A nostra Festa – La festa della Madonna del Carmine

(Anselmo Carabelli  – Enrico Riganti)

La festa del Carmine, da sempre celebrata la 3^ domenica di luglio, richiamava dai paesi vicini folle di fedeli, avvisati dallo sparo del mortaio a mezzogiorno della Vigilia e dal “concerto grosso” di campane che si ripeteva per un’ora tutte le sere della Novena.  Si tramanda che le nostre campane e il campanone in ispecie, quando il silenzio calava sulla notte, si potessero udire “fina ai cinq strä da Büsti” (Cinque ponti di Busto). Maestri di concerto furono i mai dimenticati Sacrista (Sacrestani): gli Alabardi padre e figlio, i Riganti, i Pigni., ul Valentin. Questi erano coadiuvati da uno stuolo di volonterosi che, stipati nell’angusta cella del Campanile, erano lesti a mollar le corde delle campane in bandiera, al secco comando di : Prima, segunda, terza, quärta.. a riprenderle più volte per lasciarle poi a distesa all’ordine finale; quando potevi apprezzare tutta la bravura nella attesa “Buciäda” della terza sulla quinta. Sotto nella piazza, sedute su sgabelli, le nonne coi nipotini a saltare ritmicamente sulle ginocchia al tocco dei:

“Din don, dendoon dendoon….mentre i più grandi in assonanza ripetevano scherzando: ”Tri donn. Tri donn, senz’omm senz’om… “.  Fu nel 1866, per una scampanata più solenne, che il grosso Batan (Battacchio) della quinta la Crepo’ irrimediabilmente. L’allora Parroco Don Maroni la fece cosi’ rifondere a sue spese e con gentile gesto le nostre bisnonne vollero che i so furzelin e i cuazz d’argent, fossero fuse nella nuova lega per impreziosirne il suono. Esse con grande sacrificio donarono per quella necessità i famosi spilloni a raggiera coi quali illeggiadrivano l’acconciatura dei giorni importanti, come tante Lucie manzoniane ; gioielli che, con l’abito lungo di seta nera, ricordavano in modo imperituro la raggiunta dignita’ muliebre nel giorno delle nozze.  Per tutte le sere della Nuena da a Madona: Santo Rosario, sermone di un venerando Padre Cappuccino con barba “parche’ l’e’ a bärba ca fa a predica”, benedizione e canto mariano cui partecipavano tutte le famiglie, ma con particolare devozione gli uomini, i quali non avevano alcuna difficoltà a manifestare quella “Fédascia” che, tra l’altro, quotidianamente al segno della ave Maria o dell’Angelus, ovunque si trovassero faceva loro scoprire il capo e rivolgere una orazione verso la Croce del campanile. Tutti i giovani erano impazienti che la “Funzione” terminasse per correre a vedere i preparativi dei Cuscritt i ragazzi di leva che, sotto il vigile indirizzo dell’anziano maistar, dovevano individuare nella rizäa (selciato) i segni dei fori dell’anno precedente, riaprirli con  gugia e picc, infilarvi e bloccare nuovamente i pali di legno. Fissati i primi agli anelli della facciata della Chiesa Vecchia, tutti gli altri uniti a due a due con una Cudaghéta (staggia), venivano formandosi in lunga serie di archi per tutto il percorso della Processione. Su questi, grazie a un carro speciale, le ragazze potevano dipanare e fissare la tela, che ci si era premurati di affittare in pezze, dal tintore Poldo Sacconaghi della Cavaria. Attraverso le piazze San Giorgio e Vittorio Emanuele (Mazzini) nasceva un lungo tunnel di stoffa, addobbato con Sandalin bianc e ross messe di traverso e drappi di pizzo a coprire i pali, secondo l’uso dei Paradur da Büsti, qui chiamati per la bisogna.  Una galleria con tante quinte in corrispondenza dei drappeggi dei pali, che si aprivano sui bellissimi pergolati prospicienti le case delle due  piazze, delle quali oggi la Topia del Bar Italia é l’ultima superstite. Questa, in piazza Vittorio segnava tutto il lungo lato dell’Aia, sulla quale era appena stato trebbiato il grano, e ciò con evidente simbolo, perché la Vergine passando vi estendesse la sua materna protezione.

Un’altra squadra di uomini, stava allestendo la “Funtana” opera floreale del Sig. Dionigi Cassani (papa’ del Pepinetu, del Mili Ross, della nonna Richeta e del padre del Romildo) che, grazie alla sua valentia di giardiniere del Castello li’ dove ora c’è lo spartitraffico rotondo, costruiva una stupenda aiuola di vasi di fiori, piante ornamentali e zolle di prato inglese, al cui centro avrebbe buttato un alto zampillo di freschissima acqua in guisa di fontana. Questa meraviglia idraulica, in epoca nella quale la corrente elettrica e l’acqua centralizzata rappresentavano ancora curiosità da fiera, erano consentite dall’ingegno dei nostri bravi ”Faré” che installavano un tubo di ferro giuntato a fasce ribadite, dallo zampillo della fontana fino al cortile della casa del “Firmin “ (latteria), lo nascondevano sotto il selciato e lo alimentavano con una pompa a mano tipo “Feurwehr” prodotta dalle locali officine Sessa. Per l’acqua si provvedeva con un tino riempito con l’acqua del pozzo o in carenza con quella dell ”Arnetta” che si andava a prendere con una “Bonza” (carro trasporto liquami). Si poteva dire che ormai tutto fosse pronto per la Festa ad eccezione dell’Infiuräda del percorso cui le donne e le ragazze si sarebbero impegnate solo nell’imminenza della processione.  La tradizione metereologica popolare voleva che il momento del trasporto del simulacro della Vergine dall’altare laterale al tronetto frontale, già di sabato, coincidesse col primo grande acquazzone estivo, atteso e temuto mitigatore della calura di quei giorni. Era cosi’ che quelli di Albizzate affermavano di venire alla festa di Jerago ”par teu l’acua” e quelli di Orago per antica ruggine campanilistica nei confronti degli jeraghesi e non certo per irriverenza alla Vergine, paragonavano la nostra Madonna “a na lavandéra che quand la sa sposta la bagna gio’ par tèra”. La mattina della Domenica era totale la partecipazione alla “Mésa Granda” concelebrata dal Parroco e dai Sacerdoti dei paesi vicini, i piu’ giovani dei quali, solitamente favoriti da una bella voce tonante e intonata, nella funzione di Diacono e Suddiacono cantavano mirabilmente dall’ambone “Coram Populo” l’Epistola e il Vangelo in Latino. La “ Canturia “ non era da meno nell’esecuzione a più voci e organo del Credo, del Sanctus, del Pater e, dopo la S. Comunione, dell’inno finale.  Il Parroco Presidente data la benedizione scioglieva la assemblea con l’invito al Vespero. Si usciva accalcandosi verso il portone spalancato, nella nebbiolina dell’incenso sparso in una esplosione di suono d’organo lanciato nei registri piu’ alti. Nel sagrato si trasaliva allo sparo del Mortaio di Mezzodi’ subito tranquillizzati dal dolce  Carillon delle campane, che l’addetto salito fino in cima al castello, aveva provveduto a legare, per trarne, coi battacchi usati a martello, allegri motivetti sull’aria di inni religiosi, ma anche civili, come quel “Garibaldi fu ferito” che in epoca di odi massonici non doveva certo piacere ai fedeli più intransigenti, ma aveva dalla sua il merito di essere completo su sole cinque note, tante quante le nostre campane. E poiché come si diceva: “tucc i Salmi finisan in Gloria”, ci si poteva finalmente dedicare anche al pranzo. I Sacerdoti foresti, le autorità’ civili, un rappresentante dei Fabbricieri e l’Organista erano invitati in Canonica, ospiti del Sig. Parroco e con grande preoccupazione della perpetua, generalmente la sorella, “tuta in truscia”  tutta indaffarata perche’ non si facesse brutta figura ne’ in cucina che nel servizio. I fedeli festeggiavano nelle loro case dove sotto il pergolato era stata preparata la tavolata alla quale ci si faceva punto di orgoglio nell’invitare anche i parenti di fuori paese,  memori del fatto che molte di quelle parentele erano nate proprio in occasioni simili.

Come sempre il pranzo iniziava col Risott al zafranc, per preparare il quale si era uccisa una gallina, cosa che segnatamente nobilitava la festa, se era vero che “Via da Natal e San Giorg quand sa maza a galina ,o ca ghe malo’ a galina o ca ghe malo’ ul paisan. (Se si esclude Natale o San Giorgio, quando si ammazza la gallina vuol dire che e’ ammalata la gallina o e ammalato il contadino). La varietà e l’abbondanza delle portate erano poi a misura delle possibilità dell’ospite e i fiaschi di scorta tenuti in fresco calandoli nel pozzo. Il pranzo si chiudeva col rituale del ”Breud e Vin”, sorbendo una tazzina di brodo caldo nel quale veniva schizzato vino rosso per digerire o come si diceva allora “par murisna’ ul stomig”. L’uso era bustocco, ma chiaro retaggio della dominazione spagnola che offre la “Sopa de Aves con Heres”.

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