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In Memoria di Carlo Scaltritti – Jerago 18-1-2016

(testo letto al termine della Messa con Esequie di Carlo Scaltritti)

Grazie Carlo per la tua frequenza assidua alle attività del Gruppo di San Rocco cui si affida la tutela dell’Oratorio dedicato al Santo. Oratorio che raccoglie tante testimonianze della devozione di un quartiere e di tutti noi che abbiamo quella chiesa nel cuore. Erano preziosi i tuoi suggerimenti, sostenuti con la tenacia che ti era propria, perché tutto all’interno ed all’esterno fosse efficiente in ordine come il luogo richiede. Apprezzabile il tuo impegno perché la porta di ingresso fosse aperta, per la devozione di chi recandosi al cimitero, voleva pregare presso l’immagine delle Antica Vergine del Carmelo, accendere un cero, dire una orazione. Quanta soddisfazione coglievamo nel tuo sguardo, quando il giorno delle Palme osservavi la processione che prendeva le mosse proprio dal Sagrato sempre molto affollato per raggiungere la Chiesa Parrocchiale. Ti abbiamo visto ancora recentemente, con fatica, salire i gradini dell’ingresso aiutandoti a quel corrimani che proprio tu avevi insistito fosse installato per la necessità di chi col passare degli anni era diventato più debole.

Suoni ancora per te, oggi  quella campana, con la quale ci invitavi alla Messa del Lunedi. Ti accolga con affetto la nostra Signora del Carmelo cui tanto eri devoto.

fonte immagine: https://www.beweb.chiesacattolica.it/edificidiculto/edificio/14314/Chiesa+di+San+Rocco
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Presentazione a cura di Elio Bertozzi del libro “Le ricette della nonna” di Anselmo Carabelli con Enrico Riganti

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Siamo nel periodo classico della dominazione viscontea. Ottone, da buon politico pensa a perpetuare nella sua famiglia il potere civile. Ottiene dal Consiglio Generale la nomina del pronipote Matteo Visconti, figlio di Teobaldo a cui Napo Torriani mozzò la testa sulla piazza di Gallarate, aveva un fratello chiamato Umberto e uno zio detto Pietro. Nella divisione dei beni paterni, fatta nel 1288, ai due fratelli toccarono le terre di Somma, Golasecca, Vergiate, Lonate Pozzolo e Ferno, e allo zio, con Besnate, Albizzate, Crenna, Rovate, Solaro, Brunello e Massino, anche Jerago.

Jerago, che Bonaventura Castiglioni, nella prima metà del Cinquecento, indicava con il termine Hieracium. Jerago anche vicus villaggio romano, che con il termine Algerago troviamo in una pergamena del 1178; detto Alierage nel Liber notitiae sulla fine del Duecento: scritto Mierago nel 1455 e, dal Cinquecento in poi, come sottolineava lo scomparso storico Monsignor Eugenio Cazzani, è presente nella documentazione ecclesiastica con la forma Alierage. Insieme con Jeragum permarrà sino alla fine dell’Ottocento, quando si cominciò ad usare,anche per atti ecclesiastici, la lingua italiana. L’etimologia suggerita, infine, da Dante Olivieri vuole Jerago, dialetto Jeragh, derivato da Alliaricus. Aggettivo dal nome personale Alliarius, da ritenersi un personaggio, distinto per censo e per virtù civico–militari, il quale lasciò il nome al locus da lui abitato.

Posto in una posizione preminente, sovrasta la vallata. In tempo si diceva che Jerago venisse derisa, di fronte da Oggiona che sembrava beffeggiarlo dal culmine del colle, detto Monte Oliveto. Da secoli, i due paesi, a guardarsi in eterna sfida, anche se nessuno,mai, si mosse ad affrontare l’altro. Jerago mostrava ai vicini le sue chiese: la vecchia, con il suo alto campanile e la nuova in stile romanico. Ma paladino ne era in particolare l’antico castello, cui ben si adattano questi versi di Olindo Guerrini nel suo Canzoniere:

 “ O passegger che per la via diserta

 affretti il passo

 leva la fronte tua verso quest’erta “.

Balconcini con eleganti ringhiere, terrazze, posterle, torrette, bertesche, spalti, barbacani, avancorpi, merli: tutto l’apparato di un vero castello feudale. Sopra passavano nubi bianchissime, che adornavano il cielo di una tenuità di spuma. Passano da secoli. Le avranno guardate la castellana, il signorotto, il paggio, l’armigero, la comare. Nubi che raccolsero pensieri e segreti, sogni delusioni e che, ancora oggi, con il loro attuale “carico”, scivolano dolcemente sugli immensi campi vellutati del cielo che sovrasta la vallata su cui campeggia Jerago.

La riscoperta della cultura locale, alla quale assistiamo ormai da vari anni, ha favorito la produzione, recente, di volumi dedicati alla storia di singole località o di specifici aspetti della vita dei tempi passati. Alcuni di tali libri si limitano ad una semplice rielaborazione di argomenti già presentati da altri, senza offrire al lettore sostanziali novità nei contenuti. Il volume di Anselmo Carabelli ed Enrico Riganti si discosta nettamente dalle pubblicazioni consimili sia per argomento che per originalità. E’ ambientato in un singolo paese: Jerago, ma coinvolge una cultura che riguarda tutto il Seprio; è dedicato ad un tema principale: la cucina tradizionale, ma ci informa su una molteplicità di usi, costumi, detti, proverbi, significati.

Frutto di una lunga ed appassionata ricerca  “sul campo“ offre al lettore un quadro del mondo contadino del buon tempo antico, con un pizzico di nostalgia, ma senza dimenticare che la vita continua ad evolversi ed a progredire.

La lettura è snella e piacevole per tutti: gli Jeraghesi ritroveranno l’anima del loro paese, oltre alle ricette di pietanze più volte gustate, altre parimenti appetitose, ma anche tanti ricordi e tante curiosità. I non Jeraghesi riscontreranno incredibili somiglianze con fatti ed usanze dei rispettivi paesi. I lettori di una certa età ricorderanno il sapore di un mondo che ancora esisteva durante i loro anni migliori, anche se già avviato al declino, i più giovani avranno il gusto di scoprire come vivevano i loro coetanei quando non c’erano le discoteche e la televisione. Mondo migliore o peggiore? Semplicemente un mondo diverso: l’aria era più pulita, ma mancavano tante comodità, non c’erano i soldi ma la vita era più genuina. Non beghe legali, fiscali o aziendali, però contrasti di paese, più semplici, ma non per questo spesso meno amari.

In tutta la trattazione domina, com’è giusto, il dialetto, senza tuttavia escludere dalla lettura chi non lo capisce o chi non lo parla più. Anzi proprio costoro potranno gustare alcune espressioni interessanti, che magari provengono direttamente dalla lingua latina o francese o tedesca.

A questo proposito mi pare che quanto scrisse Cesare Cantù oltre 150 anni fa, nella sua semplicità, sia tuttora il più valido orientamento per il lettore:

“il nostro parlarsi sopra estesissimo tratto, con modificazioni locali …. Dell’antica origine gallica fa esso fede nella pronunzia dell’ u dell’oeu  (feug se peu); degli an, on, en, nasali (pan, porton, ben) nello scempiare spesso le consonanti e mutare la z in s; oltre un grandissimo numero di voci, non adottate nella lingua italiana e viventi nella francese, ben distinte dalle poche lasciatevi dalla recente dominazione  e dalla moda. Chi ode il dialetto di Marsiglia, può scambiarlo pel milanese, mentre a fatica è intellegibile ai Francesi, e la somiglianza è tanto più notevole, in quanto che già si riscontra nelle poesie de’ i Trovadori, poeti provenzali del XII secolo, e non solo quanto a parole, ma anche a forme grammaticali.

Nel Varon Milanes, opera di un Capis ampliata da un Milani, si cercano radici greche a molti vocaboli lombardi, con quelle solite stiracchiature per le quali le etimologie son divenute un giochetto simile a quello delle sciarade: ma certamente alcuni ve n’ha di derivazione latina e di greca e non conservatasi nell’italiano: pochi n ha di tedesca, moltissimi invece di spagnola, senza contare la fratellanza delle due lingue. Il nostro dialetto nel plurale non discerne l’articolo maschile dal femminile ( i fioeu e i tosann); l’articolo indeterminato distingue dal numerale (un omm, damenn vun); i numerali due e tre forma diversamente pel femminile  (du sold, do lir; tri foeuj, tre pagin); alcuni plurali ha differentissimi dal singolare (om e omen, tosa e tosann, casa e ca , boeu e bo) usa un suono della s ignoto al toscano ( s’ciopp);…alla tedesca pospone la negazione al verbo (mi so no) esclude affatto quelle inversioni che fanno arditamente bello l’italiano“.

Come si nota quasi tutti i popoli europei hanno contribuito alla formazione della lingua dei nostri avi e quindi delle nostre radici. Forse la nostra preoccupazione riguardo la cosiddetta società multietnica del futuro è esagerata. Forse, soprattutto a patto che non si dimentichi il passato.

                                                  Elio Bertozzi

Don Carlo Crespi

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Il giorno 29 maggio 1945  arriva in Jerago parrocchia di San Giorgio, quale vicario spirituale, proveniente dal Collegio Nicolò Tommaseo di Vimercate,  dove era direttore spirituale.

Era nato a Mezzago nel 1899 e consacrato  sacerdote nel 1930 dal Card. Schuster, dopo aver prestato servizio militare. Ordinato sacerdote fu coadiutore di Inzago, nel 1933, assegnato alla parrocchia di S. Maria Nuova in Abbiategrasso e nel 1935 coadiutore a san  Gioachimo in Milano.  Sfollato a Vimercate per i bombardamenti di Milano, fu nominato  direttore spirituale del Collegio Arcivescovile Niccolò Tommaseo. Il 5 agosto 1945, prese possesso canonico della Parrocchia presente il Prevosto di Gallarate Antonio Simbardi.

Il 30 sett. e il 1° ott.  furono dedicati ai festeggiamenti molto belli e all’insaputa del festeggiato che aveva espresso il desiderio “che non si facessero spese“.

Mons.  Cazzani  nel libro Jerago traccia questo ritratto: ”La permanenza di don Carlo Crespi a Jerago non fu lunga. Assiduo al Confessionale, attento alle funzioni liturgiche, che celebrava con fervore e con dignità, si dimostrò particolarmente premuroso verso gli ammalati. Accanto al letto degli infermi dimenticava sè stesso, i suoi fastidi, la stanchezza: quasi ringiovaniva. Sorridente si accostava a loro comunicando serenità. Ogni ammalato aveva la certezza che don Carlo era venuto per lui e per lui solo.”

Durante la sua permanenza don Carlo Crespi accolse a Jerago il Card. Schuster in Visita Pastorale.

Nel 1952  don Carlo rinunciò alla Parrocchia e fu nominato cappellano dell’istituto per lo studio e la cura dei Tumori a Milano, dove per un ventennio profuse le sue energie nell’assistenza spirituale dei malati.

L’ultimo incarico e residenza fu al Cottolengo di Cerro Maggiore come cappellano e ospite, dove si spense il 25 luglio del 1975. La sua salma è sepolta a Mezzago.

Il presente testo, estratto dall’archivio parrocchiale di Jerago, è stato redatto da Anselmo Carabelli, che vuole aggiungere un ricordo personale: “Ero piccolo quando Don Carlo fu parroco di Jerago, lo conobbi all’ospedale dei Tumori. Non dimenticherò mai una  festa del Corpus Domini all’Ospedale dei Tumori di Milano, quando Don Carlo portando il Santissimo in processione tra le camere e i malati dell’ospedale, lo avvicinò al letto della mia Mamma, lì ricoverata, arrecandole immenso conforto”.

Pan buter e zucur- pan e ciculat- pane burro zucchero e  pane e cioccolato- Ricordi di Anselmo Carabelli

fonte immagine: ricette.eu

Per noi ragazzi degli anni cinquanta questi erano gli ingredienti classici della merenda pomeridiana, quando, verso le quattro  la nonna ci preparava quelle indimenticabili  leccornie. Il pane, la michetta  del Mastorgio o dell’Alzati, il buter quello che si produceva in casa dopo aver scremato la panna dalla calderina, che riposava nella muschireula, o in alternativa una michetta con una stecca di cioccolato che si andava a comperare dal Turri , dal Ruel o al mercato dal Pedron e dal Bielin. Mi ricordo anche di tavolette avvolte nelle prime carte trasparenti, solo dopo lo avremmo chiamato cellophane, che consentivano di vedere la medaglietta di metallo con l’effige di un calciatore. Quel cioccolato, in realtà si trattava di surrogato, era una autentica schifezza, lasciava quello che oggi palati raffinati direbbero un retrogusto da medicina, però era l’unica possibilità di iniziare una collezione che solo i più abili avrebbero ampliato vincendole ad un gioco inventato o trasformato per l’occasione. Più concorrenti mettendosi in riga a circa tre metri da un muro, stringevano il dischetto con l’effige dell’eroe pedatorio, tra  l’indice e il medio e lo lanciavano con abilità , chi arrivava più vicino al muro col suo lancio avrebbe vinto il dischetto degli altri giocatori, immaginatevi le risse. Ma la cosa più emozionante in estate,  era quella  ritrovarsi ad addentare quei panini nei prati, in allegra banda di marmocchi e correre verso i boschi. Che fortuna abbiamo avuto senza accorgerci, siamo stati gli ultimi a permetterci questi lussi , oggi manchiamo delle materie prime essenziali: un prato vicino a casa dove correre spensierati; i cortili, quando va bene  sono parcheggi, i boschi meglio non parlarne; i nostri polmoni, come fossimo cozze, depurano l’aria dal pm10, ed allora i  bambini è meglio stiano a casa a rimbambirsi alla televisione o coi videogiochi. La nonna moderna li ingozza di merendine, quelle light mi raccomando, così leggere da gonfiarli come palloni. Il burro è sparito, attenti al colesterolo, ma ritorna come grasso industriale sotto altre mentite vesti e che magari proprio burro non è  ma condimento idrogenato. E lo zucchero, come era inarrivabile quel pane bagnato e zuccherato, cosi come  la fetta di polenta rimasta, che tagliavamo di nascosto e pucciavamo nella zuccheriera, senza badare che i pezzettini di polenta sbriciolata ci avrebbero svelati alla mamma quali innocui ladruncoli, eum fai maron  come si diceva in dialetto. Ma lo zucchero, non sia mai, meglio una caramella dolcificata senza zucchero, di quelle che sullo stick avvertono non più di quattro al dì, quasi fossero una medicina. Ed infatti se ne prendi di più, sono più efficaci del guttalax. Belli i tempi di quando per andar di corpo si usavano le pere cotte, zuccherate. Lo zucchero era ed è l’ingrediente principe dei dolci, ma comunque sempre un prodotto che si andava ad acquistare dal droghiere, che lo prendeva a palotti dal sacco di carta da 50 chili e lo pesava sui piatti delle bilance sopra una carta blu , la famosa carta da zucur che avrebbe poi avvolto in sacchetto. Certo ci voleva una tecnica particolare per fare quell’involto chiuderlo rapidamente, senza che i lembi si sciogliessero, altrimenti nella sporta della masera, oltre al danno di perdere il contenuto, sarebbe successo il finimondo. Zucchero dappertutto, nel borsellino bursin, e visto che solitamente prima di andare a far la spesa si passava in Chiesa, zucur anche in dul vel  e in dul lbret di urazion –zucchero anche nel velo e nel messalino, che ogni mamma portava nella borsa. L’azzurro scuro della carta da zucchero si identifica anche con l’azzurro aviazione. Quanti sogni avrà mai suscitato nelle giovani di prima della guerra, avide e vituperate lettrici dei racconti della Liala, quel colore inequivocabile che  caratterizzava le divise da parata degli aviatori, sulle cui maniche le alte righe d’oro ne qualificavano il grado. Quel bel tenente o quel capitano impavido, che oltre a popolare i sogni delle nostre, con fortuna si potevano intuire nelle carlinghe degli aerei, basati a Cascina Costa, quando con ardimento volteggiavano sui nostri cieli. A Cardano gli aerei li chiamavano Sguatuni  così come Sguatè era il pilota, sostantivi derivati  dal verbo sguatà che è  il volare proprio di un uccello pesante: un’ aquila o più.modestamente un corvo; mentre di un passero si dirà  cal sgura- vola .Vola così come ha preso il volo la mia fantasia nel ritornare agli anni dell’ infanzia.

Rustaia

fonte immagine: buonissimo.it

Piatto che si soleva imbandire prima del 1900 per il mezzogiorno di Natale in attesa delle 16 quando cominciava il cenone.

Ingredienti : 400 gr. di lombo di maiale, 200 gr. di salsiccia luganiga, 1 kg. di cipolle, una noce di burro, un cucchiaio di olio d’oliva (in antico il battuto di lardo), un cucchiaio di farina, un dito di aceto, sale q.b.,  pepe.

Mettere un una padella bassa l’olio, il burro e le cipolle tagliate a fettine. Si fanno cuocere a fuoco lento senza rosolarle, aggiungendo acqua . Dopo circa ½ ora si sala, si mette pepe, si aggiunge la farina stemperata in un dito di aceto, si aggiunge la carne tagliata a piccoli pezzi e la salsiccia pure in piccoli pezzi con la sua pelle. Si coperchia e si fa cuocere ancora per 1 ora. Il piatto sarà pronto. Si serve in piatti caldi con fette di pane giallo o pane misto. A Natale il pane sia bianco.

Centro culturale Cardinal Schuster e Carlo Mastorgio- Jerago – Rassegna Stampa

Tratto da Un Popolo in Cammino – 2001

“Con questo numero inizia la pubblicazione di articoli apparsi, nel mese, su quotidiani normalmente reperibili nelle nostre edicole. Questi scritti, che pensiamo utili ad una analisi critica della realtà nella quale si vive potrebbero essere sfuggiti alla attenzione del lettore. Pensiamo di fare cosa utile riproponendoli, riservando gli approfondimenti anche ad ulteriori iniziative. Poiché normalmente si legge un solo giornale, chi lo desidera potrebbe segnalare all’attenzione degli altri, argomenti specifici tratti dalla molteplicità e varietà della produzione editoriale.

Il recapito del centro culturale Schuster- Mastorgio è presso la Casa Parrocchiale.

La rassegna inizia con un Articolo di Giampaolo Cottini dal titolo “ Fuori del Coro – Alla Fine di un Millennio”, apparso su La Prealpina Giovedì  28 dicembre 2000 

(Giampaolo Cottini è docente di storia e filosofia presso il liceo classico di Varese ed è noto agli jeraghesi per aver tenuto varie e preziose  conferenze nell’ambito delle iniziative culturali e pastorali della Parrocchia).

Siamo alla fine di un millennio che sta per chiudersi e il prossimo 31 dicembre sarà il vero spartiacque verso il XXI secolo, così è quasi inevitabile accennare a qualche bilancio non solo della vita personale ma anche della storia. Le inquietudini sono molte, e se intorno all’anno Mille si trattava di far rinascere una nuova civiltà, anche alla fine del secondo millennio cristiano si ha l’impressione che la posta in gioco sia l’inizio di una nuova civiltà, visto che a fronte di tanti progressi dell’umanità sono anche tante le minacce che incombono. Il XX secolo è stato un secolo di immani tragedie, le cui conseguenze giungono sino all’oggi: pensiamo alla precarietà della pace e dell’equilibrio mondiale, o alle minacce di uno sviluppo che stravolge l’ambiente naturale. Ma forse il fenomeno più rilevante che si spalanca è quello della globalizzazione e dell’incontro tra popoli e culture diverse. Proprio su questo le inquietudini e gli equivoci si sono moltiplicati nelle ultime settimane: è possibile un vero incontro ed un costruttivo dialogo tra culture e religioni diverse? Da dove nascono l’intolleranza e la xenofobia? Cosa significa realmente accoglienza e rispetto del diverso? Quale diritti hanno le nazioni di salvaguardare adeguatamente  la propria identità prevalente? Le questioni sono complesse, poiché se da un lato si va verso una mondializzazione della economia (sostenuta da una rete di comunicazione planetaria tramite internet), dall’altro l’esigenza di salvaguardare le differenze e di evitare pericolose omologazioni è grande, soprattutto dinanzi al rischio del prevalere del più forte sul più debole. Da dove partire allora per instaurare un dialogo tra diversi? Da dove ricostruire un percorso di civiltà che favorisca nel Duemila qualcosa di simile alla cosiddetta rinascita dopo il Mille. La risposta più plausibile è di partire da un dialogo sugli elementi essenziali che costituiscono la coscienza degli uomini e dei popoli, cioè di ripartire dal dialogo tra le culture. La cultura è l’espressione con cui i  singoli popoli leggono il senso dell’esistenza e della storia, ed è quindi la ricerca della verità secondo i mezzi concettuali e linguistici che un popolo riesce a mettere a punto. Così il dialogo è il momento più alto della comunicazione tra gli uomini perché mette al centro la ricerca della verità e del significato del destino stesso dell’umanità. Perciò, pur nelle differenti sensibilità e nelle modalità espressive, se si mette a tema il confronto e il dialogo tra le culture, si pone al centro l’elemento comune tipico della ragione umana, che è la tensione alla verità, da cui consegue la dimensione etica della ricerca di un bene valido per tutti gli uomini. Perciò è doveroso evitare la confusione fra le culture, e al contempo garantire il loro incontro nella prospettiva di cercare ciò che accomuna piuttosto che ciò che divide, con l’attenzione, però, di non mettere tra parentesi la tradizione da cui si proviene o i valori in cui si è nati. L’equivoco ricorrente è infatti, pensare che il dialogo funzioni solo mettendo in ombra i propri punti di partenza (quella che normalmente si definisce l’dentità), mentre la prospettiva della verità chiede di prendere coscienza di quanto è già dato per confrontarlo liberamente con le altre proposte.

La verità non è proprietà di nessuno, ma il fine cui tutta l’umana avventura tende; perciò è troppo importante al termine di un secolo e di un millennio riproporre seriamente la ricerca, costi quello che costi, anche se ciò comportasse la perdita di qualche privilegio o di comodità acquisite. Una nuova civiltà non può infatti, nascere, sul relativismo o sul nichilismo: per questo il coraggio della verità è la sfida più affascinante che abbiamo davanti.

                        Giampaolo Cottini  

Segnaliamo che è da poco uscita una raccolta di scritti ed articoli di Giampaolo Cottini, in suo ricordo.

A questo link maggiori info:

https://www.scrittigpcottini.it/il-libro/

Pulastar – capuni e puluni a rost

fonte immagine: buonissimo.it

Disponendo di un pollo di circa 1 kg, già pulito, si procede come per la ricetta dell’arrosto, il tempo di cottura, dovrà esser controllato, perché è funzione del tipo di allevamento. Comunque è bene accertarsi che le carni dopo la cottura siano sempre bianche, infatti  servire un arrosto di pollame le cui le carni siano ancora rosse non è bello. Si cerchi anche di ottenere che la pelle risulti bruciacchiata e croccante. Per questo motivo a Natale, quando si cuocevano, capponi, oche e tacchini, che sono di notevoli dimensioni, li si portava dal fornaio, perché solo nel forno del pane potevano cuocere molto bene e in profondità. Nel caso del tacchino o del cappone il tempo di cottura può arrivare anche a due ore, due ore e mezza.

La ricetta completa è disponibile sul mio libro

https://www.macchionepietroeditore.it/scheda_Varese-Cucina-Sane-Gustose-Genuine-le-tradizioni-del-Varesotto-di-Anselmo-Carabelli_5-44-51-0-0-0-1-1-10-1-452.html

Benedizione Affresco “Maria Regina Pacis”

Sabato 12 Novembre 2022 alle ore 16.30, il parroco della Comunità Pastorale JOB Maria Regina della Famiglia, don Armando Bano, ha benedetto l’affresco dipinto dal signor Gianfranco Battistella, posto sulla parete della casa dei signori Bertoncello/Carrieri a Jerago in via Cavour, nelle vicinanze della circonvallazione di Corso Europa.

E’ stata l’occasione per un breve momento di preghiera con i parrocchiani che sono intervenuti numerosi in questa lieta occasione.

Si ringrazia per il video e le foto della giornata il signor Gianfranco Battistella

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Maria Regina Pacis

16° Dies Natalis di don Angelo Cassani – 2 dicembre 2006 – 2 dicembre 2022

Si ringrazia per le immagini la Fondazione don Angelo Cassani

Con don Angelo, va un pezzo della mia vita. Ho capito, vivendogli accanto nella quotidianità delle cose e degli avvenimenti che l’appartenenza religiosa, non può essere formale, ma è vita quotidiana, dove non necessariamente vi è bisogno di eroismo, ma è il misurarsi diuturno con una realtà alla quale devi dare una risposta da cristiano. Non si vivono due vite, una per la Chiesa ed una per il mondo. Si  vive una vita unica che rende testimonianza in modo naturale della preziosa eredità di fede dei tuoi maestri. Dove per maestri riconosci tutte le buone persone, partendo dai tuoi genitori, dalla maestra delle  elementari, dai professori a scuola, dai santi sacerdoti, da chi ti ha insegnato un lavoro;   coloro cioè che ti hanno educato e ti sono stati amorosamente vicino nella tua vita di famiglia, e  speri che a tua volta tu possa essere di aiuto per qualcuno, ma delicatamente senza la pretesa di esserlo per forza. Tutto questo puoi scoprire, se hai la fortuna, come è successo a me di vivere accanto a Don Angelo, perché ti accorgi che la motivazione della sua vita è l’appartenenza a Cristo ed alla Chiesa. E allora poi capire anche che il non ribellarsi alla malattia, come ha fatto lui e come ha aiutato tanti ad accettarsi malati, altro non è che la grande familiarità con Cristo Dio e uomo,  la cui natura umana  è passata attraverso la sofferenza del calvario, senza ribellione, elevando gli uomini tramite la croce alla dignità di figli di Dio. Ecco la preziosità della sua vita in mezzo a noi, ad indicarci sempre e costantemente il rispetto per il magistero della Chiesa che custodisce questi autentici insegnamenti e l’insistenza nell’affidarci alla Madonna come via sicura ed aiuto per la nostra salvezza.

Per don Angelo che ci è stato padre spirituale, m’è caro ricordare un passo dell’ecclesiastico che parla dell’educazione dei figli e recita”

Morto il padre

Non pare neppure ch’ei sia scomparso

Poiché ha lasciato dietro di sé

Un figlio che gli somiglia

 

E potremmo ben pensare di essere sui figli spirituali

Mi chiedo quale importanza abbia avuto l’incontro con Don Angelo e penso che esso sia valso a riscoprire ed a rinnovare l’entusiasmo della mia vita cristiana. Lui avrebbe detto: quel gusto di vita nuova. Più volte infatti, prima di incontrarlo, mi ero chiesto se con il diventare adulto non si fosse stemperata la mia natura di cristiano, nel mare immenso delle cose da fare, la vita di famiglia, l’impegno costante nella educazione dei figli. Ecco ebbene tornare a riconoscere la presenza di Gesù nella tua vita quotidiana tutto questo è stato merito di Don Angelo. Perché la vita del cristiano non è la vita del musone, dello scettico, ma è la vita di uno che sta nel mondo, ma non è del mondo, che è amico, è compagno di strada, ma non è compagno di baldoria, sa anche correggerti e non ha paura di perdere la tua amicizia se questo vuol dire scendere a compromessi con le proprie idee. Vi è un momento interessante che è la testimonianza, che devi rendere ai tuoi principi cristiani e questo a costo delle tua convenienza. Ho imparato  questo anche dalla conversazione con Don Angelo, che se operi del bene, non lo fai per un ritorno, anzi molte volte coloro che tu hai aiutato sembrano irriconoscenti, ed allora soffri, ma capisci che li sta la bellezza dell’essere cristiano, perché a tua volta, senza accorgerti puoi essere irriconoscente e fare soffrire qualcuno, ma vi é come una circolazione nelle opere buone, perché riceverai del bene da persone che neanche te lo immaginavi e allora capisci che il cristianesimo ha trasformato il mondo e lo Spirito Santo vive nella Chiesa che è fatta di uomini. Ecco don Angelo mi ha fatto riflettere sugli gli episodi che avvengono intorno a te che ti sei sempre ritenuto un uomo razionale, che vogliono essere letti alla luce di una trascendenza che non è irrazionale, è compatibile con la razionalità ma la supera. Ricordo che quando ci si addentrava in speculazioni che paiono superare le nostre stesse possibilità cognitive un altro don altrettanto importante per me, don Carlo Costamagna, compagno di seminario di don Giussani, era solito affermare, che non ci si preoccupasse perché a tutti i nostri dubbi  la chiesa aveva già dato risposta. Si perché initium Sapientiae timor Domini. Ciò che valeva per i nostri vecchi vale anche per noi. Potrai essere anche diventato ricco o sapiente nel senso degli uomini, ma se perdi la fede in Dio che sapiente saresti? Del resto quando guardi Papa Ratzinger immediatamente capisci tutto questo, esso è l’intelligenza personificata, la semplicità ma è anche l’uomo di fede e quindi tutte le persone che vogliono sbeffeggiarlo, fanno solo ridere e piangere nel contempo sulla loro pochezza paludata di volgare saccenza.

Ma in cosa si era distinto Don Angelo è sicuramente una bella domanda che richiede  una meditata risposta.

Era un uomo estremamente colto e come tale sicuramente desideroso di testimoniare il cristianesimo nella sua attualità, in un mondo che solo in apparenza pareva essere lontano da Dio. Un mondo che era passato da una profonda religiosità, subito dopo la guerra a una profonda crisi, in quella parte del mondo dove proprio erano stati  sconfitti paradossalmente tutti i portati della guerra, la miseria in primis.

Una società benestante si era affacciata alla vita e lentamente si stava allontanando dai valori cristiani che per millenni avevano indirizzato l’umanità dell’occidente, fino ad arrivare all’attuale rifiuto delle radici cristiane dell’Europa. Supportata in ciò da quel relativismo filosofico che comunque era frutto dell’ateismo scientifico di radice marxista che aveva fatto breccia anche presso i cristiani. Sono profonde ferite, delle quali ti accorgi anche presso le nostre piccole comunità. Il dubbio sistematico che filtra anche nelle nostre riunioni, non capisci se per mero spirito di polemica, di falsa saccenza o se condiviso realmente. E’ chiaro che questa specie di scetticismo può arrivare a considerare l’appartenenza quasi una convenienza ad appartenere, più che una convinzione. Tutte quelle letture, ma anche programmi televisivi, che ad occhi non sufficientemente preparati, paiono mettere in crisi la radici stesse della nostra fede hanno accoglienza attenta presso i nostri. Letture che raramente vengono sottoposte  ad un giudizio, che richiederebbe una spiegazione, un giudizio critico ed una confutazione, sono solo timidamente segnalate e passano nella convinzione della gente, come se i credenti fossero dei minus habens, cioè dei poveri ignoranti. L’essere sempre scettici, da parte di alcuni era sicuramente fonte per Don Angelo di molte sofferenze. Ma egli si rendeva conto e ci insegnava che lo scetticismo ed il relativismo, così come la possibile deriva di  strumentalizzazione del cristianesimo erano le cose più dannose se tollerate, ed egli infatti non le tollerava .

Ecco allora che l’appartenenza agli organi consultivi della piccola chiesa locale era per lui occasione di insegnamento, infatti faceva precedere sempre ad ogni riunione una aspetto catechetico. Che, con l’andar dei giorni, finiva col far maturare nella comunione della conoscenza, le persone chiamate a svolgere questi compiti. Era una maturazione che fu assai difficile raggiungere, in prima istanza, perché tali organi venivano perlopiù interpretati come un piccolo parlamento. Dove l’arricchimento e la maturazione comune erano postposte alla necessità di sentire accolte le proprie idee. E quindi non poche persone si erano allontanate per mancanza di condivisione. Ma altre si avvicinavano e così la vita di questa piccola chiesa si arricchiva. Ma ciò che più rendeva completi era quel vivere in armonia tra noi, che ci faceva sentire e gustare veramente il senso di appartenenza a Cristo ed alla Chiesa, lontani anni luce dal desiderio di prevalenza. La vita di un sacerdote è così preziosa che è un dono ed un onore  veramente poterla accompagnare anche per un breve tratto di strada. E ti accorgi di tutte le attenzioni che esso versa sugli altri e verso i malati per primi e verso coloro che sono stati meno fortunati. Per Don Angelo la persona conta per ciò che è non per ciò che fa, in ognuno si intuisce il volto di Cristo e a lui non deve mancare la certezza di una attenzione particolare.

Egli ci aveva fatto capire che la vita tra cristiani doveva ispirarsi alla vita di Cristo, dove amore doveva regnare fra tutti noi, stima e aiuto fraterno.

Ecco se raffronto questo insegnamento agli ultimi periodi della vita di don Angelo ringrazio ancora Iddio di avermelo fatto incontrare, perché mi ha fatto capire con la sua testimonianza tutto questo. Il sacerdote che vive con la sua gente lo devi vedere come colui che compie un cammino con te e quando gli viene meno la salute, si fa malfermo esso è ancora tuo padre, spirituale, è colui che testimonia in modo diverso ciò che ha sempre testimoniato nella efficienza della sua vita. Come appaiono strani e lontani gli inviti di coloro che conoscendo la tua posizione nella parrocchia, ti invitano a preoccuparti perché un sacerdote più giovane possa prenderne il posto. Forse perchè ti da fastidio raffrontarti con la sua malattia, forse perché ti da fastidio che alcune, brave persone si occupino della sua sofferenza, e lo aiutino ad accogliersi malato, come lui aveva aiutato tanti altri ad accogliersi malati e a condurli al grande incontro senza ombra di disperazione, ma con un filo di tristezza, quella sì, perché questa certamente è veramente nella natura dell’uomo. Lo vai ad incontrare e vedi che il Crocefisso gli è di fronte, costante riferimento alla sua meditazione ed aiuto nell’affrontare dolori insopportabili. E preghi con lui perchè questa sua sofferenza sia di merito a tutti noi. E la chiesa in quella piccola ma accogliente casa, che è più consona alla sua capacità limitata di movimento è viva come ed anche più di prima, quando era nel pieno vigore delle forze.  Quella messa del suo anniversario condotta e concelebrata da un sacerdote nigeriano e lui al centro della mensa, sulla carrozzella è forse per me la grande rivelazione della sua immensa fede e ti rendi consapevole che Cristo e lì presente nella transustanziazione, in un una Chiesa che afferma la sua universalità tra passato e presente, dove i nuovi cristiani aiutano ed insegnano ai vecchi, il tutto in una gioia che il mondo non capirebbe se non conoscesse il miracolo della universalità della Chiesa e della comunione dei santi. 

Caro Don Angelo ripenso alle conversazioni che spaziavano sulla nostra vita di cristiani che non si negano al mondo. Un mondo fatto di carne, di dolori, di gioie ma sempre con la presenza di Cristo, che si è fatto uomo per condividere con gli uomini la loro esistenza e guidarli. E quanti campioni di cristianesimo additavi alla nostra attenzione. Come appariva lontano da te e da noi quel fare per fare, che non significava nulla se poi perdi la ragione stessa della tua fede. Quante sofferenze accoglievi e portavi su di te e raccomandavi alla preghiera, nulla di quello che vedevamo fare era  dovuto, ma tutto era  richiesto dall’amore che portavi a Cristo, ed alla sua Mamma.

Certo ora mi rivolgo a te caro amico perchè tu possa aiutarci con le tue preghiere e con la tua guida.

Ma ho  capito nel prosieguo dei giorni e grazie a ciò che accade, rifacendomi ai molti colloqui intercorsi, molte cose. Quante volte il cristiano che sta facendo un percorso di sincerità viene fatto oggetto di odio, la scelta del cristiano è diuturna e quotidiana, non è legata ad una particolare situazione sociale ed economica o di stato, non vi è, come non può esserci, una posizione sociale privilegiata per essere cristiani, e qui animati da una comune ammirazione per il Manzoni avevamo riletto un passo dei Promessi sposi che parla del Cardinale Federico ”Tra gli agi e le pompe badò, dico, a quelle parole, d’abnegazione e d’umiltà, a quelle massime intorno alla vanità de’ piaceri, all’ingiustizia dell’orgoglio, alla vera dignità e a’ veri beni, che sentite o non sentite né cuori, vengono trasmesse da una generazione all’altra, nel più elementare insegnamento della religione. Badò dico a quelle parole, vide che non potevan dunque essere vere altre parole e altre massime opposte, che pure si trasmettono di generazione in generazione, con la stessa sicurezza e talora dalle stesse labbra e propose di prender norma dell’azione e dè pensieri quelle che erano il vero. Persuaso che la vita non è già destinata ad essere un peso per molti e una festa per alcuni, ma per tutti un impiego, del quale ognuno renderà conto” (Cap XXI).

Una delle continue preoccupazioni di don Angelo era quella che lui definiva la reattività. Non capivo bene il concetto ma in effetti, tradotto in pratica voleva semplicemente dire, anche se dall’esempio dei miei familiari avevo sempre ritenuto che non bisognava essere doppi, che bisognava testimoniare con il proprio sacrificio quello in cui si crede. Perciò a costo di sembrare superbo avevo sempre tenuto a difendere le mie idee, anche se  questo poteva significare di inimicarmi alcune persone, non avevo mai avuto necessità di ingraziarmi qualcuno per avere dei vantaggi economici o di carriera, perché economicamente sono sempre stato autonomo, quindi mi sentivo libero nei miei giudizi ed anche nei miei comportamenti. Ma la libertà era comunque temperata da una educazione ricevuta dai miei genitori che mi hanno sempre insegnato a non abusarne.

Anche se ritengo che la libertà dalla necessità dipenda anche dagli obbiettivi che uno si pone. Se infatti gli obbiettivi sono sempre superiori alle proprie capacità, si arrischia di diventare schiavi delle proprie scelte. L’ educazione che ci era stata impartita, molto ricca di autocontrollo, anche attraverso le frequentazioni che erano del tutto naturali, l’oratorio, gli amici, il mondo che ci appariva nella sua immensa bellezza e tutto da scoprire, sempre nuovo e rinnovante gioia ad ogni novità .

La  prima volta, riempie sempre il cuore e offre una sensazione di pienezza e di leggerezza. Ricordo il primo volo e la soddisfazione di raccontarlo agli amici. Ad un certo punto ti accorgi che sei solo che vorresti condividere con qualcuno il tuo mondo e cerchi una ragazza. Vorresti fare dei progetti con lei. E allora diventi irrequieto, perché non ti trovi più bene dove stai, vorresti essere dove non sei, vorresti che quella persona che ti ha colpito si accorgesse di te, ma non è facile E’ forse arrivato il momento di buttarti, ma è molto difficile rompere il ghiaccio. E allora preghi e ti affidi al Signore: benedetto l’uomo che teme il Signore e va per le sue vie, te felice , bene avrai  e tua moglie vite ferace per entro la tua casa; così recita la Bibbia, e questo non può che non apparirti come una promessa. E cosi anche se picchi nasate, non disperi ed impari ad essere paziente perché la promessa, quando meno te lo aspetti, si realizzerà. E allora con la persona che conoscerai farai dei progetti assieme e cercherai di essere autentico e imparerai a non anteporre te a lei. E queste emozioni, le vivi intensamente e diventando più maturo quando la tua casa comincia finalmente a ridiventare una famiglia, perché ti sei sposato e sono arrivati i figli, rivivi le stesse emozioni che leggi nello stupore dei tuoi figli di fronte alla novità delle cose che per te erano diventate abitudinarie. Che il Cristiano, cosi come preannunciato nel Vangelo, per imperscrutabili motivi viene fatto oggetto di avversioni, cattiverie, che molte volte vengono costruite ad arte. E’ così che il cristiano condivide la stessa sofferenza di Cristo, di quella croce, per lui che era  innocente e falsamente accusato, ma cosa ci insegna ciò se non il perdono. Per noi invece di perdonare i detrattori, è assai più immediato reagire ed  in sostanza applicare un modo di fare umano ma non illuminato all’invito al comandamento dell’amore. Ecco dalla naturale reattività egli ci aveva portato poco alla volta alla bellezza del perdono ed all’amore nel nome di Cristo riconoscendo con stupore negli altri quel volto di Cristo, che Don Angelo aveva incontrato e che voleva fermamente che anche noi incontrassimo e riconoscessimo.

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Luoghi caratteristici di Orago: il Castello Visconteo

Per conoscere meglio la storia del castello visconteo di Orago consigliamo la lettura del libro ORAGO Storia di un borgo col castello e la sua Chiesa di Anselmo Carabelli, Giuseppe Lombardi, Eliseo Valenti (978-88-6570-696-1).

Il libro, promosso dalla comunità pastorale Maria Regina della Famiglia JOB, è stato pubblicato lo scorso dicembre (2021) e presentato al pubblico dagli autori il giorno dell’Immacolata Concezione (8 Dicembre 2021) presso la sala polivalente dell’Oratorio di Orago.

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Il libro è disponibile in vendita anche tramite il sito dell’editore Pietro Macchione Editore di Varese, a questo link:

https://www.macchionepietroeditore.it/scheda_ORAGO-Storia-di-un-borgo-col-castello-e-la-sua-Chiesa-di-Anselmo-Carabelli-Giuseppe-Lombardi-Eliseo-Valenti_5-44-48-0-0-0-1-1-10-1-701.html

Nel libro vengono narrate le vicende dei Visconti dei rami di Jerago e di Orago e molte altre questioni relative al borgo di Orago, ovvero alla vita civile e religiosa che ivi si svolse in passato e che vive tutt’oggi nei monumenti che ne sono testimonianza e ricordo.

Una copia del libro è stata donata dagli autori alla biblioteca comunale di Jerago con Orago e quindi è disponibile per il prestito e la consultazione presso di essa.

Qui maggiori info:

https://retebibliotecaria.provincia.va.it/opac/detail/view/varese:catalog:634849