Ul Pan Tranvai

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Originariamente pubblicato su L’equinozio – Mensile di Informazione su Jerago con Orago – Ottobre 1994 – Numero 4 anno 1 – a cura della Pro-loco di Jerago con Orago

Quale sorpresa quando chiedendo alla commessa del prestinaio quel filoncino di “Pantranvai” che ammiccava invitante dalla vetrinetta dell’esposizione, ebbi di rimando un “Quanto pane con l’uva, Signore?”. Beh, a me quel pane con l’uva non andò proprio giù ed optai per un pezzo di pizza.

Addio tradizioni locali, se anche i nostri cari Prestinée tollerano che il Pantranvai sia ribattezzato in uno spregevole pane con l’uva. Perché dovete sapere che il nome gli viene dal fatto di essere una specialità tutta milanese, un po’ come il panettone odierno: Stevan Alzati, che lo rivendeva a noi, lo andava a ritirare al capolinea della Tramvia a Gallarate in Piazza San Lorenzo. Allora quando decise di farlo nel suo forno, che è oggi del nipote Giorgio, lo chiamò appunto PANTRANVAI.

Per la verità oggi, a differenza dell’originale, viene prodotto con uva sultanina anziché con la classica “Uga Americana secò al sul cunt i so giandulitt” (Uva Americana seccata al sole e non privata dei semi). Ecco perché mi sento di proporre un minicorso di aggiornamento per commessi di panetteria.

Il chilo di panni deve essere un chilo di “michette”; pare la stessa cosa ma penso che nessuno abbia mai faticato per il panino, ma per la “mica e la michetta” sì.

Niente di piu’ buono col caffelatte della mattina di una fragrante michèta ancora calda di forno, un lusso davvero,  perché il latte col caffè d’orzo o di cicoria si sposava sempre col pane raffermo- Ul pan séc. Saranno state economie di povera gente, ma sicuramete preservavano da tutti quei bruciori di stomaco regalati dai moderni biscotti e merendine, conditi di tanta pubblicità e da tutti quei grassi alimentari che categoricamente ci rifiutiamo di acquistare dal macellaio. 

E il “Pan Giòld”, certo il pane giallo era ed è un vero rito a cominciare dalla forma, la Roea. Una ruota bella e grande che a fatica era contenuta dalla “sporta da la masera” (Borsa da Spesa della massaia ), la cui forma appunto, doveva propiziare il corretto taglio delle fette, sottili di mollica e con un po’ di crosta intorno, perchè mangiandole richiamasse leggermente di bruciato. Il Pan Giòld, quello con la farina da furmenton è sempre stata la base per i nostri piatti semplici ma non per questo senza regole di confezione.

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La Supa o zuppa, può essere fatta con gli ingredienti che la stagione offre e che la tasca della masera permette: Supa da verdura, breud da galina, breud da manz o da vaca, buseca, l’essenziale è comunque che il pane giallo, venga tagliato  a coltello dall’esterno della crosta verso l’interno, facendone fette sottili, non tocchi.  Le fettine vanno messe nelle scodelle sfarinate di formaggio grana, e sopra vi si versa la zuppa. Quando la zuppa si è raffreddata e ul “Pan giòld l’e’ ben murisnà” allora si puo’ mangiare. Si faccia attenzione a bagnare il pane con la zuppa e mai mettere il pane giallo nella zuppa, altrimenti sa fa una sòpa pal can un mangiare per cani.  Altro pandolce nostrano poi era la “Bròsela” che poteva essere ricoperta cui Fig  fichi, uga mericana pasa, nus  noci, una via di mezzo fra il pantranvai e un osso da mordere o os da mort. Chissà mai che i nostri forni possano ridare un ruolo di prestigio a queste nostre semplici, ma autentiche leccornie.

Anselmo Carabelli

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