La via Purcina

Con questo nome si indica quel tratto di via Cavour che va dal  bar Italia fino alla nuova piazza del mercato, forse a ricordo dell’allevamento di maiali che anticamente era sito in uno dei cinque cortili che la caratterizzavano. Gli anziani la ricordano anche come via delle “donne in camicia”, dal nome delle Calle in carta, fiori con i quali era stata magnificamente addobbata per l’entrata del Parroco  Don Carlo Crespi. Essa rappresenta una delle testimonianze ancor vive della nostra vita tra la fine dell’ottocento e l’inizio del XX° secolo. In quei tempi era percorsa dai carri, che andavano verso le lussureggianti campagne del Vigneur e ritornavano poi carichi di fieno, frumento e granturco da conservare nelle cascine dei suoi cortili.

Ed era proprio li’, gia’ agli albori del novecento, dove c’era il negozio Alberio, che la via si restringeva, chiusa tra i capannoni delle officine Sessa, della fabbrica di giocattoli di Paolo Biganzoli e della tessitura di Anselmo Carabelli.

Dunque una via importante, per traffici agricoli, commerciali e industriali, dove potevi incrociare anche gli altri grossi carri che portavano i mattoni dalle fornaci del Caverzasca alla stazione di Cavaria. Un grosso traffico quindi da far richiedere dal proprietario di quelle fornaci alla deputazione comunale una strada che piu’ celermente collegasse il nord del paese con la stazione di Albizzate. Era il 1880 e per la cronaca quella domanda fu respinta. 

Questo spiega perche’ la via fosse completamente selciata (rizzà) e tombinata e su essa occhieggiassero le aperture di posterie, trattorie e mescite, dove potevano riposare avventori locali, ma anche operai foresti, carrettieri e ambulanti. Chi la percorra oggi con passo lento, non puo’ esimersi dal cogliere con lo sguardo la vivace fuga di tetti tutti ineguali ma armonici, propri di una architetura spontanea, equilibrata e mai banale, ricca del fascino delle cose amate e vissute. Pare ancora di vedere quelle persone anziane, che nei mesi estivi indugiavano sotto i portoni, sedute su sgabelli o su quei gradini, che ancora ci sono, rinfrescate dalla brezza che viene dal Sacro Monte e non si fa mai vento, ma aria condizionata antica per uomini e donne semplici. E vi si raccontavano anche storie di immigrazione, perche’ allora si veniva qui dalla Brianza, da Como, ma anche dalla lontana Puglia. Tanti bambini poi, ma fortunatamente ce ne sono ancora oggi, e tutti si ritrovavano la sera a giocare a pallone sul vecchio terreno della fabbrica Sessa, oggi deposito della ditta Biganzoli.

Ma vi furono anche momenti di paura, in questa via, quando col cuore in gola, nel pieno della notte, incalzate dalla sirena della Rejna e sotto la minaccia dei bombardamenti aerei, le nostre nonne e mamme le percorrevano coi figli piccoli, per rifugiarsi lontano, nei boschi del bacino. Paura vera, raggelante, non come quella odierna, inutile e gratuita che ti suscitano tutti quelli che, con moto od auto, la percorrono a manetta come trampolino di lancio per la piazza del mercato. 

Ecco vorrei che immaginaste, solo per un momento, una via diversa, tutta nuova e tutta diritta, porticata, lastricata di belle piastrelle, magari a strisce bianche e blu fatte per interrompere il passo, o per suscitare fobie scaramantiche, colonne e portici rivestiti di un bel alluminio anodizzato o di un indistruttibile acciaio inox, in vero stile “L’eterno riposo”. Grazie cari contradaioli che con tenace amore per le vostre piccole ma sudate proprieta’, avete impedito quegli scempi ora di moda come i palazzi post-moderni o quant’altro, perche’ nessun condominio sapra’ mai ridarci tanto calore ed umanita’.

                          

Anselmo Carabelli

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