Una domenica all’oratorio (parte prima)

(testo di A.Carabelli su ricordi di Enrico Riganti e dello scrivente)

L’oratorio era condotto dai giovani di Azione Cattolica, con la direzione dell’Assistente don Francesco Delpini, aiuto domenicale del sig. Parroco (Don Massimo Cervini). Essi facevano catechismo ai bambini e vigilavano perché pur nella foga e nell’entusiasmo dei loro giochi mantenessero un minimo di disciplina. Per loro la dottrina sarebbe stata tenuta al mercoledì sera dal sig. Parroco. Di domenica, al primo segno del Vespro, verso le 13, pressoché tutti i ragazzi erano già in Oratorio per giocare a pallone e sarebbe stata un’impresa titanica staccarli dalla palla alle 14, perché per classi partecipassero alla lezione di catechismo. Contemporaneamente don Francesco insegnava dottrina cristiana ai giovani ed agli uomini, mentre all’Asilo, un’insegnante intratteneva le ragazze e le signorine. In Chiesa una reverenda suora parlava alle donne prima della predica del Parroco. Terminata la predica entravano in chiesa gli oratori per la Benedizione Eucaristica. Poi tutti di nuovo in oratorio, attenti a farsi timbrare la tesserina che testimoniasse ai severi genitori come avessero trascorso quel pomeriggio. Il cancelletto veniva chiuso appena dopo il rientro di quelli che erano corsi a casa a cambiarsi per la partita di pallone. Poi tutti si distribuivano in gruppetti: chi a giocare a palla sopra il terrapieno del Vecchio Camposanto, chi a fare la partita, altri a tirare i sassi al leone. Era questo un leone di cemento di quelli che il cimenteur fabbricava per i pilastri dei cancelli, che stava lì, tutto solo, presso la scala a far bella mostra di sé, chissà poi perché lo prendevano a sassate! Dalla buffetteria del vecchio Battistero, il Pierino Alberio, l’Antonio Delpini, il Pasquale Aliverti, il Massimo Scaltritti che erano i responsabili, a turno prelevavano la cassetta dei bomboni e passavano tra i ragazzi, che li avrebbero acquistati con pochi centesimi di lira. I ragazzi si concedevano il lusso di un dolcetto coi soldi della bona man della mancia, per la quale si erano comportati bene per tutta la settimana. La vendita dei bomboni e delle granite al tamarindo o alla menta, era quello che ci voleva per finanziare le spese dei palloni. Tra una ripresa e l’altra della partita, don Francesco, recitava il S. Rosario. Subito dopo il cancelletto veniva aperto, ma seum mai strac non eravamo mai stanchi e si rimaneva lì a giocare fino a sera quando le mamme venivano a cercarci e magari ci davano un quei scurlaton per il tanto che ci si era sporcati, cadendo per terra nella foga del gioco. Se le giornate non permettevano di stare all’aperto, si giocava in chiesa vecchia, fino a tardi. Ma se nevicava d’inverno era una autentica gioia. Tutti insieme in due squadre a ciapas a bal da née a prendersi a palle di neve o a fa un bel pupò, un enorme pupazzo di neve. Vari gruppetti di ragazzini, al comando di un grande facevano burlunà rotolare a valanga una iniziale piccola palla di neve che diventava sempre più grossa. Se ne riunivano tre o quattro d’enormi, che con perizia i più anziani spingendole su un piano inclinato anch’esso fatto di neve, sapevano sovrapporre a formare un solido monumento al quale con un badile avrebbero dato forma di pupazzo. Un murzon  di una pannocchia per naso, due sassi per gli occhi una radice per pipa in bocca e l’immancabile scopa in mano, esso sarebbe rimasto lì nel campo per tutto il tempo del gelo e lo avremmo guardato con orgoglio fino a quando, con nostro sommo dispiacere, ai primi tepori si sarebbe sciolto al sa dìslinguea. Un po’ di tristezza, ma non più di tanto perché l’anno prossimo ne avremmo fatto uno più bello e più grande. Ci aspettava poi il grande falò di carnevale, e i giochi coi numeri sulla fronte da celare al nemico che ci avrebbe catturati se avesse urlato a gran voce il nostro numero, e ci si divideva tra i pari e i dispari, con riferimento all’anno di nascita, affrontandoci in due grandi squadre libere di muoversi in un vasto teatro di operazione che poteva coinvolgere anche i nostri boschi e il mont mouscon in ispecie. E quanti pomeriggi a giocare a carte: a famiglie, a rubamazzetto, alla peppa tencia, a ping-pong sotto il portico, al calcetto, agli scacchi. In estate invece per la festa di San Luigi si faceva volare l’aerostato-ul balon, maestro di tecnica costruttiva era l’amico Franco Cardani, che più tardi avrebbe seguito la vocazione sacerdotale. Quell’immenso pallone prendeva forma in chiesa vecchia, con noi in ginocchio a incollar fogli leggerissimi e multicolore che si andavano a comperare dalla Signora Marini e poi dalla Signora Daria, le nostre cartolaie. Di carta leggerissima ritagliata a spicchi di arancia e incollate tra loro cunt a cola di telarit, quela dul Milietu, la speciale colla di farina di riso per barchette della falegnameria del sig. Sessa. La parte inferiore dell’aerostato doveva risultare cilindrica, per consentire un’apertura a camino i cui lembi incollati si applicavano ad un cerchio di ferro, da cui partivano i raggi che centravano il fornello. Questo bruciatore altro non era che na tola una vecchia latta nel quale versare il combustibile, da accendere per mantenere il calore ascensionale. E poi tutti, il giorno della festa, sulla scarpata e vedere quelli giù in basso che si affannavano a riempire di aria calda l’involucro di carta disteso e che un anziano su una scala a pertica teneva appeso alla apposita maniglia di testa, brandeggiando un bastone, gli altri tenevano il fornello in basso su di un fuoco, a debita distanza per catturarne l’aria calda che lo gonfiasse. E così si distendeva e prendeva a strappare verso l’alto. Bisognava essere attenti a non lasciarlo troppo presto perché si sarebbe sgonfiato, ricadendo subito, ma accorti anche perché non si strappasse o prendesse fuoco. L’attesa della gente era palpabile e tradiva il patema di chi temeva che non partisse, ma i nostri erano troppo bravi per fare figure di quel genere. Un ohh!  liberatorio e il pallone si innalzava sicuro e maestoso oltre la punta del campanile fino a scomparire all’orizzonte. Il nostro sogno di piccoli spettatori era quello di diventar grandi in fretta per sostituire i fratelli maggiori in quell’impresa. Se nella Chiesa vecchia alla sera si dava spettacolo, si scendeva in chiesa per prendere le sedie da aggiungere alle panchine, che venivano prelevate da quei vani che una volta erano le cappelle. La festa per San Luigi, protettore dei giovani e dell’oratorio, veniva preparata per ben sei domeniche nelle quali ci si doveva confessare e fare la S. Comunione. All’oratorio era un succedersi frenetico di varie gare con fasi eliminatorie, la cui finali erano fissate per il 21 giugno. Ci si allenava anche di nascosto, per non impressionare gli avversari che avrebbero copiato la tecnica appositamente affinata per vincere le competizioni. A quella festa partecipava il paese intero e solo dopo la Processione Eucaristica avrebbero preso il via le attesissime finali: la corsa nei sacchi, la corsa a tre gambe, coi concorrenti legati a due a due, la gamba destra dell’uno con la sinistra dell’altro, raramente l’albero della cuccagna e poi si rompevano anche le pignatte. Le pignatte in terracotta erano legate alla traversa della porta di calcio e dentro ognuna una piccola sorpresa e tanta segatura. Quanta ilarità tra gli astanti nell’osservare i gesti scomposti del concorrente bendato che, armato di bastone menava fendenti all’aria nel tentativo di colpire e rompere le pignatte nel tempo prefisso e che, se mai vi fosse riuscito, si sarebbe coperto di segatura e avrebbe accusato i postumi di qualche ammaccatura provocata dai cocci delle pentolacce rotte. Attesissimo poi il gioco della bara bandéra, o del tiro alla fune. E qui Enrico fa memoria di quando la corda si spezzò e tutti finirono a terra. “Era la corda del sig. Costalunga, a me sembrava piccola di sezione e gli dissi: “Questa certamente si rompe”. Mi rispose: “Impossibile!”.. Io che fungevo da arbitro per prudenza la doppiai e misi il fazzoletto a metà. Si fecero due squadre, composte anche dai grandi, uomini della mole del sig. Mario Aliverti, che partecipava col figlio Abramo e, poi, via con una foga da non credere. Nessuno mollava, quando all’improvviso.. un tonfo, io fui il solo a restare in piedi. Gli altri.., tutti a terra, quelli di destra e quelli a sinistra, e la corda.. in tre pezzi. Il vecchio Costalunga non aveva più parole. Un grande silenzio… Tutti si rialzarono a fatica, si ricomposero, controllarono i danni.. inesistenti e giù in una fragorosa risata. Che bei tempi furono, potrei aggiungerti tanti aneddoti ancora”. (1- segue)

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