Difendiamo il nostro Ambiente

Il nostro rapporto con il territorio, non e’ molto dissimile dal rapporto che si ha con i libri. Per alcuni, è come se i libri non esistessero, li buttano sistematicamente nella cartaccia.  Altri, poi, li considerano solo perché impreziosiscono la libreria, e se ben rilegati potrebbero essere anche finti.  Infine, i rimanenti li leggono, cioè li usano per quello che sono, cercano di imparare, di conoscere, sicuri che per capirli, non bisogna essere professori, basta saper leggere. Per l’ambiente vale la stessa considerazione. C’è chi vede il prato e il bosco interessanti solo se edificabili, quindi comunque da trattare come carta straccia, da distruggere se edificabili, da abbandonare ai rovi in caso negativo. Altri, invece, cercano di appropriarsene, per un puro compiacimento estetico (leggasi boschi recintati, anche con filo spinato) in ciò giustificati dall’inciviltà di tanti barbari, non ultimi quelli che hanno scoperto la nuova moda di scorrazzare nei prati con il fuoristrada.

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Infine, vi è chi cerca di avvicinare questo ambiente per arricchirsi delle sensazioni che sanno suscitare le testimonianze di un modo di vivere completamente diverso dal nostro, ma ancora quello dei nostri nonni. Mi riferisco all’uso delle rogge, delle chiuse, dei canali, delle terrazzature, dei laghetti, dei prati a  marcita. Tecniche culturali, che hanno permesso fino al 1950 di sopravvivere a chi univa l’economia agricola al lavoro nelle industrie. Ma il valore storico di queste tecniche è eccezionale, perché  porta direttamente alla presenza di Roma antica, all’insegnamento benedettino dei vicini Monasteri di Cavaria e di Buzzano, per arrivare all’opera dei funzionari di Maria Teresa d’Austria. Ecco tutte queste testimonianze corrono il rischio di esser cancellate e chiaramente non per incuria, perché l’incuria non ci ha impedito di riconoscere ambienti assai antichi del tutto dimenticati, ma per ignoranza. Si può infatti distruggere ciò che non si conosce, ma se  si persevera nel voler ignorare, ciò che si può e si deve tutelare, allora la distruzione diventerà colpevole. La frequentazione dell’ambiente boschivo e naturale che ci circonda, mostra  segnali preoccupanti di inquinamento che  debbono far riflettere. Ad esempio i nostri corsi di acqua, escludendo pure l’Arnetta, anche nel bosco più nascosto presentano ormai tracce di sostanze che producono bolle in cascata. Quando piove il dilavamento delle cortecce degli alberi forma presso le radici barbe di schiuma, il che dice molto sulla qualità delle polveri nell’aria che respiriamo.  Non vi è più un bosco dove non sia arrivato l’inquinamento da rumore. Al Moscone si avverte già la fastidiosa presenza della Autostrada di Besnate.

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Durante una visita che ci ha portati dalla Bartolina, alla Volpina, al Moscone, ci si è resi conto anche di come l’ambiente antico si sposasse in modo equilibrato con il centro abitato. Sarà un caso, ma gli stessi moduli costruttivi legati all’uso di materiali che per necessità dovevano essere locali (Travi, Coppi, Mattoni, soglie) rendevano l’insieme estremamente omogeneo. Malauguratamente anche le antiche case, vanno scomparendo nel disprezzo, per il difetto imperdonabile di rammentarci le nostre origini.  Origini, forse umili, ma dignitose. Si evidenzia, nelle case antiche una palese situazione di degrado, alla quale, invece di rispondere con opportuni restauri, si è sempre più tentati di porre rimedio con un bel Caterpillar. Così nascono opere di ingegneria e architettura che, quando va bene, ci propongono stili assolutamente estranei alle nostre tradizioni.  So che a questo riguardo, molti avranno da ridire, ma vadano a vedersi  l’armonia  e l’equilibrio di una cascina come la Bartolina o la Cattabrega, di una Ca’ Verzasca, dei Casanitt e ne traggano poi utili insegnamenti.

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Come si può immaginare c’è molto da fare con opere di sensibilizzazione, con studi e iniziative, ma sicuramente dobbiamo provarci, raccogliendo anche l’invito di una associazione ambientalista che recita:

“L’ambiente e la natura ci sono stati lasciti in eredità dalle generazioni passate e in affido per le generazioni future “.

Anselmo Carabelli 

Redatto agli inizi degli anni ’90 per la Pro Loco di Jerago

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