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La festa di San Rocco nel ricordo di un contradaiolo

Vi scrivo per farvi sapere che la casa dove abito é una del le case più vecchie di Jerago. La comperò mio nonno, Agostino Guffanti, nel 1870 e si chiamava villa Cesira. Di quando ero ragazzino, mi sono rimasti impressi i festeggiamenti che si facevano allora per la festa di San Rocco. Si costruiva un banchetto con gli assi da ponte, vicino all’officina del Pasqualino Aliverti e si bloccava tutta la strada. Sopra si metteva una damigiana di vino, che mio nonno, siccome era presidente della Cooperativa, aveva preso per quella festa e così tutti quelli del paese che si trovavano a passare di qui dovevano bere una tazza di quello buono, altrimenti non passavano. L’ultima festa di San Rocco della mia giovinezza l’ho fatta nel 1954, c’era anche la pianta della Cuccagna che era stata bene ingrassata fin dalla mattina. Ma era così scivolosa, che nessuno dei giovani qui del Cantone e del San Rocco, ce la faceva a prendere i premi.  Allora quelli della Piazza ci hanno detto: “se non ce la fate voi la prendiamo noi”. Così sono intervenuto :

“mi metto sotto di piantone e voi salite sopra di me“. Ne ho portati quindici sulle spalle, l’Emilio Scaltritti che faceva il muratore era riuscito a sgrassarla bene e così il più piccolo dei Paoletti del Pulciana era riuscito a prenderla. L’Emilio Scaltritti che aveva fatto il conto mi ha poi detto che portavo in spalla quasi quattro quintali.  Così quelli della Piazza non hanno vinto!!

Un’altra bella ricorrenza è stata quando appena finita la guerra del 1945  hanno portato in giro per il paese la Madonna Pellegrina. E’ venuta anche qui nel cortile del Pasqualino Aliverti, per tre giorni e tre notti e alla notte la vegliavo sempre io.

Se debbo essere sincero mi sembra che quelli erano tempi più belli, meno soldi, più timore di Dio e anche meno odio e violenza.

Luciano Garavaglia

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In Memoria di Enrico Riganti – Jerago 5-8-2014

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(testo letto al temine della Messa con Esequie  di Enrico Riganti)

Grazie Enrico per la tua squisita disponibilità nel parteciparci il ricordo delle vicende antiche della nostra gente. Memoria che attingevi alla narrazione degli anziani che tu frequentavi e dei quali ricordavi insegnamenti e vicende. Per noi che ti ascoltavamo, essi diventavano presenti ed in particolare emergevano dal tuo racconto le vite e la santità dei nostri venerati Parroci di San Giorgio. Rammentare sempre la Fede in Dio dei nostri vecchi, era per te un impegno costante, tanto da sintetizzarla nel libro che abbiamo scritto assieme con questa frase rivolta al mondo attuale : “.. per i nostri vecchi, potevi anche essere diventato importante, colto nel senso degli uomini, ricco, ma non saresti stato nulla agli occhi loro, se solo avessi perso il Timor di Dio;  il biblico-initium Sapientiae timor Domini, fu per loro l’essenza stessa della vita”.

Rileggevo proprio ieri una tua corrispondenza da Sapri, nella quale mi parlavi della tua ammirazione per il Beato Cardinal Schuster e mi è caro far conoscere un periodo di questo tuo scritto:

“.. era la primavera del 1944, con don Massimo mi ero recato a Premezzo per assistere alla visita del Cardinale… . Come di consueto, terminate le funzioni  e dopo l’amministrazione della Santa Cresima il Beato Cardinale faceva la Dottrina Cristiana, interrogando i Cresimati e spiegando poi quante e quali cose si richiedono per andare in Paradiso. Per tutti era una domanda inaspettata e così fu che don Massimo l’insegnò subito ai bambini, appena tornato da Premezzo. Cinque erano quelle cose:

1° Dottrina Cristiana

2° Sacramenti Cristiani

3° Opere Cristiane

4° Vita Cristiana

5° Morte Cristiana”

 

Grazie ancora Enrico per la tua testimonianza e per i tuoi insegnamenti.

 

 

                                                                                                      Anselmo 

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Breve storia delle campane del campanile di San Giorgio

La necessaria descrizione delle campane evidenzia che furono fuse negli anni dal 1820 al 1865, mentre si era sempre ritenuto, anche dagli storici, che esse datassero 1820.

Perche´dunque questo errore? Tentero´di spiegare, oltre a questo, anche perche´ si sono resi necessari gli odierni lavori attorno al nostro campanile.

Il primo documento certo sul concerto delle campane, redatto in una grafia impeccabile, propria dei tempi dell´imperial-regio governo austriaco, e´del 1820. Rappresenta un impegno notarile assunto dal parroco Giovanni Castagnola, solidarmente con i signori Franco e Pasquale Molla, Giorgio Caruggi, Giacomo, Giovanni senior e Giovanni junior Bardellini, Francesco Cardani, Francesco ed Antonio Puricelli a pagare in quattro anni le suddette cinque campane al fonditore Giuseppe Bizzozzero di Varese, sollevandolo pure dal rischio del trasporto da Varese a Jerago. Una assicurazione, insomma, sia sul trasporto che sulla solvibilita´del debitore nei confronti del creditore (cosa plausibile perche´un concerto di tale entita´corrispondeva ad un valore attuale di circa 250.000.000 di lire, ma la popolazione era meno numerosa).

In acconto di tale debito erano state versate le due vecchie campane del peso di 66 rubbi, gia´in dotazione del campanile romanico  e, successivamente, del campanile barocco.

Il campanile non era adatto alle dimensioni delle nuove campane e non lo sara´ fino alla ristrutturazione del 1991 (quella odierna per intenderci). Cio´era dovuto al fatto che le campane  erano  troppo grosse e non potevano ruotare all´interno  senza ostacolarsi. Nel 1820 fu quindi costruito un castello in legno che sostenesse le campane fuori dalla loggia stessa e tale castello, allora come adesso, fece si che le campane fossero quasi per tre quarti sporgente dalla verticale dei muri della torre. Ecco perche´ tutte le campane, ad eccezione della prima (la piccola che e´incernierata appena sotto la cuspide centrale) sono quasi completamente sporgenti ed il castello e´esposto in maniera violenta alla continua azione degli agenti atmosferici.

La campana piccola e´, pertanto, rimasta la stessa perche´ protetta dalla cuspide,mentre le altre, che in contrasto con l´anno di datazione del primo concerto (1820) portano date successive, vennero rifuse in quanto la rottura del castello in legno faceva si che le stesse, pur senza crollare, andassero a sbattere malamente contro le strutture danneggiandosi irreparabilmente.

Il concerto delle campane era stato inaugurato nel 1820 ma gia´nel 1832 il parroco, don Battista Maroni, fu costretto a sospendere il suono delle stesse perche´il castello era cosi´sconnesso e cosi´ logoro che le campane erano nell´imminente pericolo di cadere. La riparazione del castello in questione avvenne nel 1834 a cura del carpentiere Antonio Maria Bianchi di Sacro Monte e di Gaetano Cattaneo di Oggiona. Si giustificano cosi´le date di rifacimento delle campane: il 1834 per la quarta, il 1837 per la seconda (entrambe rovinatesi probabilmente nel 1832) e il 1844 per la terza.

Tutto filo´ liscio fino al 1865, quando la storia si ripeteva: Il castello di nuovo logoro, fu rifatto dal capomastro Bianchi Giovanni di Gorla e si provvide, nel contempo, al rifacimento della quinta campana, che era anche la piu´grossa. Il fatto di aver commissionato alla stessa fonderia la rifusione delle campane permise di mantenere la medesima intonazione.

Fattisi poi accorti della eccessiva delicatezza del  castello in legno, nel 1888 si provvide a sostituirlo con uno interamente in ferro, opera del meccanico Angelo Bianchi di Varese, “capomastro macchinista patentato”.

Da allora, fortunatamente, il campanile non sembra avere piu´storia; ci sono le solite riparazioni periodiche, ma nessun fatto degno di nota. Ma eccoci al 1943, esattamente il 10 luglio. Leggiamo nel “Liber cronicus”

10 luglio – la rimozione delle due campane maggiori

In seguito ad avviso precedentemente avuto dalla ditta Bianchi di Varese, oggi arriva una squadra di operai per rimuovere le due campane maggiori, del peso complessivo di circa 20 quintali. Il Parroco protesta che la richiesta fatta dall´Ente Rottami per ordine del Ministero e´di 6 quintali e che si rifiuta di darne di piu´, e non consegna le chiavi. In seguito arriva l´ingegnere Bianchi, della ditta omonima di Varese, accompagnato dal maresciallo dei carabinieri di Albizzate. Il Parroco chiarisce il suo punto di vista, l´Ing. Bianchi insiste per la consegna del 60% del peso complessivo delle campane, dichiarando che si assume ogni responsabilita´. Il Parroco consegna le chiavi rinnovando la sua protesta. E purtroppo il crimine viene compiuto. La popolazione tutta nel suo contegno dimostra tutta la sua avversione per l´inconsulto provvedimento.

12 luglio – Le campane rimangono

Oggi vengono calate le due campane e posate sul ripiano alto dell´oratorio, gia´cimitero vecchio. Incaricato del trasporto delle campane a Varese e´Tondini Paolo il quale ha la buona idea di chiedere consiglio al Parroco. Quindi il Tondini rifiuta l´incarico, tanto piu´ quando sa che le campane, per essere condotte via, dovevano ridursi in pezzi: e cio´per la difficolta´di calarle dal pianerottolo. E cosi´le campane rimangono a Jerago. Fino a quando? Speriamo per sempre.

20 settembre – Sepoltura provvisoria delle campane

Per evitare che una eventuale visita da parte dei tedeschi al nostro Oratorio possa dar occasione ad una eventuale requisizione delle due campane maggiori, troppo in vista, si pensa di dare loro una sepoltura. Alla sepoltura aiutano Delpini Antonio, Rabuffetti Gianluigi, i soldati fratelli Carlo e Vittorino….e Cardani Francesco. Per adesso sono salve…

27 aprile 1945

(…) dissotterrate le campane che da 20 mesi giacevano nascoste: una squadra di operai diretti dal capomastro Magistrali, da Scaltritti e da Paoletti preparano il ponteggio per innalzare le campane sul campanile.

30 Aprile

Oggi la campana piu´grossa sale al suo posto. Si puo´quindi immaginare la grande gioia degli jeraghesi nel vedere le campane di nuovo al loro posto. Ma quella gioia e quel tripudio paesano erano  destinati  a durare poco: don Massimo, che aveva scritto le parole sopracitate tre giorni prima, veniva a morire. E la persona che scrisse il diario di quei giorni annoto´testualmente: “ le campane che dopo la nuova sistemazione dovevano suonare a festa per la prima volta nella prima domenica di maggio, suonano l ´agonia del sig. Parroco.

 


 

Il Castello rifatto da Angelo Bianchi, in sostanza, resisti´fino all´anno 1967 quando, per gravi motivi di degrado sia dei vani di accesso al locale delle corde, che di pericolosita´ incombente, si decise di sospendere il suono delle campane che furono poi portate a terra nel giugno 1984 e collocate nel prato della canonica.

Il problema della precaria solidita´e´stato risolto nel corso dei recenti lavori di restauro in quanto l´ing. Emilio Aliverti ha progettato un´ incastellatura che, sita nell´interno del campaanile, oltre a svolgere la funzione di rampa di accesso alla loggia, scarica direttamente a terra la maggior parte delle sollecitazioni dinamiche e del carico statico proprie delle campane nel loro esercizio, eliminando radicalmente il grosso problema della manutenzione.

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IL GIORNO 16 LUGLIO 1991; RICORRENZA DELLA MADONNA DEL CARMINE; TRA LA ESULTANZA DEI PARROCCHIANI DI SAN GIORGIO E LA GIUSTA FELICITA´ DI  DON  ANGELO CASSANI LE CAMPANE TORNANO IN CIMA AL LORO CAMPANILE.

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Il restauro del Campanile della Chiesa di San Giorgio visto dalla stampa

Di seguito riportiamo copia di alcuni articoli relativi al restauro del Campanile di Jerago, apparsi nella stampa locale in quel periodo (1991)

 

 

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Uso delle Campane

di Anselmo Carabelli

Grazie alla collaborazione del sig. Romano Pigni e del sig. Riganti ho potuto ricostruire l’uso liturgico delle campane così come veniva eseguito a Jerago prima del Concilio Vaticano II. Tengo a precisare che a Jerago e credo anche altrove, la numerazione delle campane è sempre stata crescente dalla più piccola (prima campana) alla più grande (campanone o quinta campana per il nostro concerto) e a questa numerazione mi attengo scrupolosamente.

USO LITURGICO

AVE MARIA – anticipa di qualche minuto il suono delle campane della prima S. messa del mattino – 4a libera per un minuto

ANGELUS – Mezzogiorno – 4a libera per un minuto

AVE MARIA – sera verso le 20.00 in estate e all’imbrunire in inverno – 4a libera per un minuto

I tre momenti dell’Angelus e dell’Ave Maria quando è domenica sono segnati in modo diverso:

NELLE DOMENICHE SOLENNI si suonano tutte le cinque campane.

NELLE DOMENICHE NORMALI  si suonano la terza – la quarta e la quinta.

Le S. Messe sono così annunciate:

tre richiami sempre per ogni Messa a partire dalla prima S. Messa del giorno annunciata alle 05.10, alle 05.30, alle 05.50

NELLE DOMENICHE NON SOLENNI si suonano 3a- 4a e 5a a distesa.

NELLE DOMENICHE SOLENNI si suonano tutte le cinque campane a distesa

Nei giorni feriali le S. Messe sono così annunciate:

GIORNI FERIALI CIVILI MA CORRISPONDENTI A FESTIVITA’ RELIGIOSE INFRASETTIMANALI (S. Giuseppe, S. Giovanni Bosco, Candelora, S. Biagio) si suonano1a-2a-3a-4a a distesa.

ALTRI GIORNI FERIALI – Si distinguono le S. Messe in S. Messe da vivo o da Morto.

Si dice da morto la S. Messa con la commemorazione di un defunto.

  • S. Messa da vivo si suonano la 2a e la 3a a distesa
  • Se da morto sono previste diverse classi di officiata funebre  e di suono delle campane:

III classe catafalco con quattro candelabri ad aspersione del tumulo; si suonano 2a-3a-4a campana in suono successivo senza sovrapposizione e bocciata

II classe catafalco con sei candele aspersione e incensazione del tumolo; si suonano 1a-2a-3a-4a in suono successivo senza bocciata

I classe solo per il Clero ed il giorno dei Morti- catafalco con dieci candele; si suonano tutte e cinque le campane con la stessa tecnica della non sovrapposizione dei suoni.

SEGNALI PER ALTRE OFFICIATURE O MOMENTI LITURGICI:

VESPERI DOMENICALI E FESTIVI  -3a e 4a a distesa e 5a al momento della benedizione  eucaristica.

VESPERI DOMENICALI E FESTIVI SOLENNI – Tutte e cinque le campane

PROCESSIONI – Tutte e cinque le campane

AGONIE DI NS. SIGNORE GESU´CRISTO – Ogni venerdi´alle ore 15 si suona la 4a a distesa

MESE DI MAGGIO ALLA SERA PER IL S. ROSARIO – Tutte e cinque le campane

QUARESIMALE – idem

S. MISSIONI – idem

MATRIMONI – Erano previste tre classi, ma venivano sempre annunciati in modo solenne con il suono di tutte e cinque le campane, purche´gli invitati degli sposi si fossero presentati a tirare le corde delle campane.

AGONIA – Cosi´veniva chiamata la campana che annunciava la morte di un parrocchiano. Si suonava la 4a campana con nove rintocchi per una donna – con tredici rintocchi per un  uomo

CATECHISMO PER I RAGAZZI – 3a libera

USO CIVILE DELLE CAMPANE

RUM – Il suono delle campane e´sempre servito a spezzare la consistenza della nuvolaglia che minacciava grandine. Ci si affrettava a quindi a suonare il cosidetto RUM (credo si scrivesse cosi´) . tutte e cinque le campane, senza un ordine preciso intervallate dal potente suono del campanone. Non a caso sulla 4a campana avevo rilevato la scritta “A FULGORE ET TEMPESTA LIBERA NOS DOMINE”. 

Ricordiamo pure che il temporale era particolarmente minaccioso se veniva da S. Caterina (Al ta ruina– dicevano i vecchi). In effetti era poratato da un vento freddo da nord-ovest che poteva scontrarsi con aria calda e stagnante locale, causando veementi correnti acsensionali. con formazione di ghiaccio e precipitazione di notevole quantita´di grandine. il suono delle campane effettuato in tempo opportuno poteva spezzare questa corrente ascensionale, diminuendo la consistenza della grandine e i danni.

Per lo stesso motivo oggi in agricoltura si ricorre ai razzi.

INCENDI – Campane a martello 1a-5a leggermente sfasate a distesa. Doveva raggelare soprattutto se sentito nel cuore delal notte

ESATTORIA – 3a distesa. Anche questo raggelava

SCUOLA – Richiamo per gli scolari delle scuole elemenatri- 2a campana ma solo fino al 10 novembre 1945


N.B. Dopo il Concilio Vaticano II, essendo tutti i fedeli ritenuti figli di Dio, le “Classi” sono state eliminate, percio´tutto quanto pre desritto, fatta eccezione delle diversita´tra domeniche solenni e normali e´stato anullato ed e´stato preordinato secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II stesso

Don Angelo Cassani

Per l´impostazione del suono attuale delle campane ci siamo avvalsi della collaborazione del sig. Massimo Scaltritti

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Il Campanile di S. Giorgio stile barocco

di  Anselmo Carabelli

Luglio 1991

Nel corso dei precedenti articoli ci siamo intrattenuti sulla parte romanica del campanile, cioe´quella che arriva fino alla loggia delle campane, ora invece tratteremo della parte superiore, barocca.

Innanzi tutto bisogna rendersi conto del perche´un campanile romanico sia stato trasformato in barocco, addirittura intonacandolo completamente rifacendolo in tre ordini, chiudendo le finestre monofore, tranciando maldestramente, mattoni e fregi della precedente struttura. Personalmente penso, che, appurata la continuita´della costruzione del tempio di S. Giorgio “Ab Immemorabilis”, come piu´volte ho sottolineato, ci si sarebbe dovuti stupire del contrario, cioe´di non aver ritrovato quello che abbiamo trovato. In effetti dobbiamo evidenziare l´opera instancabile che S. Carlo Borromeo venne svolgendo come Cardinale di Milano attraverso i Concili provinciali e Sinodi diocesani, nello sforzo di riformare tutti gli abusi perpetrati  nella sua Chiesa diocesana. Tale sforzo che interesso´ tutti gli aspetti, non manco´di riguardare anche l´edilizia religiosa, le norme architettoniche furono infatti raccolte nelle “Instructiones fabricae ed suppellectilis ecclesiastice” (anno 1577). Il testo influenzo´ l´architettura milanese e quindi il varesotto. San Carlo infatti, aveva ritrovato il varesotto romanico, dove edifici religiosi troppo modesti, non solo non erano in grado di ospitare l´accresciuta popolazione, ma inadatti visivamente a combattere la lotta contro il protestantesimo che minacciava di diffondersi dal Gottardo. Fu costituito alla bisogna un Praefectus Fabricae, che avrebbe dovuto coordinare l´attivita´edilizia religiosa, non altrimenti ci spiegheremmo nelle visite Pastorali, sia le descrizioni minuziose delle Chiese visitate, che gli ordini impartiti a Parroci e Fabbriceri.

E´dunque in questo quadro storico che si sviluppa il rinnovamento in senso barocco del campanile e della Chiesa vecchia di S. Giorgio. I documenti fino ad ora computati, permettono di datare solo approssimativamente tale intervento, ma ad essa possiamo arrivarci per comparazione con altri edifici barocchi locali. A chi osservi la estrema linearita´ delle forme della loggia e della cuspide, dove gli elementi prettamente barocchi, rappresentati dai quattro pinnacoli con boccia in sasso, dalla cuspide in mattoni autoportanti con intelaiatura in ferro, cotti appositamente, dalle mensole aggettanti a formare il cornicione pazientemente smussate ed arrotondate e dal  bellissimo Crocifisso in ferro, non puo´sfuggire l´equilibrio cosi´piacevole da non essere casuale. Chi ha progettato questa ristrutturazione doveva senza dubbio aver visto il primo esemplare di barocco varesino rappresentato dalla cella e dalla guglia di Santo stefano a Viggiu´ (opera di M. Longhi il vecchio 1594) e la Chiesa di San Giovanni  in Busto Arsizio del 1615. Ingentilendo questi due campanili si arriva alla eleganza del nostro e vengono ignorate le forme di un  barocco piu´elaborato e piu´ tardo, che qui vicino si possono vedere nella Chiesa di Albizzate, pertanto esclusa la causalita´ della costruzione, in considerazione anche di quel Praefectus Fabricae pocanzi accennato, tale ricostruzione della parte terminale dovrebbe datare tra il 1650 e il 1700.

Una considerazione a parte merita la Croce in ferro che corona la cuspide, l´antica Croce infatti in considerazione del precario stato di considerazione verra´esposta a terra, dopo i restauri, mentre al posto suo e´stata innalzata una copia opera della valente abilita´tecnica ed artigianale del sig. Giovanni Franchina, il quale in questa riedizione, si e´avvalso delle stesse tecniche seicentesche di lavorazione del ferro, rivetto e saldature per approssimazione tramite forgiatura e battitura. In essa si ritrovano tutti i simboli della crocefissione: chiodi, scala, martello, tenaglie proprie dell´uso seicentesco ed e´altrettanto notevole la bandierina segnavento con il biscione dei Visconti.

Su questa bandierina e´rivettata quindi aggiunta in epoca posteriore, l´aquila Asburgica che sta ad indicare l´ultimo intervento sul campanile nel 1820, ottenuto con Imperial-regio decreto dell´allora governo austriaco, il quale come e´logico pensare, impose il suo simbolo.

Concludendo queste notazioni penso si possa sottolineare che il campanile e la Chiesa vecchia, sono un po´, come l´albero genealogico della nostra vita religiosa e civile, dove stanno scritte, per chi sappia leggerle le tappe millenarie della nostra comunita´. Come tanti “Saulo” avremmo voluto lapidarlo questo campanile e questa Chiesa vecchia. Ma oggi illuminati da una nuova sensibilita´, stiamo rivalutandoli in un quadro di uso attuale, e contemporaneamente potranno tramandare il messaggio anche architettonico della fede cristiana che ci viene dal 500 d. C. con la prima cristianizzazione dei famigli e dei servi di quella villa patronalis romana, che da qualche parte deve pur esserci in loco, i cui resti pero´, mattoni, frammenti di embrici (tegole romane), sospensori di contropavimenti riscaldati ad aria calda (gia´allora!), sono stati ritrovati da Carlo Mastorgio nella parte romanica del campanile.

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Il campanile romanico di Jerago

di Carlo Mastorgio (Sopraintendenza archeologica della Lombardia) – Maggio 1991

Testo apparso in Un popolo in Cammino – Maggio 1991 e poi ripubblicato nella raccolta di scritti in occasione dell´inaugurazione del campanile nell´ottobre 1991

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La vecchia chiesa parrocchiale di S. Giorgio e´documentata solo dal XIV sec. (per  esattezza, dal 1398).

Pero´, titolo e ubicazione, gia´per se stessi la retrodatano ad epoca molto piu´antica. Inserita nel vecchio tessuto urbano, essa e´senz´altro la prima cappella della comunita´e probabilmente eretta in quelle fasi della cristianizzazione, allorche´ i canonici, dal vicino centro plebano o battesimale di Arsago Seprio, diffondevano la nuova religione nelle campagne e nei piccoli villaggi circostanti.

La dedica a San Giorgio e´tipica dell´epoca longobarda per la nota associazione del “santo guerriero” con il carattere spiccatamente belligerante di quel popolo barbarico.

Tutto cio´porta a pensare che l´edificio ebbe una fase preromanica, seguita da una romanica, indi da altre che successivamente, per ragioni legate ad aumenti demografici,  hanno sostituito, inglobato o parzialmente alterato le strutture architettoniche primitive.

Nulla sappiamo della fase preromanica anche perche´mancano sia una lettura stratigrafica delle strutture verticali sia un saggio archeologico sotto l´attuale pavimento. Pur tuttavia tale fase e´intuibile; se non altro perche´e´storicamente accertata la presenza, a Jerago, di nuclei familiari in epoche anteriori al Mille (come esempio, basta citare qui due importanti personaggi, Teudelaberto e Ato di Jerago, presenti come testimoni nel 976 ad una permuta di terreni nel territorio sepriese).

Per quanto concerne la fase romanica e´notizia di oggi, in quanto essa e´emersa in seguito ai recenti lavori di ristrutturazione della torre campanaria. Questa nascondeva infatti, sotto l´intonaco, l´originario paramento murario. Tolto il rivestimento, sono tornate alla luce le cornici di archetti pensili e le monofore, ossia quei particolari tecnici e stilistici tipici dell´architettura romanica (sec. XI e XII). Ulteriori indagini potranno in futuro meglio precisare l´iconografia e l´esatta cronologia di questo monumento.  In questa sede e´sufficiente dare qualche sommaria informazione. Innanzitutto si tratta di un campanile alto, snello, con base quadrata ma non sufficientemente ampia da far presumere un innalzamento sui resti di un torrione altomedievale e quindi facente parte di sistemi difensivi. Anche le aperture, del tipo a tutto sesto, sono sufficientemente ampie e non a feritoia.

Nessun utilizzo, quindi, a scopo di fortificazione o di segnalazione ma semplicemente un utile monumento al servizio civico e religioso della piccola comunita´ jeraghese.

L´apparato murario del campanile e´composto da materiale eterogeneo; poca la pietra quadrata, parecchia quella scheggiata, diversi i ciottoli, qualche laterizio. Il tutto disposto in corsi un po´irregolari con un buon letto di malta. La parte alta e´stata rifatta in epoca successiva distruggendo l´originaria cella che doveva essere interessata dalla presenza di bifore. Nel rifacimento sono stati infatti riutilizzati i frammenti delle colonnine originarie in pietra. Ogni parete e´divisa in ripiani da tre grandi specchiature, abbastanza profonde e chiuse in alto da tre archetti in cotto. Anche gli archivolti delle monofore sono formati da vecchi laterizi posti in costa e sormontati da un bardellone pure in cotto.

Quest´ultimo particolare e´abbastanza caratteristico e trova riscontri in altri edifici del territorio padano datati all´XI secolo (1000-1100). La cosa  che piu´colpisce e´che questi laterizi sono tutti di fattura d´epoca romana; la maggior parte embrici con il tipico risvolto e, sorpresa nella sorpresa, addirittura una suspensura cilindrica ovvero uno di quei pilastrini che sostenevano il pavimento di un ambiente romano riscaldato facendo circolare sotto l´aria calda.

Or bene, tutte queste profilature di cotto, inserite nella pietra grigia del paramento, determinano uno stupendo cromatismo che potra´essere meglio apprezzato allorche´verranno tolti i ponteggi del cantiere.

La vecchia chiesa parrocchiale di san Giorgio va schiudendo cosi´i misteri del suo glorioso passato con sempre piu´larga chiarezza, lasciando perplessi gli storici, ammirati i tecnici e soddisfatti quei “pochi” che veramente credevano nella vetusta´ dell´edificio. Il cammino iniziato merita tutta la piu´ ampia fiducia e l´appoggio morale e finanziario perche´ la volonta´ di fare qualcosa di utile e di bello, non distruggendo ma salvando, ha gia´regalato alla comunita´ di Jerago questo stupendo campanile romanico che, in definitiva, e´il piu´antico monumento del paese.

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Chiesa Parrocchiale di San Giorgio in Jerago (Cenni storici)

(fonte immagine: parrocchiasangiorgio.it)

Redazione e ricerche curate da Anselmo Carabelli, alla data del 20/7/2009

 

Anni 1917-1927

Parroco –Don Massimo Cervini ( Castronno 1879- Jerago 1945) – parroco di S.Giorgio Jerago (1916-1945)

 Dinamica della popolazione  Anno– Abitanti:  1907-1085 / 1913-1550 / 1923-1865

 

Ultimo ampliamento della antica chiesa parrocchiale anno 1881 ad opera dell’ ing. Graffonaia. La vecchia chiesa fu dismessa al culto dal 16-7-1927. Usata successivamente come oratorio fu poi abbandonata al degrado dal 1957.

 Stato odierno della antica chiesa di san Giorgio: Restaurata per volontà di  don Angelo Cassani- (Sedriano 17/08/1934- Jerago 02/12/2006,  parroco di san Giorgio in Jerago 1987-2006)

 

Motivazioni per la nuova costruzione (ricavate dallo scrivente consultando gli incartamenti in merito):

 

 La possibilità di ampliamento della chiesa antica, richiesto dall’avvenuto raddoppio della popolazione, era  impedita nella dimensione della larghezza dall’essere l’edificio ristretto  tra campanile, canonica e  cascina (equile); si rendeva perciò necessario procedere ad un ulteriore e sproporzionato allungamento, come già eseguito nel 1881.  Si scelse così  di affrontare una nuova costruzione disponendo all’uopo di un terreno parrocchiale, adiacente alla canonica, in posizione S-SE  e centrale per il paese. Il terreno era dedicato a prato , con accenno di discesa collinare verso E , senza alcuna costruzione preesistente.

1921 si affida lo studio all’arch. Oreste Benedetti di Milano

          -Si eseguirono i primi sondaggi sul terreno per verificare la condizione del terreno su cui posare le fondamenta e valutare l’entità dei lavori per le fondazioni.

  • 1922 presentazione dello studio dell’arch. Benedetti alla Commissione Arte Sacra della Curia Arcivescovile e conseguente approvazione di tutti i disegni relativi
  • Passaggio alla fase esecutiva e Costituzione della commissione pro erigenda Nuova Chiesa nelle persone del Sig, Parroco Don Massimo Cervini, dei fabbricieri, dei Sigg.: Leone Michaud, Dionigi Cardani, Sessa Riccardo, Biganzoli Paolo, Anselmo Carabelli.
  • Affidamento della costruzione al capomastro Bianchi Giuseppe
  • 1923 / 22 aprile– posa prima pietra
  • 1924 / dicembre – posa del tetto
  • 17 luglio 1927 la nuova chiesa è aperta al culto.

Elenco delle strutture architettoniche trasferite dalla chiesa vecchia alla chiesa nuove dal 1927  indicazione di nuove acquisizioni e costruzioni

 

 -Febbraio 1927 inizio opere di preparazione al trasferimento dell’altare maggiore da posizionare su fondamenta riempite di bitume per una profondità di 280 cm con sezione quadra di lato 160 ( per reggere tiburio e mensa). Rimozione della  prima pietra poi riposizionata sotto la mensa dell’altare maggiore (disegni in archivio)

Riposizionamento del fonte battesimale rimuovendolo dalla antica cappella della  chiesa vecchia nella stessa zona dell’attuale battistero.

Marzo 1927 trasporto dell’altare maggiore ad opera del marmista Provasi di Crema

L’Altare maggiore proviene dalla vecchia chiesa di san Giorgio ed era stato costruito in marmo, sostituendo il precedente in legno. Fu realizzato nella bottega del marmista scultore Francesco Rossi  di Milano  intorno al 1801 al prezzo di 1250 lire austriache. L’adattamento lasciava scoperti i fianchi che furono chiusi con finto marmo eseguito dal sacerdote teologo Giuseppe Porporato. Questi, coadiutore di Alpignano (To), fu inviato da suor Agnese sorella del parroco, residente ad Alpignano.

 

Aprile 1927 –  Inizio posa del  pavimento ad opera della ditta Cagnoni di Malnate

  • Scala di accesso al pulpito eseguita dalla locale officina di Innocente Aliverti

Giugno 1927 -messa in opera del pulpito ligneo, eseguito dalla locale falegnameria di Cardani  Abramo su  disegno  dell’architetto Benedetti

  • Trasporto dei seggi del vecchio coro ad opera ed adattamento del falegname Luigi Cardani, i seggi mancanti e aggiunti per le nuove dimensioni del coro furono eseguiti dalla falegnameria di Cardani Enrico
  • Adattamento dell’arredo in legno della sacrestia, opera della falegnameria di Cardani Gerolamo
  • Le porte di ingresso, le laterali di accesso ai vani accessori furono eseguite dalla falegnamerie locali : Luigi Cardani, Gerolamo Cardani, Sessa Giovanni, Sessa Luigi
  • Costruzione delle balaustre laterali all’altare maggiore costruite in graniglia di marmo e posate dalla ditta Terzaghi e Gritti di Induno Olona
  • Riposizionamento della balaustra frontale della vecchia chiesa nella nuova con adattamento per la parte mancante causa le diverse dimensioni con finto marmo ad opera del già citato sacerdote Giuseppe Porporato di Alpignano
  • 1929 installazione dell’organo trasferito e riadattato dalla chiesa vecchia ad opera della ditta Maroni Giorgio di Varese (le canne piu antiche si fanno risalire al 1600)
  • 1929 Costruzione del vano della Cappella di San Carlo con traslazione dell’altare con paliotto e fiancate in scagliola intelvese datate 1759. Ricollocazione della Pala col quadro del Santo, opera del Pittore Carsana di Bergamo, eseguito nel 1881 (il vecchio quadro è dal 1881 sito in San Rocco),  adattamento e ricollocazione dei marmi a cornice eseguito dal marmista Provasi di Crema
  • Costruzione del vano per la Cappella mariana ed installazione dell’antico altare della BV del Carmine , risalente al 1759, costruito quando, per effetto del secondo ampliamento della vecchia chiesa fu demolita l’antica facciata, che recava nell’interno, a destra del portone di ingresso, la quattrocentesca sacra immagine mariana. Tale altare rimosso nel 1943 con la costruzione del nuovo altare, è stato spostato nella cappella  dell’ odierno cimitero di Jerago in località alla Pigna.
  • 1931 Lampadari in ferro pendenti dalle arcate della navata centrale, eseguiti dalla ditta Innocente Aliverti su disegno del Pittore Ambrogio Riganti
  • 1932/ 14 settembre– consacrazione della Chiesa ad opera del Beato Cardinal Ildefonso Schuster
  • 1936/1940 realizzazione di tutto il ciclo pittorico della chiesa ad opera del pittore Emilio Orsenigo di Varese (Catino absidale – Cristo In Maestà) (altare maggiore ai lati – Ultima cena – moltiplicazione dei Pani) (Cappella della BV del Carmelo – suffragio alle anime penitenti – istituzione dello scapolare) (Cappella di San Carlo- San Carlo nel lazzaretto con gli appestati- processione eucaristica per Milano) (volta centrale- episodi  della vita di San Giorgio)  (cupola –Gloria di San Giorgio) (Vele dei raccordo alla cupola- i quatto evangelisti )
  • 1948 nuovo simulacro della BV del Carmelo, per volontà de Parroco don Carlo Crespi,  opera in legno dello scultore Franco Molteni di Cantù – La statua antica sarà ricollocata in San Rocco
  • 1968 costruzione della cappella invernale voluta da don Luigi Mauri,  architetto Moglia di Gallarate. Le vetrate sono opera del pittore Giordano Crestani (i discepoli di Emmaus- Moltiplicazione dei pani e dei pesci)
  • Tutte le altre vetrate istoriate nell’interno della chiesa sono opera del pittore Giovanni Cassani. Partendo dal Battesimo di Cristo nel rinnovato Battistero

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In anni recenti la facciata e’ stata completata con un bel protiro di stile romanico in sarizzo. Lavori svolti sotto la guida del nostro parroco don Remo Ciapparella.

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Lardo e Burro, ingredienti della nostra antica cucina

fonte immagine: freesenzaglutine.it

Nei tempi passati, quando non si conoscevano ancora tutti gli effetti negativi dell’eccesso di colosterolo nel sangue, o meglio, quando ancora non si sapeva cosa fosse, l’uso di burro, di lardo e di altri grassi animali era normale e molto apprezzato in cucina. Oggi, poiche’ le moderne regole dietetiche, hanno quasi abolito tali condimenti  o li hanno ridotti nell’impiego a dosi farmaceutiche, anche i nostri piatti pur mantenendo il nome, hanno perso molto dell’originale sapore.  Anche la piu’ semplice bistecca  e’ costretta a friggere nell’olio di mais, quello dagli acidi poliinsaturi, per cui prima di servirla sul piatto e’ necessario farla sgocciolare.  Penso che, anche solo per una volta, si dovrebbe preparala in un bel tegame di alluminio dove prima, si e’ fatto fondere un pezzo di burro a fuoco moderato.

fonte immagine: vinoway.com

Quando si e’ fatta quella schiuma, che si perde su un fondo nocciola e trasparente, allora si deve posare la carne cuocendola su emtrambe i lati.  Poi la si serve in tavola possibilmente nello stesso tegame. Il tutto va  gustato, badando bene a lasciare, lustro il fondo del padellino con l’aiuto di qualche pezzo di pane debitamente intinto. Operazione che veniva chiamata pucia’ ul fondu dul padalin”. Se poi accompagnerete in tavola con ”una bela salata o una cicoria” questa si’ condita” cun oli d’uliva e see magari cun triòo déntar una  scigola (Insalata condita con olio di oliva e aceto, dove e’ stata tritata una cipolla), sarà poi questo contorno a incaricarsi di smaltire nello stomaco l’eccesso di grassi da burro.

Ma questo e’ un piatto per le nostre massaie che hanno sempre premura, perché se  ci si volesse applicare un po’ di piu’, ci sarebbe la famosa CARNA IMBUREGIOO, ovvero la carne di manzo impanata o cotoletta alla Milanese o Wiener Schnitzel in omaggio a Maria Teresa d’Austria.  Prima si rompe un uovo intero in un piatto fondo, lo si sbatte con l’aiuto di una forchetta, si sala, a parte si prepara del pangrattato e lo si vaglia perché sia uniforme, si passa la bistecca di manzo nell’uovo sbattuto, si prepara il tegame con burro, come per la prima ricetta e la si cuoce a fuoco lento per 15 minuti, quando il pane della crosta sarà diventato di un bel biondo rossiccio e avrà assorbito tutto l’intingolo del tegame.  Si serve con fette di limone.

fonte immagine: austria.info

Per non sciupare ingredienti con l’avanzo dell’uovo sbattuto e del pangrattato si faranno delle polpettine di pane sempre gradite ai bambini, naturalmente previa cottura.  La bistecca imburegio’ fredda, messa in una fragrante MICHETTA ha sempre accompagnato una miriade di scampagnate e di gite scolastiche.

fonte immagine: primochef.it

E cosa facciamo di primo se non un bel RIS in Cagnoon. Si cuoce il riso in acqua bollente e lo si fa passare nel medesimo tegame col burro dove si e’ fatto un soffritto di cipolla e si e’ aggiunta una foglia di salvia.  Chiaramente il pranzo deve limitarsi qui finendo con un bel Pomm Raneta : una mela Renetta  asprigna dal sapore di una volta.    

Per un piatto unico invece consiglio la :

CAZEULA al modo della Trattoria San Giorgio (detta dul Bareta)

(ingredienti per 4 persone: 1500 gr. di costine di maiale o puntine di maiale, 3 etti di cotenne di maiale  dette cudig, 1 etto di lardo, 2 spicchi di aglio, una cipolla, 50 gr. di burro, 4 verze, 1/4 di vino rosso, gambi di sedano, carote, erba salvia)

In una pentola capace dal bordo medio alto, si prepara un soffritto di lardo pestato, di cipolla, burro e due spicchi di aglio. A parte si saranno preparate le costine, gia’ segate in pezzi della forma di due dita dal macellaio e le cotenne tagliate in strisce e della dimensione di due dita, si aggiungono al soffritto e si fanno rosolare a fuoco vivo fino a quando la carne avra’ assunto un bel colore, si aggiunge il vino e si lascia evaporare a pentola scoperta. Quando il vino sara’ consumato, aggiungere le carote tagliate fini e il sedano pure tagliato fine, si unisce  in un sacchetto di tela l’erba salvia, sale, pepe, noce moscata quanto basta. Si porta a fuoco moderato, si coperchia e si rigira il tutto ogni tanto e per circa due ore. A parte si lavano le verze, si aprono in foglie e si mettono in una pentola capace, dove si fanno morire, cioe’, riscaldandole diventano un po’ molli e perdono l’acqua naturale; e’ importante questa operazione, perché cosi’ facendo si rendono più digeribili. Successivamente quando hanno lasciato l’acqua si scolano.  Dopo due ore di cottura della carne, le verze vengono aggiunte alla padella, si aggiunge ancora sale e pepe e si fa cuocere per ¾ d’ora. Quando il tutto e’ asciutto si serve in piatti ben caldi. Buon Appetito

fonte immagine: wikipedia.org

BARETA

Questa ricetta  mi e stata segnalata dalla signora Carla Cardani Magnoni e rappresenta un classico della nostra cucina. Veniva servita nell’Osteria del Bareta per la delizia degli avventori. I quali solitamente erano operai, che a mezzogiorno vi consumavano il pasto, ma anche  ambulanti e commercianti di passaggio, attratti dalla bontà di quella cucina. La Trattoria San Giorgio, già da molti anni ha perso la sua antica connotazione, trasformandosi nel Bar Sport. La signora Carla, pero’, nuora degli antichi titolari, si e’ impegnata a far pervenire le ricette di tutti quei piatti che facevano parte della tradizione della Trattoria dul Bareta.

Anselmo Carabelli

collezione Carabelli cartoline di Jerago inizio ´900
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La chiesa romanica di San Giorgio

Aprile 1991

di Anselmo Carabelli

Dati i due precedenti articoli è logico attendersi una chiesa di San Giorgio chiaramente diversa dall’attuale chiesa “vecchia”, che fosse romanica e coeva al campanile.

Tale attesa, viene affermativamente soddisfatta da una nota del card. Giuseppe Pozzobonelli, il quale afferma, sempre negli estratti delle visite pastorali 1750: “la chiesa dedicata a S. Giorgio, è edificata in luogo poco eminente, e di forma oblunga. In qualche nota d’archivio si dice fosse edificata al tempo del Federico Borromeo, ma noi abbiamo visto che già esisteva alla fine del ‘300, da allora si celebra la festa della dedicazione  al 30 dicembre”.

Si può dunque dedurre che la chiesa che vide il card. Pozzobonelli, fosse quella che aveva visto il card. Federico Borromeo nel 1620, la quale nell’arco di tempo che andava dal 1570 al 1620, cioè negli anni del card. Carlo Borromeo e poi del card. Federico Borromeo, era stata ampliata.

La originale chiesa romanica poteva essere dunque quella descritta da padre Leonetto Clivone all’epoca della visita di S. Carlo borromeo. I lavori di questo  primo ampliamento furono di tale entità da far pensare a distanza di centotrenta anni (1620-1750) che la chiesa fosse stata costruita nel periodo di Federico Borromeo.

Fatte queste premesse dii archivio e con l’aiuto di una opportuna planimetria e di due disegni a tratto di penna da me eseguiti, si può tentare una prima lettura di ciò che poteva essere la chiesa romanica del XII secolo.

La figura A rappresenta una ricostruzione della chiesa con il suo campanile romanico, nella figura B (anche per evidenziare il legame con la chiesa di S. Giacomo) possiamo intuire dalla chiesa di S. giacomo, quella che poteva essere la vista posteriore di S. Giorgio.

Immagine San Giorgio Vecchia romanica

figura A

La facciata è quella del Clivone, il campanile è quello descritto negli articoli precedenti e riguarda la sola parte romanica, è stato però disegnato anche un quinto ordine (o piano) con finestrella bifora, piano che sarebbe stato demolito per insediarvi la nuova cella delle campane così come noi la vediamo ora.

Infatti nella parte superiore del quadrante dell’orologio, ho ritrovate le mensoline del capitello della bifora in una zona di collegamento con la più recente struttura. Si individuano anche mattoni chiaramente non romanici e tegole di risulta forse dal fregio della cuspide.

Anche le chiavi che danno più robustezza alla struttura mentre in tutti gli altri ordini sono a filo dei sassi esterni, (sopra il quadrante dell’orologio nella zona di raccordo) sono annegate delle struttura stessa, dopo evidenti adattamenti delle pietre, il che significa che queste chiavi erano più corte delle sottostanti, perché la cella delle due campane era più piccola di circa 12 cm, pertanto quando la cella originale è stata demolita le chiavi sono state recuperate e sono servite per la sottostante legatura, ma hanno dovuto essere annegate nella facciata, perché nella nuova sopraelevazione si era partiti con il piano del quarto ordine (quello dell’orologio, per intenderci) che era più largo.

La facciata è stata completamente abbattuta nel periodo del card. Federico per poter costruire la nuova cappella con arco “ad aquilonem versus” cioè a nord della chiesa e di fronte al campanile; il primo ordine del campanile in questa zona era stato intonacato e abbellito con alcuni fregi geometrici, che ancora si notano e si nota ancora l’inizio dell’arco della cappella della Beata Vergine Maria.

Appena dopo iniziava la cappella di S. Carlo e poi il battistero cui si accedeva scendendo di due gradini. Queste cappelle non esistevano all’epoca della visita di S. Carlo (è evidente che all’epoca della visita di S. Carlo non ci fosse una cappella a lui dedicata); nella descrizione del Clivone gli altari erano a filo del lato della chiesa (per intenderci, così come ora a S. Rocco, la statua della Madonna del Carmine si trovava in una nicchia).

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figura B

Ecco perché ho ritenuto corretto disegnare una chiesa senza sporgenze laterali, in sintonia con le più piccole chiese romaniche che possiamo vedere in zona (SS. Cosma e Damiano ad Arsago, o molto similare anche per il campanile seppur non così bello come il nostro, la chiesa di S. Stefano a Bizzozzero di Varese e S. Primo e Feliciano di Leggiuno).

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Oratorio campestre SS Cosma e Damiano di Arsago Seprio, risalente al XII secolo -fonte immagine Hikr.org

La vecchia sacrestia (quella dove c’era il gioco del biliardo per gli anziani, sita tra l’abside, il campo sportivo e l’oratorio, a nord della chiesa e a sud del campanile) fu costruita appunto nel periodo del card. Federico, quando si abbatté la facciata per far posto alle cappelle pocanzi accennate; e siccome allora non si buttava nulla, si pensò di riutilizzare le mensole e le soglie delle tre finestre che nella nuova facciata furono eliminate, proprio per la legatura degli angoli esterni (quelli verso il campo sportivo) della nuova sacrestia. Infatti, a chi osservi questi angoli si evidenziano dei manufatti lunghi e lavorati in sasso che possono essere proprio quelle soglie. Ultima osservazione sul lato sud della chiesa vecchia si osservi la chiesa vecchia stando sotto il grosso noce dell’oratorio (nuova casa parrocchiale).

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Chiesa dei Santi Primo e Feliciano – Leggiuno (VA) – fonte immahine: beweb.chiesacattolica.it

Si vede ancora una parete in sassi a vista con una antiestetica porta a un livello che non è certamente il piano né della chiesa né dell’altare ma era il primo piano di una cascina che era stata addossata alla chiesa originale. Tale porta doveva essere stata incavata da una iniziale finestrella romanica, quando si costruì nel 1500 il locale per pigiatura dell’uva del quale pur si vede un accenno di voltino.

Per le nostre ricerche comunque interessa questo: l’aver addossato una nuova costruzione con funzione diversa ha sicuramente deturpato l’originale finestrella, però ha conservato la struttura originale del muro, nel quale si nota il segno della evidente sopraelevazione, quando tutta la chiesa fu alzata, ma, cosa più importante, a livello di terra si trova un cordolo continuo di sasso granitico che segna la originale chiesa romanica, sassi che certamente non avrebbero introdotto con funzione estetica nella costruzione di un cascinale, quale era appunto quello addossato alla chiesa vecchia prima dell’abbattimento. Si vede anche una chiave al cui interno non c’è alcun tirante. Queste osservazioni faccio a suffragio della validità del disegno da me presentato.

P.s. Nel prosequio  di queste ricerche, mentre traducevo dal latino un documento della visita di federico Borromeo intitolato “De ecclesia loci Jeraghi sub titulo Sancti Georgi plebi Gallarati” anno 1620 ho ritrovato una nota che rettifica una credenza comune di far risalire la consuetudine di andare al Sacro Monte di Varese al 1745 ( Cazzani- Jerago e la sua storia- pag. 83) al capoverso “De consuetudinibus et notis” si legge “…è anche noto che si è soliti andare da Jerago, processionalmente al sacro Monte sopra Varese e Santa Caterina del lago Maggiore…”.

Questo, se porta indietro nel tempo questa tradizione che ancora oggi coltiviamo, di andare alla Madonna del Monte, mette in evidenza un altro pellegrinaggio parrocchiale a noi oggi ignoto, che però rafforza la tesi degli articoli precedenti di una grossa dipendenza con le radici storico-religiose del contado di Stazzona (Angera) e con l’influenza dell’Abbazia benedettina di Sesto Calende.

Non si deve dimenticare che ogni volta che un visitatore ecclesiastico nei diversi periodi da San Carlo in poi, descriveva la Chiesa di s. Giorgio, quando parlava di dedicazione della chiesa ha sempre scritto “ab immemorabili”, cioè se ne perde memoria. Questo avveniva la prima volta come documento scritto nel 1570. Se ipotizziamo che la memoria storica di fatti minori possa perdersi in centocinquanta anni, si può ben ipotizzare il rinvio dell’origine di quei fatti almeno fino agli albori del ‘400.

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Il campanile della chiesa di Jerago

Marzo 1991

di Anselmo Carabelli

La parte romanica del campanile di S. Giorgio vecchia, in Jerago, presenta le seguenti caratteristiche:

altezza dal piano piano della chiesa circa 16 metri, cui si deve aggiungere la cuspide piramidale in sassi, che e´stata successivamente asportata all´epoca della costruzione della loggia delle campane; tale cuspide poteva essere di 70 cm. circa, piu´croce in ferro.

Sezione perimetrale quadrata con lato di circa 310 cm. , costante alle diverse quote.

All´interno, nella parte cava di accesso alla cima, le mura si vanno riducendo, per dare grande staticita´all´insieme.

Esternamente i primi due ordini sono segnati da finestrelle monofore con arco in cotto, mentre il terzo ordine, attualmente coperto dal quadrante dell´orologio, dovrebbe celare una finestrella bifora, sede delle originali campane.

I sassi che formano la costruzione sono legati da malta ottenuta con impasto di calce idraulica e litta.

Un campanile similare, almeno nei primi tre ordini, e´sito a Lasnigo, nei pressi di Erba. Torri campanarie di origine romanica, osserviamo pure ad Arsago (S. Vittore), Buzzano  (bellissimo campanile, privato maldestramente della sua chiesa verso il 1950), ma il complesso che puo´offrirci maggiore spunto di riflessione, oltre naturalmente ad Arsago- S. Vittore, e´la chiesa di S. Donato in sesto Calende. Altrimenti nota come abbazia benedettina.

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                  Lasnigo- S. Alessandro (fonte immagine: exploratoridelladomenica.it)

Questi riferimenti sono importanti per una ricerca che tragga il supporto delle vestigia architettoniche. Infatti, a differenza dei documenti scritti che per questo periodo diventano estremamente rarefatti e di difficile interpretazione, spesso menzioni di cose viste da altri, cosi´non si puo´dire delle opere architettoniche che sono sotto i nostri occhi. In breve, negli anni attorno al 1000, le nostre localita´facevano parte del contado del Seprio; la zona di Angera, dal lago fino a Locarno, faceva parte del contado di Stazzona, vecchia denominazione di Angera,  e comprendeva il complesso architettonico di Santa Caterina del sasso Ballaro.

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Complesso romanico di S. Vittore in Arsago (foto di Francesco Carabelli)

Per rendere piu´apprezzabile il contesto storico, ritengo utile trascrivere alcuni brani da Corrado Barbagallo- Storia Universale- Vol. III – parte 1° – pag. 276 – U.T.E.T. Torino, 1968.

Con riferimento alla politica di Carlo Magno, l´autore sostiene: “… il piu´importante di questi fenomeni e´il giungere a maturita´dell´economia praticata dagli istituti religiosi: chiese, monasteri,  conventi…le chiese e i conventi soccorrono i loro coloni e fittavoli in momenti di carestia, li forniscono di bestiame da lavoro, pongono a loro disposizione il mulino per macinare il grano, il torchio per l´uva, dando ai loro dipendenti il mezzo di conquistare la piena proprieta´ del suolo, ricevuto in usufrutto, permettendo di ascendere dalla servitu´alla liberta´. E´questo uno dei punti piu´interessanti della storia economico-sociale del primo Medioevo- cosi´gli istituti religiosi, pur mirando al proprio interesse, incoraggiano il dissodamento di terre abbandonate, favoriscono la coltivazione intensiva del suolo, vanno trasformando lentamente le classi servili in ceti di liberi agricoltori”.

Fin qui il Barbagallo, con riferimento al IX secolo.

Dalla descrizione del campanile di S. Giorgio vecchia ci rendiamo conto che deve essere opera di abili muratori i quali conoscevano l´uso di strumenti e macchine, propri di corporazioni estremamente severe e gelose della loro arte, che lavoravano sotto la direzione di maestri provenienti da queste zone., prevalentemente Como, ma anche dall´attuale Canton Ticino. Li chiamavano “Magistri Comacini”, con riferimento alla loro terra di origine, o “Magistri cum macinis”, con riferimento all´uso di macchine e strumenti edili.

Fra loro vi erano molti scalpellini. Questi operai stavano dando prova di grande abili´ad Arsago, a sesto Calende, ad Albizzate (S. Venanzio), Castelseprio.

La piccola comunita´di agricoltori, che qui risiedeva, seguita e stimolata dai beneddetini dell´abbazia di Sesto, dissodando queste terre, abbattendo alberi, aveva recuperato una grande quantita´di sassi, che sarebbero serviti per i muretti di contenimento a secco sulla collina delle vigne (Vigneur), ma anche per la chiesetta di S. Giorgio.

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Abbazia di San Donato in Sesto Calende (fonte immagine: wikipedia.org)

Questa chiesa poteva essere la stessa descritta nel 1586 da Padre Leonetto Clivone (Cazzani, Jerago – la sua storia-pag. 65) che misurava mt. 12 x 9 ad aula rettangolare cui andava aggiunto il piccolo presbiterio” (ed essere in tutto simile, ad eccezione del portico. Alla chiesetta di san Giacomo, cosi´ come la vediamo ora. Nel 1596 il visitatore mons. Luigi Bossi dice che il campanile sta sulla parte settentrionale di detta chiesa ed  e ´a forma di torre. (Cazzani-supra pag. 67).

Tra il campanile, lato ovest e lo stesso lato del campanile visto pero´dall´interno della chiesa vecchia, vi e´una intercapedine sul fondo della quale si intravede il muro originale della vecchia chiesa con un bellissimo fregio che si richiama agli stessi fregi del campanile romanico.

Questo ritrovamento e´stato fatto da don Angelo Cassani e permette di stabilire coevita´romanica fra campanile e chiesa vecchia.

Il campanile, descritto gia´nel 1596 come “Turris”, era stato costruito con pietre ben squadrate, non con i sassi di risulta del disboscamento come per la chiesa vecchia, pietre che molto probabilmente i benedettini di  Sesto avevano fatto recapitare qui dal porto lacuale di Angera, proveniente dalle valli dell´Ossola.

Il motivo di questa costruzione, che supera le necessita´ della popolazione locale, ma che e´integrata in una rete di campanili e torri romaniche sopradescritte, era legato alla necessita´dei vescovi di Pavia di esercitare e controllare la propria influenza attraverso una rapida diffusione di messaggi con segnali acustici di giorno e luminosi di note.

A quell´epoca era il vescovo di Pavia che dall´abbazia di San Donato controllava i traffici fluviali del Ticino e del porto lacuale di Sesto, ed esercitava la sua influenza su Arsago.

Traggo queste considerazioni proprio osservando il comune uso del mattone di cotto e dei fregi, sia nelle finestrelle monofore del campanile di Jerago, che nell´abside della navata settentrionale di San Donato.

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Molini ubicati nella parte alta del torrente Arno

Molini ubicati  nella parte alta del torrente Arno, nei territori di Castronno- Albizzate-Solbiate-Orago-Oggiona, secondo la relazione  dell’ing. Luigi Mazzocchi 24-25 marzo 1897, fra il Capofonte “Brelle”di Castronno e il Molino “Scalone” di Oggiona.

(ricerche di Anselmo Carabelli e Carlo Coerezza)

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foto a titolo esemplificativo: Molino di Cajello-Gallarate (fonte immagine worldorgs.com)

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Testa di Fonte in localita´ Brelle al Mappale n. 938 di Castronno

Ponte delle Brelle con arco e spalle in cotto

Fonte alla Cascina Maggio, Perenne, raccolta in tina di legno scaricano in riva sinistra di Arno

Fontana o fonte del prestino al Mappale 550, confine 568 , dopo l’attraversamento ai guadi della strada dei boschi.

Entrata del torrente Garzona sponda destra fra i mapp. 426/ 377

Sorgenti a sinistra  in località bosco dei Capitani

Chiusa per la Derivazione della roggia macinatrice De Capitani

Molino Bosotto– ora ridotto a stabilimento di tessitura DE Capitani

Diametro della ruota mt 4.80, larghezza della ruota mt 1

Molino a sinistra, stabilimento a destra (il vecchio molino e´ stato soppresso la presa d’acqua serve per il vapore)

Prato bosotto- bacino da ghiaccio

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Molino Gazza (in sfacelo) ruota 3.60 larghezza 0,90

Molino Valdarno Isimbardi di sopra (Soppresso, Ruota 3,20- 1,50)

Molino Valdarno di sotto le cui acque vanno allo stablimento Paleari

Ruota notevole 6,40 –1mt

Molino Tarabara (bruni) a due ruote

Mtri 3 x 0.80- mtri 3.20 xo.80

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Molino di Lesso

Molinazzo inizialmente con due ruote ed ora con una sola ruota da 5,40×1,50 (interessante)

Molino Gaggiotto  3,60-0,90

Molinello Isimbardi  mt 4×1.25

Molino Giambello ruote da 3.80 x0,60 (due ruote)

Molino Scalone 2,15x 0,68

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foto di Francesco Carabelli c/o Valle dei Mulini – Longiaru´-Val Badia – BZ (salvo ove diversamente indicato)

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30° Anniversario Restauro Campanile di S. Giorgio in Jerago

fonte immagine: youtube.com

Nell’approssimarsi del 30° anniversario della rimessa in funzione del concerto di campane del Campanile di San Giorgio in Jerago, ripubblicheremo nelle prossime settimane alcuni articoli di approfondimento comparsi ad inizio anni ’90 sulle pagine del giornale parrocchiale “Un popolo in Cammino” e poi raccolti in una pubblicazione autonoma in occasione delle celebrazioni dell’ottobre 1991 per il terminato restauro del campanile

Febbraio 1991

Il Campanile della Chiesa di Jerago

di Anselmo Carabelli

Sabato scorso, mentre salivo sull’impalcatura che avvolge il Campanile, il mio sguardo non poteva trattenersi dall’ammirare lo spettacolo delle Alpi, ammantate di neve, che mostravano la loro cerchia di vette non usuali, quali quelle che ritenevo proprie delle Alpi Marittime. Se questo era ciò che vedevo, la mia mente si era focalizzata su un’idea: in quello stesso momento ed in una situazione simile di luce, lo stesso emozionante spettacolo si offriva a chi, mille anni prima, si fosse trovato ad osservare dall’alto di quella torre campanaria.

Ecco dunque evidente che l’entusiasmo par la riscoperta di questa architettura romanica del campanile, fosse qualcosa di più della gioia di un appassionato di architettura di fronte ad una bella struttura. Se per quell’uomo medievale, vincolato dalla lentezza dei mezzi di trasporto e dal pericolo dei viaggi, il salire questa torre poteva dire arrivare con lo sguardo ai confini delle sue attese di scoperta del mondo (le Alpi, il mare), a me, cui basta la semplice pressione sul tasto del telecomando per avere l’altro capo della terra in salotto, quello sguardo dal campanile, dilatava il tempo e stavo riscoprendo le radici della mia gente.

Ho pensato, dunque, anche per invito di Don Angelo, grande appassionato della storia cristiana delle nostre genti, di dare un contributo per una migliore comprensione di quanto è successo e sta succedendo in ordine alla questione del campanile e della vecchia chiesa di S. Giorgio.

Nei primi anni di liceo mi ero interessato, unitamente agli amici Massimo Alberio e Piergiorgio Magistrali, a notazioni storiche su Jerago. Notazioni che vennero pubblicate a puntate prima sul foglio parrocchiale “La Voce del Parroco” e poi su “Jerago – Rassegna di vita cittadina”, foglio del centro giovanile ”Ul Galett”. Su esse, pur nella limitatezza delle nostre vedute (così come ingiustamente ci avrebbe fatto rilevare il Cazzani in “Jerago – la sua storia”), riconoscevamo le origini romaniche di alcuni monumenti locali con ampio foto di particolari architettonici rilevabili sia nella basilica di Arsago Seprio – “S. Vittore” – sia nella chiesa di S. Giacomo della parrocchia di Jerago in località Castello.           

Il romanico, che poi fu ampiamente evidenziato dal restauro di S. Giacomo, sembrava del tutto scomparire nell’imponente corpo della chiesa vecchia di S. Giorgio e del suo campanile. Sembrava, non logica la mancanza di continuità fra S. Giacomo dell’XI sec. circa e S. Giorgio vecchio, le cui notizie più documentate risalgono agli atti della visita di S. Carlo Borromeo nel 1570.

E’ del XVII sec. una descrizione più completa di detto impianto ad opera del curato Giovanni Bonomi, dove si dà notizia di un campanile con due campane cui si accede dalla sinistra dell’altare maggiore. Successivamente, nel sec. XVlll, e sempre documentato, si ha notizia della sopraelevazione del campanile por potervi alloggiare un concerto più completo di campane. Nel sec. XIX si ha notizia del completamento del concerto delle campane con il rifacimento del castello sul quale ruotare le stesse. Fu in tale periodo (1820 circa) che si appose l’aquila asburgica, rivettata sopra la vecchia bandierina dei Visconti, che fungeva da segnavento, alla base della croce.

Il campanile era stato, dunque, interamente intonacato nel corso dei secoli XVlll o XIX e ne ere risultato un complesso unico, di campanile, chiesa e canonica, in uno stile composito tipico degli insediamenti religiosi di quel periodo.

A chi, amante di storia dell’architettura, osservava il campanile, non potevano sfuggire alcuni fregi che segnavano il passaggio da un ordine all’altro sopra le finestrelle monofore. Qualche cedimento dell’intonaco in corrispondenza di alcuni mattoni faceva però intuire un muro di tamponamento incerto.

Se i fregi fossero stati autentici e si fosse ritrovata una costruzione in sassi squadrati, la datazione romanica dal IX al Xll sec. sarebbe stata sicura;

Dati però i rifacimenti dal 1700 tali fregi potevano essere falsi.

L’impossibilità e il pericolo di accedere a quelle quote manteneva incerte le cose e riservate agli amanti e agli specialisti.

Il Cazzani, uomo di archivio, non trovando documenti, escludeva un qualsiasi aggancio architettonico di valore anteriore al 1600 o 1500. Di diverso avviso e, (mi sia concesso),  corrispondente anche alla posizione mia e dei miei amici, l’arch. Moglia, cui si deve uno studio sulle origini romaniche del campanile e la proposta di un intervento.

Separatamente dal discorso di studi, si deve affrontare il discorso operativo, cioè cosa fare della chiesa vecchia, abbandonata dopo la costruzione del nuovo Oratorio-Auditorium e del campanile non più agibile da quando, verso il 1968, le campane furono immobilizzate.

Il Parroco Don Luigi Mauri, con l’unanime consenso della popolazione avrebbe desiderato abbattere la chiesa vecchia, anche per ampliare l’Oratorio, cui mancavano ancora spazi ricreativi, ma se in un primo tempo si opposero considerazioni di carattere economico, la necessità di saldare i debiti dell’Auditorium, successivamente si opposero i veti della Sovraintendenza ai Beni Artistici Culturali.

L’archivio parrocchiale evidenzia le preoccupazioni di Don Luigi, il quale chiede lumi alla Sovraintendenza perché se non si può abbattere, almeno che si possano evitare situazioni di pericolo incombente.

Si provvide pertanto ad eliminare tale situazione di pericolo del catino absidale e degli edifici addossati al campanile esistenti fra lo stesso e l’Oratorio.

Fu comunque evidente a tutti che, non sapendo cosa fare e avendo qualsiasi intervento un costo rilevante, conveniva attendere che il tempo trasformasse il tutto in un rudere. Era comunque un peccato osservare quel campanile con le campane legate. L’arch. Moglia operò, pertanto, con l’ausilio di Luigi Caiola e dei cuoi uomini, un sondaggio che poneva in evidenza le sottofondazioni del campanile e che, cosa importante, il campanile era del tutto svincolato dalla vecchia chiesa, quindi si poteva procedere al ripristino.

Fu quindi commissionato da Don Luigi il nuovo castello delle campane, nel 1983, alla ditta Perego. Nello stesso periodo, però, si evidenziarono anche degli ammaloramenti nel tetto della nuova chiesa di S. Giorgio: altri oneri, quindi, ed imprevedibili nella loro entità, si avanzarono nell’orizzonte economico dello parrocchia.

Le cose operativamente stanno in questi termini, quando nel 1987 lascia lo guida della parrocchia por raggiunti limiti di età e gli succede Don Angolo Cassani.

Egli si trova ad affrontare questi problemi apparentemente essai impegnativi ed urgenti, dotato di una notevole sensibilità artistico- architettonica che gli viene dall’aver seguito i lavori della basilica di S. Lorenzo alle Colonne in Milano o dell’essere stato coinvolto in essi.

Una dello prime pratiche del Consiglio Economico Parrocchiale fu la liquidazione, cioé il pagamento dei lavori per il castello delle campane già allestito e sul quale era stato versato solo un acconto. Era impossibile procedere oltre nel campanile, perché mancavano gli studi ingegneristico statici che permettessero il ripristino architettonico, sul quale si era già impegnato negli studi l’arch. Moglia.

Fu data comunque priorità al ripristino del tetto della nuova chiesa di S. Giorgio ed al recupero di un aspetto decoroso dell’esterno integrandolo a quei volumi già in buono stato di uso, (casa, cappella invernale, grotta di Lourdes), soprassedendo però sul rifacimento della facciata che peraltro era in buone condizioni tecnico-statiche, anche se architettonicamente piuttosto misera.

La piazza della chiesa fu ripristinata, ad opera dell’amministrazione comunale. nell’ambito di una più vasta revisione della viabilità nel centro del paese ed il tutto con un risultato che è oggi piacevole a vedere.

Interessante fu la divisione del debito in parcelle che, chiamate tegole (circe 13.500 del velore simbolico di Lire 20.000 cadauna) furono rapidamente cedute nel volgere di due anni grazie alla generosità dei singoli e di gruppi di lavoro parrocchiale.

I lavori per il campanile furono avviati in gennaio del 1990, affidati all’impresa Coesmi, sotto la direzione ingegneristica dell’Ing. Emilio Aliverti ed architettonica dell’arch. Giorgio Vassalli.

In questa fase, che è tuttora in corso, dopo aver provveduto al consolidamento della base di appoggio con lavori che sono stati documentati anche, con supporti visivi, si sta procedendo al recupero architettonico.

Si aprì qui un lungo discorso sulla datazione ed è con grande gioia che le attese dell’impianto romanico del campanile X e XII sec. si sono rivelate nella loro originalità. Scrostate le pareti, come da un gigantesco bozzolo si è rivelato ciò che si poteva attendere solo nelle più rosee previsioni: una torre assai compatta in blocchi di gneiss granitico ben squadrati fin dal primo ordine, (quello nascosto dalla vecchia sacrestia), i fregi originali in mattone che ne impreziosiscono il disegno, e che ci avevano fatto dubitare di essere posticci e settecenteschi, una netta cesura tra l’impianto romanico e le aggiunte settecentesche della loggia in mattoni.

Mi sia consentito di ringraziare Don Angelo perché, grazie alla sua caparbietà, non sapevamo di avere un gioiello in casa… e lo abbiamo ritrovato.

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Inaugurazione dell’affresco mariano dedicato a Maria Regina

L’ associazione “ figli di Don Angelo”, consegna alla comunità un affresco raffigurante Maria Regina in trono col  Bambino Gesù, che viene intitolato “Salve Regina”. E’ stato benedetto da Don Remo Ciapparella il giorno 5-12-2010, nel quadro delle manifestazioni previste per il quarto anniversario del Dies Natalis di Don Angelo Cassani

L’affresco, che si può ammirare in via Dante al civico n. 8, è  opera insigne del pittore jeraghese Gianfranco Battistella, riproduce l’immagine sacra,  osservabile ancora nel Molino Isimbardi, al confine tra Jerago-Orago e Solbiate, più noto come Molinello. L’affresco, probabilmente cinquecentesco, fu individuato e segnalato da Carlo Mastorgio come l’immagine  mariana alla quale  gli jeraghesi si affidavano quando portavano il grano o il melgone per la molitura. Infatti si trova in un edificio sito presso l’incrocio della antica via helvetica (provinciale) con  la antica via novaria (via Dante ), in una zona di viabilità rilevabile già sull’antico catasto Teresiano.

Viene dedicato al ricordo di Don Angelo unito a quello di Carlo Mastorgio per  un significativo accostamento. Don Angelo animato dal suo grande amore a Cristo ed alla Chiesa  fu sempre attento a difendere i luoghi e i simboli che richiamano a noi cristiani le radici antiche della nostra fede. Queste attenzioni  furono occasione di incontro con Carlo Mastorgio, jeraghese di nascita, ma arsaghese per origini paterne e per residenza. Carlo fu   il ricercatore più attento e documentato della nostra storia antica, assai quotato come studioso, nonchè Sovraintendente archeologico onorario e Conservatore del Museo di Arsago. A lui si deve l’indicazione della romanicità del nostro campanile X sec. e della prima   chiesa della nostra comunità del VII-VIII sec.  Gli avvenimenti vollero che proprio nel momento in cui gli scavi accidentali, nella chiesa antica di San Giorgio, in restauro, si  imbatterono in quelli che saranno poi riconosciuti le vestigia della primitiva chiesa, Carlo non potesse presenziare allo scavo archeologico, perchè da pochi giorni, si era all’inizio di settembre del 1997,  gli era stata diagnosticata quella malattia che in soli tre mesi lo avrebbe portato allo morte avvenuta il 19-12-1997. Da quel giorno, avuto notizia di ciò, don Angelo fu molto vicino a Carlo, con estrema delicatezza ed assiduità, così come faceva con tutti i sofferenti. E dall’omelia che don Angelo pronunciò in Basilica san Vittore nel giorno del  funerale di Carlo, sappiamo che in un una di quelle visite Carlo confidò al don  di sentirsi : “.. nell’Orto degli Ulivi”. Ecco anche questo  ricordo ci pare importante e doveroso affidare a questa sacra immagine.   

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Accoglienza per la nomina di sua eccellenza Mons Mario Delpini a Vescovo Milano- 23 settembre 2007

Ripubblicato in occasione della visita pastorale del 16 maggio 2021, come arcivescovo di Milano

fonte immagine: chiesadimilano.it

Jerago 30 settembre 2007  

Gli anziani narrano, che il beato Cardinale Ildefonso Schuster nella sua visita pastorale del 1938, osservando dall’altare i nuovi affreschi del catino absidale, dove il Cristo in maestà è affiancato dallo stesso Cardinale e dal Parroco don Massimo,  avesse rivolto al parroco la domanda se loro fossero mai degni di tanto onore. Non conosciamo la risposta esplicita, ma senza usare troppa fantasia intuiamo quel naturalissimo farsi rosso in volto del nostro amato parroco. Oggi alla domanda del santo Cardinale,  senza timore sapremmo rispondere affermativamente. Sicuramente sì, perchè da quel popolo cristiano,  raffigurato in effige: dove si possono vedere ancora gli uomini devoti, le donne coi classici capelli raccolti nel michin, i bambini, tutti inginocchiati attorno al nostro Creatore; il Signore ha saputo suscitare un Vescovo, un successore degli Apostoli. E la chiesa universale, della quale la nostra piccola comunità è un granello, ma come ogni granello di sabbia della Bibbia mai dimenticato da Dio, gioisce  di questa sua nomina e noi suoi parrocchiani siamo felici ed andiamo orgogliosi di questa sua vita che è stata progettata da Dio, fin da sempre e che ha potuto nutrirsi dei primi insegnamenti proprio qui, accompagnata delicatamente, dalla sua mamma, dal suo papà, da monsignor Francesco, dai nonni e da tanti bravi maestri: le suore dell’asilo, i parroci e i coadiutori, i catechisti e la maestra di scuola, che  furono sempre rispettosi degli insegnamenti cristiani della nostra gente. Molti di loro la applaudono dal cielo, dove, come nell’affresco, sono già uniti al Signore nella contemplazione del suo volto. Quale emozione nel sapere che si è affannato correndo dietro un pallone, sullo stesso campetto dell’oratorio dove come tutti i ragazzi si è spellato le ginocchia cadendo, si è estasiato alle feste dell’oratorio e per il pallone aerostatico che prendeva orgogliosamente il cielo.  E’ rimasto ammirato da un tramonto più luminoso sullo sfondo di uno stupendo Monterosa,  o da un arcobaleno sulla valle dell’Arno dopo quel temporale che ci aveva fatti rifugiare sotto il portico dell’oratorio. Si è intirizzito al  freddo ed alla nebbia di un mattino più rigido d’autunno, quando come tutti i chierichetti si andava a servire la prima messa. Ha poi deciso di accogliere totalmente la vocazione di dedicarsi all’edificazione della comunità cristiana e, divenuto sacerdote, ha accettato l’indirizzo dei superiori allo studio ed all’insegnamento; apprestandosi a lunghe veglie di studio e di preghiera, perché a coloro che le venivano affidati fosse spezzato il pane della divina sapienza e non mancasse contemporaneamente l’esempio della disciplina spirituale del maestro.  Il Santo padre Benedetto XVI le ha conferito la dignità massima per un cristiano, la dignità di vescovo della Chiesa Apostolica Romana, diretto successore degli apostoli, un uomo che  testimonia con la sua vita Cristo e di questo noi siamo sommamente lieti e fieri.  Ci colpisce in un suo bellissimo testo questa  frase attribuita ad Ambrogio: “Vengono gli anni in cui accettare la sfida di essere maestri, senza la presunzione di smettere di essere discepoli, senza il complesso di inferiorità di fronte a forme confuse e inconcludenti di attualità”. Leggendo sempre in un suo testo le auguriamo “la parola franca, il tempo speso perché chi cerca Dio possa trovare un testimone che sappia dire qualcosa della via da percorrere; e chi cerca una speranza e una ragione per vivere, questi si senta dire che cerca nientemeno che Dio” .

Ad Multos Annos Vescovo Mario. Per tutti gli anni che Cristo ci darà da vivere su questa terra e in questa vita e per tutti gli altri ancora, quando ci ricongiungeremo a Lui  nell’altra in paradiso per l’eternità.

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UL PES DA LAG – UL PESAT: Il pesce di lago e il pescivendolo

Premessa:

Non molte volte all’anno per verità ce lo si poteva permettere, ma nelle nostre passate abitudini culinarie, il pesce ha da sempre mantenuto un piccolo importante posto nelle ricette locali. Rigorosamente e necessariamente di lago o del Ticino, esso veniva smerciato dal pésàt quando la stagione di pesca lo consentiva. Il pescivendolo raggiungeva il nostro borgo a giorni fissi, faticando su una monumentale bicicletta da lavoro nera, dalla doppia canna rinforzata, con freni a bacchetta e due portapacchi d’ordinanza: uno davanti e uno di dietro; munita pure di un robusto cavalletto retrattile che ne permetteva il parcheggio, allorquando il padrone avesse desiderato mettere in bella vista le cassette della sua preziosa e lampeggiante mercanzia. Quel pesce che pareva ancor vivo per come era sapientemente disposto nei contenitori di legno, veniva protetto per il viaggio da rami di felce e raffrescato da pezzi di ghiaccio: ul giàsc in scàj– ghiaccio in scaglie, che il nostro pesàt si affrettava a rinnovare prelevandole a colpi di punteruolo dal pan da giàsc, che conservava con cura avvolto in un doppio telo di Juta. Più tardi, sul finire degli anni cinquanta, il pesàt si sarebbe dotato di una sgangherata Topolino balestra cürta a Giardinetta, di tinta giallo con nervature verde salvia, adattata a furgoncino. Si fermava nei posti da lui ritenuti strategici e al grido di :pésat-pesat…. doonn.. doonn… ghe rivòo quel da la Schiranna… Oh i bèi péss ! ( Il pescivendolo – il pescivendolo….Donne…Donne. E’ arrivato quello della Schiranna ……. Oh i bei pesci) apriva le ante posteriori del suo veicolo presto attorniato dal vociante accorrere delle nostre masére, che volevano essere prime nel contendersi i pezzi più pregiati. Proveniva dalla Schiranna da Calcinà o da Beug (Schiranna – Calcinate – Bodio) chissà ?, dove di buon ora aveva acquistato il pescato dai pescatori del lago di Varese e si premurava, per il suo giro del venerdì, di procurare quelle qualità per le quali tanto le nostre nonne si erano raccomandate, accordandosi fin dal precedente passaggio. Ean curdò ul pés par a sétimana ca végn – si erano accordate sul pesce da portare loro per la settimana successiva, non prima di aver ripetuto al pescivendolo quella frase scontata: ma racumàndi, cal sia frésch, mia cume la veulta indré cal ma fài fà anca na brüta figüra, parchè ghéa gént in cà, quel balòs d’un hom – e mi raccomando, che sia fresco, non come la volta precedente, quando mi ha fatto fare anche una brutta figura, perché avevo ospiti- furbacchione di un uomo. Furbo?, forse, sicuramente abile il nostro pescivendolo nello smerciare ciò di cui disponeva e che aveva acquistato in bot : bòn e scaròn – in monte, bello e brutto, dai suoi pescatori. E così, dalle semplici alborelle, alle tinche, ai curegùni, ai cavédani su fino allo squisito pérsig, alla trota al nobile e prezioso lavarèl, alle clienti doveva smerciare tutto quello che aveva, nascondendo anche i pezzi più belli già prenotati. Spergiurava solennemente di aver loro comunque riservato il meglio, quello che, data la stagione troppo calda, la luna sbagliata o solo lui sapeva inventare cosa, i suoi pescatori avevano purtuttavia catturato. Ogni sua cliente poteva così tornare a casa contenta del suo involto di pesci, trattata da gran signora – da sciura, pregustando i complimenti che i suoi di casa le avrebbero sicuramente fatti dopo aver gustati i suoi indimenticabili piatti di pesce di lago.

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                                          (fonte immagine: charminly.com)

Lavarèj dul Läg da Varés– Lavarelli spinati del lago di Varese

Ingredienti: 4 lavarelli dal peso cpl. di gr. 800 , farina 00, 100 gr. di burro, sale.

Preparazione dei lavarelli:

Eviscerarli, operazione da richiedere allo stesso venditore . Con le forbici si eliminano le pinne e si asportano testa e coda. Il pesce rimarrà aperto nella sua parte ventrale. Col pollice si prema scorrendolo prima lungo il taglio ventrale e poi sulla parte dorsale in modo da facilitare il distacco della spina dorsale con tutte le lische. Si proceda partendo dalla testa, anche con l’aiuto di un coltellino. Questa è l’operazione più importante al fine di avere dei filetti completamente disiliscati. La pelle rimane da supporto alla carne. I pesci cosi aperti e appiattiti, vengono passati nella farina sui due lati. Si fa rosolare il burro nella pentola e vi si poggiano i pesci dal lato della pelle, poi quando cominciano a prendere colore si girano delicatamente con una paletta di legno. Operazione di cottura per circa 10 minuti. La carne risulterà bianchissima anche nella parte più alta, si sala appena appena, per non rovinare il delicato sapore. Si serve senza limone, sempre per assaporarne il gusto, si mangia anche la pelle.

Brano tratto da: “Le Ricette della Nonna”, Tipografia Moderna, Gallarate 2000

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i mistè – le professioni

l’aucat                             l’avvocato

ul dutur                          il medico

 a cuma                          la levatrice

ul cavadènc                   il dentista

ul fare’                            il fabbro

ul legname’                    il falegname

ul magnan                      lo stagnino

ul cadregatt                    l’impagliatore di sedie

ul strasce’                       lo straccivendolo

ul spazacamin               lo spazzacamino

l’ufele’                             il pasticciere

ul sataru’                        il becchino

ul macelòr                      il macellaio

ul pèsatt                         il pescivendolo

ul furmagiatt                 il venditore di formaggio

a pustera                        la salumaia

ul prestine’                     il fornaio

ul sacrista                       il sacrestano

ul sciscianavétt              il tessitore

ul spizie’                          il farmacista speziale

ul schaffeur                    l’autista

ul maruse’                       il sensale

a sàrta                              la sarta

ul barbe’                           il barbiere

ul mulita                           l’arrotino

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ul laura’- il lavoro

foto di Francesco Carabelli – c/o ex Manifattura di Crosio – Jerago VA

anda’ a stabliment       andare in officina

i zocur                            zoccole per uomo

a cunbineuse                 vestito di lavoro per uomini

ul scusà                          vestito da lovoro per donne

i zibrètt                          zoccole per donne

a bindéla                       sega a lama circolare

ul turni                           il tornio

ul tèlòar                          il telaio

i tèlaritt                         barchette in legno e carta per

                                      stoffe tipica produzione  locale      

bumbàs                        bambagia

cunsum                         fili e scarto tessile

limaia                            trucioli scarto meccanico

rasègusch                      segatura

cornu                             materia per lavorazioni in

                                       osso o corno

zar/zol                          acciaio per balestre

fèr                                  ferro

bronz                             bronzo per frizioni

téra crèa                       argilla per mattoni

caminon                        ciminiera

zinton                            cinghia per trasmissine di moto      €                          

ul rasèghin                    seghetto per ferro                                                                                                 

fèr du l’aqua              leva per avviare una macchina

                                   ricordo di quando il moto era

                                   prelevato dal mulino ad acqua

martèll                        martello

scupèll                        scalpello

incugin                        incudine

ténaia                          tenaglia

casciavid                      cacciavite

ciod                              chiodo

lévarin                          levachiodi

forgia                            forgia

pèsagreca                      pece grega

ul magutt                       il muratore

ul maistar                      il capo muratore

ul manuòl                      il manovale

a cazeula                       la cazzuola

ul fratazz                       dispensatore di malta

ul gabazz                       distributore di malta

ass  da pont                   assi per ponteggi

calcedrò                         calce idraulica

litta                                sabbia fine

gera                                ghiaia

gerett                              ghiaietto

sabia                               sabbia

ul baì                              il badile

ul picc                             il piccone

a scòla                            la scala

ul tècc                            il tetto

a pèscia                           abete inalberato sul tetto ad

                                        indicare la fine della costruzione

a quindisò                      la  quidicina /salario

a cotim                            a cottimo

a schiscèta                     recipiente per portare con

                                        se’ la colazione al lavoro

 

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ul regiu’ e ul so laura’ – il padre e il suo lavoro

ul regiu’               il padre inteso come capo della famiglia

fa la legna           tagliare la legna nel bosco

a rèsega               la sega

ul sìgurin              la scure

i chigneu               i cunei per aprire la legna

a folcia                  la roncola

fa ul fin                  tagliare il fieno

a ranza                  la falce

ul cudé                  terminale di corno da appendere in vita, contenente una pietra dura, per ravvivare il tagliente

delle falce

a cud                    pietra per affilare

a masuria             piccola falce per rifinire

ball da fin              balle di fieno

car dul fin              carro per fieno

impigna’ ul fin      impilare il fieno schiacciandolo

a furca                   il tridente

ul furmenton         il granturco

sapà ul furmenton  zappare il campo di granturco

la leua                    la pannocchia

i fuiasch                le foglie che avvolgono la pannocchia

i mulasch             parte legnosa interna alla pannocchia

i barbìs                 pennacchio della pannocchia

sgrana’ ul furmenton   sgranare le pannocchie

magéng                 primo taglio del fieno

gustan                   secondo taglio

térzireu                  terzo taglio del fieno

quartireu              quarto taglio del fieno

paisan                   contadino

rud                        letame stallatico

stravachin dul rud   carro di letame

runca’                     strappare i ceppi

mungi                     mungere

lacc                        latte

vidèll                      vitello

vaca                        vacca

stala                       stalla

stabièll                   recinto per porci

purscèll                 maiale

cavrèta                  capretta

agnarin                  agnello

pégura                   pecora

puii                         polli

gaina                      gallina

”euv                        uova

purasitt                  pulcini

quindisò                salario

a cotim                  a cottimo

a schiscèta           recipiente per portare con sé il pranzo

ul dutur                il medico

a cumà                 la levatrice

asnin                     asino

caval                      cavallo

caval da tir            cavallo da lavoro

iu’                           dire “vai” al cavallo

l”eu/lèe                  dire “fermati” al cavallo

bìgio                         nome per cavallo

ul càr                       il carro

a stanga                  le stanghe per carro

balanzin                  soma

Si ringrazia per le fotografie Massimo Montagnoli

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Il Santuario di Santa Maria della divina grazia in Buzzano

Nell’ambito della nostra comunità pastorale “Maria Regina della Famiglia” vi è la chiesa dedicata alla Beata Vergine Maria in Buzzano di Besnate. Questa chiesa ci era nota perché meta, la prima domenica di maggio, del pellegrinaggio annualmente effettuato dai solbiatesi in ottemperanza ad un antico voto di ringraziamento per la protezione divina ottenuta durante una moria di bambini. Al  passaggio da Jerago, di mattina molto presto, provenienti dal Molinello e dalla strada dello Streccione (via Dante), erano accolti dal parroco di San Giorgio già in veste liturgica, sul portale della chiesa vecchia e da una grande scampanata. Raggiungevano poi la Madonnina di Loreto (edicola della via G. Bianchi) dove il parroco di Solbiate iniziava una preghiera mariana ed il suo sguardo  spaziava su tutto il corteo  che si allungava fino al Rià. Da lì verso san Giacomo e  dopo la cascina Cassanelli (Casanitt) ci si inoltrava sulla via per Besnate, fino all’antico sentiero che, attraverso i boschi, portava direttamente alla cascina del Laghetto ed alla cascina Arianna verso Buzzano S. Maria,  forse un tratto dell’itinerario antico della via Novaria. La cappella, attualmente meta della conclusione del mese mariano della nostra comunità pastorale, in passato fu tappa di un piccolo pellegrinaggio, indetto dal parroco don Luigi Mauri, che portava gli jeraghesi da San Giorgio a San Giacomo, a Santa Maria di Buzzano e come tappa finale la Chiesa di Santa Maria della Ghianda in Mezzana. Questa devozione poteva considerarsi, memoria del ben più impegnativo  pellegrinaggio a piedi, che nei  giorni dell’Assunta si effettuava verso il Sacro monte di Varallo Sesia.

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La chiesa di Santa Maria in Buxano, pieve di Arsago è citata nel Liber Notitiae Sanctorum Mediolani di Goffredo da Bussero (circa 1300),  ma della antica costruzione di braccia 23 x10 con due altari e un campanile, descritta anche dal Clivone nella sua  qualità di visitatore di San Carlo,  rimane ora solo il campanile romanico e la parte absidale, che conserva l’affresco di Maria assisa col Bambin Gesù, con molta probabilità proveniente dalla parete del vecchia chiesa. Gli edifici residuali sono stati  risparmiati dal maldestro abbattimento, avvenuto negli anni 60 dello scorso secolo, che ha interessato tutta la rimanente costruzione cinquecentesca. Lo studio delle origini della  chiesa apre una vicenda significativa della nostra storia. Il nome antico dell’edificio sacro fu Santa Maria del Gallo, memoria dei frati benedettini fondatori, che provenienti dalla elvetica San Gallo, nei pressi del lago di Costanza, dopo aver ottenuto un appezzamento di terreno a nord di Besnate, vi si insediarono nel 943.

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Qui costruirono il monastero ed una chiesa come testimonia ancora il campanile, che grazie alla comparazione stilistica viene attribuito al X sec.. Si noti che a soli 5 km. di cammino boschivo, oggi inibito da autostrada e ferrovia vi è l’altra chiesa di San Gallo in Vergiate, essa pure benedettina, ma con analogo riferimento agli stessi monaci di San Gallo. Possiamo dunque intuire l’importanza dell’opera di tale comunità monastica, che associa: alla meditazione, alla preghiera ed al culto, la trasformazione del territorio per consentire, condividendola, una vita migliore a chi abbia la ventura di vivere in questi luoghi. Chi osservi l’antropizzazione antica, cioè l’intervento umano sul  territorio a nord di Besnate , ma in particolare intorno alla cascina Arianna, al laghetto, risalendo fino alla Passarina, al monte della Premornera, al monte di Quinzano, (zona oggi onorata dalla cappellina della Madonna del Riposo) può riconoscere ancora le tracce della antica pratica agricola che appaiono sia dalla  disposizione che dalla dimensione dei campi, nella zona della cascina Arianna. La presenza di importanti rogge e fossati che impedivano alle acque di imputridire e che,  sapientemente gestite  con canali adduttori e scolmatori, con bacinetti di piena e di magra, sono fonte di una florida agricoltura irrigua con notevole possibilità di fienagione conferma l’ipotesi. Oggi l’abbandono dell’uso agricolo e la trascuratezza nella pulizia dei fossati, sta riconsegnandoci le paludi, in uno scenario forse simile al periodo iniziale dell’insediamento benedettino del decimo secolo. Ma addirittura i luoghi diventarono tanto fertili da entrare successivamente nelle mire dei Visconti che, nell’agosto del 997,  ottengono da Ottone III il dominio su Besnate, definito nel testo imperiale come giurisdizione sul territorio, unita alle collette e all’albergaria della campagna di Albizzate, assieme al mercato e la scuderia di Besnate- (da “Storia di Somma Lombardo-L. Melzi 1880”) . Tutto questo deve aprire una maggiore attenzione verso il periodo Altomedioevale, verso il fenomeno conosciuto come incastellamento, rappresentato dalla presenza di recinti fortificati, nucleo dei futuri castelli, all’interno dei quali i contadini difendevano le loro derrate,  dal passaggio di bande armate.

Si ringrazia per le prime due fotografie Matteo Alabardi

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La cappellina della Madonna del riposo

fonte immagini: foto di Francesco Carabelli

Il giorno 29 maggio 2012,  don Remo ha benedetto nel bosco, in località monte della Premorneramonte di Quinzano, la bella cappellina della Madonna del riposo, presente il sig. Sindaco dott. Giorgio Ginelli e un folto gruppo di jeraghesi. L’opera è stata tenacemente desiderata da Luigi Turri con anni di progetti, ripensamenti fino a giungere alla attuale realizzazione, dove tutto ha un  significato. Il bosco dove sorge è stato da sempre fonte di sussistenza per gli jeraghesi ed il luogo di edificazione si trova presso una valle verde e lussureggiante, bagnata da un rile di acque sempre vive, almeno fino a quando i prati furono coltivati. 

Oggi, poichè i fossi sono trascurati, questi prati  tendono ad impaludarsi e diventano il rifugio di anatre e selvatici di passo, bellissimi da osservare. Nei tempi trascorsi gli uomini al lavoro nei campi, togliendosi per rispetto il copricapo, sempre rivolgevano alla Madonna una preghiera al suono dell’angelus di mezzogiorno. Per chi passerà da  lì l’invito della Madonnina con  Bambin Gesù dormiente  sarà ad una preghiera e don Remo ha paragonato quell’Ave Maria ad un “Sms in Cielo”.

In una accogliente radura, la cappellina costruita da Luigi Turri in collaborazione con Antonio Lo Fiego,  con robusti blocchi di  sarizzo dei nostri trovanti (i sassi morenici trasportati dai ghiacciai),  impreziosisce  l’affresco della Madonna del riposo dipinta da Gianfranco Battistella che offre magistralmente  un d’après  di Giovan Battista Salvi detto il Sassoferrato – che si trova in san Rocco.

Possiamo pensare che l’edicola sorga in prossimità dell’antico percorso che i viandanti facevano per recarsi a San Pietro di Quinzano. La denominazione di san Pietro indica una chiesa paleocristiana.  Sulla stessa via provenendo da Jerago, dopo il monte della premornera (toponimo per cava di pietre molitorie), volgendo a sinistra verso Besnate, dopo i pozzi artesiani, si può raggiungere sulla destra Buzzano  e la chiesa di Santa Maria, della quale ora si può ammirare il solo campanilino romanico, perchè l’edificio antico fu, in epoca recente, maldestramente distrutto per allargare la strada. Secondo alcuni studiosi la chiesa di Santa Maria di Buzzano, si chiama anche Santa Maria del Gallo; ricordo questo della rievangelizzazione delle nostre terre avvenuta per merito dei monaci irlandesi provenienti da San Gallo. A prova di ciò l’antica dedicazione di una  chiesa romanica a San Gallo in Vergiate. Quindi questa nuova cappellina comunque sorge in prossimità di vie di antica frequentazione religiosa.

 

                                                                                                           Anselmo Carabelli

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Inaugurazione dell’affresco delle B.V. de La Salette- il perché di un’opera

(testo e ricerche storiche Anselmo Carabelli, preparazione del pannello e collocazione in opera Antonio Lo Fiego, opere in ferro Gigi Turri, studi preparatori ed esecuzione pittorica Gianfranco Battistella, committente ”Associazione figli di Don Angelo”, autorizzazione alla posa in opera N 30/2009 del Comune di Jerago con Orago rilasciata al dr. Clemente Tondini )

vergine salette

L’affresco raffigurante la Beata Vergine de La Salette, sito in via G. Bianchi n. 22, opera insigne del Pittore jeraghese Gianfranco Battistella è stato benedetto dal nostro Parroco Don Remo Ciapparella, il giorno 22-11-2009,  nel quadro delle manifestazioni previste nel terzo anniversario del Dies Natalis di Don Angelo.

Patrocinata dalla Associazione ”Figli di Don Angelo”, l’opera consegna alla devozione degli jeraghesi la sacra immagine mariana. Essa é stata ricostruita con rispetto alla iconografia ufficiale  e posizionata nel luogo più vicino all’ affresco originario che scomparve dopo la ristrutturazione della antica abitazione di Emilio Caruggi in Via G. Bianchi. Oggi, come nel secolo scorso, si affaccia sul portone di accesso al cortile dove esisteva l’officina del Sig. Felice Riganti, che dal 1917 fu sede del primo oratorio maschile voluto da don Massimo Cervini[1] . La dedica originale era a N.D. De La Salette riconciliatrice dei Peccatori[2].

Alla Salette il 19 sett. 1846 una Bella Signora appariva a due fanciulli nativi di Corps , borgata posta tra le città di Gap e di Grenoble: Massimo di 11 anni e Melania di 14 , che stavano pascolando il loro armento su un alpeggio del comune di La Salette. La bella Signora appare prima seduta col volto piangente, quindi si alza e rivolge ai fanciulli un lungo discorso, sempre continuando a piangere. Compie poi un breve tragitto in salita e scompare in un alone di luce abbagliante. Tutta la Luce che La circondava sembrava sprigionarsi dal crocifisso ch’Ella recava sul petto , ornato dagli strumenti della passione….” [3]

Indagando sulla origine dell’affresco e constatando che il culto alla Vergine de La Salette non è molto diffuso nelle nostre zone, abbiamo  scoperto come quella devozione sia stata portata dai lavoratori che verso gli anni ’70 del 1800 a causa delle carestie e dell’impoverimento generale [4]emigrarono, massimamente in Francia con mansioni di maçons e forgerons[5] , nelle zone del Delfinato, del Lionese, di Grenoble. Lì sicuramente da buoni cristiani avranno avuto contatti coi missionari della Madonna de La Salette, costituiti “Servitori devoti del Cristo e della Chiesa, in vista della realizzazione del mistero della riconciliazione[6].

Se da un lato in Francia i nostri emigrati conobbero il marxismo nella sua forma massimalista, dall’altro conobbero e portarono in paese, come voto per il loro rientro, segnatamente rilevabile da quell’affresco, il Messaggio Mariano di quell’apparizione e l’invito:  al rispetto del giorno del Signore con la frequenza alla messa partecipata e non con una presenza per burla, al rispetto del nome di Dio da non bestemmiare, alla preghiera quotidiana, al rispetto dei giorni penitenziali .

I fatti recenti hanno voluto che, nel raccogliere l’indirizzo di Don Angelo Cassani volto a recuperare anche i segni tangibili della devozione della nostra gente, ci si interessasse a questo affresco e si scoprisse  come quella materna protezione della B V della Salette si fosse particolarmente estesa ai ragazzi che frequentarono l’ oratorio posto oltre il portone della via Bianchi al N. 22.

Nel corso del presente anno 2009 i resti mortali di  Don Massimo Cervini, che proprio in quel luogo realizzò il primo oratorio, sono stati ricomposti nella cappella  destinata dal Comune ai sacerdoti  e riposano  accanto a Don Angelo Cassani, cui si deve la realizzazione ed il dono del più recente e moderno Oratorio.

Ai Promotori é parso dunque bello e significativo che il rinato affresco della Madonna de La Salette con la sua dedicazione a Don Massimo  e a Don Angelo ricordasse queste peculiarità e nella descrizione “ B.V. DE LA SALETTE PROTETTRICE DEL PRIMO ORATORIO MASCHILE ( 1917 )” rammentasse quella vicenda.

[1] Mons. Francesco Delpini- Jerago la sua storia.  Aggiornamenti  pag. 15

[2]  il 19 settembre 1851, dopo una rigorosa inchiesta sui fatti le circostanze, le parole, i testimoni, Mons de Bruillard, Vescovo di Grenoble, emetterà il suo giudizio canonico sulla veridicità soprannaturale dell’Apparizione ed approverà il culto alla Vergine de La Salette col titolo Riconciliatrice dei Peccatori

[3] Testo diffuso dal Segretariato Opere Missionarie della Salette- Via Madonna della Salette 20- Torino- Imprimé par imprimerie Notre Dame- Montbonnot

[4] Riferimento alla malattia delle viti  ed alla grave crisi produttiva figlia della politica liberista sabauda con l’abolizione dello Zollverein  voluto dall’ I.R.G. austriaco (unità doganale vigente tra i territori dell’impero austro-ungarico).

[5] Muratori, carpentieri, forgiatori, meccanici.

[6] Le 1èr mai 1852 nacque l’istituto dei Missionari della Salette

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A funtana – Il lavatoio

a bügòo                  il bucato

i pagn                      i panni

a stanga di pagn   bastone da posare sulla schiena

                                 per portare a casa i panni lavati

préa                         appoggio per lavare i panni

saon                        sapone

liscìva                     saponaria

cavagn                    cesta per portare i panni

( per lavare le macchie più resistenti la buona massaia era solita

 portare con se’ il figlio piu’ piccolo per fargli fare pipi’ sulla macchia)

fonte immagini: foto di Francesco Carabelli c/o Osmate VA
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ul disnà – il pasto

ul pancot                   la zuppa di pane

la pàparota               la zuppa di avanzi

pulenta e pucia       polenta e intingolo

a cazeula                   il bottaggio

a büséca                    la minestra di trippa

i oeuv in céraghin     le uova al tegame

i oeuv indürì               le uova sode

ris in cagnon              riso bianco al tegame

pasta e fasoeu           pasta e fagioli

rüsümäda                   uova sbattute con vino e zucchero

lac e vin                       latte e vino

broeud e vin               brodo e vino (come digestivo)

ris e lac                       riso e latte

quagiäa                      latte cagliato in casa (tipo joghurt)

quartireu                   quartirolo (formaggina casalinga)

furmagina                   formaggina molle

pantramvay                pane con uva ricordo del primo tram

salata                           insalata

cucümar sota sée      cetrioli sotto aceto

naranz                         arance (solo per Natale)(narang arab.)

lüganiga                      salsiccia (lucanica lat.)

pangiöld                      pane giallo

panmistu                    pane misto

michéta (caurin)        michetta detta anche cavourino perche’ dal

costo di una moneta di pochi centesimi

avente in effige Cavour

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a cüsina – la cucina

fonte immagine: tornoincampagna.it

a stüa                               la stufa economica

ul canon da a stüa          la canna fumaria

a caldéra                          caldaia per l’acqua

ul furnu  da a stüa           il forno della stufa

i cérci                                i cerchi del piano di cottura

ul spurtèl                          lo sportello per introdurre legna

ul fér                                 ferro da stiro

a suprèsa                         ferro da stiro a carbonella

ul taul                               il tavolo molto grande per la

famiglia

a maséra                         la mamma intesa come reggitrice della

vita familiare e della casa

i padelit                            pentolini

i padèi                              le pentole

a caldérina                       pentolino con coperchio per il latte

ul parieu                           la pentola per la polenta in rame

ul caldär                           grossa pentola per far cuocere patate

sul camino, ma anche per fare il

candeggio casalingo delle tele grezze

a scéndra                         cenere della stufa o del camino serve

per il candeggio, per concime, per

essere sparsa sul ghiaccio per non

scivolare

i cadrégh                         le sedie

ul cadrégon                     il seggiolone per infante

ul scagn                           seggiolina

a muschireula                  cassetta con reticella per proteggere

dalle mosche formaggi e salumi

ul as dul lärd                    l’asse per sminuzzare il lardo

ul pésta lärd                     il pestacarne

ul curtèl                            il coltello

a furzélina                        la forchetta

ul cügiöo                          il cucchiaio

ul sidél                              il secchio per l’acqua, appeso presso

la porta, l’acqua si attingeva al pozzo

a cazéta                           mestolo per attingere l’acqua dal secchio

ul camin                           il camino

a cadéna                          catena centrale per appendere il

“parieu” della polenta

a möeuia                         le molle per i tizzoni

ul barnasc                       paletta per cenere

ul canèl dà a pulénta      bastone di legno ricurvo per mescolare

la polenta

a marnéta                         recipiente in legno per far riposare

la farina che sta lievitando

ul levòo                            farina lievitata da portare al forno

per cottura la brava massaia vi impri

meva il proprio segno di

riconoscimento ,ad esempio l’impronta

di una chiave (fam. Riganti)

baslot                             recipiente per vivande in cocci

minèstrina                     piccolo piatto fondo

tàzina                             scodella

chichéra                        scodella  per caffe’

cügiarin                         cucchiaino

zücur/zuquar                zucchero (la prima dizione fa più fino )

fiascu                           fiasco

bicér                            bicchiere

butiglia                        bottiglia

mantin                         tovagliolo

tuaia                            tovaglia

frégon                         strofinaccio

spazéta                       spazzola

lüstar                          lucido per scarpe

scua                           scopa

seur                            pavimento

scée ròsa                   pavimento in cotto striato e tinto

fréga’ ul seur              pulire il pavimento

i fèr                             ferri per maglia

ul cruscé                   uncino per ricamare

ricama’                       ricamare

laura’ a màia             fare lavori a maglia

scalfin                        rammendo per calza rinforzo punta o tacco

scurléra                     smagliatura di una calza

tira’ su i scurlér         rammendare

camisél                     gomitolo di lana

gügia                         ago

gügiòa                       ago infilato con cotone

grop                          nodo

gügit                         spilli

machina da cüsì       macchina da cucire

pedäl                         pedale della macchina da cucire

anda’ gio’ la zinta    sfilarsi della cinghia di trasmissione

tra pedale e macchina da cucire

boocia                     uovo di legno per rammendo

didòo                      ditale

patìn                       presine

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Recupero della chiesa di San Giorgio Restaurato – Jerago Piazza San Giorgio

(studio di A. Carabelli)

In uno studio di  Carlo Mastorgio si apprende che “ La vecchia chiesa parrocchiale di San Giorgio è documentata solo dal sec. XIV° per l’esattezza dal 1398. Però titolo ed ubicazione, già per sé stessi la retrodatano ad epoca molto più antica. Inserita nel vecchio tessuto urbano, essa è senz’altro la prima cappella della comunità, probabilmente eretta in quella fase della cristianizzazione , allorché i canonici, dal vicino centro plebano e battesimale di Arsago, diffondevano la nuova religione nelle campagne e nei piccoli villaggi circostanti. La dedica a San Giorgio è tipica dell’epoca longobarda  per la nota associazione del “ Santo guerriero” col carattere spiccatamente belligerante di quel popolo barbarico. Tutto ciò porta a pensare che l’edificio ebbe una fase preromanica seguita da una romanica, indi da altre successive, che  per ragioni legate ad aumenti demografici, hanno sostituito, inglobato o parzialmente alterato le strutture primitive. Pur tuttavia tale fase è intuibile, se non altro perché è storicamente accertata la presenza, a Jerago, di nuclei famigliari anteriori al mille, come ad esempio due importanti personaggi : Teudalaberto ed Ato da Allierago, presenti come testimoni nel 976 ad una permuta di terreni nel territorio sepriese. “ 

La fase romanica si è rivelata chiaramente nel campanile e nel parametro murario in opus spicatum-spinapesce, della attuale porta di ingresso a sud-ovest, strutture  che permettono di intuire  la dimensione della originale chiesa medievale, altrimenti rilevabile,  nella descrizione fatta da Leonetto Clivone, nel 1559 quale visatore mandato da Cardinale Carlo Borromeo.  Da questa  si rilevano le misure della chiesa antica in braccia 20x 15 , cui si aggiunge il piccolo presbiterio ed il campanile con due campane. Nel 1570, sempre durante  la visita di San Carlo si apprende che l’altare maggiore è ubicato sub nicia picta veteri constructum (in abside dipinta e di antica costruzione) e pare non fosse consacrato. 

La planimetria allegata, ricostruita secondo indagini di archivio permette di elencare la  successione delle modifiche che hanno interessato l’edificio  prima della attuale ristrutturazione . 

Legenda: Zone perimetrate in nero – periodo medievale- costruzione  romanica

               D – Chiesa romanica (illustrata nelle allegata ricostruzione prospettica)

               H – Campanile romanico e sopralzo barocco 

               G – Battistero – di incerta attribuzione per carenza di studi

               Zone perimetrate a tratteggio– ampliamenti avvenuti tra il 1620 ( abitanti circa 150) ed il 1750

               S – L vano delle cappelle di S Carlo e della B.V. Maria

               E –Sacrestia e locali di servizio

               G – Battistero

               N.B. i vani S-L-E-G sono rilevabili solo nella descrizione del Cardinale Federico anno 1620  

               F– Ossario

                Zona perimetrata a Pallini, primo ampliamento del 1750 (abitanti circa 350) ad opera del capomastro Giovanni Piantanida. Lavori di notevole entità con sopralzo della struttura perimetrata in nero, compreso rifacimento della facciata con portico e rinforzo di alcuni muri preesistenti. Sopraelevazione della cella campanaria con demolizione della originale cella bifora, reimpiego dei capitelli a stampella e costruzione della attuale loggia delle campane, sormontata dalla cuspide in cotto e croce in ferro battuto con vela segnatempo.

               Zona perimetrata in doppia riga chiara ampliamenti del 1881(abitanti circa 550) ad opera dell’ing. Graffonaia e decorazioni del Tagliaferri, consistenti nell’aggiunta dell’avancorpo della Chiesa nella parte ovest e del catino absidale M, si sopralzano i vani E ed F  con costruzione al secondo piano di varie aule una delle quali prenderà il nome di Paradisetto . Si formano i due matronei laterali e il coro che insiste sul portale della chiesa.

La vecchia chiesa di San Giorgio fu parrocchiale di Jerago fino alla celebrazione dell’ultima S. Messa il 16  luglio 1927. 

Tutti gli arredi sacri furono trasferiti nella nuova chiesa di San Giorgio e la vecchia chiesa fu adibita ad usi diversi, fino al completo abbandono per inagibilità ed al degrado quasi completo di parte del tetto e dei vani E ed F sopraelevati nel 1881.

Il restauro  della vecchia chiesa di San Giorgio del quale in data 18-19 settembre 1999 festeggiammo la conclusione dei lavori è stato curato dall’architetto Giorgio Vassalli , committente la Parrocchia di Jerago –Parroco Don Angelo Cassani.

Con tale lavoro la Comunità di Jerago  nella ricerca  delle sue origini cristiane entra nel terzo millennio.

( rif.: Carlo Mastorgio -conferenze e scritti , Cazzani E.- Storia di Jerago,- A Carabelli- ricerche in archivio parrocchiale di Jerago – testo- documentazioni, L. Battistella –planimetrie ,  A. Vanzini- disegni, R Falconieri-F. Carabelli documentazioni fotografiche, C. Carabelli  -supporti informatici)

Ricostruzione della chiesa Romanica di san Giorgio in Jerago  X-XI  sec.

(disegno A. Vanzino, Studi A. Carabelli)

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Storia della Chiesa di San Rocco

La chiesa di San Rocco e’ da considerarsi, in origine, come piccolo oratorio campestre, costruito dalla Parrocchia di San Giorgio negli anni che vanno dal 1570 (visita di S.Carlo) al 1630 anno della benedizione e della prima S. Messa.  La dedicazione a S.Rocco é chiaramente motivata dal desiderio del “popolo jeraghese” di ringraziare il santo patrono degli infermi e degli appestati “per essere egli stato preservato dal contagio del 1630” (il riferimento e’ del Parroco G. Bonomi 1636-1675; la peste e’ quella ricordata dal Manzoni nei Promessi Sposi).

(fonte immagine: beweb.chiesacattolica.it)

Sorta quindi come Cappelletta isolata ”in mezzo ai campi”, diventata nel 1750 “la Chiesetta del Rione di San Rocco” quando viene dotata del nuovo altare “in mattoni” posto sotto l’abside semicircolare.

La “pala” dell’altare, in “legno di fattura settecentesca”, incornicia un quadro di “S.Rocco Pellegrino”, raffigurato nella classica iconografia “con cane ed angelo”, di modesta fattura, proveniente dalla chiesa vecchia di “San Giorgio”, da dove appunto in quegli anni era stato eliminato l’altare del Santo, in corrispondenza con la costruzione della nuova chiesetta a lui dedicata.

Di grande interesse, sempre sulla pala dell’altare, un quadro  con Madonna e Bambino del Sassoferrato (Giovanbattista Salvi, detto il S. 1609- 1685 ) quadro molto simile a “Madonna con Bambino ed Angeli” esposto in Brera. Attualmente la pala dell’altare e’ stata spostata sulla destra entrando e il quadro del Sasso ferrato é solo in copia, poiché l’originale viene custodito  altrove per la sua preziosità. Nel 1816 viene dotata di una bel lissima via Crucis opera dell’incisore Mochetti, dal 1742 viene  usata dalla Confraternita del Carmine per le proprie riunioni, delle quali rimane testimonianza nel bellissimo “Tableu delle presenze”, in legno intarsiato, che racchiude un originale istogramma con segnalini in legno  (lato sinistro dell’altare).  Sulle pareti a sinistra il “Quadro di San Carlo”, di ignoto, raffigurante il santo in atto benedicente. Nella nicchia del lato sinistro si ammira la statua della Madonna del Carmine, tanto cara ai vecchi jeraghesi di fattura seicentesca proveniente dalla chiesa vecchia di San Giorgio (attualmente in restauro) di seguito un seicentesco quadro di San Antonio recentemente restaurato.

Sulla parete di destra, la pala dell’altare settecentesco, qui relegata dopo la ristrutturazione del 1980 (arch. Moglia), sopradescritta e di seguito verso il portone di ingresso il quadro detto della Madonna della Noce, dalla viva espressione materna della Madonna, la cui aureola non marcata sfuma circolarmente sino a sparire, opera di ignoto 1700.  La chiesa é stata recentemente ristrutturata con il rifacimento del pavimento la posa di un altare postconciliare, la revisione del soffitto a cassettoni.

L’aspetto modesto della facciata, semplicemente intonacata a calce, è comunque impreziosito dalla elegante scalinata e dal mosaico del concittadino pittore Ambrogio Riganti, rappresentante un San Rocco pellegrino che va devoto per la sua strada di carità e amore, consapevole del dolore, ma anche della profonda bellezza della vita rappresentata dalla bellezza dei prati intorno. L’amorevolezza dell’angelo richiama nella inclinazione del viso la Madonna della fuga in Egitto  (Varese Sacro Monte la Via delle Cappelle). Un elegante piccolo campanile ad una sola €campana, conferisce un semplice ritmo a tutto il volume archi tettonico.

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La Chiesa vecchia di San Giorgio

(di Anselmo Carabelli)

Nell’impianto murario della Chiesa di San Giorgio, si evidenziano alcune tracce della nostra  storia. Ne sono conferma il Campanile Romanico, scoperto come tale nel 1989 e le testimonianze dell’impianto medievale della più antica chiesa, ancora evidenti nella parte sud occidentale della zona absidale.  Esse documentano chiaramente la presenza di una comunita’ locale numerosa e ben organizzata, tale da riuscire a produrre un manufatto ardito e complesso come il campanile databile tra il X  e l’XI sec. In conseguenza di questa datazione  allo storico si pone una domanda relativa alla mancaza di citazione della chiesa di San Giorgio nella descrizione di Goffredo da Bussero (circa 1280), in cui si legge “In plebe Gallarate, loco Alieragi, ecclesia sancti Jacobi Zebedei”. Perché dunque si cita la chiesa di San Giacomo e non la Chiesa di San Giorgio ? Non dobbiamo pero’ dimenticare che si fa riferimento alla pieve e quindi a  tutto cio’ che ecclesiasticamente attiene  al complesso di dipendenza religiosa dalla Pieve di Gallarate. Pieve, quella di Gallarate, che dal X secolo si era sostituta alla Pieve di Arsago da cui precedentemente dipendevamo. Si puo’ desumere  che quanto di non espressa appartenza alle Pieve potesse essere trascurato nella descrizione. In questa analisi ci soccorre il raffronto di alcuni particolari architettonici. Se si paragona San Giacomo a San Vittore di Arsago non si puo’ ignorare la affinità che intercorre tra le finestrelle monofore in sasso della piccola abside e del timpano della porta di accesso di San Giacomo con i particolari similari del lato nord della chiesa di San Vittore. Ma il motivo della dipendenza é semplice perché San Giacomo nasce come oratorio campestre dove i pievani di San Vittore di Arsago verranno a dir messa la domenica mentre le altre funzioni e i Sacramenti del Battesimo e della Cresima verranno amministrati nella chiesa battesimale di Arsago. Questo giustifica ed é connesso alla presenza del noto Battistero di Arsago e  rende necessario  spiegare che cosa rappresentasse per noi questo Battistero. La presenza contemporanea  prima del VII secolo di pagani, di ariani di vari sincretismi religiosi evidenziò la necessità di una profonda opera di missionarietà nella diffusione della autentica fede di osservanza romana, ecco dunque che nascono delle chiese, battesimali appunto dove il rito del Battesimo assume la autentica dimensione di entrata a far parte della comunità cristiana, che si distingue dalle altre comunità pure presenti sul territorio.

Estremamente importante era dunque il periodo di preparazione alla condivisione della fede cristiana, che avveniva attraverso un periodo che andava dal giorno di Epifania fino al giorno del Sabato Santo, quando veniva amministrato il Santo battesimo per immersione nella Vasca del Battistero. Coloro che si preparavano al Battesimo confluivano dalle zone viciniori al Battistero che aveva funzione di aula di insegnamento. Si chiamavano Catecumeni ed entravano nel Battistero dalla porta di nord: il nord simboleggiava le tenebre; gli studenti catecumeni si dividevano: gli uomini nell’aula ottagonale del battistero e le donne nel matroneo, cui si accedeva dalla piccola scala sulla sinistra dell’ingresso di nord. Il giorno di Sabato Santo chi era ammesso al Sacramento del Battesimo nell‘ambito dei riti della benedizione dell’acqua veniva battezzato per immersione e gli veniva imposta la veste bianca che portava fino alla domenica dopo Pasqua, che ancora viene chiamata in Albis (in bianco) e usciva dalla porta di sud del Battistero a simboleggiare che le tenebre erano state squarciate e si usciva alla luce del sole o della verità appunto. I catecumeni ormai Cristiani rientravano alle loro casupole intorno alla prime cappelline e per Alierago  (Jerago), quella cappellina era San Giacomo. San Giacomo poi passò alla pieve di Gallarate e passò alla parrocchia di Jerago quando questa assurse al titolo di Parrocchia di San Giorgio.  Ma allora perché di San Giorgio non esiste menzione? E’ appunto qui che si apre uno studio su un argomento fino ad ora trascurato, perché localmente privo di presupposti:  quello della presenza Benedettina. Quando infatti durante il restauro del Campanile di san Giorgio sono venute alla luce le originali finestrelle monofore, prima tamponate, si é potuto constatare come esse siano formate da voltino in cotto a mattoni di costa (reimpieghi  di tegulae romane) sormontate da mattoni di piatto, messi a “bardellone”.

Questa e’ una tecnica del tutto simile a quella usata nel monastero di Torba, nel complesso di San Primo e Feliciano di Leggiuno e nella Abbazia di San Donato in Sesto Calende, tutte in rapporto con gli ordini monastici benedettini di San Gallo. Tali ordini monastici sono da collegarsi alla azione dei cosiddetti monaci irlandesi scesi in Italia dal nord  all’epoca di Gregorio Magno e per suo volere, al fine di recuperare al cristianesimo romano le località, di presenza longobarda, diventate ariane e pagane nel VII sec.  In tale opera di riconquista religiosa si distinse san Colombano (che sara’ vescovo di Bobbio) e il suo discepolo san Gallo, che operò prevalentemente nelle nostre zone. A testimonianza di ciò rimangono le numerose dedicazioni di chiese alla sua memoria. Chiesa di san Gallo a Vergiate e Santa Maria del Gallo a Buzzano. L’opera di recupero alla fede religiosa avvenne appunto attraverso la formazione di comunità, cappelle e monasteri. Le comunità longobarde furono avvicinate anche attraverso la dedicazione di chiese a San Giorgio perché tale Santo soldato doveva essere molto vicino alle abitudini guerriere del popolo dominatore. I monasteri avevano il compito di affrancare il popolo dalle servitù che erano diventate insopportabili, in effetti alle tasse romane che erano rimaste, si erano aggiunte le tasse dei popoli dominatori e quindi la dipendenza da un monastero permetteva al contadino di affrancarsi da quel tipo di oppressione.  Jerago oltre ad avere una chiesa dedicata a San Giorgio, era in prossimità del Monastero femminile delle monache della Calvaria (Cavaria), Monastero che peraltro possedeva proprio dei beni nei pressi della chiesa di San Giorgio. Si deve anche ricordare che il Parroco di San Giorgio in Jerago fu anche confessore del Monastero di Cavaria. La parrocchia di San Giorgio teneva un pellegrinaggio antico presso la Chiesa di Santa Caterina del Sasso di Leggiuno tradizione molto più antica di quella del Pellegrinaggio al Sacro Monte. Altro pellegrinaggio assai interessante é quello dei fedeli di San Maurizio di Solbiate alla chiesa di Buzzano. Anche questa tradizione scopre un itinerario di fede antica e benedettina. Come abbiamo rilevato i popoli locali di prima cristianizzazione ridiventarono all’epoca della caduta dell’impero romano o ariani o di incerta fede e i missionari di San Gallo tentarono di recuperarli alla fede attraverso tradizioni antiche, quali appunto quella di San Maurizio martire. Questi era legionario nella legione tebea che la tradizione vuole di stanza in queste zone all’ epoca di Diocleziano. Fu martirizzato nei pressi di Octodurum (Martigny) per essersi rifiutato come cristiano di sacrificare alle divinità pagane. Il recupero della testimonianza cristiana di questo santo proprio a Solbiate da parte dei Benedettini secondo un modo che abbiamo visto usuale, permette questa riflessione. Il santo non é estraneo alla popolazione, ma fa rivivere la  vicenda cristiana di un personaggio noto che aveva vissuto qui, servendo negli accampamenti romani che in questa zona erano diffusi ed era martire Cristiano venerato alla luce del sole dopo l’editto di Milano 312. La tradizione fu recuperata dall‘opera benedettina che portò anche al pellegrinaggio verso una meta benedettina come appunto santa Maria del gallo di Buzzano.  Tutta questa serie di riflessioni, che debbono essere ulteriormente approfondite e ampliate tendono ad aprire uno spiraglio su un mondo quale il Medio evo che, solitamente, viene considerato come periodo dai secoli bui, ma bui anche perché non sufficientemente approfonditi o conosciuti.  Per quanto concerne la nostra vicenda, mentre si conosce tutto del periodo visconteo, la parte precedente alla caduta dei Torriani e di Castelseprio sta per essere approfondita dai vari studiosi proprio in questi tempi. Quindi con l’innesto della chiesa di San Giorgio nella vicenda benedettina per i motivi sopraesposti si apre un aggancio della nostra piccola comunità cristiana e civile alla più vasta vicenda del Seprio.   Tale vicenda si può leggere anche nello studio sulla antropizzazione antica delle nostre zone, cioe’ sul rapporto intercorrente tra uomo e ambiente nell’antichita’. (segue)

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A stanza – La camera da letto

ul lètt                      il letto

ul cìfon                    il comodino

l’ürinari (giüli)          il pitale (Giulio) da Jules Richard (fabbrica di ceramiche-attiva anche a

Laveno)

a pétineuse               angolo con specchio per incipriarsi

ul guarnéri                il guardaroba

a comuda                  sedia per malati con padella

ul cumo’                    cassettiera

a càsa élastica         cassa con elastici e molle

ul matéraz                 il materasso in traliccio a righe

ul lanzeu                    le lenzuola

a prépunta                la trapunta 

ul cusin                     il cuscino 

a bola du l’aqua cälda     il recipiente per l’acqua calda

ul quadrèl                   mattone riscaldato nella stufa per 

                             riscaldare i piedi a letto

l’acuasantìn                piccolo recipiente per acquasanta 

                             per farsi il segno della Croce prima di coricarsi

ul quadrét  di urazion    quadretto con le devozioni della sera

ul quädar da a Madona   quadro con Madonna e Bambino

ul spéc                      lo specchio, in coppia con lo specchio

                             della petineuse permetteva di vedersi 

                             le spalle (Rimiràs in dul spécc )

ul lavabos                  lavandino con brocca e catino                                      

ul scaldin                  recipiente per brace, braciere

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I GIARDINI E GLI ORTI CASALINGHI

La produzione di verdura e frutta casalinga fu strettamente legata al lavoro nell’orto che col pollaio divenne il  regno incontrastato delle masere. Nel terreno vicino a casa, ingrassato col letame del pollaio, piantavano: cipolle, insalate, cicoria, coste, erburin prezzemolo, curnit fagiolini, zucchine, pomodori, carote, insomma tutte le qualità di ortaggi e verdure. Zappavano e ripulivano dall’erba i preus, mentre i mariti preparavano i piantireu. Da Marzo, si erano segnate le date giuste per seminare le varie specialità, osservavano le fasi lunari e spiavano i lavori dell’orto dei vicini per non essere loro da meno. Il seme messo a luna sbagliata dava piante da taglio che andavano subito in cana, cioè facevano immediatamente il fiore compromettendo la commestibilità. La regola era che le verdure da taglio si seminassero in lüna vegia perché fossero più lente nello sviluppo e durassero più a lungo senza fiorire, mentre per le leguminose, fagioli, cornetti, piselli, non vi erano regole. Esse, pur tra mille ristrettezze, riuscivano sempre a ritagliare nell’orto uno spazio per il giardino e soddisfare il desiderio di fiori, di piante, di bordure . Queste, oggi come ieri, quando fioriscono nel giardino o su un balcone, sono una gioia per tutti, per chi guarda e per chi è autore di quel miracolo col suo pollice verde. Si va nel negozio di Rejna Edero, mai nome fu più appropriato, o nel vivaio Mattavelli e in poco tempo sei servito di quanto ti necessita. Poi metti qualche pianta in più, perché il prato ti sembra spoglio e quando crescono, non sai proprio cosa sacrificare nel bosco che hai creato e allora sposti, tagli, non sei mai contento. Era cosi’ anche per i nostri vecchi, solo che i mezzi erano minori e i negozi solo in città.

Non esisteva la cura per il prato verde all’inglese, perché l’erba doveva servire per i conigli, le piante…solo quelle da frutto, niente siepi ma filari di vite par l’üga mericana. Le piante da frutta venivano potate e innestate da esperti che ci si premurava di prenotare per tempo, tra questi si distinsero il sig. Agostino Bosetti ai Casanit, il sig. Sartori giardiniere della caserma, il sig. Antonio De Bortoli al Pilatel, ma anche Don Carlo Crespi, nostro Parroco nel dopoguerra che ci fece conoscere l’innesto dell’albicocco a gemma. L’operazione dell’innesto si chiamava insidì e all’uopo servivano gemme o marze delle piante madri dette ramerz. Ricordo un autentico maestro il “Lia” Elia Magistrali, che arrivava puntuale alla stagione giusta, con la sua bicicletta da donna sulla quale legava i säras rametti di salice e una borsa, di quelle vecchie della spesa intrecciate, da cui estraeva il mastice, la raffia, il falcetto. A operazione finita, era più contento lui del piacere che gli avevi fatto chiedendo la sua opera, di quanto non lo fossi tu, perché non sapevi come ripagarlo poiché voleva niente. E così grazie a quegli innesti riuscivi a conservare nel tempo le specie di susini o di meli dai frutti gustosissimi che il nonno aveva scovato chissà dove. Conservando quelle piante e quelle qualità, era un po’ come se loro, i vecchi, vivessero ancora grazie alla tenace difesa degli oggetti del loro amore. Quanta tristezza, quando vedo distruggere un leug un orto o un giardino, non per giusta necessità di abitazione, ma per quei falansteri speculativi, che pare siano diventati tanto di moda e redditizi. Se il verde e l’orto erano funzionali alla sopravvivenza, non così per il fiore, sempre ambito dal gentil sesso, anche prima della lavatrice, quando le nostre donne erano schiave della casa più di quanto non lo siano oggi. I fiori li ammiravano sul Catalogo dei Fratelli Ingegnoli, ma quanto ad acquistarli era tutt’altra cosa. Alla necessità sovvenivano le gite in “Corriera” sponsorizzate dalle Suore o dalla Parrocchia verso i tradizionali luoghi di preghiera: Caravaggio, Il Monte Berico, Il Bambin Gesù di Arenzano. L’immancabile puntatina al mare o sul lago permetteva di ammirare stupendi gerani ed oleandri i cui oecc germogli o virgulti finivano, con rapida mossa, nelle capaci borse da passeggio delle nostre festose gitanti. Le più brave riuscivano poi a riprodurre bellissime piante per la meraviglia, lo stupore e l’invidia delle vicine. Segreto di pulcinella il concime, in epoca di cavalli da tiro non mancavano i famosi bualit escrementi equini che non facevano tempo a cader per terra che subito venivano raccolti con barnasch e scuinet paletta e scopino e messi a macerare in una sidèla d’aqua al su – secchio di acqua messo a macerare al sole. Ne usciva un liquido tanto nutriente da ridare vigore al più sofferente dei virgulti del balcone, altro che Gesal. Ma attenzione quel concime oggi non è più riproducibile perché, spariti i possenti cavalli da tiro, l’elegante cavallo da sella che sempre più si incontra nei boschi, allevato con mangime rende degli escrementi così flaccidi da assomigliare a quelli di vacca dette buasc che nella medicina popolare servivano come impacchi par tirà cò i flemuni cataplasmi da applicare sui grossi e fastidiosi foruncoli per farli scoppiare, come si vedrà nel capitolo: rimedi d’una oelta”.

Brano tratto da A. Carabelli- E. Riganti “Le ricette della nonna”, Tipografia Moderna, Gallarate, 2000

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Il Santo Entierro – ricerca sulle tradizioni in terra gallaratese e lombarda delle sacre rappresentazioni

( testo di Anselmo Carabelli)

Con Santo Entierro, in idioma spagnolo castellano, si vuole indicare la processione del venerdì santo con la statua di Cristo morto, deposto dalla croce, adagiato su di un cataletto o barella, trasportata a spalle da una  confraternit , normalmente facente riferimento a San Giovanni Decollato, con la partecipazione ecclesiastica del capitolo cittadino, delle autorità, del popolo in abiti penitenziali, ed il tutto con un apparato ben codificato, che vede anche la presenza nella processione della statua della Madonna addolorata. Come possiamo evincere dalla descrizione di tale evento, fatta in Gallarate dal panieraio Luigi Riva con riferimento agli anni venti del secolo XVIII.

Di tale pia pratica gallaratese si perde praticamente nozione, perché, abolite per disposizione dell’autorità di governo della lombardia austriaca, e si riscopre la memoria, solo quando nel 2005, volendo portare a Gallarate “la Pasiun dul Signur” furono fatte delle ricerche ad hoc, molto semplicemente rileggendosi il testo di Luigi Aspesi alla voce entierro. In effetti tale processione, e con tale nome di Santo Entierro era rimasta e non a caso, per i motivi che si evidenzieranno successivamente, nell’ambito delle Passione di Romagnano Sesia.

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I Dane’ fan dana’ – I Soldi fanno impazzire

Franc                 Soldi dal francese

Ghéi                  Soldi dal tedesco das Geld

Dane’                 Soldi dall’Italiano Denaro

Sisit                 Centesimi  dall’ inglese cents

Scarsela             la Tasca per moneta

Cauritt               Centesimi da una moneta del Regno,con effige di Camillo Benso conte di Cavuor, dal controvalore         di una pagnotta o michetta che veniva chiamata anche per questo motivo  caurin

 Sciür                Persona ricca ma di provenienza

                         popolare, lo si pronuncia con un misto

                         di disprezzo ed invidia                            

   Signuron      Signore, nobile o ricco ma staccato dai beni           

   Puarétt          Povero ma dignitoso nella sue ristrettezze

   Strapenòo    Spennato, divenuto povero e senza credito a causa di speculazioni sbagliate

   L’a’ truòo ul Signur indurmentòo

   Ha avuto fortuna lett. ha trovato il Signore addormentato

   L’a’ tacò sù ul capel

  Si dice di chi ha sposato una donna piu’ ricca di lui

  L’e’ tant furtunòo che cunt una pitòo da dudas oeuv

  al ga vù  trédas purasit

  Cosi’ fortunato che da 12 uova ha avuto 13 pulcini

Dua ga n’e’ gan va     

i soldi vanno dove già ci sono

Dané fan danè        

soldi fanno soldi

Pieucc fan Pieucc    

Pidocchi fan Pidocchi

 Chi ca giuga al lot vanza ul cu biott

 chi gioca al lotto si rovina. Lett. si ritrova in mutande

L’e’ furtunòo me i can in giésa  

fortunato come i cani in chiesa

che sono presi a calci

La farina dul diàul la và in  crusca    

chi fa i soldi male, alla fine li perderà

   

Däg i pugn a la boca          

guardare ma non poter mangiare

per mancanza di mezzi

   

Manda’ gio’ mär e spüda’ dulzu 

Essere in condizione di 

subordine e dir di si ‘anche

quando e’ no

 Al ga metu’ i ugiò vérd a l’asnin par fäg mangia’ la pàia 

Ha messo gli occhiali verdi all’asino per fargli mangiare

la paglia. Non si sa se per miseria o per avarizia. L’asino 

pero’ e’ morto.

 Al ga i pézz in dul cü         

ha le toppe sul fondo dei pantaloni

 Misterasc..Danerasc            

I mestieri piu’ umili e disprezzati sono quelli che fanno guadagnare di piu’ 

Riflessione:

anche la memoria e l’uso di espressioni dialettali, possono offrire all’osservatore una serie di riflessioni sulle vicende delle nostre popolazioni. Perdere tale patrimonio rappresenterebbe un sicuro danno non dissimile dalla distruzione per ignoranza dei nostri momumenti storici: chiese, edicole votive, impianti urbanistici antichi e  tracce  della antica antropizzazione boschiva. Si rende urgente documentare e riconoscere molto di ciò che affiora dal passato ed è storia di una popolazione avvezza a misurarsi intelligentemente con le difficoltà quotidiane. L’odierna ventilata necessità di convivere confrontandosi con uomini e donne di diverse culture non ci esime, anzi ci stimola a riconoscere e valorizzare le radici della nostra civiltà. Anche le remote origini latino cristiane di una piccola comunità, che ha da sempre fatto della chiesa il centro della propria esistenza, dovranno essere conosciute e in un futuro, forse, amate da coloro che qui avranno la sorte di vivere, pur provenendo da molto lontano.  Ma come si potrebbe far amare agli altri ciò che noi stessi riconosciamo a fatica, barattandone la  sopravvivenza con la fede in una modernità senza passato? 

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Alcuni proverbi inediti

Quand che l’om al va sota tèra la dona la végn bèla

[ alla morte del marito la moglie rifiorisce]

Un om sénza na dona l’e’ na ruina

na dona senza un omm l’e’ na regina

[ l’uomo senza donna e’ sbandato ,

la donna senza  marito una regina]

A teu mie’ sa pò pù turnà indré

[quando ci si sposa non si puo’ tornare sulle proprie decisioni]

Un om al sa cugnos in dul parla’

i campan in dul sunà

[un uomo lo conosci dalle parole

le campane le riconosci dal suono]

Se un omm l’é cot par na dona

ul pés a l’é cusinò cuma sa dév

[quando un uomo stravede per una ragazza

vuol dire che è pronto per il matrimonio]

Quel ca sa suména sa rageui

[si raccoglie secondo la semina]

Padàlin pìcul poca papa ghe’

[ piccola padella poca pappa]

La pàia tacò al feug la brüsa

[ la paglia vicino al fuoco brucia]

Spusa bagnò spusa furtünò

[se piove il giorno delle nozze tanta fortuna in più]

Chi ca laùra al gà na mica

Chi ca laùra nò al ga na dò 

[chi lavora ha un pane, chi non lavora ne ha du]

Pùtost che roba vanza, crépa‚ panza

[meglio una indigestione che avanzar pietanza]

L’ha séräsù ul stabièl, quand ghe scapò ul purscèl

[chiudere la stalla quando gli animali sono fuggiti]

Trà via ul sù pa a lüna

[non approfittare dei momenti giusti per lavorare]

Andà in stàla süi bal da pàia a scultà i panzànig

[in stalla seduti sul fieno a sentire le storie dei nonni]

Ciapà su ul barnàsc e purtà via a scéndra

[prendere il badiletto e portare la cenere sull’orto]

Chi tégn mia da cöeuunt da giuin, da vecc a slonga a man

[Chi non risparmia da giovane. da vecchio chiede la carità]

Quand ul sù al sa völta indre’, bèla giurnò ul dì adré

[rosso di sera bel tempo si spera]

Pan e nus mangià da spus, nus e pan mangià da can

[si fa un panino di salame, non un salamino con una fetta di pane

dentro]

Quand i nàsan in tüc bèi,

quand sa spùsan in tüc sciuri,

quand i meuran in tüc bon

[quando nascono sono tutti belli.

quando si sposano sono tutti ricchi,

quando muoiono sono tutti buoni.]

Te set nasù in dul térén dul cànuf

[spende troppo perché nato in una casa ricca ,terreno grasso

come quello dove si semina la canapa]

Tüc i ca’ in fai da sas, ugnüna la gà ul sò frecàs

[tutte le case hanno i loro problemi]

Cürà i gügiò par lasà andà i camisèi

[risparmiare piccoli pezzi di filo e non accorgersi che ti stanno

portando via gomitoli]

Rüd e dané in mai asé

[letame e soldi non sono mai abbastanza]

L’é fat me l’acua

[si dice cosi’ di persona insulsa]

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MODI BRUSCHI nelle espressioni dialettali

Ul slavadenc–   Ceffone dato col dorso della mano. Lett. Lavadenti

Ul tegnament– Ceffone  dato con forza. Lett. Ricordati o tieni a mente. Infatti rappresenta la punizione per il marmocchio, che abbia trasgredito ad un ordine e pertanto quella punizione gli servirà da pro memoria.

Ul Cupaton– Schiaffo forte dato sulla testa – Viene dal francese Coup – colpo, il suffisso on in dialetto è accrescitivo, mentre in francese risulterebbe diminutivo. Il che indica che i nostri francesismi sono espressioni non letterarie.

Una lècauna sberla.

Un sgiaf-uno schiaffo

Scurlà su– Scuotere

Scurlaton– Scossa nel senso di svegliare qualcuno bruscamente dal torpore.

Pizigot-Pizzicotto o buffetto in viso

Fa i ghilìt Fare i solletico.

Sgarbelà graffiare

Pésciäpedata

Truson– Scossone

Balabiot- Poco di buono.Lett. Danzanudo (vedi gruppi del Monte Verità – Locarno tra fine ‘800 e inizio ‘900)

Barabin Furfantello . Lett. Piccolo Barabba

Fa maronscoprirsi in una cattiva azione

Mangia ul cu dul galett- uscire ingenuamente a dire cosa che si doveva tenere nascosta

Prusma –dubitare che

 

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La statua di San Giuseppe ed i Falegnami jeraghesi

( testo di A. Carabelli)

(Dalle cronache parrocchiali)

 Domenica 3 luglio 1927:

“Il suono squillante delle campane chiama la popolazione alla nuova chiesa di San Giorgio dove sono arrivate le statue del Sacro Cuore di Gesù e di San Giuseppe… la Statua di San Giuseppe fu donata dai falegnami del paese ad onore del loro santo.”

Realizzata dalla ditta Raffaeli di Via Giusti di Milano è in gesso e raffigura il santo nella classica iconografia, è maestosa e di fattura pregevole, consente all’osservatore  una riflessione sulla ormai dimenticata rilevanza degli artigiani del legno nel nostro borgo in quegli anni. 

 La più antica falegnameria fu quella deiCardani dul Canton detti anche da Pedar.

 Già dal 1851 Gerolamo gestisce la prima falegnameria al Canton. Dai suoi figli avranno origine tre distinte botteghe di falegnameria:

Falegnameria Abramo Cardani- Bram con i figli: Carlo, Gerolamo e Giovanni che avrà laboratorio in via Varese. 

-Carlo Emanuele col figlio Gerolamo avrà laboratorio a San Rocco.

-GiovanAntonio Giuseppe coi figli: Giulietto, Luigi e Ambrogio, rimase al cantun tenendo vivo il laboratorio e la segheria dotata dirafandincioè di una sega alternativa che combinata ad un tavolo di avanzamento consentiva di ricavare assi dagli alberi

-Falegnameria Pagani di Via Garibaldi, mobiliere esperto e raffinato fornitore anche del Castello e della chiesa.

-Falegnameria fratelli Sessa Riccardo e Giovanni di via Indipendenza. Specializzata nella costruzione di cassettoni di contenimento dei movimenti per bilance. Più tardi i fratelli Sessa diedero inizio a due distinte imprese:

-Giovanni Sessa – specializzato nella costruzione di metri in legno, di casse per bilance   e Telarit, cioè anime o barchette di legno e carta per avvolgere i tessuti.

-Riccardo e il genero Renzo Chinetti continuarono con le casse per bilance e si specializzarono in strutture per divani. 

– Caruggi Enrico di via Dante- per produzione di mobili di casa molto apprezzati.

-Macchi Paolo–con falegnameria in tougnon – mobili e casse per bilance.

-Paolo Biganzoli – Iniziò dal 1898 la produzione di casalinghi in legno per i negozi milanesi di Zeni. Ampliò l’attività con la collaborazione dei figli maschi, Giovanni, Adamo, Abele, Virginio, Carlo e Pio e talvolta anche dalle figlie: Maria, Giuseppina, Flora ed Anna. Nel 1933 la ditta già si era trasferita in quella che fu la fonderia Sessa poi Reina, in Via Onetto, si espanderà poi ancora fino alla via Roma e alla Via Cavour. La collaborazione dei figli e l’introduzione delle produzione industriale dei giocattoli in legno, unitamente agli accessori casalinghi, impresse grande sviluppo. La commercializzazione capillare dei prodotti, anche sui mercati esteri, permise di occupare nella sola sede jeraghese anche più di 100 dipendenti.

-Giovanni, Salvatore e Angioletto Molla, falegnami in via Indipendenza produttori di casalinghi.

-Fratelli Cajelli : Alfonso, Angioletto ed Emilio, da giovani avevano un’attività di carpentieri esperti nell’arte di costruire i tetti e perciò soprannominati Trentitt.

Paolo Cassani, con il figlio Romildo ed Attilio Caruggi si specializzarono nella costruzione di mobili in legno per la casa di solida ed apprezzata fattura. 

-Enrico Cardani con falegnameria al Tougnon aperta dopo il rientro dal Sud America.

-Benvenuto Caruggi Nutin falegname con laboratorio alla fradiga, davanti alla curva del Renzo.

Tutte le falegnamerie nate intorno al 1880 acquistano le assi dai Cardani dul canton, oppure a Gallarate dai Bellora o le fanno arrivare, franco di porto, direttamente alla stazione di Cavaria.

Per consegnare il lavoro finito i nostri falegnami si servono di un asino, al giogo dello stravachin, piccolo carro ribaltabile. Il quadrupede, sta nella stalla e serve anche per i lavori agricoli. I loro attrezzi sono manuali, ad eccezione di qualche sega circolare a pedali. La colla è nota come colà da legnamè, sempre calda e liquida pronta all’uso sul birocc (stufetta a legna).. Il lavoro non manca sono numerosissimi gli oggetti di uso quotidiano in legno..Nel periodo tra le due guerre  gli unici manufatti  stampati saranno  di Bakelite , antesignana delle materie plastiche  ma  molto pregiata  che mai minacciò la produzione di oggetti di legno. Purtuttavia l’attenzione verso la nuova tecnologia, non fece difetto ai nostri artigiani. I fratelli Cardani Bram, realizzarono con pressa per Bakelite le prime casse per bilance a pendolo. Nel periodo anteguerra le nostre falegnamerie non subirono concorrenza nella produzione di suppellettili per la casa e prodotti per l’industria, perchè: scaffalature, casse, carri, casse da morto, tutto era in legno. I problemi nacquero dalla carenza di personale, perché la grande industria meccanica, locale e limitrofa sottrasse sempre più personale a queste attività antiche. Tutto si esaurì nel secondo dopoguerra, i titolari ormai si erano fatti anziani e i figli avevano scelto altre professioni, continuarono a produrre ancora per l’iniziativa di alcuni dipendenti che, dapprima associati, avevano poi rilevata l’attività.

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Nel corso del 2015 la statua è stata ravvivata dall’ intervento di Loredana ed Aurora Scaltritti. 

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Ul padron – ul principal

(Dalla agricoltura alla industrializzazione- 1870-1920,  note  di Anselmo Carabelli)

Il mondo del lavoro ha sempre presentato una gerarchia di ruoli e di competenze al suo interno e le espressioni dialettali con medesime radici anche se con suoni un poco  diversi nei vari mandamenti industriali, offrono utili considerazioni. La ricorrente espressione di padron, in origine atteneva  al proprietario della fabbrica in quanto tale,  ma chi lavorava all’interno di essa si rivolgeva al titolare con l’espressione di pricipäl, che evidenziava antica familiarità tra proprietario ed i suoi collaboratori.  In effetti esso aveva potuto costruire una fabbrica tutta sua, grazie a doti di intelligenza  di volontà e di rischio, sempre e con l’aiuto di una moglie operosa in casa ed al lavoro  che l’ea stai a so fortuna, vigile e silenziosa sostituta quando egli era fuori per clienti. E non fu raro il caso che venendo a mancare, per i normali ed infausti casi della vita il fondatore, fosse stata proprio la moglie a sostituirlo, svolgendo il duplice compito da tirà grand i bagaj, allevare i figli e purtà innanz a butega, nell’attesa che diventati grandi sostituissero il padre precocemente morto.  Il  nostro aveva messo  in piedi  un laureriimpresa  e raramente difettava di quella  spontanea umanità che, gli veniva dal provenire dal medesimo tessuto sociale dei dipendenti e di conseguenza  essi lo stimavano come un primo, un principes inter paresprincipäl dunque, primo nel lavoro, ma per il resto pari a loro.  Era perciò normale che principaj e uperari la domenica frequentassero le stesse osterie e giugasan a càrti insema – giocando a carte assieme.   Se poi le ditte invece prendevano una consistenza di grandi imprese, ecco che fu necessario formare delle gerarchie. Al principal si sostituisce ul diretur, ed  ogni reparto si inquadra con un cap. Ul cap repärt  cunt ul so  galupin,[1] cioe colui che porta gli ordini ai subalterni, ul cap scuädra, i capitt . Alla umanità dei padroni si era aggiunto contemporaneamente il paternalismo espresso nelle opere di solidarietà che portano ancora il nome dei benefattori. Si pensi  per esempio alla nascita dei nostri ospedali[2],  coi reparti finanziati dalle famiglie di coloro che  verranno chiamati capitani d’industria. Il loro  nome risuona ancora nella intitolazione degli antichi padiglioni  e in molte altre opere sociali  necessarie per mantenere viva l’umanità ed il mutuo soccorso in un mondo che si trasformava rapidamente ed arrischiava di emarginare gli ultimi. Ad una società  di regiù e masere, si stava sostituendo una società di famiglie mononucleari, alla mutualità della famiglia patriarcale, doveva lentamente, ma necessariamente sostituirsi una mutualità sociale, costellata da cooperative, ospedali , asili e scuole. Sicuramente il tessuto sociale, in trasformazione stava producendo anticorpi benefici, ed a questo fu lievito la Chiesa, si pensi a Don Bosco, alle figlie di Maria Ausiliatrice che si faranno carico, della educazione e della assistenza dei bambini piccoli, quando le mamme erano al lavoro, le numerose  società operaie di mutuo soccorso, coi banchi sociali alimentari. Nel trasformarsi delle società personali in società anonime o di capitale,  quando la butega diventa  dita l’abilità della proprietà  di imprese, non più a misura di uomo si misurerà nello scegliere  capp capi e siccome nemo est profeta in patria, molte volte capitò che per porre fine a discussioni, incomprensioni ed odii si andasse a prendere un direttore di fuori, straniero,[3] possibilmente un tudesc, un cruco  memori ancora del timore e rispetto che i funzionari del mai dimenticato impero austro ungarico sapevano incutere. Si sperava che questo straniero, abile nella tecnica, poco pratico della lingua, non si sarebbe perso in sterili italiche discussioni, volgendo teutonicamente all’ obbiettivo. Ma inizialmente ogni gerarchia si basò sul naturale riconoscimento del merito dei primi collaboratori  e da lì presero forza le nostre imprese. Distinguendosi pertanto il termine  principal dal  termine padron, col tempo questo acquisirà una connotazione negativa. Soprattutto col formarsi di una coscienza di classe contemporaneamente all’affacciarsi in fabbrica dei figli e dei nipoti dei primi proprietari, che avendo studiato sui libri,  savean na riga pusè dul silabäri, volevano far vedere come si fa a fare i soldi. Disdegneranno il circolino della briscula a ciamà, per  più esclusive compagnie. Costoro, per distinguerli dai rispettati fondatori venivano definiti, nasù in dul teren dul canuf,[4] nati in un periodo ricco e quindi,  se non ben guidati ed educati alla gavèta[5] con un tirocino di fatica in fabbrica, potranno anche ignorare i sacrifici condivisi coi dipendenti, e quando nelle fabbriche nascerà la lotta sindacale saranno un facile bersaglio per l’iconografia operaia del sciur padron da le bèle braghe bianche. Ma quella canzone  mal si adatta alle nostre realtà, perchè fa riferimento ad un mondo agricolo dove  il contrasto tra il ricco, pigro e grasso latifondista ed il mondo dei braccianti era più che palese, ma quello non fu mai il nostro mondo agricolo. Le nostre terre erano troppo poco produttive, perché si fosse formata una proprietà latifondista, in sostanza mancavamo dei casali tipici della pianura padana irrigua.  I secoli avevano consentita una  diffusa proprietà di terreni magri con cascine anche malmesse, che avevano costretto i figli in soprannumero ed emigrare. Ean andai in Merica[6] a fa fortuna, prevalentemente in Sud America. Ma erano tornati, e molti  anche con i soldi necessari per comperare terreni, che proprio perchè di poco valore, i proprietari nobili avevano venduti o stavano vendendo. Da queste storie venivano i primi operai e i primi artigiani e i primi imprenditori. Forse lo si apprezza da un detto che era tanto caro alle nostre famiglie, ogni volta che si faceva riferimento ad un nonno o ad un parente prossimo di simpatie socialiste lo si indicava come un socialista, ma da qui giust. Uomo tosto, tutto di un pezzo, di quelli che con l’avvento del fascio verrà emarginato da qualsiasi attività,  non  avendo voluto piegare la testa ai nuovi padroni del vapore, ma era stato rispettato e forse non solo perché vecchio, ma autorevole. Bene quando questa nonna definiva il papà, cioè il bisnonno un socialista, ma da qui giust  evidentemente, lei che aveva fatto solo la quinta elementare, voleva evidenziare la diversità di un ideale di uguaglianza  condiviso, rispetto all’ateismo scientifico del serpeggiante massimalismo che non fu mai nostro.  Un socialismo, che unitamente al popolarismo cattolico nasceva anche come contraltare ad un liberismo che semplificava la povertà e l’emarginazione ritenendo che chi è causa del suo mal pianga se stesso, quasi che i poveri fossero causa della loro povertà. Si diceva anche Quel li al ga ne leg ne fed  associando il rispetto della legge umana alla conoscenza ed al rispetto degli insegnamenti della Chiesa. Ma il vecchio nonno fu sempre  pronto a piegarsi ai desideri della moglie quando gli richiamava i doveri di buon cristiano, l’è domenica bisogna andà a mesa, l’è Pasqua bisogna anda a cunfesass. Ecco quelle persone, che poi erano ragazzi  del 1870, furono i primi a servirsi del treno per andare a lavorare a Milano, o a Varese, furono testimoni  dei fermenti di classe e le rimasticarono adattandole alla nostra vita. Il loro ideale, sfociò nel desiderio di darsi da fare per migliorare le condizioni dei compaesani, attraverso l’associazionismo per esempio nella  Cooperativa o nella Banda musicale, che  non furono connotate politicamente. La Cooperativa fu associazione di operai artigiani ed imprenditori, il parroco ne fu presidente.  Lo stare insieme di quegli uomini rispondeva alla necessità di migliorare le condizioni di vita dei soci, offrendo mutualità nei confronti di una sorte che poteva presentarsi difficile. Si pensi ancora alle mutue sanitarie, famosa ed ancora attiva quella di Besnate, alle condotte  mediche. Contemporaneamente.  Verso la fine del XIX secolo si prese coscienza della  necessità di partecipare alla gestione della cosa pubblica, dapprima affidata ai notabili[7],  unanimemente riconosciuti  come i sciuri, ma nel senso buono del termine. A  l’è un sciur si diceva, con riferimento alla nobiltà ed al censo e anche in questo caso, mai disgiunto da una consorte o da una famiglia  sempre attiva nelle opere di bene[8]. Molte volte si distingueva  tra puarit e sciuri dicendo ul Signur di Puarit rivolgendosi a Nostro Signore, per distinguerlo dall’altro  quel di sciuri cal ga i curnitt  il demonio.   In molti casi si parlava di un gran signore come di un signuron. Ma se nella memoria, come a Busto Arsizio rimane il dispregiativo sciuazzu, vuol pur dire che ce n’erano anche di indisponenti e cattivi, cioè di quelli che dovevano guardarsi dal ciapin, quello che acchiappa, in altre parole che ti porta all’inferno. Altro argomento che non possiamo ignorare fu la permeabilità sociale. In effetti se dividiamo la popolazione in classi sociali, la divisione poteva essere fatta per censo, cioè ricchezza  raggiunta, ma se si escludono i nobili, i quali nasean gia cul marì destinò, non si e mai frapposta divisione fra persone se non per la ricchezza raggiunta se si vuole, ma la ricchezza non la si negava a nessuno, se questi aveva voglia di rischiare e di lavorare mettendosi in proprio. Certo doveva partir da una piccola ricchezza di famiglia, al duea mia veg i pè frec.  Per il resto poco importava la famiglia di provenienza, in sostanza un brau fieu pa a me tusa era l’ambizione di ogni madre. E quanto agli studi essi sono sempre stati ritenuti utili ed interessanti, basti rifarsi al detto lengi, studia, impara,  fa il dovere- leggi studia impara e fa i compiti a casa.


[1] Galupin o Galoppino in meccanica è detta la ruotina oziosa che tende la catena per evitare che scarrucoli, in sostanza fa da aiuto per il trasferimento della forza motrice

[2] Gallarate, Somma, Busto, Varese

[3] Michaud per la Rejna ad esempio.

[4] Questa espressione fa riferimento al terreno per la coltivazione della canapa o canuf, quindi un terreno molto concimato, grasso, e per la traslazione vuol significare nati in un periodo ed in una famiglia diventata ricca, molto distante da quella prima famiglia di imprenditori che fecero sacrifici immani per far fronte ai numerosi debiti necessari per diventare proprietari dei mezzi di produzione

[5] a gavetta e tratto dal linguaggio militare e fa riferimento alla gamella o recipiente per la distribuzione del rancio alla truppa. Nel linguaggio operaio il mangiare viene portato in una schisceta.

[6] Si noti come nell’eloquio, di persone con poca confidenza con la scrittura  l’America diventi La Merica per cui correttamente diventerà, correttamente andà in Merica. Non diversamente da quando si diceva L’Aradio per indicare la  radio. Montevideo è stato un luogo elettivo per la nostra emigrazione

[7] G. Bianchi , Cornaggia Medici- Sindaci di Jerago con Besnate e con Orago

[8] l’ Asilo infantile Ippolita Bianchi Gori nasce per volontà e con la donazione della famiglia Bianchi (fratelli Senatore Giulio e sorella Ippolita Bianchi maritata Gori – benestanti Milanesi Proprietari del Castello di Jerago) e con l’affido nella conduzione alle Rev. Suore figlie di Maria Ausiliatrice (salesiane) – Ma gli anni e le vicende sono simili per tutte le pari istituzioni nei paesi del Gallaratese   

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Il viaggio in aereo

(testo di A. Carabelli)

Di domenica da piccolo una delle mete pomeridiane per la  mia famiglia fu la Malpensa,  dove assistere all’affascinate spettacolo degli aerei in partenza ed in arrivo. Un ampio terrazzo sopra i locali di imbarco consentiva ai visitatori di assistere alle operazioni di rullaggio ed alle manovre. Quella primitiva sede, orgogliosamente avviata da visionari pionieri bustocchi, meritò il titolo di aeroporto intercontinentale, grazie a una lunga pista, alla svettante  torre di controllo ed una moderna  aerostazione ben dimensionata  alle esigenze di allora. Da essa si potevano raggiungere le due classiche mete: il Sud America e gli Stati Uniti. I velivoli poi erano a pistoni  e di lì a poco sarebbero arrivati i più moderni DC 7.  Ma Il più affascinante certo era il Supercostellation, un bestione quadrimotore con una forma da uccellaccio e triplice impennaggio di coda con la livrea bianca e rossa della statunitense TWA (Trans Word Airlines) con bordi di argento rilucente in linea per New York.

fonte immagine: YouTube.com

Naturalmente il volo avveniva a tappe con scalo a Terranova, e le compagnie aeree erano l’italiana Lai (linee aeree italiana) e la T W A- Trans Word Airlines, linee che attraversano il mondo. E già il nome era un programma. Fantasticavamo che un giorno anche noi saremmo stati tra quegli invidiati viaggiatori che dopo il rituale della scaletta che si accostava ai velivoli, l’apertura del portello, scendevano con nonchalance, e sembrava ti guardassero con distacco… ; chissà uomini di affari, attori. Certo nessuno, anche i benestanti, potevano permettersi il lusso di un volo transcontinentale, ma che dico anche solo nazionale.

Il pensiero che il vicedirettore dell’aeroporto civile fosse uno di noi, del nostro paese il sig. Attilio Pagani ci rendeva orgogliosi, perché parlare di aerei di aviazione era come  proiettarsi nel futuro. Ci si sarebbe accostati al possibile imbarco  anche con un certo timore infatti, per quanto tutti dicessero che il volo era sicuro, bastava ricordare il grande Torino per temere che se qualcosa fosse andato storto, la cosa poteva  si prendere una cattiva piega, come ad Olgiate Olona o a Cuirone. Per molti anni ancora l’alternativa della nave da Genova per l’America , fu preferita dalla quasi totalità.  Era così atteso e temuto questo prendere l’aereo, come si diceva allora, che si ricorse al neologismo di battesimo dell’aria. Chissà se sarebbe arrivato anche per me. Un programma dei cavalieri del lavoro della provincia di Varese pensò di avvicinare gli studenti degli ultimi due anni delle superiori al mondo dell’aeronautica, invitandoli ad una visita alla fabbrica di elicotteri Agusta ed allettandoli con un volo in elicottero , da sorteggiare tra i seicento allievi in visita. I genitori dovevano preventivamente acconsentire su mudulo l’imbarco al  figlio qualora fosse stato  favorito dalla fortuna.  Con mia somma soddisfazione fui tra gli eletti. Così ebbi la mia prima volta in volo, in elicottero però,  a bordo di uno splendido Agusta Bell 204 ai comandi del capitano Lancia. Che si alzò da Cascina Costa e ci portò in vista della pista di Malpensa, attraversata solo dopo che ottenne il permesso della torre. In attesa  potemmo vedere, da lontano, l’atterraggio di un magnifico DC8 Alitalia. Non dimenticherò quel bestione,  che si posava maestoso  e possente in testa di pista, le  Alpi scintillanti osservate da una posizione inusuale, il Ticino, il ponte di Sesto, le varie torri e  campanili. Stavamo entrando in un mondo nuovo,  perché nel volgere di un ventennio dal ’70 al ’90 , tutte quelle attività sarebbero diventate quasi normali.   

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Ul temp – il tempo

  (di Anselmo Carabelli)

Queste osservazioni mi sono venute spontanee mentre cercavo di riportare in pari un orologio meccanico, di quelli di una volta a molla, che si era fermato. Oggi la misura del tempo si dà per scontata è elettronica e non vi è alcun apparecchio domestico che non sia dotato di funzione oraria. Ma questa ora è digitale, basta leggere un numero, non analogica con quadrante e lancette, osservando le quali avevi subito la nozione dell’ora e del tempo che intercorre all’appuntamento fissato. Quanta fatica si richiedeva alle maestre, per insegnare a noi piccoli allievi come leggere quel primo quadrante  di un orologio  falso, di legno. Noi però leggevamo anche i minuti, quando forse ai nostri nonni bastavano le ore ed i quarti. Sì perché si accontentavano dell’orologio della torre campanaria con una sola sfera che serviva loro per andare a prendere il treno in stazione a Cavaria. Per chi abitava lontano e per la notte un meccanismo a martello ripeteva le ore  e le mezze battendole sulle campane. Il comune poi si premurava che un uomo ul reguladur lo  tenesse funzionante, caricandone i  pesi e fosse in sincronia,  cun l’ura da a feruvia. Certo ormai questo tranquillizzante suono notturno è stato giustamente spento dalle 22 alle 7 della mattina, potrebbe disturbare,  anche se  poi  non ci si fa scrupolo di supplire coll’implacabile e martellante ritmo  notturno delle varie movide e fiere, che si protraggono ben oltre le 23 . Sicuramente la misura del tempo ed anche la sua nozione variano nelle epoche e rappresentano per l’appassionato ricercatore una fonte inesauribile di riflessione  sulla saggezza popolare. Al contadino non serviva propriamente l’ora meccanica, perché il suo tempo si regolava su ritmi naturali. Per lui  la natura stessa era ed è un orologio. Lo spazio temporale tra il levar del sole, e il tramonto, si accorcia e si allunga naturalmente ritmando le stagioni, consentendo il  necessario lavoro dei campi.  Non altrimenti si spiegherebbe l’infinità di proverbi antichi con riferimento astronomico, che sono il portato della nostra radice contadina. Anche l’antropizzazione antica, cioè l’uso del territorio agricolo per chi lo sappia leggere se non ancora distrutto con caterpillar, offrirebbe nel merito molte considerazioni. Si vedano per esempio i vari ronchi, ronchetti e le terrazzature vignate da nord a sud con affaccio prevalentemente ad est-sud- est.   Oggi si parla  di ecologia, di spreco delle risorse naturali, ma  una casa contadina mai fu costruita a casaccio, solo per usare la massima volumetria, senza  porre attenzione all’illuminazione solare o ai punti cardinali. Per riscaldarsi il contadino sapeva che la prima fonte di calore abbondante e gratis, era il sole; quindi il mezzogiorno era l’esposizione dei vani indispensabili alla vita:  la cucina, il puntì dove si essiccavano le derrate per l’inverno, che poi dovevano essere stivate in cascina in luoghi aerati, perchè  favoriti dalla brezza che normalmente soffia da nord a sud. Chiaramente questo crea un parallelismo naturale tra i luoghi di concentramento delle antiche abitazioni, ma l’accortezza era che la casa davanti non facesse ombra a quella di dietro e normalmente si osserva come limite alla costruzione arretrata l’ombra lunga del giorno più corto quello di Santa Lucia (nella credenza popolare). Per ogni casa, per quanto corto il dì, si ricercava la massima esposizione solare. E i tetti di cotto, che proteggevano il solaio col calpestio in legno dovevano essere sempre ripassati ricurù in corsi di coppi sovrapposti che garantivano l’isolamento dalle intemperie, producendo quell’effetto antico nella copertura delle nostre case, che oggi viene  volutamente  riproposto in tetti cosiddetti anticati, che persa l’ originale motivazione, in alcune soluzioni economiche oggi fa letteralmente schifo. Ma tornando all’ora, l’industrializzazione  richiese la turnazione del lavoro, un orario di lavoro, ritmato dalla sirene; a sirena da a Rejna; a  campanela di Sesa. Tutti si devono levare per tempo. E la vita trova ritmi diversi sempre uguali e gli uomini lottano per ridurre l’orario di lavoro, per sottrarsi ai cottimi, per rendere il lavoro compatibile con le necessità della vita, spostando le condizioni di marginalità.  Nascono le industrie, le lotte sindacali, la conquista del tempo libero. Il desiderio di muoversi di conoscere il mondo dapprima consentito dalla ferrovia, col trasformarsi dell‘auto da veicolo elitario a mezzo popolare, offre a tutti la velocità  compresi i viaggi aerei low cost. Si verifica sul campo il principio della fisica  v= s/t   la velocità è uguale allo spazio diviso il tempo- cioè piu´ si va veloci  più il tempo per percorrere un certo spazio si riduce e il tempo se possibile pare quasi azzerarsi,  così  si possono fare molte più cose  Ma attenti che se si va troppo veloci, il nostro tempo terreno si azzererebbe del tutto come si può evincere anche dall’equazione matematica. per v tendente ad infinito t tende a zero.  Prudenza dunque. 

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Ul fer du l’acua

(testo di Anselmo Carabelli)

Se volessimo ricostruire l’origine di questo modo di dire ormai completamente perso, in uso ancora tra gli assistenti di tessitura a Busto Arsizio, si scoprirebbe che fer du l’acua altro non è che la leva di avviamento dei cari telär a frusta,  espressione gergale  traslata  anche per l’avvio delle macchine moderne con gli interruttori on- off , verde- rosso. L’espressione rimanda alla origine della nostra industrializzazione, quando l’energia nella sala di tessitura, di torni o altre macchine utensili  o in una butega  da legnamè o da farè  per dar moto a bindèla,  mola, maj, pulidura, trapan, proveniva dalla trasmision, albero di trasmissione  che girava in alto vicino al tetto su bronzine  ancorata ai pilastri o al muro perimetrale, dotato di semipulegge imbullonate in corrispondenza delle varie macchine. Questa trasmission era mossa da un motore primario che in antico all’origine della nostra industrializzazione 1820 sull’Olona, poteva essere la ruota  a pale del mulino. Il mulino prendeva a muovere quando la canaletta di derivazione dell’acqua del fiume veniva fatta scivolare di lato perché buttasse direttamente il getto sulle sue pale avviandolo e, per far ciò, ci si serviva di una leva di ferro che prese appunto nome di fer du l’aqua.  Da cui l’inizio di un movimento meccanico fu associato all’ azione della mano sul  fer du l’aqua o leva di avvio. L ’asse principale di movimento di ogni macchina antica presentava due pulegge, una solidale con lo stesso, l’altra folle che girava a vuoto. Una cinghietta,  in cuoio zinta collegava la ruota folle, con la ruota in corrispondenza della trasmissione a soffitto. In prossimità delle due pulegge della macchina la cinghia passava in una forcella collegata con la leva di avviamento. Il nostro fer du l’acua  avviava perciò la macchina spostando la cinghia dalla ruota folle a quella fissa dell’albero e in più consentiva una partenza dolce, perché la cinghia passando dalla folle alla ruota fissa con tutta l’inerzia della macchina ferma, tendeva a scivolare facendo da frizione e la macchina non si inceppava. Naturalmente le cinghie giravano sempre sia che la macchina fosse in trazione o fosse ferma  e quindi erano pericolose,  e apparvero le prime  scritte antinfortunistiche, dal perentorio invito, operaie portate vesti attillate e cuffie, capelli corti, attenti agli organi di movimento.

Gli alberi di trasmissione primaria li potevi vedere in tutte le nostre botteghe. Dai faré : gli Aliverti al Cantun, i Turi; ai Legnamé: ul Gerolum, I fradèj Cardan, ul Biganzoli, ul Rico da a Mirina, ul Giuanò e ul Salvatur dul Mola, ul Romildo, ul Sèsa  Milieto; i tesitur : Ul Carabell, ul Nibela, ul Mario Aliverti, ul Labärd, ul Tani, ul Taravela, ul Guglielmo. Prima di avviare le singole macchine quindi bisognava avviare il sistema di trazione centrale con le trasmissioni a muro e soffitto collegate fra loro da grosse cinghie e ruote più grosse e zintuni. Ma la  trasmissione di moto tra grandi pulegge di ferro solidali alle trasmissioni in alto e la piccola puleggia liscia, coassiale col rotore del motore centrale era alquanto problematica, soprattutto nelle mattine d’inverno quando il  cuoio del Zinton si irrigidiva ed allora sota cunt a pesa greca-pece greca. Si spalmava la zinta di pece a accostando il provvidenziale cilindro di pece al zinton dall’avvio riluttante e per la ravvivata aderenza via che si partiva. Certamente operando a mani nude tra motori cinghie e volani queste operazione risultavano particolarmente rischiose e riservate ad esperti macchinisti. Noi non abbiamo mai avuto mulini per colpa dell’Arno, poco affidabile; le prime macchine di moto furono motori a vapore, le famose caldaie a vapore del tipo Cornovaglia. Prima del 1907 gli unici che ne avevano erano le officine Sessa ubicate tra la via Cavour, la via Onetto e il Ria, la Reina,  e la forgia di Scaltritti Eugenio Maraz, in via Roma.  Poi li sostituirono i motori elettrici,  monumentali,  in corrente trifase dagli statori e rotori con gli avvolgimenti in bella vista, da cinquanta- cent cavaj 50 –100 H.p e l’avviamento avveniva con il sistema cosiddetto stèla- triangul. Per prima cosa bisognava collegare il motore alla line , tirando giò i curtej abbassando i coltelli che facevano da interruttore tra  la linea del motore e la linea principale. In pratica l‘interruttore era una specie di tridente con tre punte a lama di coltello incernierate singolarmente sulle tre fasi del circuito del motore, isolate tra loro, ma unite nell’impugnatura a manico di legno che consentiva, con movimento a compasso dell’impugnatura di inserire i coltelli nelle molle del circuito principale. Dopo tale interruttore i tre fili o Fäs  fasi,  entravano in una apparecchiatura chiusa dotata di volano, che  partendo con l’iniziale configurazione a stella par dag ul spont, cioè l’avvio del solo motore,  quando l’operatore avesse ritenuto opportuno dal sibilo del rotore, passava alla configurazione a triangul che permetteva il traino di tutto l’apparato di trasmissione delle macchine operatrici. Operazione più facile da fare che da descrivere, comunque ci voleva un buon orecchio per apprezzare dal fischio del motore il momento giusto per il cambio di configurazione. Oggi tutto avviene elettronicamente ed automaticamente.  Attenzione però che se per qualsiasi motivo si voleva spegnere la macchina abbassando i coltelli, bisognava per prima cosa portare al minimo carico della sala, altrimenti sarebbe partito il famoso corto, non una scintila, ma una vera e propra scalmana– un fulmine artificiale  Per questo quei coltelli venivano schermati con coperchi di materiale isolante.    

1 Telai col lancio a batter, Batireu, bastone con cinghie che lanciava la navetta

2 Sulla storia dei nostri opifici, botteghe artigiane si veda di A. Carabelli-E Riganti.” Le ricette della Nonna” da pag. 125 a pag 139 – Ed.  Galerate 2000 

3 Hp Horse power. La misura di Potenza era in Cavalli Vapore  0,760 kw.  Non dimentichiamo l’iniziale riferimento alle unità di misura nel sistema inglese, proprio della prima industrializzazione fino a tutto il 1960 quando nel mondo del lavoro europeo continentale si adottò il sistema metrico decimale. Tutti gli organi di connessione, viti, dadi, bulloni si espressero in unità decimali Ma, Mb, sostituendo il vecchi pollice o polis a  come riferimento la forza di un cavallo da tiro. Ormai abbiamo dimenticato che in assoluto il primo filatoio Janette dello svizzero Cantoni ad Arnate (il progenitore dell’industria tessile  gallaratese e bustese)  era mosso da cavalli che agivano su un tapis roulant, una specie di tappeto rotolante  sul quale i cavalli camminavano rimanendo fissi, che dava poi moto al motore primario. Ma senza andare molto lontano Enrico Riganti mi ricorda che quando la sua nonna  Paolina da piccola andava alla festa della Madonnetta di  Gornate, il giorno dell’Assunta siccome, come si diceva, tuti i salmi finisan in gloria, dopo le preghiere o devuzion come si diceva allora, c’era sempre la ricreazione, ci si concedeva anche pei bambini un giro in giostra, e quelle antiche giostre erano mosse da motori a cavallo.  Gli stessi animali che poi trainavano le carovane dei giostrai, itineranti da fiera in fiera. 

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I nomm – I nomi di persona

Indichiamo di seguito alcuni nomi di persona di uso frequente nel nostro comune in passato, in dialetto e a latere nella traduzione italiana

                            

Mili                                Emilio

Luis                             Luigi

Giusèpp                       Giuseppe

Pasqualeu                     Pasquale

Kileu                             Achille

Zufrik                            Sigfrido

Biös                                Biagio

Stéan                              Stefano

Richeu                            Enrico

Bramm                              Abramo

Lisandar                         Alessandro

Gust                              Augusto

Marzaleu                       Marcella

Bernörd                           Bernardo         

Fredrìk                             Federico

Gaspör                             Gaspare

Duardin                            Eduardo

Frédu                               Alfredo

Funseu                             Alfonso

Clemént                          Clemente

Cecch                                Francesco

Pédar                               Pietro

Maria                               Maria

Giuann                              Giovanni

Bunifazi                           Bonifacio

Diunis                              Dionigi            

Vügeni                              Eugenio 

Dumenic                       Domenico

Virgìni                             Virginio

Giulètu                            Angelo

Celèst                              Celeste                                           

Giüli                                 Giulio

Neclètu                            Anacleto

Nibèla                               Annibale

Sèlmo                               Anselmo

Nino                                  Antonino

Togn                                  Antonio

Luzia                                  Lucia

Ines                                     Agnese

Nineta                                 Annina

Breus                                   Ambrogio

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Scorci Paesani

Ricordando il compianto Sig. Osvaldo Tonelli, ne pubblichiamo una poesia apparsa negli anni ’60/’70 su Jerago: Rassegna di vita cittadina, pubblicazione del Centro culturale Ul Galet.

In una piazza piccina piccina      

c’e una Chiesetta tanto carina     

il campanile, una sola campana     

ed al suo fianco una cara fontana  

proprio di questa vi voglio parlare 

con pochi versi la storia narrare   

non e’ recente eppur é nostrana:    

povera e cara, vecchia fontana       

Quando bambino la mamma cercavo     

e in nessun posto ahimè la trovavo 

venivo da te che non eri lontana    

povera e cara vecchia fontana       

Lì la vedevo intenta a lavare      

con altre donne ciarliere a parlare 

Eri un salotto di vita mondana      

povera e cara, vecchia fontana.     

Vicino al cancello mi soffermavo    

e delle comari il discorso ascoltavo

sedevo e giocavo sull’erba ortolana 

povera e cara vecchia fontana       

                    

Poi venne la guerra, tutto sconvolse

e la bontà nei cuori travolse

più non ti giunse l’acqua paesana:

povera e cara vecchia fontana

Finita la guerra rinnovatrice

ti preferiron la lavatrice

Così sei rimasta inutile..arcana:

povera e cara vecchia fontana

Ora un museo di cose un po’ strane

spazzaneve, bisce, topi e rane

e lì marcisci tra l’erba malsana:

povera e cara vecchia fontana

Zitta riposi tra lezzo e marciume

sempre in attesa che questo Comune

suoni per te, un dì la campana:

Povera e cara vecchia fontana

Presenta anche tu un bel ricorso,

(che’ qualcuno ti venga in soccorso)

Via Indipendenza, Giunta Nostrana.

povera e cara vecchia fontana

Ricorda però a carta bollata

che’ la domanda non sia cestinata.

Chissà che un giorno passando di lì 

io ti ritrovi come ai bei dì,

Allora insieme andremo in Chiesetta

zitti e devoti a suonar la campana

ringrazieremo la Giunta Paesana;

povera e cara, vecchia fontana. 

                                         Osvaldo Tonelli

La chiesa indicata e’ la chiesa di San Rocco e forse, anche in seguito a questa poesia, la fontana fu ristrutturata in un deposito di attrezzi del comune

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Le statuine del presepio e altri ricordi di Natale

L’avvento si annunciava sempre con l’invito ai fioretti che le  indimenticabili suor Marietta e suor Rosina  ci suggerivano di offrire in un modo molto accattivante . Un  cartoncino pieghevole sul quale si disegnava il ramo di un agrifoglio con le inconfondibili e caratteristiche foglie spinose e bacche da segnare leggermente  a matita,  che poi avremmo riempite coi pastelli di un bel verde, bordandole di giallo e di un rosso vivo per le   bacche. Una foglia ed una bacca da colorare ogni giorno assieme al fioretto che necessariamente dovevamo associare, vale  a dire una piccola rinuncia, un gesto buono verso la mamma o la nonna, una preghiera. Le ultime settimane erano riservate alle due palme che si chinavano sulla capanna, al Bambin Gesù, alla Madonna, a San Giuseppe. All’oratorio, nell’aula don Massimo, di giovedì mattina, giorno di vacanza per le elementari di allora, ci si trovava tutti  attorno al tavolo da ping-pong, che faceva da grande scrivania e le maestre, la signora Rosa Cardani e la signorina Anna Cardani, ci aiutavano a completare le figure più complesse e ci narravano le vicende della Bibbia e del Vangelo preparandoci al grande giorno.  A scuola si imparava la poesia che avremmo dovuto recitare, in piedi su una sedia, per tutta la famiglia riunita. Erano tanti i segni che ci rammentavano il Natale imminente. Il negozio di cartoleria della signora Marini, all’angolo di piazza san Giorgio, oggi ex latteria, si arricchiva di ghirlande d’oro e di argento, normalmente vi  acquistavi i pennini, i quaderni quelli neri di una volta con dietro la tabellina pitagorica,  ma nell’occasione metteva in mostra anche le statuine, le capanne e le casette di sughero del presepio.  Le prime scatole del traforo, archetto e lamette, facevano bella mostra sui ripiani di quello che per noi era diventato il negozio dei giochi desiderati,  mentre per le bambine non mancavano le scatole con gli attrezzi da cucina in formato ridotto, qualche bambola, ma potevi trovare anche libretti di favole.  Già si pregustava la gioia dei tanti personaggi che avremmo ritagliati, di sera in cucina lavorando di archetto e sapone sulla lama per farla scorrere meglio. Disegni e sagome  incollate su quell’asse sottile, che eravamo andati a prendere nella bottega del Rico  de la Mirina ( sig. Enrico Cardani). Una bottega antica con la colla da legnamè sempre  fumante nella inconfondibile latta posata sul birocc , stufa a segatura dove il fuoco ardeva sempre estate ed inverno per tenere la colla liquida e pronta all’uso del falegname. L’impresa più ardua per chi usasse il traforo,  era quella di cambiarne la lama  quando per troppa foga  si spaccava e allora solo il papà  con le sue manone era capace di avvicinare gli estremi dell’archetto, posizionare la nuova lama  e stringere contemporaneamente gli angaletti  ( i due dadi a farfalla) per bloccarla. In cucina le nonne recitavano il rosario, noi si lavorava al traforo, qualcuno sferruzzava, qualcuno metteva i piedi nel forno della stufa a legna ormai spenta sfogliando i libri di scuola per ripassare la lezione, e i più piccoli, sui vetri delle finestre appannate dal fiadù ( l’umidità dell’ambiente interno, prodotta dalla caldaia della stufa economica  a legna) che si condensava sui vetri freddi, disegnavano colle dita pupazzetti e stelle per la gioia della mamma, perché quei segni apparentemente innocui si rivelavano pressocchè indelebili  anche a ripetute pulizie. Nelle vie anche tutti gli altri negozi si adeguavano, Sull’angolo della chiesa il Sig Turri Rino, con negozio di cicli (oggi angolo del Fiorista) appendeva una lussuosa bicicletta , una Bianchi modello sportivo con il cambio Campagnolo, una vera rarità; di fronte la bottega del Santin, non era da meno con un abbondare di cassette di arance, di mele, e di mandarini, ma anche noci e così ogni negoziante si ingegnava ad arricchire la sua offerta. Tutti tenevano  stretti i clienti con le trazionali buone feste: i bon fest .

                                                                    

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Il Santo Natale

Credo non vi sia giornata più attesa del Santo Natale.  Ti rivedi piccolo quando  la nonna e la mamma  additavano il  Bimbo che  avevano appena adagiato nella mangiatoia, prima vuota. L’amato  presepe casalingo, che ancora oggi ricostruisci, si anima di statuine che  vanno verso la capanna  e, se hai fortuna, molte  sono ancora quelle di gesso del papà  o le più recenti di cartapesta, magari rotte, ma che un provvidenziale rappezzo ha salvate. Un  poco di colla rapida, il rametto di un abete inserito tra il busto del pastore e  le sue spalle  e così potrà ancora ricoprire egregiamente il suo ruolo. Le pecore del nonno in gesso, dopo tanti anni non stanno più in piedi, meglio, perciò le accosti l’una all’altra e il gregge, in precario equilibrio,  sembrerà più veritiero. Ecco quei due personaggi, certo bruttaccelli, niente in raffronto alle superbe statuine odierne, fanno tanta tenerezza, perché non puoi dimenticare quando scartandole dall’imballo di vecchie pagine di giornale stropicciate, ad ognuna si attribuiva un soprannome e tutti sorridevano.  Queste due  sono  proprio: il Carlin e la Marietta da Carbunà.  Memoria di racconti su personaggi semplici, anzi sempliciotti, ma tanto… tanto amati. Come non pensare con gratitudine a coloro che hanno operato perché la tua vita corresse lungo binari sicuri e nei Natali passati con loro era bello andare alla messa grande, farsi gli auguri.  Anche l’ augurio di  un  anno buono esternava la certezza, che circondato da così tanti amici cristianamente formati, anche nelle possibili ed ineluttabili  sofferenze, una spalla ed un aiuto non sarebbero  mai mancati. Penso a Natali forzatamente più tristi  vissuti nei racconti di  anziani reduci dal fronte, che ancora  si commuovono al pensiero dei molti che non sono tornati. Nelle loro lettere, per chi ha la  possibilità  di possederne e leggerne i diari,  si apprezza come quella data, anche nelle ristrettezze e nelle ambascie  del momento, in Russia, in Africa, in Grecia, non passò mai ignorata. E in molti casi, nei  luoghi sperduti, lì confinati dall’insipienza  dei potenti, fu proprio  un immaginetta  di Gesù Bambino nel presepe, conservata gelosamente nel portafoglio tra le foto dei genitori, a rappresentare  l’unico provvidenziale appiglio alla speranza di rivedere i propri cari ed a non farsi prendere dallo sconforto. E per molti, meno fortunati, il viatico ad una morte senza disperazione. Ecco perché ammiro la preziosità  delle immaginette sacre  e le conservo sempre gelosamente. Buon Natale!

fonte immagine: wikipedia.org – Giotto- La natività – Cappella degli Scrovegni- Padova

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Cärna cunt a panéra – Carne con la panna

Premessa:

Trattasi di una preparazione ricca, per occasioni importanti. Per tempo bisognava appartare la panna scremandola dal latte. Successivamente si acquistava un buon pezzo di carne di manzo per brasato – scamone o codone, che offre la caratteristica di rimanere pastosa alla cottura . Questo riservava il piatto alle ricorrenze speciali. La ricetta è comunque riscontrabile nelle cucine d’oltralpe, mi è infatti capitato con grande sorpresa di trovarla nel Menù del ristorante Helm a Basel – Basilea (CH). Piatto unico da servire molto caldo, posando la pentola in tavola su uno scaldino. Ottima anche riscaldata, ma in tale situazione piuttosto pesante da digerire. Accompagnare con vino rosso generoso. La ripropongo nella versione della mia mamma: Sig. Carla Macchi –Carabelli , fu pubblicata in “ Jerago rassegna di Vita cittadina dic.1967 ”

Ingredienti per 5 persone: scamone gr 700, Burro gr. 50,  4 Cipolle grosse, 1/4 lt. di panna, aceto ½ bicchiere.

Prendete 700 gr. di carne scamone e metteteli a fuoco lento con 50 gr. di burro e 4 cipolle tagliate in pezzi in una pentola dal bordo medio. Salate in giusta misura. Quando la carne sarà ben rosolata nel burro e cipolle, aggiungete 1/2 bicchiere di aceto, coperchiate e lasciate cuocere il tutto a fuoco lento per due ore.

A cottura ultimata levare la carne dal tegame e tagliarla a fette di medio spessore con l’aiuto, potendo, di un coltello elettrico. Indi passate direttamente col Minipimer gli ingredienti rimasti nella pentola. Rimettete nella stessa pentola la carne affettata aggiungendo il quarto di panna.

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Fate cuocere ancora a fuoco lento per una ventina di minuti. Raccomando infine di servire il tutto ben caldo e in piatti caldi.

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Brano tratto da “Le ricette della Nonna – Cucina, usi, espressioni, attività, feste religiose Nella vita di un borgo dell’alto milanese tra il 1800 e il 1940” – Anselmo Carabelli con Enrico Riganti – Tipografia Moderna , 2000 – Collana Galerate

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San Carlo Borromeo e la processione del Santo Chiodo

Affresco di Emilio Orsenigo per la chiesa di San Giorgio in Jerago:

Visibile sul lato destro osservando l’altare di San Carlo, eseguito  da Emilio Orsenigo, affreschista di Varese.  Realizzazione aprile–maggio 1940.

(testo e ricerca A. Carabelli)

La spaventosa pestilenza che colpì Milano e la diocesi tra il 1576 ed il 1577, vide il suo cardinale Carlo tra le persone più impegnate nella assistenza spirituale e materiale  alle vittime. Attingendo alle risorse personali rese possibile la distribuzione quotidiana di alimenti a circa settantamila persone. Il clero diocesano, che visitava e confortava  costantemente gli ammalati, rappresentava ormai  l’unica autorità di riferimento, poiché il governatore ed i notabili, all’aggravarsi della pandemia, si erano rifugiati in località ritenute più salubri e sicure. Unitamente agli aiuti materiali egli curò assiduamente l’assistenza spirituale dei fedeli, per i quali indisse numerose e solenni processioni cui associò durissime e personali penitenze, con veglie, digiuni e preghiere offerte al Signore per la cessazione di tanto flagello. In particolare la sua grande devozione alla reliquia si appaleso’ quando una folla di milanesi in vesti dimesse e penitenti si strinse  attorno alla Croce col Chiodo ed al cardinale che la reggeva, accompagnandolo devotamente in un lungo percorso per le vie cittadine. A ridosso di quella grande manifestazione di fede si constatò un miracoloso attenuarsi dell’epidemia e successivamente la sua definitiva scomparsa, dichiarata definitivamente estinta il primo dicembre 1577.

Il santo chiodo si trova ubicato sulla volta del presbiterio del Duomo di Milano, al centro di un rosone ove si nota una lampada rossa che illumina il piccolo tabernacolo con la venerata reliquia della Passione di Gesù:  “il Santo chiodo che trafisse la carne di Cristo in Croce”.

Per volontà di San Carlo una volta all’anno viene prelevato dal rosone ed esposto per tre giorni alla devozione nell’interno del Duomo. La Nivola, macchina leonardesca, azionata ora meccanicamente, ma in precedenza da venti robusti uomini,  porta  l’officiante a 45 metri dal suolo,  per il prelievo della reliquia. Quest’anno la solenne esposizione è avvenuta  tra sabato 10 e lunedi 12 settembre.

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Storia della Rejna s. p. a. a Jerago 1900-1993

 (testo A. Carabelli)

Non si può argomentare della industrializzazione di Jerago ignorando la Societa Rejna s.p.a..  Di essa rimangono i capannoni industriali, non gli originali, ma quelli ricostruiti più recentemente, perché dopo la chiusura, nel 1996 e nello stesso sito, con lavorazioni diverse, sempre nel settore automotive, si è insediata la Meccanica Finnord s.p.a. . Agli albori del secolo scorso l´industria meccanica necessitava di molle a elica per macchine operatrici e di molle a balestra nelle diverse versioni di: semplici o con foglie di rinforzo, balestre con staffa, balestre con balestrino ed accessori per l’equipaggiamento di varie tipologie di mezzi di trasporto. Ciò avveniva a motivo dello sviluppo della rete ferroviaria italiana e della conseguente richiesta di materiale rotabile: carri-merce e carrozze passeggeri.

La ditta A. Rejna & C nasce come casa commerciale a Milano dalla associazione tra il signor Eugenio Ferrari ed il signor Achille Rejna . Fu registrata il 1° gennaio 1885 con sede in via Amidei n.7, avente per oggetto sociale la vendita di: sottoselle, selle, briglie, staffe per cavalli e carrozze allora denominate “selleria inglese”, nonché di molle, assali e ferramenta per vetture.

In quegli anni una delle più importanti fornitrici dell’impresa commerciale Rejna, fu l’officina meccanica locale di Sessa Giuseppe, che competeva nelle forniture con la casa francese Vermot. La qualità e la costanza della produzione di Sessa, rivelarono ai due commercianti milanesi le potenzialità di queste nostre terre per competenza di tecnici, operai e, cosa da non trascurare, la facilità di trasporti ferroviari. Fu così che la casa milanese Rejna, visto il buon andamento degli affari e l’espansione del mercato, pensò di costruire in proprio realizzando  a Jerago uno stabilimento ove produrre: pezzi staccati di ferramenta, assali a olio, a mazzapatent e a grasso, molle in acciaio temperato per carrozze- automobili – furgoni- carri ecc. che fu avviato il 31 marzo del 1900. L’iniziale attività si svolgeva in due capannoni e fonderia, forniti di energia prodotta da motore a vapore. L’impianto nacque con la collaborazione della officina Sessa e del figlio Pasquale che ne divenne dipendente. Si palesò immediatamente alla proprietà milanese il rischio di dipendenza dalla ditta Sessa, cioè da un potenziale concorrente  libero di agire sul mercato. Prudentemente la società si rivolse al suo fornitore francese di articoli similari, la Vermot di Chatenois che, dal momento che la vendita dei suoi articoli sul mercato italiano era stata colpita da embargo, non ebbe difficoltà a segnalare come possibile direttore: Leone Michaud, esercitante costui pari funzione in una primaria fabbrica parigina. Fu assunto in Jerago nel 1904 al compimento di un tirocinio di tre mesi presso lo stabilimento transalpino Vermot. Prendeva così iniziò la straordinaria vicenda della Rejna, strettamente legata alla storia industriale del paese, che arrivò ad occupare 400 operai nel 1928, quando il nostro borgo contava  1865 abitanti. Negli anni trenta si raggiunse la massima dimensione occupazionale con 800 dipendenti suddivisi tra: Jerago, la conceria di Galliate (No), l’opificio di bordature di Milano, dove si producevano finimenti e bordature complete, buffetterie di ogni genere e si eseguivano lavori in cuoio. Nel periodo bellico fortunatamente non subì bombardamenti e l’espansione continuò. Dopo il conflitto mondiale la ditta continuò normalmente la sua attività ed il suo sviluppo in un mercato postbellico in notevole espansione. Nel 1963 fu costruito lo stabilimento di Novate Milanese per la lavorazione di articoli in pelle   e nel 1965 entrò in attività per le stesse produzioni uno stabilimento a Cagliari.

Il 18 dicembre 1972 la ditta cambiò ragione sociale assumendo il nome di Rejna s.p.a  e trasformata in holding finanziaria  quotata alla  Borsa Valori di Milano che comprendeva le seguenti società:

Rejna Industriale s.p.a.- sede in Milano e stabilimento a Jerago

 –Rejna Novate s.p.a. -sede a Novate Milanese e stabilimento a Novate

-Rejna Sardegna s,p.a -sede a Cagliari

-Rejna Commerciale s.p.a – sede in Milano attiva nella rete distributiva dei ricambi per autoveicoli e mezzi di trasporto in genere.

Lo stabilimento di Jerago si divise in   due sezioni A e B creando nella sezione B una divisione speciale dedicata alla vendita di impianti chiavi in mano e macchine per la formazione di molle a balestra, molle ad elica e barre stabilizzatrici di veicoli leggeri e pesanti. Venne poi venduto alla SOGEFI, società finanziaria facente capo a Carlo De Benedetti, che ne riconfermò la produzione originale sino al 1993.La pesante crisi siderurgica acuitasi in quell’anno indusse la CIR, cui faceva capo la SOGEFI, ad avviare la chiusura della Rejna in Jerago, convogliando su altri impianti produttivi esistenti le nostre pregiate lavorazioni. Per la qual cosa si aprì a Melfi, in prossimità dello stablimento FIAT, una nuova fabbrica di molle ad elica per autovetture. Alcune delle lavorazioni della gloriosa Rejna furono dirottate negli stablimenti bresciani della holding: alla Sidergarda (molle del settore ferroviario) ed a San Felice (balestre). Gli operai dell’officina jeraghese vennero messi in mobilità.  Il pesante vulnus che colpì l’occupazione del nostro borgo fu attenuato sia dalla possibilità di reimpiego dei dipendenti in altre imprese della zona, sia dalla circostanza che nel 1996 lo stabilimento fu rilevato dai fratelli Piccinali, titolari di una officina meccanica a Cavaria.  Costoro vi insedieranno un’impresa con 243 dipendenti denominata Meccanica Finnord s.p.a. per la produzione di particolari metallici di sicurezza per il primo equipaggiamento: impianti frenanti, sterzanti ,sospensione, trasmissione, freno, utilizzati dalle grandi case automobilistiche mondiali, per mezzi civili, industriali e marini.

Nella sezione B si insedierà la ditta Oreca.

La Rejna sarà poi tolta dal listino della borsa di Milano nel 1998.

E’ innegabile che a questa vicenda produttiva si siano intrecciate le storie personali di tantissimi concittadini, molto della vicenda sindacale, politica e civile locale. Da non trascurare l’impronta architettonica lasciata sul paese, dai capannoni industriali, dalla caserma, dalle casermette, dalle ville della proprietà e dei direttori. Il paesaggio offre ancora un maestoso viale alberato che conduce alla portineria con ingresso carraio, detto appunto Viale della Rejna.

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Il ricordo di Don Angelo Cassani parroco di Jerago dal 1987 al 2006 in occasione del suo Dies natalis

Il consiglio Pastorale il giorno 22-9-2006, durante la S. Messa di ringraziamento per i  44 di sacerdozio di don Angelo Cassani, ha voluto ricordare con  la lettera, di seguito riportata,  il significato dei suoi anni trascorsi alla guida della nostra parrocchia di San Giorgio, concludendo che ad uno sterile elenco di prime pietre e di opere in muratura, preferiva rammentare il suo insegnamento:

“Presentandoti all’inizio della tua missione presso di noi, mentre ricordavi dal pulpito la tua passata esperienza, tra le altre cose, ci colpì il messaggio che ogni uomo vale per ciò che è, e non per quello che fa. E l’essere dell’uomo è tale perché riflette nel suo volto il volto di Cristo. L’espressione poteva sembrare difficile ed incomprensibile, forse di circostanza, se alle parole non fosse seguita una lezione di vita vissuta e solo faticosamente condivisa, che ci avrebbe portati ad apprezzare il grande peso di quel messaggio nel tentativo di viverlo.  Tutto ciò che avrebbe accompagnato il tuo agire ed il tuo insegnare sarebbe stato coerente con quella premessa. Sicuramente, come ci saremmo resi conto, quel modo di vivere, che nasce dal riconoscere la nobiltà del figlio di Dio in tutti gli uomini, con ciò che da esso consegue, non era cosa atta ad aprire vasti consensi, come tu stesso ti saresti accorto e molti ti avrebbero fatto rilevare, forse con rimprovero, anche allontanandosi. Ma come comportarsi altrimenti, quando si è fortemente animati da una immensa fede in Cristo come tu lo sei. Quando  sorretti dall’affetto della Mamma Celeste si vive in una società di profonde radici cristiane che apparentemente essa relega  ad una delle tante opzioni, quasi che l’insegnamento dei padri si fosse stemperato nel vasto mare delle necessità impellenti e del politicamente corretto? Ed ecco allora il costante richiamo nella tua predicazione: alla condivisione della vita coi propri figli; alla condivisione delle sofferenze dei malati; alla preparazione dei giovani che chiedono che Dio sia il faro e la costante benedizione alla loro vita matrimoniale, alla preparazione dei fanciulli nel catechismo.

Grande la tua attenzione verso gli educatori, i quali con difficoltà si provano di vivere coi ragazzi ciò che insegnano, oltre naturalmente ad insegnarlo. E’ bello partecipare alla domenicale Messa delle 10 e vedere i giovani, gli educatori e i loro ragazzi unirsi spontaneamente nella preghiera e nella frequenza all’ Eucarestia, in una comunità che mantiene fortemente il legame, tramite la Comunione dei Santi, da Te sempre ricordata, con tutti coloro che ci hanno preceduto nella gloria di Dio. Bello sapere che questi Santi sono le persone che abbiamo conosciute, cui abbiamo voluto bene, con  le quali abbiamo fatto un tratto di vita sulla terra e ci attendono un giorno nella gloria di Dio. E così abbiamo capito la tua insistenza nel voler difendere quelli che sono stati i luoghi santi della Benedizione di Dio sul nostro popolo, quali la chiesa vecchia di San Giorgio, ora restaurata ed il campanile medievale. Caro don Angelo consentici un grande ringraziamento verso un uomo  che, dopo aver seguita la sua vocazione sacerdotale, nata dal suo grande amore per Cristo e per la  Chiesa, è stato poi inviato dal Vescovo nella nostra comunità, per richiamarci costantemente la gioia di essere cristiani e l’impegno che ne consegue.  L’amicizia che nasce spontaneamente e umanamente non può che ricondursi alla premessa del Cristo nato e risorto, nella condivisione di valori autentici. Molte volte ci accorgiamo che tu ti fai triste, quando il nostro modo di affrontare i problemi e la vita, nonostante i tuoi  continui insegnamenti, risponde ancora alla logica dell’uomo vecchio. Ed allora il tuo parlare, ci pare difficile, a tratti incomprensibile, ma a ben vedere, non è la tua incapacità a farsi intendere, bensì la nostra mente, che vorrebbe sentire altre parole, più accattivanti e consone all’andazzo quotidiano. E allora tu saresti un buon politico e forse avresti tanti più amici, ma noi oggi non saremmo qui a festeggiare un Sacerdote, un Parroco, ma un uomo disposto a correre dietro a tutte le mode. La difficoltà di seguire non te, ma il tuo insegnamento in Cristo, ci fa allontanare anche. E’ allora che la tua sofferenza trova conforto nella preghiera e nella meditazione degli scritti dei padri della Chiesa  e genera costante ammirazione per quella dimensione della comunità di preghiera che ci fai intuire quando con trasporto ci parli di Vitorchiano. E’ così che ti rafforzi, ti rassereni e la casa rimane sempre aperta anche per l’amico che si è allontanato e ritorna e si stupisce di sentirsi ancora amato.

Queste sofferenza che tu riscopri in tutti gli ammalati e stai vivendo nella tua persona, ci hai insegnato essere per te costante richiamo di obbedienza alla volontà del Padre. Porti nel cuore anche tutte le altre persone malate e le aiuti a non ribellarsi alla loro condizione, esse si uniscono a te nella preghiera, perché avvertono il calore di una comunità che  prega a gran voce per loro e per te.  Vorresti che i genitori e gli educatori riuscissero a trasmettere questi valori e che ai giovani non mancassero insegnamenti autentici. Vorresti che la loro esuberante ricerca di attività, di suoni ,di libertà, non fosse, per mancanza di esempi, il solo modo di riempire la solitudine ed il vuoto di significato della loro vita. Di proposito non abbiamo voluto parlare delle tante cose fatte o da fare, che sono state molte e nell’oratorio della B.V. del Carmelo vedono la più recente e bella realizzazione.

Ad uno sterile elenco di prime pietre di mattoni, preferiamo pensare ai frammenti di amore e di fede cristiana che tu ampiamente e caparbiamente distribuisci nella nostra comunità di san Giorgio.

Un grande abbraccio.

 

I tuoi Parrocchiani e il Consiglio Parrocchiale

 

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Per infinita riconoscenza, sapendo di infrangere una sua naturale riservatezza, ci incombe  l’obbligo della elencazione delle numerose  opere  volute e realizzate da Don Angelo, che rimarranno a testimonianza del suo grande amore per la nostra parrocchia.

 

In primis, ricordiamo i restauri  della sua amata chiesa parrocchiale, per la quale  impostò immediatamente il recupero della copertura, che si era ammalorata nel corso dei tempi  e necessitava di una radicale sostituzione.

Provvide  già nel novembre del 1987 al rifacimento totale della copertura con la intonacatura di tutte le pareti laterali e della facciata, mentre nel quadro di accordi con il Comune, per una migliore viabilità delle vie centrali, fu sistemato tutto il piazzale antistante la chiesa,  compreso l’accesso alla grotta della Madonna di Lourdes , aggiungendo un comodo accesso pedonale dalla via Varese. Risistemò la copertura della Cappellina  invernale, e mise a norma l’impianto di riscaldamento ad aria della Chiesa.

Affrontò la situazione di degrado della chiesa vecchia e del campanile, edifici che si trovavano in totale stato di abbandono. Ricordiamo che le campane erano state messe a terra, in attesa di decisioni e  tutti i richiami, della vita religiosa erano affidati al mesto gracidare di un disco e diffusi da un altoparlante.

Il Campanile e la chiesa vecchia erano stati sottoposti a vincolo della sopraintendenza ai beni artistici e culturali della Lombardia, in sostanza congelati nel loro degrado.

Don Angelo, che  aveva intuito come questi monumenti fossero tanto antichi da avvicinarci alle radici stesse della nostra cristianità, sognava e desiderava un restauro che li recuperasse all’uso per la comunità, dovette però confrontarsi con una opinione comune di diverso avviso, la quale era supportata anche da autorevoli pareri che si rilevarono poi del tutto infondati.

Portò a compimento il Campanile, con la messa in opera delle campane. Era il giorno della  Madonna del Carmelo 1991 e finalmente le nostre campane tornarono a far udire la loro voce.

Il restauro del campanile,  che fruì parzialmente  di un finanziamento della Provincia Di Varese, ne rilevò, in corso d’opera,  l’antichità  da ascrivere al X-XI sec.

Riportò la sala Auditorium nelle norme di agibilità  all’ uso teatrale, con tutte le migliorie richieste dalle leggi vigenti con  messa a norma dell’impianto di riscaldamento a gasolio, vie di uscita, allestimenti ignifughi ecc. (usufruendo di un parziale finanziamento dell’ente dello spettacolo ).

Ripristinò ai fini funzionali e abitativi, le salette del vecchio oratorio di Via Colombo. 

Per la chiesa vecchia che rimaneva ancora in stato  di abbandono, Don Angelo pensò di far partire un progetto di recupero totale (1100 mio), da presentarsi alla Regione Lombardia, perché rientrasse nelle opere finanziate  tramite Frisl (fondo regionale che istituzionalmente anticipava tutto il costo dell’opera e ne prevedeva il rimborso in 8 anni senza interesse).

Il progetto fu  ammesso al finanziamento e l’opera e stata ultimata nel 1999. Da allora possiamo vantare non più la vecchia e cadente chiesa di San Giorgio, ma la chiesa di san Giorgio restaurata, come don Angelo amava definire.

Rimaneva l’annoso problema di un oratorio che fosse funzionale ed all’altezza dei tempi. Nel 2000, proprio nei giorni dell’annunciarsi della sua malattia, mise in cantiere l’opera dedicandolo alla Beata Vergine del Carmelo. Il nuovo edificio fu reso disponibile  all’uso  nel 2004/2005 (Lit. 1100 mio).

Desiderò che nei luoghi dei nuovi insediamenti abitativo non mancassero simboli religiosi e cappelle votive, nel segno di una continuità con san Carlo Borromeo.

Pensò e fece realizzare la cappellina ubicata presso le case di Via Grandi, sul Viale della Rejna dedicandola alla Sacra Famiglia.   

(fonte immagine: fondazionedonangelocassani.it)

 

 

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FESTE DI PAESE

Le feste religiose furono per molti anni l’occasione per frequentare i paesi vicini, nonché l’opportunità per i giovani e le giovani di conoscersi, con tutta la circospezione e la prudenza che le abitudini imponevano. Quando poi queste conoscenze furtive, per interessamento delle famiglie e con l’aiuto di un intermediario, sbocciavano in un matrimonio erano le famiglie intere che si spostavano di paese in occasione della festa patronale invitati dai parenti acquisiti, e se il tempo era propizio si imbandivano grandi tavolate sotto la pergola della vite, che solitamente copriva un fazzoletto di cortile davanti all’uscio della casa di ringhiera. La “Topia”, il pergolato aveva quindi la funzione di proteggere dal sole questi raduni. Il ricordo di queste tavolate imbandite nei cortili, alle quali sedevano ospiti anche i vicini di casa rappresenta sicuramente ancora oggi lo stimolo che  spinge a ritrovarsi convivialmente tante persone in occasioni particolari. Alla Madonna del Carmine, dopo la messa grande ci si riunisce sotto i pini del boschetto dell’Oratorio, così anche per San Rocco, quando la tradizione voleva che ci si trovasse sul sagrato, dove ai passanti veniva offerto anche del buon vino. Vi sono anche occasioni speciali di convivialità quali le ricorrenze per i nostri Sacerdoti le feste dell’Asilo o ricorrenze prettamente locali: la tavolata estiva degli abitanti delle vie Sabotino e Rossini, che nulla hanno da invidiare alle note tavolate delle contrade di Siena anche per l’andamento decisamente sinuoso della via ed alla festosità dei conviviali, o alla tavolata di ferragosto degli abitanti del Tougnon, forse uno dei più raccolti cortili dei nostro borgo che con le loro stornellate riescono a rallegrare anche fino al Caverzasca. Gran bel cortile, non per nulla  il Signor Panfili se ne accorse quando vi ambientò l’Ultima Cena della Passion dul Signur.