Al fioca pu cume na veulta- Non nevica più come nei vecchi tempi

 (testo di  Anselmo Carabelli)

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(fonte immagine 3Bmeteo.com)

Possiamo definire questa sentenza il tormentone  dei primi giorni dell’anno. Attendiamo la neve, ma tarda ad arrivare, forse non siamo più buoni come una volta e quindi niente premio. Rimane un vago ricordo di aria frizzante, cielo terso e limpido depurato dal lento e fitto scendere dei fiocchi, un’aria da respirare a pieni polmoni finalmente   pura, come nei tempi passati, quando i suoni si annullavano dolcemente nell’inusuale panno che prendeva consistenza avvolgendo ogni cosa. All’osservatore attento la neve si è sempre annunciata preceduta da un intenso freddo e cieli di un profondo blu, ove, seppure digiuno di astronomia,  non potevi  ignorare la stella polare, il piccolo e grande carro del cielo, mentre la mente volgeva un grato pensiero alla  maestra  che, per prima,  te ne  aveva parlato. Poi la morsa del freddo si attenua ed ecco i primi sfarfallii di neve.  Ricordo  che  il mio incessante andirivieni alla finestra per assicurami che l’evento non s’interrompesse, veniva stigmatizzato dal papà con un lapidario: sperem ca la sa gira in acua, speriamo che si trasformi in pioggia. Già io non potevo capire cosa significasse, in  potenziali pericoli e certa fatica, il  muoversi  con la neve per chi vi è obbligato dal lavoro.  La nevicata  reca agli adulti una serie di disagi, dei quali vorrebbero volentieri fare a meno. In primis la neve da spalare fino alla strada, dove si spera sia già passata la cala, perché se hai liberato il cancello d’ingresso e la cala passa dopo, ti ritrovi una montagna di neve pressata, fradicia e sozza da rimuovere.  Con certezza matematica,  per aprire il cancello devi far sgelare la serratura e se ancora non ci riesci con quel misero accendino, che immancabilmente si esaurisce, è giocoforza passare  alle maniere forti con leve e mazza . Nonostante la temperatura polare,  sudi come un vitello a ferragosto, vedi nulla, perché gli occhiali si appannano e lasci un tale disastro che, ad emergenza rientrata, ti obbligherà a perdere un intero sabato per risistemare il tutto.  Quando avrai spalato per bene, non potrai ignorare il possibile rigelo in corrispondenza delle zone d’ombra,   sparito il sole immediatamente si formerà una lastra di vetro e allora giù  sale. Si proprio quel sale che finisce quasi subito e il tabaccaio, anche lui preso alla sprovvista, ha esaurito,  però la nonna  usava la cenere  che tu  volevi buttar via, ma un poco ne è  rimasto ancora, sotto il portico assieme a provvidenziali  secchi di sabbia. Comunque  sono tutti lavori improvvisati, faticosi, in particolare per chi deve viaggiare o muoversi seppur di pochi chilometri. Solo i più fortunati, che oggi sono in pensione,  possono anche metterla sul ridere: fa via la nev, partagà i nus, maza la gent lè tutt laurà fai par nient –far via la neve, dare di pertica alle noci, ammazzare la gente, son tutti lavori fatti per niente- infatti la neve si scioglie da sola, le noci cadono dall’albero, basta aspettare e lo stesso dicasi per la gente che muore per conto suo.                                                                                                                                             

Ma la nevicata del 1985! Quella sì fu eccezionale, una cosa mai vista. Ebbe  inizio la notte del 13 gennaio, appena passata l’Epifania, durò ininterrotta per tre interi giorni, lasciando sul terreno  credo più di un metro e venti centimetri. Tutto il traffico privato si era rarefatto a misura del progredire del manto nevoso, anche muoversi a piedi diveniva problematico e pericoloso. Dopo il primo giorno, il sale era sparito  e le catene da neve: merce rara e introvabile.  Dopo  un secondo giorno  di  bufera, si accumularono così tanti centimetri che non si sapeva più dove spostarla per pulire le vie. Uno sguardo preoccupato spaziava sui tetti, che dovevano essere liberati da quell’eccesivo carico che inarcava paurosamente le travi portanti . Se proprio dovevi uscire in paese era prudente  camminare al centro della  strada, lontani da improvvise scariche dalle falde,  ancora prive di  fermaneve.  A Milano chi si era azzardato a lasciare le auto in  sosta, su vie  dove si affacciano palazzi di diversi piani, se le trovò decapottate dalle slavine. Il tetto sfondato, le portiere dritte, verticali, come se quelle vetture si fossero trasformate in estemporanee spider. Sempre a Milano implose per troppo carico il tetto del palazzo dello sport. Era una neve da paesi nordici.  Seppur continuamente ripulite tutte le strade lombarde, persino le autostrade rimasero sempre coperte da uno strato di 4-5 cm. di neve battuta e compatta sulla quale si poteva viaggiare prudentemente, ma con sicurezza solo se dotati di catene. Si andò avanti così fino a metà febbraio, sempre con le catene montate, un badile nel baule e qualche sacco di juta  che doveva servire per fare  presa se fossimo scivolati in qualche buca. A Milano si videro all’opera tanti mezzi cingolati, forse i migliori  per quell’emergenza, apparvero anche i carriarmati dei corpi corazzati cui era stata applicata una lama frontale e la neve veniva trasportata e scaricata nei navigli. A Jerago i mucchi di neve furono accatastati sul campo del Bagat, dove ora sorge la piscina  e non si sciolsero che verso metà giugno. 

Sono stati momenti difficili, forse, ma belli ed indimenticabili, perché rari, vissuti da tutti con molto impegno e capacità di reagire. 

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