Il 26- 9- 1865 nasce ad Orago una delle più antiche tintorie e tessiture organizzate con concetti industriali

La presenza dei mulini: Molinello Isimbardi, verso Solbiate, Giambello, Scalone, verso Oggiona,   sono essenziali perché  si installi ad Orago, al confine della frazione di Cavaria una delle più antiche tintorie e tessiture italiane, la fratelli Sacconaghi; non dimentichiamo che all’epoca Cavaria era frazione di Orago. La vicenda   viene descritta dal Prof. Vittorio Macchi. Verso il 1850 Girolamo Sacconaghi, cittadino svizzero, ma emigrato, di antica famiglia gallaratese, lascia Faido nel Canton Ticino, per impiantare una tintoria presso un antico mulino sull’Arno in località Martinasc, nome italianizzato sulle mappe in Martinazzo, posto ai confini dell’allora comune di Orago e uniti  e quello di Oggiona, che poteva  avvalersi della forza motrice del Molino Martinazzo con una ruota di 2,15x 0,60. Tale tintoria è il primo complesso creato con criteri innovativi sia per impianto che per nuove tecniche introdotte già oltralpe. La tintoria Sacconaghi di Orago è dunque una delle più antiche dell’alto milanese. Poi fu trasferita nella sede attuale ormai dismessa, nella zona sotto la stazione ferroviaria  al confine tra il territorio di Orago e la sua frazione di Cavaria prese il nome di Tintoria Fratelli Sacconaghi e poi tintoria di Cavaria fino alla chiusura avvenuta all’inizio degli anni 2000.

Chi conosca la vicenda gallaratese di Cantoni, indiscusso pioniere della attività cotoniera  Italiana, cittadino svizzero, trasferitosi a Vercelli per vendere granaglie, poi realizzatore del primo cotonificio ad Arnate attrezzato dei famosi filatoi Jannette di diretta importazione inglese), avrà modo di  notare  una somiglianza con le vicende delle  nostre località e dei nostri uomini essi pure pionieri dell’industria. La tintoria oraghese di Girolamo Sacconaghi apre la via alla nascita della tessitura Introini  poi Maino a Cavaria ed alle future iniziative meccaniche. Che vanno lette con l’ausilio delle note successive.

Il rilevabile aumento della popolazione, presumibilmente frutto della assistenza sanitaria statale configurata dall’ Imperial  Regio  Governo Austriaco e attuata proprio a Orago  con la condotta medica austriaca (supra),  rilevabile  nel commento al libro del  dott. Minonzio, è motivo di spinta all’emigrazione, ma contemporaneamente contribuisce  all’impresa di costruzione della linea  ferroviaria che negli anni 1860 darà lavoro a molti braccianti e carriolanti locali e carrettieri. Risollevando le economie familiari  rese precarie da annate caratterizzate dalla malattia delle viti e dagli scarsi raccolti. L’esercizio della ferrovia consentirà la prevista diffusione delle attività industriali che si insediano proprio dove sono presenti potenzalità di braccia. Con accezione moderna si parla di attività labor intensif. Che hanno delle ben precise date- 1858 – la ferrovia, 1908 – la stazione di Cavaria , 1904 – la distribuzione della energia elettrica.

 

Emigrazione

 Anno 1868[1]

 

 

Popolazione Emigrati nelle Americhe
Albizzate 1126 60
Caidate 568  

23

 

Cairate 1419 201
Menzago 467  

18

 

Oggiona-Jerago 721  

16

 

Orago e Cavaria 664 29
Quinzano 313  

16

 

Solbiate Arno 729 20

L’emigrazione considerata è verso l’America ed Ercole Ferrario[2] annota che “pur troppo si aggirano in questi paesi certi incettatori che traendo argomento dalle angustie dei contadini, ed approfittando del loro malcontento, li sobillano e li conducono ad andare in America, ritraendo a quanto si dice, un tanto per ogni individuo che mandano a certe società, che con molta arte fanno la tratta dei bianchi. Corrono altresì fra le mani del popolo alcuni opuscoli, nei quali si decantano le ricchezze d’America, e si mostra quali larghi guadagni possa farvi anche il più zotico contadino.  Affinché questo scritto riuscisse meno incompleto e monco, sarebbe stato necessario di dire qualche cosa circa la sorte che tocca a cotesti spatriati, giunti che siano nelle Americhe, e ciò io desiderava ardentemente di poter fare. Ma oltreché l’emigrazione cominciò da pochi anni, e non ne sono perciò finora ben manifesti gli effetti, le notizie provenienti di là sono scarse né sempre sincere, sicché non se ne può fare grande calcolo. Tuttavia per quanto pare e stando sempre sulle generali, non trovan tutti colà quell’abbondanza che vagheggiavano partendo: anzi si sa di talune, né infingardi, né inetti che si lagnano della risoluzione presa, e volentieri tornerebbero al paese nativo se non li trattenesse per una parte il timor delle beffe, e per l’altra la mancanza od insufficienza dei mezzi necessari al viaggio. Ben è vero che parecchi dopo alcuni mesi mandarono un po’ di denaro per soccorrere alla famiglia abbandonata. E più spesso per somministrare ad altri i mezzi onde espatriare e raggiungerli; e questo è un prepotente incentivo per spingere de nuovi alla partenza e forma il più valido argomento per strombazzatori della felicità e delle abbondanze americane.”

Il Ferrario dettaglia  i motivi che spingono tanti agricoltori alla partenza:

-La siccità, che più o meno intensa dura da 7 anni in questa plaga e che nuoce di preferenza al granone (mais) il quale forma la base dell’alimentazione dei nostri contadini

-la malattia delle viti[3], che data da quasi 20 anni e l’atrofia dei bachi da seta, disgrazia peggiore ancora e più rovinosa ai nostri paesi, che, cominciata da 12 anni, non lascia speranza di essere vicina a cessare

-Le terre sfruttate, perché concimate troppo poveramente ed a motivo del patto economico da noi in uso, non coltivate secondo la più conveniente ed utile rotazione agraria.

-Le imposizioni, massime provinciali e comunali, troppo gravose

– L’accrescimento di valore di ogni oggetto necessario alla vita, non punto equilibrato o compensato da accrescimento di rendita.

– La mancanza di lavoro nell’inverno.

Se le considerazioni del Ferrario sono valide per tutta la pieve, Orago rappresenta una situazione felice nel contesto agricolo locale perché nella pianura  attorno all’Arnetta l’irrigazione consentita dai canali senza nocumento di ristagni, consentirebbe di seminare più largamente la segale, orzo e farro, cereali  atti ad un’alimentazione più nutriente del granone e del riso, anche il grano saraceno e le patate dovrebbero coltivarsi più che non si faccia.

Non si dimentichi che il prezzo degli affitti costringeva il conduttore ad una semina intensiva di mais.[4]

Ma nel nostro caso oraghese si trattava di opera pia e di origine cristiana, quindi con riguardo alla persona.

La coltivazione del mais a svantaggio degli altri cereali, che anche se quantitativamente più appagante in territorio umido, produce per chi se ne nutre prevalentemente, una avitaminosi del complesso B e quindi la malattia della pellagra,  però non viene rivelata nella realtà oraghese dal  medico condotto. Si semini più largamente la segale e si torni alla coltura degli orzi e non si trascuri il farro invita Ferrario. L’analisi che fa il Ferrario è comunque legata alla sua esperienza di medico nel samaratese. Ferrario fu testimone dell’origine dell’industrializzazione, ma ne pare critico per i suoi effetti negativi, soprattutto per la rottura del patto di mutualistica assistenza che la famiglia patriarcale contadina ha sempre offerto alle avversità della vita nei confronti della famiglia mononucleare.

[1]A conferma dell’importanza dei vigneti si veda quanto terreno nel perticato di Orago fosse vitato circa 280 pertiche. Altra conferma come il Lampugnani nella sia volontà testatoria gratifichi il Cardinale Pozzobonelli suo amico di 2 botti di vino della nostra collina.

[2] Abbiamo letto nel testamento Bonomi come le rendite del possesso di Orago fossero importanti e queste derivavano dagli affitti o dalla conduzione in proprio tramite fattore delle proprietà agricole.

[3] Dati rilevabili dagli atti sulla relazione letta da Ercole Ferrario, Intorno alla  Emigrazione che avviene nel circondario gallaratese” in occasione dell’adunanza del  Reale istituto lombardo di Milano 4 giugno 1868, Busto Arsizio, Freeman editrice, 2002

[4] Marco Sandroni, Un medico ed igienista dell’Ottocento lombardo – Ercole Ferrario- Samarate 1816-1897 – Biblioteca comunale di Samarate, 1997

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