Ul presèpi in gésa – Il presepio della chiesa

Nel mio ricordo di Natale non è mai mancato il Presepio, primo fra tutti il presepio grande della chiesa. Già dalla settimana che segue i morti, un drappo impediva alla vista dei fedeli il vano dell’altare di San Carlo. Un impalcato di assi, che poggiava sulla mensa e sulla balaustra prospiciente, avrebbe fatto da piano al presepe, lasciando vuoto il solo spazio di una botola centrale per interventi di emergenza, quando qualcosa di luci o di meccanismi si fosse inceppata. Lì, abili parrocchiani trasformatisi in artigiani volontari avrebbero operato fino alla vigilia, costruendo e montando: scenografie, colline, deserti fondali, luci, studiate per rendere il diorama più attraente. Andavi a casa loro e già da agosto potevi osservarli segretamente all’opera in un avvento precoce. Gli sfondi, il fiume, le case in sasso, gli ambienti particolari, tanti marchingegni elettrici e meccanici, nascevano dalla loro vivace fantasia e dalla abilità delle loro mani, per poi essere ricomposti nel presepio. Le statue no, erano sempre le stesse, confinate nell’attesa dell’uso in una soffitta della sacrestia, là dove solitamente si radunano gli oggetti dismessi, in vano noti solo ai fortunati chierichetti in esplorazione. Esse avevano tutte una propria storia, che emergeva dal racconto dell’anziano mentre le liberava con delicatezza dall’involucro di carta da giornale: Vedi, la Madonna è ancora quella di Don Massimo, gliela aveva regalata la sorella suora, ma il San Giuseppe no, perché si era rotto nel trasloco della Chiesa Vecchia e allora lo aveva procurato l’architetto progettista della Nuova, lui era di Milano e nella capitale, si sa, c’è proprio tutto.  Ma anche il Bambinello veniva da Milano, dal  negozio dove si riforniscono i preti, quello di fianco al Duomo. Don Luigi vi aveva mandato il Romano perchè ne comperasse uno, di quelli grandi, per l’altare, da posare in un cestino come fosse la mangiatoia, che poi, quando veniva la ricorrenza della strage degli innocenti, vestiva di rosso, perché la gente capisse. Era così bello il Bambinello, che il Romano,  già che c’era, ne aveva comperato anche uno più piccolo per il presepe, perché quello vecchio della capanna non sfigurasse con quello nuovo dell’altare. Vedi queste statue qui quanto sono pesanti, sono ancora in gesso pieno, solide, di prima della guerra, le vendevano bianche e poi si pitturavano in casa. Il bue, l’asinello, per non parlare delle numerose pecore, dei cammelli, dei dromedari accasciati a terra coi basti e dei tanti personaggi; li aveva dipinti il Gino, l’Ambrogio Riganti, che  era un bravo pittore, diplomato all’Accadenia di Brera. Sai, quella bella casa in mattoni rossi di fianco all’Auditorium era la sua e lì aveva anche il suo studio. Portava sempre un basco blu molto largo come gli artisti parigini..”  Ecco, simili ed altre argomentazioni potevi ascoltare, se avevi la fortuna di essere nel gruppo di questi indimenticabili costruttori. Ti facevano  collaborare, anche se piccolo ma solo col permesso della mamma, magari per tirare un filo elettrico, per passare la cassetta dei chiodi, per fare il garzone e forse riponevano in te la segreta speranza che un giorno avresti potuto continuare la loro passione. Come  dimenticare, il sig Eugenio Colombo, bravo elettricista e i suoi marchingegni, ruote, manovelle, bielle che animavano una infinità di statuine, ma anche la ruota a settori che serviva a fare il giorno e la notte, il riduttore di velocità, che permetteva di dare un ritmo lento ed umano ai movimenti delle statuine e ad azionare il reostato meccanico, che aumentando o diminuendo l’intensità della corrente, permetteva all’aurora di farsi giorno e al giorno di farsi notte in maniera quasi naturale. Erano ancora lontani i tempi dell’elettronica con i suoi mirabolanti programmi. Il top della nostra tecnologia si affidava interamente all’elettromeccanica da cantina casalinga ricorrendo all’assemblaggio di pezzi da rigattiere; una pompa da lavatrice per il fiume, l’energia meccanica era tratta dal motore di una Pfaff , sostituito perché bruciato e poi riavvolto coi consigli degli elettricisti locali: il Zaffaroni, il Remo Lorenzon o l’indimenticabile sig. Carosi della Rejna. E così ti impratichivi di meccanica, di elettricità, diventavi un fa-façc un tuttofare. Ma anche col muschio non si scherza, va colto per tempo e va fatto essiccare per bene perchè altrimenti il gesso e la cartapesta delle statuine al suo contatto ammuffirebbero. Lo chiamavano munina,  e la più bella era quella che cresceva al bacino sui ceppi vecchi a nord e vi era anche quella rasata e quella più alta che però venivano dal monte Moscone, famoso forse perchè Muschio e Muscon sono assonanti. Un anno, alla ricerca di un inusuale effetto nordico, invece del muschio usarono ul bumbäs, quello che i tessitori chiamano anche munina e a Jerago, allora, non mancavano  n’è gli uni, né l’altra. In quei tempi cominciava la ricerca del nuovo erano gli anni di don Luigino e dei tanti ragazzi che collaboravano. Poi al sig. Colombo subentrarono: il sig. Francesco Cajelli, il sig. Italo Bollini coadiuvati per sapienza elettrica dall’Aldo Riganti, comunque  bravi e valenti quali erano, aspettavano sempre con ansia il giorno della vigilia, quando, tolto il velario, la gente si sarebbe affrettata alla visita e ad esprimere un giudizio. Lì, dopo la Messa Grande di Natale, tutti  si scambiavano gli auguri, e lo sguardo si posava prima sulla capanna: il Bambinello Gesù, Maria e Giuseppe, l’angelo, la stella cometa e poi, via via apprezzava tutti i particolari che emergevano nella luce del giorno ed il villaggio si animava di statuine che prendevano a muoversi. Potevi riconoscere ul pulentat, ul legnamè, i pastur e i so pegur, i berit, il padrone che conduce l’asinello fino a sparire nella galleria dietro le montagne di cartapesta, il bivacco dei cammellieri. La notte spegneva tutte le luci e in sottofondo  rimaneva il solo gorgogliare del ruscello alla tenue luce della luna e l’incombente e inquietante presenza del castello di Erode.  Due angeli, in trionfo, sospesi alle due quinte laterali apparivano col beneaugurante cartiglio “Gloria in excelsis Dei, et in terra pax hominibus bonae voluntatis“.

In un angolo della navata, nascosti dietro uno dei  grandi pilastri del tiburio, i costruttori, soddisfatti e felici come non mai, assaporavano la gioia di un lavoro ben fatto remunerato ampiamente dallo stupore e dalla meraviglia che intuivano negli occhi dei bambini impegnati a spintonarsi per conquistare i posti piu vicini alla capanna. Questi davanti alla capanna o in piedi sulle panche che fanno da divisorio non volevano proprio più allontanarsi dal Presepio .

Sicuramente Carmine Garavaglia, che lo scorso anno ha ottenuto dalla FOM l’alto e prestigioso riconoscimento di miglior costruttore di presepi nella diocesi, era fra quei bambini.  

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