Ul temp ca pasa

(di Anselmo Carabelli)

Il gran numero di proverbi e di massime che, pur nelle diverse parlate, ci siamo lasciati alle spalle, testimonia di un mondo attento a fatti ripetitivi scandito nella vita dell’uomo dal ritmo delle stagioni.  Una saggezza formatasi stratificando le attente osservazioni di intere generazioni. I tetti si costruivano molto inclinati, memori di un anno particolarmente nevoso, quando solo quelli ripidi si erano salvati dal crollo. Le piene dei fiumi e dei rili avevano insegnato a costruire lontano dai prati alluvionali anche in tempi di prolungate siccita’.  L’ombra lunga del “di’ da Santa Luzia” segnava il limite della nuova costruzione, perche’ anche il piu’ pallido sole invernale potesse riscaldare il portico rigorosamente esposto a mezzogiorno.  La “Vella” alla base della croce del campanile, instancabile bandierina segnatempo, restaurata con maestria da Gigi e Rino Turri, allineandosi da nord-ovest avvisava l’antico osservatore dell’imminente pericolo di un fortunale da “Santa Caterina”.  Nel gelo invernale l’inusuale fischio del treno e il suono delle campane di Cavaria avvertivano del prossimo arrivo della tanto attesa nevicata foriera di abbondanti messi.  Solo giornalisti alieni, tarantolati dalla urgenza di imbrattare carta da stampa, possono essersi stupiti da un Natale piu’ freddo o da una siccita’ protratta, tanto da paventare antitetiche catastrofi, passando spudoratamente dalla minaccia di desertificazione al timore per nuove glaciazioni.             

Lentamente ci si accorge che, in antico, per coloro che avevano il dono di cumulare un discreto numero di anni, l’idea del “tempo che passa” si accompagnava ad una saggezza pratica e filosofica, alla quale si attingeva con rispetto e sempre volentieri.  Sovente ci si attardava presso il fuoco, sara’ per questo che tanto amiamo il camino, al racconto dell’anziano. Questi, “regiu’ o Pa-Grand” che fosse, almanaccava con enfasi le sue storie di guerra, di militare, gli insegnamenti pratici, le strategie per affrontare la sua unica ed irripetibile vicenda.  Le donne erano più defilate, ma mai renitenti al ruolo di “masera o mama granda”, apparentemente più umili con autorevolezza ci richiamavano ai nostri doveri di battezzati.

L’e’ Pasqua, bisogna anda’ a cunfesass -L’e’ dumenica, bisogna anda’ a la Mesa– potevi anche essere diventato importante, colto, nel senso degli uomini, ricco anche, ma non eri nulla agli occhi di loro anziani se solo avessi perso “Il timor di Dio”. Senza farla troppo lunga il biblico –INITIUM SAPIENTIAE TIMOR DOMINI– era per loro l‘essenza stessa della vita.  Oggi il tempo pare scorrere su altri binari, binari tecnologici, sempre piu’ accelerati fino al parossismo.  Elettronica, elaborazione dati,  computerizzazione, in ambito del lavoro chi non sa adeguarsi viene considerato alla stregua di una macchina vecchia e obsoleta, salvo poi ripescarlo come fruitore di servizi per anziani. L’antico lavoratore, che aveva custodito gelosamente la sua arte, nascondendola ai giovani che volevano rubargli il mestiere, prima di andare in pensione sceglieva per tempo un allievo cui insegnava tutta la sua maestria e i suoi segreti.  L’età della pensione, raggiungeva un uomo forse infiacchito dagli anni ma orgoglioso della sua autorità conquistata.  Oggi lo stesso al momento del congedo potrebbe essere privato della gratificazione del riconoscimento di una esperienza che lo sviluppo tecnologico ha completamente superata.  Sono forse cadute molte certezze indotte da un mondo pantecnologico? Avranno mica avuto ragione le nostre nonne e i nostri vecchi che di cose ne hanno viste tante?

                          

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