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Don Massimo Cervini

Testo a cura del prof. Franco Delpini tratto dal n. 4 -anno 1 – Ottobre 1994- de L’Equinozio – Mensile di informazione  su Jerago Con Orago a cura della Pro Loco di Jerago Con Orago

Nella storia di Jerago di Eugenio Cazzani troviamo scritto quanto segue:

“Il nuovo parroco, don Massimo Cervini, era della nostra terra: nato a Castronno il 28 aprile 1879, compì gli studi ginnasiali e il primo anno di liceo nella Piccola Casa della Divina provvidenza in Torino, fondata da S. Giuseppe Benedetto Cottolengo. Suo desiderio però era di essere sacerdote diocesano al servizio dell’arcivescovo di Milano, Card. Andrea Carlo Ferrari. A lui il 14 settembre 1897, indirizzò una letterina nella quale lo supplicava di permettergli di continuare gli studi in quell’asilo di carità, non avendo  mezzi sufficienti per recarmi altrove. La domanda era corredata di poche parole scritte dal parroco di Castronno, don Carlo Giudici, che raccomandava il suo giovane parrocchiano poiché: “é buono, studioso, serio e promette bene”.

L’anno scolastico 1899-1900 il chierico Cervini lo trascorse quale “prefetto” nel Seminario liceale di. Monza e, un paio d’anni dopo, il 24 maggio 1902, il servo di Dio Card Andrea Carlo Ferrari, lo consacrò sacerdote.

Trascorsi quattro anni quale coadiutore a Sesto Calende, il 6 dicembre 1906 don Cervini passò a Somma Lombardo, ove per un decennio si prodigò per il bene spirituale degli abitanti della borgata.

Il 25 luglio 1916 egli si presentò all’esame canonico per la parrocchia di Jerago, della quale fu nominato parroco il 2 agosto successivo. Quattro giorni dopo riceveva nella sua residenza  di Somma la visita del sindaco di Jerago cav. Alessandro Zeni, al quale il neo parroco aveva inviato il suo “reverendo saluto, come a colui che rappresenta l’autorità civile, la cui valida collaborazione con quella religiosa è da me ritenuta uno dei più validi fattori in un paese”.

“Trascorsi i sei mesi di vacanza della parrocchia-scrisse don Cervini- il nuovo parroco si disponeva a fare il suo ingresso per la domenica 29 ottobre 1916, quando con sua sorpresa venne a sapere che il regio placet (l’approvazione dell’autorità civile) non gli veniva rilasciata perché accusato di sentimenti poco patriottici. Fu solo per l’interessamento del Card. A. C. Ferrari, con ricorso diretto al ministro di Grazia e Giustizia, corredato di un lodevole attestato rilasciato dall’Amministrazione comunale di Somma, che il regio placet, in data 6 febbraio1917, venne concesso”.

L’ingresso del nuovo parroco avvenne la domenica 18 febbraio, in forma semplice, data la guerra, che proprio in quei mesi falciava vittime su tutti i fronti.

Così cominciò la vita jeraghese di don Massimo Cervini, la quale doveva durare ventotto anni, trascorso in un apostolato zelante e rinnovatore del clima parrocchiale.
le date più significative di questo cammino pastorale sono segnate da tre tappe: due gioiose, la terza dolorosa. la gioia più grande per il parroco Cervini fu quella procuratagli dalla realizzazione della nuova chiesa. una sosta gioiosa furono pure le giornate dedicate al suo XXV di parrocchialità congiunto con il XL di ordinazione sacerdotale.

La cronaca della giornata, 19 luglio 1942, s’illumina della presenza di autorità ecclesiastiche e civili e di manifestazioni personali e comunitarie piene di affetto verso il festeggiato, espresse anche nei doni, che la popolazione tutta offriva a ricordare le due date: un’artistica pergamena eseguita dal nostro pittore Gino Riganti, un paliotto d’altarini oro, una stola a ricami ed un elegante prezioso Crocifisso, tutti eseguiti dalla “Beato Angelico”, e persino.. un paio di occhiali. inoltre consegnava al parroco una cospicua somma raccolta in paese per il nuovo altare della Madonna.

Questo voleva essere un’altra delle numerose opere realizzate da don Cervini a Jerago, come voto perché la Vergine benedica i nostri soldati. La festa fu coronata da un’imponente processione che si svolse per tutte le vie del paese. Dai militari in licenza venne portato a spalle il venerato simulacro della B. V. del Carmine.

Il giovedì 3 maggio 1945 segna l’ultimo giorno di vita per il nostro parroco che da poco più di un mese ha compiuto i 66 anni di età.

Don Francesco Delpini, primo ed unico sacerdote di Jerago guidato dal defunto parroco dalla prima ginnasio alla consacrazione sacerdotale, con affetto di figlio riconoscente e devoto redasse nel Liber Chronicus parrocchiale la memoria di quella scomparsa, che lasciò in tutti parrocchiani sgomento e rimpianto: “Grande lutto per la Parrocchia di Jerago. Il Rev. mo Sig. Don Massimo Cervini, da 28 anni parroco del paese, di ritorno in bicicletta da Albizzate verso le 13,30, dove si era recato a confessare, mentre sorridente stava discorrendo con la sorella sig.na Pia, muore improvvisamente senza accusare il minimo disturbo e senza dire alcuna parola, emettendo un gemito.. Le campane che, dopo la nuova sistemazione, dovevano suonare a festa per la prima volta nella prima domenica di maggio, suonano l’agonia del sig. parroco…”

Nel testamento in cui don Massimo Cervini si dichiarava indegno ministro della chiesa, si trova scritto: “Desidero essere sepolto nel cimitero di Jerago, in campo comune, in luogo visibile, perché i superstiti, vedendo il luogo della mia sepoltura, abbiano a dire qualche requiem per l’anima mia”.

Il comune regalò il terreno per la sua sepoltura sull’angolo destro di fronte alla cappella del cimitero. Molti sono gli episodi curiosi che si possono raccontare sulla vita di don Cervini oltre a quello della mancanza del “regio placet” , ma rimandiamo ad un successivo articolo il loro racconto.

Franco Delpini

Preghiera per don Angelo (scritta da don Franco Rustighini)

“Alla vigilia del suo funerale, ho telefonato in parrocchia e mi è stato chiesto se dicevo, un pensiero, una preghiera, alla soste della chiesetta di S. Rocco, prima di giungere al cimitero (il giorno del suo funerale -ndr)

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     Alla sera ho scritto questa preghiera:

O Signore,

tu hai dato al nostro Don Angelo

un cuore sapiente, pronto a interpretare in

ogni avvenimento, l’espressione della tua volontà.

Un cuore nuovo, per la viva presenza dello Spirito

e mite, nelle manifestazioni affettuose

coi bambini e anziani.

Un cuore semplice, che non ha mai cercato

I primi posti o avanzato pretese;

Un cuore puro nella limpidezza delle relazioni

cordiali, sincere, ricche di calore umano.

O Signore,

hai donato al nostro Don Angelo  

un cuore forte che ha saputo affrontare

i difficili passaggi della solitudine

e dell’incomprensione;

un cuore vigilante, sempre orientato verso di te,

nelle gioie e consolazioni,

nelle amarezze e nelle sofferenze.

Gli hai dato un cuore generoso,

nel predisporre tanti servizi alla comunità,

senza farsi notare.

Un cuore intraprendente,

perché l’educazione umana e religiosa

avesse le strutture opportune.

Ogni sua opera aveva un unico grande fine:

“ Tutto per la gloria di Dio”.

Il nostro grazie, o Signore, è piccolo

Ma con l’Eucaristia diventa sconfinato.

E il dono che ci hai fatto

nella sua persona esile e grande,

noi lo restituiamo a te, che come Padre attendi il ritorno dei tuoi figli,

nella comunione dei santi. Amen.”

ndr- La preghiera è stata pubblicata sul numero di gennaio 2007 dell’informatore parrocchiale Un popolo in cammino

ATTO DI CONSACRAZIONE DELLA NOSTRA VITA A CRISTO – dagli scritti di Don Angelo Cassani in occasione del suo XV° Dies Natalis – 2 Dicembre 2021

ATTRAVERSO MARIA PERCHE’ LA CHIESA

DIVENTI SORGENTE DI VITA NUOVA

PER TUTTI GLI UOMINI

fonte immagine: parrocchiasangiorgio.it

MARIA.

Tu sei la madre di Cristo

Madre della Comunione che 

Tuo Figlio ci dà,

come dono 

sempre nuovo e potente

che è gusto di vita nuova.

Attraverso di Te perciò noi

Consacriamo tutto noi stessi, 

tutte le sofferenze che Tuo Figlio

sceglie per noi e la nostra

stessa vita, affinché Tu diventi 

la Madre della vita e Cristo

doni a tutti gli uomini

lo stesso gusto di vita nuova

che ha donato a noi.

AMEN

 Ricordi di Don Angelo Cassani

La conoscenza con Don Angelo Cassani avviene a motivo della mia funzione di contabile della parrocchia e quindi ho modo di essergli vicino, nei suoi ritagli di tempo. La mattina dopo la Messa quando riesco a strappargli alcuni dei suoi preziosi momenti per sbrigare quella serie di pratiche burocratiche che è necessario adempiere perché la parrocchia non faccia una cattiva figura da un punto di vista amministrativo. Mi spiego: che le bollette siano pagate, che le tasse siano pagate e via elencando senza che avvengano spiacevoli inghippi. Che i conti siano in ordine. A me che sono un uomo di formazione tecnico economica per necessità di lavoro, ma amo molto gli studi classici per passione, onestamente, l’dea di muovere scartoffie anche in parrocchia, non piace molto, ma i colloqui che si fanno mi fanno apprezzare che il mio è un servizio alla Chiesa, che è estremamente utile, perchè la serietà e la segretezza della amministrazione sono indispensabili ad una corretta testimonianza cristiana, in un campo, quello economico, dove non è facile separare il giudizio di buona amministrazione privata, da quello finalizzato al servizio della missione cristiana.

Quante volte mi sono trovato oggetto delle domande o degli interrogativi di comparrocchiani, che conoscendo la mia posizione, volevano sapere cose o  solo progetti, che fino a quando non fossero stati resi pubblici, dovevano rimanere nella discrezione dei pochi che ne fossero a conoscenza. Essere presente a discussioni o a giudizi anche malevoli nei confronti del mio parroco, senza poter interloquire per quel necessario criterio di segretezza che si chiede ad un buon segretario è doveroso, ma assai difficile Quindi e´ stato in funzione di questa dote che ho potuto godere della stima del don, per i lunghi anni della sua permanenza nella mia parrocchia e quindi osservarlo da un punto di vista  privilegiato.

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Ma debbo dire che la sua vicinanza, ha permesso a me di maturare molto nel mio essere cristiano. Infatti ho potuto apprezzare cosa volesse dire  praticare ciò che in teoria da sempre veniva insegnato. Ho potuto apprezzare l’attualità del Vangelo nella quotidianità: non è necessario essere eroi, la perseveranza nella fedeltà alle proprie scelte è estremamente importante. Ogni scelta cristiana, non è data per sempre, ma   deve essere confermata ogni mattina. La deve confermare il sacerdote, il consacrato, la deve confermare colui o colei che hanno scelto di condividere con una sposa od uno sposo la propria vita.

Nulla di ciò che accadeva veniva sottovalutato, ma tutto doveva avere un riferimento al nostro essere cristiani. Un prima e un dopo Cristo. Cristo è Risorto e questo vuol dire tutto per il cristiano: da li´ nasce la nostra fede.

Ma è bene procedere con ordine.

Quando Don Angelo si presenta lo sento affermare che lui non vuol essere il gestore della parrocchia, ma vuole vivere con noi insegnandoci a vedere il volto di Cristo nei fratelli, e facendo cio´ vuole  riconoscerLo lui stesso. L’uomo vale per quello che è e non per quello che fa o che sa fare.

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Sono concetti questi che è molto facile dire, ma chi non é portato ad ammirare solo chi ha successo nella vita e a fare del lavoro e del successo l’unico scopo della vita?

In una società come la nostra è facile essere affascinati da questi miti del successo e nel contempo essere affascinati dal mito opposto del pauperismo o del comunismo, ma se alla radice della vita non si mette l’insegnamento cristiano vissuto è facile cadere nei due estremi. Gli sconquassi della storia, non sono forse causati da questi estremismi? Attenzione che la storia va intesa nel senso lato. Vi è una grande storia, vi è una piccola storia locale e uno storia familiare e personale.

Quante famiglie raggiungono un benessere giudicato invidiabile, ma sacrificano molto per questo?

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Basta osservare le difficoltà a concordare un orario unico per la dottrina cristiana, perché i pargoli hanno una montagna di corsi extrascolastici da seguire e nella serie di priorità il catechismo non sempre ha un posto di riguardo.

L’uomo è responsabile in quanto libero, e libertà di scelta rende l’uomo attore e responsabile delle stesse sue azioni. Ecco quindi che in una società cosiddetta multietnica, dove vi è una componente che afferma che avviene solo ciò che Dio vuole, Inschalla, l’uomo diviene non responsabile anche di azioni aberranti: l´11 settembre insegna… Ma il cristiano  non deve confondersi o smarrirsi.

Ma se trasportiamo il giudizio sulla persona, quante volte abbiamo giudicato la capacità di un sacerdote dalle costruzioni che ha saputo fare, o da quanta gente sapeva attrarre con attività ludiche?

Naturalmente voleva dire che molte delle manifestazione non sono sentite e la gente deve essere stimolata sotto altri aspetti.

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Se di maieutica vogliamo parlare, cioè della capacità di far nascere alla vita cristiana, o meglio di riavvicinare alla vita cristiana quanti si sono assuefatti all’andazzo comune, si deve riconoscere in don Angelo proprio questa tensione maieutica.

E il suo insegnamento, che attingeva ad una esperienza maturata in altre parrocchie ed in altre situazioni, lo portava a capire come si dovesse incidere dall’interno, senza mai stupirsi della scelta che Dio fa.

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In ciò aiutato da una salute cagionevole, che molte volte lo costringeva a letto a febbri debilitanti,  che lo arricchivano di una sensibilità straordinaria verso gli ammalati; gli ammalati che lui riconosceva, come il suo costante riferimento all’abbandono in Cristo ed alla accettazione della  volontà del Padre. In effetti possiamo leggere qui la bellezza e la forza del suo metodo.

Se l’altro non è per te l’immagine di Cristo, è verosimile che l’altro alla lunga ti dia fastidio, sono solo altri. Ma chi e´ piu altro da te, quando sei nel pieno vigore delle tue forze, se non colui che soffre?  Ma  la sofferenza, non é come qualche sacerdote vuole fare credere, un privilegio. Lo diventa solo dopo un lungo cammino e allora potrai anche accettarti malato. Ma chi ti fa accettare come tale se non colui che ti è al fianco del tutto gratuitamente. E non per parlarti, ma per condividere, per aiutarti. E così don Angelo affidava le sue pecore a chi gli era più vicino, a chi stava facendo un cammino con lui. E lui correva ad essere vicino agli ammalati a coloro che soffrivano. E questi che si riconciliavano, e si vedevano nell’orto degli ulivi, più vicini a Cristo nella sofferenza , perchè qualcuno era vicino a loro e questo qualcuno lo faceva per amore a Cristo. La Carità usata verso gli altri era la carità vera. Perché non era interessata. Questa era la lezione continua che promanava dalla sua persona .

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Ricordo come fosse oggi che negli ultimi tempi il don si era fatto disponibile a lasciare la parrocchia. E ne aveva parlato al Vescovo. E penso che avesse chiesto al vescovo di ascoltare il parere degli anziani del consiglio pastorale. Ecco il vescovo chiese a Maria Rosa e a me il nostro parere. Volle sentirci separatamente. Il mio parere fu che i figli non possono rifiutare il padre solo perché diventa vecchio e invalido, anzi era allora che dovevano essergli più vicino, come  lui ci era stato vicino nelle nostre sofferenze di famiglia. Io chiaramente non parlai con Maria Rosa. Maria Rosa non parlò con me. Don Angelo era in apprensione, perchè la sua disponibilità a ritirarsi forse, confliggeva umanamente col suo desiderio di rimanere tra noi, ma poteva essere confermata dal nostro perorare il vescovo in tal senso, ma nessuno doveva essere forzato in tale decisione, perché essa doveva provenire dal cuore. E quel cuore si era nutrito ad anni di insegnamento e di fratellanza. Tutti avevamo il pudore di parlarci, anche don Angelo.. Io so che il vescovo ce lo lasciò e quelli furono i giorni più esaltanti e più  intensi della mia vita di cristiano.

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Non potrò mai dimenticare quella messa celebrata nel cortile della casa della Anna che era diventata la piccola canonica, che lo accoglieva malato. A un solo piano perché si potesse muovere in carrozzella. Bene quella messa celebrata con don Patrizio Amadi, padre nigeriano, è per me la messa più intensamente partecipata cui  abbia mai assistito. La transustanziazione la percepivi nella solennità del momento. Era come se tutto il popolo cattolico fosse lì. Un missionario che aiutava don Angelo, noi che pregavamo e meditavamo sui tanti insegnamenti avuti e percepivamo il sovrannaturale, la comunione dei santi e sapevamo, anche se allontanavamo quel pensiero, che presto in tale comunione avremmo compreso il Don. Ma tutti quei giorni furono giorni intensi.  Come per tutta la vita di don Angelo non mancarono le polemiche, ma lui pregava, soffriva e ci portava nel cuore.

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Chiesa di San Rocco: nuovo quadro di Maria con Bambino Dormiente

foto dell´ápres per gentile concessione del sig. Gianfranco Battistella

Il nuovo quadro, olio su tela , definito d’après dal Sassoferrato, è stato dipinto con la consueta maestria dal pittore Gianfranco Battistella a titolo gratuito per l’associazione Figli di don Angelo Cassani,  che a sua volta lo ha regalato alla Parrocchia di San Giorgio In Jerago.

Questa operazione, caldeggiata da don Remo Ciapparella, ha consentito di sostituire la vecchia ammalorata stampa a colori che in san Rocco era incastonata nella pala dell’altare e conservata sul lato sinistro della chiesa. Il  prezioso originale attribuito a G.B. Salvi detto il Sassoferrato fu  trasferito in luogo sicuro per volontà del Cardinale Ildefonso Schuster già dal 1938.

foto dell ´ originale per gentile concessione del sig. Gianfranco Battistella

La famiglia Lampugnani ad Orago

La linea della famiglia dei Visconti di Orago si era estinta dopo poche generazioni. L’ultima discendente, Bianca aveva sposato Ferdinando Lampugnani figlio del Capitano ducale Orlando III. Morto costui nel 1533 e senza figli maschi , Bianca era passata in seconde nozze con un altro personaggio della famiglia Lampugnani: Gaspare Antonio, del ramo dei cavalieri di Legnanello, che avevano il loro maniero proprio nel cuore dell’antica Legnano. Bianca, non solo tramandò alla sua progenie il castello e i beni di Orago, ma altresì il nome del proprio casato patreno determinando il ramo cosiddetto Lampugnani Visconti, Feudatari di Orago e Cassano (per Cassano si intende la sola Frazione di Soiano). I Lampugnani una delle più antiche e importanti famiglie nobili lombarde, entravano così con diversi personaggi nella storia della piccola comunità oraghese. Ma questa non è la sede per ricostruire biografie e personalità. Il nostro interesse si punta solo sull’ultimo discendente: Attilio. Costui nacque il 29 novembre 1672 da Tranquillo e da Anna Maria Bossi. Il padre si era distinto quale capitano nelle truppe spagnole. Attilio invece fu vero protagonista sulla scena milanese della prima metà del settecento. Occupò cariche importanti: Giudice  della Legna, Giudice delle  vettovaglie, Giudice delle strade; Capitano e mastro di Campo della Milizia urbana; Governatore del Banco di Sant’Ambrogio, Conservatore del Patrimonio, nonché della città di Milano. Incaricato dal Governo si adoperò infaticabilmente nel dirimere con diplomazia e saggezza discordie private e pubbliche. Riguardevole fu il lavoro da lui compiuto per il nuovo censimento dello Stato milanese. Un curriculum vitae veramente brillante che gli procurò stima onori ed anche benefici economici

Il Castello di Orago VA

In Memoria di Enrico Riganti – Jerago 5-8-2014

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(testo letto al temine della Messa con Esequie  di Enrico Riganti)

Grazie Enrico per la tua squisita disponibilità nel parteciparci il ricordo delle vicende antiche della nostra gente. Memoria che attingevi alla narrazione degli anziani che tu frequentavi e dei quali ricordavi insegnamenti e vicende. Per noi che ti ascoltavamo, essi diventavano presenti ed in particolare emergevano dal tuo racconto le vite e la santità dei nostri venerati Parroci di San Giorgio. Rammentare sempre la Fede in Dio dei nostri vecchi, era per te un impegno costante, tanto da sintetizzarla nel libro che abbiamo scritto assieme con questa frase rivolta al mondo attuale : “.. per i nostri vecchi, potevi anche essere diventato importante, colto nel senso degli uomini, ricco, ma non saresti stato nulla agli occhi loro, se solo avessi perso il Timor di Dio;  il biblico-initium Sapientiae timor Domini, fu per loro l’essenza stessa della vita”.

Rileggevo proprio ieri una tua corrispondenza da Sapri, nella quale mi parlavi della tua ammirazione per il Beato Cardinal Schuster e mi è caro far conoscere un periodo di questo tuo scritto:

“.. era la primavera del 1944, con don Massimo mi ero recato a Premezzo per assistere alla visita del Cardinale… . Come di consueto, terminate le funzioni  e dopo l’amministrazione della Santa Cresima il Beato Cardinale faceva la Dottrina Cristiana, interrogando i Cresimati e spiegando poi quante e quali cose si richiedono per andare in Paradiso. Per tutti era una domanda inaspettata e così fu che don Massimo l’insegnò subito ai bambini, appena tornato da Premezzo. Cinque erano quelle cose:

1° Dottrina Cristiana

2° Sacramenti Cristiani

3° Opere Cristiane

4° Vita Cristiana

5° Morte Cristiana”

 

Grazie ancora Enrico per la tua testimonianza e per i tuoi insegnamenti.

 

 

                                                                                                      Anselmo 

Accoglienza per la nomina di sua eccellenza Mons Mario Delpini a Vescovo Milano- 23 settembre 2007

Ripubblicato in occasione della visita pastorale del 16 maggio 2021, come arcivescovo di Milano

fonte immagine: chiesadimilano.it

Jerago 30 settembre 2007  

Gli anziani narrano, che il beato Cardinale Ildefonso Schuster nella sua visita pastorale del 1938, osservando dall’altare i nuovi affreschi del catino absidale, dove il Cristo in maestà è affiancato dallo stesso Cardinale e dal Parroco don Massimo,  avesse rivolto al parroco la domanda se loro fossero mai degni di tanto onore. Non conosciamo la risposta esplicita, ma senza usare troppa fantasia intuiamo quel naturalissimo farsi rosso in volto del nostro amato parroco. Oggi alla domanda del santo Cardinale,  senza timore sapremmo rispondere affermativamente. Sicuramente sì, perchè da quel popolo cristiano,  raffigurato in effige: dove si possono vedere ancora gli uomini devoti, le donne coi classici capelli raccolti nel michin, i bambini, tutti inginocchiati attorno al nostro Creatore; il Signore ha saputo suscitare un Vescovo, un successore degli Apostoli. E la chiesa universale, della quale la nostra piccola comunità è un granello, ma come ogni granello di sabbia della Bibbia mai dimenticato da Dio, gioisce  di questa sua nomina e noi suoi parrocchiani siamo felici ed andiamo orgogliosi di questa sua vita che è stata progettata da Dio, fin da sempre e che ha potuto nutrirsi dei primi insegnamenti proprio qui, accompagnata delicatamente, dalla sua mamma, dal suo papà, da monsignor Francesco, dai nonni e da tanti bravi maestri: le suore dell’asilo, i parroci e i coadiutori, i catechisti e la maestra di scuola, che  furono sempre rispettosi degli insegnamenti cristiani della nostra gente. Molti di loro la applaudono dal cielo, dove, come nell’affresco, sono già uniti al Signore nella contemplazione del suo volto. Quale emozione nel sapere che si è affannato correndo dietro un pallone, sullo stesso campetto dell’oratorio dove come tutti i ragazzi si è spellato le ginocchia cadendo, si è estasiato alle feste dell’oratorio e per il pallone aerostatico che prendeva orgogliosamente il cielo.  E’ rimasto ammirato da un tramonto più luminoso sullo sfondo di uno stupendo Monterosa,  o da un arcobaleno sulla valle dell’Arno dopo quel temporale che ci aveva fatti rifugiare sotto il portico dell’oratorio. Si è intirizzito al  freddo ed alla nebbia di un mattino più rigido d’autunno, quando come tutti i chierichetti si andava a servire la prima messa. Ha poi deciso di accogliere totalmente la vocazione di dedicarsi all’edificazione della comunità cristiana e, divenuto sacerdote, ha accettato l’indirizzo dei superiori allo studio ed all’insegnamento; apprestandosi a lunghe veglie di studio e di preghiera, perché a coloro che le venivano affidati fosse spezzato il pane della divina sapienza e non mancasse contemporaneamente l’esempio della disciplina spirituale del maestro.  Il Santo padre Benedetto XVI le ha conferito la dignità massima per un cristiano, la dignità di vescovo della Chiesa Apostolica Romana, diretto successore degli apostoli, un uomo che  testimonia con la sua vita Cristo e di questo noi siamo sommamente lieti e fieri.  Ci colpisce in un suo bellissimo testo questa  frase attribuita ad Ambrogio: “Vengono gli anni in cui accettare la sfida di essere maestri, senza la presunzione di smettere di essere discepoli, senza il complesso di inferiorità di fronte a forme confuse e inconcludenti di attualità”. Leggendo sempre in un suo testo le auguriamo “la parola franca, il tempo speso perché chi cerca Dio possa trovare un testimone che sappia dire qualcosa della via da percorrere; e chi cerca una speranza e una ragione per vivere, questi si senta dire che cerca nientemeno che Dio” .

Ad Multos Annos Vescovo Mario. Per tutti gli anni che Cristo ci darà da vivere su questa terra e in questa vita e per tutti gli altri ancora, quando ci ricongiungeremo a Lui  nell’altra in paradiso per l’eternità.

Il ricordo di Don Angelo Cassani parroco di Jerago dal 1987 al 2006 in occasione del suo Dies natalis

Il consiglio Pastorale il giorno 22-9-2006, durante la S. Messa di ringraziamento per i  44 di sacerdozio di don Angelo Cassani, ha voluto ricordare con  la lettera, di seguito riportata,  il significato dei suoi anni trascorsi alla guida della nostra parrocchia di San Giorgio, concludendo che ad uno sterile elenco di prime pietre e di opere in muratura, preferiva rammentare il suo insegnamento:

“Presentandoti all’inizio della tua missione presso di noi, mentre ricordavi dal pulpito la tua passata esperienza, tra le altre cose, ci colpì il messaggio che ogni uomo vale per ciò che è, e non per quello che fa. E l’essere dell’uomo è tale perché riflette nel suo volto il volto di Cristo. L’espressione poteva sembrare difficile ed incomprensibile, forse di circostanza, se alle parole non fosse seguita una lezione di vita vissuta e solo faticosamente condivisa, che ci avrebbe portati ad apprezzare il grande peso di quel messaggio nel tentativo di viverlo.  Tutto ciò che avrebbe accompagnato il tuo agire ed il tuo insegnare sarebbe stato coerente con quella premessa. Sicuramente, come ci saremmo resi conto, quel modo di vivere, che nasce dal riconoscere la nobiltà del figlio di Dio in tutti gli uomini, con ciò che da esso consegue, non era cosa atta ad aprire vasti consensi, come tu stesso ti saresti accorto e molti ti avrebbero fatto rilevare, forse con rimprovero, anche allontanandosi. Ma come comportarsi altrimenti, quando si è fortemente animati da una immensa fede in Cristo come tu lo sei. Quando  sorretti dall’affetto della Mamma Celeste si vive in una società di profonde radici cristiane che apparentemente essa relega  ad una delle tante opzioni, quasi che l’insegnamento dei padri si fosse stemperato nel vasto mare delle necessità impellenti e del politicamente corretto? Ed ecco allora il costante richiamo nella tua predicazione: alla condivisione della vita coi propri figli; alla condivisione delle sofferenze dei malati; alla preparazione dei giovani che chiedono che Dio sia il faro e la costante benedizione alla loro vita matrimoniale, alla preparazione dei fanciulli nel catechismo.

Grande la tua attenzione verso gli educatori, i quali con difficoltà si provano di vivere coi ragazzi ciò che insegnano, oltre naturalmente ad insegnarlo. E’ bello partecipare alla domenicale Messa delle 10 e vedere i giovani, gli educatori e i loro ragazzi unirsi spontaneamente nella preghiera e nella frequenza all’ Eucarestia, in una comunità che mantiene fortemente il legame, tramite la Comunione dei Santi, da Te sempre ricordata, con tutti coloro che ci hanno preceduto nella gloria di Dio. Bello sapere che questi Santi sono le persone che abbiamo conosciute, cui abbiamo voluto bene, con  le quali abbiamo fatto un tratto di vita sulla terra e ci attendono un giorno nella gloria di Dio. E così abbiamo capito la tua insistenza nel voler difendere quelli che sono stati i luoghi santi della Benedizione di Dio sul nostro popolo, quali la chiesa vecchia di San Giorgio, ora restaurata ed il campanile medievale. Caro don Angelo consentici un grande ringraziamento verso un uomo  che, dopo aver seguita la sua vocazione sacerdotale, nata dal suo grande amore per Cristo e per la  Chiesa, è stato poi inviato dal Vescovo nella nostra comunità, per richiamarci costantemente la gioia di essere cristiani e l’impegno che ne consegue.  L’amicizia che nasce spontaneamente e umanamente non può che ricondursi alla premessa del Cristo nato e risorto, nella condivisione di valori autentici. Molte volte ci accorgiamo che tu ti fai triste, quando il nostro modo di affrontare i problemi e la vita, nonostante i tuoi  continui insegnamenti, risponde ancora alla logica dell’uomo vecchio. Ed allora il tuo parlare, ci pare difficile, a tratti incomprensibile, ma a ben vedere, non è la tua incapacità a farsi intendere, bensì la nostra mente, che vorrebbe sentire altre parole, più accattivanti e consone all’andazzo quotidiano. E allora tu saresti un buon politico e forse avresti tanti più amici, ma noi oggi non saremmo qui a festeggiare un Sacerdote, un Parroco, ma un uomo disposto a correre dietro a tutte le mode. La difficoltà di seguire non te, ma il tuo insegnamento in Cristo, ci fa allontanare anche. E’ allora che la tua sofferenza trova conforto nella preghiera e nella meditazione degli scritti dei padri della Chiesa  e genera costante ammirazione per quella dimensione della comunità di preghiera che ci fai intuire quando con trasporto ci parli di Vitorchiano. E’ così che ti rafforzi, ti rassereni e la casa rimane sempre aperta anche per l’amico che si è allontanato e ritorna e si stupisce di sentirsi ancora amato.

Queste sofferenza che tu riscopri in tutti gli ammalati e stai vivendo nella tua persona, ci hai insegnato essere per te costante richiamo di obbedienza alla volontà del Padre. Porti nel cuore anche tutte le altre persone malate e le aiuti a non ribellarsi alla loro condizione, esse si uniscono a te nella preghiera, perché avvertono il calore di una comunità che  prega a gran voce per loro e per te.  Vorresti che i genitori e gli educatori riuscissero a trasmettere questi valori e che ai giovani non mancassero insegnamenti autentici. Vorresti che la loro esuberante ricerca di attività, di suoni ,di libertà, non fosse, per mancanza di esempi, il solo modo di riempire la solitudine ed il vuoto di significato della loro vita. Di proposito non abbiamo voluto parlare delle tante cose fatte o da fare, che sono state molte e nell’oratorio della B.V. del Carmelo vedono la più recente e bella realizzazione.

Ad uno sterile elenco di prime pietre di mattoni, preferiamo pensare ai frammenti di amore e di fede cristiana che tu ampiamente e caparbiamente distribuisci nella nostra comunità di san Giorgio.

Un grande abbraccio.

 

I tuoi Parrocchiani e il Consiglio Parrocchiale

 

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Per infinita riconoscenza, sapendo di infrangere una sua naturale riservatezza, ci incombe  l’obbligo della elencazione delle numerose  opere  volute e realizzate da Don Angelo, che rimarranno a testimonianza del suo grande amore per la nostra parrocchia.

 

In primis, ricordiamo i restauri  della sua amata chiesa parrocchiale, per la quale  impostò immediatamente il recupero della copertura, che si era ammalorata nel corso dei tempi  e necessitava di una radicale sostituzione.

Provvide  già nel novembre del 1987 al rifacimento totale della copertura con la intonacatura di tutte le pareti laterali e della facciata, mentre nel quadro di accordi con il Comune, per una migliore viabilità delle vie centrali, fu sistemato tutto il piazzale antistante la chiesa,  compreso l’accesso alla grotta della Madonna di Lourdes , aggiungendo un comodo accesso pedonale dalla via Varese. Risistemò la copertura della Cappellina  invernale, e mise a norma l’impianto di riscaldamento ad aria della Chiesa.

Affrontò la situazione di degrado della chiesa vecchia e del campanile, edifici che si trovavano in totale stato di abbandono. Ricordiamo che le campane erano state messe a terra, in attesa di decisioni e  tutti i richiami, della vita religiosa erano affidati al mesto gracidare di un disco e diffusi da un altoparlante.

Il Campanile e la chiesa vecchia erano stati sottoposti a vincolo della sopraintendenza ai beni artistici e culturali della Lombardia, in sostanza congelati nel loro degrado.

Don Angelo, che  aveva intuito come questi monumenti fossero tanto antichi da avvicinarci alle radici stesse della nostra cristianità, sognava e desiderava un restauro che li recuperasse all’uso per la comunità, dovette però confrontarsi con una opinione comune di diverso avviso, la quale era supportata anche da autorevoli pareri che si rilevarono poi del tutto infondati.

Portò a compimento il Campanile, con la messa in opera delle campane. Era il giorno della  Madonna del Carmelo 1991 e finalmente le nostre campane tornarono a far udire la loro voce.

Il restauro del campanile,  che fruì parzialmente  di un finanziamento della Provincia Di Varese, ne rilevò, in corso d’opera,  l’antichità  da ascrivere al X-XI sec.

Riportò la sala Auditorium nelle norme di agibilità  all’ uso teatrale, con tutte le migliorie richieste dalle leggi vigenti con  messa a norma dell’impianto di riscaldamento a gasolio, vie di uscita, allestimenti ignifughi ecc. (usufruendo di un parziale finanziamento dell’ente dello spettacolo ).

Ripristinò ai fini funzionali e abitativi, le salette del vecchio oratorio di Via Colombo. 

Per la chiesa vecchia che rimaneva ancora in stato  di abbandono, Don Angelo pensò di far partire un progetto di recupero totale (1100 mio), da presentarsi alla Regione Lombardia, perché rientrasse nelle opere finanziate  tramite Frisl (fondo regionale che istituzionalmente anticipava tutto il costo dell’opera e ne prevedeva il rimborso in 8 anni senza interesse).

Il progetto fu  ammesso al finanziamento e l’opera e stata ultimata nel 1999. Da allora possiamo vantare non più la vecchia e cadente chiesa di San Giorgio, ma la chiesa di san Giorgio restaurata, come don Angelo amava definire.

Rimaneva l’annoso problema di un oratorio che fosse funzionale ed all’altezza dei tempi. Nel 2000, proprio nei giorni dell’annunciarsi della sua malattia, mise in cantiere l’opera dedicandolo alla Beata Vergine del Carmelo. Il nuovo edificio fu reso disponibile  all’uso  nel 2004/2005 (Lit. 1100 mio).

Desiderò che nei luoghi dei nuovi insediamenti abitativo non mancassero simboli religiosi e cappelle votive, nel segno di una continuità con san Carlo Borromeo.

Pensò e fece realizzare la cappellina ubicata presso le case di Via Grandi, sul Viale della Rejna dedicandola alla Sacra Famiglia.   

(fonte immagine: fondazionedonangelocassani.it)