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Madonna della strada

Testi tratti da Camminiamo insieme – febbraio 2017

Benedizione dell’edicola votiva dedicata alla Madonna della strada

Domenica 18 dicembre 2016 è stata benedetta e proposta alla venerazione dei fedeli e dei passanti l’edicola collocata in vai Alfieri angolo Corso Europa, dedicata alla Madonna della strada.

Alle ore 11, al termine della S. Messa, un gruppo molto numeroso di fedeli si è avviato in processione dalla Chiesa parrocchiale verso il luogo in cui è stata costruita l’edicola, recitando il S. Rosario. Accompagnavano la processione don Remo, nostro parroco, monsignor Mario Delpini, il sindaco G. Ginelli, il pittore del quadro Gianfranco Battistella, e il Corpo musicale S. Cecilia di Jerago.

La gratitudine al Signore e alla Madonna per la conservazione della vita di MariaChiara è all’origine della costruzione.

Durante i lavori di edificazione molte altre persone hanno voluto esprimere la riconoscenza e l’amore alla Vergine Maria e affidarsi alla sua protezione donando la loro  opera, qualche materiale, il contributo di idee e suggerimenti, i fiori, l’illuminazione, al musica che ha accompagnato la cerimonia. A tutti va il più vivo ringraziamento.

Francesco Delpini

Perché la Madonna della Strada?

C’è una storia di devozione: un’antica immagine proposta alla gente che passava ha raccolto le preghiere di Sant’Ignazio di Loyola negli anni della sua presenza a Roma, ha ascoltato le preghiere rivolte nei secoli, ha assicurato la sua intercessione per ogni pena e per ogni speranza che Le è stata confidata. Ci sono buone ragioni che fanno pensare che ascolterà anche le preghiere della gente di Jerago e di chi passerà davanti all’immagine quando le volgeranno lo sguardo.

Note storiche

A Roma sin dal 14° secolo sulla strada che andava da San Pietro verso il colle del Campidoglio, esisteva una chiesetta molto piccola e angusta nella quale si venerava un affresco con l’immagine della Madonna della strada.

La costruzione era stata fatta per devozione a lato di una strada che portava fuori Roma e chi si metteva in viaggio si fermava per una preghiera, per ottenere la protezione di Maria dai briganti, che erano molto numerosi, dagli eventi atmosferici  avversi e dalle malattie.

Con il passare dei decenni la città si allargò e nella prima metà del 1500 la chiesetta si trovò nella parte centrale e più popolosa della città ed era diventata parrocchia.

Nel gennaio del 1541 la piccola chiesa, sempre cara alla popolazione, risultava ammalata. Fu in quel mese che Ignazio di Loyola prese in affitto una povera casupola di proprietà di Camillo Astalli e che si trovava proprio di fronte alla chiesetta.

Poco prima infatti Papa Paolo III aveva concesso a Ignazio l’uso dell’edificio per le attività di catechismo, di predicazione e di ministero sacerdotale da parte della nascente Compagnia di Gesù.

Per intervento di don Pietro Codacio, giovane sacerdote e prelato della corte pontificia, la chiesa venne poi donata “in perpetuum” alla Compagnia di Gesù…

In seguito, non potendoci stare la molta gente che accorreva ad ascoltare la parola di Dio, l’edificio fu allargato con vari mezzi e aggiunte. Nel 1568 il cardinale Alessandro Farnese, principe di grande autorità e prudenza, cominciò a costruire un tempio sontuosissimo, dal disegno e lavoro meraviglioso, che oggi è la chiesa del Gesù e all’interno della quale è conservato l’affresco della Madonna della strada.

Da: Ricardo Garcia-Villoslada: Sant’Ignazio di Loyola, una nuova biografia – Edizioni Paoline 1990

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La Madonna del fuoco

Articolo pubblicato su Un popolo in cammino – dicembre 2011 a cura di don Remo, del prof. Armando Vanzini, autore del dipinto, e dei redattori del giornale

Vi siete accorti che da qualche giorno in Via San Rocco al numero civico 17 c’è una bella effige della Madonna?

E’ un’immagine molto suggestiva e avvolgente: un bellissimo volto di donna, coperto da un magnifico velo blu, è accanto a un paffuto e roseo Bambin Gesù. Sullo sfondo un paesaggio ameno, familiare e rassicurante. In realtà un dipinto simile esisteva già in quel luogo che nell’Ottocento era una tipica corte lombarda abitata da più famiglie. Si racconta che una volta un terribile incendio bruciò il fienile e la zona del cortile, ma il fuoco si fermò davanti al quadro della Madonna. le famiglie grate e devote per il pericolo scampato, addobbavano sempre un altarino durante le processioni delle feste principali del paese. da tempo gli abitanti di Via San Rocco volevano riportare in vita il dipinto, ma non esistevano tracce o foto di quello precedente. Si è così deciso di commissionare l’opera al professor Armando Vanzini che l’ha realizzata in piena libertà e con grande passione. Il risultato è sorprendente: l’immagine della Madonna col Bambino si staglia luminosa sulla parete e risalta soprattutto all’imbrunire con i suoi colori vividi e caldi.

Presto sarà benedetta da don Remo

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Relazione tecnica: l’edicola votiva di Via San Rocco – Madonna del Fuoco

Diversi mesi fa mi fu proposto di realizzare una Madonna che avrebbe sostituito un’immagine ad affresco posta in Via San Rocco e ormai irrimediabilmente persa: la cosiddetta “Madonna del Fuoco”, poiché un incendio si era formato proprio in prossimità della casa sulla quale si trovava l’ immagine sacra.

Di quest’opera purtroppo non è rimasto nulla che potesse essere di riferimento iconografico per eventuali recuperi dell’ immagine stessa, cosicché non restava che proporre ex novo un’opera che potesse essere sostituita alla precedente.

L’idea quindi, è stata di proporre una Madonna con Bambino d’impostazione classica ispirata ad un’opera del pittore veneto quattrocentesco Giovanni Bellini, il quale nel dipingere le sue Madonne seppe unire all’uso magistrale del colore, l’efficacia delle emozioni umane, interpretando l’immagine religiosa con spirito di grazia e verità umana.

E’ stata un’esperienza senza dubbio impegnativa ma stimolante e di grande soddisfazione personale nel vedere che la comunità di Jerago ha la sua nuova “Madonna del Fuoco”.

Prof. Armado Vanzini

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In ricordo di Rina Cardani

foto di Francesco Carabelli

Rina – San Rocco: per anni è stato vissuto un sodalizio indiscusso

Negli anni della buona salute e del tempo disponibile, Rina ha dato le sue energie, la sua attenzione, le sue premure perché la chiesetta di San Rocco fosse custodita con ordine ed ogni oggetto fosse conservato con cura. L’arredo dell’altare e i paramenti del celebrante dovevano dimostrare la sacralità dell’ambiente; gli addobbi e i ricami dovevano esprimere la fede dei presenti e l’amore con cui lei, Rina tutto preparava per la Gloria di Dio.

Grazie per quanto hai fatto per la nostra comunità.

Don Franco Rustighini

Testo pubblicato nel numero di febbraio 2007  di Un popolo in cammino in ricordo del primo anno dalla scomparsa di Rina Cardani avvenuta nel gennaio 2006

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Chiesa di San Giorgio restaurata

ricostruzione – disegno di Armando Vanzini

L’edificio, già chiesa parrocchiale di Jerago dismessa al culto verso il 1925, è stato completamente restaurato e salvato da sicura distruzione per la lungimiranza del parroco Don Angelo Cassani, recentemente scomparso.

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I lavori iniziati nel 1993 col recupero del Campanile rilevatosi romanico, databile X-XII sec, sono poi proseguiti col ripristino dell’aula e della cappella del Battistero.

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La chiesa come appare attualmente è il frutto di successivi ampliamenti ed adeguamenti. Si apprezzano una prima fase romanica, Campanile e tratti murari romanici X-XII sec. inglobati nell’edificio cinque-seicentesco. Alla fase tardo medievale XIV sec  è ascrivibile la cappella battesimale quadrangolare  con decorazione parietale con campiture a losanga in tecnica graffita del XV, la cui decorazione pittorica è attribuibile al XVII . Nella chiesa l’ampliamento settecentesco e’ evidenziato dal sopralzo del campanile e dal sopralzo dell’intera struttura, sostanzialmente rimanendo inalterati i perimetri nord e sud con modifica della facciata poi abbattuta per far luogo all’ultimo ampliameto del 1885. Di questo si vedono la nuova abside, ancora in mattoni grezzi, l’allungamento verso ovest con la creazione di due vani oltre la cappella battesimale, che consentono due piccoli matronei e palco per cantoria e organo sopra l’ ingresso principale. Mancano per l’osservatore la scalinata di accesso centrale e il portone di ingresso del 1885, eliminati verso il 1940 per motivi di viabilità. Le indagini archeologiche hanno confermato fondazione murarie relative ad edificio di culto antecedente al romanico, piu modesto di fase altomedievale VII-IX .

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Ricordo di don Franco Cardani

fonte immagine: https://www.chiesadimilano.it/news/preti-defunti-articoli-preti/don-franco-cardani-283278.html

Articolo di don Remo Ciapparella apparso sul numero di Ottobre 2019 di Camminiamo Insieme, informatore comunità pastorale “Maria Regina della Famiglia” Jerago-Orago-Besnate

Un tesoro di fratello. Noi Jeraghesi siamo orgogliosi di averlo avuto in dono, averlo incontrato, conosciuto, apprezzato per la sua signorilità e preparazione pastorale. E’ stato un dono straordinario al servizio umile e nascosto della CHIESA tutta, anche in momenti di sofferenza e difficili. E noi lo abbiamo donato volentieri alla CHIESA  tutta.

Quando si incontrava, non si tornava a casa senza aver ricevuto da lui un insegnamento, un consiglio a volte accompagnato dalla sua proverbiale ironia che era segno di una persona intelligente e capace di ridere di se stesso senza complessi. Era naturale e trasmetteva quella passione per la Chiesa e per gli altri che non è comune avvertire in guide spirituali. Tanti l’avevano scelto come confessori, anche sacerdoti, proprio per questa sua ricchezza d’animo e naturalezza nel vivere la fede senza cedimenti e coraggio. Alla fine ha vinto la debolezza del fisico, ma sempre pronto a dare il massimo fino all’ultimo. Una delicatezza umana che aveva come unica preoccupazione di non urtare nessuno e di non essere di peso. Un grazie speciale alla sorella ROSA che si è sobbarcata in ultimo tutto il peso di seguirlo e accompagnarlo all’incontro con GESU’. Un esempio per tutti noi, un frutto di un albero rigoglioso di una comunità semplice come quella di JERAGO che ha saputo nella fede vissuta senza clamori attingere alla radice profonda della testimonianza dei nostri padri, e dare alla CHIESA CAPOLAVORI meravigliosi come questo.

GRAZIE don FRANCO!

 

 

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Freguj

Vi sono delle espressioni e modi di dire dialettali che vanno perdendosi, ma molto rilevano del nostro passato. Ad esempio:

A teu mié sa peu pu turna indré– quando si prende moglie non si può più tornare sui propri passi. Teu è un verbo all’infinito e ha due significati: uno di origine barbarica che vorrebbe dire acquistare, quindi farebbe pensare a due clan e ai loro accordi matrimoniali, in sostanza il padre dello sposo offre dei beni per la futura moglie del figlio, cioè quasi gli compera la moglie che sarà comunque beneficata anche dalla famiglia di origine di una dote che nel nostro dialetto chiama schirpa con espressione pure di origine longobarda. Se passiamo alle seconda accezione latina il verbo teu farebbe riferimento a tollere,-sollevare, prendersi carico. Possiamo affermare ciò, perchè sappiamo dagli studiosi del diritto romano che un genitore latino riconosceva il figlio, dato  alla luce in sua assenza, perché al seguito della sua legione, solo dopo che : posatoglielo sulle ginocchia dalla moglie, lui lo avesse sollevato, coram populo (di fronte a tutti) in segno di riconoscimento .

In un’altra espressione dialettale relativa alla vita di famiglia, quando  gli  sposi, sono gratificati dalla nascita un figlio, si dice ca in andai a teu un fieu, cioè hanno avuto un figlio, e perciò si fanno carico di tutti gli obblighi, ove il teu, originato dal latino tollere riprende la sua accezione di obblighi  legali. Non è un caso che nel matrimonio concordatario il celebrante legga agli sposi anche gli obblighi civili che lo stesso fa nascere fra coniugi. La chiesa cattolica per il rito religioso cui gli sposi si rivolgono rende questo vincolo sacramentale ed indissolubile per gli sposi. Quindi per i nostri antenati come per noi cristiani cattolici vale fermamente questo: a teu miè a sa peu pu turnà indré.

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Atto di affidamento del Comune di Jerago con Orago alla Beata Vergine Maria – 31 Dicembre 2007

Premesso che:

  • Il comune di Jerago con Orago è stato costituito con la legge. 48 del 28 febbraio 1907, a seguito dello scioglimento del preesistente Comune di Jerago con Besnate ed Orago  (Provincia di Milano)
  • La comunità municipale si articola nelle due frazioni di Jerago e di Orago, coincidenti con le due Parrocchie  di San Giorgio in Jerago e San Giovanni Battista in Orago 
  • Entrambe le due Comunità parrocchiali sono affidate al compatrocinio della Madonna, rispettivamente Nostra Signora del Carmine. Jerago e la Beata Vergine Immacolata. Orago

Rilevato che:

  • Il “Centenario” è uno straordinario momento di riflessione per la Comunità locale, per fare memoria della storia del Paese ed anche per ringraziare la “Beata Vergine Maria” per la costante protezione offerta al Paese, protezione che sicuramente ha evitato sciagure e distruzioni irreparabili ed ha favorito il progresso e le conquiste sociali.

Ritenuto:

  • Importante affidare alla Beata Vergine Maria l’intera Comunità di Jerago con Orago

Auspica che:

  • La Beata Vergine Maria, nella Sua Immensa bontà, faccia discendere sulla Comunità di Jerago con Orago la Sua materna e perenne Benedizione.

Accertata:

  • La sussistenza dei presupposti di fatto e di diritto

Rilevato che:

  • Nulla osta all’assunzione del predetto provvedimento, per i motivi sopra addotti

Accertata:

  • La propria competenza ai sensi dell’art. 50 del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali

Acquisiti:

  • I pareri favorevoli di tutti gli Assessori e di tutti i Consiglieri Comunali

AFFIDA

alla BEATA VERGINE MARIA  la Comunità di Jerago con Orago, in occasione del primo Centenario della costituzione del Comune

DISPONE

  • Di comunicare il presente provvedimento ai Parroci di Jerago e di Orago, con preghiera di dare notizia alle rispettive comunità parrocchiali dell’affidamento dell’intera Comunità locale alla Beata Vergine Maria
  • Di esporre il presente provvedimento presso la Sede comunale

Jerago con Orago, 31 dicembre 2007

Il documento è firmato dal sindaco rag. Eliseo Valenti e dai consiglieri comunali

Tratto da Anselmo Carabelli, “Jerago con Orago – Un secolo con i suoi protagonisti” , Macchione Editore, Varese 2008 – pagg. 26-27

fonte immagine: Anselmo Carabelli, “Jerago con Orago – Un secolo con i suoi protagonisti” , Macchione Editore, Varese 2008 – pag. 14
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Spirito europeo attraverso il gemellaggio

fonte immagine: comune.jeragoconorago.va.it

Lo spirito europeo attraverso il gemellaggio consente una reciproca conoscenza tra persone di diverse nazionalità nella interpretazione della esigenza di fratellanza europea.

Ecco queste realizzazioni vanno lette come un filo di Arianna che si dipana attraverso i vari periodi amministrativi caratterizzati certamente dalla personalità del sindaco pro tempore, dai suoi assessori  e dal consiglio comunale. I quali, se visto ex post, lontano dall’agone elettorale, democraticamente si susseguono, raccolgono i frutti del lavoro precedente, ne apportano di loro e lasciano i loro studi e le loro opera a chi li seguirà in una continuità di azione il cui risultato è il bene della comunità.

Di tale spirito è significativo, una frase dal discorso di insediamento del Sindaco Ferruccio Bossi che pensiamo si possa ben adattare a tutti gli amministratori che si sono succeduti alla guida del nostro Comune:  “Chi si impegna in politica non lo fa partendo dalla prospettiva di essere sconfitto, ma cerca giustamente di ottenere quel consenso che gli dia il potere di realizzare i programmi che ritiene possano contribuire al bene comune. Se questo è vero, l’invito fatto con il cuore più che con la ragione, è di operare, tutti quanti insieme con concretezza e se mai, mediazione ci deve essere, questa non dovrà mai avvenire a scapito dei valori ed è proprio per questo che lo stile del confronto e del dibattito non dovrà essere quello della contrapposizione personale. Se il fine della politica è il raggiungimento del bene comune, cioè di tutte quelle condizioni sociali, morali, religiose, di cultura ed economiche che permetteranno a tutti i membri della società, sia singoli che liberamente associati, di sviluppare la persona umana in tutte le sue correlazioni; se in altre parole, la politica vuol essere un ”servizio alla società civile”, in quanto società di persone avente ognuna una propria dignità, un proprio valore, un proprio fine, nel rispetto di quelli del prossimo, allora cari consiglieri, mettiamoci al suo servizio con rispetto, sì, ma con la massima attenzione ai principi morali che richiede”.

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Il mondo tessile

fonte immagine: wikipedia.it

La grande importanza che assunse l’attività tessile nel comparto gallaratese e bustese ebbe il culmine nella edificazione dell’edificio della mostra del tessile a Busto Arsizio. Luogo nel quale negli anni cinquanta si potevano incontrare, con ricorrenza annuale gli operatori di quel mondo, che con dizione moderna si potrebbero definire la filiera del tessile, infatti se escludiamo Biella, Schio e Prato prevalentemente lanieri, tutto il mondo cotoniero era proprio tra Gallarate, Busto, Castellanza con la Valle dell’Olona e Legnano, culle della prima industrializzazione locale. Si potrebbe osservare che industrie tessili erano diffuse in tutta Italia già negli stati preunitari, che potevano vantare quartieri di produzione tessile di valore strategico militari per la produzione di uniformi e casermaggio. Ma se le forniture militari furono la peculiarità di officine nate ad hoc, Caserta (Borbone), Varano Borghi (Austria-Lombardo Veneto), non così avvenne ai prodromi dell’industria tessile locale che fu prevalentemente impresa di uomini, poi riconosciuti come capitani d’industria, che puntarono tutto sul cotone quale fibra tessile di futura espansione. Anteriormente alla prima industrializzazione, si confinava l’attività tessile a funzione complementare della attività contadina, cui applicarsi nei momenti di stasi da lavori agricoli.  Quattro donne intente alla filatura manuale producevano il fabbisogno di un tessitore al telaio. Il tutto governato da una serie di commercianti che consegnavano il cotone in fiocco da filare presso le cascine e ritiravano i panni tessuti per una lunghezza standard di 15 metri. L’aumento della richiesta di panni di cotone, apprezzato e favorito presidio al miglioramento delle condizioni igieniche della popolazione, fu supportato dalla produzione dei filatoi meccanici Janette introdotti da Cantoni ad Arnate con motore a cavalli. Produzione, comunque, appena sufficiente per la richiesta dei nuovi telai a navetta volante. Navetta che dipanava il filo dalla spola continuamente sia che essa viaggiasse da destra a sinistra, che da sinistra a destra nella cassa battente del telaio. Operazione di continuità produttiva resa possibile da una chiocciola in materiale ceramico inserita nella navetta stessa, che la rendeva veloce, appunto da dirsi volante. E così con graduali miglioramenti ed accorgimenti tecnici, nasce il telaio meccanico automatico di grande produzione e si avvierà la produzione a carattere industriale, laddove un fiume come l’Olona potrà dare movimento alle macchine con la stessa tecnica di moto del molino ad acqua fluente. La curva di domanda di prodotti tessili di cotone sarà sempre in costante aumento per l’apprezzamento che tale fibra ha presso i consumatori.  La necessità di accaparrare la fibra, che deve essere acquistata in paesi esteri: America ed Egitto, spinge i commercianti ad impratichirsi in tecniche commerciali sempre più specialistiche. Rapporti finanziari sempre più fitti su scenari economici diversi, navigazioni e trasporti terrestri: in nuce si forma il comparto del credito bancario e dei trasporti di pari passo con lo sviluppo delle ferrovie. Ma se il telaio meccanico fa sparire il tessitore sotto casa, a breve la dismissione dei  primi telai ormai sostituiti con modelli sempre più produttivi con cambio automatico di spole, fa rinascere le piccole attività casalinghe, che hanno bisogno del solito commerciante che per affrancarsi dai grossi produttori distribuisce telai dismessi delle tessiture che si stanno modernizzando con i nuovi prodotti del meccano-tessile e con la possibilità di utilizzare il motore elettrico con la diffusione della corrente elettrica.  E un telaio dismesso può sempre prendere il posto nel portico di una cascina, opportunamente chiuso e la moglie diventare tessitrice, mentre il marito, assistente presso una tessitura, al ritorno potrà ben aggiustare i telai della moglie tessitrice in casa. Questo in breve, per la gran voglia di lavorare e di migliorare delle nostre popolazioni, diede avvio alla nostra avventura industriale. Uomini orgogliosi del proprio lavoro, normalmente usi a frequentare il circolo o il circolino di domenica, non mancavano mai di ritrovarsi, vestiti della festa, con giacche sovente strette, perché ancora quelle dello sposalizio, sì proprio nell’occasione di quelle mostre divenute ormai internazionali. L’originale, principiando dalla mostra del tessile di Busto, fu poi snobbata per la famosa ITMA, acronimo di rassegna internazionale dei prodotti dell’industria tessile, che si svolgeva ogni quatto anno nelle sedi dei paesi tessili per eccellenza: Parigi, Basilea, Hannover, Milano.

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Ed era una vera gioia quel viaggio verso quelle mostre. Dove ci si trovava tutti, ma proprio tutti. Dove assistenti, titolati, maestranze tecniche, sfoggiavano il vestito bello e ci si attardava nella visita degli espositori dei macchinari più avanzati, con la segreta speranza che anche loro un giorno avrebbero potuto disporre dei macchinari migliori del mercato. E man mano che gli anni avanzavano, e le mete si alternavano, si andava dai primi viaggi avventurosi in macchina, a quelli in aereo per raggiungere Parigi, Hannover, Basilea.

Quante volte si partiva alla ventura, stipati nelle macchine di allora, le prime millecento o le giuliette, si passava il San Gottardo e via verso Basilea. Dove arrivavi e ti accorgevi che la mostra era si organizzata alla maniera svizzera, ma siccome non c’era ancora una vera sede per quella che poi sarebbe diventata la famosa Messegelände (area della mostra del tessile), ogni padiglione immetteva direttamente nelle vie della citta ed era strettamente serrato ad una entrata presidiata ed era necessario dotarsi di un pass, cioè di una bustina di plastica trasparente dove l’ufficio della Messe (fiera) aveva predisposto il tuo nome con tanto di indirizzo e di ditta. Già, ma era NECESSARIO disporre di questo titolo che doveva essere preventivamente prenotato. In breve, come avresti potuto visitare la tanto desiderata mostra, senza di esso e come disporre a breve del pass, se il tempo tra la prenotazione ed il rilascio era di tre giorni? Quindi niente pass, niente possibilità di accesso alla mostra, infatti ogni padiglione aveva la sua porta separata sulla pubblica via ed ogni accesso era quindi un nuovo accesso.

Mio papà ed io arrivammo e la prima persona che incontrammo fu un tessitore anch’egli del nostro paese cha aveva fatto la medesima esperienza nostra, che ci accolse con un: “Ma chi sem matt, ho fai quatarcent chilometri, par turnà indre e vide nient”. Come fare? L’attenzione si volge ad una disumana fila di centinaia di persone, che si apriva solo in prossimità di tavoli espositori dove degli schedari erano carichi dei famosi pass da ritirare, divisi per lettera alfabetica. In teoria l’organizzazione elvetica aveva pensato che chi era munito del permessino di accesso del costo di 29 franchi, richiesto tre giorni prima, presentava il tagliando all’addetto e poi questi lo ritirava da quegli schedari posizionati sui tavoli. Certo così era nella mente degli organizzatori svizzeri, ma svizzeri tedeschi. In effetti, la calca era così tanta ed il ritardo alla consegna del titolo così lento che alla fine, ognuno cercava di aiutare l’addetto nella ricerca del suo titolo. E fu così che l’italica e non solo italica furbizia prevalse sul lento incedere dell’addetto e ognuno si affrettò, aiutando a pescare il suo badge, ma per la verità capimmo subito che bastava, per semplificare, pescarne uno qualsiasi per poterlo attaccare alla giacca ed entrare. E pescato il badge cosa mi importava se invece del mio nome esponevo un altisonante nome francese di un dipendente di una altrettanto nota fabbrica di telai svizzera? L’importante era entrare…

fonte immagine: varesenews
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I racconti del Lockdown

Parte dei racconti pubblicati nascono nel periodo di forzata chiusura e reclusione dovuta alle imposizioni sanitarie che abbiamo dovuto rispettare al fine di impedire al Covid di fare gravi danni col diffondersi in modo incontrollabile.

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Letteralmente la traduzione in italiano di lockdown è chiudere la saracinesca. In altre epoche le parole inglesi o straniere venivano storpiate in modo tale da facilitarne la memoria ed il significato con accostamenti anche forzati, si pensi a cross country – corsa campestre che diveniva Gross cuntra tri.  L’attributo di Gross ai giganteschi atleti, era immediato pei Cavariesi della Sempre Avanti Cavaria che avevano inventato il cross-country dei Sette Campanili attirando anche atleti stranieri anglofoni, che forse meglio nutriti, quali certamente erano, apparivano ai numerosi tifosi come dei veri armadi, gross quindi, per raffronto ai nostri mighelini-tri-tri.  Si pensi che nel nostro vernacolo per indicare una persona mingherlina si usava proprio definirlo un tri-tri. Mentre sei chiuso in casa riandare con la memoria ai momenti piacevoli trascorsi penso sia un esercizio che non può fare del male, anzi ravviva l’amore per quei luoghi tanto amati e forse snobbati, che proprio perché irraggiungibili diventano tanto preziosi almeno nella memoria.

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Notizie Storiche su Jerago con Orago (aggiornate ad inizio millennio)

fonte immagine: wikipedia.it

Due Comunità vivono ed operano sul territorio, amministrativamente unite dal 1907 nel Comune di Jerago con Orago e formanti  le due Parrocchie di San Giorgio in Jerago e di San Giovanni Battista ad Orago.

La storia, nel suo più vasto divenire, ha lasciato tracce sicure fin dall’epoca romana con ritrovamenti di materiali fittili e balsamari in vetro, esposti presso il Museo della Società di Studi Patri di Gallarate. Notevole anche un Glans in piombo che unitamente alla citazione nel Corpus Inscriptionum Latinarum di una iscrizione a Giove testimonia la  frequentazione antica per motivi civili, militari e religiosi. Nel territorio la via NOVARIA (Comum Sibrium Novaria) incrociava la via Helvetica (Gallarate Svizzera) probabilmente in località Pilatello (toponimo, questo, legato al cippo miliare romano). La presenza nella cascina di un interessante affresco mariano rafforza tale ipotesi. Le due alture sulle quali si ergono i Castelli di Jerago e di Orago, già viscontei, oggi dimore signorili ristrutturate tra il 1400 ed il 1600, furono in origine elementi del limes del Seprio, ed in epoca medioevale divennero zone di incastellamento.

La vicenda dei Visconti di Jerago vede gli jeraghesi Andrea Visconti maestro generale dell’ordine degli umiliati; Pietro Visconti podestà di Bergamo dal 1357 al 1359 e di Cremona dal 1372 al 1399; Giampietro Visconti, abate di S. Abbondio a Como nel 1460; Antonia Visconti, moglie  in prime nozze di Francesco Barbavara  (primo cameraio di Giangaleazzo Visconti) e, in seconde nozze nel 1517, del Carmagnola (uomo d’arme di Giangaleazzo e poi della Serenissima).

La chiesa di San Giovanni ad Orago reca testimonianze “in cornu evangeli” di un arco di fattura trecentesca, che richiama il Chiostrino di San Franceso in Gallarate (che aveva benefici in Orago ed era in prossimità della porta Helvetica). Il nome di Orago appare su una mappa della Sala delle Carte Geografiche in Vaticano.

Più visibili le tracce del periodo medioevale nella parte romanica del Campanile della restaurata Chiesa di san Giorgio  in Jerago (X sec) e nella Chiesa di San Giacomo (XI sec).

Le due frazioni, nel corso dei secoli si sono integrate molto più di quanto il campanilismo abbia potuto di fatto dividere. Le località del Giambello e del Mulinello di Orago, avvalendosi del pressocchè costante fluire dell’Arno nel canale che prende il nome di Arnetta, si sono specializzate nell’attività molitoria fin dal 1500, mentre a Jerago, nella parte alta del paese si sviluppava la coltivazione dei cereali meno nobili. In Località Vignolo e Bacino si possono  ritrovare ancora ampie terrazzature attribuibili alla influenza dei Monaci benedettini di Sesto C, mentre in località Moscone si possono ancora riconoscere delle peschiere, che come ricorda Bonvesin Da la Riva, permettevano di portare quotidianamente pesci freschi dalla valle dell’Arno fino a Milano.

A Jerago sono da ascivere attività di officine di mattoni e laterizi fin dall’epoca romana. Dal caratteristico colore rosso chiaro: formelle visibili al museo di Studi Patri, embrici e sospensure inseriti a decoro nel Campanile Romanico di San Giorgio.

Così fu che le prime attività industriali in senso assoluto (1835) furono le fornaci per mattoni da attribuire alla libera iniziativa di G. Bianchi.  Le stesse attività laterizie erano già presenti artigianalmente fin dal 1727, poiché buona parte del territorio collinare risultava adibita alla coltivazione di cave di argilla per la costruzione di mattoni, previa ibernazione (così come è rilevabile da catasto Teresiano).

Nel 1900 nascono con l’avvento dell’energia elettrica le prime officine meccaniche (Sessa-Rejna), cui seguiranno industrie tessili e di mobili e articoli casalinghi in legno, e bilancie e ultime le fonderie di leghe leggere (Liasa). Attività favorite dall’avvento della moderna civiltà dei trasporti su ferro e su gomma.

Ad Orago, sede di stazione ferroviaria e di casello autostradale si è evidenziata negli ultimi decenni  una forte vocazione industriale, mentre in Jerago è prevalsa quella residenziale.

All’archeologia industriale consegniamo : gli Uffici della ditta Rejna; le Casermette (mieten Kasermen); la Caserma; le ville del direttore e degli impiegati Rejna; la struttura verticale dell’officina di bilance di Ambrogio Macchi; il complesso della ditta Liasa (officina – uffici – residenza del direttore); i capannoni a shed della tessitura A. Carabelli; il complesso della Società Cooperativa di consumo; i capannoni della ditta Sessa, oggi Biganzoli.

Feste Patronali

JERAGO MADONNA DEL CARMINE  14 luglio

Orago  San Giovanni  26 giugno

Monumenti

Castello di Jerago 1400

Chiesa di San Giacomo XI sec

Campanile Romanico di San Giorgio Vecchia X sec

Chiesa di San Giorgio Vecchia in restauro conservativo sec. XV con partic X

Sopralzo del campanile Romanico Barocco XVII sec

Chiesa di San Rocco Jerago 1600

Edicola della Deposizione Affresco pittura lombarda

del XVII sec  ottima fattura influenze bustocche

Jerago via Garibaldi

Cappella funebre Bianchi (Tantardini dal neoclassico alla scapigliatura)

Jerago Via Rimembranze

Caserma e Casemette  Edilizia industriale fine 1800

Jerago via Dante

Edicola della Madonnina affresco popolare 1600

Jerago via G.Bianchi

Castello di Orago 1500

Scalonata Barocca di accesso al Castello di Orago 1700

Chiesa di S. Giovvani Battista XVii sec. aggiunta contemporanea

interno con archetto XIV sec

Statua di San Giuseppe Orago località Giambello sec XVIII

Colonna Monolitica Tardo Antica sec IV  inserita nella

cascina Marazzi  Orago via Kennedi 8

AMBIENTI NATURALISTICI

Bosco Inglese Parco 1700  Jerago località Castello

Mont Mouscon

Querceto inserito nel percorso vita località Mont Mouscon

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Un viaggio a Firenze (agosto 1960)

Nella foto un ricordo di un viaggio organizzato dalla parrocchia di S. Giorgio in Jerago a Firenze, in Toscana e in Umbria nell’agosto del 1960.
La foto è stata scattata a Firenze il 19 agosto 1960
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Prossima inaugurazione della Chiesa di San Giorgio (scritto nel 1999)

Si approssima il giorno della inaugurazione della Vecchia Chiesa di San Giorgio , penso con molta attesa degli jeraghesi, che vedono finalmente recuperato un edificio altrimenti pericoloso e fatiscente. Per molti anni avanti il 1987 in molti si erano chiesti perché non la si abbattesse. La concomitanza di eventi fortuiti prima e un rinnovato entusiasmo suscitato da don Angelo poi, hanno permesso di riappropriarci, restaurandolo, di un monumento che racchiude la storia stessa del nostro borgo. Si può far risalire l’origine del nostro essere cristiani alla predicazione dei missionari di S. Ambrogio, che diffondevano il messaggio cristiano presso le ville patronali dei notabili milanesi qui residenti . Anche se non si ha notizia di ville romane nella nostra zona, è altresì vero che materiale di reimpiego dal disfacimento di costruzioni romane è stato ritrovato negli elementi di costruzione della parte romanica della nostra chiesa. La possibilità che un monolite litico in arenaria ,rilevato ed evidenziato, non sia un sasso naturale, ma sia stato lavorato da mano umana per produrre un simbolo apotropaico o scaramantico con chiaro riferimento a culto pagano,  confermerebbe che questo luogo sacro cristiano si è insediato su di un precedente luogo sacro pagano. Cosa peraltro normale da accettarsi, perché il cristianesimo, offre a chi da sempre si interroga sul destino dell’uomo, l’autentico messaggio che solo Cristo, figlio di Dio può dare e i siti di ritualità pagana, divengono naturalmente i siti della vera spiritualità cristiana, quando la fede in Cristo si diffonde. Il messaggio cristiano dell’annuncio della resurrezione di Cristo si propaga nel mondo, muovendo da Gerusalemme, veicolato dalla potenza romana e favorito dall’opera unificatrice dell’impero di Augusto. Il cristiano non può accettare la divinità dell’imperatore romano, principio fondamentale in epoca augustea e funzionale alla unità  dell’impero stesso. Per tale motivo, grandi  imperatori come Diocleziano, saranno noti come persecutori di cristiani ritenuti causa della disgregazione dell’impero. Molti Martiri cristiani, cui verranno dedicate le prime chiese nascenti, si pensi alla dedicazione delle chiese dei paesi limitrofi,  furono non a caso, funzionari o soldati di questo imperatore che accettarono il martirio pur di non riconoscerne la divinità.  Quando poi il messaggio cristiano potrà essere testimoniato pubblicamente con  l’editto di Milano di Costantino, si noterà anche che unitamente al cristianesimo romano si diffonderà assai rapidamente l’arianesimo, eresia estremamente deleteria che negava la natura divina di Cristo e per questo motivo risultava congeniale alla corte imperiale e alla burocrazia. Castelseprio presenta contemporaneamente, in due siti diversi, il Battistero  Cristiano e il Battistero Ariano. L’imperatore  e la burocrazia, avevano accettato il Cristianesimo, ma  avevano sposato l’eresia di Ario più consona ad uno stato che aveva da sempre strumentalizzato qualsiasi fede. Queste nozioni, che mi sono permesso di ricordare, fanno parte di un bagaglio di conoscenza minima, per chi avesse avuto la ventura di studiare scolasticamente le vicende della storia antica. Quindi, o si è appassionati e si continua , altrimenti si abbandona. Quando però queste vicende  si possono leggere in ciò che ci circonda, nei monumenti  che vediamo quotidianamente, allora il discorso diviene più interessante e questo approccio, se fatto con passione, ci apre alla conoscenza ed all’amore per il nostro territorio, riunendoci a quegli avvenimenti più grandi che sono accaduti nei secoli.  Si badi però che questi studi, non si debbono limitare  campanilisticamente al nostro territorio, ma debbono essere integrati con le vicende delle zone limitrofe ed in particolare del Seprio. Quanta distruzione di testimonianze antiche, sarebbe stata evitata da un approccio attuale e vivo alla conoscenza del nostro territorio in senso lato. Infatti  si può distruggere ciò che si ignora, ma continuare ad ignorare ciò che si conosce e si dovrebbe tutelare, questo diventa colpevole. Vi sono due realtà stupende: Arsago Seprio e Castelseprio, ma quanti possono dire di conoscere queste vicende. Se pensiamo che per andare da Novara a Como la strada  antico-romana si snodava per moltissimi altri centri, fra cui il nostro, ci rendiamo conto di quanta storia è passata sulle nostre vie di comunicazione. Si parla di sentieri e di vie Francigene pensando agli Appennini ,alle Alpi ( verso Roma, o Santiago di Compostella) e non ci si accorge che Jerago era un punto di transito, come testimonia il portico della Chiesa di San Giacomo, dove il pellegrino poteva rifugiarsi, e non si nota la più  tarda Edicola della Madonnina, dove uno dei personaggi raffigurati porta la classica conchiglia del Pellegrino.

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Perché si deve continuare ad ignorare  che il nome di Pilatello, dato ad una nostra cascina è antichissimo essendo una volgarizzazione del Tardo latino di “pilastrellum “ ? Il pilastrello nella periodo altomedievale è il residuo del Miliare romano (cippo stradale) e su cui si posava un simulacro della Vergine Maria. Quando scompare il miliare, usato magari per spianare i campi a mo’ di rullo, il ricordo di tale denominazione rimane nel toponimo della cascina che si arricchirà anche, così come è avvenuto di un affresco mariano. Ignorare questo vuol dire accettare la cancellazione della memoria storica. Debbo all’amico Carlo Mastorgio  questa informazione , così come a lui debbo un invito, perché gli studi sulla nostra vicenda possano essere il più possibile seri, ma diffusi in modo semplice, perché tutti si possano appassionare ed imparino ad amare questo nostro ambiente. Carlo Mastorgio, mi ricordava anche, come fosse utile fermarsi a raccogliere con amore le testimonianze del nostro recente passato, per quanto piccolo sia: foto di inizio secolo dove riconoscere e dare un nome ai soggetti in posa, archiviare le foto datandole favorendo le ulteriori ricerche. L’archivio parrocchiale offre ad esempio la possibilità di questi studi ma anche molti archivi personali possono  andare distrutti e dispersi se non si offre un luogo dove versarli. Non è stato affascinante rivedere i nostri nonni in processione il giorno della inaugurazione della nuova chiesa di San Giorgio, rivedendoli nel documentario film che li ritraeva ? Ecco tutto questo noi potremmo studiare e riproporre, ma è necessario che si formi un gruppo di persone appassionate, che sappiano coltivare questa  testimonianza. Non sarà sicuramente un rimpatriata di “Laudatores temporis acti “ (osannatori del tempo che fu), ma di propugnatori di una convinzione  che: un popolo, senza memoria, rimane sempre bambino.

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Il Battistero di S. Giovanni in Arsago Seprio

foto di Francesco Carabelli

Il battistero di S.Giovanni di Arsago Seprio risale indicativamente al XII secolo ed è di costruzione contemporanea alla contigua Basilica di S.Vittore.

Esso appare all’esterno come un prisma a base ottagonale coperto da un tiburio a sedici lati e caratterizzato da archeggiature irregolari entro le quali sono presenti finestre a occhio, a croce o monofore con arco a tutto sesto. Nel profondo spessore del muro sono ricavate otto nicchie a pianta trapezoidale o rettangolare tranne quella rivolta ad est, semicircolare e sede dell’altare.

Per mezzo di due scale, nello spessore del muro, si sale alla galleria superiore, coperta da volte a crociera e affacciata sullo spazio centrale tramite una serie di grandi arcate.

La cupola è retta dal tamburo, interrotto da sedici aperture che hanno la duplice funzione di distribuire regolarmente la luce e di alleggerire la struttura.

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Il complesso  monumentale romanico  composto dalla Basilica di San Vittore, dal suo Campanile e dal Battistero di San Giovanni  fanno di Arsago un autentico e non casuale gioiello di storia, di arte e di cristianità. La presenza contemporanea prima del VII secolo nelle nostre popolazioni  di culti pagani di ritorno, di vari sincretismi religiosi, e di eresie ariane rese necessaria  una profonda opera di missione tesa alla conversione e al recupero della autentica fede di osservanza romana. Nei luoghi più frequentati per commerci, per traffici, per motivi militari, dove le comunità erano più numerose, nacquero le prime chiese battesimali. Probabilmente sullo stesso luogo del primitivo battistero verrà ricostruito nel XII secolo quell’opera architettonica che noi oggi possiamo vedere e che si presta molto bene a una lettura simbolica tipica degli edifici medievali. Si evidenziano una porta a nord e una porta a sud e due piccole porte che portano al matroneo. L’aula veniva infatti usata nel periodo tra l’Epifania e il Sabato Santo per l’insegnamento ai Catecumeni.

 Essi vi accedevano sempre dalla porta di nord. Col rito della benedizione dell’acqua del Sabato Santo veniva impartito loro il battesimo per immersione nella vasca centrale. Diventati Cristiani si apriva finalmente la porta di sud da cui potevano uscire a simbolo dell’acquisita verità.

La tipicità del monumento romanico la si nota anche nel recupero di due are da preesistenti costruzioni romane e di fusti di colonna. Le aperture di illuminazione erano in origine coperte da tela cerata, detta “stamegna” in assenza di vetro. Nei fregi esterni non sono usati recuperi di mattoni.

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Posa “Prima Pietra” Scuole Elementari Alessandro Manzoni a Jerago (1970 ca)

Il banchetto per il rinfresco. Nella foto si vedono il sindaco allora in carica Dott. Ing. Gaetano Bruni e gli ex sindaci Dott. Rag. Franco Carabelli e sig. Giovanni Biganzoli
Il palco con le autorità. Sullo sfondo la casa di proprietà dei fratelli Cardani, poi abbattuta per far posto alla scuola. I fratelli Carlo e Virginio Cardani donarono i terreni in cambio di un vitalizio presso una casa di riposo.

N.d.r. Per la cronologia corretta dei sindaci e dei fatti si consulti il libro di Anselmo Carabelli “Jerago con Orago. Un secolo con i suoi protagonisti”, Macchione editore, Varese 2008

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Alcune autorità civili e religiose a Jerago in Auditorium in occasione di una cerimonia ad inizio anni ’70

Nella foto da sinistra a destra:

don Luigi Mauri – ex parroco di Jerago (1952-1987)

Ing. Vittorio Magistrali – ex sindaco di Jerago con Orago (1971-1974)

Ing. Gaetano Bruni – ex sindaco di Jerago con Orago (1964-1970)

Dott. Rag. Francesco Carabelli (detto Franco) – ex sindaco di Jerago con Orago (1956-1964 e 1970-1971)

 

Nella foto il sindaco allora in carica, Ing. Vittorio Magistrali, conferisce delle onorificenze.

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Ciaciar – Chiacchiere

Ingredienti 400 gr di farina, 60 di zucchero, 2 uova,  50 gr di burro, 1 bicchierino di vino bianco, 1 bicchierino di grappa, zucchero a velo,   sale.  Si cuociono in olio di semi.

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fonte immagine: blog.giallozafferano.it

Fare una fontanella di farina sul tavolo mescolare con zucchero e sale q.b., al centro si mette il burro sciolto, spaccare le uova, bagnare con vino bianco e grappa, lavorare in modo che la pasta diventi elastica, se dura aggiungere acqua, se molle farina.  Quando la pasta è fatta si lascia riposare 10 minuti e la si stende con il mattarello sul piano del tavolo, dove prima si e sparso della farina. Si tira la pasta a uno spessore di 3 millimetri . Con la rotella si tagliano delle strisce di 3 cm x 10 e al centro si fa un taglio nel quale si inserirà un lembo a mo’ di cravatta. Per l’olio si fa come sopra.  Si mettono le chiacchiere nell’olio pronto e le si girano sui due lati per colorirle. Si tolgono si posano sul canovaccio ad asciugare e si infarinano di zucchero a velo.

Rifacendole altre volte si impareranno tutte le malizie e si potranno fare anche delle personalizzazioni.

Auguri e buon lavoro

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TURTEI

Grazie all’aiuto della Signora Maria Rosa Bergo Alberio ecco la classica ricetta dei TURTEI:

Dosi: 3 etti di farina bianca, 3 uova intere, 3 cucchiai di zucchero, latte quanto basta,  1 Vanillina,  ½ bustina di lievito per dolci, sale, scorza di limone grattugiata.

In una terrina mescolare le uova con lo zucchero, aggiungere la farina e il latte quanto basta per amalgamare bene lasciando la pastella morbida, unire la vanillina, la scorza grattugiata di limone, il lievito e un pizzico di sale; mescolare e amalgamare con un cucchiaio di legno. A parte scaldare l’olio in una  pentola di bordo medio (l’olio sarà pronto quando un crostino di pane gettato in esso diverrà biondo), quindi mettere la pastella a cucchiaiate formando delle palline; si tolgono dalla padella quando sono brune, si mettono su una carta assorbente a scolare  e poi si cospargono di zucchero a velo.

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fonte immagine: truciolidistoria.it

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Il carnevale e le tradizioni della nostra cucina

La settimana grassa, così veniva chiamata la settimana di carnevale, precede la Quaresima, cioe’ il periodo di penitenza in preparazione al grande giorno della Resurrezione di Cristo. Poiche’ in periodi di stretta osservanza si era giunti alla astinenza totale sia dalle carni che dalle Uova,  era quasi doveroso che in questa settimana ci si sfogasse anche in cucina con la preparazione di piatti molto succulenti. Sicuramente ipercalorici dovevano essere i Salamitt cott, ul Suprafin cui lenticc, a pulenta e bruscitt, la Buseca, la Cazeula, i gnocc  da patati cundì cul grass da rost  e per il venerdi A Pirturina da Merluzz.

Tutti cibi robusti, piatti unici che se ingollati in una settimana meglio avrebbero consentito la penitenza successiva.  Una particolare attenzione meritano le uova. Abbiamo notato che nel periodo medioevale anche le uova erano considerate di grasso,  perchè prodotte da animali. Di conseguenza bisognava usarle tutte per il carnevale. Le altre poi, quelle deposte dopo potevano essere usate solo a San Giuseppe o a Pasqua.  Gli anziani ricorderanno che il giorno di Venerdì Santo si usava deporre ai piedi del Crocifisso in una apposita cesta proprio alcune uova, delle quali la casa di un contadino medioevale, dato il divieto di usarle doveva abbondare in quaresima. Infatti se ben si riflette perchè ancora oggi a Pasqua si  regalerebbero uova di cioccolata? Il senso pratico delle nostre massaie si era dunque sbizzarrito nel trovare mille modi per utilizzare le uova.

E saranno i Famosi TURTEI e i Ciaciar, che da noi a Jerago si chiamano anche i Ciaciar di Monig a rallegrare queste feste. Oggi si va in pasticceria, e più comodo e soprattutto si evita di impregnare la casa di quel fastidioso e greve odore di olio fritto. Qualche anno fa invece, era proprio quell’odore, che diffondendosi nelle vie ricordava la festa anche ai più distratti. Perche Ciacar di Monig. letteralmente chiacchiere delle Monache, niente di irriverente verso le nostre brave Suore, ma solo il ricordo della loro ineguagliata maestria nel confezionare quei dolci, offerti poi alle ragazze dell’Oratorio la sera del Giovedì Grasso. E’ interessante osservare come ogni famiglia conservasse una propria ricetta per fare i TURTEI, e le donne si facessero un punto di orgoglio nell’offrirne ai vicini. Passato carnevale e San Giuseppe le uova ricompariranno sulla tavola il giorno dell’Angelo con  SALATIN E CIAPP. Ciapp sono le uova indurite dentro un Baslott di Valeriana condita con olio e aceto fatto in casa.

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fonte immagine moulinex.it

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La nuova Chiesa di San Giorgio

fonte immagine: parrocchiasangiorgio.it

Tutto ebbe inizio il 21 settembre 1922 alle ore 20.00 al suono della campana maggiore, quando un centinaio di capi famiglia, in risposta alla convocazione del parroco Don Massimo Cervini, accettarono di sottoscrivere un piano di finanziamento per la costruzione della nuova chiesa Parrocchiale. I lavori procedettero alacremente grazie al sostegno ed alla generosità di tutti gli Jeraghesi tanto che il 23 aprile dell’anno successivo Mons. Claudio Nebuloni benedisse e pose la prima pietra della chiesa di San Giorgio Martire.

Le opere di costruzione proseguirono a ritmo serrato per gli anni successivi tanto che  per la fine di gennaio del  1927 furono terminati tutti i lavori di muratura e venne deciso  che la nuova chiesa avrebbe avuto la sua inaugurazione per la Festa della Madonna del Carmine, la terza domenica dello stesso anno . La  Provvidenza e la  tenacia del parroco unite agli sforzi di tutti i parrocchiani non disattesero all’appuntamento e il 17 luglio del 1927 alle 5,30 tra la commozione generale venne celebrata la prima Messa nella nuova chiesa. Dopo l’inaugurazione nel 1930 delle cappelle dedicate a S. Carlo e alla Madonna del Carmine finalmente la mattina del 14 settembre 1932 il Card. A. I. Schuster, in visita pastorale alla parrocchia, diede inizio alla lunga e suggestiva cerimonia di consacrazione. Gli anni a seguire furono impegnati per le decorazioni e la realizzazione dei grandi affreschi che ebbero termine l’8 giugno 1940; l’opera era completata ma la felicità durò poco poichè due giorni dopo l’Italia sarebbe entrata in guerra. In decenni di storia hanno percorso queste navate illustri rappresentanti della Chiesa ambrosiana  quali il beato Card. Schuster, il Card. Montini, diventato Papa Paolo VI, il Card. Colombo , il Card. Carlo Maria Martini, Mons. Mario Delpini e più modesti pastori; a loro va la nostra riconoscenza per aver permesso la costruzione, la conservazione e l’arricchimento della dimora del nostro Dio, per averla resa nel tempo dignitosa e degna della sua grandezza.  

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Ceramica di Cristo Risorto- Battistero

foto di Francesco Carabelli

Testo a cura di don Remo Ciapparella tratto da “Camminiamo Insieme” – novembre 2020

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Dono della Fondazione don Angelo Cassani a don Remo per aver sempre sostenuto e incoraggiato la loro esperienza di Comunione e di Chiesa.

Da quando don Remo è con noi, non ha mai mancato di apprezzare le iniziative promosse in memoria commovente della persona di don Angelo che si è immolato per la nostra Parrocchia di Jerago in anni grevi di difficoltà per motivi di salute e sociali.

Don Angelo veniva da Milano in serie condizioni di salute dopo esser stato aggredito dalle Brigate Rosse che gli hanno causato parecchi giorni di coma.

Un campione che Jerago ha sempre saputo apprezzare soprattutto negli ultimi anni, messo fuori condizione da una seria malattia che l’avrebbe condotto alla morte.

La ceramica, dopo anni di progettazione, va a decorare la parete spoglia del battistero. Da tempo avevamo in cuore di rendere importante l’antico fonte battesimale che ha donato alla chiesa locale generazione di cristiani.

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Difendiamo il nostro Ambiente

Il nostro rapporto con il territorio, non e’ molto dissimile dal rapporto che si ha con i libri. Per alcuni, è come se i libri non esistessero, li buttano sistematicamente nella cartaccia.  Altri, poi, li considerano solo perché impreziosiscono la libreria, e se ben rilegati potrebbero essere anche finti.  Infine, i rimanenti li leggono, cioè li usano per quello che sono, cercano di imparare, di conoscere, sicuri che per capirli, non bisogna essere professori, basta saper leggere. Per l’ambiente vale la stessa considerazione. C’è chi vede il prato e il bosco interessanti solo se edificabili, quindi comunque da trattare come carta straccia, da distruggere se edificabili, da abbandonare ai rovi in caso negativo. Altri, invece, cercano di appropriarsene, per un puro compiacimento estetico (leggasi boschi recintati, anche con filo spinato) in ciò giustificati dall’inciviltà di tanti barbari, non ultimi quelli che hanno scoperto la nuova moda di scorrazzare nei prati con il fuoristrada.

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Infine, vi è chi cerca di avvicinare questo ambiente per arricchirsi delle sensazioni che sanno suscitare le testimonianze di un modo di vivere completamente diverso dal nostro, ma ancora quello dei nostri nonni. Mi riferisco all’uso delle rogge, delle chiuse, dei canali, delle terrazzature, dei laghetti, dei prati a  marcita. Tecniche culturali, che hanno permesso fino al 1950 di sopravvivere a chi univa l’economia agricola al lavoro nelle industrie. Ma il valore storico di queste tecniche è eccezionale, perché  porta direttamente alla presenza di Roma antica, all’insegnamento benedettino dei vicini Monasteri di Cavaria e di Buzzano, per arrivare all’opera dei funzionari di Maria Teresa d’Austria. Ecco tutte queste testimonianze corrono il rischio di esser cancellate e chiaramente non per incuria, perché l’incuria non ci ha impedito di riconoscere ambienti assai antichi del tutto dimenticati, ma per ignoranza. Si può infatti distruggere ciò che non si conosce, ma se  si persevera nel voler ignorare, ciò che si può e si deve tutelare, allora la distruzione diventerà colpevole. La frequentazione dell’ambiente boschivo e naturale che ci circonda, mostra  segnali preoccupanti di inquinamento che  debbono far riflettere. Ad esempio i nostri corsi di acqua, escludendo pure l’Arnetta, anche nel bosco più nascosto presentano ormai tracce di sostanze che producono bolle in cascata. Quando piove il dilavamento delle cortecce degli alberi forma presso le radici barbe di schiuma, il che dice molto sulla qualità delle polveri nell’aria che respiriamo.  Non vi è più un bosco dove non sia arrivato l’inquinamento da rumore. Al Moscone si avverte già la fastidiosa presenza della Autostrada di Besnate.

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Durante una visita che ci ha portati dalla Bartolina, alla Volpina, al Moscone, ci si è resi conto anche di come l’ambiente antico si sposasse in modo equilibrato con il centro abitato. Sarà un caso, ma gli stessi moduli costruttivi legati all’uso di materiali che per necessità dovevano essere locali (Travi, Coppi, Mattoni, soglie) rendevano l’insieme estremamente omogeneo. Malauguratamente anche le antiche case, vanno scomparendo nel disprezzo, per il difetto imperdonabile di rammentarci le nostre origini.  Origini, forse umili, ma dignitose. Si evidenzia, nelle case antiche una palese situazione di degrado, alla quale, invece di rispondere con opportuni restauri, si è sempre più tentati di porre rimedio con un bel Caterpillar. Così nascono opere di ingegneria e architettura che, quando va bene, ci propongono stili assolutamente estranei alle nostre tradizioni.  So che a questo riguardo, molti avranno da ridire, ma vadano a vedersi  l’armonia  e l’equilibrio di una cascina come la Bartolina o la Cattabrega, di una Ca’ Verzasca, dei Casanitt e ne traggano poi utili insegnamenti.

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Come si può immaginare c’è molto da fare con opere di sensibilizzazione, con studi e iniziative, ma sicuramente dobbiamo provarci, raccogliendo anche l’invito di una associazione ambientalista che recita:

“L’ambiente e la natura ci sono stati lasciti in eredità dalle generazioni passate e in affido per le generazioni future “.

Anselmo Carabelli 

Redatto agli inizi degli anni ’90 per la Pro Loco di Jerago

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Foto dal film di inaugurazione della nuova Chiesa di San Giorgio

Riportiamo di seguito alcune foto dall’inaugurazione della Chiesa di San Giorgio in Jerago come da precedente ns. articolo che riportiamo qui in link per comodità

Anno 1927-21-22-agosto – Inaugurazione solenne della Chiesa e festeggiamenti per il venticinquesimo di ordinazione del parroco don Massimo Cervini.

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L’ acqua potabile a Jerago con Orago  

Pouring water into glass

L’ anno 1913  il consiglio Comunale nella seduta del giorno 23 novembre,  sotto la presidenza del Signor A. Zeni  deliberò l’autorizzazione del  progetto per l’impianto dell’acqua potabile in relazione al rapporto dell’ing. Gino de Rizzoli

 “ …. Il Consiglio Comunale affermando la necessità di dotare il Comune di Jerago con Orago di buona acqua potabile ed allo scopo anche di dotare pubblici lavatoi. Sentito il rapporto dell’ing. Gino de Rizzoli che assicura della presenza di abbondante vena acquifera, in località comoda e naturalmente protetta da inquinamenti . 

-Ritenuta l’opportunità di far eseguire necessari scandagli con la costruzione di un pozzo in parte in muratura ed in parte con tubo acquifero con una spesa preventiva di Lit. 5000 circa.

 -Ritenuto inoltre che tale necessità è sicuramente sentita dalla popolazione che lascia intravedere la certezza di cooperare con una larga sottoscrizione pubblica……

 Plaude all’iniziativa della Giunta Municipale … e concorde:

                                      Delibera:

-di autorizzare i lavori relativi alla conseguente costruzione di un pozzo secondo i dettami dell’ing. de Rizzoli per una spesa prevista di circa £ 5000 concorrendo in proprio con una somma di £ 900 e con le somme che saranno certamente raccolte con una sottoscrizione pubblica, salvo ulteriori provvedimenti nei futuri bilanci.

Le spese relative saranno compiute sotto la diretta sorveglianza dell’ing. De Rizzoli da persone che diano affidamento di capacità speciale in tali lavori e previa opportuna opera privata, con la raccomandazione che vengano iniziate appena conseguita la superiore approvazione della presente

-di autorizzare fin d’ora la G.M. che a risultanza delle verifiche fatte dopo la costruzione del pozzo di assaggio, faccia predisporre il progetto regolare nel quale sia prevista l’estensione dell’impianto anche alla frazione di Orago provvedendo tutte le pratiche per ottenere il prestito operativo.”

Le opere di scavo iniziarono nel 1915 e procedettero con la celerità compatibile con i mezzi economici e tecnici disponibili. Non dimentichiamo che il pozzo progettato, consta tuttora di un avanpozzo in mattoni con un diametro di mt. 2  e profondo mt. 48 fino al raggiungimento della falda freatica dal fondo del quale parte un tubo artesiano del diametro  30 cm. profondo  altri 32 mt. fino alla quota di – 82 mt.

Il pozzo della via Vittoria raggiunse la falda freatica nel 1916, le prove tecniche di qualità, diedero soddisfazione, ma per le prove di portata non essendo sufficiente la prova strumentale manuale si  rimandò il controllo della portata oraria giornaliera. Perciò  si provvide all’acquisto della pompa necessaria per un primo utilizzo, ma fu in questa fase che nacquero le prime difficoltà, perché non si riuscì a trovare una pompa adatta alla profondità della costruzione ed alla portata della vena d’acqua, ad un prezzo conveniente. Le pompe fornite: prima dalla ditta Tamini di Milano, poi dalla ditta Vanoni risultarono insufficienti bruciando miserevolmente. Resistevano per il tempo necessario a garantire una misera portata d’acqua, che lo stesso Cav. Zeni definisce sconsolatamente con le parole riferitegli dall’assessore Riganti “il getto dell’acqua è da asino vecchio! E per empire la vasca del lavatoio occorrono 6 ore,  il motore è piccolo insufficiente e si scaldava in brevi minuti rendendosi pericoloso”.

Fu così che per poter acquistare la pompa adatta, non sprecando denaro ci si augurava di trovarne una a prestito tra quelle di riserva presso acquedotti già funzionanti, si pensò a Gallarate ottenendone un diniego, a  Besnate, con lo stesso esito. Correttamente tali comuni rammaricandosi per il diniego, rispondevano scrivendo che nulla avrebbe ostato alla richiesta, se non l’impossibilità  oggettiva di fermare i loro impianti, privandosi di quella pompa che appunto, dato il costo, non avevano ancora di riserva. Il problema non si risolse pure con il cambio dell’ingegner de Rizzoli, partito per il militare,  con l’ingegner Porro. Ma la certezza  sulla buona riuscita dell’opera fu tale che al Porro la Giunta in data 1918 affidò l’esecuzione dello studio preliminare per la costruzione dell’acquedotto necessario per  collegare le opere esistenti: i lavatoi, le manichette  antincendio (da farsi) e le utenze  private al pozzo nuovo. Nella ricerca  di tubi dell’acquedotto, a buon prezzo, visto che molti tubi giacevano nel cortile delle Officine Sessa in Via Cavour, ci si rivolse anche alla Prima commissione Superiore per l’alienazione dei materiali residuati dalla guerra di Padova, per l’acquisto di tubi da residuato bellico. 

Ma evidentemente tutti i tentativi andavano per le lunghe ed i costi, affrontati in proprio dal Cav. Zeni, cominciavano a farsi pesanti per lo stesso, quando in data 14 agosto 1919 per la prima volta nei documenti di archivio si trova una lettera del direttore della ditta Rejna indirizzata al Cav. Zeni. Con essa, per accelerare la questione dell’approvvigionamento dell’acqua il direttore della maggiore ditta jeraghese offre di acquistare la pompa adatta al costo di £ 5365 riservandosi di ritirare, se i risultati fossero stati negativi, la pompa senza gravare sulla gestione di quella che ancora era una fase sperimentale del pozzo. Nel resoconto di Giunta n. 25 del 1919 Il presidente informava che: ”sono finalmente in corso le prove per la misurazione dell’acqua potabile nel pozzo comunale, nutre fiducia del buon esito, avendo affidato l’opera ad esperto operaio in materia. Comunica inoltre l’eventuale combinazione cui si potrà addivenire per la fornitura dell’acqua con la ditta Rejna”.

Evidentemente la prova con la pompa nuova ebbe esito positivo anche se con un ulteriore  anno di ritardo tanto che n il 5 /5 1920 la giunta guidata da Zeni prende atto della offerta del Sig. Michaud Leone per lo studio di un progetto generale dell’acquedotto, col pronto coordinamento ed attivazione dell’impianto esistente, che in unione dell’impianto del Cav. Zeni doterà il Comune delle necessarie acque potabili.

E’ necessario ora riassumere per capire la situazione. Con la citata delibera del 1913, vista la carenza di fondi della amministrazione comunale, di fatto il consiglio affidava ai privati la gestione della ricerca dell’acqua essendo il comune impegnato finanziariamente in altre opere. Per accelerare i tempi il Cav. Zeni si impegnava direttamente coi suoi mezzi nella ricerca dell’acqua e infatti la Giunta con nota  n: 25/1919, “apprezza altamente il sacrificio finanziario che personalmente il Cav. Zeni    sostiene da anni per propugnare e condurre a termine l’acquedotto comunale”  riconoscendone in toto la qualità di finanziatore privato.  Ma l’operazione che il sindaco Cav. Zeni affrontava, da privato cittadino, era altamente rischiosa, affidata come era alle certezze di un rabdomante, seppur ingegnere idraulico il De Rizzoli. L’acqua era stata trovata quando ormai il finanziatore aveva speso circa  £. 7000 delle quali £. 2000 solo per pompe rivelatesi inefficienti.  Lo Zeni si trovava ancora nella necessità di investirne altre £. 7000 per la pompa nuova, con il rischio di perderle, perché nessuno garantiva ormai nulla sulla quantità della portata. In questo momento preciso 1919 -1920 si fece avanti la Rejna  per interessamento del direttore Michaud  che acquistò la pompa,  agosto 1919. Ci volle ancora un anno,  per piazzare la pompa alla profondità di 40 metri, perché fu necessario costruire un anello in cemento armato che potesse reggere tutta la tubatura, ma le prove furono positive, il Michaud entusiasta chiede che gli sia affidato  il progetto per l’acquedotto e la giunta prende atto 5-5-1920.  Chiaramente la fatica di questa opera ad alterne vicende mise a dura prova l’attività degli ultimi anni del Cav. Zeni e forse  per quest’acqua che doveva sempre arrivare, ma tardava ad arrivare, ed ancor più per la situazione politica generale, perse le elezioni di ottobre. Gli va riconosciuto il merito di aver costruito il pozzo della via Vittoria, trovato a rischio delle proprie sostanze, l’unica fonte di acqua potabile che disseterà il paese fino al 1960. Con le elezioni vinte dai socialisti si apre una nuova fase che rileviamo dalla informazione circa l’acqua che la Giunta dà al Consiglio in data 28-6-1921:

“ L’assessore Tondini comunica che il sig. Michaud Leone con lettera 25 Maggio corr. fa noto di aver acquistato dal Cav. Zeni il pozzo destinato alla distribuzione dell’acqua in paese guidato da sensi altamente filantropici intende portare a compimento l’opera lodevolmente iniziata dal Cav. Zeni e unendo alla necessità del paese a quella della Ditta Rejna che degnamente rappresenta, chiede a questa amministrazione di nominare una commissione per studiare assieme l’impianto cumulativo con minimo sacrificio e massima utilità igienica della popolazione. La giunta Municipale ha già valutata la proposta dell’ eg. sig. Michaud e riaffermato che nessuna diffidenza preesista? ( testo illegg. ) nella rappresentanza comunale la quale non ha che da augurarsi il sollecito compimento di opera inderogabilmente necessaria ed utile per tutti.

Il Consiglio Comunale: plaudendo alla nobile proposta del sig. Michaud, assicura che l’amministrazione faciliterà in ogni modo il libero svolgersi di questa iniziativa. A voti unanimi resi nomina:

I sigg. Michaud Leone- Cardani Salvatore- Tondini Giovanni- Bollini Emilio

Membri della commissione per lo studio dell’impianto di acquedotto cumulativo, lasciando piena facoltà  al sig. Michaud di aggregare allo studio il personale tecnico che riterrà il più opportuno “

f.to  Il presidente Salvatore Cardani    Il Consigliere anziano Bollini Emilio

I lavori procedono alacremente ed  Il Comune rilascia alla Società Anonima Achille Reina  il Nulla Osta n. 684 del 20 luglio 1921 col quale si concedono i collegamenti tra i vari impianti di presa e di accumulo con gli utenti maggiori a fronte di una quantità di acqua giornaliera da rilasciare per uso pubblico alle fontane pubbliche e bocchette di incendio e si stabiliscono delle convenzioni di massima per l’utilizzo dei privati da definire a conclusione dei lavori di distribuzione da concludersi entro il 30 giugno 1922.

A norma del paragrafo N.(e) del nulla osta il Comune avrebbe dovuto realizzare l’impianto di distribuzione, ma subì ancora una volta l’iniziativa di Leone Michaud, che aveva premura di  realizzare il tutto per la Rejna, di cui era rappresentante, per le abitazioni degli operai e per la popolazione tutta. A tal fine aveva dato vita a due Consorzi per la distribuzione di acqua potabile fra abitanti e proprietari. Della  necessità di questi consorzi già si era discusso pubblicamente in Cooperativa di Jerago il 25-aprile 1921. I Consorzi costituiti,  tratteranno direttamente con la ditta Rejna prezzi e modalità di manutenzione senza rappresentanti comunali, in pratica si mise il Comune di fronte al fatto compiuto, lasciandogli la facoltà di riscattare, gli impianti  quando le  finanze comunali  lo  avessero permesso. In effetti e sufficiente leggere l’incipit dell’atto di fondazione del Consorzio di Jerago per capire quanto fosse critico il consorzio nei confronti dell’amministrazione comunale: “Visto l’assoluta impossibilità del Comune di procedere alla costituzione dell’acquedotto e quindi di usufruire degli accordi fatti con la Soc. Rejna, viene costituito fra abitanti e proprietari di Jerago un consorzio… (omissis) il quale si sostituisce al Comune, che potrà rilevare l’impianto, quando le sue condizioni finanziarie lo permetteranno, alle condizioni da stabilirsi a tempo opportuno”.

Finalmente il 30 aprile 1922  il giornale “ Vita popolare”  può scrivere “alle ore 8.30 si fa l’inaugurazione solenne dell’acqua potabile tanto desiderata e necessaria al paese; si fa un corteo alla fonte e al bacino. Marcata assenza degli operai e dell’Amministrazione Comunale, che non ha dato nessun contributo per l’acqua potabile. Al bacino parla il Cav. Michaud e dopo la benedizione del Parroco don Massimo Cervini”.  Questa assenza rilevata dell’amministrazione Comunale all’inaugurazione di un’opera tanto utile, mi aveva incuriosito, ma la ricostruzione cronologica di archivio qui riportata, mi ha sufficientemente chiarito perché l’amministrazione municipale fosse così risentita da non essere presente. In effetti il Comune era stato dotato di impianti utilissimi e necessari, ma aveva perso ogni competenza su di essi, perchè le convenzioni richiamate dal nulla osta 684/21 alla lettera E) non furono perfezionate. E rimaneva aperto l’indirizzo 23 novembre 1913 dove si diceva che a prove ultimate una sottoscrizione pubblica avrebbe finanziato e concluso l’opera. Nel 1923 con la nuova amministrazione Michaud e fino al 1933 il problema dell’acquedotto non ha più riscontro negli atti del Comune. Nel 1933 con lettera urgente  della Prefettura, in merito a controversie segnalate, si esige la copia della convenzione che a suo tempo il Comune dovrebbe aver stipulato con la Soc. Rejna. La risposta consisterà  nell’ acquisto in data 20-7-1935  degli impianti dei due consorzi per la distribuzione dell’acqua attraverso la trasformazione forzosa delle quote di partecipazione in titoli obbligazionari ad ammortamento decennale con estrazione annuale.  Una perizia giurata dell’ing. Renzo Gnocchi datata 25 sett. 1935 consentirà alla Giunta Provinciale amministrativa di convalidare l’acquisto il 12 novembre 1935 con delibera GPA n 3635.  Da quella data rientrano nelle delibere prima podestarili poi consiliari tutte le operazione per la gestione dell’acqua potabile. Nel 1936 si riconfermarono nella gestione dell’acquedotto gli stessi operatori che lo seguivano fin dal 1922 e cioè i sig. Bollini Pio e Scaltritti Pietro. L’acqua sarà venduta a 0,90 con sensibile riduzione. La Rejna però vorrà un contributo per la gestione del pozzo. Ed il podestà Rabuffetti, con delibera 64 del 1938 nel mentre autorizza il pagamento semestrale dei consumi dell’acqua conferma che i rapporti con la Rejna in merito all’acquisto dell’acqua dovrebbero essere regolarizzati da una convenzione, ma nel 1939 non si riesce ancora a addivenire ad un accordo. Solo con la delibera 21 luglio del 1940 di  Giovanni Biganzoli  si porrà fine alla vicenda del pozzo definendone l’acquisto dalla Rejna e tracciandone le modalità esecutorie che porteranno il comune nella piena proprietà con atto rogato dal Notaio Frassi di Gallarate in data 8 gennaio 1941 XVIII  e.f.il sig. Giovanni Biganzoli con molta pazienza e cura aveva, lodevolmente, così posto fine ad una annosa  vicenda, che nasceva nel 1913, ma non aveva  visto il Comune come proprietario degli impianti, perché, la necessità e gli eventi politici avevano sempre impedito che il dettato della delibera, fosse portato a compimento (laddove si recitava che a completamento dei sondaggi fatti con interventi dei privati, l’impianto dovesse rientrare nelle disponibilità pubbliche).

La nuova situazione  come si vede dalle continue delibere di manutenzione al pozzo obbligherà gli amministratori ad una attenta gestione, sia verso il paese che verso l’obbligo di fornitura alla Rejna. Ed il pozzo dava anche segni di cedimento in relazione alle aumentate esigenze. L’amministrazione di Pio Biganzoli, cercherà di rinegoziare il contratto, ricevendone dalla Rejna un diniego e per migliorare l’efficienza del vecchio pozzo della via Vittoria n.1 su studi dell’ing. Bilardo lo aggiornò affiancando al vecchio tubo artesiano di 30 cm,  un nuovo tubo artesiano del diametro di 90 cm che consentisse l’uso delle moderne pompe ad immersione.  L’amministrazione del dr.Carabelli dapprima cercherà di soddisfare l’esigenza aumentata di acqua   prelevandola dagli acquedotti dei comuni limitrofi: allacciandosi prima all’acquedotto di Cavaria, e poi per Orago a quello di Solbiate, fino a quando nel 1961, farà trivellare il primo nuovo pozzo n. 2, nella zona della via Don Cervini e con i sui 14 mc darà sollievo alle necessità e consentirà persino la cessione di acqua del pozzo vecchio a Cavaria. Contemporaneamente avvierà uno studio per la nuova rete di acqua potabile che sarà diviso esecutivamente in due lotti  iniziati dalla amministrazione Carabelli e  concluso dalla amministrazione Bruni. Il terzo pozzo n. 3  in Via Monte Nero sarà trivellato dalla amministrazione Carabelli e collegato dalla Amministrazione Bruni.  La potenzialità idrica vedrà  aggiungersi: il n. 4 pozzo scavato dalla amministrazione Pasini, il n. 5 da Bossi in località Besnate, che fece anche un collegamento con Albizzate per garantire le forniture alle località alte, a nord-ovest difficilmente raggiungibili con sufficiente pressione dalla rete normale, il n. 6 da Longhi. Longhi e Bossi  riusciranno anche, dopo lunghe trattative a liberarsi dalle forniture agevolate alla ditta Rejna.  Seguirono le estensioni delle tubature fatte non appena si realizzavano i nuovi quartieri, via Brasano, via Vespucci, nuova Zona industriale di Orago. Chiaramente le grosse difficoltà di gestione, ed  il fatto che la vecchia rete, costruita nel periodo anteguerra, non era mai stata completamente isolata, convinse. L’amministrazione Giarola a cedere la gestione di tutto l’acquedotto alla società Aspem. Sgravando il comune da un notevole impegno.

Questa ricerca, vuole essere un omaggio a tutti i sindaci, agli assessori addetti al servizio dell’acqua ai consiglieri aggiunti, che hanno lavorato sempre con alacrità e fatica perché l’acqua non mancasse mai dalle nostre abitazioni. A costo di notti intere trascorse nei locali dei pozzi per sostituire le pompe intasate o bruciate, recuperando e rimontando una colonna di tubi mai inferiore a 100 metri, essi hanno sempre garantito  il servizio ordinario.

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LA BUSECA DUL BARETA

fonte immagine: sfizioso.it

Tanti anni fa quando la trippa era venduta allo stato naturale, cioè scura quasi nera, bisognava spelarla tutta lavarla bene e farla cuocere alla sera per 2 ore affinché al mattino si potesse tagliare bene e cucinarla, poi quando era pronta a mezzogiorno veniva tanta gente a prenderla con la  calderina per portarla a casa. Oggi invece la Trippa si puo’ comperare gia’ bianca e pronta per essere cucinata dal macellaio.

Ingredienti x 4 persone :

1200 gr.di trippa

70gr.di lardo o di pancetta

1 cipolla grossa

aglio

50 gr.di burro

½ bicchiere di vino 

4 patate di cui due a cubetti e due intere

3 carote a dischi un bel gambo di sedano a pezzettini

½ scatola di fagioli (se secchi si mettono a mollo la sera prima) 

½ scatola di pelati

erba salvia

1 frasca di alloro

sale e pepe a piacere 

altri odori

formaggio grana grattugiato

Si prende la trippa e la si lava bene sotto acqua corrrente si taglia in strisce della dimensione di un dito. Si prende il lardo o la pancetta e si fa una bella pestata con      cipolla e aglio si mette in una pentola a bordo alto con il burro si fa rosolare. Si mette la trippa, che a parte e stata preparata in strisce e si rosola bene per un po’ e poi si mette vino buono. Si lascia evaporare il vino e poi si aggiungono le patate un po’ a cubetti e un po’ intere che poi verranno schiacciate, lo stesso si farà per carote e sedano, si aggiungono i fagioli (se secchi saranno stati messi a bagno la notte prima ), si aggiungono i pelati o i pomodori, la salvia, l’alloro una frasca, sale e pepe a piacere, altri odori.  Si rigira per un po’ poi si aggiunge brodo caldo fatto con dadi e si coperchia lasciando cuocere x 2 ore. Si serve in scodella con una manciata di formaggio sopra.

Buon Appetito

Ricordando la Signora Carla Cardani Magnoni che ha suggerito questa ricetta

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Lavatoi pubblici e surrogati

Articolo tratto dal numero 4 del giornale “L’equinozio”- Ottobre 1994 a cura della Pro Loco di Jerago con Orago

L’articolo è stato redatto dal Rag. Antonio Delpini

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Prima della Seconda Guerra Mondiale. ovvero sessant’anni fa, le lavatrici non esistevano ancora, non erano ancora state inventate. E allora? Come facevamo a lavare la biancheria e fare il bucato?

La nostra gente, ed in particolare le nostre buone mamme che non mancavano certo di intelligenza spicciola, con la collaborazione dei mariti e della pubblica amministrazione di allora, da tempo memorabile avevano risolto egregiamente i problemi costruendo lavatoi pubblici e numerose fontanelle a portata di mano delle famiglie.

A Jerago esistevano tre lavatoi pubblici: uno vicino al S. Rocco “Ul Funtanun”, coperto e costituito da tre grandi vasche: una per lavare i panni molto sporchi, la seconda per il lavaggio normale e la terza per sciacquare (“risentà“) il bucato.

Alimentato dall’acquedotto comunale, era il più frequentato e funzionava anche da salotto dando modo alle donne di fare quattro chiacchiere in assoluta libertà. La loro presenza al lavatoio, particolarmente quando erano numerose, si percepiva anche da molto lontano e se ne sentivano di tutti i colori, comprese le discussioni che nascevano per accaparrarsi il posto migliore.

Un altro lavatoio era stato predisposto sulla strada che scende sulla Varesina (attuale via Dante), vicino al ponte della ferrovia. Ovviamente più piccolo e di due sole vasche, alimentato da acqua sorgiva in un primo tempo, e poi dall’acquedotto comunale. Doveva servire in particolare per gli abitanti della Caserma e dintorni. inutile dire che il cicaleccio, quando le presenze erano numerose, si poteva udire fino alla portineria dello stabilimento Rejna.

Infine avevamo, in via G. Bianchi, un terzo lavatoio: “Ul Rià”, che è resistito più degli altri. Anche questo disponeva di due vasche: una per lavare, un’altra per “risentà“. Alimentato prima dall’acqua che scendeva nei fossi, allora sempre puliti, dei prati situati a nord sulla via Indipendenza, poi dall’acquedotto, anzi: dalla conduttura principale dell’acquedotto che scendeva dal bacino sistemato sulla collina di “Runchit”. Pertanto al Rià l’acqua non mancava mai e, oltre ad essere sempre molto fresca, serviva anche egregiamente per dissetare i viandanti che capitavano da quelle parti.

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In un primo tempo il lavatoio era scoperto e non ci si poteva stare se pioveva, poi, attorno al 1949, è stato sistemato e dotato di copertura adeguata. Al Rià non hanno avuto molta fortuna i rubinetti: l’amministrazione comunale, nell’intento di evitare lo spreco dell’acqua ha provato ad applicare tutti i tipi di rubinetti esistenti in commercio senza successo. Dopo poco tempo si guastavano o venivano rotti, con grande dispersione di acqua. da ultimo si era provveduto a rinchiudere il rubinetto con uno sportello chiuso a chiave. ora il lavatoio non c’è più ed al suo posto è rimasta una “vedovella” con rubinetto automatico.

Le fotografie ivi riportate sono a titolo esemplificativo e si riferiscono ad un lavatoio pubblico sito in Armeno (NO)