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Informazioni su weissewand

Laureato in filosofia con indirizzo storico all’ Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Lettore onnivoro. Appassionato di cinema dall’adolescenza, ho scoperto la critica cinematografica grazie alla Nouvelle Vague francese. Promotore di blog e coordinatore editoriale del sito Storia dei Film per quasi un decennio. Vivo in quell’angolo di mondo tra Milano e il lago Maggiore a pochi km dal confine svizzero patria dei miei avi, scultori e mastri comacini originari del mendrisiotto (Castel San Pietro - Ticino), scesi qualche secolo fa nella Valle dell’ Arno a Solbiate, frazione Monte, per affrescare la chiesa di Sant’ Agata e ivi rimasti. La mia famiglia è stata poi legata per un secolo ad un’ importante attività industriale di tessitura nel mio paese di residenza, attività nella quale ho avuto il primo contatto con il mondo del lavoro. Attualmente lavoro come impiegato amministrativo in una ditta metalmeccanica legata all’edilizia.

Il mondo tessile

fonte immagine: wikipedia.it

La grande importanza che assunse l’attività tessile nel comparto gallaratese e bustese ebbe il culmine nella edificazione dell’edificio della mostra del tessile a Busto Arsizio. Luogo nel quale negli anni cinquanta si potevano incontrare, con ricorrenza annuale gli operatori di quel mondo, che con dizione moderna si potrebbero definire la filiera del tessile, infatti se escludiamo Biella, Schio e Prato prevalentemente lanieri, tutto il mondo cotoniero era proprio tra Gallarate, Busto, Castellanza con la Valle dell’Olona e Legnano, culle della prima industrializzazione locale. Si potrebbe osservare che industrie tessili erano diffuse in tutta Italia già negli stati preunitari, che potevano vantare quartieri di produzione tessile di valore strategico militari per la produzione di uniformi e casermaggio. Ma se le forniture militari furono la peculiarità di officine nate ad hoc, Caserta (Borbone), Varano Borghi (Austria-Lombardo Veneto), non così avvenne ai prodromi dell’industria tessile locale che fu prevalentemente impresa di uomini, poi riconosciuti come capitani d’industria, che puntarono tutto sul cotone quale fibra tessile di futura espansione. Anteriormente alla prima industrializzazione, si confinava l’attività tessile a funzione complementare della attività contadina, cui applicarsi nei momenti di stasi da lavori agricoli.  Quattro donne intente alla filatura manuale producevano il fabbisogno di un tessitore al telaio. Il tutto governato da una serie di commercianti che consegnavano il cotone in fiocco da filare presso le cascine e ritiravano i panni tessuti per una lunghezza standard di 15 metri. L’aumento della richiesta di panni di cotone, apprezzato e favorito presidio al miglioramento delle condizioni igieniche della popolazione, fu supportato dalla produzione dei filatoi meccanici Janette introdotti da Cantoni ad Arnate con motore a cavalli. Produzione, comunque, appena sufficiente per la richiesta dei nuovi telai a navetta volante. Navetta che dipanava il filo dalla spola continuamente sia che essa viaggiasse da destra a sinistra, che da sinistra a destra nella cassa battente del telaio. Operazione di continuità produttiva resa possibile da una chiocciola in materiale ceramico inserita nella navetta stessa, che la rendeva veloce, appunto da dirsi volante. E così con graduali miglioramenti ed accorgimenti tecnici, nasce il telaio meccanico automatico di grande produzione e si avvierà la produzione a carattere industriale, laddove un fiume come l’Olona potrà dare movimento alle macchine con la stessa tecnica di moto del molino ad acqua fluente. La curva di domanda di prodotti tessili di cotone sarà sempre in costante aumento per l’apprezzamento che tale fibra ha presso i consumatori.  La necessità di accaparrare la fibra, che deve essere acquistata in paesi esteri: America ed Egitto, spinge i commercianti ad impratichirsi in tecniche commerciali sempre più specialistiche. Rapporti finanziari sempre più fitti su scenari economici diversi, navigazioni e trasporti terrestri: in nuce si forma il comparto del credito bancario e dei trasporti di pari passo con lo sviluppo delle ferrovie. Ma se il telaio meccanico fa sparire il tessitore sotto casa, a breve la dismissione dei  primi telai ormai sostituiti con modelli sempre più produttivi con cambio automatico di spole, fa rinascere le piccole attività casalinghe, che hanno bisogno del solito commerciante che per affrancarsi dai grossi produttori distribuisce telai dismessi delle tessiture che si stanno modernizzando con i nuovi prodotti del meccano-tessile e con la possibilità di utilizzare il motore elettrico con la diffusione della corrente elettrica.  E un telaio dismesso può sempre prendere il posto nel portico di una cascina, opportunamente chiuso e la moglie diventare tessitrice, mentre il marito, assistente presso una tessitura, al ritorno potrà ben aggiustare i telai della moglie tessitrice in casa. Questo in breve, per la gran voglia di lavorare e di migliorare delle nostre popolazioni, diede avvio alla nostra avventura industriale. Uomini orgogliosi del proprio lavoro, normalmente usi a frequentare il circolo o il circolino di domenica, non mancavano mai di ritrovarsi, vestiti della festa, con giacche sovente strette, perché ancora quelle dello sposalizio, sì proprio nell’occasione di quelle mostre divenute ormai internazionali. L’originale, principiando dalla mostra del tessile di Busto, fu poi snobbata per la famosa ITMA, acronimo di rassegna internazionale dei prodotti dell’industria tessile, che si svolgeva ogni quatto anno nelle sedi dei paesi tessili per eccellenza: Parigi, Basilea, Hannover, Milano.

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Ed era una vera gioia quel viaggio verso quelle mostre. Dove ci si trovava tutti, ma proprio tutti. Dove assistenti, titolati, maestranze tecniche, sfoggiavano il vestito bello e ci si attardava nella visita degli espositori dei macchinari più avanzati, con la segreta speranza che anche loro un giorno avrebbero potuto disporre dei macchinari migliori del mercato. E man mano che gli anni avanzavano, e le mete si alternavano, si andava dai primi viaggi avventurosi in macchina, a quelli in aereo per raggiungere Parigi, Hannover, Basilea.

Quante volte si partiva alla ventura, stipati nelle macchine di allora, le prime millecento o le giuliette, si passava il San Gottardo e via verso Basilea. Dove arrivavi e ti accorgevi che la mostra era si organizzata alla maniera svizzera, ma siccome non c’era ancora una vera sede per quella che poi sarebbe diventata la famosa Messegelände (area della mostra del tessile), ogni padiglione immetteva direttamente nelle vie della citta ed era strettamente serrato ad una entrata presidiata ed era necessario dotarsi di un pass, cioè di una bustina di plastica trasparente dove l’ufficio della Messe (fiera) aveva predisposto il tuo nome con tanto di indirizzo e di ditta. Già, ma era NECESSARIO disporre di questo titolo che doveva essere preventivamente prenotato. In breve, come avresti potuto visitare la tanto desiderata mostra, senza di esso e come disporre a breve del pass, se il tempo tra la prenotazione ed il rilascio era di tre giorni? Quindi niente pass, niente possibilità di accesso alla mostra, infatti ogni padiglione aveva la sua porta separata sulla pubblica via ed ogni accesso era quindi un nuovo accesso.

Mio papà ed io arrivammo e la prima persona che incontrammo fu un tessitore anch’egli del nostro paese cha aveva fatto la medesima esperienza nostra, che ci accolse con un: “Ma chi sem matt, ho fai quatarcent chilometri, par turnà indre e vide nient”. Come fare? L’attenzione si volge ad una disumana fila di centinaia di persone, che si apriva solo in prossimità di tavoli espositori dove degli schedari erano carichi dei famosi pass da ritirare, divisi per lettera alfabetica. In teoria l’organizzazione elvetica aveva pensato che chi era munito del permessino di accesso del costo di 29 franchi, richiesto tre giorni prima, presentava il tagliando all’addetto e poi questi lo ritirava da quegli schedari posizionati sui tavoli. Certo così era nella mente degli organizzatori svizzeri, ma svizzeri tedeschi. In effetti, la calca era così tanta ed il ritardo alla consegna del titolo così lento che alla fine, ognuno cercava di aiutare l’addetto nella ricerca del suo titolo. E fu così che l’italica e non solo italica furbizia prevalse sul lento incedere dell’addetto e ognuno si affrettò, aiutando a pescare il suo badge, ma per la verità capimmo subito che bastava, per semplificare, pescarne uno qualsiasi per poterlo attaccare alla giacca ed entrare. E pescato il badge cosa mi importava se invece del mio nome esponevo un altisonante nome francese di un dipendente di una altrettanto nota fabbrica di telai svizzera? L’importante era entrare…

fonte immagine: varesenews

I racconti del Lockdown

Parte dei racconti pubblicati nascono nel periodo di forzata chiusura e reclusione dovuta alle imposizioni sanitarie che abbiamo dovuto rispettare al fine di impedire al Covid di fare gravi danni col diffondersi in modo incontrollabile.

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Letteralmente la traduzione in italiano di lockdown è chiudere la saracinesca. In altre epoche le parole inglesi o straniere venivano storpiate in modo tale da facilitarne la memoria ed il significato con accostamenti anche forzati, si pensi a cross country – corsa campestre che diveniva Gross cuntra tri.  L’attributo di Gross ai giganteschi atleti, era immediato pei Cavariesi della Sempre Avanti Cavaria che avevano inventato il cross-country dei Sette Campanili attirando anche atleti stranieri anglofoni, che forse meglio nutriti, quali certamente erano, apparivano ai numerosi tifosi come dei veri armadi, gross quindi, per raffronto ai nostri mighelini-tri-tri.  Si pensi che nel nostro vernacolo per indicare una persona mingherlina si usava proprio definirlo un tri-tri. Mentre sei chiuso in casa riandare con la memoria ai momenti piacevoli trascorsi penso sia un esercizio che non può fare del male, anzi ravviva l’amore per quei luoghi tanto amati e forse snobbati, che proprio perché irraggiungibili diventano tanto preziosi almeno nella memoria.

Notizie Storiche su Jerago con Orago (aggiornate ad inizio millennio)

fonte immagine: wikipedia.it

Due Comunità vivono ed operano sul territorio, amministrativamente unite dal 1907 nel Comune di Jerago con Orago e formanti  le due Parrocchie di San Giorgio in Jerago e di San Giovanni Battista ad Orago.

La storia, nel suo più vasto divenire, ha lasciato tracce sicure fin dall’epoca romana con ritrovamenti di materiali fittili e balsamari in vetro, esposti presso il Museo della Società di Studi Patri di Gallarate. Notevole anche un Glans in piombo che unitamente alla citazione nel Corpus Inscriptionum Latinarum di una iscrizione a Giove testimonia la  frequentazione antica per motivi civili, militari e religiosi. Nel territorio la via NOVARIA (Comum Sibrium Novaria) incrociava la via Helvetica (Gallarate Svizzera) probabilmente in località Pilatello (toponimo, questo, legato al cippo miliare romano). La presenza nella cascina di un interessante affresco mariano rafforza tale ipotesi. Le due alture sulle quali si ergono i Castelli di Jerago e di Orago, già viscontei, oggi dimore signorili ristrutturate tra il 1400 ed il 1600, furono in origine elementi del limes del Seprio, ed in epoca medioevale divennero zone di incastellamento.

La vicenda dei Visconti di Jerago vede gli jeraghesi Andrea Visconti maestro generale dell’ordine degli umiliati; Pietro Visconti podestà di Bergamo dal 1357 al 1359 e di Cremona dal 1372 al 1399; Giampietro Visconti, abate di S. Abbondio a Como nel 1460; Antonia Visconti, moglie  in prime nozze di Francesco Barbavara  (primo cameraio di Giangaleazzo Visconti) e, in seconde nozze nel 1517, del Carmagnola (uomo d’arme di Giangaleazzo e poi della Serenissima).

La chiesa di San Giovanni ad Orago reca testimonianze “in cornu evangeli” di un arco di fattura trecentesca, che richiama il Chiostrino di San Franceso in Gallarate (che aveva benefici in Orago ed era in prossimità della porta Helvetica). Il nome di Orago appare su una mappa della Sala delle Carte Geografiche in Vaticano.

Più visibili le tracce del periodo medioevale nella parte romanica del Campanile della restaurata Chiesa di san Giorgio  in Jerago (X sec) e nella Chiesa di San Giacomo (XI sec).

Le due frazioni, nel corso dei secoli si sono integrate molto più di quanto il campanilismo abbia potuto di fatto dividere. Le località del Giambello e del Mulinello di Orago, avvalendosi del pressocchè costante fluire dell’Arno nel canale che prende il nome di Arnetta, si sono specializzate nell’attività molitoria fin dal 1500, mentre a Jerago, nella parte alta del paese si sviluppava la coltivazione dei cereali meno nobili. In Località Vignolo e Bacino si possono  ritrovare ancora ampie terrazzature attribuibili alla influenza dei Monaci benedettini di Sesto C, mentre in località Moscone si possono ancora riconoscere delle peschiere, che come ricorda Bonvesin Da la Riva, permettevano di portare quotidianamente pesci freschi dalla valle dell’Arno fino a Milano.

A Jerago sono da ascivere attività di officine di mattoni e laterizi fin dall’epoca romana. Dal caratteristico colore rosso chiaro: formelle visibili al museo di Studi Patri, embrici e sospensure inseriti a decoro nel Campanile Romanico di San Giorgio.

Così fu che le prime attività industriali in senso assoluto (1835) furono le fornaci per mattoni da attribuire alla libera iniziativa di G. Bianchi.  Le stesse attività laterizie erano già presenti artigianalmente fin dal 1727, poiché buona parte del territorio collinare risultava adibita alla coltivazione di cave di argilla per la costruzione di mattoni, previa ibernazione (così come è rilevabile da catasto Teresiano).

Nel 1900 nascono con l’avvento dell’energia elettrica le prime officine meccaniche (Sessa-Rejna), cui seguiranno industrie tessili e di mobili e articoli casalinghi in legno, e bilancie e ultime le fonderie di leghe leggere (Liasa). Attività favorite dall’avvento della moderna civiltà dei trasporti su ferro e su gomma.

Ad Orago, sede di stazione ferroviaria e di casello autostradale si è evidenziata negli ultimi decenni  una forte vocazione industriale, mentre in Jerago è prevalsa quella residenziale.

All’archeologia industriale consegniamo : gli Uffici della ditta Rejna; le Casermette (mieten Kasermen); la Caserma; le ville del direttore e degli impiegati Rejna; la struttura verticale dell’officina di bilance di Ambrogio Macchi; il complesso della ditta Liasa (officina – uffici – residenza del direttore); i capannoni a shed della tessitura A. Carabelli; il complesso della Società Cooperativa di consumo; i capannoni della ditta Sessa, oggi Biganzoli.

Feste Patronali

JERAGO MADONNA DEL CARMINE  14 luglio

Orago  San Giovanni  26 giugno

Monumenti

Castello di Jerago 1400

Chiesa di San Giacomo XI sec

Campanile Romanico di San Giorgio Vecchia X sec

Chiesa di San Giorgio Vecchia in restauro conservativo sec. XV con partic X

Sopralzo del campanile Romanico Barocco XVII sec

Chiesa di San Rocco Jerago 1600

Edicola della Deposizione Affresco pittura lombarda

del XVII sec  ottima fattura influenze bustocche

Jerago via Garibaldi

Cappella funebre Bianchi (Tantardini dal neoclassico alla scapigliatura)

Jerago Via Rimembranze

Caserma e Casemette  Edilizia industriale fine 1800

Jerago via Dante

Edicola della Madonnina affresco popolare 1600

Jerago via G.Bianchi

Castello di Orago 1500

Scalonata Barocca di accesso al Castello di Orago 1700

Chiesa di S. Giovvani Battista XVii sec. aggiunta contemporanea

interno con archetto XIV sec

Statua di San Giuseppe Orago località Giambello sec XVIII

Colonna Monolitica Tardo Antica sec IV  inserita nella

cascina Marazzi  Orago via Kennedi 8

AMBIENTI NATURALISTICI

Bosco Inglese Parco 1700  Jerago località Castello

Mont Mouscon

Querceto inserito nel percorso vita località Mont Mouscon

Un viaggio a Firenze (agosto 1960)

Nella foto un ricordo di un viaggio organizzato dalla parrocchia di S. Giorgio in Jerago a Firenze, in Toscana e in Umbria nell’agosto del 1960.
La foto è stata scattata a Firenze il 19 agosto 1960

Prossima inaugurazione della Chiesa di San Giorgio (scritto nel 1999)

Si approssima il giorno della inaugurazione della Vecchia Chiesa di San Giorgio , penso con molta attesa degli jeraghesi, che vedono finalmente recuperato un edificio altrimenti pericoloso e fatiscente. Per molti anni avanti il 1987 in molti si erano chiesti perché non la si abbattesse. La concomitanza di eventi fortuiti prima e un rinnovato entusiasmo suscitato da don Angelo poi, hanno permesso di riappropriarci, restaurandolo, di un monumento che racchiude la storia stessa del nostro borgo. Si può far risalire l’origine del nostro essere cristiani alla predicazione dei missionari di S. Ambrogio, che diffondevano il messaggio cristiano presso le ville patronali dei notabili milanesi qui residenti . Anche se non si ha notizia di ville romane nella nostra zona, è altresì vero che materiale di reimpiego dal disfacimento di costruzioni romane è stato ritrovato negli elementi di costruzione della parte romanica della nostra chiesa. La possibilità che un monolite litico in arenaria ,rilevato ed evidenziato, non sia un sasso naturale, ma sia stato lavorato da mano umana per produrre un simbolo apotropaico o scaramantico con chiaro riferimento a culto pagano,  confermerebbe che questo luogo sacro cristiano si è insediato su di un precedente luogo sacro pagano. Cosa peraltro normale da accettarsi, perché il cristianesimo, offre a chi da sempre si interroga sul destino dell’uomo, l’autentico messaggio che solo Cristo, figlio di Dio può dare e i siti di ritualità pagana, divengono naturalmente i siti della vera spiritualità cristiana, quando la fede in Cristo si diffonde. Il messaggio cristiano dell’annuncio della resurrezione di Cristo si propaga nel mondo, muovendo da Gerusalemme, veicolato dalla potenza romana e favorito dall’opera unificatrice dell’impero di Augusto. Il cristiano non può accettare la divinità dell’imperatore romano, principio fondamentale in epoca augustea e funzionale alla unità  dell’impero stesso. Per tale motivo, grandi  imperatori come Diocleziano, saranno noti come persecutori di cristiani ritenuti causa della disgregazione dell’impero. Molti Martiri cristiani, cui verranno dedicate le prime chiese nascenti, si pensi alla dedicazione delle chiese dei paesi limitrofi,  furono non a caso, funzionari o soldati di questo imperatore che accettarono il martirio pur di non riconoscerne la divinità.  Quando poi il messaggio cristiano potrà essere testimoniato pubblicamente con  l’editto di Milano di Costantino, si noterà anche che unitamente al cristianesimo romano si diffonderà assai rapidamente l’arianesimo, eresia estremamente deleteria che negava la natura divina di Cristo e per questo motivo risultava congeniale alla corte imperiale e alla burocrazia. Castelseprio presenta contemporaneamente, in due siti diversi, il Battistero  Cristiano e il Battistero Ariano. L’imperatore  e la burocrazia, avevano accettato il Cristianesimo, ma  avevano sposato l’eresia di Ario più consona ad uno stato che aveva da sempre strumentalizzato qualsiasi fede. Queste nozioni, che mi sono permesso di ricordare, fanno parte di un bagaglio di conoscenza minima, per chi avesse avuto la ventura di studiare scolasticamente le vicende della storia antica. Quindi, o si è appassionati e si continua , altrimenti si abbandona. Quando però queste vicende  si possono leggere in ciò che ci circonda, nei monumenti  che vediamo quotidianamente, allora il discorso diviene più interessante e questo approccio, se fatto con passione, ci apre alla conoscenza ed all’amore per il nostro territorio, riunendoci a quegli avvenimenti più grandi che sono accaduti nei secoli.  Si badi però che questi studi, non si debbono limitare  campanilisticamente al nostro territorio, ma debbono essere integrati con le vicende delle zone limitrofe ed in particolare del Seprio. Quanta distruzione di testimonianze antiche, sarebbe stata evitata da un approccio attuale e vivo alla conoscenza del nostro territorio in senso lato. Infatti  si può distruggere ciò che si ignora, ma continuare ad ignorare ciò che si conosce e si dovrebbe tutelare, questo diventa colpevole. Vi sono due realtà stupende: Arsago Seprio e Castelseprio, ma quanti possono dire di conoscere queste vicende. Se pensiamo che per andare da Novara a Como la strada  antico-romana si snodava per moltissimi altri centri, fra cui il nostro, ci rendiamo conto di quanta storia è passata sulle nostre vie di comunicazione. Si parla di sentieri e di vie Francigene pensando agli Appennini ,alle Alpi ( verso Roma, o Santiago di Compostella) e non ci si accorge che Jerago era un punto di transito, come testimonia il portico della Chiesa di San Giacomo, dove il pellegrino poteva rifugiarsi, e non si nota la più  tarda Edicola della Madonnina, dove uno dei personaggi raffigurati porta la classica conchiglia del Pellegrino.

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Perché si deve continuare ad ignorare  che il nome di Pilatello, dato ad una nostra cascina è antichissimo essendo una volgarizzazione del Tardo latino di “pilastrellum “ ? Il pilastrello nella periodo altomedievale è il residuo del Miliare romano (cippo stradale) e su cui si posava un simulacro della Vergine Maria. Quando scompare il miliare, usato magari per spianare i campi a mo’ di rullo, il ricordo di tale denominazione rimane nel toponimo della cascina che si arricchirà anche, così come è avvenuto di un affresco mariano. Ignorare questo vuol dire accettare la cancellazione della memoria storica. Debbo all’amico Carlo Mastorgio  questa informazione , così come a lui debbo un invito, perché gli studi sulla nostra vicenda possano essere il più possibile seri, ma diffusi in modo semplice, perché tutti si possano appassionare ed imparino ad amare questo nostro ambiente. Carlo Mastorgio, mi ricordava anche, come fosse utile fermarsi a raccogliere con amore le testimonianze del nostro recente passato, per quanto piccolo sia: foto di inizio secolo dove riconoscere e dare un nome ai soggetti in posa, archiviare le foto datandole favorendo le ulteriori ricerche. L’archivio parrocchiale offre ad esempio la possibilità di questi studi ma anche molti archivi personali possono  andare distrutti e dispersi se non si offre un luogo dove versarli. Non è stato affascinante rivedere i nostri nonni in processione il giorno della inaugurazione della nuova chiesa di San Giorgio, rivedendoli nel documentario film che li ritraeva ? Ecco tutto questo noi potremmo studiare e riproporre, ma è necessario che si formi un gruppo di persone appassionate, che sappiano coltivare questa  testimonianza. Non sarà sicuramente un rimpatriata di “Laudatores temporis acti “ (osannatori del tempo che fu), ma di propugnatori di una convinzione  che: un popolo, senza memoria, rimane sempre bambino.

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Il Battistero di S. Giovanni in Arsago Seprio

foto di Francesco Carabelli

Il battistero di S.Giovanni di Arsago Seprio risale indicativamente al XII secolo ed è di costruzione contemporanea alla contigua Basilica di S.Vittore.

Esso appare all’esterno come un prisma a base ottagonale coperto da un tiburio a sedici lati e caratterizzato da archeggiature irregolari entro le quali sono presenti finestre a occhio, a croce o monofore con arco a tutto sesto. Nel profondo spessore del muro sono ricavate otto nicchie a pianta trapezoidale o rettangolare tranne quella rivolta ad est, semicircolare e sede dell’altare.

Per mezzo di due scale, nello spessore del muro, si sale alla galleria superiore, coperta da volte a crociera e affacciata sullo spazio centrale tramite una serie di grandi arcate.

La cupola è retta dal tamburo, interrotto da sedici aperture che hanno la duplice funzione di distribuire regolarmente la luce e di alleggerire la struttura.

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Il complesso  monumentale romanico  composto dalla Basilica di San Vittore, dal suo Campanile e dal Battistero di San Giovanni  fanno di Arsago un autentico e non casuale gioiello di storia, di arte e di cristianità. La presenza contemporanea prima del VII secolo nelle nostre popolazioni  di culti pagani di ritorno, di vari sincretismi religiosi, e di eresie ariane rese necessaria  una profonda opera di missione tesa alla conversione e al recupero della autentica fede di osservanza romana. Nei luoghi più frequentati per commerci, per traffici, per motivi militari, dove le comunità erano più numerose, nacquero le prime chiese battesimali. Probabilmente sullo stesso luogo del primitivo battistero verrà ricostruito nel XII secolo quell’opera architettonica che noi oggi possiamo vedere e che si presta molto bene a una lettura simbolica tipica degli edifici medievali. Si evidenziano una porta a nord e una porta a sud e due piccole porte che portano al matroneo. L’aula veniva infatti usata nel periodo tra l’Epifania e il Sabato Santo per l’insegnamento ai Catecumeni.

 Essi vi accedevano sempre dalla porta di nord. Col rito della benedizione dell’acqua del Sabato Santo veniva impartito loro il battesimo per immersione nella vasca centrale. Diventati Cristiani si apriva finalmente la porta di sud da cui potevano uscire a simbolo dell’acquisita verità.

La tipicità del monumento romanico la si nota anche nel recupero di due are da preesistenti costruzioni romane e di fusti di colonna. Le aperture di illuminazione erano in origine coperte da tela cerata, detta “stamegna” in assenza di vetro. Nei fregi esterni non sono usati recuperi di mattoni.