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Laureato in filosofia con indirizzo storico all’ Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Lettore onnivoro. Appassionato di cinema dall’adolescenza, ho scoperto la critica cinematografica grazie alla Nouvelle Vague francese. Promotore di blog e coordinatore editoriale del sito Storia dei Film per quasi un decennio. Vivo in quell’angolo di mondo tra Milano e il lago Maggiore a pochi km dal confine svizzero patria dei miei avi, scultori e mastri comacini originari del mendrisiotto (Castel San Pietro - Ticino), scesi qualche secolo fa nella Valle dell’ Arno a Solbiate, frazione Monte, per affrescare la chiesa di Sant’ Agata e ivi rimasti. La mia famiglia è stata poi legata per un secolo ad un’ importante attività industriale di tessitura nel mio paese di residenza, attività nella quale ho avuto il primo contatto con il mondo del lavoro. Attualmente lavoro come impiegato amministrativo in una ditta metalmeccanica legata all’edilizia.

Il campanile romanico di Jerago

di Carlo Mastorgio (Sopraintendenza archeologica della Lombardia) – Maggio 1991

Testo apparso in Un popolo in Cammino – Maggio 1991 e poi ripubblicato nella raccolta di scritti in occasione dell´inaugurazione del campanile nell´ottobre 1991

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La vecchia chiesa parrocchiale di S. Giorgio e´documentata solo dal XIV sec. (per  esattezza, dal 1398).

Pero´, titolo e ubicazione, gia´per se stessi la retrodatano ad epoca molto piu´antica. Inserita nel vecchio tessuto urbano, essa e´senz´altro la prima cappella della comunita´e probabilmente eretta in quelle fasi della cristianizzazione, allorche´ i canonici, dal vicino centro plebano o battesimale di Arsago Seprio, diffondevano la nuova religione nelle campagne e nei piccoli villaggi circostanti.

La dedica a San Giorgio e´tipica dell´epoca longobarda per la nota associazione del “santo guerriero” con il carattere spiccatamente belligerante di quel popolo barbarico.

Tutto cio´porta a pensare che l´edificio ebbe una fase preromanica, seguita da una romanica, indi da altre che successivamente, per ragioni legate ad aumenti demografici,  hanno sostituito, inglobato o parzialmente alterato le strutture architettoniche primitive.

Nulla sappiamo della fase preromanica anche perche´mancano sia una lettura stratigrafica delle strutture verticali sia un saggio archeologico sotto l´attuale pavimento. Pur tuttavia tale fase e´intuibile; se non altro perche´e´storicamente accertata la presenza, a Jerago, di nuclei familiari in epoche anteriori al Mille (come esempio, basta citare qui due importanti personaggi, Teudelaberto e Ato di Jerago, presenti come testimoni nel 976 ad una permuta di terreni nel territorio sepriese).

Per quanto concerne la fase romanica e´notizia di oggi, in quanto essa e´emersa in seguito ai recenti lavori di ristrutturazione della torre campanaria. Questa nascondeva infatti, sotto l´intonaco, l´originario paramento murario. Tolto il rivestimento, sono tornate alla luce le cornici di archetti pensili e le monofore, ossia quei particolari tecnici e stilistici tipici dell´architettura romanica (sec. XI e XII). Ulteriori indagini potranno in futuro meglio precisare l´iconografia e l´esatta cronologia di questo monumento.  In questa sede e´sufficiente dare qualche sommaria informazione. Innanzitutto si tratta di un campanile alto, snello, con base quadrata ma non sufficientemente ampia da far presumere un innalzamento sui resti di un torrione altomedievale e quindi facente parte di sistemi difensivi. Anche le aperture, del tipo a tutto sesto, sono sufficientemente ampie e non a feritoia.

Nessun utilizzo, quindi, a scopo di fortificazione o di segnalazione ma semplicemente un utile monumento al servizio civico e religioso della piccola comunita´ jeraghese.

L´apparato murario del campanile e´composto da materiale eterogeneo; poca la pietra quadrata, parecchia quella scheggiata, diversi i ciottoli, qualche laterizio. Il tutto disposto in corsi un po´irregolari con un buon letto di malta. La parte alta e´stata rifatta in epoca successiva distruggendo l´originaria cella che doveva essere interessata dalla presenza di bifore. Nel rifacimento sono stati infatti riutilizzati i frammenti delle colonnine originarie in pietra. Ogni parete e´divisa in ripiani da tre grandi specchiature, abbastanza profonde e chiuse in alto da tre archetti in cotto. Anche gli archivolti delle monofore sono formati da vecchi laterizi posti in costa e sormontati da un bardellone pure in cotto.

Quest´ultimo particolare e´abbastanza caratteristico e trova riscontri in altri edifici del territorio padano datati all´XI secolo (1000-1100). La cosa  che piu´colpisce e´che questi laterizi sono tutti di fattura d´epoca romana; la maggior parte embrici con il tipico risvolto e, sorpresa nella sorpresa, addirittura una suspensura cilindrica ovvero uno di quei pilastrini che sostenevano il pavimento di un ambiente romano riscaldato facendo circolare sotto l´aria calda.

Or bene, tutte queste profilature di cotto, inserite nella pietra grigia del paramento, determinano uno stupendo cromatismo che potra´essere meglio apprezzato allorche´verranno tolti i ponteggi del cantiere.

La vecchia chiesa parrocchiale di san Giorgio va schiudendo cosi´i misteri del suo glorioso passato con sempre piu´larga chiarezza, lasciando perplessi gli storici, ammirati i tecnici e soddisfatti quei “pochi” che veramente credevano nella vetusta´ dell´edificio. Il cammino iniziato merita tutta la piu´ ampia fiducia e l´appoggio morale e finanziario perche´ la volonta´ di fare qualcosa di utile e di bello, non distruggendo ma salvando, ha gia´regalato alla comunita´ di Jerago questo stupendo campanile romanico che, in definitiva, e´il piu´antico monumento del paese.

Chiesa Parrocchiale di San Giorgio in Jerago (Cenni storici)

(fonte immagine: parrocchiasangiorgio.it)

Redazione e ricerche curate da Anselmo Carabelli, alla data del 20/7/2009

 

Anni 1917-1927

Parroco –Don Massimo Cervini ( Castronno 1879- Jerago 1945) – parroco di S.Giorgio Jerago (1916-1945)

 Dinamica della popolazione  Anno– Abitanti:  1907-1085 / 1913-1550 / 1923-1865

 

Ultimo ampliamento della antica chiesa parrocchiale anno 1881 ad opera dell’ ing. Graffonaia. La vecchia chiesa fu dismessa al culto dal 16-7-1927. Usata successivamente come oratorio fu poi abbandonata al degrado dal 1957.

 Stato odierno della antica chiesa di san Giorgio: Restaurata per volontà di  don Angelo Cassani- (Sedriano 17/08/1934- Jerago 02/12/2006,  parroco di san Giorgio in Jerago 1987-2006)

 

Motivazioni per la nuova costruzione (ricavate dallo scrivente consultando gli incartamenti in merito):

 

 La possibilità di ampliamento della chiesa antica, richiesto dall’avvenuto raddoppio della popolazione, era  impedita nella dimensione della larghezza dall’essere l’edificio ristretto  tra campanile, canonica e  cascina (equile); si rendeva perciò necessario procedere ad un ulteriore e sproporzionato allungamento, come già eseguito nel 1881.  Si scelse così  di affrontare una nuova costruzione disponendo all’uopo di un terreno parrocchiale, adiacente alla canonica, in posizione S-SE  e centrale per il paese. Il terreno era dedicato a prato , con accenno di discesa collinare verso E , senza alcuna costruzione preesistente.

1921 si affida lo studio all’arch. Oreste Benedetti di Milano

          -Si eseguirono i primi sondaggi sul terreno per verificare la condizione del terreno su cui posare le fondamenta e valutare l’entità dei lavori per le fondazioni.

  • 1922 presentazione dello studio dell’arch. Benedetti alla Commissione Arte Sacra della Curia Arcivescovile e conseguente approvazione di tutti i disegni relativi
  • Passaggio alla fase esecutiva e Costituzione della commissione pro erigenda Nuova Chiesa nelle persone del Sig, Parroco Don Massimo Cervini, dei fabbricieri, dei Sigg.: Leone Michaud, Dionigi Cardani, Sessa Riccardo, Biganzoli Paolo, Anselmo Carabelli.
  • Affidamento della costruzione al capomastro Bianchi Giuseppe
  • 1923 / 22 aprile– posa prima pietra
  • 1924 / dicembre – posa del tetto
  • 17 luglio 1927 la nuova chiesa è aperta al culto.

Elenco delle strutture architettoniche trasferite dalla chiesa vecchia alla chiesa nuove dal 1927  indicazione di nuove acquisizioni e costruzioni

 

 -Febbraio 1927 inizio opere di preparazione al trasferimento dell’altare maggiore da posizionare su fondamenta riempite di bitume per una profondità di 280 cm con sezione quadra di lato 160 ( per reggere tiburio e mensa). Rimozione della  prima pietra poi riposizionata sotto la mensa dell’altare maggiore (disegni in archivio)

Riposizionamento del fonte battesimale rimuovendolo dalla antica cappella della  chiesa vecchia nella stessa zona dell’attuale battistero.

Marzo 1927 trasporto dell’altare maggiore ad opera del marmista Provasi di Crema

L’Altare maggiore proviene dalla vecchia chiesa di san Giorgio ed era stato costruito in marmo, sostituendo il precedente in legno. Fu realizzato nella bottega del marmista scultore Francesco Rossi  di Milano  intorno al 1801 al prezzo di 1250 lire austriache. L’adattamento lasciava scoperti i fianchi che furono chiusi con finto marmo eseguito dal sacerdote teologo Giuseppe Porporato. Questi, coadiutore di Alpignano (To), fu inviato da suor Agnese sorella del parroco, residente ad Alpignano.

 

Aprile 1927 –  Inizio posa del  pavimento ad opera della ditta Cagnoni di Malnate

  • Scala di accesso al pulpito eseguita dalla locale officina di Innocente Aliverti

Giugno 1927 -messa in opera del pulpito ligneo, eseguito dalla locale falegnameria di Cardani  Abramo su  disegno  dell’architetto Benedetti

  • Trasporto dei seggi del vecchio coro ad opera ed adattamento del falegname Luigi Cardani, i seggi mancanti e aggiunti per le nuove dimensioni del coro furono eseguiti dalla falegnameria di Cardani Enrico
  • Adattamento dell’arredo in legno della sacrestia, opera della falegnameria di Cardani Gerolamo
  • Le porte di ingresso, le laterali di accesso ai vani accessori furono eseguite dalla falegnamerie locali : Luigi Cardani, Gerolamo Cardani, Sessa Giovanni, Sessa Luigi
  • Costruzione delle balaustre laterali all’altare maggiore costruite in graniglia di marmo e posate dalla ditta Terzaghi e Gritti di Induno Olona
  • Riposizionamento della balaustra frontale della vecchia chiesa nella nuova con adattamento per la parte mancante causa le diverse dimensioni con finto marmo ad opera del già citato sacerdote Giuseppe Porporato di Alpignano
  • 1929 installazione dell’organo trasferito e riadattato dalla chiesa vecchia ad opera della ditta Maroni Giorgio di Varese (le canne piu antiche si fanno risalire al 1600)
  • 1929 Costruzione del vano della Cappella di San Carlo con traslazione dell’altare con paliotto e fiancate in scagliola intelvese datate 1759. Ricollocazione della Pala col quadro del Santo, opera del Pittore Carsana di Bergamo, eseguito nel 1881 (il vecchio quadro è dal 1881 sito in San Rocco),  adattamento e ricollocazione dei marmi a cornice eseguito dal marmista Provasi di Crema
  • Costruzione del vano per la Cappella mariana ed installazione dell’antico altare della BV del Carmine , risalente al 1759, costruito quando, per effetto del secondo ampliamento della vecchia chiesa fu demolita l’antica facciata, che recava nell’interno, a destra del portone di ingresso, la quattrocentesca sacra immagine mariana. Tale altare rimosso nel 1943 con la costruzione del nuovo altare, è stato spostato nella cappella  dell’ odierno cimitero di Jerago in località alla Pigna.
  • 1931 Lampadari in ferro pendenti dalle arcate della navata centrale, eseguiti dalla ditta Innocente Aliverti su disegno del Pittore Ambrogio Riganti
  • 1932/ 14 settembre– consacrazione della Chiesa ad opera del Beato Cardinal Ildefonso Schuster
  • 1936/1940 realizzazione di tutto il ciclo pittorico della chiesa ad opera del pittore Emilio Orsenigo di Varese (Catino absidale – Cristo In Maestà) (altare maggiore ai lati – Ultima cena – moltiplicazione dei Pani) (Cappella della BV del Carmelo – suffragio alle anime penitenti – istituzione dello scapolare) (Cappella di San Carlo- San Carlo nel lazzaretto con gli appestati- processione eucaristica per Milano) (volta centrale- episodi  della vita di San Giorgio)  (cupola –Gloria di San Giorgio) (Vele dei raccordo alla cupola- i quatto evangelisti )
  • 1948 nuovo simulacro della BV del Carmelo, per volontà de Parroco don Carlo Crespi,  opera in legno dello scultore Franco Molteni di Cantù – La statua antica sarà ricollocata in San Rocco
  • 1968 costruzione della cappella invernale voluta da don Luigi Mauri,  architetto Moglia di Gallarate. Le vetrate sono opera del pittore Giordano Crestani (i discepoli di Emmaus- Moltiplicazione dei pani e dei pesci)
  • Tutte le altre vetrate istoriate nell’interno della chiesa sono opera del pittore Giovanni Cassani. Partendo dal Battesimo di Cristo nel rinnovato Battistero

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In anni recenti la facciata e’ stata completata con un bel protiro di stile romanico in sarizzo. Lavori svolti sotto la guida del nostro parroco don Remo Ciapparella.

Lardo e Burro, ingredienti della nostra antica cucina

fonte immagine: freesenzaglutine.it

Nei tempi passati, quando non si conoscevano ancora tutti gli effetti negativi dell’eccesso di colosterolo nel sangue, o meglio, quando ancora non si sapeva cosa fosse, l’uso di burro, di lardo e di altri grassi animali era normale e molto apprezzato in cucina. Oggi, poiche’ le moderne regole dietetiche, hanno quasi abolito tali condimenti  o li hanno ridotti nell’impiego a dosi farmaceutiche, anche i nostri piatti pur mantenendo il nome, hanno perso molto dell’originale sapore.  Anche la piu’ semplice bistecca  e’ costretta a friggere nell’olio di mais, quello dagli acidi poliinsaturi, per cui prima di servirla sul piatto e’ necessario farla sgocciolare.  Penso che, anche solo per una volta, si dovrebbe preparala in un bel tegame di alluminio dove prima, si e’ fatto fondere un pezzo di burro a fuoco moderato.

fonte immagine: vinoway.com

Quando si e’ fatta quella schiuma, che si perde su un fondo nocciola e trasparente, allora si deve posare la carne cuocendola su emtrambe i lati.  Poi la si serve in tavola possibilmente nello stesso tegame. Il tutto va  gustato, badando bene a lasciare, lustro il fondo del padellino con l’aiuto di qualche pezzo di pane debitamente intinto. Operazione che veniva chiamata pucia’ ul fondu dul padalin”. Se poi accompagnerete in tavola con ”una bela salata o una cicoria” questa si’ condita” cun oli d’uliva e see magari cun triòo déntar una  scigola (Insalata condita con olio di oliva e aceto, dove e’ stata tritata una cipolla), sarà poi questo contorno a incaricarsi di smaltire nello stomaco l’eccesso di grassi da burro.

Ma questo e’ un piatto per le nostre massaie che hanno sempre premura, perché se  ci si volesse applicare un po’ di piu’, ci sarebbe la famosa CARNA IMBUREGIOO, ovvero la carne di manzo impanata o cotoletta alla Milanese o Wiener Schnitzel in omaggio a Maria Teresa d’Austria.  Prima si rompe un uovo intero in un piatto fondo, lo si sbatte con l’aiuto di una forchetta, si sala, a parte si prepara del pangrattato e lo si vaglia perché sia uniforme, si passa la bistecca di manzo nell’uovo sbattuto, si prepara il tegame con burro, come per la prima ricetta e la si cuoce a fuoco lento per 15 minuti, quando il pane della crosta sarà diventato di un bel biondo rossiccio e avrà assorbito tutto l’intingolo del tegame.  Si serve con fette di limone.

fonte immagine: austria.info

Per non sciupare ingredienti con l’avanzo dell’uovo sbattuto e del pangrattato si faranno delle polpettine di pane sempre gradite ai bambini, naturalmente previa cottura.  La bistecca imburegio’ fredda, messa in una fragrante MICHETTA ha sempre accompagnato una miriade di scampagnate e di gite scolastiche.

fonte immagine: primochef.it

E cosa facciamo di primo se non un bel RIS in Cagnoon. Si cuoce il riso in acqua bollente e lo si fa passare nel medesimo tegame col burro dove si e’ fatto un soffritto di cipolla e si e’ aggiunta una foglia di salvia.  Chiaramente il pranzo deve limitarsi qui finendo con un bel Pomm Raneta : una mela Renetta  asprigna dal sapore di una volta.    

Per un piatto unico invece consiglio la :

CAZEULA al modo della Trattoria San Giorgio (detta dul Bareta)

(ingredienti per 4 persone: 1500 gr. di costine di maiale o puntine di maiale, 3 etti di cotenne di maiale  dette cudig, 1 etto di lardo, 2 spicchi di aglio, una cipolla, 50 gr. di burro, 4 verze, 1/4 di vino rosso, gambi di sedano, carote, erba salvia)

In una pentola capace dal bordo medio alto, si prepara un soffritto di lardo pestato, di cipolla, burro e due spicchi di aglio. A parte si saranno preparate le costine, gia’ segate in pezzi della forma di due dita dal macellaio e le cotenne tagliate in strisce e della dimensione di due dita, si aggiungono al soffritto e si fanno rosolare a fuoco vivo fino a quando la carne avra’ assunto un bel colore, si aggiunge il vino e si lascia evaporare a pentola scoperta. Quando il vino sara’ consumato, aggiungere le carote tagliate fini e il sedano pure tagliato fine, si unisce  in un sacchetto di tela l’erba salvia, sale, pepe, noce moscata quanto basta. Si porta a fuoco moderato, si coperchia e si rigira il tutto ogni tanto e per circa due ore. A parte si lavano le verze, si aprono in foglie e si mettono in una pentola capace, dove si fanno morire, cioe’, riscaldandole diventano un po’ molli e perdono l’acqua naturale; e’ importante questa operazione, perché cosi’ facendo si rendono più digeribili. Successivamente quando hanno lasciato l’acqua si scolano.  Dopo due ore di cottura della carne, le verze vengono aggiunte alla padella, si aggiunge ancora sale e pepe e si fa cuocere per ¾ d’ora. Quando il tutto e’ asciutto si serve in piatti ben caldi. Buon Appetito

fonte immagine: wikipedia.org

BARETA

Questa ricetta  mi e stata segnalata dalla signora Carla Cardani Magnoni e rappresenta un classico della nostra cucina. Veniva servita nell’Osteria del Bareta per la delizia degli avventori. I quali solitamente erano operai, che a mezzogiorno vi consumavano il pasto, ma anche  ambulanti e commercianti di passaggio, attratti dalla bontà di quella cucina. La Trattoria San Giorgio, già da molti anni ha perso la sua antica connotazione, trasformandosi nel Bar Sport. La signora Carla, pero’, nuora degli antichi titolari, si e’ impegnata a far pervenire le ricette di tutti quei piatti che facevano parte della tradizione della Trattoria dul Bareta.

Anselmo Carabelli

collezione Carabelli cartoline di Jerago inizio ´900

La chiesa romanica di San Giorgio

Aprile 1991

di Anselmo Carabelli

Dati i due precedenti articoli è logico attendersi una chiesa di San Giorgio chiaramente diversa dall’attuale chiesa “vecchia”, che fosse romanica e coeva al campanile.

Tale attesa, viene affermativamente soddisfatta da una nota del card. Giuseppe Pozzobonelli, il quale afferma, sempre negli estratti delle visite pastorali 1750: “la chiesa dedicata a S. Giorgio, è edificata in luogo poco eminente, e di forma oblunga. In qualche nota d’archivio si dice fosse edificata al tempo del Federico Borromeo, ma noi abbiamo visto che già esisteva alla fine del ‘300, da allora si celebra la festa della dedicazione  al 30 dicembre”.

Si può dunque dedurre che la chiesa che vide il card. Pozzobonelli, fosse quella che aveva visto il card. Federico Borromeo nel 1620, la quale nell’arco di tempo che andava dal 1570 al 1620, cioè negli anni del card. Carlo Borromeo e poi del card. Federico Borromeo, era stata ampliata.

La originale chiesa romanica poteva essere dunque quella descritta da padre Leonetto Clivone all’epoca della visita di S. Carlo borromeo. I lavori di questo  primo ampliamento furono di tale entità da far pensare a distanza di centotrenta anni (1620-1750) che la chiesa fosse stata costruita nel periodo di Federico Borromeo.

Fatte queste premesse dii archivio e con l’aiuto di una opportuna planimetria e di due disegni a tratto di penna da me eseguiti, si può tentare una prima lettura di ciò che poteva essere la chiesa romanica del XII secolo.

La figura A rappresenta una ricostruzione della chiesa con il suo campanile romanico, nella figura B (anche per evidenziare il legame con la chiesa di S. Giacomo) possiamo intuire dalla chiesa di S. giacomo, quella che poteva essere la vista posteriore di S. Giorgio.

Immagine San Giorgio Vecchia romanica

figura A

La facciata è quella del Clivone, il campanile è quello descritto negli articoli precedenti e riguarda la sola parte romanica, è stato però disegnato anche un quinto ordine (o piano) con finestrella bifora, piano che sarebbe stato demolito per insediarvi la nuova cella delle campane così come noi la vediamo ora.

Infatti nella parte superiore del quadrante dell’orologio, ho ritrovate le mensoline del capitello della bifora in una zona di collegamento con la più recente struttura. Si individuano anche mattoni chiaramente non romanici e tegole di risulta forse dal fregio della cuspide.

Anche le chiavi che danno più robustezza alla struttura mentre in tutti gli altri ordini sono a filo dei sassi esterni, (sopra il quadrante dell’orologio nella zona di raccordo) sono annegate delle struttura stessa, dopo evidenti adattamenti delle pietre, il che significa che queste chiavi erano più corte delle sottostanti, perché la cella delle due campane era più piccola di circa 12 cm, pertanto quando la cella originale è stata demolita le chiavi sono state recuperate e sono servite per la sottostante legatura, ma hanno dovuto essere annegate nella facciata, perché nella nuova sopraelevazione si era partiti con il piano del quarto ordine (quello dell’orologio, per intenderci) che era più largo.

La facciata è stata completamente abbattuta nel periodo del card. Federico per poter costruire la nuova cappella con arco “ad aquilonem versus” cioè a nord della chiesa e di fronte al campanile; il primo ordine del campanile in questa zona era stato intonacato e abbellito con alcuni fregi geometrici, che ancora si notano e si nota ancora l’inizio dell’arco della cappella della Beata Vergine Maria.

Appena dopo iniziava la cappella di S. Carlo e poi il battistero cui si accedeva scendendo di due gradini. Queste cappelle non esistevano all’epoca della visita di S. Carlo (è evidente che all’epoca della visita di S. Carlo non ci fosse una cappella a lui dedicata); nella descrizione del Clivone gli altari erano a filo del lato della chiesa (per intenderci, così come ora a S. Rocco, la statua della Madonna del Carmine si trovava in una nicchia).

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figura B

Ecco perché ho ritenuto corretto disegnare una chiesa senza sporgenze laterali, in sintonia con le più piccole chiese romaniche che possiamo vedere in zona (SS. Cosma e Damiano ad Arsago, o molto similare anche per il campanile seppur non così bello come il nostro, la chiesa di S. Stefano a Bizzozzero di Varese e S. Primo e Feliciano di Leggiuno).

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Oratorio campestre SS Cosma e Damiano di Arsago Seprio, risalente al XII secolo -fonte immagine Hikr.org

La vecchia sacrestia (quella dove c’era il gioco del biliardo per gli anziani, sita tra l’abside, il campo sportivo e l’oratorio, a nord della chiesa e a sud del campanile) fu costruita appunto nel periodo del card. Federico, quando si abbatté la facciata per far posto alle cappelle pocanzi accennate; e siccome allora non si buttava nulla, si pensò di riutilizzare le mensole e le soglie delle tre finestre che nella nuova facciata furono eliminate, proprio per la legatura degli angoli esterni (quelli verso il campo sportivo) della nuova sacrestia. Infatti, a chi osservi questi angoli si evidenziano dei manufatti lunghi e lavorati in sasso che possono essere proprio quelle soglie. Ultima osservazione sul lato sud della chiesa vecchia si osservi la chiesa vecchia stando sotto il grosso noce dell’oratorio (nuova casa parrocchiale).

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Chiesa dei Santi Primo e Feliciano – Leggiuno (VA) – fonte immahine: beweb.chiesacattolica.it

Si vede ancora una parete in sassi a vista con una antiestetica porta a un livello che non è certamente il piano né della chiesa né dell’altare ma era il primo piano di una cascina che era stata addossata alla chiesa originale. Tale porta doveva essere stata incavata da una iniziale finestrella romanica, quando si costruì nel 1500 il locale per pigiatura dell’uva del quale pur si vede un accenno di voltino.

Per le nostre ricerche comunque interessa questo: l’aver addossato una nuova costruzione con funzione diversa ha sicuramente deturpato l’originale finestrella, però ha conservato la struttura originale del muro, nel quale si nota il segno della evidente sopraelevazione, quando tutta la chiesa fu alzata, ma, cosa più importante, a livello di terra si trova un cordolo continuo di sasso granitico che segna la originale chiesa romanica, sassi che certamente non avrebbero introdotto con funzione estetica nella costruzione di un cascinale, quale era appunto quello addossato alla chiesa vecchia prima dell’abbattimento. Si vede anche una chiave al cui interno non c’è alcun tirante. Queste osservazioni faccio a suffragio della validità del disegno da me presentato.

P.s. Nel prosequio  di queste ricerche, mentre traducevo dal latino un documento della visita di federico Borromeo intitolato “De ecclesia loci Jeraghi sub titulo Sancti Georgi plebi Gallarati” anno 1620 ho ritrovato una nota che rettifica una credenza comune di far risalire la consuetudine di andare al Sacro Monte di Varese al 1745 ( Cazzani- Jerago e la sua storia- pag. 83) al capoverso “De consuetudinibus et notis” si legge “…è anche noto che si è soliti andare da Jerago, processionalmente al sacro Monte sopra Varese e Santa Caterina del lago Maggiore…”.

Questo, se porta indietro nel tempo questa tradizione che ancora oggi coltiviamo, di andare alla Madonna del Monte, mette in evidenza un altro pellegrinaggio parrocchiale a noi oggi ignoto, che però rafforza la tesi degli articoli precedenti di una grossa dipendenza con le radici storico-religiose del contado di Stazzona (Angera) e con l’influenza dell’Abbazia benedettina di Sesto Calende.

Non si deve dimenticare che ogni volta che un visitatore ecclesiastico nei diversi periodi da San Carlo in poi, descriveva la Chiesa di s. Giorgio, quando parlava di dedicazione della chiesa ha sempre scritto “ab immemorabili”, cioè se ne perde memoria. Questo avveniva la prima volta come documento scritto nel 1570. Se ipotizziamo che la memoria storica di fatti minori possa perdersi in centocinquanta anni, si può ben ipotizzare il rinvio dell’origine di quei fatti almeno fino agli albori del ‘400.

Il campanile della chiesa di Jerago

Marzo 1991

di Anselmo Carabelli

La parte romanica del campanile di S. Giorgio vecchia, in Jerago, presenta le seguenti caratteristiche:

altezza dal piano piano della chiesa circa 16 metri, cui si deve aggiungere la cuspide piramidale in sassi, che e´stata successivamente asportata all´epoca della costruzione della loggia delle campane; tale cuspide poteva essere di 70 cm. circa, piu´croce in ferro.

Sezione perimetrale quadrata con lato di circa 310 cm. , costante alle diverse quote.

All´interno, nella parte cava di accesso alla cima, le mura si vanno riducendo, per dare grande staticita´all´insieme.

Esternamente i primi due ordini sono segnati da finestrelle monofore con arco in cotto, mentre il terzo ordine, attualmente coperto dal quadrante dell´orologio, dovrebbe celare una finestrella bifora, sede delle originali campane.

I sassi che formano la costruzione sono legati da malta ottenuta con impasto di calce idraulica e litta.

Un campanile similare, almeno nei primi tre ordini, e´sito a Lasnigo, nei pressi di Erba. Torri campanarie di origine romanica, osserviamo pure ad Arsago (S. Vittore), Buzzano  (bellissimo campanile, privato maldestramente della sua chiesa verso il 1950), ma il complesso che puo´offrirci maggiore spunto di riflessione, oltre naturalmente ad Arsago- S. Vittore, e´la chiesa di S. Donato in sesto Calende. Altrimenti nota come abbazia benedettina.

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                  Lasnigo- S. Alessandro (fonte immagine: exploratoridelladomenica.it)

Questi riferimenti sono importanti per una ricerca che tragga il supporto delle vestigia architettoniche. Infatti, a differenza dei documenti scritti che per questo periodo diventano estremamente rarefatti e di difficile interpretazione, spesso menzioni di cose viste da altri, cosi´non si puo´dire delle opere architettoniche che sono sotto i nostri occhi. In breve, negli anni attorno al 1000, le nostre localita´facevano parte del contado del Seprio; la zona di Angera, dal lago fino a Locarno, faceva parte del contado di Stazzona, vecchia denominazione di Angera,  e comprendeva il complesso architettonico di Santa Caterina del sasso Ballaro.

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Complesso romanico di S. Vittore in Arsago (foto di Francesco Carabelli)

Per rendere piu´apprezzabile il contesto storico, ritengo utile trascrivere alcuni brani da Corrado Barbagallo- Storia Universale- Vol. III – parte 1° – pag. 276 – U.T.E.T. Torino, 1968.

Con riferimento alla politica di Carlo Magno, l´autore sostiene: “… il piu´importante di questi fenomeni e´il giungere a maturita´dell´economia praticata dagli istituti religiosi: chiese, monasteri,  conventi…le chiese e i conventi soccorrono i loro coloni e fittavoli in momenti di carestia, li forniscono di bestiame da lavoro, pongono a loro disposizione il mulino per macinare il grano, il torchio per l´uva, dando ai loro dipendenti il mezzo di conquistare la piena proprieta´ del suolo, ricevuto in usufrutto, permettendo di ascendere dalla servitu´alla liberta´. E´questo uno dei punti piu´interessanti della storia economico-sociale del primo Medioevo- cosi´gli istituti religiosi, pur mirando al proprio interesse, incoraggiano il dissodamento di terre abbandonate, favoriscono la coltivazione intensiva del suolo, vanno trasformando lentamente le classi servili in ceti di liberi agricoltori”.

Fin qui il Barbagallo, con riferimento al IX secolo.

Dalla descrizione del campanile di S. Giorgio vecchia ci rendiamo conto che deve essere opera di abili muratori i quali conoscevano l´uso di strumenti e macchine, propri di corporazioni estremamente severe e gelose della loro arte, che lavoravano sotto la direzione di maestri provenienti da queste zone., prevalentemente Como, ma anche dall´attuale Canton Ticino. Li chiamavano “Magistri Comacini”, con riferimento alla loro terra di origine, o “Magistri cum macinis”, con riferimento all´uso di macchine e strumenti edili.

Fra loro vi erano molti scalpellini. Questi operai stavano dando prova di grande abili´ad Arsago, a sesto Calende, ad Albizzate (S. Venanzio), Castelseprio.

La piccola comunita´di agricoltori, che qui risiedeva, seguita e stimolata dai beneddetini dell´abbazia di Sesto, dissodando queste terre, abbattendo alberi, aveva recuperato una grande quantita´di sassi, che sarebbero serviti per i muretti di contenimento a secco sulla collina delle vigne (Vigneur), ma anche per la chiesetta di S. Giorgio.

SestoCalende_SanDonato

Abbazia di San Donato in Sesto Calende (fonte immagine: wikipedia.org)

Questa chiesa poteva essere la stessa descritta nel 1586 da Padre Leonetto Clivone (Cazzani, Jerago – la sua storia-pag. 65) che misurava mt. 12 x 9 ad aula rettangolare cui andava aggiunto il piccolo presbiterio” (ed essere in tutto simile, ad eccezione del portico. Alla chiesetta di san Giacomo, cosi´ come la vediamo ora. Nel 1596 il visitatore mons. Luigi Bossi dice che il campanile sta sulla parte settentrionale di detta chiesa ed  e ´a forma di torre. (Cazzani-supra pag. 67).

Tra il campanile, lato ovest e lo stesso lato del campanile visto pero´dall´interno della chiesa vecchia, vi e´una intercapedine sul fondo della quale si intravede il muro originale della vecchia chiesa con un bellissimo fregio che si richiama agli stessi fregi del campanile romanico.

Questo ritrovamento e´stato fatto da don Angelo Cassani e permette di stabilire coevita´romanica fra campanile e chiesa vecchia.

Il campanile, descritto gia´nel 1596 come “Turris”, era stato costruito con pietre ben squadrate, non con i sassi di risulta del disboscamento come per la chiesa vecchia, pietre che molto probabilmente i benedettini di  Sesto avevano fatto recapitare qui dal porto lacuale di Angera, proveniente dalle valli dell´Ossola.

Il motivo di questa costruzione, che supera le necessita´ della popolazione locale, ma che e´integrata in una rete di campanili e torri romaniche sopradescritte, era legato alla necessita´dei vescovi di Pavia di esercitare e controllare la propria influenza attraverso una rapida diffusione di messaggi con segnali acustici di giorno e luminosi di note.

A quell´epoca era il vescovo di Pavia che dall´abbazia di San Donato controllava i traffici fluviali del Ticino e del porto lacuale di Sesto, ed esercitava la sua influenza su Arsago.

Traggo queste considerazioni proprio osservando il comune uso del mattone di cotto e dei fregi, sia nelle finestrelle monofore del campanile di Jerago, che nell´abside della navata settentrionale di San Donato.

Molini ubicati nella parte alta del torrente Arno

Molini ubicati  nella parte alta del torrente Arno, nei territori di Castronno- Albizzate-Solbiate-Orago-Oggiona, secondo la relazione  dell’ing. Luigi Mazzocchi 24-25 marzo 1897, fra il Capofonte “Brelle”di Castronno e il Molino “Scalone” di Oggiona.

(ricerche di Anselmo Carabelli e Carlo Coerezza)

2014_Mulino di Caiello (2011)

foto a titolo esemplificativo: Molino di Cajello-Gallarate (fonte immagine worldorgs.com)

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Testa di Fonte in localita´ Brelle al Mappale n. 938 di Castronno

Ponte delle Brelle con arco e spalle in cotto

Fonte alla Cascina Maggio, Perenne, raccolta in tina di legno scaricano in riva sinistra di Arno

Fontana o fonte del prestino al Mappale 550, confine 568 , dopo l’attraversamento ai guadi della strada dei boschi.

Entrata del torrente Garzona sponda destra fra i mapp. 426/ 377

Sorgenti a sinistra  in località bosco dei Capitani

Chiusa per la Derivazione della roggia macinatrice De Capitani

Molino Bosotto– ora ridotto a stabilimento di tessitura DE Capitani

Diametro della ruota mt 4.80, larghezza della ruota mt 1

Molino a sinistra, stabilimento a destra (il vecchio molino e´ stato soppresso la presa d’acqua serve per il vapore)

Prato bosotto- bacino da ghiaccio

DSCN0778

Molino Gazza (in sfacelo) ruota 3.60 larghezza 0,90

Molino Valdarno Isimbardi di sopra (Soppresso, Ruota 3,20- 1,50)

Molino Valdarno di sotto le cui acque vanno allo stablimento Paleari

Ruota notevole 6,40 –1mt

Molino Tarabara (bruni) a due ruote

Mtri 3 x 0.80- mtri 3.20 xo.80

DSCN0779

Molino di Lesso

Molinazzo inizialmente con due ruote ed ora con una sola ruota da 5,40×1,50 (interessante)

Molino Gaggiotto  3,60-0,90

Molinello Isimbardi  mt 4×1.25

Molino Giambello ruote da 3.80 x0,60 (due ruote)

Molino Scalone 2,15x 0,68

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foto di Francesco Carabelli c/o Valle dei Mulini – Longiaru´-Val Badia – BZ (salvo ove diversamente indicato)

30° Anniversario Restauro Campanile di S. Giorgio in Jerago

fonte immagine: youtube.com

Nell’approssimarsi del 30° anniversario della rimessa in funzione del concerto di campane del Campanile di San Giorgio in Jerago, ripubblicheremo nelle prossime settimane alcuni articoli di approfondimento comparsi ad inizio anni ’90 sulle pagine del giornale parrocchiale “Un popolo in Cammino” e poi raccolti in una pubblicazione autonoma in occasione delle celebrazioni dell’ottobre 1991 per il terminato restauro del campanile

Febbraio 1991

Il Campanile della Chiesa di Jerago

di Anselmo Carabelli

Sabato scorso, mentre salivo sull’impalcatura che avvolge il Campanile, il mio sguardo non poteva trattenersi dall’ammirare lo spettacolo delle Alpi, ammantate di neve, che mostravano la loro cerchia di vette non usuali, quali quelle che ritenevo proprie delle Alpi Marittime. Se questo era ciò che vedevo, la mia mente si era focalizzata su un’idea: in quello stesso momento ed in una situazione simile di luce, lo stesso emozionante spettacolo si offriva a chi, mille anni prima, si fosse trovato ad osservare dall’alto di quella torre campanaria.

Ecco dunque evidente che l’entusiasmo par la riscoperta di questa architettura romanica del campanile, fosse qualcosa di più della gioia di un appassionato di architettura di fronte ad una bella struttura. Se per quell’uomo medievale, vincolato dalla lentezza dei mezzi di trasporto e dal pericolo dei viaggi, il salire questa torre poteva dire arrivare con lo sguardo ai confini delle sue attese di scoperta del mondo (le Alpi, il mare), a me, cui basta la semplice pressione sul tasto del telecomando per avere l’altro capo della terra in salotto, quello sguardo dal campanile, dilatava il tempo e stavo riscoprendo le radici della mia gente.

Ho pensato, dunque, anche per invito di Don Angelo, grande appassionato della storia cristiana delle nostre genti, di dare un contributo per una migliore comprensione di quanto è successo e sta succedendo in ordine alla questione del campanile e della vecchia chiesa di S. Giorgio.

Nei primi anni di liceo mi ero interessato, unitamente agli amici Massimo Alberio e Piergiorgio Magistrali, a notazioni storiche su Jerago. Notazioni che vennero pubblicate a puntate prima sul foglio parrocchiale “La Voce del Parroco” e poi su “Jerago – Rassegna di vita cittadina”, foglio del centro giovanile ”Ul Galett”. Su esse, pur nella limitatezza delle nostre vedute (così come ingiustamente ci avrebbe fatto rilevare il Cazzani in “Jerago – la sua storia”), riconoscevamo le origini romaniche di alcuni monumenti locali con ampio foto di particolari architettonici rilevabili sia nella basilica di Arsago Seprio – “S. Vittore” – sia nella chiesa di S. Giacomo della parrocchia di Jerago in località Castello.           

Il romanico, che poi fu ampiamente evidenziato dal restauro di S. Giacomo, sembrava del tutto scomparire nell’imponente corpo della chiesa vecchia di S. Giorgio e del suo campanile. Sembrava, non logica la mancanza di continuità fra S. Giacomo dell’XI sec. circa e S. Giorgio vecchio, le cui notizie più documentate risalgono agli atti della visita di S. Carlo Borromeo nel 1570.

E’ del XVII sec. una descrizione più completa di detto impianto ad opera del curato Giovanni Bonomi, dove si dà notizia di un campanile con due campane cui si accede dalla sinistra dell’altare maggiore. Successivamente, nel sec. XVlll, e sempre documentato, si ha notizia della sopraelevazione del campanile por potervi alloggiare un concerto più completo di campane. Nel sec. XIX si ha notizia del completamento del concerto delle campane con il rifacimento del castello sul quale ruotare le stesse. Fu in tale periodo (1820 circa) che si appose l’aquila asburgica, rivettata sopra la vecchia bandierina dei Visconti, che fungeva da segnavento, alla base della croce.

Il campanile era stato, dunque, interamente intonacato nel corso dei secoli XVlll o XIX e ne ere risultato un complesso unico, di campanile, chiesa e canonica, in uno stile composito tipico degli insediamenti religiosi di quel periodo.

A chi, amante di storia dell’architettura, osservava il campanile, non potevano sfuggire alcuni fregi che segnavano il passaggio da un ordine all’altro sopra le finestrelle monofore. Qualche cedimento dell’intonaco in corrispondenza di alcuni mattoni faceva però intuire un muro di tamponamento incerto.

Se i fregi fossero stati autentici e si fosse ritrovata una costruzione in sassi squadrati, la datazione romanica dal IX al Xll sec. sarebbe stata sicura;

Dati però i rifacimenti dal 1700 tali fregi potevano essere falsi.

L’impossibilità e il pericolo di accedere a quelle quote manteneva incerte le cose e riservate agli amanti e agli specialisti.

Il Cazzani, uomo di archivio, non trovando documenti, escludeva un qualsiasi aggancio architettonico di valore anteriore al 1600 o 1500. Di diverso avviso e, (mi sia concesso),  corrispondente anche alla posizione mia e dei miei amici, l’arch. Moglia, cui si deve uno studio sulle origini romaniche del campanile e la proposta di un intervento.

Separatamente dal discorso di studi, si deve affrontare il discorso operativo, cioè cosa fare della chiesa vecchia, abbandonata dopo la costruzione del nuovo Oratorio-Auditorium e del campanile non più agibile da quando, verso il 1968, le campane furono immobilizzate.

Il Parroco Don Luigi Mauri, con l’unanime consenso della popolazione avrebbe desiderato abbattere la chiesa vecchia, anche per ampliare l’Oratorio, cui mancavano ancora spazi ricreativi, ma se in un primo tempo si opposero considerazioni di carattere economico, la necessità di saldare i debiti dell’Auditorium, successivamente si opposero i veti della Sovraintendenza ai Beni Artistici Culturali.

L’archivio parrocchiale evidenzia le preoccupazioni di Don Luigi, il quale chiede lumi alla Sovraintendenza perché se non si può abbattere, almeno che si possano evitare situazioni di pericolo incombente.

Si provvide pertanto ad eliminare tale situazione di pericolo del catino absidale e degli edifici addossati al campanile esistenti fra lo stesso e l’Oratorio.

Fu comunque evidente a tutti che, non sapendo cosa fare e avendo qualsiasi intervento un costo rilevante, conveniva attendere che il tempo trasformasse il tutto in un rudere. Era comunque un peccato osservare quel campanile con le campane legate. L’arch. Moglia operò, pertanto, con l’ausilio di Luigi Caiola e dei cuoi uomini, un sondaggio che poneva in evidenza le sottofondazioni del campanile e che, cosa importante, il campanile era del tutto svincolato dalla vecchia chiesa, quindi si poteva procedere al ripristino.

Fu quindi commissionato da Don Luigi il nuovo castello delle campane, nel 1983, alla ditta Perego. Nello stesso periodo, però, si evidenziarono anche degli ammaloramenti nel tetto della nuova chiesa di S. Giorgio: altri oneri, quindi, ed imprevedibili nella loro entità, si avanzarono nell’orizzonte economico dello parrocchia.

Le cose operativamente stanno in questi termini, quando nel 1987 lascia lo guida della parrocchia por raggiunti limiti di età e gli succede Don Angolo Cassani.

Egli si trova ad affrontare questi problemi apparentemente essai impegnativi ed urgenti, dotato di una notevole sensibilità artistico- architettonica che gli viene dall’aver seguito i lavori della basilica di S. Lorenzo alle Colonne in Milano o dell’essere stato coinvolto in essi.

Una dello prime pratiche del Consiglio Economico Parrocchiale fu la liquidazione, cioé il pagamento dei lavori per il castello delle campane già allestito e sul quale era stato versato solo un acconto. Era impossibile procedere oltre nel campanile, perché mancavano gli studi ingegneristico statici che permettessero il ripristino architettonico, sul quale si era già impegnato negli studi l’arch. Moglia.

Fu data comunque priorità al ripristino del tetto della nuova chiesa di S. Giorgio ed al recupero di un aspetto decoroso dell’esterno integrandolo a quei volumi già in buono stato di uso, (casa, cappella invernale, grotta di Lourdes), soprassedendo però sul rifacimento della facciata che peraltro era in buone condizioni tecnico-statiche, anche se architettonicamente piuttosto misera.

La piazza della chiesa fu ripristinata, ad opera dell’amministrazione comunale. nell’ambito di una più vasta revisione della viabilità nel centro del paese ed il tutto con un risultato che è oggi piacevole a vedere.

Interessante fu la divisione del debito in parcelle che, chiamate tegole (circe 13.500 del velore simbolico di Lire 20.000 cadauna) furono rapidamente cedute nel volgere di due anni grazie alla generosità dei singoli e di gruppi di lavoro parrocchiale.

I lavori per il campanile furono avviati in gennaio del 1990, affidati all’impresa Coesmi, sotto la direzione ingegneristica dell’Ing. Emilio Aliverti ed architettonica dell’arch. Giorgio Vassalli.

In questa fase, che è tuttora in corso, dopo aver provveduto al consolidamento della base di appoggio con lavori che sono stati documentati anche, con supporti visivi, si sta procedendo al recupero architettonico.

Si aprì qui un lungo discorso sulla datazione ed è con grande gioia che le attese dell’impianto romanico del campanile X e XII sec. si sono rivelate nella loro originalità. Scrostate le pareti, come da un gigantesco bozzolo si è rivelato ciò che si poteva attendere solo nelle più rosee previsioni: una torre assai compatta in blocchi di gneiss granitico ben squadrati fin dal primo ordine, (quello nascosto dalla vecchia sacrestia), i fregi originali in mattone che ne impreziosiscono il disegno, e che ci avevano fatto dubitare di essere posticci e settecenteschi, una netta cesura tra l’impianto romanico e le aggiunte settecentesche della loggia in mattoni.

Mi sia consentito di ringraziare Don Angelo perché, grazie alla sua caparbietà, non sapevamo di avere un gioiello in casa… e lo abbiamo ritrovato.

Inaugurazione dell’affresco mariano dedicato a Maria Regina

L’ associazione “ figli di Don Angelo”, consegna alla comunità un affresco raffigurante Maria Regina in trono col  Bambino Gesù, che viene intitolato “Salve Regina”. E’ stato benedetto da Don Remo Ciapparella il giorno 5-12-2010, nel quadro delle manifestazioni previste per il quarto anniversario del Dies Natalis di Don Angelo Cassani

L’affresco, che si può ammirare in via Dante al civico n. 8, è  opera insigne del pittore jeraghese Gianfranco Battistella, riproduce l’immagine sacra,  osservabile ancora nel Molino Isimbardi, al confine tra Jerago-Orago e Solbiate, più noto come Molinello. L’affresco, probabilmente cinquecentesco, fu individuato e segnalato da Carlo Mastorgio come l’immagine  mariana alla quale  gli jeraghesi si affidavano quando portavano il grano o il melgone per la molitura. Infatti si trova in un edificio sito presso l’incrocio della antica via helvetica (provinciale) con  la antica via novaria (via Dante ), in una zona di viabilità rilevabile già sull’antico catasto Teresiano.

Viene dedicato al ricordo di Don Angelo unito a quello di Carlo Mastorgio per  un significativo accostamento. Don Angelo animato dal suo grande amore a Cristo ed alla Chiesa  fu sempre attento a difendere i luoghi e i simboli che richiamano a noi cristiani le radici antiche della nostra fede. Queste attenzioni  furono occasione di incontro con Carlo Mastorgio, jeraghese di nascita, ma arsaghese per origini paterne e per residenza. Carlo fu   il ricercatore più attento e documentato della nostra storia antica, assai quotato come studioso, nonchè Sovraintendente archeologico onorario e Conservatore del Museo di Arsago. A lui si deve l’indicazione della romanicità del nostro campanile X sec. e della prima   chiesa della nostra comunità del VII-VIII sec.  Gli avvenimenti vollero che proprio nel momento in cui gli scavi accidentali, nella chiesa antica di San Giorgio, in restauro, si  imbatterono in quelli che saranno poi riconosciuti le vestigia della primitiva chiesa, Carlo non potesse presenziare allo scavo archeologico, perchè da pochi giorni, si era all’inizio di settembre del 1997,  gli era stata diagnosticata quella malattia che in soli tre mesi lo avrebbe portato allo morte avvenuta il 19-12-1997. Da quel giorno, avuto notizia di ciò, don Angelo fu molto vicino a Carlo, con estrema delicatezza ed assiduità, così come faceva con tutti i sofferenti. E dall’omelia che don Angelo pronunciò in Basilica san Vittore nel giorno del  funerale di Carlo, sappiamo che in un una di quelle visite Carlo confidò al don  di sentirsi : “.. nell’Orto degli Ulivi”. Ecco anche questo  ricordo ci pare importante e doveroso affidare a questa sacra immagine.   

Accoglienza per la nomina di sua eccellenza Mons Mario Delpini a Vescovo Milano- 23 settembre 2007

Ripubblicato in occasione della visita pastorale del 16 maggio 2021, come arcivescovo di Milano

fonte immagine: chiesadimilano.it

Jerago 30 settembre 2007  

Gli anziani narrano, che il beato Cardinale Ildefonso Schuster nella sua visita pastorale del 1938, osservando dall’altare i nuovi affreschi del catino absidale, dove il Cristo in maestà è affiancato dallo stesso Cardinale e dal Parroco don Massimo,  avesse rivolto al parroco la domanda se loro fossero mai degni di tanto onore. Non conosciamo la risposta esplicita, ma senza usare troppa fantasia intuiamo quel naturalissimo farsi rosso in volto del nostro amato parroco. Oggi alla domanda del santo Cardinale,  senza timore sapremmo rispondere affermativamente. Sicuramente sì, perchè da quel popolo cristiano,  raffigurato in effige: dove si possono vedere ancora gli uomini devoti, le donne coi classici capelli raccolti nel michin, i bambini, tutti inginocchiati attorno al nostro Creatore; il Signore ha saputo suscitare un Vescovo, un successore degli Apostoli. E la chiesa universale, della quale la nostra piccola comunità è un granello, ma come ogni granello di sabbia della Bibbia mai dimenticato da Dio, gioisce  di questa sua nomina e noi suoi parrocchiani siamo felici ed andiamo orgogliosi di questa sua vita che è stata progettata da Dio, fin da sempre e che ha potuto nutrirsi dei primi insegnamenti proprio qui, accompagnata delicatamente, dalla sua mamma, dal suo papà, da monsignor Francesco, dai nonni e da tanti bravi maestri: le suore dell’asilo, i parroci e i coadiutori, i catechisti e la maestra di scuola, che  furono sempre rispettosi degli insegnamenti cristiani della nostra gente. Molti di loro la applaudono dal cielo, dove, come nell’affresco, sono già uniti al Signore nella contemplazione del suo volto. Quale emozione nel sapere che si è affannato correndo dietro un pallone, sullo stesso campetto dell’oratorio dove come tutti i ragazzi si è spellato le ginocchia cadendo, si è estasiato alle feste dell’oratorio e per il pallone aerostatico che prendeva orgogliosamente il cielo.  E’ rimasto ammirato da un tramonto più luminoso sullo sfondo di uno stupendo Monterosa,  o da un arcobaleno sulla valle dell’Arno dopo quel temporale che ci aveva fatti rifugiare sotto il portico dell’oratorio. Si è intirizzito al  freddo ed alla nebbia di un mattino più rigido d’autunno, quando come tutti i chierichetti si andava a servire la prima messa. Ha poi deciso di accogliere totalmente la vocazione di dedicarsi all’edificazione della comunità cristiana e, divenuto sacerdote, ha accettato l’indirizzo dei superiori allo studio ed all’insegnamento; apprestandosi a lunghe veglie di studio e di preghiera, perché a coloro che le venivano affidati fosse spezzato il pane della divina sapienza e non mancasse contemporaneamente l’esempio della disciplina spirituale del maestro.  Il Santo padre Benedetto XVI le ha conferito la dignità massima per un cristiano, la dignità di vescovo della Chiesa Apostolica Romana, diretto successore degli apostoli, un uomo che  testimonia con la sua vita Cristo e di questo noi siamo sommamente lieti e fieri.  Ci colpisce in un suo bellissimo testo questa  frase attribuita ad Ambrogio: “Vengono gli anni in cui accettare la sfida di essere maestri, senza la presunzione di smettere di essere discepoli, senza il complesso di inferiorità di fronte a forme confuse e inconcludenti di attualità”. Leggendo sempre in un suo testo le auguriamo “la parola franca, il tempo speso perché chi cerca Dio possa trovare un testimone che sappia dire qualcosa della via da percorrere; e chi cerca una speranza e una ragione per vivere, questi si senta dire che cerca nientemeno che Dio” .

Ad Multos Annos Vescovo Mario. Per tutti gli anni che Cristo ci darà da vivere su questa terra e in questa vita e per tutti gli altri ancora, quando ci ricongiungeremo a Lui  nell’altra in paradiso per l’eternità.

UL PES DA LAG – UL PESAT: Il pesce di lago e il pescivendolo

Premessa:

Non molte volte all’anno per verità ce lo si poteva permettere, ma nelle nostre passate abitudini culinarie, il pesce ha da sempre mantenuto un piccolo importante posto nelle ricette locali. Rigorosamente e necessariamente di lago o del Ticino, esso veniva smerciato dal pésàt quando la stagione di pesca lo consentiva. Il pescivendolo raggiungeva il nostro borgo a giorni fissi, faticando su una monumentale bicicletta da lavoro nera, dalla doppia canna rinforzata, con freni a bacchetta e due portapacchi d’ordinanza: uno davanti e uno di dietro; munita pure di un robusto cavalletto retrattile che ne permetteva il parcheggio, allorquando il padrone avesse desiderato mettere in bella vista le cassette della sua preziosa e lampeggiante mercanzia. Quel pesce che pareva ancor vivo per come era sapientemente disposto nei contenitori di legno, veniva protetto per il viaggio da rami di felce e raffrescato da pezzi di ghiaccio: ul giàsc in scàj– ghiaccio in scaglie, che il nostro pesàt si affrettava a rinnovare prelevandole a colpi di punteruolo dal pan da giàsc, che conservava con cura avvolto in un doppio telo di Juta. Più tardi, sul finire degli anni cinquanta, il pesàt si sarebbe dotato di una sgangherata Topolino balestra cürta a Giardinetta, di tinta giallo con nervature verde salvia, adattata a furgoncino. Si fermava nei posti da lui ritenuti strategici e al grido di :pésat-pesat…. doonn.. doonn… ghe rivòo quel da la Schiranna… Oh i bèi péss ! ( Il pescivendolo – il pescivendolo….Donne…Donne. E’ arrivato quello della Schiranna ……. Oh i bei pesci) apriva le ante posteriori del suo veicolo presto attorniato dal vociante accorrere delle nostre masére, che volevano essere prime nel contendersi i pezzi più pregiati. Proveniva dalla Schiranna da Calcinà o da Beug (Schiranna – Calcinate – Bodio) chissà ?, dove di buon ora aveva acquistato il pescato dai pescatori del lago di Varese e si premurava, per il suo giro del venerdì, di procurare quelle qualità per le quali tanto le nostre nonne si erano raccomandate, accordandosi fin dal precedente passaggio. Ean curdò ul pés par a sétimana ca végn – si erano accordate sul pesce da portare loro per la settimana successiva, non prima di aver ripetuto al pescivendolo quella frase scontata: ma racumàndi, cal sia frésch, mia cume la veulta indré cal ma fài fà anca na brüta figüra, parchè ghéa gént in cà, quel balòs d’un hom – e mi raccomando, che sia fresco, non come la volta precedente, quando mi ha fatto fare anche una brutta figura, perché avevo ospiti- furbacchione di un uomo. Furbo?, forse, sicuramente abile il nostro pescivendolo nello smerciare ciò di cui disponeva e che aveva acquistato in bot : bòn e scaròn – in monte, bello e brutto, dai suoi pescatori. E così, dalle semplici alborelle, alle tinche, ai curegùni, ai cavédani su fino allo squisito pérsig, alla trota al nobile e prezioso lavarèl, alle clienti doveva smerciare tutto quello che aveva, nascondendo anche i pezzi più belli già prenotati. Spergiurava solennemente di aver loro comunque riservato il meglio, quello che, data la stagione troppo calda, la luna sbagliata o solo lui sapeva inventare cosa, i suoi pescatori avevano purtuttavia catturato. Ogni sua cliente poteva così tornare a casa contenta del suo involto di pesci, trattata da gran signora – da sciura, pregustando i complimenti che i suoi di casa le avrebbero sicuramente fatti dopo aver gustati i suoi indimenticabili piatti di pesce di lago.

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                                          (fonte immagine: charminly.com)

Lavarèj dul Läg da Varés– Lavarelli spinati del lago di Varese

Ingredienti: 4 lavarelli dal peso cpl. di gr. 800 , farina 00, 100 gr. di burro, sale.

Preparazione dei lavarelli:

Eviscerarli, operazione da richiedere allo stesso venditore . Con le forbici si eliminano le pinne e si asportano testa e coda. Il pesce rimarrà aperto nella sua parte ventrale. Col pollice si prema scorrendolo prima lungo il taglio ventrale e poi sulla parte dorsale in modo da facilitare il distacco della spina dorsale con tutte le lische. Si proceda partendo dalla testa, anche con l’aiuto di un coltellino. Questa è l’operazione più importante al fine di avere dei filetti completamente disiliscati. La pelle rimane da supporto alla carne. I pesci cosi aperti e appiattiti, vengono passati nella farina sui due lati. Si fa rosolare il burro nella pentola e vi si poggiano i pesci dal lato della pelle, poi quando cominciano a prendere colore si girano delicatamente con una paletta di legno. Operazione di cottura per circa 10 minuti. La carne risulterà bianchissima anche nella parte più alta, si sala appena appena, per non rovinare il delicato sapore. Si serve senza limone, sempre per assaporarne il gusto, si mangia anche la pelle.

Brano tratto da: “Le Ricette della Nonna”, Tipografia Moderna, Gallarate 2000