Alcune tradizioni quaresimali

nel ricordo di Anselmo Carabelli

Tutto il periodo quaresimale era naturalmente vissuto nell’attesa del giorno della Resurrezione di Cristo e i riti e le usanze erano spontaneamente tesi all’Unico Evento. I ragazzi delle elementari,  la mattina dei giorni feriali, anticipavano le lezioni di un’ora frequentando a sculèta-catechismo,  ripartiti per classi,  tra le  panche delle cappelle della chiesa nuova.  Si impegnavano ad apprendere gli insegnamenti delle solerti e premurose Suor Marietta, Suor Rosina e delle altre suore il cui nome ora mi sfugge. Di esse  rammento l’infinita pazienza nello spiegare il Catechismo di San Pio X, le cui domandine per riassunto  avremmo  mandate a memoria  per l’interrogazione del giorno dopo. Studiate a fatica e apprese con le altre materie di scuola la sera stessa quando, la mamma, nel tepore di una cucina ancora riscaldata dalla stufa economica, si assicurava  provandocele che fossimo preparati. Usciti, poi di chiesa, cercando di non perdersi troppo per strada, sollecitati  dalle compagne, sempre più diligenti di noi ragazzi,  si tornava alla scuola. Al suono della campanella la maestra in Quaresima mai mancava di leggerci un brano evangelico e le ragazze ornavano dei primi fiori le immagini della Madonna, che ci proteggeva da un tronetto dietro la cattedra.  In Chiesa invece le immagini sacre erano state celate da velari morello.  Tutti i venerdì erano di magro e digiuno e le nonne scrupolose si astenevano nel cucinare anche dai grassi animali, il burro veniva sostituito dall’olio di oliva e ul disnà e a scena-il pranzo e la cena, per quanto possibile, si facevano ancora più sobri. I ragazzi che avevano la fidanzata, in segno di penitenza e rispetto non andavano a farle visita. E al venerdì tutti si partecipava al quaresimale, solitamente tenuto da un padre cappuccino, di quelli che incutevano rispetto al solo ammirarne la lunga barba bianca e fluente parchè, come si diceva l’è a barba ca fa a predica- è la barba che  fa la predica . “Fate o Madre dolorosa- che le piaghe del Signore- siano impresse nel mio cuorequesto era il canto col quale accompagnavamo la via Crucis del Venerdì,  mentre Parroco e chierichetti traslavano da una Stazione all’altra la nuda Croce nera a filetti d’argento, annodata nei bracci dal bianco sudario. Il rispetto pei venerdì era corale, gli uomini si sforzavano di non fumare e se sul lavoro non potevano evitare di arrabbiarsi cercavano almeno di porre freno ad un linguaggio altrimenti pesante. Ma anche in città la programmazione dei cinema si faceva rispettosa del periodo: scomparivano i titoli e le locandine ritenute offensive e al Venerdi Santo, tutte le sale cinematografiche  rimanevano rigorosamente chiuse, mentre alla radio e alla televisione i programmi eliminavano gli argomenti leggeri e le canzonette, preferendo musica classica. Anche esternamente, la quotidiana  vita civile con la scelta del silenzio pareva spingere verso  quella riflessione che una società da sempre cristiana si imponeva per il periodo quaresimale. Il giorno di San  Giuseppe però era sempre vissuto con grande allegria: i ciaciar di Monig, i turej, a putiscia  erano le squisite leccornie, che cotte nell’olio o nel grasso di maiale bollente, venivano servite abbondantemente ricoperte di zucchero da nonne premurose ai nipoti golosi e   scambiate tra le massaie del vicinato. Tante le uova per la Quaresima, soprattutto quelle sode o indurì che i vecchi chiamavano ciapp e trionfavano al centro di una imponente Bièla da salatin, per il giorno di sant’Angelo, quando si andava a pregare alla Madonnina dei Casan, una cascina dietro il castello che oggi è scomparsa e si raccoglieva la valeriana di prato (salatin). Ma il giorno di San Giuseppe era tradizione andare ad Orago per far devozione alla statua di San Giuseppe in di prà dul giambel nei prati del Giambello,  scendendo dallo scalone del Castello di Orago.  E a conferma che il tempo ha sempre fatto di testa sua, alcuni anni era bello, quasi primavera in un tripudio di fiori, e altre annate la neve e il ghiaccio imperlavano le rive delle rogge che irrigavano i campi tra  fiori di ghiaccio e qualche  timido bucaneve.

Putiscia, ovvero il dolce jeraghese per San Giuseppe

La putiscia sta alle tortelle come i brüsej stanno ai dolci. Fu l’antica tortella di quando si era poveri e si disponeva di pochi ingredienti, ad esempio non vi era il lievito per dolci. E’ semplice perché basta mettere due uova intere in una scodella aggiungere due cucchiai di farina, due cucchiai di zucchero o anche meno, amalgamare. Poi si versano un paio di cucchiai del composto nell’olio  bollente di un pentolino. La peculiarità della putiscia era di essere piatta e ben cotta. Ottenuta dopo che la si fosse girata sui due lati, messa a sgocciolare su di un canovaccio e servita zuccherata. Deve ricordare una piccola bistecca dolce.

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