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Ciaciar – Chiacchiere

Ingredienti 400 gr di farina, 60 di zucchero, 2 uova,  50 gr di burro, 1 bicchierino di vino bianco, 1 bicchierino di grappa, zucchero a velo,   sale.  Si cuociono in olio di semi.

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fonte immagine: blog.giallozafferano.it

Fare una fontanella di farina sul tavolo mescolare con zucchero e sale q.b., al centro si mette il burro sciolto, spaccare le uova, bagnare con vino bianco e grappa, lavorare in modo che la pasta diventi elastica, se dura aggiungere acqua, se molle farina.  Quando la pasta è fatta si lascia riposare 10 minuti e la si stende con il mattarello sul piano del tavolo, dove prima si e sparso della farina. Si tira la pasta a uno spessore di 3 millimetri . Con la rotella si tagliano delle strisce di 3 cm x 10 e al centro si fa un taglio nel quale si inserirà un lembo a mo’ di cravatta. Per l’olio si fa come sopra.  Si mettono le chiacchiere nell’olio pronto e le si girano sui due lati per colorirle. Si tolgono si posano sul canovaccio ad asciugare e si infarinano di zucchero a velo.

Rifacendole altre volte si impareranno tutte le malizie e si potranno fare anche delle personalizzazioni.

Auguri e buon lavoro

TURTEI

Grazie all’aiuto della Signora Maria Rosa Bergo Alberio ecco la classica ricetta dei TURTEI:

Dosi: 3 etti di farina bianca, 3 uova intere, 3 cucchiai di zucchero, latte quanto basta,  1 Vanillina,  ½ bustina di lievito per dolci, sale, scorza di limone grattugiata.

In una terrina mescolare le uova con lo zucchero, aggiungere la farina e il latte quanto basta per amalgamare bene lasciando la pastella morbida, unire la vanillina, la scorza grattugiata di limone, il lievito e un pizzico di sale; mescolare e amalgamare con un cucchiaio di legno. A parte scaldare l’olio in una  pentola di bordo medio (l’olio sarà pronto quando un crostino di pane gettato in esso diverrà biondo), quindi mettere la pastella a cucchiaiate formando delle palline; si tolgono dalla padella quando sono brune, si mettono su una carta assorbente a scolare  e poi si cospargono di zucchero a velo.

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fonte immagine: truciolidistoria.it

Il carnevale e le tradizioni della nostra cucina

La settimana grassa, così veniva chiamata la settimana di carnevale, precede la Quaresima, cioe’ il periodo di penitenza in preparazione al grande giorno della Resurrezione di Cristo. Poiche’ in periodi di stretta osservanza si era giunti alla astinenza totale sia dalle carni che dalle Uova,  era quasi doveroso che in questa settimana ci si sfogasse anche in cucina con la preparazione di piatti molto succulenti. Sicuramente ipercalorici dovevano essere i Salamitt cott, ul Suprafin cui lenticc, a pulenta e bruscitt, la Buseca, la Cazeula, i gnocc  da patati cundì cul grass da rost  e per il venerdi A Pirturina da Merluzz.

Tutti cibi robusti, piatti unici che se ingollati in una settimana meglio avrebbero consentito la penitenza successiva.  Una particolare attenzione meritano le uova. Abbiamo notato che nel periodo medioevale anche le uova erano considerate di grasso,  perchè prodotte da animali. Di conseguenza bisognava usarle tutte per il carnevale. Le altre poi, quelle deposte dopo potevano essere usate solo a San Giuseppe o a Pasqua.  Gli anziani ricorderanno che il giorno di Venerdì Santo si usava deporre ai piedi del Crocifisso in una apposita cesta proprio alcune uova, delle quali la casa di un contadino medioevale, dato il divieto di usarle doveva abbondare in quaresima. Infatti se ben si riflette perchè ancora oggi a Pasqua si  regalerebbero uova di cioccolata? Il senso pratico delle nostre massaie si era dunque sbizzarrito nel trovare mille modi per utilizzare le uova.

E saranno i Famosi TURTEI e i Ciaciar, che da noi a Jerago si chiamano anche i Ciaciar di Monig a rallegrare queste feste. Oggi si va in pasticceria, e più comodo e soprattutto si evita di impregnare la casa di quel fastidioso e greve odore di olio fritto. Qualche anno fa invece, era proprio quell’odore, che diffondendosi nelle vie ricordava la festa anche ai più distratti. Perche Ciacar di Monig. letteralmente chiacchiere delle Monache, niente di irriverente verso le nostre brave Suore, ma solo il ricordo della loro ineguagliata maestria nel confezionare quei dolci, offerti poi alle ragazze dell’Oratorio la sera del Giovedì Grasso. E’ interessante osservare come ogni famiglia conservasse una propria ricetta per fare i TURTEI, e le donne si facessero un punto di orgoglio nell’offrirne ai vicini. Passato carnevale e San Giuseppe le uova ricompariranno sulla tavola il giorno dell’Angelo con  SALATIN E CIAPP. Ciapp sono le uova indurite dentro un Baslott di Valeriana condita con olio e aceto fatto in casa.

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fonte immagine moulinex.it

A Gesu’ Bamben  – Auguri natalizi Jeraghesi                  

A Gesu’ Bamben                                  A Gesu’ Bambino

 

Stamm a senti’ Gesu’ Bamben          Senti Gesu’ Bambino

stamm a sculta’ un mumenten          ascoltami un momentino

dananzi a to Gabana                           davanti alla Tua Capanna

preghi pal me pa’ e la me mama        prego per papa’ e mamma

Tel set ca sum un fiuren piscinen       sai che sono un bambin

a sum un pu disubidient                      sono un po disubbidiente

a fo’i caprizi par nient                         faccio i capricci per niente

mi a vurarisi fai pù                               non vorrei farli piu`

perdonum Bamben Gesu`                  perdonami Bambin Gesu`

 

                                    Luciano Garavaglia

 

LA BUSECA DUL BARETA

fonte immagine: sfizioso.it

Tanti anni fa quando la trippa era venduta allo stato naturale, cioè scura quasi nera, bisognava spelarla tutta lavarla bene e farla cuocere alla sera per 2 ore affinché al mattino si potesse tagliare bene e cucinarla, poi quando era pronta a mezzogiorno veniva tanta gente a prenderla con la  calderina per portarla a casa. Oggi invece la Trippa si puo’ comperare gia’ bianca e pronta per essere cucinata dal macellaio.

Ingredienti x 4 persone :

1200 gr.di trippa

70gr.di lardo o di pancetta

1 cipolla grossa

aglio

50 gr.di burro

½ bicchiere di vino 

4 patate di cui due a cubetti e due intere

3 carote a dischi un bel gambo di sedano a pezzettini

½ scatola di fagioli (se secchi si mettono a mollo la sera prima) 

½ scatola di pelati

erba salvia

1 frasca di alloro

sale e pepe a piacere 

altri odori

formaggio grana grattugiato

Si prende la trippa e la si lava bene sotto acqua corrrente si taglia in strisce della dimensione di un dito. Si prende il lardo o la pancetta e si fa una bella pestata con      cipolla e aglio si mette in una pentola a bordo alto con il burro si fa rosolare. Si mette la trippa, che a parte e stata preparata in strisce e si rosola bene per un po’ e poi si mette vino buono. Si lascia evaporare il vino e poi si aggiungono le patate un po’ a cubetti e un po’ intere che poi verranno schiacciate, lo stesso si farà per carote e sedano, si aggiungono i fagioli (se secchi saranno stati messi a bagno la notte prima ), si aggiungono i pelati o i pomodori, la salvia, l’alloro una frasca, sale e pepe a piacere, altri odori.  Si rigira per un po’ poi si aggiunge brodo caldo fatto con dadi e si coperchia lasciando cuocere x 2 ore. Si serve in scodella con una manciata di formaggio sopra.

Buon Appetito

Ricordando la Signora Carla Cardani Magnoni che ha suggerito questa ricetta

Lavatoi pubblici e surrogati

Articolo tratto dal numero 4 del giornale “L’equinozio”- Ottobre 1994 a cura della Pro Loco di Jerago con Orago

L’articolo è stato redatto dal Rag. Antonio Delpini

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Prima della Seconda Guerra Mondiale. ovvero sessant’anni fa, le lavatrici non esistevano ancora, non erano ancora state inventate. E allora? Come facevamo a lavare la biancheria e fare il bucato?

La nostra gente, ed in particolare le nostre buone mamme che non mancavano certo di intelligenza spicciola, con la collaborazione dei mariti e della pubblica amministrazione di allora, da tempo memorabile avevano risolto egregiamente i problemi costruendo lavatoi pubblici e numerose fontanelle a portata di mano delle famiglie.

A Jerago esistevano tre lavatoi pubblici: uno vicino al S. Rocco “Ul Funtanun”, coperto e costituito da tre grandi vasche: una per lavare i panni molto sporchi, la seconda per il lavaggio normale e la terza per sciacquare (“risentà“) il bucato.

Alimentato dall’acquedotto comunale, era il più frequentato e funzionava anche da salotto dando modo alle donne di fare quattro chiacchiere in assoluta libertà. La loro presenza al lavatoio, particolarmente quando erano numerose, si percepiva anche da molto lontano e se ne sentivano di tutti i colori, comprese le discussioni che nascevano per accaparrarsi il posto migliore.

Un altro lavatoio era stato predisposto sulla strada che scende sulla Varesina (attuale via Dante), vicino al ponte della ferrovia. Ovviamente più piccolo e di due sole vasche, alimentato da acqua sorgiva in un primo tempo, e poi dall’acquedotto comunale. Doveva servire in particolare per gli abitanti della Caserma e dintorni. inutile dire che il cicaleccio, quando le presenze erano numerose, si poteva udire fino alla portineria dello stabilimento Rejna.

Infine avevamo, in via G. Bianchi, un terzo lavatoio: “Ul Rià”, che è resistito più degli altri. Anche questo disponeva di due vasche: una per lavare, un’altra per “risentà“. Alimentato prima dall’acqua che scendeva nei fossi, allora sempre puliti, dei prati situati a nord sulla via Indipendenza, poi dall’acquedotto, anzi: dalla conduttura principale dell’acquedotto che scendeva dal bacino sistemato sulla collina di “Runchit”. Pertanto al Rià l’acqua non mancava mai e, oltre ad essere sempre molto fresca, serviva anche egregiamente per dissetare i viandanti che capitavano da quelle parti.

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In un primo tempo il lavatoio era scoperto e non ci si poteva stare se pioveva, poi, attorno al 1949, è stato sistemato e dotato di copertura adeguata. Al Rià non hanno avuto molta fortuna i rubinetti: l’amministrazione comunale, nell’intento di evitare lo spreco dell’acqua ha provato ad applicare tutti i tipi di rubinetti esistenti in commercio senza successo. Dopo poco tempo si guastavano o venivano rotti, con grande dispersione di acqua. da ultimo si era provveduto a rinchiudere il rubinetto con uno sportello chiuso a chiave. ora il lavatoio non c’è più ed al suo posto è rimasta una “vedovella” con rubinetto automatico.

Le fotografie ivi riportate sono a titolo esemplificativo e si riferiscono ad un lavatoio pubblico sito in Armeno (NO)

 I fungiat da raza  

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Poesia scritta da Cesare Ferioli (versione tratta da Anselmo Carabelli con Enrico Riganti, Le ricette della nonna. Cucina, usi espressioni, attività, feste religiose nella vita di un borgo dell’alto milanese tra il 1800 e il 1940, Collana Galerate, Tipografia Moderna, Gallarate, 2000)

Quand l’Autun lé dré rivà               “A lé mat me car Giuan  

in paes a va in pé                         butal via se no te crepat

un téribil gibilé                               ma va pian parchè tel scèpat

par i sträd e par i cà                      métal là visin i ruan

              

E la causa dul frécass                  Chi sà mäi che un quéi..asnin

Dul vusà e dul risià                        da la vista un pù aquilina

lè la sfida ca sa fà                         sal ga dà na guardadina

fra i fungiat da tut i rass                a la ciapa pan vérnin “

 

Propri inscì e tut parché                Tra na bàla e na fumäda

in paés ghe tant bausciuni            pasa ul temp e niént sa cata

che sa disan “gran catuni”            a lé na sfurtuna mata !

ma che i catan cui…dané.             bataran. .un’ ältra sträda

 

L’aventüra la incumincia               “Sa pò nò andà cà senza

ai ses ur du la matina                    che figüra la sarìa

quand cunt cest e merendina       andem giò da la Maria

i van tücc feura pruvincia              che i a véndi cun cuscénza”

 

Ghé‚ chi va in Val Furmaza         Guärda un pu che gran catäda

chi a Magiura e chi a Suliva         disaran qui du la piaza

e chi va in…Cupérativa                 “Quisti a in fungiat da raza!

a svuià na bèla taza                      in i re da la cunträda”

 

Dopu un’ura o giò da là                E inscì finis in gloria

rivan a déstinazion                       un dì négar e fadigus

métan sù giaca e culzon              ma un quei vun un pù curius

e sa butan a cercà                       andrà in fond…da tut a storia.

                

Sgärla mi e ruga ti        

sota al brug e in dul buscon     

“a lè matt opùr lè bon?”

a sa disan lì par lì

 

                   Cesare Ferioli

 

Cesare Ferioli ha tratteggiato quelle avventure nella poesia, pubblicata originariamente su: “Jerago Rassegna di vita cittadina” nel 1967

 

Traduzione della poesia dialettale “I fungiat da raza”: quando arriva autunno, a Jerago si accende un terribile fracasso, per le strade e per le case. E la causa di questo vociare e dei litigi é la sfida che si ingaggia tra i raccoglitori di funghi delle varie fazioni. Proprio così e tutto da imputare al fatto che a Jerago vi sono anche dei millantatori, che si dicono grandi raccoglitori, ma che raccolgono grazie… ai soldi. L’avventura comincia alla mattina verso le sei, quando col cestino e con i panini, tutti si recano fuori provincia. C’è chi va in Val Formazza, chi a Maggiora e chi a Soliva, ma anche chi.. va in Coperativa a svuotare una bella tazza di vino.  Passa un’ora circa e arrivano a destinazione. Indossano giacca e calzoni alla zuava, poi si buttano alla ricerca. Rovista e ribalta le foglie tra l’erica e le felci. E’ matto o è buono? Mio caro Giovanni è velenoso, buttalo via che muori, ma va piano non spaccarlo, mettilo là vicino alle carrarecce del sentiero. Fosse mai che qualche asino patentato dalla vista d’aquila non lo scambi per un Boleto se lo guarda un po’ di fino. Così tra una frottola e una fumatina, passa il tempo e non si raccoglie alcunché. Bisogna prendere un’altra direzione.  Però non si può andare a casa senza. Sarebbe proprio una figuraccia, andiamo giù nella posteria della Maria che li vende e non si approfitta per il prezzo.. ! – (arrivati in piazza e aperto il baule della macchina n.d.r.) – Guarda un po’ che raccolta, diranno esterrefatti quelli della Piazza. Questi sì sono i veri fungiatt, sono i migliori della contrada. Così finisce in gloria una giornata nera e faticosa. Ma qualcuno un po’ curioso andrà al fondo di questa storia.

 


 

Vita paesana: la Cuccagna dei coscritti

Di seguito pubblichiamo alcune immagini relative alla tradizionale Cuccagna che fino agli anni ’80/’90 era tipica in occasione dei festeggiamenti per i coscritti della leva, al compimento dei 18 anni.

Le foto sono relative alla Cuccagna del 1967

Ul fuiet dul Curäd- Il foglietto del sig. Parroco

(scritto da Anselmo Carabelli )

Chiamavamo con questo nome confidenziale, il foglio parrocchiale che Don Luigi Mauri diffondeva settimanalmente, nelle famiglie con il titolo di  “La Voce del Parroco“. Constava di un unico foglio tipografato su due facciate, per i tipi Lazzati di Gallarate. Chi è attento potrà notare che l’odierno foglio parrocchiale, altro non è che la continuazione di tale iniziativa principiata nel lontano 1955 con l’autorizzazione del Tribunale di Busto A. n. 38 del 23-11-55. In quei tempi si chiamava diffusione della Buona stampa e vedeva impegnati molti ragazzi.

Mi piace ricordare come la Signora Anna Caruggi preparasse sotto casa parrocchiale tutti i pacchi dei giornali per facilitarne la distribuzione. Anche allora ogni zona veniva divisa e vedo ancora sopra ogni pacco la cassettina di legno, di quelle che si producevano nella ditta Biganzoli, con il taglio per l’offerta. E assieme al pacco di foglietti vi era il plico dei giornali. Il quotidiano cattolico si chiamava  in quei tempi L’ITALIA,  recapitato agli abbonati normalmente per posta, la domenica era direttamente diffuso dalle Parrocchie, ai lettori domenicali esso veniva consegnato per il controvalore di 25 lire. Si continuava, così, la  distribuzione di quella stampa parrocchiale che a cavallo del secolo era iniziata con la vendita de “Il Resegone”  e quelli  furono tempi pionieristici, che videro veramente un grande impegno nella formazione di matrice cattolica, quando il Parroco don Nebuloni, che per la sua statura minuta fu ricordato come “Curadin” (piccolo Parroco) si era fortemente impegnato e preoccupato di far giungere una visione cristiana che potesse confrontarsi con la  penetrazione della stampa di matrice socialista, nonché della propaganda liberale e massonica, che sicuramente seminava odio verso il clero.  Forse questo periodo meriterebbe un più attento esame, anche ai fini di una migliore conoscenza di un’epoca assai interessante sotto il profilo della storia locale.

Naturalmente si ingaggiava una competizione fra coloro che distribuivano quei foglietti nelle varie vie.  A me era toccata la via Garibaldi fino a via Vittoria, via San Rocco. Ricordo che appena dopo messa delle dieci facevo il giro; erano circa 60 famiglie. E con soddisfazione quando rientravo riconsegnando la cassettina constatavo che il mio giro era stato il più generoso nelle offerte. Noi diffusori di questa buona stampa lo facevamo per l’orgoglio di partecipare alla attività parrocchiale contribuendo anche alla raccolta di fondi.

A Natale poi, in premio per il nostro impegno, non mancava mai un panettoncino, di quelli prodotti dal panificio di Francesco Alzati, dolce avvolto in una stupenda carta azzurra oleata stampata col logo dei Sette campanili, quel disegno che il nostro pittore Riganti aveva realizzato per la famosa corsa campestre cavariese.

Pulenta e Bruscitt – Breud e Vin

fonte immagine: magisterodeibruscitti.org

Alla ricerca delle antiche tradizioni della nostra cucina non ci si può esimere dal tramandare queste due ricette. Qualcuno potrebbe obbiettare che la Pulenta e Bruscitt sia un piatto preso a prestito dalla cucina bustocca. Ciò è in parte vero, perché non facciamo parte dell’area culturale di Busto, che convenzionalmente si limita alle genti che definiscono “Basura” il pomeriggio, mentre noi lo chiamiamo “Dopudisnà“.

Storicamente invece siamo molto legati alla città di Busto Arsizio e alla sua Basilica di San Giovanni. Infatti la Chiesa di San Giacomo di Jerago dal 1399 possedeva tre appezzamenti di terreno in Busto, le cui rendite sarebbero passate al Parroco di San Giorgio. Il Parroco di San Giorgio poi fu dal 1705 al 1732 il bustese Don Carlo Francesco Pozzi, periodo nel quale, di diritto, il Parroco di Orago era Vice parroco di Jerago.

Di scuola bustese è anche il bellissimo affresco della deposizione di N. S. Gesù Cristo in Via Garibaldi. in breve: a causa dello stretto legame che unisce le parrocchie di Jerago ed Orago con san Giovanni di Busto, non è fuori luogo pensare che, oltre a scambiarsi esperienze religiose, artistico culturali ed economiche, si scambiassero anche modi di cucinare, quali i Bruscitt e forse  ancor di più il Breud e Vin.

Il Breud e Vin  consiste nella ormai dimenticata usanza di prendere, solo nelle grandi occasioni, una tazza di brodo di gallina, ben caldo e schizzato di vino rosso, a fine pranzo allo scopo di “Murisnà ul stomig“, stemperare cioè gli eccessi di un pasto ricco.

Tornando ai nostri parroci si capisce che, per necessità, richiedendo in quelle epoche il viaggio a Busto, almeno una giornata tra andata e ritorno e almeno un pranzo in osteria, la ricetta dei Bruscitt debba essere il più possibile vicino a quella bustocca.

I Bruscitt si accompagnano con la polenta, quella bella soda dell’uso bergamasco; un conoscitore di Bruscitt inorridirebbe di fronte ad un piatto dove per Bruscitt fosse spacciato un ragù di carne alla bolognese simile, tanto per intendersi,  quella cosa che spesso capita di vedersi servita in tante feste paesane, anche nostre. E’ bene dunque prendere nota che un piatto di autentici Bruscitt  si prepara partendo da un bel pezzo di polpa reale (manzo, non vacca) che non va assolutamente tritata a macchina: deve essere tagliata a filo di coltello in modo da fare tanti pezzettini della grandezza di un fagiolo borlotto, in modo che ogni “Bruscin” conservi la sua identità e non venga strizzato dal sangue. La quantità è di 120 gr. per persona, di più se si è delle buone forchette. Si mettono in una capace pentola, di bordo medio, meglio se di terracotta, non si rosola a freddo, unitamente a 50 gr. di burro per un Kg. di carne, con una pestata di lardo o, in mancanza di pancetta piatta non affumicata in ragione di 50 gr. per un Kg. di carne. Nel mezzo della carne si mette un sacchetto di garza dove è stato inserito un cucchiaio di semi di finocchio; salare quanto basta e pepare leggero.

Si pone sul fuoco a fiamma bassissima, si coperchia con un peso sopra il coperchio e si cuoce per 2 ore e mezza, aggiungendo, se asciuga, burro, mai brodo od acqua.

Evitare in modo assoluto di aggiungere verdure, pomodori o altro: il ragù è sempre in agguato.

Dopo la cottura si toglie il sacchetto di semi di finocchio, si aggiunge un bicchiere di barbera o vino rosso; qualche minuto a fiamma viva per assorbire il vino e si torna a fiamma bassa e coperchio per dieci minuti. Spegnere e portare in tavola con polenta preparate a parte nel paiolo. Buon appetito.

P.S.: qualsiasi altro modo di preparare i Bruscitt rappresenta una arbitraria sofisticazione di un prodotto tipico e antico.