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Accoglienza per la nomina di sua eccellenza Mons Mario Delpini a Vescovo Milano- 23 settembre 2007

Ripubblicato in occasione della visita pastorale del 16 maggio 2021, come arcivescovo di Milano

fonte immagine: chiesadimilano.it

Jerago 30 settembre 2007  

Gli anziani narrano, che il beato Cardinale Ildefonso Schuster nella sua visita pastorale del 1938, osservando dall’altare i nuovi affreschi del catino absidale, dove il Cristo in maestà è affiancato dallo stesso Cardinale e dal Parroco don Massimo,  avesse rivolto al parroco la domanda se loro fossero mai degni di tanto onore. Non conosciamo la risposta esplicita, ma senza usare troppa fantasia intuiamo quel naturalissimo farsi rosso in volto del nostro amato parroco. Oggi alla domanda del santo Cardinale,  senza timore sapremmo rispondere affermativamente. Sicuramente sì, perchè da quel popolo cristiano,  raffigurato in effige: dove si possono vedere ancora gli uomini devoti, le donne coi classici capelli raccolti nel michin, i bambini, tutti inginocchiati attorno al nostro Creatore; il Signore ha saputo suscitare un Vescovo, un successore degli Apostoli. E la chiesa universale, della quale la nostra piccola comunità è un granello, ma come ogni granello di sabbia della Bibbia mai dimenticato da Dio, gioisce  di questa sua nomina e noi suoi parrocchiani siamo felici ed andiamo orgogliosi di questa sua vita che è stata progettata da Dio, fin da sempre e che ha potuto nutrirsi dei primi insegnamenti proprio qui, accompagnata delicatamente, dalla sua mamma, dal suo papà, da monsignor Francesco, dai nonni e da tanti bravi maestri: le suore dell’asilo, i parroci e i coadiutori, i catechisti e la maestra di scuola, che  furono sempre rispettosi degli insegnamenti cristiani della nostra gente. Molti di loro la applaudono dal cielo, dove, come nell’affresco, sono già uniti al Signore nella contemplazione del suo volto. Quale emozione nel sapere che si è affannato correndo dietro un pallone, sullo stesso campetto dell’oratorio dove come tutti i ragazzi si è spellato le ginocchia cadendo, si è estasiato alle feste dell’oratorio e per il pallone aerostatico che prendeva orgogliosamente il cielo.  E’ rimasto ammirato da un tramonto più luminoso sullo sfondo di uno stupendo Monterosa,  o da un arcobaleno sulla valle dell’Arno dopo quel temporale che ci aveva fatti rifugiare sotto il portico dell’oratorio. Si è intirizzito al  freddo ed alla nebbia di un mattino più rigido d’autunno, quando come tutti i chierichetti si andava a servire la prima messa. Ha poi deciso di accogliere totalmente la vocazione di dedicarsi all’edificazione della comunità cristiana e, divenuto sacerdote, ha accettato l’indirizzo dei superiori allo studio ed all’insegnamento; apprestandosi a lunghe veglie di studio e di preghiera, perché a coloro che le venivano affidati fosse spezzato il pane della divina sapienza e non mancasse contemporaneamente l’esempio della disciplina spirituale del maestro.  Il Santo padre Benedetto XVI le ha conferito la dignità massima per un cristiano, la dignità di vescovo della Chiesa Apostolica Romana, diretto successore degli apostoli, un uomo che  testimonia con la sua vita Cristo e di questo noi siamo sommamente lieti e fieri.  Ci colpisce in un suo bellissimo testo questa  frase attribuita ad Ambrogio: “Vengono gli anni in cui accettare la sfida di essere maestri, senza la presunzione di smettere di essere discepoli, senza il complesso di inferiorità di fronte a forme confuse e inconcludenti di attualità”. Leggendo sempre in un suo testo le auguriamo “la parola franca, il tempo speso perché chi cerca Dio possa trovare un testimone che sappia dire qualcosa della via da percorrere; e chi cerca una speranza e una ragione per vivere, questi si senta dire che cerca nientemeno che Dio” .

Ad Multos Annos Vescovo Mario. Per tutti gli anni che Cristo ci darà da vivere su questa terra e in questa vita e per tutti gli altri ancora, quando ci ricongiungeremo a Lui  nell’altra in paradiso per l’eternità.

Il ricordo di Don Angelo Cassani parroco di Jerago dal 1987 al 2006 in occasione del suo Dies natalis

Il consiglio Pastorale il giorno 22-9-2006, durante la S. Messa di ringraziamento per i  44 di sacerdozio di don Angelo Cassani, ha voluto ricordare con  la lettera, di seguito riportata,  il significato dei suoi anni trascorsi alla guida della nostra parrocchia di San Giorgio, concludendo che ad uno sterile elenco di prime pietre e di opere in muratura, preferiva rammentare il suo insegnamento:

“Presentandoti all’inizio della tua missione presso di noi, mentre ricordavi dal pulpito la tua passata esperienza, tra le altre cose, ci colpì il messaggio che ogni uomo vale per ciò che è, e non per quello che fa. E l’essere dell’uomo è tale perché riflette nel suo volto il volto di Cristo. L’espressione poteva sembrare difficile ed incomprensibile, forse di circostanza, se alle parole non fosse seguita una lezione di vita vissuta e solo faticosamente condivisa, che ci avrebbe portati ad apprezzare il grande peso di quel messaggio nel tentativo di viverlo.  Tutto ciò che avrebbe accompagnato il tuo agire ed il tuo insegnare sarebbe stato coerente con quella premessa. Sicuramente, come ci saremmo resi conto, quel modo di vivere, che nasce dal riconoscere la nobiltà del figlio di Dio in tutti gli uomini, con ciò che da esso consegue, non era cosa atta ad aprire vasti consensi, come tu stesso ti saresti accorto e molti ti avrebbero fatto rilevare, forse con rimprovero, anche allontanandosi. Ma come comportarsi altrimenti, quando si è fortemente animati da una immensa fede in Cristo come tu lo sei. Quando  sorretti dall’affetto della Mamma Celeste si vive in una società di profonde radici cristiane che apparentemente essa relega  ad una delle tante opzioni, quasi che l’insegnamento dei padri si fosse stemperato nel vasto mare delle necessità impellenti e del politicamente corretto? Ed ecco allora il costante richiamo nella tua predicazione: alla condivisione della vita coi propri figli; alla condivisione delle sofferenze dei malati; alla preparazione dei giovani che chiedono che Dio sia il faro e la costante benedizione alla loro vita matrimoniale, alla preparazione dei fanciulli nel catechismo.

Grande la tua attenzione verso gli educatori, i quali con difficoltà si provano di vivere coi ragazzi ciò che insegnano, oltre naturalmente ad insegnarlo. E’ bello partecipare alla domenicale Messa delle 10 e vedere i giovani, gli educatori e i loro ragazzi unirsi spontaneamente nella preghiera e nella frequenza all’ Eucarestia, in una comunità che mantiene fortemente il legame, tramite la Comunione dei Santi, da Te sempre ricordata, con tutti coloro che ci hanno preceduto nella gloria di Dio. Bello sapere che questi Santi sono le persone che abbiamo conosciute, cui abbiamo voluto bene, con  le quali abbiamo fatto un tratto di vita sulla terra e ci attendono un giorno nella gloria di Dio. E così abbiamo capito la tua insistenza nel voler difendere quelli che sono stati i luoghi santi della Benedizione di Dio sul nostro popolo, quali la chiesa vecchia di San Giorgio, ora restaurata ed il campanile medievale. Caro don Angelo consentici un grande ringraziamento verso un uomo  che, dopo aver seguita la sua vocazione sacerdotale, nata dal suo grande amore per Cristo e per la  Chiesa, è stato poi inviato dal Vescovo nella nostra comunità, per richiamarci costantemente la gioia di essere cristiani e l’impegno che ne consegue.  L’amicizia che nasce spontaneamente e umanamente non può che ricondursi alla premessa del Cristo nato e risorto, nella condivisione di valori autentici. Molte volte ci accorgiamo che tu ti fai triste, quando il nostro modo di affrontare i problemi e la vita, nonostante i tuoi  continui insegnamenti, risponde ancora alla logica dell’uomo vecchio. Ed allora il tuo parlare, ci pare difficile, a tratti incomprensibile, ma a ben vedere, non è la tua incapacità a farsi intendere, bensì la nostra mente, che vorrebbe sentire altre parole, più accattivanti e consone all’andazzo quotidiano. E allora tu saresti un buon politico e forse avresti tanti più amici, ma noi oggi non saremmo qui a festeggiare un Sacerdote, un Parroco, ma un uomo disposto a correre dietro a tutte le mode. La difficoltà di seguire non te, ma il tuo insegnamento in Cristo, ci fa allontanare anche. E’ allora che la tua sofferenza trova conforto nella preghiera e nella meditazione degli scritti dei padri della Chiesa  e genera costante ammirazione per quella dimensione della comunità di preghiera che ci fai intuire quando con trasporto ci parli di Vitorchiano. E’ così che ti rafforzi, ti rassereni e la casa rimane sempre aperta anche per l’amico che si è allontanato e ritorna e si stupisce di sentirsi ancora amato.

Queste sofferenza che tu riscopri in tutti gli ammalati e stai vivendo nella tua persona, ci hai insegnato essere per te costante richiamo di obbedienza alla volontà del Padre. Porti nel cuore anche tutte le altre persone malate e le aiuti a non ribellarsi alla loro condizione, esse si uniscono a te nella preghiera, perché avvertono il calore di una comunità che  prega a gran voce per loro e per te.  Vorresti che i genitori e gli educatori riuscissero a trasmettere questi valori e che ai giovani non mancassero insegnamenti autentici. Vorresti che la loro esuberante ricerca di attività, di suoni ,di libertà, non fosse, per mancanza di esempi, il solo modo di riempire la solitudine ed il vuoto di significato della loro vita. Di proposito non abbiamo voluto parlare delle tante cose fatte o da fare, che sono state molte e nell’oratorio della B.V. del Carmelo vedono la più recente e bella realizzazione.

Ad uno sterile elenco di prime pietre di mattoni, preferiamo pensare ai frammenti di amore e di fede cristiana che tu ampiamente e caparbiamente distribuisci nella nostra comunità di san Giorgio.

Un grande abbraccio.

 

I tuoi Parrocchiani e il Consiglio Parrocchiale

 

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Per infinita riconoscenza, sapendo di infrangere una sua naturale riservatezza, ci incombe  l’obbligo della elencazione delle numerose  opere  volute e realizzate da Don Angelo, che rimarranno a testimonianza del suo grande amore per la nostra parrocchia.

 

In primis, ricordiamo i restauri  della sua amata chiesa parrocchiale, per la quale  impostò immediatamente il recupero della copertura, che si era ammalorata nel corso dei tempi  e necessitava di una radicale sostituzione.

Provvide  già nel novembre del 1987 al rifacimento totale della copertura con la intonacatura di tutte le pareti laterali e della facciata, mentre nel quadro di accordi con il Comune, per una migliore viabilità delle vie centrali, fu sistemato tutto il piazzale antistante la chiesa,  compreso l’accesso alla grotta della Madonna di Lourdes , aggiungendo un comodo accesso pedonale dalla via Varese. Risistemò la copertura della Cappellina  invernale, e mise a norma l’impianto di riscaldamento ad aria della Chiesa.

Affrontò la situazione di degrado della chiesa vecchia e del campanile, edifici che si trovavano in totale stato di abbandono. Ricordiamo che le campane erano state messe a terra, in attesa di decisioni e  tutti i richiami, della vita religiosa erano affidati al mesto gracidare di un disco e diffusi da un altoparlante.

Il Campanile e la chiesa vecchia erano stati sottoposti a vincolo della sopraintendenza ai beni artistici e culturali della Lombardia, in sostanza congelati nel loro degrado.

Don Angelo, che  aveva intuito come questi monumenti fossero tanto antichi da avvicinarci alle radici stesse della nostra cristianità, sognava e desiderava un restauro che li recuperasse all’uso per la comunità, dovette però confrontarsi con una opinione comune di diverso avviso, la quale era supportata anche da autorevoli pareri che si rilevarono poi del tutto infondati.

Portò a compimento il Campanile, con la messa in opera delle campane. Era il giorno della  Madonna del Carmelo 1991 e finalmente le nostre campane tornarono a far udire la loro voce.

Il restauro del campanile,  che fruì parzialmente  di un finanziamento della Provincia Di Varese, ne rilevò, in corso d’opera,  l’antichità  da ascrivere al X-XI sec.

Riportò la sala Auditorium nelle norme di agibilità  all’ uso teatrale, con tutte le migliorie richieste dalle leggi vigenti con  messa a norma dell’impianto di riscaldamento a gasolio, vie di uscita, allestimenti ignifughi ecc. (usufruendo di un parziale finanziamento dell’ente dello spettacolo ).

Ripristinò ai fini funzionali e abitativi, le salette del vecchio oratorio di Via Colombo. 

Per la chiesa vecchia che rimaneva ancora in stato  di abbandono, Don Angelo pensò di far partire un progetto di recupero totale (1100 mio), da presentarsi alla Regione Lombardia, perché rientrasse nelle opere finanziate  tramite Frisl (fondo regionale che istituzionalmente anticipava tutto il costo dell’opera e ne prevedeva il rimborso in 8 anni senza interesse).

Il progetto fu  ammesso al finanziamento e l’opera e stata ultimata nel 1999. Da allora possiamo vantare non più la vecchia e cadente chiesa di San Giorgio, ma la chiesa di san Giorgio restaurata, come don Angelo amava definire.

Rimaneva l’annoso problema di un oratorio che fosse funzionale ed all’altezza dei tempi. Nel 2000, proprio nei giorni dell’annunciarsi della sua malattia, mise in cantiere l’opera dedicandolo alla Beata Vergine del Carmelo. Il nuovo edificio fu reso disponibile  all’uso  nel 2004/2005 (Lit. 1100 mio).

Desiderò che nei luoghi dei nuovi insediamenti abitativo non mancassero simboli religiosi e cappelle votive, nel segno di una continuità con san Carlo Borromeo.

Pensò e fece realizzare la cappellina ubicata presso le case di Via Grandi, sul Viale della Rejna dedicandola alla Sacra Famiglia.   

(fonte immagine: fondazionedonangelocassani.it)

 

 

Jerago piccolo borgo turistico

Con l’avvento della ferrovia, molte famiglie milanesi o di jeraghesi residenti nella capitale, poterono raggiungere comodamente il borgo per le vacanze estive e per le  varie necessità. Primo fra tutti il prof. Dionigi Cardani, che quando la stazione di Cavaria non era ancora funzionante, scendeva a Besnate facendosi 4 chilometri a piedi. A Milano ricopriva l’incarico prestigioso di direttore didattico del complesso di Via Pisacane- Poerio e risiedeva nel paese natio per le vacanze estive dove apriva una colonia  pei ragazzi milanesi. Lo si vedeva anche in altre occasioni, per seguire con la collaborazione del sig. Santino Cassani la conduzione dei campi e dei beni familiari, o per le attività sociali alle quali era richiesto e cui partecipava volontieri. Di altri ci si ricorda: la famiglia Sartorelli; i Ghiringhelli, costruttori edili, con villa in Via San Rocco; il Cav. Zeni, sindaco all’inizio del secolo e titolare di vari negozi di casalinghi; i nipoti della nonna di Enrico, di cognome Colli, proprietari in città di prestino, droghiere, fabbro, e osteria . I Cova, titolari di una fabbrica e di negozi per la produzione e la vendita dei famosi letti e culle in ottone e ferro, desiderati da tutte le spose di Milano, uscivano a Jerago ospiti dal Filizzeu Felice Riganti in via G. Bianchi e solo in seguito costruirono la loro nobile dimora oggi sede del Municipio. I Castagna della rinomata carrozzeria per auto, edificarono la prima Villa dei Ronchetti, la seconda fu di un ingegnere della Rejna. Dal 1890 fin verso il 1940 molti diedero alloggio ad intere famiglie e pensiamo con un modesto beneficio economico, antesignani dei Garni tedeschi o degli agriturismo. Jerago, a pieno titolo e grazie alla ferrovia, era diventato un piccolo ma ospitale centro turistico e offriva quelle che oggi sono le ricercate vacanze in fattoria e in campagna, perché allora vi era tanta tisi in giro e dalla città si raggiungevano volentieri le colline più vicine per ritemprasi. 

Durante la 2^ guerra trovarono rifugio numerose famiglie che sfuggivano ai bombardamenti aerei, così chi aveva una attività in città lasciava la famiglia al sicuro e poteva raggiungerla la sera col treno. Quegli stessi ragazzi sfollati frequentarono le nostre scuole elementari e si unirono volentieri ai giochi dei nostri, ma arrivavano pure tanti bambini piccoli per respirare aria buona, persino lattanti con le loro balie. Enrico rammenta che d’estate, quando accompagnava la mamma nei lavori dei campi, sovente incontrava “molte signore distinte, che passeggiavano, lungo la loro stessa strada, riparate da un ’ombrellino di seta, il cappello di paglia, coperte fino al gomito, erano bianche come il latte. In apparenza tanto fragili, hanno poi felicemente superata la venerabile età di novant’anni”.

Alla mia cara signora maestra (Sig.ra Giannina Cardani Magistrali)

Se mi avesse dato questo tema, da piccolo, quando negli anni cinquanta ero suo allievo alle elementari, assieme ed altri trenta coetanei, probabilmente mi sarei piantato sul banco, per ore a succhiare la cannuccia della penna, a guardare l’intelaiatura della finestra, per cercare di rimediare quelle poche misere e stiracchiate righe, che solo la sua grande bonta’ avrebbe potuto premiare con un 6 meno meno. Oggi, quando penso a quegli anni gioiosi trascorsi, seguiti amorevolmente dalla sua presenza in classe, tale é la folla dei ricordi che affiora alla mente, che duro fatica ad organizzarli e dubito di renderLe quell’omaggio e quella doverosa gratitudine per avere guidato, nel rispetto della libertà e delle tradizioni della mia famiglia, i mie anni più belli. Mai fu traumatico l’incontro con la sua persona. Quella scuola, che pur copriva quasi l’intero arco della giornata, con la sua mediazione di brava e paziente mamma ci guidava nel modo piu’ semplice verso ciò che per noi cominciava ad essere il Sapere. Ma se una cosa abbiamo appreso, oltre al saper far di conto e allo scrivere, questa fu il rispetto per tutto quanto aveva permeato la  società locale: la famiglia e la religione.  Eravamo piccoli, ma grazie a Lei conoscevamo già qualcosa di Manzoni, dei Promessi Sposi, di Dante, per non parlare dell’epopea del Risorgimento concluso con la I^ Guerra mondiale, nel corso della quale erano periti al fronte due suoi fratelli. E da lei veramente fu corretto apprendere quell’amore per la Patria, che culminò in classe con la festa per la liberazione di Trieste alla quale ci eravamo preparati con la canzone di “San Giusto”.  Amore di patria, che avremmo scoperto strumentalizzato in negativo o in positivo, ma comunque mai nella corretta dimensione. E quando, molti anni dopo, con i figli alle elementari, dovetti inutilmente difendere il diritto ad un segno di croce, prima di entrare in classe, veramente, con immenso affetto, ripensai a Lei, a quelle letture del Vangelo che ci faceva in Quaresima, ai fiori appena recisi coi quali le compagne ornavano l’immagine della Madonna, che ci proteggeva da dietro la sua cattedra.  E quanta innocenza in quella piccola astuzia di spostare i piu’ diligenti in fondo alla classe, il giorno della visita del direttore, perche’ interrogando questi, quelli che solitamente, dal posto che occupavano, dovevano essere i meno diligenti, rimanesse piacevolmente soddisfatto dalle risposte. Belli e spensierati, quegli anni, cara signora Maestra, così come immensamente triste fu quel giorno nel quale dovemmo accompagnarLa al Camposanto in una lunga e interminabile fila di ex allievi che da poco Lei aveva licenziati. Ma così come non mancheremo mai di recitare una preghiera sulla sua tomba, non potremo mai dimenticare il suo dolce e materno insegnamento.

Con filiale rispetto e ricordo

suo dev.mo Anselmo Carabelli

Ul Giacon da pel (Il giaccone in pelle)

(di Anselmo Carabelli )

Si fa presto a dire Giacon da pel, associandolo al montone, da alternare al cappotto invernale nei giorni importanti, per me esso è e rimane, quello in fiore di pelle nera e lucida, dagli inconfondibili grossi bottoni a Grelots ricavati dai ritagli, indossato con orgoglio dai nostri papà. Fu per molto tempo e fin verso la fine degli anni 60 il caldo conforto invernale per l’uomo che, avendo raggiunto la maturità professionale ed economica, poteva finalmente permetterselo. Stimolato in ciò, da un suo proprio immaginario, che aveva fatto del giaccone in pelle l’indispensabile tutore e compagno degli ardimenti degli aviatori della prima guerra “alla Baracca”, o dei più invidiati miti dell’automobilismo competitivo da Varzi a “Nivola”. Eroi “dantan”, gelosamente riprodotti sulle ricercatissime e rare cartoline, o visti dal vivo nei tanto amati  Cinegiornali “Luce”. Fu’ quindi a pieno titolo l’antesignano dell’abbigliamento sportivo, e quando finalmente ce lo si fosse potuto permettere, esso avrebbe immancabilmente accompagnate le giornate fredde “festa o di’ lau’”che fossero, per tutti gli anni a venire. A ragione, però, perché, niente poteva violare quel mitico “scafandro”, non la pioggia, la “nèbbia” o peggio la micidiale neve bagnata, perché sotto si sarebbe rimasti sempre all’asciutto, ovattati nel tepore dell’inconfondibile fodera di flanella nocciola. Questo affermo per averlo casualmente testato durante il famoso gennaio 85, quando dopo aver smesso tutte le moderne giacche a vento, miserabilmente infradiciate dalle continue nevicate, mi ricordai di quel giaccone del papà.  Solo indossandolo ho potuto spalare asciutto e far via montagne di neve dal tetto, in quello che per me rimane tuttora l’inverno più inverno che abbia mai visto. Con quello, i nostri papà, potevano permettersi di sfidare il vento delle prime corse in moto.  Alla guida di un Guzzino o se più fortunati di una Zundapp a cardano o di una bella Guzzi Cinquecento con volano ad affettatrice, per gustare la velocità consentita dal nastro di asfalto della prima autostrada del mondo e dall’assenza di traffico, essi entravano al casello di Cavaria e via a manetta  verso  quello di Vergiate. Lo si indossava anche per la messa domenicale, del resto l’Orsenigo (pittore della nostra chiesa) non lo aveva dipinto a mo’ di blusa pei notabili che accompagnano il baldacchino di San Carlo, li’ in Chiesa a destra del suo altare, e se quelli in effigie lo potevano portare, perché non portarlo anche dal vivo? Si entrava nel laboratorio di sartoria in pelle del Sig. Emilio Cassani, per gli jeraghesi “Mili Ross” con evidente riferimento al colore dei capelli e dei baffi, per farsi finalmente prendere le misure e scegliere il colore, sempre nero perché erano solo gli “Sciuri”  che lo ordinavano marrone col risvolto di Astrakan. E così, una volta pronto e indossato quel capo, ci si poteva unire alla folta schiera degli importanti clienti del nostro, qui richiamati dalla sua abilità di sarto e dalla spontanea simpatia per la tenacia di quell’uomo, per nulla piegato dalla malasorte che, piccolo, in un incidente agricolo, lo aveva privato di una gamba. Anzi fu proprio quella menomazione che affinò in lui le naturali doti di caparbietà, di rivalsa e di intrapresa e per vivere imparò l’arte di sarto e la necessaria manualità. Non potendosi però rassegnare alla forzata lentezza del suo incedere, egli conseguì anche uno dei primi “Permis de Conduir o Patente” che lo abilitava alla guida del suo “ Side-Car = motocarrozzino” e della sua prima automobile, di quelle scoperte con le ruote in legno. Poteva finalmente lanciarsi in mirabolanti corse, altrimenti inibite, al fianco della inseparabile consorte. Siamo negli anni tra il ’20 e il ’30, quando l’auto se la potevano permettere in pochi, giusto qualche industriale, il dott. Tani  o la contessa del Castello, e allora il nostro, pensò di associare l’utile al dilettevole, lui sarto avrebbe prodotto giacche, non le solite di fustagno bensì in pelle, indispensabili per viaggiare  sui veicoli scoperti dell’epoca. Attrezzò alla bisogna il suo laboratorio di Via Indipendenza per soddisfare le esigenze di una clientela facoltosa e sempre più numerosa, la stessa che egli incontrava ai moto raduni dell’epoca, ai primi meeting automobilistici cui partecipava da appassionato ed abile chaffeur. A quei raduni non poteva passare inosservato quel personaggio che a dispetto della sua gamba di legno pilotava, con grande sicurezza  importanti vetture, l’ultima delle quali, ricordo, fu una bellissima LANCIA Ardea nera. Dal suo laboratorio, oltre a queste splendide e ambite giacche uscivano le famose “sporte in pelle intrecciata”, che la moglie confezionava  intessendo a grandi trame i ritagli  in pelle residuati dalla confezione. Con un po’ di fortuna se cercate con attenzione sullo “Spazacà”- Solaio non vi mancherà di ritrovarle ancora pronte per uscire a far spesa sul braccio delle nostre brave nonne–masere.  Emilio Cassani morì nel 1982,  a ottantasei anni, insignito del Ditale d’Oro dagli Artigiani della Provincia di Varese, quando  era  decano degli automobilisti della Provincia di Varese-ACI (così come ebbe modo di ricordare il Gazzettino Padano), cioè il conduttore di auto dalla patente di più vecchia data della provincia.   

Ricordo di Padre Eugenio Rustighini- Padre missionario comboniano

Jerago        17 giugno 1942

Venegono    17 marzo 2010

 “Ogni uomo è chiamato ad essere come quei fiori nelle crepe delle rocce, invisibili a tutti, nati per la gloria di Dio.  Se poi qualcosa di quanto si fa deve essere riconosciuto dagli uomini, lo deciderà Dio. ”

Così descrive la vita del Missionario Don Massimo Camisasca, rettore della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo e  questa definizione bene si adatta a padre Eugenio, egli infatti fu poco conosciuto da noi, suoi concittadini e parrocchiani,  perché la sua Missione lo ha sempre  tenuto lontano dal paese e quindi affidiamo il ricordo alla memoria delle sue brevi presenze tra noi in occasioni particolari, così come appare dagli articoli tratti dalla voce del Parroco di Don Luigi Mauri  e da un Popolo in Cammino di Don Angelo Cassani e di Don Remo Ciapparella

 

Eugenio Rustighini nasce a Jerago da Pierino e Antonietta Brambilla, secondo di cinque fratelli dei quali in vita: Teresita, Sandro e Pino.

La sua infanzia tranquilla emerge dal racconto dei coscritti in occasione della festa per il suo venticinquesimo

 “ Le nostre menti vanno alle prime esperienze dell’asilo infantile, alle elementari con la severa maestra Giuseppina; le filastrocche, i giochi semplici e poveri. L’amico Ferruccio prematuramente scomparso, il Cantone della Madonnina. Rivediamo la tua fisionomia di bambino dal tratto gentile e riservato, pronto anche a non sottrarsi alle punizioni per qualche marachella compiuta da altri e accettate anche da te per solidarietà verso l’amico”

1953 a undici anni entra nel seminario dei Tommasini a Torino

1953-1958 completa gli studi ginnasiali a Torino

1958 matura, seguito da padre Enrico Farè, il desiderio di entrare nei missionari Comboniani

1958-1961 studi liceali a Carraia  (Lucca) presso l’Istituto Missioni Africane

1961-1963 noviziato a Gozzano (Novara) al cui termine emette i primi voti

1963-1966 compie tre anni di studi teologici a Brescia, dove ricopre anche l’incarico di “prefetto dei giovani seminaristi”, alla fine di questo ciclo nel 1966 il giorno 9 settembre  emette  i voti perpetui

1966-1967 quarto anno di teologia a Venegono

28 giugno 1967 ordinato sacerdote a Milano dal Cardinale Giovanni Colombo

29 giugno 1967 Prima santa messa a Jerago

Ecco l’entusiasmo del parroco don Luigi Mauri, trasparire dal saluto al nuovo Sacerdote che sarà destinato alla Missione:

 “Io sento di essere in questo momento appena una conchiglia, la quale dell’ampia risonanza del mare, non reca che un murmure fioco. Ma tu nella mia voce ascolta la voce di molti; nel mio palpito intendi il palpito di tutti i tuoi parrocchiani : di quelli presenti e di quelli  assenti; di quelli che ti  accompagnarono all’altare; di quelli …. e sono i più numerosi, che in Africa attendono la tua opera di missionario ”

 Nelle note di don Luigi si trova anche un tenero pensiero alla mamma di padre Eugenio

 “ … quelle mani che, fanciullo, egli abbandonava nelle tue per sentirsele riscaldare dall’amoroso gesto della materna protezione: quelle mani ora si sarebbero levate sul tuo capo e ti avrebbero benedetta col segno della Redenzione. E lo accogliesti in ginocchio quel segno e lo serrasti nel cuore come pegno della tua offerta, come simbolo della tua vita futura. Da allora, sia breve sia lunga la distanza che vi separa, i vostri cuori procedono affiancati, uniti lungo il cammino segnato: l’uno attivo paziente modellatore e cesellatore delle Anime che Dio gli Affida: l’altro silenzioso, fiammella perennemente ardente nella preghiera, quale vedetta vigile al cesello del figlio.” ( la voce del parroco 27-5-1967)

Parole, queste, che acquistano oggi  una luce particolare se si pensa che la mamma di don Eugenio sopravvisse al figlio di solo poche settimane.

Il compito di descrivere l’opera di padre Eugenio viene ora molto facilitato perché è lui stesso a narrarla su Popolo in Cammino in occasione del 25° di sacerdozio.

“Ordinato sacerdote il 28 giugno del 1967, nell’agosto dello stesso anno raggiungo Rebbio di Como come Vicerettore del Seminario Minore. Vi resto fino al settembre 1973. Trascorro poi 6 mesi a Parigi per rinfrancare il francese prima di partire per la Repubblica Centrafricana dove sono stato destinato dai superiori. Se ben ricordo il 30 maggio del 1974 m’involo per questo paese: Linate-Marsiglia-Bangui, dove giungo alla sera accolto da numerosi confratelli e dall’allora Pro-nunzio Mons.Tagliaferri, ora nunzio a Madrid. Pochi giorni dopo sono già nella missione di Boda nel Sud Ovest del Centrafica. Vi resterò fino al 1981 svolgendo l’attività pastorale di ogni Missionario: cura dei catecumeni, corsi per catechisti, amministrazione dei Sacramenti, aiuto ai più poveri tra i tanti poveri, senza trascurare la manutenzione delle opere della missione in vari villaggi, su un territorio quanto mai esteso. L’aspetto prettamente sociale, come l’alfabetizzazione, la cura alle malattie, ecc. era curato  in gran parte da una suora vietnamita di una congregazione francese. Nel 1981 vengo eletto Superiore Provinciale dei Comboniani del Centrafica e del Ciad. Mi trasferisco nella capitale per comodità di sevizio e per relazioni con le autorità religiose e civili. Questo incarico mi dà l’opportunità di visitare tutte le missioni tenute dai Comboniani in Ciad. Impegno difficile e delicato che svolgo fino al dicembre 1986,  in quanto sono stato rieletto  dopo i primi tre anni, ed in seguito, nel Capitolo Generale della Congregazione del 1985 si decise che io  terminassi sei mesi prima per lasciare più tempo al nuovo eletto. Durante questo tempo ho potuto condividere gioie e delusioni di tanti Missionari, momenti belli e momenti difficili, specie in Ciad a causa della guerra. Conservo un buon ricordo di tutti, specie per il grande impegno ed abnegazione di tanti, che senza badare a fatiche si sono sempre prodigati al servizio dei più bisognosi. Nel 1987 vengo in Italia per un corso di aggiornamento e i superiori mi mandano a Casavatore (Napoli) per animazione missionaria ed incarico dell’economia della comunità. Arrivo a Napoli nel luglio del 1988 e vi rimango fino a giugno 1991 in quanto ci sono nuovi spostamenti. Per un cambio ritenuto necessario a Gordola (Confederazione Helvetica), i superiori mi assegnano a questa comunità, dove giungo in maniera stabile l’11 novembre 1991, come superiore e Cappellano della Clinica S. Chiara di Locarno. Non Credo di dover fare commento a questo mio iter in  25 anni di sacerdozio. Desidero solo ringraziare il Signore e tanti tra voi che sempre , in vari modi, mi sono stati vicini ”

Così il suo periodo africano viene descritto nella rivista dei Comboniani :

“Una sua caratteristica, come provinciale, era l’attenzione per la salute fisica e morale dei confratelli. Se si accorgeva che in una comunità c’era un problema, non esitava a mettersi un viaggio e a percorrere centinaia di chilometri per andare a rendere visita ai confratelli, cercare di risolvere al meglio le cose e riportare la serenità. P. Eugenio è stato provinciale nei momenti più difficili e delicati che il Centrafica e il Ciad abbiano passati: colpi di stato, guerre civili, momenti di forte tensione tra guerriglieri e il governo. Sono stati momenti di paura e di pericolo per tutti: è stata uccisa tanta gente innocente e sono stati distrutti molti villaggi. I missionari sono rimasti isolati gli uni dagli altri per parecchi mesi, dato che era pericoloso viaggiare. Si erano addirittura persi i contatti con loro e diventava sempre più difficile ottenere il permesso di uscire o entrare in Ciad ”.

Ecco come padre Eugenio confida a don Angelo Cassani ed ai parrocchiani di Jerago i suoi sentimenti per il suo ritorno in Italia.

“Come missionario debbo confessare che la decisione dei superiori di trattenermi in Italia per qualche tempo mi è costata, d’altra parte come religioso ho il dovere dell’Obbedienza e come cristiano devo cogliere il disegno di Dio che sempre guida la storia personale di ciascuno per il miglior bene della Chiesa e per l’avvento del Suo Signore”.

 Ricordando a Don Angelo le difficoltà del nuovo impegno a Napoli con la lettera del 18-7-1988 rammenta che:

 “ il timore di non riuscire c’è nel mio cuore, ma evidentemente come ogni tipo di timore; anche questo è frutto di una insufficiente fiducia nel Signore per cui ti assalgono dubbi con ogni tipo di timore, ti tormenti con problemi ingigantiti dalla tua fantasia. Quando con l’aiuto del Signore, mi metterò tranquillo nelle sue mani, lasciandomi guidare da Lui, tutto sembrerà più semplice, pur restando le medesime difficoltà ”.

Nel 1999, dopo Gordola,  rientra a Venegono dove opera, limitatamente alle sue forze fisiche,  nell’animazione missionaria e nel ministero pastorale fino ai suoi ultimi giorni. Qui ha saputo trasformare la sua condizione di fragilità fisica ancora una volta in una Missione, grazie alla sua presenza continua nelle parrocchie vicine, rendendosi disponibile per la confessione e la direzione spirituale nei confronti di tante persone che andavano a cercarlo  ed alle quali dedicava tanto tempo e preghiera .

Un confratello comboniano potrà  testimoniare:

“Con la sua morte ci ha lasciato un vuoto, ma anche una eredità. Ci ha insegnato che la vita va vissuta nel quotidiano. Come un dono da amare e condividere. Possiamo dire che la fedeltà ha caratterizzato tutta la vita di P. Eugenio: fedeltà alla sua vocazione missionaria, fedeltà alla preghiera, fedeltà agli impegni che gli sono stati affidati in tutti gli  anni della vita sacerdotale”

Don Remo Ciapparella, Parroco di Jerago, nell’omelia per il funerale farà notare che proprio il 19 marzo,  era previsto un incontro con padre Eugenio e i parrocchiani di San Giorgio, nel quadro dell’anno sacerdotale, ma Padre Eugenio, quella testimonianza aveva resa con la sua morte a conclusione di una vita donata.

Breve biografia di Carlo Mastorgio

Nato a Jerago il 15-11-1942 – morto ad Arsago il 19-12-1997. Fu studioso appassionato della storia del territorio, archeologo, archivista, conservatore archeologico del Museo della Società Gallaratese di Studi Patri. Operò a vari scavi in Castelseprio, sotto la guida dell’allora Sopraintendente archeologico per la Lombardia  Mario Mirabella Roberti. Apprezzato per serietà scientifica, diresse ad Arsago lo scavo della necropoli longobarda della via Beltrami recuperando 283 tombe. Si dedicò con passione alla nascita del Civico museo archelogico di Arsago, inaugurato nel 1983, di cui divenne conservatore fino alla prematura morte nel 1997. Alcuni suoi scritti scientifici e saggi, sono conservati: presso il  museo Bicknell di Bordighera- Fondazione Lamboglia, presso la Società Archeologica Comense, presso i fondi speciali della Biblioteca Luigi Maino di Gallarate. Tra  questi ricordiamo una ritrascrizione della:  “Cronaca di Gallarate dal 1830 al 1881 manoscritto di Gaetano Pasta- macellaio”. Per Jerago ed Orago con Turri e Dejana ha rinvenuto materiale romano dell’epoca Claudia e balsamari, specchi di argento su fondi di capanna e materiali fittili, glans (proiettili legionari da fionda) – che sono visibili presso il museo di Gallarate “Convetino”;  ha rinvenuto formelle esagonali provenienti da una officina di mattoni della Via G. Bianchi. Nella teresiana località ad Fanum- Dialett. a fan ha intuito la presenza  del famoso tempio di Jerago. Ha studiato con passione la storia di Orago. A lui si deve una  ricerca sulla famiglia Lampugnani, poi Bonomi, nel quadro delle vicende sul salvataggio della statua di San Giuseppe nei prati di Orago (oggi al Giambello). Per Don Angelo Cassani ha dato il primo autorevole riconoscimento scientifico alla romanicità del Campanile di San Giorgio, pubblicando le sue osservazioni in “Raccolta di Appunti e Note in occasione della inaugurazione dell’opera restaurata-Jerago 8 ottobre 1991– Ha fatto parte della Commissione cultura e storia locale (voluta dal comune di Jerago con Orago, con la presidenza dell’ing. Gaetano Bruni) contribuendo con le sue segnalazioni al salvataggio di  opere e manufatti antichi quali : – l’affresco mariano (fortunosamente recuperato) oggi visibile al centro anziani don Ghiringhelli, – la Colonna tardo Antica della cascina Marazzi (salvata con l’interessamento della Sovraintendenza) e l’affresco  mariano della cascina Pilatello; l’affresco della cascina Molinello – il Crocifisso della Casina Molinello. Negli anni settanta ha operato perchè l’antica chiesa di San Giorgio in abbandono, non fosse distrutta, rallegrandosi e caldeggiando con conferenze ed articoli gli interventi di recupero di don Angelo Cassani del Campanile e della chiesa antica. In collaborazione con lo scrivente, Anselmo Carabelli,  ha  preconizzato, sulla base di studi di archivio, l’esatta ubicazione della antica chiesa di San Giorgo del VII sec. Confermata dai successivi scavi.  A lui si debbono libri sulla storia di Arsago, di Carnago, di Sumirago ed una collaborazione con Mons. Eugenio Cazzani appunti sulla storia antica di Jerago e di Crenna.

Don Massimo Cervini Parroco di Jerago dal 2/8/1916 al 3/5/1945

Ricordo di un  parroco vissuto nella nostra comunità tra le due guerre

in occasione della traslazione avvenuta in data 6 aprile 2009 dei resti mortali dalla originaria tomba nel cimitero di Jerago alla Cappella (ex Zeni) che il Comune ha destinato ai sacerdoti defunti.

Biografia di Don Massimo Cervini

Nato a Castronno  il 28 aprile 1879

Ordinato sacerdote dal beato Cardinal Ferrari il 24 maggio 1902

Inviato dallo stesso cardinale quale coadiutore a Sesto Calende

Dal 6/12/1906 inviato coadiutore a Somma Lombardo

Nominato parroco di Jerago il 2 agosto 1916

Ottiene il regio placet[1]in data 6 febbraio 1917

Fa il suo ingresso in parrocchia la domenica 18 febbraio 1917 in forma non solenne, in considerazione della difficile e triste situazione bellica che causava vittime anche nelle nostre famiglie.

Il piccolo borgo di Jerago con Orago a seguito dell’industrializzazione indotta dall’avvento delle ferrovie, prima, e dalla distribuzione della corrente elettrica dalla centrale di Vizzola, ebbe un  vigoroso sviluppo demografico che si rileva nell’osservare come dai 1085 abitanti del 1907 si arrivi ai 2037 del 1944. L’impegno di integrare interi nuclei familiari, attratti delle industrie locali, il grave disagio bellico e postbellico  segnato dai lutti per i caduti al fronte,  l’acuirsi di fermenti sociali che accompagnarono lo sviluppo industriale, offrono un quadro preciso delle specifiche difficoltà nelle quali Don Massimo Cervini si trovò ad operare nello svolgimento della sua missione di Parroco di Jerago.[2]Non dimentichiamo anche l’impegno profuso nella educazione maschile e femminile, nel far nascere gli oratori, coadiuvato dalle Figlie di Maria Ausiliatrice e l’attenzione verso il nuovo fenomeno della occupazione femminile [3]. Nel primo ventennio del secolo scorso si stava diffondendo una spiccata tendenza massimalista fortemente atea ed anticlericale estranea alla componente socialista locale (si rimanda ancora a nota 2) . Nel 1922 per rispondere alle esigenze di una popolazione ormai raddoppiata affronta la costruzione della nuova chiesa di San Giorgio, che iniziata nel 1923 viene ultimata nel 1927, è un’opera eccezionale per impegno forse l’unica chiesa nuova edificata nel gallaratese in quel periodo di crisi economica.  Ma dal 24 in poi con l’avvento del fascismo in partito unico si prospetta per la Chiesa e quindi anche per la nostra parrocchia una nuova emergenza insita nella natura totalizzante di un regime che avocava a sé tutti gli elementi formativi della gioventù, a partire dall’inquadramento paramilitare dei piccoli: balilla, figli della lupa, avanguardisti, giovani italiane ecc., colonie elioterapiche. Ai quei potenziali pericoli la Chiesa si oppose difendendo con fermezza gli oratori, le associazioni cattoliche e le confraternite,  tenendo viva nei giovani e nelle famiglie l’educazione cristiana alla libertà ed alla responsabilità. Una Chiesa viva e amata che diverrà un punto saldo di riferimento dopo la caduta del regime nel 43, quando molte certezze basate su fragili e falsi  orpelli si riveleranno tragicamente false. Al  fine di confermare storicamente l’impegno di don Massimo verso l’educazione cristiana del suo popolo, rileviamo gli indirizzi dati al parroco dal Cardinale Ildefonso Schuster e le  considerazioni sul suo operato, emessi nel corso delle  visite pastorali:

13-14 settembre 1932 (fonte: decreti emessi in calce alla visita pastorale): “quanto alla gioventù maschile, abbia di mira sig. Parroco, che al più presto si abbia un regolare oratorio e intanto faccia del suo meglio per assistere i giovinetti che raccoglie nella Chiesa, facendosi coadiuvare da cooperatori e dalle rev. de Suore .”

26-27 ottobre1938 (fonte relazione alla visita): “Dopo aver visitato la Chiesa, l’eminentissimo  visita l’Oratorio Maschile, l’Oratorio Femminile e l’Asilo”

Nella relazione a tale visita si legge: “Sua Eminenza al Vangelo ha dato un commovente addio alla popolazione, dicendosi lieto di quanto ha trovato in parrocchia, specie riguardo agli Oratori ed alle Associazioni in piena efficienza” .

14-15 marzo 1944 (ultima visita del Cardinale vissuta dal nostro parroco don Massimo- relazione della visita) “ Sua Eminenza dopo aver adorato il SS. Sacramento sale il pulpito e dice della relazione mandata dal parroco, che ha letta e riletta e trova che la parrocchia è un giardino fiorito, il cui merito si deve, dopo Dio, al giardiniere.”[4]

E fu allora dal ’43 che  don Massimo  seppe esercitare quella funzione di autorevole e prudente consiglio che impedì gravi lutti, in specie quelli legati a lotte fratricide che aprono ferite difficilmente sanabili. Il Signore volle chiamarlo presso di sé improvvisamente mentre tornava in bicicletta da Albizzate, dove si era recato per le confessioni, era il 3 maggio 1945. Forse il suo compito di accompagnare indenne il nostro paese in momenti così tragici era veramente finito e poteva dirsi compiuto.

La memoria della vita di don Massimo risiede nei ricordi che ogni famiglia custodisce gelosamente dentro di sé e tramanda, ma la memoria collettiva non può far a meno di raccontare ai posteri l’episodio della difesa delle nostre campane. In ottemperanza al Regio Decreto 23 aprile 1942 si era fatto obbligo di consegnare 600 kg di bronzo, perciò erano state rimosse posandole a terra la quinta e la quarta campana, le piu grosse. Lasciate comunque in custodia al parroco in attesa del  ritiro. Ma sia per l’opposizione del parroco alla requisizione, sia per il rifiuto, su consiglio del parroco, del sig. Tondini  Paolo, titolare di impresa di trasporti, di prelevare le campane del suo paese e consegnarle alla fonderia Bianchi di Varese, queste rimasero nel cortile dell’oratorio (attuale sedime dell’Auditorium). Il caos amministrativo seguito all’8 settembre 1943, consigliò prudentemente di nasconderle interrandole vicino alla chiesa vecchia, nel luogo dove anticamente vi era il cimitero e così furono salvate. Gli avvenimenti vollero che il Parroco dopo il 25 aprile ’45, ormai a liberazione avvenuta facesse riposizionare le campane sul campanile.

Il 3 maggio 1945  le campane, tutte finalmente ricollocate nella cella campanaria, daranno i loro primi rintocchi, purtroppo mesti rintocchi, per segnalare alla popolazione la  morte  del Parroco Don Massimo Cervini.

(il presente testo è stato redatto da A. Carabelli con riferimento: all’Archivio Parrocchiale di Jerago, al testo di E. Cazzani “Jerago la sua storia”, al testo di  Mons. Francesco Delpini “Aggiornamenti a Jerago la sua storia”, al testo ai A. Carabelli “Jerago con Orago- un secolo coi suoi protagonisti”, al testo di A.Carabelli ed E.Riganti “Vita di un Borgo nell’alto Milanese – Le ricette della nonna”).

[1]All’epoca, anteriormente al Concordato, i Parroci  designati dal Vescovo, prima dell’insediamento dovevano ottenere il consenso del regio ministero di Grazia e Giustizia

[2]Per meglio conoscere gli avvenimenti di quegli anni si legga di A. Carabelli  in “Jerago con Orago –Un secolo con i suoi protagonisti,  Macchione editore 2008 nota n. 7 pag. 44-45-46

[3]Archivio Parrocchiale, liber cronicus vol. 1 p.p. 123-124 anno 1921 in esso Don Massimo Scrive “ per salvare almeno la donna dall’organizzazione socialista, si è tentato di riunire le nostre donne Nella Unione del Lavoro ed a tale scopo molto si adoperò il sig. Gallazzi dell’Unione di Gallarate. Si riuscì ad organizzare quasi tutte le operaie della ditta Carabelli e tutte le nostre operaie  che lavorano a Besnate ed a Cavaria…..”

L’oratorio maschile all’inizio fu in via G. Bianchi, affittando uno stabile di proprietà di Felice Riganti, cortile per giochi e sala teatro. All’ingresso di tale cortile campeggiava una edicola della B.V. della Salette . Dal 1927 si trasferirà nella chiesa vecchia dismessa al culto, dopo l’edificazione della nuova chiesa di san Giorgio. Sul sedime oggi occupato dall’Auditorium sarà costruito un campo di calcio , dotato anche di giochi per ragazzi quali il famoso passo volante.

[4]Cazzani “ Jerago “ pag. 114

Cappella funeraria Bianchi

Descrizione  (testo A. Carabelli)

La cappella funeraria Bianchi  sorge in prossimità della seicentesca chiesa di San Rocco. Presenta una struttura architettonica semplice, a pianta rettangolare decorata esternamente a bugnato solo leggermente accennato. Costruita verso il 1820 per la famiglia milanese di Giacomo Bianchi e Giuseppa Bordini: genitori  di Giulio Cesare committente dell’ edificio  e marito di Carolina Besozzi,  nipote di Pietro Verri. I Bianchi prendono domicilo a Jerago, per aver acquistato il castello ed edificano presso il camposanto locale la propria  cappella funebre, secondo l’uso della nobiltà milanese. I decori interni vengono affidati ai più noti scultori milanesi dell’ Ottocento che operano prevalentemente all’Accademia di Brera. Internamente nella parte alta Pompeo Marchesi esegue un “genio funerario”. Il monumento per Giulio Cesare Bianchi è collocato nella nicchia centrale  nobilitata dall’Angelo,  opera di Antonio Tantardini 1864. A destra dell’Angelo il sarcofago di Ippolita Bianchi Gori, eseguito su disegno dell’architetto Maffioretti. Il busto di Ippolita Bianchi Gori  morta nel 1876  si trova presso l’asilo di Jerago a lei dedicato.

La cappella presenta ai quattro angoli i busti dei defunti della casata: Busto della prima moglie di Giulio Cesare, Ippolita Caccia  Dominoni, scultura di anonimo. Busto della seconda moglie, Carolina Besozzi, ad opera di Giuseppe Croff.  Busto  del fratello Giovanni Battista, scolpito da Pompeo Marchesi, dedicato dallo stesso scultore con  motto all’amico. Busto, della sorella Giovanna di Giulio Cesare, opera di Tantardini  verso il 1871.

Vicende dei Visconti di Orago e di Jerago- legame visconteo che unisce i due castelli

(ricerche A.Carabelli)

L’inizio della ramo locale dei Visconti di Orago ed Jerago si fa risalire a Gaspero figlio di un certo Pietro che, nel 1310, compare nell’atto di concordia tra Torriani e Visconti, procurata da Enrico VII, la cui osservanza fu giurata, in assenza di Gaspero, capostipite dei due rami, dal fratello Lodrisio. Gaspero ebbe tre figli: Antonio, milite milanese, cui fu assegnato il castello di Orago, Azzo, a cui fu assegnato il castello di Jerago e Giovanni, a cui fu assegnato quello di Fontaneto d’Agogna.

La Vicenda storica

La distruzione di Castelseprio del 1287 avvenuta  ad opera del Vescovo Ottone Visconti, storicamente ritenuta culmine delle lotte fra Torriani e Visconti, rese necessario nel 1310 da parte dell’imperatore Enrico VII l’atto di concordia fra le due famiglie milanesi. In esso si prevedeva anche l’insediamento di membri della famiglia Visconti nei tre presidi pedemontani di Orago-Jerago–Fontaneto d’Agogna. Quindi gli accadimenti del ducato di Milano si potranno leggere anche nel nostro territorio attraverso le vicende  dei discendenti del ramo jeraghese ed oraghese di Gaspero Visconti.

-Antonio Visconti di Orago milite milanese, fu podestà di Cremona negli anni 1353, 1397-1398, la medesima carica fu  ricoperta anche dal nipote Pietro Visconti di Jerago nel 1372 e nel 1399, già  podestà di Bergamo nel 1357-1359.

-Figlio di Antonio  sarà Gentile che sposò il 3 agosto 1394 Valentina Visconti, nell’epoca in cui  Giangaleazzo Visconti è  duca di Milano. Alla  morte del duca, nel 1402,  Caterina diviene tutrice dei figli: Giovanni Maria e Filippo Maria (futuro successore di Giangalezzo, raggiunta la maggiore età),  per tale compito di tutela fu  affiancata  dal consiglio segreto  di reggenza  da cui, nel 1403, sarà costretta ad allontanare, per calunnie risultate poi infondate, il primo cameraio – primo ministro Francesco Barbavara, che è marito di Antonia Visconti di Jerago.

Gentile di Orago e Valentina sua moglie ebbero tre figli: uno, di cui non si conosce il nome, poi  Antonpietro e Francesco.

Gentile è cugino in secondo grado di Antonia Visconti Barbavara. Antonia che in prime nozze si unì a Francesco Barbavara sposerà in seconde nozze, nel 1417, il famoso Francesco Bussone detto il Carmagnola, cioè l’uomo d’arme più importante del ducato al servizio del successore di Gian Galeazzo, Filippo Maria Visconti. 

In Milano alla morte del duca Giangaleazzo, essendo i suoi figli minori, si scatenò tra le famiglie milanesi un’autentica guerra per la successione. Anche una sollevazione nei confronti del Consiglio di reggenza, tale da chiedere alla vedova Caterina una modifica dei suoi componenti.

Il Barbavara, tutore dei figli predestinati eredi, viene allontanato da Milano con accuse poi risultate infondate.

È difficile capire quale posizione abbiano ricoperto i Visconti di Orago ed Jerago in queste lotte. Sicuramente non poterono godere della larvata protezione della cugina Antonia  figlia  del visconte di Jerago, dopo che il marito Barbavara fu allontanato dal governo milanese nel 1403.

1402 Distruzione dei castelli di Orago- e Jerago 

In quel periodo anche il Seprio era in subbuglio. Le cronache dicono che il castello di Jerago tenuto da Pietro Visconti, cugino dell’oraghese Gentile, fu distrutto nel 1402, ma medesima distruzione toccò al castello di Orago sempre nel 1402.  Si presume ad opera del capitano di ventura Facino Cane, alla guida di bustesi e gallaratesi i quali, se prestiamo fede agli studi di Eugenio Cazzani, volevano ribellarsi, con tale gesto, alle vessazioni delle tasse pagate ai Visconti, danneggiando i Visconti locali, che ben conoscevano poiché il comune di Allierago era possessore di terreni in Busto.

In un documento, noto come testo della capitolazione di Monza sottoscritta il 1° maggio 1413, da Valentina Visconti (moglie di Gentile) dinanzi al Carmagnola- risulta che Gentile insieme al padre milite Antonio, dopo aver avuto distrutto il suo castrum de Urago per illos de Busti et Gallarate” beneficiò d’un largo perdono: proibizione a chiunque di molestarli o arrestarli, possibilità di riacquistare onore e fama, facoltà di libera circolazione nel territorio del ducato. Un colpo di spugna, commenta Oltrona Visconti, che dissolveva le ombre del loro recente passato. E nella capitolazione di Monza si accenna espressamente alla indigenza in cui i signori di Orago erano caduti, a causa delle devastazioni delle loro case in Milano, con dispersione dei mobili e suppellettili e dovendo anche mantenere “matre et tribus filii”.  Indigenza dovuta anche al blocco delle sue rendite in Orago aiutato (Gentile) solo dallo stipendio del padre (Antonio), quale familiare con stipendio della duchessa reggente Caterina.  Alcuni cronisti dicono che Gentile, in qualità di marito della sorella naturale della mamma di Filippo Maria Visconti, duca di Milano, (nonno materno comune- Bernabò) fosse benvoluto da Filippo Maria, suo cugino, anche se solo naturale. Gentile fu pienamente riabilitato, nell’onore e nelle finanze, tanto da consentirgli di ricostruire il castello, avvalendosi, in ciò, dei preziosi indirizzi del Carmagnola, divenuto suo affine per aver sposato nel 1417 la cugina jeraghese Antonia (sue seconde nozze, alla morte di Barbavara). Castelli, quello di Orago e quello di Jerago, dai quali tutti gli sbandati o gli armati si terranno lontano. Ce ne saranno tanti di questi passaggi di Svizzeri, Spagnoli, Francesi sempre in corrispondenza delle lotte di supremazia per il Ducato di Milano.  Il castello di Orago, grazie a questa sua peculiarità diventa un punto di riferimento bellico.

Conosciamo Antonpietro, figlio di Gentile, che oltre  al castello oraghese aveva abitazione in Porta Nuova a Milano, nella parrocchia di san Nazaro in Brolo. Egli redige testamento nel 1475 col quale, dichiarandosi nel pieno possesso delle facoltà mentali,  nomina eredi  il figlio Berto ed il nipote Anton Francesco, allora  ultimo maschio della famiglia,  e gli eventuali futuri discendenti-aliis filiis de legitimo matrimonio procreandis, il tutto ben dettagliato affinchè non sorgessero liti e discordie inter posterios. Il testatore dispone inoltre un lascito di 25 fiorini d’oro alla Fabbrica del Duomo, cui aggiunge  un legato per 25 messe da morto da celebrarsi nella chiesa della “sua terra  di Orago e un legato a favore della chiesa di Casorate, pieve di Arsago. Ordinava altresì che i propri eredi avessero a distribuire ai poveri della stessa Orago  alcune moggia di frumento e miglio per fare “pane ben cotto, ed quattro staia di ceci ben conditi e cotti – staris quatuor ciceris bene ordinatos et coctos” convocando gli interessati col suono della campana” (n.d.r il nostro campanile era già ben funzionante ed i ceci ed il frumento si coltivavano abbondantemente in quei terreni che il catastoteresiano evidenzierà possesso del proprietario del castello). Non si specifica se questa donazione di vitto sia una tantum o continua negli anni, forse da qui nasce la tradizione della distribuzione del pane di san Giuseppe –(Infra).

Antonpietro figlio di Gentile o forse Berto, il nipote, fu esperto nell’arte militare, tanto da essere mobilitato: con 4 fanti oraghesi, 6 jeraghesi ed altri  110 fanti dei castelli viscontei  locali, nel l contingente di 300 fanti del Seprio, predisposto  per la difesa di Bellinzona. Questo ordine ducale fu impartito nel novembre del 1478, in prossimità della battaglia di Giornico combattuta il 2 dicembre 1478, contro gli svizzeri Urani. Questa battaglia è considerata come fondamentale per la acquisizione della valle Leventina da parte dei cantoni della Svizzera interna, prodromo del Canton Ticino. I ducali furono sconfitti e persero ben 1.500 fanti su 10.000 combattenti; non sappiamo se poi i nostri Visconti e fanti mobilitati presero parte alla battaglia nota come dei Sassi Grossi.  Quindi Orago e Jerago furono  villaggi di contadini, alcuni dei  quali venivano formati militarmente, che si rifugiavano nel castrum solo in caso di pericolo. Se necessario, come abbiamo rilevato, venivano inquadrati dal Duca, prima Visconti e poi Sforza per le necessità belliche  milanesi. E se questo non bastasse, a riprova, si ricorda tale Pietro dei De Orago, non Visconti quindi, ma di famiglia libera, ricoprì la carica di connestabile della porta (cioè capitano delle presidio di guardia) delle Fontane Amorose in Genova nel 1469 .

Alcuni studiosi hanno notato, come fossero proprio i villici dei castelli Viscontei a raggiungere Milano per sostenere la fazione alla quale il castellano apparteneva.