Popolazione di Orago, di Jerago e dei paesi della pieve gallaratese nel 1750

(ricerca  A. Carabelli, in appunti per una storia di Orago)

Parrochia 1750 AD 2000 AD Parrocchia 1750 AD 2000 AD
Gallarate 2.796 48.927 Corgeno 285 1.284
Arnate 328 Ferno 980 6.701
Caiello 400 Golasecca 1.287 2.482
Cedrate 360 Jerago 330 4.687
Crenna 900 Orago 130
Albizzate 650 4.911 Lonate Pozzolo 1.600 11.785
Besnate 650 5.021 Samarate 1.450 16.021
Bolladello 386 3.573 San Macario 576
Cardano al Campo 1.072 12.872 Verghera 411
Casale Litta 294 2.420 Solbiate Arno 397 4.026
Cavaria 200 4.787 Somma Lombardo 2.750 16.597
Coarezza 430 661 Vergiate 547 8.740

Tabella presente in  www.fmboschetto.it/Lonate_Pozzolo/Pozzobonelli.htm

Anno 1779-1780 – Il numero delle anime era di 146 (nota parrocchie stato di Milano 1781)

Anno 1781 – La rendita netta della parrocchia di Orago assommava a lire 645,15 – la nomina del titolare del beneficio Parrocchiale spettava all’ordinario (Tabella parrocchie diocesi di Milano 1781)

Ma quale attività hanno i 146 abitanti di Orago? in ciò ci aiuta il citato testamento di Attilio Lampugnani del 20 maggio 1756, che dispone l’elemosina da distribuire una tantum ai suoi massari e piggionanti, cui condona anche i due terzi dei debiti. Quindi gli oraghesi, fin verso la fine del 1800 sono in prevalenza massari e pigionanti, perchè tutto il territorio, ad eccezione del beneficio parrocchiale, apparteneva al Lampugnani. Questi beni  arriveranno per successive vicende all’opera pia Bonomi o causa pia Bonomi che si estinguerà col Decreto del Presidente della Repubblica Italiana del settembre 1963  d.p.r.n.1342.

Nel 1828 Giuseppe Bonomi, subentrato nella titolarità dei beni oraghesi del Lampugnani, a sua volta nel testamento  beneficerà, ciascuna persona che lavorerà i suoi beni in via di fitto semplice e non di livello soltanto. Quindi i pigionanti e massari sono qui definiti  lavoratori dei beni ottenuti in fitto semplice. Nel contesto l’accezione di piggionanti, ha una specifica connotazione nella Lombardia, almeno dal Seicento, giusto lo studio di Elena de Marchi.  Col contratto di pigionante il contadino era tenuto a pagare al padrone un affitto in cereali, in quantità prestabilite,  nel corso del Settecento il pagamento di una pigione per l’usufrutto della casa e delle sue pertinenze oltre che per gli orti e la stalla. Oltre a questo aggravio, furono indotte per contratto alcune corvè  e giornate di lavoro… (nel nostro caso la manutenzione dei canali di irrigazione e del molino Giambello, si veda nota 34)- La famiglia del pigionante era in genere piuttosto piccola e gli aggregati erano per lo più nucleari; vista la scarsità dell’estensione del terreno da coltivare, il capofamiglia poneva grande attenzione a chi poteva sposarsi e a chi doveva aspettare a contrarre matrimonio: per questo motivo difficilmente genitori e figli sposati riuscivano a vivere sotto lo stesso tetto. La presenza della cascina Marazzi farebbe pensare ad una situazione del genere. La cascina è sita nella zona alta non irrigua e quindi  caratterizzata da coltivazioni limitate, nella resa,  dalla potenziale aridità del suolo; mentre la presenza di un grosso nucleo di cascinali aggregato attorno al castello ci fa optare per una masseria legata alla zona fertile dell’Arno. In Greenfield si trova: “Le vecchie famiglie di coloni parziari, designati col nome di massari, erano costituite da tre o quattro coppie, imparentate fra loro”. Si pensi, nella fattispecie al cognome Scaltritti,  pressocchè l’unico degli abitanti, tali da autografarsi o essere indicati nei documenti,  con la sola S seguita dal nome di battesimo. Costoro  coltivavano un grande podere con un contratto di partecipazione e possedevano un aratro e alcuni buoi. L’attività della piccola colonia era diretta dal capo-pa grand, assistito dalla masera, che sopraintendeva alle faccende domestiche. Vi era una regolare divisione del lavoro domestico e campestre, il regiù, aveva la custodia del fondo cassa comune, distribuiva i viveri  e gli oggetti del vestiario e manteneva l’ordine nella famiglia. Nelle soste invernali  dal lavoro campestre i membri della famiglia, facevano cappelli e panieri di treccia massara – Il teresiano evidenzia,  chiaramente per tal fine il prato liscato, quello che produceva lisca atta alla produzione di questi prodotti.  Ma la forma si evolse in una affittanza parziaria e poi di fitto in solo denaro, ma i fitti in denaro furono riservati solo alle proprietà delle opere pie come appunto per Orago appartenente in toto alla opera Pia Bonomi. Sarà la parrocchia di Orago che si incaricherà di raccogliere i fitti e di questo disponiamo ancora il borderò delle ricevute.

A tal fine ci aiuta una la descrizione dei mulini dell’Arno in nota.

1 Tabella presente nella pagina internet   http://www.fmboschetto.it/Lonate_Pozzolo/Pozzobonelli.htm

2Elena Marchi, Dai Campi alle filande. Famiglia, matrimonio e lavoro nella pianura dell’Olona 1750-1850, Milano Franco Angeli- pag. 74-78.  

3 K.R. Greenfield, Economia e Liberalismo nel Risorgimento. Il movimento nazionale in Lombardia dal 1814 al 1848, Roma-Bari, Laterza

4 Descrizione in sequenza dei molini della parte inferiore dell’Arnetta, ricerca di Carlo Coerezza:

Molini ubicati nella parte alta del torrente Arno, nei territori di Castronno-Albizzate-Solbiate-Orago-Oggiona. 

Secondo la relazione dell’Ing. Luigi Mazzocchi 24-25 marzo 1897 fra il Capofonte “ Brelle di Castronno e il Molino “Scalone “  di  Oggiona 

Testa di Fonte in loc. Brelle al Mappale n. 938 di Castronno

Ponte delle Brelle con Arco e spalle in cotto

Fonte alla Cascina Maggio, perenne raccolta in tina in legno, scaricano in riva sinistra di Arno

Fontana o Fonte del Prestino al Mappale 550, confine 568, dopo l’attraversamento ai guadi della strada dei boschi

Entrata del torrente Garzona sponda destra fra mapp.426/377

Sorgenti a sinistra in località bosco De Capitani

Chiusa per la derivazione della roggia macinatrice De capitani

Molino Bosotto – ora ridotto a stabilimento di tessitura De Capitani

Diametro della ruota mt. 4,80 larghezza della ruota mt. 1

Molino a sinistra, stabilimento a destra (il vecciho molino è stato soppresso la presa d’acqua serve per il vapore)

Prato Bosotto- bacino da ghiaccio

Molino Gazza in sfacelo ruota 3,60 larghezza mt o,90

Molino Valdarno Isimbardi di Sopra (soppresso) Ruota 3,20, larghezza 1,50

Molino Valdarno di sotto, le cui acque vanno allo stablimento Paleari.

 Ruota notevole 6,40- 1mt

 Molino Tarabara-Bruni a due ruote 3x080mt- 3,20×0,80 mt.

Molinazzo di Lesso ( inizialmente a due ruote ) una ruota   mt. 5,40×1,50 

Molino Gaggiotto 3,60x 0.90

Molinello Isimbardi mt 4×1,25

Molino Giambello a due ruote da 3,80x 0.60

Molino Scalone 2,15x 0,68

 

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