millenaria fede cristiana delle nostre genti.  Affrontò con successo un’opera, da tutti ritenuta impossibile, il recupero della torre campanaria e del Complesso seicentesco della chiesa di san Giorgio,  quando ormai erano quasi ridotti a fatiscenti rovine. Grandissima l’emozione di constatare, nel corso del restauro, che la muratura del campanile ritenuta seicentesca, o addirittura ricostruita nel 1820, era invece millenaria e di una imponenza tale da fare intuire la presenza di un borgo antico assai numeroso. Iniziavo così, accogliendo l’invito di don Angelo una serie studi per supporto e  documentazione di quella impresa diffusi con scritti apparsi nel bollettino parrocchiale. Studi che oggi vorrei ripubblicare con maggiore precisione e compiutezza, anche come sincero grazie all’infaticabile opera di Don Angelo. Mi sono pure accorto come tanto interesse potesse indurre sofferenza, allorquando nascono divergenze, tra chi osserva professionalmente un monumento e vuole un restauro conservativo, e chi lo osserva in funzione didattica e storica, muovendo dal desiderio che le testimonianze di un passato, per essere riconosciute e rispettate, debbano anche essere leggibili, negli stessi parametri murari. Ne consegue che all’osservatore, debitamente guidato, deve essere  permesso di risalire in una visita alla nostra chiesa: dalla primitiva costruzione romanica, a San Carlo, al periodo Austro-ungarico, alla prima industrializzazione, ai nostri giorni e tutto questo senza affaticarsi in estenuanti ricerche di archivio o ricercando in poderosi volumi, con il risultato di perdersi. L’osservatore deve essere messo nella  condizione di emozionarsi al pensiero del muratore che con un colpo di cazzuola assestava quella pietra  alla base del campanile, che ancora  vedevamo, o stupire  della circostanza che affacciandosi ad una finestrella monofora del campanile in una ventosa e limpida giornata di febbraio, lo spettacolo delle Alpi è quello stesso che appariva a chi mille anni addietro si fosse trovato nella stesso luogo con la stessa luce. Il tempo quindi si poteva dilatare in un percorso a ritroso  che avvicina noi osservatori di oggi a quel muratore e quell’osservatore antichi per il tramite della comune fede cristiana.

Infatti solo un restauro che evidenziasse le varie fasi storiche del nostro monumento poteva meglio aiutare nell’opera di riconoscimento immediato delle nostre radici cristiane e della  vita medioevale del nostro borgo. L’entusiasmo di don Angelo coinvolse Carlo Mastorgio, che seppe individuare e mappare gli elementi inequivocabilmente romani presenti nel campanile, cosa che, come in altre realtà simili[3], ne avrebbe certificato la romanicità, pur in mancanza del dato archelogico. Questo fu inconfutabilmente individuato da Carlo in un elemento di suspensura[4] in cotto, tipico dell’ambiente di un calidarium romano, riusato come elemento decorativo nel parametro romanico del campanile.

Rilevata l’imponenza della costruzione millenaria Mastorgio volle anticipare, a conferma, il frutto di una sua laboriosa ricerca presso l’archivio capitolare del Duomo di Novara,  la notizia del ritrovamento, di un atto di permuta di terreni nel Seprio datato 976, che riportava la  presenza, come testimoni, di due individui: Taudalaberto ed Ato da Allierago. Poichè la potestà di testimoniare veniva attribuita solo a uomini liberi[5]; ne conseguiva che  nella  località medievale di Allierago- Jerago[6] doveva vivere  un congruo numero di famiglie legate all’attività di questi due personaggi. Una popolazione così numerosa da  giustificare la presenza di una Chiesa ed un Campanile di tale mole. Il Campanile lo avevamo ritrovato intatto e della antica Chiesa si vedevano alcuni parametri murari inclusi nei successivi ampliamenti.

Con un ulteriore intuizione e supporti di archivio, alla individuazione dei quali aveva già contribuito Mons. Cazzani, si poteva ricostruire la storia delle due Chiese antiche di Allierago San Giorgio e  San Giacomo, poi raggruppate nella comune parrocchia di San Giorgio [7].

Purtroppo Carlo Mastorgio, nonostante la giovane  età è venuto a mancare negli stessi giorni in cui la Sovraintendenza ritrovava l’antica abside della primitiva chiesa di san Giorgio, cioè quel supporto archeologico, che mancava a sigillo di quegli studi, ritrovata lì proprio dove assieme Don Angelo, Carlo Mastorgio e lo scrivente,  ritenevamo si celasse.

La miriade di documenti consultati e la frequentazione di Mastorgio, al quale chiedevo confronto su alcune mie ipotesi, mi aveva permesso di capire, che se lo studio di fatti antichi, era sicuramente affascinante, non era poi cosi urgente, soprattutto ora che la chiesa era stata salvata.  Rimane comunque la necessità di ordinare il materiale raccolto per facilitare il lavoro di chi volesse addentrarsi in uno studio aggiornato sulla storia alto-medioevale e romana dei nostri siti alle luce anche di queste nuove scoperte e di liberare il campo da interpretazioni azzardate precedenti a questi ritrovamenti.

[1] Egli soleva portare i suoi  allievi, in visita  alla Biblioteca Capitolare di San Giovanni in Busto, mostrando loro i preziosi Incunaboli  ed i codici miniati,  accompagnandoli anche  alle consuete visite alle città d’arte. Lui, di origine piemontese, si preoccupava di accostarli alla storia locale, si entusiasmava  in visita alla rovine di Casteseprio, a San Vittore ed al Battistero di Arsago, a Santa Maria Foris porta col suo ciclo di affreschi  inquadrando quei monumenti nelle vicende antiche del Seprio, con una passione ed una competenza raramente riscontrata in altri studiosi. E’ citato anche da Renato Farina  nel libro  “Luigi Giussani  un Caffè in compagnia”, pag. 53,  dove si legge: “Don Carlo Costamagna e don Luigi Giussani, preti milanesi, hanno diviso con l’arcivescovo di Bologna Enrico Manfredini gli anni di seminario …. costituendo negli anni 39-40 un gruppo di studi chiamato “studium Christi”,  pubblicando una rivista “Christus” dove Costamagna dice testualmente “ognuno sviluppava il tema secondo le proprie attitudini, chi artisticamente, chi letterrariamente, …. chi filosoficamente.” (n.d.r.: queste in nuce furono probabilmnete le radici di gioventù studentesca  prima e di Comunione e liberazione poi). Chi scrive infatti ricorda don Carlo responsabile in Busto di una iniziativa verso i giovani studenti che si chiamava raggio, tenuta presso Sedes Sapientiae e di aver partecipato su sua indicazione ad un raduno autunnale di GS  a Cattolica ed Urbino nel 1964- praticamente antesignano dell’attuale Meeting) .

[2] Regesto– elenco ordinato, per secoli ed argomenti del contenuto dei faldoni formanti l’archivio (i materiali versati all’archivio capitolare di Gallarate , sono contenuti nei faldoni in  fotocopia).

[3] La prassi vuole che negli edifici romanici databili da X. XI sec, siano sempre presenti elementi di recupero dalle preesistenti costruzioni romane.  Quali, ad esempio, monoliti con iscrizioni romane: come nel campanile di San Vittore di Arsago, o le Are romane  nel Campanile di Santa Eufemia ad Erba.

[4] Suspensura– trattasi di cilindro in terracotta rossa, tipo mattone circolare del diametro di 19 cm alto 12 cm che, con altri elementi simili messi in pila, consente la costruzione di una colonnina di 50 cm.  Per capirne la funzione bisogna riferirsi all’uso romano di riscaldare un ambiente in zone a clima freddo, come le nostre, o un bagno caldo (calidarium) in zone miti. Una stufa faceva passare aria calda in una intercapedine sottostante al piano di pavimento dell’ambiente da riscaldare. Il piano di calpiestio era sorretto da una selva di quelle colonnine disposte su linee geometriche ortogonali tali da permettere la sospensione dei mattoni formanti il pavimento, da cui il nome di pavimento in suspensura. Questi mattoni da noi prendono la dimensione del cosiddetto Luteziano (Lutaetia-Parigi  romana, nei cui scavi sono assai diffusi).  Molto più vicino si ritrovano numerosi nei parametri esterni della chiesa di Santo Stefano ubicata all’interno del cimitero di Oleggio (NO).

[5] Uomini liberi, per essere tali, secondo le regole del tempo, occorreva essere possessori di almeno 20.000 mq di terreno (cosa  assai poco comune all’epoca per degli uomini).

[6] Citato negli atti come luogo di provenienza dei due uomini liberi.

[7] In un capitolo successivo ci si addentrerà sulla questione della  appartenenza della chiesa di San Giacomo alla chiesa di San Giorgio, avvenuta per volontà di Federico Borromeo, tramite atto notarile, materia già trattata dal Cazzani, nel suo libro su Jerago.

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Il Boom Economico in Provincia di Varese

Riportiamo qui di seguito una serie di cartelloni preparati per una mostra sull’industrializzazione postbellica nei nostri territori, mostra svoltasi nel 2006 a cura di Aleph Associazione culturale nel corso della rassegna Terra, arte e radici.

I testi e i grafici sono a cura di Francesco Carabelli sulla base di studi storici personali relativi al periodo e di dati statistici concernenti lo stesso.

 

Il file completo della mostra è scaricabile per uso didattico e per una visualizzazione ottimale con un lettore pdf al link sottostante

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Appunti per una conferenza dal tema:  “Dall’economia agricola a quella industriale nel Gallaratese- Bustese dal 1700 al 1900”

A chi osservasse la nostra situazione attuale, definita post-industriale e su questo temine ci sarebbe alquanto da discutere, potrebbe facilmente sfuggire che nei nostri territori si vivesse, almeno fino al 1880 quasi esclusivamente di agricoltura. Ecco perché si rende necessario richiamare la memoria della fase di transizione, illustrando il punto di arrivo di questa indagine rappresentato dalla statistica riepilogativa dell’industria Gallaratese per i territori di Gallarate e Somma Lombardo per l’anno 1924. Un punto di partenza remoto che può essere collegato alle vicende agricole lombarde nella Lombardia austriaca, passando per il Lombardo-Veneto, attraversando le vicende unitarie.

Dalla sovra accennata statistica apprendiamo che: limitatamente alle zone di Albizzate, Arsago Seprio, Besnate, Cardano al Campo, Casale Litta, Casorate Sempione, Cassano Magnago, Cavaria e Uniti, Ferno, Gallarate, Golasecca, Jerago, Lonate Pozzolo, Mezzana Superiore, Mornago, Oggiona, Samarate, Sesto Calende, Solbiate Arno, Somma Lombardo, Sumirago, Vergiate, Vizzola Ticino, zone la cui popolazione residente di fatto è di 78.712  unità (1921 censimento) con 3844 emigrati temporanei, vi sono:

2.500 operai occupati nel 1870 (in 39 industrie) – 4500 nel 1890 (55) – 6000 nel 1900 (114)- 18.000 nel 1914 (195), per arrivare a 24.000 nel 1924 (473).

Quindi nel 1924 la distribuzione per tipologia di industria delle 473 unità censite sarà di 123/tessili, 111/meccaniche , 88/ricamifici, 53/edili, 98/diversi. Di esse 168 hanno meno di 10 addetti, 12 piu di 300, quindi 3.600 addetti sono concentrati in grosse imprese, 1400 in piccole, 13.000 in medio-piccole.

Per arrivare a comprendere lo stato delle infrastrutture ricordiamo che la ferrovia ebbe questa progressione (elenco delle date di inaugurazione): Rho–Milano 18-10-1858 – Rho Gallarate 20-12-1860- Gallarate-Varese 26-9-1865-Gallarate Sesto Calende 21-7- 1865 – Sesto Calende – Arona 8-9-1868- Gallarate- Laveno 1894- Sesto Calende- Laveno 1882- Como- Varese- Laveno 1885

Quindi una prima osservazione è che le ferrovie che sono complete nel 1868 favoriranno il crescere dell’industria, comunque in modo non così immediato e vistoso in termini di unità produttive e occupazione indotta, perché il notevole impulso verrà solo dall’avvento della produzione e della distribuzione di energia elettrica (e notiamo che ciò avviene a non più di 15 anni dalla nascita della tecnologia specifica che vide in Edison a Milano nel 1884 l’illuminazione a corrente continua, il maestro e propulsore, e in Galileo Ferraris, l’inventore del motore asincrono trifase, che affrancherà dall’uso del motore a vapore, l’unico che nelle nostre zone a carente disponibilità di acque poteva sostenere una produzione industriale.

Ma se in così poco tempo si ottiene tale sviluppo, ciò indica che, a monte, ci sono delle situazioni, geografiche, politiche sociali che hanno creato un humus adatto.

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La presunzione dei saccenti ovvero: tan dai a carta dul buter da lepà 

I nostri vecchi hanno  inventato  un detto molto efficace per stigmatizzare il saccente  “Gan dai a carta dul buter da lepà”.  Nel contesto della vita non è difficile trovare persone, che la  sanno lunga, su tutto debbono pontificare esprimere il loro insindacabile parere. Certo è piacevole tale compagnia, ma alla lunga diventa stucchevole, perché è veramente impossibile essere edotti su tutto, con la complessità della vita moderna. Bisogna leggere molto, informarsi.

Fonte immagine: pianetadelleideeambiente.it
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La leva militare  (prima della riforma)

Quante volte noi maschi abbiamo parlato di naja: è con questo nome che ricordiamo il servizio militare. Un periodo ritenuto infruttuoso dai più, che viene narrato da  quanti lo hanno vissuto, con un misto di rimpianto e di orgoglio. Inutile forse, ma ricco di esperienze poiché rappresenta una pietra miliare nella vita. Ti allontana dalle abitudini quotidiane e mette alla prova la tua capacità di staccarti dai familiari. A dire il vero, non vi è come la lontananza per suscitare quel desiderio di casa, che forse ti pareva troppo sciocco esternare, ed è così che un giovane si può  accorgere di quanto pesi la mancanza di affetti stabili. Ricevi la cartolina precetto e ti metti subito in agitazione, anche se saranno i tuoi ad essere più scossi: “Se la sbrigherà da solo, va così lontano?”  Si snoda un rosario di interrogativi per questo o per quello. Ma a dirla giusta sei anche sereno al pensiero dei tanti amici già partiti e o poi tornati  tutti interi e ti sembra anche più sicuri di sé. Non siamo mica in tempo di guerra. Molti hanno  cercato scuse per farsi esonerare, qualcuno ci è anche riuscito, ma vale il detto e ti consola, sa le bon pal re al sarà bon anca par la regina. E non sto a specificare questa risaputa osservazione, di contro sei sicuro che aumenterà la tua stima presso le ragazze e questo non è poco. Giunge il giorno di presentarsi in caserma, ed a chi si offre di accompagnarti in auto, gentilmente osservi che il periodo militare è lungo quindici mesi perché dunque tanta premura.  Può andar bene anche lo snobbato treno, basta solo ricordarsi in caso di ritardo di fare timbrare la cartolina precetto dalla stazione di arrivo e così non incorrerai in sanzioni. Inevitabilmente sei già entrato in una mentalità pubblica, dove ciò che conta è il bollo tondo e la data di vidimazione del documento e la firma, mai scordarsene. Molti parlano male del servizio militare, poi tutti lo ricordano con nostalgia. La vita militare è uno specchio della vita normale. Quel mondo, ha la sua percentuale di brava gente e meno,  non diversamente da come la puoi trovare nel mondo civile.  Nella vita di tutti i giorni  la frenesia ti impedisce di meditare, ma a militare, se hai la fortuna di accettare la condizione sostanziale di non essere libero di fare quello che vuoi, e di  rispettare disciplinatamente l’autorità che viene dal grado, vivrai sereno, forse come mai ti potrà capitare in futuro.  I superiori, per quanto dotati di una facoltà punitiva rapida, non sono poi così diversi da tutti i superiori che potrai incontrare nella vita. E da un punto di osservazione defilato da responsabilità, che non siano quelle di obbedire, ti potrai accorgere che chi comanda deve essere serio ed autorevole  se vorrà raggiungere facilmente  gli obbiettivi fissati, mentre gli autoritari ringalluzziti dal grado, urlavano minacciavano, punivano, ma solo con grande fatica potevano ottenere i loro desiderata e malvolentieri.

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Fonte immagine: bandiere.it

La sera del primo giorno di naia, quando tenti di  prender sonno nella branda e ascolti il primo silenzio, una folla di pensieri ti aggredisce. Per tante volte avevi pensato a questo momento ed ora ci sei proprio dentro, fino al collo. Ma ne uscirai così come è capitato a tutti e come poi, è capitato anche a me dopo quindici mesi.

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Tempi moderni

Una domanda che mi pongo spesso e´ perché i nostri ragazzi, che abbiamo educati al rispetto degli insegnamenti della chiesa, oggi fanno fatica a frequentarla.  E’ vero, si trovano immersi in un mondo che sembra ignorare l’insegnamento cristiano dei ns. padri. Io ricordo che ad un certo momento della mia vita, feci qualche domenica a non andare più a messa; il mio papà, che non era certamente un paolotto, mi richiamò severamente che così non andava proprio e quindi era bene che  mi correggessi. Con i mie figli non sono stato capace di tanto. Personalmente mi ero accorto di alcune novità, quando viaggiavo  per lavoro sul mio camioncino, da una postazione di guida più alta di una vettura normale potevo osservare, durante certe messe  esequiali feriali, gruppi di uomini attendere sul sagrato per il tempo del rito esequiale, presumibilmente per poi accompagnare il feretro al camposanto. Erano quelli cui  faseva mal ul fum di candil e preferivano sostare fuori, anche per chiaccherare. La messa per loro era riservata a  Natale e a Pasqua, dopo le insistenze dalla moglie. Ma da un certo momento in poi vidi anche le donne, e questo mi portava non poco a riflettere. Infatti per l’insegnamento di alcuni amici ebrei, coi quali avevo rapporti di lavoro, sapevo che per loro è ebreo chi e figlio di madre ebrea, infatti se si vuole ben guardare l’educazione di una persona, si trasmette da madre in figlio. Quindi a maggior ragione l’educazione religiosa. Infatti sono state  la mamma e la  nonna e le suore all’asilo che ci facevano recitare le orazioni. La mamma che ci provava le domande del catechismo, La scuolina di religione nel tempo di Pasqua. E la nostra signora maestra a leggerci il Vangelo durante tutti i giorni della quaresima. Tanto che oggi ancora, quando le letture della messa mi rimandano quegli episodi penso ancora a lei , e le rivolgo un grato pensiero.

Alcuni mi dicono che non bisogna forzare i ragazzi perché saranno poi loro a scegliere , facendo uso della ragione ed a tempo debito.  Ma io mi chiedo, perché tanta prudenza nell’insegnare i principi cristiani ai ragazzi, quando  quell’educazione fu importante  nell’inculcarci  quella disciplina morale che si accompagnava agli insegnamenti religiosi. Il mio mai dimenticato parroco don Luigi Mauri diceva, non basteranno i carabinieri se venissero meno gli insegnamenti dei preti e nella semplicità di questa osservazione, quante volte mi è venuto alla mente questo insegnamento.

fonte immagine: ilvaresotto.it
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Le Feste dei Santi e dei Morti nella tradizione paesana jeraghese anteriore alla 2° Guerra Mondiale

1 Novembre – Ognissanti

Nel pomeriggio Vesperi solenni e processione al Camposanto per l’assoluzione alla  Tomba di  tutti i cari defunti. In chiesa dopo i Vespri dei Santi, si toglievano dall’altare i busti dei Vescovi e le Reliquie e il Paliotto bianco dell’Altare veniva sostituito con quello nero. Il Celebrante smetteva il Piviale bianco e indossava quello nero, dando inizio alla liturgia dei defunti. Terminato il Vespero, la predica dei Defunti[1]. Terminata la predica ci si avviava in processione con una prima sosta all’asilo per l’omaggio alla lapide dei caduti in guerra [2]e poi al Cimitero. Indi si tornava ancora in chiesa per la. S Benedizione Eucaristica.

Al ritorno era tradizione offrire le caldarroste. Così facevano le osterie per i loro avventori dopo la processione al Camposanto.

La Cooperativa di Consumo offriva ai soci il vino novello per l’assaggio.

Prima della 2^ guerra , alla sera, i ragazzi dell’oratorio maschile accompagnati dall’assistente, il concittadino Don Francesco Delpini, e dal Parroco, Don Massimo Cervini, si recavano al Camposanto recitando il rosario. Di ritorno la sorella del Parroco, signorina Pia, faceva trovare pronte nella saletta della vecchia sacrestia le castagne mondelle, cotte sulla stufa della attigua casa parrocchiale.

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2 novembre – festa dei Morti

Ore 6.00 Recita delle tre messe rituali – consecutive nella chiesa di San Rocco, tradizione iniziata da quando il Cimitero fu trasferito a San Rocco, nel sito dove oggi è il monumento ai Caduti e del quale  ancora rimane la nobile Cappella Funeraria della Famiglia Bianchi.

  

Ottava dei Morti. Verso le ore 18  per tutte le sere fino alla domenica successiva ai Santi, in processione, si recita il santo rosario percorrendo la via che dalla Chiesa porta al Cimitero. La via alberata che conduce al camposanto, ad ogni albero di tiglio, era segnata da un cippo recante il nome di un concittadino caduto in guerra ed un fiore fresco, perchè sono i giorni dell’anniversario della vittoria. Il raccoglimento è grande, le famiglie intere vanno a trovare i loro morti e ad accendere un lumino sulle tombe. Dopo la Benedizione impartita dal Parroco si torna a casa, e ci si affretta a ravvivare il fuoco della stufa economica, perché il freddo dell’inverno, ormai alle porte comincia a farsi sentire. Il proverbio recita : pai Sant paltò e guantper i Santi cappotto e guanti . Sulla stufa si preparano le mondelle.

4 novembre- festa di San Carlo Borromeo

Giorno festivo civile e religioso, si festeggiava  il Compatrono della Diocesi di Milano e si festeggiava l’anniversario della Vittoria nella 1^ guerra Mondiale. Oggi, purtroppo, la  festa della Vittoria è  stata spostata alla domenica successiva e quindi san Carlo rimane festa liturgica, cui non corrisponde una giornata festiva infrasettimanale.

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Castégn fai arost pai mort- Castagne arrosto del giorno dei morti

 

La prima operazione sulla castagna da arrostire al fuoco è la crénadüra – taglio. E’ necessario praticare un taglio nella zona mediana della parte piatta, per consentire al vapore, che emanerà dalla polpa che cuoce, di fuoriuscire senza far scoppiare il frutto. In dialetto la castégna la và crenò [3] la castagna va tagliata. Si preparava brace ardente nel camino ed alla catena pendente al centro si agganciava la tipica padèla di castegn, forata sul fondo e col bordo alto una decina di centimetri. Vi si buttavano le castagne, si scuoteva la padella con un sapiente movimento del manico perché le castagne si rigirassero e non presentassero la stessa parte alla brace per troppo tempo. Si teneva viva la brace senza suscitarne la fiamma che avrebbe carbonizzato le castagne. Dopo alcuni minuti s‘assaggiavano, per non toglierle crude dal fuoco. A cottura ultimata, si mettevano in un mantin – involto di tela, perché rimanessero calde e croccanti.

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fonte immagine: cookist.it

Note . Le castagne arrosto erano tradizionali per il giorno dei Santi e per i Morti. Anticamente le osterie al primo segno dei Vesperi di Ognissanti tiravan giò la clèr abbassavano la serranda, perché tutti partecipassero alla Funzione in Chiesa ed alla processione al Camposanto. Poi, dopo che la Processione si fosse sciolta, al ritorno dal Cimitero, gli avventori tornavano nelle osterie per assaggiare le castagne arrosto distribuite a gratis dagli osti . In cooperativa si offriva il vino novello.


Brani tratti da A. Carabelli – E. Riganti, “Le ricette della Nonna” , Collana Galerate, Tipografia Moderna-Gallarate, 2000

 

 

[1] I vecchi, per molto tempo, raccontarono della profonda emozione suscitata tra coloro che furono  presenti all’omelia pei Defunti pronuciata dal concittadino Padre Umberto Cardani, pochi giorni prima della sua partenza per la Missione in  Sudan .

[2] solo più tardi , nel 1969, fu costruito il monumento dietro l’abside di San Rocco per il grande impegno dei soci dalla sezione Combattenti e Reduci , quando era presidente il Sig. Lorenzo Chinetti e segretario il Sig. Giovanni Balzarini.

[3] Crèna– voce dal tardo latino che vuol dire “ tacca” o taglio, ripresa poi dal francese arcaico Cran. Secondo questa interpretazioneCrenna nel senso di paese sarebbe sorta presso il taglio del monte diviso.

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La famiglia Lampugnani ad Orago

La linea della famiglia dei Visconti di Orago si era estinta dopo poche generazioni. L’ultima discendente, Bianca aveva sposato Ferdinando Lampugnani figlio del Capitano ducale Orlando III. Morto costui nel 1533 e senza figli maschi , Bianca era passata in seconde nozze con un altro personaggio della famiglia Lampugnani: Gaspare Antonio, del ramo dei cavalieri di Legnanello, che avevano il loro maniero proprio nel cuore dell’antica Legnano. Bianca, non solo tramandò alla sua progenie il castello e i beni di Orago, ma altresì il nome del proprio casato patreno determinando il ramo cosiddetto Lampugnani Visconti, Feudatari di Orago e Cassano (per Cassano si intende la sola Frazione di Soiano). I Lampugnani una delle più antiche e importanti famiglie nobili lombarde, entravano così con diversi personaggi nella storia della piccola comunità oraghese. Ma questa non è la sede per ricostruire biografie e personalità. Il nostro interesse si punta solo sull’ultimo discendente: Attilio. Costui nacque il 29 novembre 1672 da Tranquillo e da Anna Maria Bossi. Il padre si era distinto quale capitano nelle truppe spagnole. Attilio invece fu vero protagonista sulla scena milanese della prima metà del settecento. Occupò cariche importanti: Giudice  della Legna, Giudice delle  vettovaglie, Giudice delle strade; Capitano e mastro di Campo della Milizia urbana; Governatore del Banco di Sant’Ambrogio, Conservatore del Patrimonio, nonché della città di Milano. Incaricato dal Governo si adoperò infaticabilmente nel dirimere con diplomazia e saggezza discordie private e pubbliche. Riguardevole fu il lavoro da lui compiuto per il nuovo censimento dello Stato milanese. Un curriculum vitae veramente brillante che gli procurò stima onori ed anche benefici economici

Il Castello di Orago VA
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Chiesa Restaurata di S. Giorgio in Jerago – Storia di un restauro

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BASLOT D’OR   – 1^ edizione 1956

(ricerca di A. Carabelli – Fonti “La Prealpina” e Archivio Parrocchiale)

Il nome AUDITORIUM e BASLOT D’OR sono intimamente legati; non vi e’ jeraghese, sopra i cinquant’anni (il testo ivi pubblicato è stato scritto negli anni ’90 del XX secolo- nota del redattore), che non ricordi questa accoppiata. Il Baslot D’or, fu il premio per il vincitore di una sfida teatrale ingaggiata tra celibi ed ammogliati, che coinvolgeva coralmente tutta la popolazione impegnata nei vari ruoli di attori, organizzatori, orchestrali, pubblico e giuria. Non dimentichiamo, che quelli erano i tempi in cui Felice Musazzi, nasceva dall’oratorio di Legnarello, e portava per la provincia la famosissima “Teresa e Mabilia ” o il “Va la’ Batell” e il ricavato di questi spettacolo finanziava le opere parrocchiali. Vi proponiamo per conoscere meglio questa competizione, la lettura dell’articolo di seguito riportato, apparso sulla Prealpina nel 1957.

fonte: La Prealpina
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Marzo 1923 si gettano le fondamenta della nuova chiesa di San Giorgio

Nel primo dopoguerra tutti i parrocchiani di San Giorgio dei quali abbiamo cercato di ricostruire  le attività, l’ambiente e  il modo di vivere,  affrontarono il grande impegno della edificazione della nuova chiesa di San Giorgio affiancando Don Massimo Cervini. Tutti si gravarono con gioia dei numerosi sacrifici richiesti da quell’opera della quale andarono profondamente orgogliosi. Rimane una delle poche parrocchiali di nuova costruzione realizzate nel  periodo fra le due guerre, altri paesi del circondario non ebbero la stessa grazia. Fu edificata dall’ impresa Bianchi e tutti gli artigiani del ferro, del legno, gli artisti, contribuirono ad abbellirla con le loro opere ed i parrocchiani parteciparono con offerte commisurate alle loro capacità. Grande gioia provarono nel contemplare l’affresco del Cristo in maestà, immenso sul catino absidale, nel  vedere l’effigie del Papa  Pio XI, del cardinal Schuster, di don Massimo, nel riconoscersi  nei personaggi del popolo dipinto: una donna di spalle col suo bambino e i cappelli raccolti nel michin, i fabbriceri, i Confratelli, il baldacchino della Processione del Corpus Domini.

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                                          La nuova chiesa di San Giorgio-  fonte immagine: parrocchiasangiorgio.it

Avevano imparato, da agricoltori, che Abele offriva a Dio i capi migliori del gregge. Ormai non erano più agricoltori, si erano trasformati in operai, in artigiani, in imprenditori, però non si sottrassero all’invito di don Massimo e mantennero fede agli insegnamenti dei padri nonostante quelli fossero gli anni della grande crisi del ’29. Perciò anche questa fase della vita civile moderna possiamo leggere in un monumento religioso, non diversamente dal come abbiamo potuto riconoscere le vicende della nostra comunità antica, leggendola nelle tracce degli ampliamenti successivi della vecchia chiesa di San Giorgio. Ritengo che, laddove manchino i testi o anche  la sola possibilità di consultarli, siano le vestigia delle vecchie edificazioni a testimoniare le vicende di un mondo trascorso, nella fattispecie della fede dei progenitori. L’ultimo ampliamento della vecchia chiesa, parroco don Angelo Nebuloni coincise non a caso col 1881, uno dei primi anni dell’inizio della nostra industrializzazione. [1]

[1] Con l’ultimo intervento, la vecchia Chiesa di san Giorgio fu allungata verso oriente con la costruzione dell’abside nuova. L’altare fu arretrato e riconsacrato dal beato Cardinal Ferrari. La lapide che testimoniava l’evento andò persa. La facciata fu allungata ad occidente verso l’attuale banca (ex sede di Ubi-Credito Varesino a Jerago- in via Colombo angolo Piazza San Giorgio -negli anni ’90, ora abitazione civile- ndr), eliminando il bellissimo portico e la piazzetta, che era stata il centro civico su cui si affacciavano la scuola maschile e l’ufficio comunale all’epoca del Lombardo Veneto e nei primi anni del Regno, questa trasformazione avvenne con grande dispiacere della popolazione. Le beole della antica pavimentazione servirono per lo zoccolo della nuova facciata. La antica chiesa, o meglio il penultimo rifacimento in stile barocco che aveva coinvolto anche la sopraelevazione del campanile, quella che si distingue dal romanico per la sua colorazione gialla, fu molto simile alla attuale chiesa di Albizzate; sotto quel portico si rifugiavano i pellegrini degli altri paesi, quando passavano in processione. Nel vano interno ricavato con l’ultimo allungamento, si ottennero: il palco per la cantoria e per l’organo e, sui due lati, i matronei. Il matroneo di sinistra era riservato alla famiglia del castello, il matroneo di destra per i familiari del Sig. parroco con accesso dalla Canonica. La nuova croce in ferro della facciata, l’attuale, fu  eseguita dal fabbro Luigi Riganti.

Brano tratto da “Le ricette della Nonna” (vedi riferimenti testuali in home page del blog)

La vecchia chiesa di San Giorgio
restaurata negli anni ’90
fonte immagine: varesenews.it

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Visita pastorale alla parrocchia di san Giorgio in Jerago del Cardinale Carlo Maria Martini

Dall’archivio Parrocchiale (ricerca di A. Carabelli)

– 28 maggio 1987 ore 21 incontro con i giovani delle parrocchie di Orago, Jerago e Besnate presso la sala dell’Auditorium

 (di seguito sintesi di archivio con note redatte all’epoca della pubblicazione del testo):

Ai Giovani di Orago, Jerago e Besnate radunati nell’Auditorium dopo le loro relazioni sul Cammino di fede e sulla problematica che nasce in loro lungo questo percorso, il Cardinale si è così rivolto:

Sono rimasto  ammirato per le vostre relazioni così dense e compatte. Sento che c’è tra voi una complementarietà e colgo che la forza che vi ha mosso è quella dell’unico Spirito Santo che suscita in voi questo senso di più grande comunità a partire dalla Comunità Parrocchiale.” [1]

“ occorre verificare il nostro modo di essere nella Comunità. Quando diciamo : [2] noi siamo la Chiesa, il nostro gruppo, il nostro modo di pensare e di vivere…  troppo spesso restringiamo il soggetto “noi”. Occorre risvegliare in noi il senso di appartenenza alla Chiesa, all’unica Chiesa <Ravviva il dono di Dio che è in te>. Vedo in voi genitori uno Spirito di fortezza, uno Spirito di Amore e di Saggezza. Vi ammiro e lodo Dio per ciò che siete, perché avete anche voi molta fiducia nel dono di Dio che c’è in voi”.

[3]“ Ci sono molte scelte importanti della vita alle quali il Vangelo non ci porta direttamente… E’ permesso , allora, qualunque pluralismo?. Niente affatto. Senza Vangelo queste scelte sono irresponsabili, disastrose, come mostra tanta gente che fa scelte disastrose. Devo partire nelle mie scelte, da principi evangelici: amore, carità, dedizione, servizio, spirito di sacrificio, amore alla croce, amore ai poveri, onestà, verità, coerenza. Questo non senza una preparazione culturale seria e l’approfondimento oggettivo dei fatti, degli avvenimenti, di tutto ciò che accade attorno a me e in me:”


[1]  Il diffusore del testo, nel renderlo pubblico così chiosava: è chiaro l’invito, se è vera la vostra fede, la vostra appartenenza al mistero di Cristo attraverso l’appartenenza alla Comunità Parrocchiale, essa deve aiutare ad abbracciare tutta l’unica chiesa di Cristo, deve aiutare a sentire la presenza delle altre Comunità Parrocchiali come complementari, non come “Altro, da contrapporre alla nostra”.

[2] Il Cardinale fa riferimento in particolare alla relazione di un gruppo.

[3] Il diffusore del testo introduce il testo successivo quale precisa risposta data ai giovani sul pluralismo, inteso come diritto a prendere decisioni operative sradicate dal nostro appartenere a Cristo , alla Chiesa, al suo modo di vivere

Si ringrazia la Fondazione Don Angelo Cassani per la concessione della fotografia pubblicata

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Documentazione fotografica sulla Rejna S.p.a. – 31 marzo 1962

Pubblichiamo di seguito ad integrazione dell’articolo sulla storia della Rejna s.p.a. qui sotto riportato in link per comodità,

Storia della Rejna s. p. a. a Jerago 1900-1993

una documentazione fotografica su come si presentavano gli stabilimenti nel marzo del 1962.

Ogni fotografia è corredata da didascalia esplicativa dell’epoca.

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E’ sorto a Jerago un moderno Teatro

fonte immagine: varesenews.it

Dall’archivio Parrocchiale (ricerca di  A.Carabelli)  

La lettura di questo articolo apparso sul quotidiano cattolico L’Italia il giorno 15-5-1955 soddisferà la domanda di chi si chiede l’origine del teatro Auditorium. Ricordo che negli anni cinquanta il quotidiano L’Italia fu il Giornale nazionale dei cattolici diffuso al nord e si fuse successivamente con L’Avvenire d’Italia diffuso al centro sud, prendendo la denominazione di Avvenire che ancora oggi mantiene. Rammento inoltre che Don Luigi Mauri fu Parroco di San Giorgio in Jerago dal 1952 al 1987.

 

Su due colonne, occupanti metà pagina,L’Italia del 15-5-1955 titolava:

E’ sorto a Jerago un moderno Teatro

Il Prevosto don Luigi Mauri ha sentito questo importante problema. Lo ha affrontato e, con l’aiuto della popolazione, lo ha risolto –Prossima la inaugurazione del nuovissimo locale

L’articolista  Vittorio Boni pubblicava il seguente articolo:

Jerago, 14 maggio

Un piccolo paese del Varesotto, Jerago, duemila anime, ha costruito in perfetta unione col suo prevosto, l’ottimo Don Luigi Mauri, il più bello, moderno , accogliente teatro, fra quelli costruiti dai cattolici nell’Italia settentrionale. Questo Sacerdote ha sentito il problema, e  con la costruzione di questo bel teatro, affidata al prof. Carlo Montecamozzo, ha offerto ai suoi parrocchiani il luogo accogliente e sereno dove convergono le famiglie alla domenica, dove i padri possono sorridere e divertirsi accanto ai figlioli, dove i ragazzi del paese reciteranno con una veste esteriore di decoro che li solleverà dalla mediocrità. A Jerago, piccolo paese, si sono fatte le cose in grande, signorilmente, spendendo quasi una cinquantina di milioni, costruendo un Teatro con la T maiuscola. Don Mauri pensa che il teatro sia una scuola ed una cattedra e pur offrendo ai suoi giovani anche gli sport più in voga crede nella bontà educatrice del teatro, poiché se vogliamo sollevare e migliorare questa nostra gioventù dinamica ed intraprendente, dobbiamo parlare anche al cuore, non solo ai piedi ed ai muscoli. Bisogna far pensare questa gente, abituarla alle cose belle, anche alle consolazioni dell’arte, dell’arte pura e buona, inspirata al pensiero cristiano. In un uomo che è tutto in superficie e non vuole pensare, il teatro, usato intelligentemente, può fare questo miracolo. Il giorno 26 maggio il teatro sarà presentato ad un pubblico eccezionale. Si spera che S.E. Montini, nostro Arcivescovo desideratissimo accetti di benedire la sala, che ospiterà il clero diocesano, alcuni Vescovi, i critici dei giornali, per uno spettacolo dimostrativo. (n.d.r  l’articolista descrive in cinquanta righe di colonna, tutti gli apparati  meccanici, acustici ed elettrotecnici che arredano il boccascena di 14 x 6 metri con semivolta panoramica studiata anche per l’allora futuristico Cinemascope. Il Prof. Montecamozzo, in piccolo aveva riprodotto L’Auditorium di Via della Conciliazione in Roma  di cui era stato progettista. Non a caso la sala Teatro prenderà il Nome di Auditorium. Per la cronaca l’auspicata presenza del Cardinale non ci fu).

L’autore dell’articolo conclude:

“.. tutti coloro fra i nostri lettori che amano il teatro e ne seguono gli sviluppi, dovranno venire a Jerago, per confermare la loro speranza di un rapido consolante sviluppo del teatro cattolico.”

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GNOCC DA PATATI  – Gnocc da Pomm da Tera – Gnocchi di Patate

 

Tipico piatto autunnale della nostra tradizione le patate erano coltivate nei campi in piena terra con una tecnica importata dal comasco, con attenzione soprattutto alla disinfestazione da quel micidiale parassita dell’apparato foliare che e’ la dorifora. Le patate raccolte venivano conservate in cassette di legno sovrapposte in luoghi aerati ma scuri per evitare la precoce germinazione dei tuberi. Le patate piu’ piccole venivano messe nella “Caldera” appesa sul fuoco cotte e  usate per l’alimentazione animale. Prima pero’ che finissero nel pastone degli animali, da bambini se ne rubavano grandi manciate, e poi via a mangiarle di nascosto dopo averle pelate scottandosi le dita. Chi non aveva le patate andava a comperarle dal Ruell o dal Santin che erano gli ortolani del paese. Per un buon piatto di gnocchi le patate debbono essere locali o italiane, quelle straniere rendono l’impasto troppo molle.

Ingredienti per 5 persone:

-1 kg di patate nazionali, preferibilmente nostrane

– 350 gr di farina

– sale q,b.

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Lessare le patate  pelarle calde e schiacciarle con lo schiacciapatate direttamente sull’asse, mischiarle con la farina salarle. Impastarle in modo da ottenere un impasto ben lavorato ed elastico se troppo molle aggiungere farina. Dall’unico impasto fare piccole palle uso tennis. Stirarle in modo da ottenere dei cilindri della grossezza di un dito pollice. Che il tavolo sia ben infarinato per evitare che vi si attacchino. Tagliare con un coltello il filone cosi ottenuto in cilindretti lunghi un centimetro. Infarinare i cilindretti farli scivolare sulla parte arcuata delle punte di una forchetta premendo col pollice, si ottengono così’ gli gnocchi che vanno posti su un canovaccio di tela in attesa di essere messi nella pentola. In una pentola di bordo medio e grande fare bollire acqua salata. Mettere nella pentola la quantità di gnocchi per una persona. Quando gli gnocchi vengono a galla toglierli con la schiumarola passarli nello scolapasta e servirli in piatto caldo, cosi per gli altri commensali. Condire con burro  o grana abbondanti  o con sugo di pomodoro o con ragu´ di carne al sugo di pomodoro e grana, col grass dul rost alla Jeraghese (Intingolo che rimane sul fondo della pentola quando si fa l’arrosto di manzo), con gorgonzola e panna.

 

Avvertenze: gli gnocchi debbono risultare sodi dopo la cottura se cosi’ non fosse per la volta successiva aumentate la quantita’ di farina.

Attenzione: vanno preparati appena prima di essere cotti altrimenti vengono di uno schifo appicicaticcio

Buon Appetito

 

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Per un approccio sull’origine dell’industria nel Gallaratese con particolare riferimento a Jerago 

La provincia di Varese nacque solo nel 1927 dalla riunione di territorio comasco e milanese all’uopo ceduto. E’ quindi comprensibile come una ricerca vada comunque sdoppiata o triplicata nelle sedi dei precedenti mandamenti. Inoltre i dati in nostro possesso fanno riferimento al primo rendiconto territoriale ufficiale[1] e ai dati quantitativi di quel censimento. Non è certo, che tutte le attività esercitate vi fossero censite, perché in esso sono considerate industrie quelle che, oltre al proprietario, occupavano almeno un dipendente. Sono escluse quelle a carattere prettamente familiare, le più numerose in loco. Per questo abbiamo ritenuto corretto integrare i dati statistici con la memoria In questa sede ci preme rilevare come tutte le attività nascano da un lento abbandono della agricoltura a far tempo dal 1871 fino al 1940. Anteriormente al 1800 l’attività delle fornaci per mattoni fu l’unica risorsa locale non agricola, però antichissima [2] è rilevabile con certezza nei siti di estrazione già dal catasto teresiano. Lo studio della nascita delle attività consente di comprendere come le nostre popolazioni, seppur inconsciamente, abbiano risposto alle politiche economiche dei vari governi che si sono succeduti fin dal 1800. Si possono verificare, anche sul territorio locale, eventi che ebbero grandi ricadute sul futuro sviluppo economico, quali il frammentarsi della proprietà terriera, facilitato dallo scarso valore reddituale dei suoli e dalla conseguente assenza di una vasta proprietà fondiaria nobiliare già a partire dal XVIII sec. Le vicende economiche recenti si potrebbero far risalire già alle scelte di politica economica e sociale operate all’epoca austriaca. L’individuazione nel nostro di territorio di un’agricoltura dalle risorse appena sufficienti alla popolazione, spinse inizialmente l’amministrazione austriaca ad attivare politiche di integrazione al reddito agricolo. Dalla iniziale bachicoltura,[3] col fermento napoleonico e con la successiva restaurazione austriaca del 1814, si arrivò al sorgere delle attività cotoniere atte a favorire il lavoro femminile in fabbrica, soprattutto nei distretti di Gallarate e Busto Arsizio, che diverranno i futuri distretti cotonieri. Da qui prenderà avvio la locale moderna economia capitalistica, le cui risorse finanziarie dovranno essere impegnate nell’approvvigionamento di una materia prima che proveniva prevalentemente da mercati americani, egiziani e indiani. Si dovranno sviluppare tecniche commerciali e bancarie del tutto sconosciute alle antiche corporazioni mercantili operanti in altre realtà territoriali italiche tese solo ad irrigidire e a monopolizzare gli scarsi ed asfittici mercati. Apprese le nuove tecniche fu facile applicarle ad altri settori indotti, quali il meccanotessile di Busto e Legnano. Ciò può contribuire a spiegare l’odierna vivacità del nostro contesto industriale. Si affacciarono famiglie e nomi nuovi, a partire dagli albori del 1800, la cui nobiltà non necessariamente derivava dal sangue, ma dalla mercatura, mancava poi la resistenza al progresso frapposta  dalla nobiltà latifondista proprietaria di enormi casali sorti in altre realtà agricole lombarde, ma totalmente assenti dai nostri magri territori. Le nostre terre poco produttive, erano state trascurate e riservate a rami collaterali delle famiglie nobili. Come abbiamo visto[4] le proprietà  terriere erano già state frazionate e in parte vendute a fattori o a persone estremamente attive. E le piccole proprietà diverranno ossatura per il futuro sviluppo. Ma anche più recentemente fin verso il 1920 continuò il provvidenziale sfaldamento territoriale. Interessante, quasi paradossale, per noi lettori di oggi, conoscere la motivazione che la Camera del Lavoro di Gallarate nella Relazione Morale per l’anno 1922 dà al carente successo delle Leghe dei contadini: “il Gallaratese è forse la zona dell’alto milanese in cui la piccola proprietà ebbe uno sviluppo maggiore che altrove. Specie in questi anni del dopoguerra, vuoi per realizzare un guadagno per sé sproporzionato al valore dei terreni, vuoi per esimersi dal pagamento delle tasse, i proprietari dei fondi rustici, furono presi dalla mania folle di sbarazzarsi dei terreni. Per raggiungere il loro intento, mandarono disdette ai coloni dipendenti. I coloni, malgrado i nostri consigli, si lasciarono prendere dal timore panico e, affrontando sacrifici inauditi, parecchi di essi comperarono. Si è così sviluppata artificialmente la piccola proprietà. Il colono diventa così il piccolo proprietario sfruttato dal capitale che ha dovuto prendere a prestito, e ora sopporta i balzelli che Stato, Provincia e Comune sono costretti ad applicare per riparare alle larghe falle aperte dalla guerra di lor signori. Il colono divenuto piccolo proprietario, non sente più il bisogno della Lega.”

L’Illustrazione del Lombardo – Veneto tomo I ° redatta da Cesare Cantù in Milano 1857, offre invece un quadro contemporaneo alla origine delle industrie tessili gallaratesi. In essa si può leggere: “ [5] ……..Più che le vicende storiche dan rinomanza e insieme ricchezza a questo luogo le industrie ed il commercio. Le prime consistono in variate manifatture di cotone, tenute ora dalla ditta Ponti, che è la principale, dalla Cantoni, e in minori proporzioni dalle Ditte Crespi, Locarno, Mozzati, Pasta ed altre. La ditta Ponti nel principio di questo secolo (1800) eresse qui il primo opificio lombardo, mosso da buoi e cavalli, in cui siensi introdotte le Janettes o Jenny, cioè la macchina da poco tempo inventata per filare cotone. Ma dopo aver innalzato a Solbiate Olona la sua grandiosa filatura, l’opificio di Gallarate fu convertito, dir si può, in una casa di ricovero in cui si accolgono a facili e leggeri lavori più di cento donne, la maggior parte inatte a guadagnarsi altrimenti il pane. La ditta Ponti, che ha casa anche in Milano, trae direttamente il cotone greggio dalle Americhe e dalle Indie, e lo smercia in natura, in filati ed in tessuti di varia maniera, a preparare i quali, oltre ai telaj meccanici che tiene a Solbiate Olona, ne lavorano 1200 a braccia. La ditta Cantoni, che ha bella e vasta filatura a Castellanza, fa pure commercio di filati e tessuti, alla cui confezione servono circa 700 telai. Le altre ditte non hanno filatura propria e si occupano solo di tessuti, dando lavoro a circa 900 telaj e gli operai sono per la massima parte de’ circostanti paesi. V’hanno, benché assai meno estese, anche manifatture di lino, specialmente delle ditte Sironi e Calderara, con 500 telaj. Moltissime donne attendono ai ricami, principalmente di collari da donna, camicette, sottane, e ai lavori all’uncinetto e dell’ago in lana ed anco in seta per far calze, guanti, reticelle, ecc, che si spacciano in paese, o a Milano ed in altre città”.

Utilizzando l’approccio dell’Economia Politica si potrebbe rilevare che le nostre vicende agricolo industriali, dal 1800 ad oggi siano state legate inizialmente alla introduzione di processi L.I ( Labor intensive – ad alta concentrazione di lavoro) favoriti dalla presenza di manodopera agricola in abbondanza, successivamente e lentamente sostituiti con processi L.S ( Labor Saving, con l’introduzione del concetto di macchina che risparmia lavoro) sempre più accelerati dal pungolo della competitività del prezzo, in risposta alle altalenanti aperture dei mercati o alle politiche protezionistiche. Ma oltre allo studio della formazione di una coscienza di classe, già accennato, non si debbono trascurare:

– il ruolo assunto nel processo di sviluppo fine ottocento dalla piccola proprietà terriera appena formata da cui direttamente derivò la classe artigianale;

– l’influenza degli insegnamenti della dottrina cristiana in ambito locale e lombardo;

– il paternalismo industriale e le società operaie di mutuo soccorso tra artigiani operai e industriali, che qui iniziano circa 10 anni dopo le analoghe iniziative Gallaratesi o Varesine, perché la grande industria si sviluppa solo nel 1906.

E’ comunque rilevante osservare, che nei nostri territori si sono vissute e non marginalmente tutte le vicende della storia recente, tanto da trovarne ancora tracce nel ricordo delle singole famiglie. Abbiamo notizia della preoccupazione di due jeraghesi il Sig. Celeste Riganti e il Sig. Paolo Biganzoli, assai vicini al parroco don Angelo Nebuloni[6] di far arrivare a Jerago e diffondere tra le famiglie copie del giornale cattolico “Il Resegone”, opuscolo cattolico stampato a Lecco, al fine di offrire valide argomentazioni da parte cattolica in contrasto alla diffusione del foglio La lotta di Classe – periodico della lega dei metallurgici. Di questi periodi a cavallo del 1900 permane nei documenti la memoria di un atto di profondo disprezzo verso la Chiesa, quale fu il gravissimo sacrilegio di Orago, attribuito alle componenti ispirate all’ateismo positivista di destra. Ma questi episodi non ci appartenevano: furono l’onda lunga di qualcosa che ci era sostanzialmente estraneo, infatti se escludiamo il discorso massonico, ignorato dalle nostre popolazioni e quello positivista, riservato a tendenze intellettuali a noi estranee, rimaneva la simpatia verso il socialismo, che fu stimolata da una naturale reazione ai gravissimi episodi milanesi del generale Bava Beccaris. Si deve però apprezzare un distinguo, che i nostri vecchi premettevano sempre ai racconti sulle lotte sociali. Quando nel discorso si voleva indicare una persona affascinata dalle teorie socialiste, essi sempre la qualificavano come “un sucialista ma da qui giüst,è un socialista ma di quelli che stanno nel giusto”, con evidente riferimento ad un uomo che, affascinato da Turati, sicuramente non aveva sposato le posizioni atee di Labriola. Il nostro socialista rispettava la Chiesa e i suoi ministri, anche se la sua posizione lo teneva appartato, facendosi sovente ricordare dalla moglie gli obblighi dei precetti ecclesiastici.

La nascita della Società Anonima Cooperativa di Consumo avvenuta nel 1900, [7]sicuramente permette di accostarci a quel momento storico valutando, sulla scorta della variegata e contemporanea presenza di soci: artigiani, operai e imprenditori in uno stesso sodalizio, una sostanziale carenza di conflittualità sociale se si pensa che pressochè in ogni famiglia era presente un socio. Fu un tentativo di rispondere coralmente a necessità mutualistiche, caldeggiate anche dal Parroco Don Nebuloni e dal successore Don Cervini, che della Cooperativa rimase sindaco, fino al sorgere dell’impedimento concordatario del1929. La stessa fortuna non riuscì al sodalizio, sorto tra i dipendenti Rejna con le stesse finalità denominato Unione e Progresso [8]nato nel 1911 e liquidato nel 1914.  La società comunque fu solo apparentemente di iniziativa operaia, perché il presidente, Sig. Luigi Valsecchi, era amministratore della società così come dirigente fu il liquidatore ing. Pellizzari.

Non dobbiamo dimenticare l’importanza della ”Società Mutua Assicurazione contro le malattie e la Morte del Bestiame bovino“ che  sorge il 1° aprile 1896 con lo scopo di tutelare i soci dell’evento non raro della morte di un bovino. La società oltre ad aiutare il contadino nella cura più appropriate del patrimonio bovino, prevede l’indennizzo del rischio morte dell’animale, commisurandone il valore alla bestia in vita, ciò al fine di garantire il riacquisto. Ci si preoccupa solidalmente tra soci della sopravvivenza della stalla con la conseguente sicurezza per la famiglia. Le carni del bovino, saranno vendute al meglio e se commestibili ripartite fra i soci. Tali iniziative, che vedono l’impegno personale sia del Sindaco, il besnatese Cornaggia Medici, che del Parroco don Nebuloni, permettono di capire ed apprezzare la comune tensione verso il miglioramento delle condizioni economico – sociali locali. Lo stesso dicasi per la  Mutua Sanitaria, del 1905. Se Ercole Ferrario, come abbiamo visto [9], poteva parlare dei rischi connessi al sorgere della famiglia mononucleare isolata e affrancata dalla vita della curt e dei regiù, con queste ulteriori iniziative a tutela del piccolo coltivatore, che cominciava  ad associare al rischioso reddito agricolo monofamiliare anche un costante reddito da lavoro dipendente, si entrava in una nuova era. Gli uomini di chiesa, vicini alle loro popolazioni, si fanno sul campo fedeli interpreti della Rerum Novarum [10] nella attuazione concreta della dottrina sociale della Chiesa. Da rilevare l’arrivo delle suore di Maria Ausiliatrice per interessamento di don Nebuloni e della famiglia Bianchi Gori, proprietaria del Castello, quale risposta all’esigenza di educare i figli piccoli di mamme che sempre più troveranno lavoro nelle vicine tessiture. Molto impegno le suore dedicheranno alla educazione delle giovani ragazze. Il grande insegnamento di Don Bosco, che illuminava di fede e di opere cristiane una Torino che si faceva industriale, grazie alle Figlie di Maria Ausiliatrice si diffonderà nel nostro paese che pure si stava industrializzando.

Le industrie nasceranno prevalentemente dalla trasformazione delle primitive attività artigianali in industriali a far tempo dai primi anni del 1900. I problemi connessi ai potenziali conflitti ed alle trasformazioni sociali indotti dall’industrializzazione furono  anticipati dall’iniziativa attenta dei parroci, dei loro collaboratori e di molte persone attente, tese al benessere spirituale e sociale delle loro genti. Tra quelle iniziative, non sfuggono, perché ancora lì da vedere, la costruzione delle Caserma e delle Casermette quali abitazioni per dipendenti. Realizzazioni importanti che mitigarono la conflittualità almeno fino alla fine del conflitto mondiale. Infatti solo nel 1908 nasce un primo tentativo di sezione Jeraghese della Lega dei metallurgici. Ma ancora sei anni dopo il periodico “Lotta di Classe” del 31 luglio 1914 deve constatare amaramente come il sopralluogo di martedì 28 luglio fatto del compagno Canziani – propagandista di Gallarate– fosse deludente perché anche quelli che si dicono nostri simpatizzanti- non hanno compreso la necessità dell’organizzazione di classe e quindi la sezione è anemica [11]. Nel gennaio del 1919 gli operai dell’industria tessile gallaratese, avevano già avanzato le richieste per la riduzione dell’orario di lavoro ad 8 ore ed il sabato a mezza giornata. Al diniego della Federazione degli industriali gallaratesi, verrà proclamato uno sciopero, attuato il 22 del mese di febbraio, cui seguirono altri tre giorni di sciopero che produrranno il conseguimento di tutto quanto richiesto. Perciò per festeggiare la vittoria, il 30 marzo 1919 fu organizzato a Gallarate un raduno celebrativo.

Lo storico P.G. Sironi [12] spiega che i socialisti ritenevano che il successo fosse stato loro esclusivo e così descrive il raduno: “La massa affluita a Gallarate da tutto l’Alto Milanese a piedi, in treno, in bicicletta o col tram, se non è certo pari a quella vantata per Busto da “ il lavoro “ fa purtuttavia la sua bella figura. Sono infatti presenti le rappresentanze operaie di oltre una cinquantina di Sezioni socialiste, società operaie varie, circoli e cooperative rosse, ognuna recante le proprie bandiere. Introdotto dal Buffoni, parla dopo altri il deputato socialista Costantino Lazzari, uno degli estremisti più noti del momento. Ed è la sua una concione, che dopo aver inneggiato al successo conseguito, chiede l’estensione agli operai di tutta Italia delle otto ore, attacca il padronato e la borghesia e chiude infine esaltando, fra le acclamazioni della folla eccitata al punto giusto, la rivoluzione russa, Lenin e la conquista del potere da parte dei proletari. Raccoltasi in corteo, con bande musicali intercalatevi, la massa si dirige poi verso il centro cittadino. E’ un unico enorme coro che a tratti intona Bandiera Rossa o l’Internazionale, un susseguirsi a gruppi di evviva Lenin e alla rivoluzione proletaria, di slogan contro i padroni, contro la borghesia, contro i nemici dei lavoratori e i loro servi vergognosi adattatisi senza fiatare a quattro anni di guerra. Un certo numero di partecipanti, non condividendo queste ultime grida, abbandonano il corteo, alcuni anche ostentatamente………”

Una manifestazione, nata per celebrare degnamente un grande successo sindacale si era trasformata nella occasione di propaganda massimalista e rivoluzionaria che molti fra gli astanti non condivisero abbandonando in maniera ostentata il corteo. Al massimalismo rivoluzionario si associava una forte spinta anticlericale. A questo si riconduce il racconto di treni bloccati alla stazione di Gallarate da macchinisti delle ferrovie che si rifiutavano di farli partire fino a quando non fossero scesi quei preti che vi erano saliti, perché l’interpretazione estremista vedeva nella Chiesa e nei Sacerdoti un nemico da abbattere. E questo fatto, non il solo, dovette impressionare chi, presente in stazione con la mamma, ancora oggi, anziano, me lo racconta. Quindi anche nel nostro piccolo borgo, che abbiamo visto assai equilibrato nella relazione fra classi sociali, si dovette constatare, appena dopo la guerra, un acuirsi della conflittualità.

Il periodico Lotta di Classe del 14 febbraio 1920 può titolare: ”Fascio Giovanile Socialista. Jerago – Domenica scorsa, con l’intervento di un compagno di Milano, ebbe luogo una cerimonia fra giovani socialisti in cui venne costituito il Fascio Giovanile, denominato Spartaco.”

Di contro nell’ottobre del 1919 per ispirazione di parte cattolica, nascerà la sezione locale del Partito Popolare e per i lavoratori cristiani l’Unione del lavoro. Nel 1920 al Resegone, si aggiungerà la diffusione del settimanale Vita Popolare stampato a Gallarate, avente per direttore Guido Sironi. Indiscutibile la prevalenza del sindacato cattolico nella organizzazione delle operaie delle tessiture locali come constata Don Massimo Cervini nel Libro delle Cronache parrocchiali. Non è del tutto casuale che la spinta alla organizzazione di parte cattolica dell’ottobre del 1919 segua i fatti del marzo 1919, con il loro carico di anticlericalismo. Sono testimone del racconto del Parroco di Orago, don Alberto Ghiringhelli, che ricordava quegli anni, di quando giovane prete a Milano viaggiava in bicicletta sulla Ripa di porta Ticinese ed era fatto oggetto di battute sarcastiche da parte delle lavandaie che dalla riva ironizzavano sulla sua talare, a soca e lui per niente intimorito, da uomo energico, quale era, faceva dietro front con la sua bici e metteva a tacere le importune, quasi un Don Camillo, e non per niente del Don Camillo di Guareschi era coetaneo.

Vi è un grave turbamento nella vita civile di quegli anni vissuti tra il 1920 ed il 1922, culminato con la occupazione nel luglio del 1922 della fabbrica simbolo di Jerago, la Rejna S.A. e di turbolenze anche nelle altre fabbriche. Lo rileviamo senza aggiungere commento nella descrizione delle due parti contendenti. Il periodico Lotta di Classe dell’8 luglio 1922:  “Malgrado il perdurare della lotta, la massa metallurgica si mantiene compatta e disciplinata, sempre fidente nella sua forza. Sono apparsi però come funghi velenosi alcuni untorelli che, certamente pagati da chi ha interesse, girano il paese visitando le famiglie per raccogliere le firme di possibili crumiri. Tale indegna ed odiosa opera è adatta proprio a coloro che si prestano a fare da tirapiedi e ruffiani dei padroni, ma è bene che sappiano che ad Jerago non v’è pane per i loro denti e che se non la smettono c’è il caso di ricevere pan per focaccia”.

Leone Michaud, direttore della Rejna nell‘opuscolo a memoria dei suoi “25 anni di Vita Industriale a Jerago 1904-1929″, scrive: “Finita la guerra lo stabilimento ha subito la sorte di tutti quelli del genere, tutti i fatti svoltesi dal 1920 al ’22 sono stati da me giudicati come conseguenza di mancato affiatamento fra capitale e lavoro, la mia convinzione è nata nel tempo di guerra. Per considerazione avuta dal Comitato di Mobilitazione Industriale sono stato chiamato a far parte della Commissione per le vertenze operaie. Se in qualche caso ho dovuto dare torto agli operai, in molti casi ho dovuto giudicare che la colpa era degli industriali, o per egoismo o per ingordigia. Molte questioni sono nate e purtroppo hanno preparato quegli eventi disastrosi che capi coscienti od incoscienti hanno condotto per i loro scopi personali, a scapito degli operai, dell’industria e del paese, portato all’orlo della rovina e dell’anarchia. La occupazione delle fabbriche ne è stata l’ultima fase. Ricorderò quando la commissione operai venne a cacciarmi fuori dallo stabilimento, abbiamo un esempio tipico della riconoscenza che le masse sono capaci di dimostrare! Tre dei miei operai, forse i più considerati, i più aiutati, vennero colla frase sacramentale imparata nel tempio del bolscevismo nascente “ Sem num i Patron[13] ghe voeur ch’el vaga via” quei momenti di tristi ricordi, vissuti di piena vita non sono e non possono essere vantati da chi è lontano dall’Industria. …… “.

Nel trattare il periodo della trasformazione del borgo da agricolo a industriale, è stato necessario soffermarci sulla dinamica sociale, che da quella trasformazione ha subito una forte accelerazione. Abbiamo ripercorso le tappe dell’associazionismo di matrice cristiana tra il 1870 e il1910. Le prime iniziative socialiste, più volte giudicate timide dagli stessi organi del Partito e dalle Camere del Lavoro di Gallarate. Abbiamo rilevato la spinta rivoluzionaria ed atea della componente massimalista che nel distretto gallaratese si evidenzia nella manifestazione del 30 marzo del 1919. Ma anche nel borgo alla componente socialista di vecchia matrice si aggiungerà  una componente più recente di ispirazione marxista-comunista. Per contro il primitivo associazionismo cattolico prenderà coraggio, ispirato dalla dottrina sociale della chiesa e si ritroverà nel Partito Popolare e nella Unione del Lavoro. Gli scioperi del ’22 furono per tutta la nazione l’espressione del gravissimo disagio sociale ed economico postbellico.

Dopo questi fatti inizia storicamente il periodo di ascesa nazionale del fascismo, che applicando il suo apparato dottrinario alla situazione contingente stravolgerà tutti gli ordinamenti sociali e rappresentativi, servendosi delle sole leggi ordinarie[14] . La vicenda di quel periodo non verrà qui analizzata riservandola ad un approfondimento futuro. Con leggi ordinarie si arrivò al partito unico il P.N.F., al Sindacato Unico Fascista. Quel periodo di transizione fu sofferto da coloro che, non avendo preso tessere fasciste, subirono l’emarginazione e la minaccia, fortunatamente simbolica, di un patibolo: una forca innalzata la notte in piazza Vittorio, prima delle elezioni politiche del 1924. Immaginarsi la paura nelle famiglie di quei vecchi socialisti la cui militanza era  nota e che non avevano voluta la nuova tessera. Nessuno subì violenze fisiche, ma su quel patibolo era stata sospesa la libertà di dissentire. Il borgo si adattò alle adunate, agli orpelli e alle divise di moda, comparve in Piazza Vittorio, messa sulla facciata della Cooperativa, quasi sotto alla grondaia, l’effigie di Mussolini che dominava sulle adunate organizzate per ascoltare la voce del Duce data per radio e diffusa dall’altoparlante. La casa del fascio fu alla Caserma. Nacque una colonia estiva elioterapica in Via Roma. Poi tutto, dal ’43 al ’45, si sgretolò passando per i lutti della guerra mondiale e riprenderanno forza quegli stessi Partiti aboliti nel periodo fascista con le stesse componenti, socialista, popolare e comunista, che avevamo visto formarsi verso il 1919.

[1] Statistica Riepilogartiva dell’industria nel Territorio di Gallarate e Somma per l’anno 1924 ( si vada a nota 1 e 44 ).

[2] Carlo Mastorgio ha tenuto interessantissime conferenze sulle fornaci locali, attive già in epoca romana.

[3] Si vada al capitolo bachi supra.

[4] I terman, supra.

[5] ( ad integrazione del testo si  trascrive  la parte omessa e  punteggiata nel testo) “Il nome di Gallarate, alcuni derivano dall’essere fondato dai Galli, altri dal soggiorno di una legione romana detta Gallarita. Da parecchi si giudica questa terra di assai remota origine, ma a provar ciò mancano i documenti; tuttavia le lapidi latine, che ancora vi si vedono, e le numerose monete di imperatori romani, che a quando a quando si rinvengono, lasciano congetturare che fin dai tempi dell’impero romano fosse di qualche importanza.. ( segue il testo).

[6] Paolo Biganzoli nato nel 1880 fratello del Sacerdote don Enrico Biganzoli e fondatore di quella che rimane una delle piu antiche industrie locali ancora operante nel settore del giocattolo la Paolo Biganzoli s.r.l. – Celeste Riganti – fabbro ferraio, classe 1885 padre di Enrico Riganti coautore del presente volume.

[7] Infra, ampiamente illustrata nello studio di F. Delpini.

[8] Fonte: Cazzani E. “Jerago

[9] Nota n.28 supra

[10] di Leone XIII 1891

[11] Cazzani .”Jerago” op citata pag 319, rif Archivio Parrocchiale Jerago, liber chronicus, vol 1, pp 123-124- Don Massimo Cervino scrive: “ per salvare almeno la donna dall’organizzazione socialista, si è tentato di riunire le nostre donne nella Unione del Lavoro ed a tale scopo molto si adoperò con varie conferenze ed abboccamenti il Sig. Gallazzi dell’Unione di Gallarate. Si riuscì ad organizzare quasi tutte le operaie della Ditta Carabelli e tutte le nostre operaie che lavorano a Besnate e a Cavaria, ma poi per difficoltà aziendali, gran parte delle operaie si staccarono e l’Unione si sfasciò, come già per lo stesso motivo si era sfasciata la lega Socialista.”

[12] Sironi P.G “ Quei Camion che facevano paura, lo squadrismo nel gallaratese – 1919 al 1922 –“

[13] Leone Michaud è francese e quindi nel suo scrivere il nostro Padron per lui diventa Patron

[14] Lo statuto albertino non prevedeva leggi straordinarie per le modifiche costituzionali e i padri costituzionalisti nel redigere la Costituzione Repubblicana odierna, per evitare episodi simili al fascismo, che potè trasformare lo statuto con leggi ordinarie, furono particolarmente attenti perché essa non fosse facilmente modificabile. La blindarono come si dice ora.

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Dal campanile romanico di San Giorgio al tempio romano di Jerago

Nei precedenti articoli ho messo in evidenza la presenza sul territorio di una comunità ben organizzata sotto il profilo agricolo e sufficientemente numerosa da poter costruire quel Campanile che ancora oggi apprezziamo. Da documenti del 1400 si evidenzia che la popolazione è composta da circa 14 fuochi (focolari-famiglie), che risiedevano nelle attuali zone del Cantoon (Can-Thun-zona chiusa o recinta), nel centro del paese attuale (tra le due piazze e una strada che iniziava al n. 6 di Via Cavour e proseguiva verso la facciata della Vecchia Chiesa tenendosi parallela al Vicolo Beneficio) e nella zona della Madonnina.

La antica struttura della proprietà (X-XI sec.) è in Mansi, cioè unità agricole condotte generalmente in regime di servitù o se condotte in regime di libertà limitatamente ad un periodo di 29 anni. Le proprietà sono del feudatario o della Chiesa. il Manso è un sedime di territorio sul quale sorge anche l’abitazione rappresentata da una capanna o da una costruzione più solida, è composto da 10 campi arativi, cinque dei quali lasciati a riposo per un periodo di 2 anni di attività, per garantire la fertilità del suolo; 2 vigne per la produzione del vino (ritenuto alimento), 3 boschi sono coltivati a “Maroni” o castagne per l’alimentazione invernale, un campo a “Zerbo” o bosco ceduo per la legna da ardere.

L’economia si mantiene stabile fino al 1300, quando le tecniche innovative della concimazione con strame di foglie secche e deiezione animali porteranno una migliore resa unitaria dei campi, con conseguente eliminazione del riposo forzato degli stessi e migliori condizioni di vita e aumento demografico dei residenti. Fatti storicamente comprovati dai successivi allargamenti della Chiesa vecchia di San Giorgio (si vedano i precedenti articoli). Nel 1000 non si conoscono “regulae” per l’uso dei boschi, come avviene nelle zone montane o pedemontane del Veneto. Il grave problema degli uomini nei secoli precedenti l’XI è quello della conservazione delle derrate agricole, prodotte per la sopravvivenza, nei periodi invernali. Ma se tale difesa, nel senso della conservazione, sarà guidata dalla millenaria saggezza nell’uso del metodo più adatto: salatura, essiccazione, costruzione di ghiacciaie; per la difesa dalle incursioni delle orde degli armati di passaggio ci si comportò attraverso il sistema dell’incastellamento.

Nasce l’uso di ricoverare, all’appropinquarsi del pericolo, le derrate in luogo forte e ben difeso, sufficiente anche a proteggere la popolazione. Il castello di Jerago in origine sorge per questa esigenza e dà vita a quel primo nucleo di fortezza costruita sulle rovine di una torre romana, appartenente al reticolo di avvistamento del castrum .

La residenza che noi vediamo oggi è certamente legata alle vicende viscontee, ma è il risultato della trasformazione di quelle remote strutture. Questo luogo di incastellamento si forma verso il VI secolo d.C. quando, con la caduta dell’Impero romano, viene meno quella grande potenza unificatrice che aveva trasformate le nostre zone di Carnago-Castronno-Crenna-Jerago-Albizzate-Besnate, in sede di accampamenti stativi, magazzini e retrovie necessarie al passaggio delle legioni romane verso le Alpi e il mondo germanico e verso le Gallie.

Accampamenti sorti per favorire e controllare i movimenti est-ovest: Aquileia-Brixia-Comum-Novaria-Eporedia, o sud-nord: Mediolanum-Ticinum-Verbanum-Coira.

Quando per le vicende storiche della caduta dell’Impero romano, queste zone persero la loro funzione elettiva, le locali popolazioni, che vivevano ai margini della presenza militare (in modo non dissimile da come oggi vive una città dove sia prevalente la presenza di caserme e militari) dovettero rapidamente imparare a convivere con i nuovi padroni e con i nuovi equilibri. Videro il sorgere di Castelseprio, dove gli antichi capi militari romani magistri equitum divennero potenti nel loro piccolo e fortificato mondo alle prese ora con  i Bizantini e poi con i Longobardi e con i Franchi. Videro il sorgere di Arsago longobarda e cristiana sulle rovine e con le rovine di quella romana. 

Molte zone precedentemente utilizzate dagli antichi romani, rese fertili grazie a canalizzazioni, furono abbandonate perché la popolazione si era fortemente ridotta e il bosco e la brughiera si ripresero quelle zone.Solo così  si spiegano i ritrovamenti del Prof. Bertolone in luoghi malsani e palustri che mai i Romani avrebbero frequentato.

La popolazione locale da una di quelle torri antiche abbandonate cavò anche i 300 metri cubi di sassi con cui si costruì il campanile.

Ecco questa storia sta racchiusa nel campanile e nella chiesa vecchia e con opportune indagini potremo capire se questa chiesa venne costruita su una antica Villa Padronale Romana, come la teoria suggerirebbe o come più probabilmente accadde essa sia una costruzione più recente, dell’VIII secolo, ove i materiali romani, sono presenti, ma non sono quelli nobili, are o sassi istoriati, ma mattoni, tegulae, suspensurae. I Benedettini autori della ricristianizzazione di queste zone avevano portato nelle loro sedi di provenienza i materiali più significativi.

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La chiesa vecchia di San Giorgio in Jerago

In data 31 gennaio 1995 indirizzato a Don Angelo Cassani-Parrocchia di San Giorgio Martire-Jerago con Orago perviene un dispaccio della Regione Lombardia-Settore Cultura e InformazioneServizio Musei e Beni culturali, protocollo PG/ma n. 493/95, avente per oggetto la legge Reg. 14-12-1991 n. 33, con il quale si comunica la concessione alla Parrocchia di Jerago  di un contributo di Lire 1.356.000.000 finalizzato alla ristrutturazione della Chiesa di San Giorgio.

In tale documento sono contenute le indicazioni di tutte le pratiche da esperire e le modalità di rimborso.

Tale modalità prevede la restituzione del contributo in 10 quote annuali senza aggravio di interessi, a partire entro il 30 giugno del secondo anno successivo a quello in cui è avvenuta la prima erogazione.

Compito di chi scrive sarà quello di documentare l’importanza di questo atto che permetterà di salvare la Vecchia Chiesa dal suo inevitabile destino di rovina.

Le cronache ricordano che la Chiesa Vecchia cessò di essere utilizzata per la celebrazione della S. Messa dal 16 luglio 1927 e già dal giorno 23 luglio dello stesso anno verrà utilizzata come oratorio cinema e teatro parrocchiale dall’allora Rev.do Parroco don Massimo Cervini.

Tale utilizzo rimarrà fino al 21 maggio 1955 quando don Luigi Mauri potrà inaugurare il nuovo oratorio con annesso Auditorium Cine Teatro. Da quella data comincerà l’abbandono della Chiesa Vecchia. In effetti tutte le attese saranno verso la necessità di abbattere la Chiesa Vecchia per poter costruire al suo posto quegli spazi che effettivamente mancavano alla completa realizzazione dell’oratorio maschile. A questa soluzione, però si frapposero diversi ostacoli. In primo luogo la necessità di avviare nuovi lavori solo dopo aver finito di pagare i debiti, la scelta di affrontare prioritariamente altri lavori altrettanto necessari e da ultimo il divieto assoluto della Sovraintendenza ai Beni Artistici e Monumentali di intraprendere qualsiasi lavoro a qualsiasi titolo nella Chiesa Vecchia senza il suo benestare. Tralascio le circa 15 lettere intercorse fra don Luigi Mauri, la Prefettura, la Sovraintendenza, il Comune negli anni dal ’60 al ’70 aventi per oggetto la pericolosità della Chiesa Vecchia, la richiesta di abbattimento, i veti a procedere in tal senso e infine le richieste di contributi al restauro sempre accolti dalla controparte con un “manchiamo di fondi”.

Alla Chiesa Vecchia si addossava la Canonica con annesso cascinale che furono abbattuti nel 1961 per far posto alla nuova casa parrocchiale. Ma questa operazione mise maggiormente in evidenza il suo  volume architettonico molto interessante unitamente a quello del Campanile. Naturalmente questo non sfuggiva ai tecnici della Parrocchia, quali l’architetto Francesco Moglia, il quale, nello stesso momento in cui faceva perizie tecniche sullo stato del degrado del tutto, si preoccupava di far rilevare, con corrispondenza archiviata e indirizzata al Parroco di essere contrario a qualsiasi forma di d’abbattimento. Non dimentichiamo che i lavori degli spalti del Campo sportivo nel 1966 (come da rilievi fatti dalla ditta Consonda, all’epoca della ristrutturazione del Campanile) se da un lato consolidarono la massicciata su cui insistono sia la Chiesa Vecchia che il Campanile e l’Oratorio, furono causa di assestamenti nel terreno che forse provocarono fratture nella sagrestia vecchia e nel catino absidale, poi demoliti e pure causa della torsione del Campanile verso nord-ovest. Di questo tutti si resero conto nella impossibilità di continuare a suonare le campane. Le campane rimasero dunque mute per molti anni. All’inizio degli anni ’80, cominciarono pure a manifestarsi problemi al tetto della Chiesa Nuova con evidenti infiltrazioni di acqua. Anche sul versante dell’Auditorium, la nuova legge in materia di sale teatrali, praticamente inibì l’uso della sala per qualsiasi tipo di manifestazioni. Il Parroco don Luigi Mauri cercò di provvedere alle necessità immediate con manutenzioni ordinarie e privilegiando il desiderio suo e della popolazione di risentire il suono delle campane, commissionò alla ditta Perego il nuovo castello della torre campanaria in sostituzione di quello ammalorato.

Tale sua decisione rappresenta un punto di svolta nella generale convinzione che tutto il vecchio complesso dovesse essere abbattuto. Infatti pur essendo vero che la maggioranza della popolazione desiderava un Campanile funzionante, non era comune convinzione che si dovesse restaurare il vecchio: alcuni proponevano una torre in ferro affiancata alla nuova Chiesa, altri un campanile totalmente nuovo per il quale erano già pronti i disegni fin dall’inaugurazione della Chiesa Nuova.

Poi, come sempre, i progetti, si scontrarono con la dura realtà delle ristrettezze economiche e avvenne che furono riposti nel cassetto, unitamente alle polemiche che avevano generato.

Il Parroco don Luigi Mauri, a compimento della sua missione pastorale presso la Parrocchia di San Giorgio nel 1987, lascia la Cura al successore don Angelo Cassani.

Don Angelo si accorge subito della bellezza e dell’importanza di quei due beni architettonici che sono il Campanile e la Chiesa Vecchia e si propose di recuperarli.

In effetti questi due monumenti oltre ad essere artisticamente assai interessanti, sono lo scrigno che racchiude le radici della vicenda cristiana della nostra comunità e singolarmente di ognuno di noi. Basta riflettere, che proprio lì, in quella vecchia Chiesa, sicuramente fino dal 1300 hanno pregato i nostri antenati, si sono sposati i nostri nonni e hanno ricevuto il S. Battesimo i nostri genitori. Lì si è rafforzata quella fede condivisa con tutti coloro che hanno avuto la ventura di ritrovarsi in questa Parrocchia. Non si può passare del tutto indifferenti davanti a quei ruderi. Quante volte, troppe forse, abbiamo consentito la distruzione di quanto aveva l’unico difetto di ricordarci le privazioni dei tempi passati?

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Breve storia delle campane del campanile di San Giorgio

La necessaria descrizione delle campane evidenzia che furono fuse negli anni dal 1820 al 1865, mentre si era sempre ritenuto, anche dagli storici, che esse datassero 1820.

Perche´dunque questo errore? Tentero´di spiegare, oltre a questo, anche perche´ si sono resi necessari gli odierni lavori attorno al nostro campanile.

Il primo documento certo sul concerto delle campane, redatto in una grafia impeccabile, propria dei tempi dell´imperial-regio governo austriaco, e´del 1820. Rappresenta un impegno notarile assunto dal parroco Giovanni Castagnola, solidarmente con i signori Franco e Pasquale Molla, Giorgio Caruggi, Giacomo, Giovanni senior e Giovanni junior Bardellini, Francesco Cardani, Francesco ed Antonio Puricelli a pagare in quattro anni le suddette cinque campane al fonditore Giuseppe Bizzozzero di Varese, sollevandolo pure dal rischio del trasporto da Varese a Jerago. Una assicurazione, insomma, sia sul trasporto che sulla solvibilita´del debitore nei confronti del creditore (cosa plausibile perche´un concerto di tale entita´corrispondeva ad un valore attuale di circa 250.000.000 di lire, ma la popolazione era meno numerosa).

In acconto di tale debito erano state versate le due vecchie campane del peso di 66 rubbi, gia´in dotazione del campanile romanico  e, successivamente, del campanile barocco.

Il campanile non era adatto alle dimensioni delle nuove campane e non lo sara´ fino alla ristrutturazione del 1991 (quella odierna per intenderci). Cio´era dovuto al fatto che le campane  erano  troppo grosse e non potevano ruotare all´interno  senza ostacolarsi. Nel 1820 fu quindi costruito un castello in legno che sostenesse le campane fuori dalla loggia stessa e tale castello, allora come adesso, fece si che le campane fossero quasi per tre quarti sporgente dalla verticale dei muri della torre. Ecco perche´ tutte le campane, ad eccezione della prima (la piccola che e´incernierata appena sotto la cuspide centrale) sono quasi completamente sporgenti ed il castello e´esposto in maniera violenta alla continua azione degli agenti atmosferici.

La campana piccola e´, pertanto, rimasta la stessa perche´ protetta dalla cuspide,mentre le altre, che in contrasto con l´anno di datazione del primo concerto (1820) portano date successive, vennero rifuse in quanto la rottura del castello in legno faceva si che le stesse, pur senza crollare, andassero a sbattere malamente contro le strutture danneggiandosi irreparabilmente.

Il concerto delle campane era stato inaugurato nel 1820 ma gia´nel 1832 il parroco, don Battista Maroni, fu costretto a sospendere il suono delle stesse perche´il castello era cosi´sconnesso e cosi´ logoro che le campane erano nell´imminente pericolo di cadere. La riparazione del castello in questione avvenne nel 1834 a cura del carpentiere Antonio Maria Bianchi di Sacro Monte e di Gaetano Cattaneo di Oggiona. Si giustificano cosi´le date di rifacimento delle campane: il 1834 per la quarta, il 1837 per la seconda (entrambe rovinatesi probabilmente nel 1832) e il 1844 per la terza.

Tutto filo´ liscio fino al 1865, quando la storia si ripeteva: Il castello di nuovo logoro, fu rifatto dal capomastro Bianchi Giovanni di Gorla e si provvide, nel contempo, al rifacimento della quinta campana, che era anche la piu´grossa. Il fatto di aver commissionato alla stessa fonderia la rifusione delle campane permise di mantenere la medesima intonazione.

Fattisi poi accorti della eccessiva delicatezza del  castello in legno, nel 1888 si provvide a sostituirlo con uno interamente in ferro, opera del meccanico Angelo Bianchi di Varese, “capomastro macchinista patentato”.

Da allora, fortunatamente, il campanile non sembra avere piu´storia; ci sono le solite riparazioni periodiche, ma nessun fatto degno di nota. Ma eccoci al 1943, esattamente il 10 luglio. Leggiamo nel “Liber cronicus”

10 luglio – la rimozione delle due campane maggiori

In seguito ad avviso precedentemente avuto dalla ditta Bianchi di Varese, oggi arriva una squadra di operai per rimuovere le due campane maggiori, del peso complessivo di circa 20 quintali. Il Parroco protesta che la richiesta fatta dall´Ente Rottami per ordine del Ministero e´di 6 quintali e che si rifiuta di darne di piu´, e non consegna le chiavi. In seguito arriva l´ingegnere Bianchi, della ditta omonima di Varese, accompagnato dal maresciallo dei carabinieri di Albizzate. Il Parroco chiarisce il suo punto di vista, l´Ing. Bianchi insiste per la consegna del 60% del peso complessivo delle campane, dichiarando che si assume ogni responsabilita´. Il Parroco consegna le chiavi rinnovando la sua protesta. E purtroppo il crimine viene compiuto. La popolazione tutta nel suo contegno dimostra tutta la sua avversione per l´inconsulto provvedimento.

12 luglio – Le campane rimangono

Oggi vengono calate le due campane e posate sul ripiano alto dell´oratorio, gia´cimitero vecchio. Incaricato del trasporto delle campane a Varese e´Tondini Paolo il quale ha la buona idea di chiedere consiglio al Parroco. Quindi il Tondini rifiuta l´incarico, tanto piu´ quando sa che le campane, per essere condotte via, dovevano ridursi in pezzi: e cio´per la difficolta´di calarle dal pianerottolo. E cosi´le campane rimangono a Jerago. Fino a quando? Speriamo per sempre.

20 settembre – Sepoltura provvisoria delle campane

Per evitare che una eventuale visita da parte dei tedeschi al nostro Oratorio possa dar occasione ad una eventuale requisizione delle due campane maggiori, troppo in vista, si pensa di dare loro una sepoltura. Alla sepoltura aiutano Delpini Antonio, Rabuffetti Gianluigi, i soldati fratelli Carlo e Vittorino….e Cardani Francesco. Per adesso sono salve…

27 aprile 1945

(…) dissotterrate le campane che da 20 mesi giacevano nascoste: una squadra di operai diretti dal capomastro Magistrali, da Scaltritti e da Paoletti preparano il ponteggio per innalzare le campane sul campanile.

30 Aprile

Oggi la campana piu´grossa sale al suo posto. Si puo´quindi immaginare la grande gioia degli jeraghesi nel vedere le campane di nuovo al loro posto. Ma quella gioia e quel tripudio paesano erano  destinati  a durare poco: don Massimo, che aveva scritto le parole sopracitate tre giorni prima, veniva a morire. E la persona che scrisse il diario di quei giorni annoto´testualmente: “ le campane che dopo la nuova sistemazione dovevano suonare a festa per la prima volta nella prima domenica di maggio, suonano l ´agonia del sig. Parroco.

 


 

Il Castello rifatto da Angelo Bianchi, in sostanza, resisti´fino all´anno 1967 quando, per gravi motivi di degrado sia dei vani di accesso al locale delle corde, che di pericolosita´ incombente, si decise di sospendere il suono delle campane che furono poi portate a terra nel giugno 1984 e collocate nel prato della canonica.

Il problema della precaria solidita´e´stato risolto nel corso dei recenti lavori di restauro in quanto l´ing. Emilio Aliverti ha progettato un´ incastellatura che, sita nell´interno del campaanile, oltre a svolgere la funzione di rampa di accesso alla loggia, scarica direttamente a terra la maggior parte delle sollecitazioni dinamiche e del carico statico proprie delle campane nel loro esercizio, eliminando radicalmente il grosso problema della manutenzione.

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IL GIORNO 16 LUGLIO 1991; RICORRENZA DELLA MADONNA DEL CARMINE; TRA LA ESULTANZA DEI PARROCCHIANI DI SAN GIORGIO E LA GIUSTA FELICITA´ DI  DON  ANGELO CASSANI LE CAMPANE TORNANO IN CIMA AL LORO CAMPANILE.

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Il restauro del Campanile della Chiesa di San Giorgio visto dalla stampa

Di seguito riportiamo copia di alcuni articoli relativi al restauro del Campanile di Jerago, apparsi nella stampa locale in quel periodo (1991)

 

 

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Uso delle Campane

di Anselmo Carabelli

Grazie alla collaborazione del sig. Romano Pigni e del sig. Riganti ho potuto ricostruire l’uso liturgico delle campane così come veniva eseguito a Jerago prima del Concilio Vaticano II. Tengo a precisare che a Jerago e credo anche altrove, la numerazione delle campane è sempre stata crescente dalla più piccola (prima campana) alla più grande (campanone o quinta campana per il nostro concerto) e a questa numerazione mi attengo scrupolosamente.

USO LITURGICO

AVE MARIA – anticipa di qualche minuto il suono delle campane della prima S. messa del mattino – 4a libera per un minuto

ANGELUS – Mezzogiorno – 4a libera per un minuto

AVE MARIA – sera verso le 20.00 in estate e all’imbrunire in inverno – 4a libera per un minuto

I tre momenti dell’Angelus e dell’Ave Maria quando è domenica sono segnati in modo diverso:

NELLE DOMENICHE SOLENNI si suonano tutte le cinque campane.

NELLE DOMENICHE NORMALI  si suonano la terza – la quarta e la quinta.

Le S. Messe sono così annunciate:

tre richiami sempre per ogni Messa a partire dalla prima S. Messa del giorno annunciata alle 05.10, alle 05.30, alle 05.50

NELLE DOMENICHE NON SOLENNI si suonano 3a- 4a e 5a a distesa.

NELLE DOMENICHE SOLENNI si suonano tutte le cinque campane a distesa

Nei giorni feriali le S. Messe sono così annunciate:

GIORNI FERIALI CIVILI MA CORRISPONDENTI A FESTIVITA’ RELIGIOSE INFRASETTIMANALI (S. Giuseppe, S. Giovanni Bosco, Candelora, S. Biagio) si suonano1a-2a-3a-4a a distesa.

ALTRI GIORNI FERIALI – Si distinguono le S. Messe in S. Messe da vivo o da Morto.

Si dice da morto la S. Messa con la commemorazione di un defunto.

  • S. Messa da vivo si suonano la 2a e la 3a a distesa
  • Se da morto sono previste diverse classi di officiata funebre  e di suono delle campane:

III classe catafalco con quattro candelabri ad aspersione del tumulo; si suonano 2a-3a-4a campana in suono successivo senza sovrapposizione e bocciata

II classe catafalco con sei candele aspersione e incensazione del tumolo; si suonano 1a-2a-3a-4a in suono successivo senza bocciata

I classe solo per il Clero ed il giorno dei Morti- catafalco con dieci candele; si suonano tutte e cinque le campane con la stessa tecnica della non sovrapposizione dei suoni.

SEGNALI PER ALTRE OFFICIATURE O MOMENTI LITURGICI:

VESPERI DOMENICALI E FESTIVI  -3a e 4a a distesa e 5a al momento della benedizione  eucaristica.

VESPERI DOMENICALI E FESTIVI SOLENNI – Tutte e cinque le campane

PROCESSIONI – Tutte e cinque le campane

AGONIE DI NS. SIGNORE GESU´CRISTO – Ogni venerdi´alle ore 15 si suona la 4a a distesa

MESE DI MAGGIO ALLA SERA PER IL S. ROSARIO – Tutte e cinque le campane

QUARESIMALE – idem

S. MISSIONI – idem

MATRIMONI – Erano previste tre classi, ma venivano sempre annunciati in modo solenne con il suono di tutte e cinque le campane, purche´gli invitati degli sposi si fossero presentati a tirare le corde delle campane.

AGONIA – Cosi´veniva chiamata la campana che annunciava la morte di un parrocchiano. Si suonava la 4a campana con nove rintocchi per una donna – con tredici rintocchi per un  uomo

CATECHISMO PER I RAGAZZI – 3a libera

USO CIVILE DELLE CAMPANE

RUM – Il suono delle campane e´sempre servito a spezzare la consistenza della nuvolaglia che minacciava grandine. Ci si affrettava a quindi a suonare il cosidetto RUM (credo si scrivesse cosi´) . tutte e cinque le campane, senza un ordine preciso intervallate dal potente suono del campanone. Non a caso sulla 4a campana avevo rilevato la scritta “A FULGORE ET TEMPESTA LIBERA NOS DOMINE”. 

Ricordiamo pure che il temporale era particolarmente minaccioso se veniva da S. Caterina (Al ta ruina– dicevano i vecchi). In effetti era poratato da un vento freddo da nord-ovest che poteva scontrarsi con aria calda e stagnante locale, causando veementi correnti acsensionali. con formazione di ghiaccio e precipitazione di notevole quantita´di grandine. il suono delle campane effettuato in tempo opportuno poteva spezzare questa corrente ascensionale, diminuendo la consistenza della grandine e i danni.

Per lo stesso motivo oggi in agricoltura si ricorre ai razzi.

INCENDI – Campane a martello 1a-5a leggermente sfasate a distesa. Doveva raggelare soprattutto se sentito nel cuore delal notte

ESATTORIA – 3a distesa. Anche questo raggelava

SCUOLA – Richiamo per gli scolari delle scuole elemenatri- 2a campana ma solo fino al 10 novembre 1945


N.B. Dopo il Concilio Vaticano II, essendo tutti i fedeli ritenuti figli di Dio, le “Classi” sono state eliminate, percio´tutto quanto pre desritto, fatta eccezione delle diversita´tra domeniche solenni e normali e´stato anullato ed e´stato preordinato secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II stesso

Don Angelo Cassani

Per l´impostazione del suono attuale delle campane ci siamo avvalsi della collaborazione del sig. Massimo Scaltritti

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Il Campanile di S. Giorgio stile barocco

di  Anselmo Carabelli

Luglio 1991

Nel corso dei precedenti articoli ci siamo intrattenuti sulla parte romanica del campanile, cioe´quella che arriva fino alla loggia delle campane, ora invece tratteremo della parte superiore, barocca.

Innanzi tutto bisogna rendersi conto del perche´un campanile romanico sia stato trasformato in barocco, addirittura intonacandolo completamente rifacendolo in tre ordini, chiudendo le finestre monofore, tranciando maldestramente, mattoni e fregi della precedente struttura. Personalmente penso, che, appurata la continuita´della costruzione del tempio di S. Giorgio “Ab Immemorabilis”, come piu´volte ho sottolineato, ci si sarebbe dovuti stupire del contrario, cioe´di non aver ritrovato quello che abbiamo trovato. In effetti dobbiamo evidenziare l´opera instancabile che S. Carlo Borromeo venne svolgendo come Cardinale di Milano attraverso i Concili provinciali e Sinodi diocesani, nello sforzo di riformare tutti gli abusi perpetrati  nella sua Chiesa diocesana. Tale sforzo che interesso´ tutti gli aspetti, non manco´di riguardare anche l´edilizia religiosa, le norme architettoniche furono infatti raccolte nelle “Instructiones fabricae ed suppellectilis ecclesiastice” (anno 1577). Il testo influenzo´ l´architettura milanese e quindi il varesotto. San Carlo infatti, aveva ritrovato il varesotto romanico, dove edifici religiosi troppo modesti, non solo non erano in grado di ospitare l´accresciuta popolazione, ma inadatti visivamente a combattere la lotta contro il protestantesimo che minacciava di diffondersi dal Gottardo. Fu costituito alla bisogna un Praefectus Fabricae, che avrebbe dovuto coordinare l´attivita´edilizia religiosa, non altrimenti ci spiegheremmo nelle visite Pastorali, sia le descrizioni minuziose delle Chiese visitate, che gli ordini impartiti a Parroci e Fabbriceri.

E´dunque in questo quadro storico che si sviluppa il rinnovamento in senso barocco del campanile e della Chiesa vecchia di S. Giorgio. I documenti fino ad ora computati, permettono di datare solo approssimativamente tale intervento, ma ad essa possiamo arrivarci per comparazione con altri edifici barocchi locali. A chi osservi la estrema linearita´ delle forme della loggia e della cuspide, dove gli elementi prettamente barocchi, rappresentati dai quattro pinnacoli con boccia in sasso, dalla cuspide in mattoni autoportanti con intelaiatura in ferro, cotti appositamente, dalle mensole aggettanti a formare il cornicione pazientemente smussate ed arrotondate e dal  bellissimo Crocifisso in ferro, non puo´sfuggire l´equilibrio cosi´piacevole da non essere casuale. Chi ha progettato questa ristrutturazione doveva senza dubbio aver visto il primo esemplare di barocco varesino rappresentato dalla cella e dalla guglia di Santo stefano a Viggiu´ (opera di M. Longhi il vecchio 1594) e la Chiesa di San Giovanni  in Busto Arsizio del 1615. Ingentilendo questi due campanili si arriva alla eleganza del nostro e vengono ignorate le forme di un  barocco piu´elaborato e piu´ tardo, che qui vicino si possono vedere nella Chiesa di Albizzate, pertanto esclusa la causalita´ della costruzione, in considerazione anche di quel Praefectus Fabricae pocanzi accennato, tale ricostruzione della parte terminale dovrebbe datare tra il 1650 e il 1700.

Una considerazione a parte merita la Croce in ferro che corona la cuspide, l´antica Croce infatti in considerazione del precario stato di considerazione verra´esposta a terra, dopo i restauri, mentre al posto suo e´stata innalzata una copia opera della valente abilita´tecnica ed artigianale del sig. Giovanni Franchina, il quale in questa riedizione, si e´avvalso delle stesse tecniche seicentesche di lavorazione del ferro, rivetto e saldature per approssimazione tramite forgiatura e battitura. In essa si ritrovano tutti i simboli della crocefissione: chiodi, scala, martello, tenaglie proprie dell´uso seicentesco ed e´altrettanto notevole la bandierina segnavento con il biscione dei Visconti.

Su questa bandierina e´rivettata quindi aggiunta in epoca posteriore, l´aquila Asburgica che sta ad indicare l´ultimo intervento sul campanile nel 1820, ottenuto con Imperial-regio decreto dell´allora governo austriaco, il quale come e´logico pensare, impose il suo simbolo.

Concludendo queste notazioni penso si possa sottolineare che il campanile e la Chiesa vecchia, sono un po´, come l´albero genealogico della nostra vita religiosa e civile, dove stanno scritte, per chi sappia leggerle le tappe millenarie della nostra comunita´. Come tanti “Saulo” avremmo voluto lapidarlo questo campanile e questa Chiesa vecchia. Ma oggi illuminati da una nuova sensibilita´, stiamo rivalutandoli in un quadro di uso attuale, e contemporaneamente potranno tramandare il messaggio anche architettonico della fede cristiana che ci viene dal 500 d. C. con la prima cristianizzazione dei famigli e dei servi di quella villa patronalis romana, che da qualche parte deve pur esserci in loco, i cui resti pero´, mattoni, frammenti di embrici (tegole romane), sospensori di contropavimenti riscaldati ad aria calda (gia´allora!), sono stati ritrovati da Carlo Mastorgio nella parte romanica del campanile.

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Il campanile romanico di Jerago

di Carlo Mastorgio (Sopraintendenza archeologica della Lombardia) – Maggio 1991

Testo apparso in Un popolo in Cammino – Maggio 1991 e poi ripubblicato nella raccolta di scritti in occasione dell´inaugurazione del campanile nell´ottobre 1991

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La vecchia chiesa parrocchiale di S. Giorgio e´documentata solo dal XIV sec. (per  esattezza, dal 1398).

Pero´, titolo e ubicazione, gia´per se stessi la retrodatano ad epoca molto piu´antica. Inserita nel vecchio tessuto urbano, essa e´senz´altro la prima cappella della comunita´e probabilmente eretta in quelle fasi della cristianizzazione, allorche´ i canonici, dal vicino centro plebano o battesimale di Arsago Seprio, diffondevano la nuova religione nelle campagne e nei piccoli villaggi circostanti.

La dedica a San Giorgio e´tipica dell´epoca longobarda per la nota associazione del “santo guerriero” con il carattere spiccatamente belligerante di quel popolo barbarico.

Tutto cio´porta a pensare che l´edificio ebbe una fase preromanica, seguita da una romanica, indi da altre che successivamente, per ragioni legate ad aumenti demografici,  hanno sostituito, inglobato o parzialmente alterato le strutture architettoniche primitive.

Nulla sappiamo della fase preromanica anche perche´mancano sia una lettura stratigrafica delle strutture verticali sia un saggio archeologico sotto l´attuale pavimento. Pur tuttavia tale fase e´intuibile; se non altro perche´e´storicamente accertata la presenza, a Jerago, di nuclei familiari in epoche anteriori al Mille (come esempio, basta citare qui due importanti personaggi, Teudelaberto e Ato di Jerago, presenti come testimoni nel 976 ad una permuta di terreni nel territorio sepriese).

Per quanto concerne la fase romanica e´notizia di oggi, in quanto essa e´emersa in seguito ai recenti lavori di ristrutturazione della torre campanaria. Questa nascondeva infatti, sotto l´intonaco, l´originario paramento murario. Tolto il rivestimento, sono tornate alla luce le cornici di archetti pensili e le monofore, ossia quei particolari tecnici e stilistici tipici dell´architettura romanica (sec. XI e XII). Ulteriori indagini potranno in futuro meglio precisare l´iconografia e l´esatta cronologia di questo monumento.  In questa sede e´sufficiente dare qualche sommaria informazione. Innanzitutto si tratta di un campanile alto, snello, con base quadrata ma non sufficientemente ampia da far presumere un innalzamento sui resti di un torrione altomedievale e quindi facente parte di sistemi difensivi. Anche le aperture, del tipo a tutto sesto, sono sufficientemente ampie e non a feritoia.

Nessun utilizzo, quindi, a scopo di fortificazione o di segnalazione ma semplicemente un utile monumento al servizio civico e religioso della piccola comunita´ jeraghese.

L´apparato murario del campanile e´composto da materiale eterogeneo; poca la pietra quadrata, parecchia quella scheggiata, diversi i ciottoli, qualche laterizio. Il tutto disposto in corsi un po´irregolari con un buon letto di malta. La parte alta e´stata rifatta in epoca successiva distruggendo l´originaria cella che doveva essere interessata dalla presenza di bifore. Nel rifacimento sono stati infatti riutilizzati i frammenti delle colonnine originarie in pietra. Ogni parete e´divisa in ripiani da tre grandi specchiature, abbastanza profonde e chiuse in alto da tre archetti in cotto. Anche gli archivolti delle monofore sono formati da vecchi laterizi posti in costa e sormontati da un bardellone pure in cotto.

Quest´ultimo particolare e´abbastanza caratteristico e trova riscontri in altri edifici del territorio padano datati all´XI secolo (1000-1100). La cosa  che piu´colpisce e´che questi laterizi sono tutti di fattura d´epoca romana; la maggior parte embrici con il tipico risvolto e, sorpresa nella sorpresa, addirittura una suspensura cilindrica ovvero uno di quei pilastrini che sostenevano il pavimento di un ambiente romano riscaldato facendo circolare sotto l´aria calda.

Or bene, tutte queste profilature di cotto, inserite nella pietra grigia del paramento, determinano uno stupendo cromatismo che potra´essere meglio apprezzato allorche´verranno tolti i ponteggi del cantiere.

La vecchia chiesa parrocchiale di san Giorgio va schiudendo cosi´i misteri del suo glorioso passato con sempre piu´larga chiarezza, lasciando perplessi gli storici, ammirati i tecnici e soddisfatti quei “pochi” che veramente credevano nella vetusta´ dell´edificio. Il cammino iniziato merita tutta la piu´ ampia fiducia e l´appoggio morale e finanziario perche´ la volonta´ di fare qualcosa di utile e di bello, non distruggendo ma salvando, ha gia´regalato alla comunita´ di Jerago questo stupendo campanile romanico che, in definitiva, e´il piu´antico monumento del paese.

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La chiesa romanica di San Giorgio

Aprile 1991

di Anselmo Carabelli

Dati i due precedenti articoli è logico attendersi una chiesa di San Giorgio chiaramente diversa dall’attuale chiesa “vecchia”, che fosse romanica e coeva al campanile.

Tale attesa, viene affermativamente soddisfatta da una nota del card. Giuseppe Pozzobonelli, il quale afferma, sempre negli estratti delle visite pastorali 1750: “la chiesa dedicata a S. Giorgio, è edificata in luogo poco eminente, e di forma oblunga. In qualche nota d’archivio si dice fosse edificata al tempo del Federico Borromeo, ma noi abbiamo visto che già esisteva alla fine del ‘300, da allora si celebra la festa della dedicazione  al 30 dicembre”.

Si può dunque dedurre che la chiesa che vide il card. Pozzobonelli, fosse quella che aveva visto il card. Federico Borromeo nel 1620, la quale nell’arco di tempo che andava dal 1570 al 1620, cioè negli anni del card. Carlo Borromeo e poi del card. Federico Borromeo, era stata ampliata.

La originale chiesa romanica poteva essere dunque quella descritta da padre Leonetto Clivone all’epoca della visita di S. Carlo borromeo. I lavori di questo  primo ampliamento furono di tale entità da far pensare a distanza di centotrenta anni (1620-1750) che la chiesa fosse stata costruita nel periodo di Federico Borromeo.

Fatte queste premesse dii archivio e con l’aiuto di una opportuna planimetria e di due disegni a tratto di penna da me eseguiti, si può tentare una prima lettura di ciò che poteva essere la chiesa romanica del XII secolo.

La figura A rappresenta una ricostruzione della chiesa con il suo campanile romanico, nella figura B (anche per evidenziare il legame con la chiesa di S. Giacomo) possiamo intuire dalla chiesa di S. giacomo, quella che poteva essere la vista posteriore di S. Giorgio.

Immagine San Giorgio Vecchia romanica

figura A

La facciata è quella del Clivone, il campanile è quello descritto negli articoli precedenti e riguarda la sola parte romanica, è stato però disegnato anche un quinto ordine (o piano) con finestrella bifora, piano che sarebbe stato demolito per insediarvi la nuova cella delle campane così come noi la vediamo ora.

Infatti nella parte superiore del quadrante dell’orologio, ho ritrovate le mensoline del capitello della bifora in una zona di collegamento con la più recente struttura. Si individuano anche mattoni chiaramente non romanici e tegole di risulta forse dal fregio della cuspide.

Anche le chiavi che danno più robustezza alla struttura mentre in tutti gli altri ordini sono a filo dei sassi esterni, (sopra il quadrante dell’orologio nella zona di raccordo) sono annegate delle struttura stessa, dopo evidenti adattamenti delle pietre, il che significa che queste chiavi erano più corte delle sottostanti, perché la cella delle due campane era più piccola di circa 12 cm, pertanto quando la cella originale è stata demolita le chiavi sono state recuperate e sono servite per la sottostante legatura, ma hanno dovuto essere annegate nella facciata, perché nella nuova sopraelevazione si era partiti con il piano del quarto ordine (quello dell’orologio, per intenderci) che era più largo.

La facciata è stata completamente abbattuta nel periodo del card. Federico per poter costruire la nuova cappella con arco “ad aquilonem versus” cioè a nord della chiesa e di fronte al campanile; il primo ordine del campanile in questa zona era stato intonacato e abbellito con alcuni fregi geometrici, che ancora si notano e si nota ancora l’inizio dell’arco della cappella della Beata Vergine Maria.

Appena dopo iniziava la cappella di S. Carlo e poi il battistero cui si accedeva scendendo di due gradini. Queste cappelle non esistevano all’epoca della visita di S. Carlo (è evidente che all’epoca della visita di S. Carlo non ci fosse una cappella a lui dedicata); nella descrizione del Clivone gli altari erano a filo del lato della chiesa (per intenderci, così come ora a S. Rocco, la statua della Madonna del Carmine si trovava in una nicchia).

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figura B

Ecco perché ho ritenuto corretto disegnare una chiesa senza sporgenze laterali, in sintonia con le più piccole chiese romaniche che possiamo vedere in zona (SS. Cosma e Damiano ad Arsago, o molto similare anche per il campanile seppur non così bello come il nostro, la chiesa di S. Stefano a Bizzozzero di Varese e S. Primo e Feliciano di Leggiuno).

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Oratorio campestre SS Cosma e Damiano di Arsago Seprio, risalente al XII secolo -fonte immagine Hikr.org

La vecchia sacrestia (quella dove c’era il gioco del biliardo per gli anziani, sita tra l’abside, il campo sportivo e l’oratorio, a nord della chiesa e a sud del campanile) fu costruita appunto nel periodo del card. Federico, quando si abbatté la facciata per far posto alle cappelle pocanzi accennate; e siccome allora non si buttava nulla, si pensò di riutilizzare le mensole e le soglie delle tre finestre che nella nuova facciata furono eliminate, proprio per la legatura degli angoli esterni (quelli verso il campo sportivo) della nuova sacrestia. Infatti, a chi osservi questi angoli si evidenziano dei manufatti lunghi e lavorati in sasso che possono essere proprio quelle soglie. Ultima osservazione sul lato sud della chiesa vecchia si osservi la chiesa vecchia stando sotto il grosso noce dell’oratorio (nuova casa parrocchiale).

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Chiesa dei Santi Primo e Feliciano – Leggiuno (VA) – fonte immahine: beweb.chiesacattolica.it

Si vede ancora una parete in sassi a vista con una antiestetica porta a un livello che non è certamente il piano né della chiesa né dell’altare ma era il primo piano di una cascina che era stata addossata alla chiesa originale. Tale porta doveva essere stata incavata da una iniziale finestrella romanica, quando si costruì nel 1500 il locale per pigiatura dell’uva del quale pur si vede un accenno di voltino.

Per le nostre ricerche comunque interessa questo: l’aver addossato una nuova costruzione con funzione diversa ha sicuramente deturpato l’originale finestrella, però ha conservato la struttura originale del muro, nel quale si nota il segno della evidente sopraelevazione, quando tutta la chiesa fu alzata, ma, cosa più importante, a livello di terra si trova un cordolo continuo di sasso granitico che segna la originale chiesa romanica, sassi che certamente non avrebbero introdotto con funzione estetica nella costruzione di un cascinale, quale era appunto quello addossato alla chiesa vecchia prima dell’abbattimento. Si vede anche una chiave al cui interno non c’è alcun tirante. Queste osservazioni faccio a suffragio della validità del disegno da me presentato.

P.s. Nel prosequio  di queste ricerche, mentre traducevo dal latino un documento della visita di federico Borromeo intitolato “De ecclesia loci Jeraghi sub titulo Sancti Georgi plebi Gallarati” anno 1620 ho ritrovato una nota che rettifica una credenza comune di far risalire la consuetudine di andare al Sacro Monte di Varese al 1745 ( Cazzani- Jerago e la sua storia- pag. 83) al capoverso “De consuetudinibus et notis” si legge “…è anche noto che si è soliti andare da Jerago, processionalmente al sacro Monte sopra Varese e Santa Caterina del lago Maggiore…”.

Questo, se porta indietro nel tempo questa tradizione che ancora oggi coltiviamo, di andare alla Madonna del Monte, mette in evidenza un altro pellegrinaggio parrocchiale a noi oggi ignoto, che però rafforza la tesi degli articoli precedenti di una grossa dipendenza con le radici storico-religiose del contado di Stazzona (Angera) e con l’influenza dell’Abbazia benedettina di Sesto Calende.

Non si deve dimenticare che ogni volta che un visitatore ecclesiastico nei diversi periodi da San Carlo in poi, descriveva la Chiesa di s. Giorgio, quando parlava di dedicazione della chiesa ha sempre scritto “ab immemorabili”, cioè se ne perde memoria. Questo avveniva la prima volta come documento scritto nel 1570. Se ipotizziamo che la memoria storica di fatti minori possa perdersi in centocinquanta anni, si può ben ipotizzare il rinvio dell’origine di quei fatti almeno fino agli albori del ‘400.