Pan Buter e Zucur – Pane burro e Zucchero (ripresa)

Continuando le riflessioni sul tanto aborrito burro non si puo’ non ricordare che Pan Buter e Zucur era una delle merende piu’ gradite ai bambini. Per essi la nonna tagliava in due una michetta la spalmava di burro e la sfarinava di zucchero e dopo aver riunito le due meta’ amorevolmente la consegnava ai nipoti, i quali via.. che fuggivano nei prati fin quasi ai boschi riunendosi agli altri amici. Ecco oggi tale merenda mancherebbe di un elemento indispensabile, i prati in considerazione della frenesia con la quale vengono impreziositi da palazzi.!!  , chissà forse che nei sogni infantili dei  nostri operatori  edili vi fossero tante New York? Il burro comunque veniva prodotto in casa scremando il latte dalla calderina, che tutte le sere si andava a ritirare presso i contadini che ancora avevano la stalla. La crema o panna veniva conservata prima in cantina e poi nei primi Frigidair dentro una scodella, che piena veniva versata in un fiasco da vino spagliato. Chiuso poi con un tappo, il fiasco veniva agitato con forza per una decina di minuti, fino a quando la massa del burro si fosse separata dal cosiddetto lacett. L’operazione in tempi piu’ remoti si effettuava con la famosa Penagia o Zangola. A separazione avvenuta, si rovesciava il contenuto in una marmitta e con l’aiuto di un cucchiaio si compattava il burro che si presentava tutto come un ammasso di chicchi di riso stracotti, veniva lavato con acqua corrente.

Il suo colore variava  secondo le stagioni, da bianco a giallo avorio, i piu’ raffinati lo comprimevano in forme di legno per formare “Ul Panell” o piccolo pane. Nella economia familiare la pratica di preparare il burro dal latte munto della propria vacca era assai diffusa. Infatti tutti avevano una stalla nella quale si contavano una o piu’ vacche. Quindi anche questa pratica  evidenzia una tecnica di sopravvivenza che vedeva  la masera al centro della vita di famiglia.  Essa sovraintendeva al fuoco e fuochi appunto venivano indicate anticamente le famiglie, che in effetti erano l’insieme di più nuclei ai quali sovraintendeva il vecchio, patriarca che prende il nome di “Pa’ Grand la cui moglie e’ la Masera O GRANDE MAMMA. L’anziano era il tutore della dignita’ della famiglia e non mancava di trasmettere la sua saggezza ai figli e ai nipoti quando nelle lunghe giornate invernali  si indugiava  volentieri attorno al fuoco che ardeva nel grande camino della cucina. Ecco perche’ le antiche ricette, dalla Cazeula alla carne e patate ai Bruscitt, sono ricette di lunga cottura, perche’  venivano cucinate sopra quella stessa fiamma che serviva a riscaldare l’unico ambiente caldo sorvegliate dalle donne, mentre confezionavano i famosi indumenti di lana “Scalfitt – calzettoni, Scialitt – Scialletti, che dovevano servire per i rigori dell’inverno.  Non era raro vedere in quelle cucine, anche approntato il letto per la persona malata, e forse moribonda, perche’ cosi’ poteva essere meglio seguita nel mentre si accudiva alle faccende domestiche. E anche la malattia e la morte in quella società che ci siamo lasciata alle spalle, non era un qualcosa di incomprensibile, da rimuovere lasciandola agli addetti ai lavori, fino a negare ,come avviene oggi, per chi muore all’Ospedale, di ritornare per una notte ancora nella sua abitazione, era invece qualcosa di naturale, vissuta sempre con grande dignità fede e partecipazione spontanea dei familiari e dei vicini.

Ma se vogliamo ancora andare molto indietro nel tempo dobbiamo ricordare, che il burro rappresenta un po’ lo scontro fra le due civilta’: quella mediterranea dell’olivo del pesce tipicamente classica e quella della carne e delle pelli definita celtica e barbara. Fu anche nelle nostre zone che si stabilirono dei contatti fra queste civiltà ed anche degli scontri. Sesto Calende da sempre fu il porto fluviale che permise agli Etruschi di arrivare fin qui Via Po e Ticino e prendere contatti con le genti che già usavano il Lago Maggiore come semplificazione alle vie delle Alpi tramite la Piana di Magadino e i Passi quali il Lucomagno che permettevano il facile accesso alle vie d’Oltralpe verso Coira e il lago di Costanza. Le nostre zone hanno rappresentato nel periodo iniziale della espansione romana, fin dal 200 A.C. zone di confine e di presenza militare forte in un territorio, quello gallico insubre, che doveva essere ostile a Roma. Non dimentichiamo, che Annibale, mosse proprio verso queste zone contando sull’aiuto delle popolazioni galliche locali, dalle quali esso aveva tratto molti dei suoi uomini, gente rude, che avvezza ai rigori di queste latitudini poté affrontare quell’attraversamento delle Alpi, si ritiene lungo la direttrice della valle d’Isere – Monginevro o Piccolo San Bernardo, attraverso passi che comunque dovevano già, essere noti. Infatti le popolazioni celtiche locali erano di ceppo ispanico come bene hanno cercato di dimostrare studi di archeologia linguistica. Pertanto se i Romani tendevano ad essere attestati su Piacenza al disotto della linea rappresentata dal Po, tutti gli altri si troveranno nella zona che essi chiameranno poi Transpadania e per la quale ci vorranno circa 150 anni per renderla praticamente integrata con Roma, data la fiera indipendenza di queste popolazioni. Le quali si troveranno anche alleate con Roma per necessità, ma pronte a cambiare alleanza come nel caso di Annibale, il quale, vinto Scipione al Ticino, poté contare immediatamente sulla alleanza gallo-insubre. Questa insofferenza alla fedeltà dei patti dovette apparire alla strategia romana come un punto di debolezza per Roma nelle sue politiche di alleanza, dai cui discese, la necessità, di una presenza forte di Roma in queste zone, specialmente dopo il 197 quando il console C.M. Marcello riconquistò le terre insubri alla inflenza romana dopo la vittoria di Clastidium – Casteggio in Lomellina, alla quale il poeta Nevio dedicherà appunto la sua unica tragedia. La mancanza di una precedente presenza forte, comportò per Roma l’inizio appunto della disastrosa discesa in Italia di Annibale il quale scorazzò in lungo e in largo per tutta l’Italia, causando grandissimi disastri a Roma e infiniti lutti.  Da allora solo in occasione della calata dei Cimbri intorno al 100 si verificò qualcosa di simile, ma il grande Caio Mario non si fece trovare impreparato e questi furono fermati a Vercellae – Vercelli Campi Raudi.

Nacque forse allora quel complesso di fortificazioni, limen appunto, che sarà presente almeno fino al V^ sec e DEL QUALE LA PIANA DELLA VOLPINA E APPUNTO UN ESEMPIO.

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