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Il campanile romanico di Jerago

di Carlo Mastorgio (Sopraintendenza archeologica della Lombardia) – Maggio 1991

Testo apparso in Un popolo in Cammino – Maggio 1991 e poi ripubblicato nella raccolta di scritti in occasione dell´inaugurazione del campanile nell´ottobre 1991

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La vecchia chiesa parrocchiale di S. Giorgio e´documentata solo dal XIV sec. (per  esattezza, dal 1398).

Pero´, titolo e ubicazione, gia´per se stessi la retrodatano ad epoca molto piu´antica. Inserita nel vecchio tessuto urbano, essa e´senz´altro la prima cappella della comunita´e probabilmente eretta in quelle fasi della cristianizzazione, allorche´ i canonici, dal vicino centro plebano o battesimale di Arsago Seprio, diffondevano la nuova religione nelle campagne e nei piccoli villaggi circostanti.

La dedica a San Giorgio e´tipica dell´epoca longobarda per la nota associazione del “santo guerriero” con il carattere spiccatamente belligerante di quel popolo barbarico.

Tutto cio´porta a pensare che l´edificio ebbe una fase preromanica, seguita da una romanica, indi da altre che successivamente, per ragioni legate ad aumenti demografici,  hanno sostituito, inglobato o parzialmente alterato le strutture architettoniche primitive.

Nulla sappiamo della fase preromanica anche perche´mancano sia una lettura stratigrafica delle strutture verticali sia un saggio archeologico sotto l´attuale pavimento. Pur tuttavia tale fase e´intuibile; se non altro perche´e´storicamente accertata la presenza, a Jerago, di nuclei familiari in epoche anteriori al Mille (come esempio, basta citare qui due importanti personaggi, Teudelaberto e Ato di Jerago, presenti come testimoni nel 976 ad una permuta di terreni nel territorio sepriese).

Per quanto concerne la fase romanica e´notizia di oggi, in quanto essa e´emersa in seguito ai recenti lavori di ristrutturazione della torre campanaria. Questa nascondeva infatti, sotto l´intonaco, l´originario paramento murario. Tolto il rivestimento, sono tornate alla luce le cornici di archetti pensili e le monofore, ossia quei particolari tecnici e stilistici tipici dell´architettura romanica (sec. XI e XII). Ulteriori indagini potranno in futuro meglio precisare l´iconografia e l´esatta cronologia di questo monumento.  In questa sede e´sufficiente dare qualche sommaria informazione. Innanzitutto si tratta di un campanile alto, snello, con base quadrata ma non sufficientemente ampia da far presumere un innalzamento sui resti di un torrione altomedievale e quindi facente parte di sistemi difensivi. Anche le aperture, del tipo a tutto sesto, sono sufficientemente ampie e non a feritoia.

Nessun utilizzo, quindi, a scopo di fortificazione o di segnalazione ma semplicemente un utile monumento al servizio civico e religioso della piccola comunita´ jeraghese.

L´apparato murario del campanile e´composto da materiale eterogeneo; poca la pietra quadrata, parecchia quella scheggiata, diversi i ciottoli, qualche laterizio. Il tutto disposto in corsi un po´irregolari con un buon letto di malta. La parte alta e´stata rifatta in epoca successiva distruggendo l´originaria cella che doveva essere interessata dalla presenza di bifore. Nel rifacimento sono stati infatti riutilizzati i frammenti delle colonnine originarie in pietra. Ogni parete e´divisa in ripiani da tre grandi specchiature, abbastanza profonde e chiuse in alto da tre archetti in cotto. Anche gli archivolti delle monofore sono formati da vecchi laterizi posti in costa e sormontati da un bardellone pure in cotto.

Quest´ultimo particolare e´abbastanza caratteristico e trova riscontri in altri edifici del territorio padano datati all´XI secolo (1000-1100). La cosa  che piu´colpisce e´che questi laterizi sono tutti di fattura d´epoca romana; la maggior parte embrici con il tipico risvolto e, sorpresa nella sorpresa, addirittura una suspensura cilindrica ovvero uno di quei pilastrini che sostenevano il pavimento di un ambiente romano riscaldato facendo circolare sotto l´aria calda.

Or bene, tutte queste profilature di cotto, inserite nella pietra grigia del paramento, determinano uno stupendo cromatismo che potra´essere meglio apprezzato allorche´verranno tolti i ponteggi del cantiere.

La vecchia chiesa parrocchiale di san Giorgio va schiudendo cosi´i misteri del suo glorioso passato con sempre piu´larga chiarezza, lasciando perplessi gli storici, ammirati i tecnici e soddisfatti quei “pochi” che veramente credevano nella vetusta´ dell´edificio. Il cammino iniziato merita tutta la piu´ ampia fiducia e l´appoggio morale e finanziario perche´ la volonta´ di fare qualcosa di utile e di bello, non distruggendo ma salvando, ha gia´regalato alla comunita´ di Jerago questo stupendo campanile romanico che, in definitiva, e´il piu´antico monumento del paese.

Chiesa Parrocchiale di San Giorgio in Jerago (Cenni storici)

(fonte immagine: parrocchiasangiorgio.it)

Redazione e ricerche curate da Anselmo Carabelli, alla data del 20/7/2009

 

Anni 1917-1927

Parroco –Don Massimo Cervini ( Castronno 1879- Jerago 1945) – parroco di S.Giorgio Jerago (1916-1945)

 Dinamica della popolazione  Anno– Abitanti:  1907-1085 / 1913-1550 / 1923-1865

 

Ultimo ampliamento della antica chiesa parrocchiale anno 1881 ad opera dell’ ing. Graffonaia. La vecchia chiesa fu dismessa al culto dal 16-7-1927. Usata successivamente come oratorio fu poi abbandonata al degrado dal 1957.

 Stato odierno della antica chiesa di san Giorgio: Restaurata per volontà di  don Angelo Cassani- (Sedriano 17/08/1934- Jerago 02/12/2006,  parroco di san Giorgio in Jerago 1987-2006)

 

Motivazioni per la nuova costruzione (ricavate dallo scrivente consultando gli incartamenti in merito):

 

 La possibilità di ampliamento della chiesa antica, richiesto dall’avvenuto raddoppio della popolazione, era  impedita nella dimensione della larghezza dall’essere l’edificio ristretto  tra campanile, canonica e  cascina (equile); si rendeva perciò necessario procedere ad un ulteriore e sproporzionato allungamento, come già eseguito nel 1881.  Si scelse così  di affrontare una nuova costruzione disponendo all’uopo di un terreno parrocchiale, adiacente alla canonica, in posizione S-SE  e centrale per il paese. Il terreno era dedicato a prato , con accenno di discesa collinare verso E , senza alcuna costruzione preesistente.

1921 si affida lo studio all’arch. Oreste Benedetti di Milano

          -Si eseguirono i primi sondaggi sul terreno per verificare la condizione del terreno su cui posare le fondamenta e valutare l’entità dei lavori per le fondazioni.

  • 1922 presentazione dello studio dell’arch. Benedetti alla Commissione Arte Sacra della Curia Arcivescovile e conseguente approvazione di tutti i disegni relativi
  • Passaggio alla fase esecutiva e Costituzione della commissione pro erigenda Nuova Chiesa nelle persone del Sig, Parroco Don Massimo Cervini, dei fabbricieri, dei Sigg.: Leone Michaud, Dionigi Cardani, Sessa Riccardo, Biganzoli Paolo, Anselmo Carabelli.
  • Affidamento della costruzione al capomastro Bianchi Giuseppe
  • 1923 / 22 aprile– posa prima pietra
  • 1924 / dicembre – posa del tetto
  • 17 luglio 1927 la nuova chiesa è aperta al culto.

Elenco delle strutture architettoniche trasferite dalla chiesa vecchia alla chiesa nuove dal 1927  indicazione di nuove acquisizioni e costruzioni

 

 -Febbraio 1927 inizio opere di preparazione al trasferimento dell’altare maggiore da posizionare su fondamenta riempite di bitume per una profondità di 280 cm con sezione quadra di lato 160 ( per reggere tiburio e mensa). Rimozione della  prima pietra poi riposizionata sotto la mensa dell’altare maggiore (disegni in archivio)

Riposizionamento del fonte battesimale rimuovendolo dalla antica cappella della  chiesa vecchia nella stessa zona dell’attuale battistero.

Marzo 1927 trasporto dell’altare maggiore ad opera del marmista Provasi di Crema

L’Altare maggiore proviene dalla vecchia chiesa di san Giorgio ed era stato costruito in marmo, sostituendo il precedente in legno. Fu realizzato nella bottega del marmista scultore Francesco Rossi  di Milano  intorno al 1801 al prezzo di 1250 lire austriache. L’adattamento lasciava scoperti i fianchi che furono chiusi con finto marmo eseguito dal sacerdote teologo Giuseppe Porporato. Questi, coadiutore di Alpignano (To), fu inviato da suor Agnese sorella del parroco, residente ad Alpignano.

 

Aprile 1927 –  Inizio posa del  pavimento ad opera della ditta Cagnoni di Malnate

  • Scala di accesso al pulpito eseguita dalla locale officina di Innocente Aliverti

Giugno 1927 -messa in opera del pulpito ligneo, eseguito dalla locale falegnameria di Cardani  Abramo su  disegno  dell’architetto Benedetti

  • Trasporto dei seggi del vecchio coro ad opera ed adattamento del falegname Luigi Cardani, i seggi mancanti e aggiunti per le nuove dimensioni del coro furono eseguiti dalla falegnameria di Cardani Enrico
  • Adattamento dell’arredo in legno della sacrestia, opera della falegnameria di Cardani Gerolamo
  • Le porte di ingresso, le laterali di accesso ai vani accessori furono eseguite dalla falegnamerie locali : Luigi Cardani, Gerolamo Cardani, Sessa Giovanni, Sessa Luigi
  • Costruzione delle balaustre laterali all’altare maggiore costruite in graniglia di marmo e posate dalla ditta Terzaghi e Gritti di Induno Olona
  • Riposizionamento della balaustra frontale della vecchia chiesa nella nuova con adattamento per la parte mancante causa le diverse dimensioni con finto marmo ad opera del già citato sacerdote Giuseppe Porporato di Alpignano
  • 1929 installazione dell’organo trasferito e riadattato dalla chiesa vecchia ad opera della ditta Maroni Giorgio di Varese (le canne piu antiche si fanno risalire al 1600)
  • 1929 Costruzione del vano della Cappella di San Carlo con traslazione dell’altare con paliotto e fiancate in scagliola intelvese datate 1759. Ricollocazione della Pala col quadro del Santo, opera del Pittore Carsana di Bergamo, eseguito nel 1881 (il vecchio quadro è dal 1881 sito in San Rocco),  adattamento e ricollocazione dei marmi a cornice eseguito dal marmista Provasi di Crema
  • Costruzione del vano per la Cappella mariana ed installazione dell’antico altare della BV del Carmine , risalente al 1759, costruito quando, per effetto del secondo ampliamento della vecchia chiesa fu demolita l’antica facciata, che recava nell’interno, a destra del portone di ingresso, la quattrocentesca sacra immagine mariana. Tale altare rimosso nel 1943 con la costruzione del nuovo altare, è stato spostato nella cappella  dell’ odierno cimitero di Jerago in località alla Pigna.
  • 1931 Lampadari in ferro pendenti dalle arcate della navata centrale, eseguiti dalla ditta Innocente Aliverti su disegno del Pittore Ambrogio Riganti
  • 1932/ 14 settembre– consacrazione della Chiesa ad opera del Beato Cardinal Ildefonso Schuster
  • 1936/1940 realizzazione di tutto il ciclo pittorico della chiesa ad opera del pittore Emilio Orsenigo di Varese (Catino absidale – Cristo In Maestà) (altare maggiore ai lati – Ultima cena – moltiplicazione dei Pani) (Cappella della BV del Carmelo – suffragio alle anime penitenti – istituzione dello scapolare) (Cappella di San Carlo- San Carlo nel lazzaretto con gli appestati- processione eucaristica per Milano) (volta centrale- episodi  della vita di San Giorgio)  (cupola –Gloria di San Giorgio) (Vele dei raccordo alla cupola- i quatto evangelisti )
  • 1948 nuovo simulacro della BV del Carmelo, per volontà de Parroco don Carlo Crespi,  opera in legno dello scultore Franco Molteni di Cantù – La statua antica sarà ricollocata in San Rocco
  • 1968 costruzione della cappella invernale voluta da don Luigi Mauri,  architetto Moglia di Gallarate. Le vetrate sono opera del pittore Giordano Crestani (i discepoli di Emmaus- Moltiplicazione dei pani e dei pesci)
  • Tutte le altre vetrate istoriate nell’interno della chiesa sono opera del pittore Giovanni Cassani. Partendo dal Battesimo di Cristo nel rinnovato Battistero

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In anni recenti la facciata e’ stata completata con un bel protiro di stile romanico in sarizzo. Lavori svolti sotto la guida del nostro parroco don Remo Ciapparella.

La chiesa romanica di San Giorgio

Aprile 1991

di Anselmo Carabelli

Dati i due precedenti articoli è logico attendersi una chiesa di San Giorgio chiaramente diversa dall’attuale chiesa “vecchia”, che fosse romanica e coeva al campanile.

Tale attesa, viene affermativamente soddisfatta da una nota del card. Giuseppe Pozzobonelli, il quale afferma, sempre negli estratti delle visite pastorali 1750: “la chiesa dedicata a S. Giorgio, è edificata in luogo poco eminente, e di forma oblunga. In qualche nota d’archivio si dice fosse edificata al tempo del Federico Borromeo, ma noi abbiamo visto che già esisteva alla fine del ‘300, da allora si celebra la festa della dedicazione  al 30 dicembre”.

Si può dunque dedurre che la chiesa che vide il card. Pozzobonelli, fosse quella che aveva visto il card. Federico Borromeo nel 1620, la quale nell’arco di tempo che andava dal 1570 al 1620, cioè negli anni del card. Carlo Borromeo e poi del card. Federico Borromeo, era stata ampliata.

La originale chiesa romanica poteva essere dunque quella descritta da padre Leonetto Clivone all’epoca della visita di S. Carlo borromeo. I lavori di questo  primo ampliamento furono di tale entità da far pensare a distanza di centotrenta anni (1620-1750) che la chiesa fosse stata costruita nel periodo di Federico Borromeo.

Fatte queste premesse dii archivio e con l’aiuto di una opportuna planimetria e di due disegni a tratto di penna da me eseguiti, si può tentare una prima lettura di ciò che poteva essere la chiesa romanica del XII secolo.

La figura A rappresenta una ricostruzione della chiesa con il suo campanile romanico, nella figura B (anche per evidenziare il legame con la chiesa di S. Giacomo) possiamo intuire dalla chiesa di S. giacomo, quella che poteva essere la vista posteriore di S. Giorgio.

Immagine San Giorgio Vecchia romanica

figura A

La facciata è quella del Clivone, il campanile è quello descritto negli articoli precedenti e riguarda la sola parte romanica, è stato però disegnato anche un quinto ordine (o piano) con finestrella bifora, piano che sarebbe stato demolito per insediarvi la nuova cella delle campane così come noi la vediamo ora.

Infatti nella parte superiore del quadrante dell’orologio, ho ritrovate le mensoline del capitello della bifora in una zona di collegamento con la più recente struttura. Si individuano anche mattoni chiaramente non romanici e tegole di risulta forse dal fregio della cuspide.

Anche le chiavi che danno più robustezza alla struttura mentre in tutti gli altri ordini sono a filo dei sassi esterni, (sopra il quadrante dell’orologio nella zona di raccordo) sono annegate delle struttura stessa, dopo evidenti adattamenti delle pietre, il che significa che queste chiavi erano più corte delle sottostanti, perché la cella delle due campane era più piccola di circa 12 cm, pertanto quando la cella originale è stata demolita le chiavi sono state recuperate e sono servite per la sottostante legatura, ma hanno dovuto essere annegate nella facciata, perché nella nuova sopraelevazione si era partiti con il piano del quarto ordine (quello dell’orologio, per intenderci) che era più largo.

La facciata è stata completamente abbattuta nel periodo del card. Federico per poter costruire la nuova cappella con arco “ad aquilonem versus” cioè a nord della chiesa e di fronte al campanile; il primo ordine del campanile in questa zona era stato intonacato e abbellito con alcuni fregi geometrici, che ancora si notano e si nota ancora l’inizio dell’arco della cappella della Beata Vergine Maria.

Appena dopo iniziava la cappella di S. Carlo e poi il battistero cui si accedeva scendendo di due gradini. Queste cappelle non esistevano all’epoca della visita di S. Carlo (è evidente che all’epoca della visita di S. Carlo non ci fosse una cappella a lui dedicata); nella descrizione del Clivone gli altari erano a filo del lato della chiesa (per intenderci, così come ora a S. Rocco, la statua della Madonna del Carmine si trovava in una nicchia).

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figura B

Ecco perché ho ritenuto corretto disegnare una chiesa senza sporgenze laterali, in sintonia con le più piccole chiese romaniche che possiamo vedere in zona (SS. Cosma e Damiano ad Arsago, o molto similare anche per il campanile seppur non così bello come il nostro, la chiesa di S. Stefano a Bizzozzero di Varese e S. Primo e Feliciano di Leggiuno).

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Oratorio campestre SS Cosma e Damiano di Arsago Seprio, risalente al XII secolo -fonte immagine Hikr.org

La vecchia sacrestia (quella dove c’era il gioco del biliardo per gli anziani, sita tra l’abside, il campo sportivo e l’oratorio, a nord della chiesa e a sud del campanile) fu costruita appunto nel periodo del card. Federico, quando si abbatté la facciata per far posto alle cappelle pocanzi accennate; e siccome allora non si buttava nulla, si pensò di riutilizzare le mensole e le soglie delle tre finestre che nella nuova facciata furono eliminate, proprio per la legatura degli angoli esterni (quelli verso il campo sportivo) della nuova sacrestia. Infatti, a chi osservi questi angoli si evidenziano dei manufatti lunghi e lavorati in sasso che possono essere proprio quelle soglie. Ultima osservazione sul lato sud della chiesa vecchia si osservi la chiesa vecchia stando sotto il grosso noce dell’oratorio (nuova casa parrocchiale).

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Chiesa dei Santi Primo e Feliciano – Leggiuno (VA) – fonte immahine: beweb.chiesacattolica.it

Si vede ancora una parete in sassi a vista con una antiestetica porta a un livello che non è certamente il piano né della chiesa né dell’altare ma era il primo piano di una cascina che era stata addossata alla chiesa originale. Tale porta doveva essere stata incavata da una iniziale finestrella romanica, quando si costruì nel 1500 il locale per pigiatura dell’uva del quale pur si vede un accenno di voltino.

Per le nostre ricerche comunque interessa questo: l’aver addossato una nuova costruzione con funzione diversa ha sicuramente deturpato l’originale finestrella, però ha conservato la struttura originale del muro, nel quale si nota il segno della evidente sopraelevazione, quando tutta la chiesa fu alzata, ma, cosa più importante, a livello di terra si trova un cordolo continuo di sasso granitico che segna la originale chiesa romanica, sassi che certamente non avrebbero introdotto con funzione estetica nella costruzione di un cascinale, quale era appunto quello addossato alla chiesa vecchia prima dell’abbattimento. Si vede anche una chiave al cui interno non c’è alcun tirante. Queste osservazioni faccio a suffragio della validità del disegno da me presentato.

P.s. Nel prosequio  di queste ricerche, mentre traducevo dal latino un documento della visita di federico Borromeo intitolato “De ecclesia loci Jeraghi sub titulo Sancti Georgi plebi Gallarati” anno 1620 ho ritrovato una nota che rettifica una credenza comune di far risalire la consuetudine di andare al Sacro Monte di Varese al 1745 ( Cazzani- Jerago e la sua storia- pag. 83) al capoverso “De consuetudinibus et notis” si legge “…è anche noto che si è soliti andare da Jerago, processionalmente al sacro Monte sopra Varese e Santa Caterina del lago Maggiore…”.

Questo, se porta indietro nel tempo questa tradizione che ancora oggi coltiviamo, di andare alla Madonna del Monte, mette in evidenza un altro pellegrinaggio parrocchiale a noi oggi ignoto, che però rafforza la tesi degli articoli precedenti di una grossa dipendenza con le radici storico-religiose del contado di Stazzona (Angera) e con l’influenza dell’Abbazia benedettina di Sesto Calende.

Non si deve dimenticare che ogni volta che un visitatore ecclesiastico nei diversi periodi da San Carlo in poi, descriveva la Chiesa di s. Giorgio, quando parlava di dedicazione della chiesa ha sempre scritto “ab immemorabili”, cioè se ne perde memoria. Questo avveniva la prima volta come documento scritto nel 1570. Se ipotizziamo che la memoria storica di fatti minori possa perdersi in centocinquanta anni, si può ben ipotizzare il rinvio dell’origine di quei fatti almeno fino agli albori del ‘400.

Il campanile della chiesa di Jerago

Marzo 1991

di Anselmo Carabelli

La parte romanica del campanile di S. Giorgio vecchia, in Jerago, presenta le seguenti caratteristiche:

altezza dal piano piano della chiesa circa 16 metri, cui si deve aggiungere la cuspide piramidale in sassi, che e´stata successivamente asportata all´epoca della costruzione della loggia delle campane; tale cuspide poteva essere di 70 cm. circa, piu´croce in ferro.

Sezione perimetrale quadrata con lato di circa 310 cm. , costante alle diverse quote.

All´interno, nella parte cava di accesso alla cima, le mura si vanno riducendo, per dare grande staticita´all´insieme.

Esternamente i primi due ordini sono segnati da finestrelle monofore con arco in cotto, mentre il terzo ordine, attualmente coperto dal quadrante dell´orologio, dovrebbe celare una finestrella bifora, sede delle originali campane.

I sassi che formano la costruzione sono legati da malta ottenuta con impasto di calce idraulica e litta.

Un campanile similare, almeno nei primi tre ordini, e´sito a Lasnigo, nei pressi di Erba. Torri campanarie di origine romanica, osserviamo pure ad Arsago (S. Vittore), Buzzano  (bellissimo campanile, privato maldestramente della sua chiesa verso il 1950), ma il complesso che puo´offrirci maggiore spunto di riflessione, oltre naturalmente ad Arsago- S. Vittore, e´la chiesa di S. Donato in sesto Calende. Altrimenti nota come abbazia benedettina.

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                  Lasnigo- S. Alessandro (fonte immagine: exploratoridelladomenica.it)

Questi riferimenti sono importanti per una ricerca che tragga il supporto delle vestigia architettoniche. Infatti, a differenza dei documenti scritti che per questo periodo diventano estremamente rarefatti e di difficile interpretazione, spesso menzioni di cose viste da altri, cosi´non si puo´dire delle opere architettoniche che sono sotto i nostri occhi. In breve, negli anni attorno al 1000, le nostre localita´facevano parte del contado del Seprio; la zona di Angera, dal lago fino a Locarno, faceva parte del contado di Stazzona, vecchia denominazione di Angera,  e comprendeva il complesso architettonico di Santa Caterina del sasso Ballaro.

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Complesso romanico di S. Vittore in Arsago (foto di Francesco Carabelli)

Per rendere piu´apprezzabile il contesto storico, ritengo utile trascrivere alcuni brani da Corrado Barbagallo- Storia Universale- Vol. III – parte 1° – pag. 276 – U.T.E.T. Torino, 1968.

Con riferimento alla politica di Carlo Magno, l´autore sostiene: “… il piu´importante di questi fenomeni e´il giungere a maturita´dell´economia praticata dagli istituti religiosi: chiese, monasteri,  conventi…le chiese e i conventi soccorrono i loro coloni e fittavoli in momenti di carestia, li forniscono di bestiame da lavoro, pongono a loro disposizione il mulino per macinare il grano, il torchio per l´uva, dando ai loro dipendenti il mezzo di conquistare la piena proprieta´ del suolo, ricevuto in usufrutto, permettendo di ascendere dalla servitu´alla liberta´. E´questo uno dei punti piu´interessanti della storia economico-sociale del primo Medioevo- cosi´gli istituti religiosi, pur mirando al proprio interesse, incoraggiano il dissodamento di terre abbandonate, favoriscono la coltivazione intensiva del suolo, vanno trasformando lentamente le classi servili in ceti di liberi agricoltori”.

Fin qui il Barbagallo, con riferimento al IX secolo.

Dalla descrizione del campanile di S. Giorgio vecchia ci rendiamo conto che deve essere opera di abili muratori i quali conoscevano l´uso di strumenti e macchine, propri di corporazioni estremamente severe e gelose della loro arte, che lavoravano sotto la direzione di maestri provenienti da queste zone., prevalentemente Como, ma anche dall´attuale Canton Ticino. Li chiamavano “Magistri Comacini”, con riferimento alla loro terra di origine, o “Magistri cum macinis”, con riferimento all´uso di macchine e strumenti edili.

Fra loro vi erano molti scalpellini. Questi operai stavano dando prova di grande abili´ad Arsago, a sesto Calende, ad Albizzate (S. Venanzio), Castelseprio.

La piccola comunita´di agricoltori, che qui risiedeva, seguita e stimolata dai beneddetini dell´abbazia di Sesto, dissodando queste terre, abbattendo alberi, aveva recuperato una grande quantita´di sassi, che sarebbero serviti per i muretti di contenimento a secco sulla collina delle vigne (Vigneur), ma anche per la chiesetta di S. Giorgio.

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Abbazia di San Donato in Sesto Calende (fonte immagine: wikipedia.org)

Questa chiesa poteva essere la stessa descritta nel 1586 da Padre Leonetto Clivone (Cazzani, Jerago – la sua storia-pag. 65) che misurava mt. 12 x 9 ad aula rettangolare cui andava aggiunto il piccolo presbiterio” (ed essere in tutto simile, ad eccezione del portico. Alla chiesetta di san Giacomo, cosi´ come la vediamo ora. Nel 1596 il visitatore mons. Luigi Bossi dice che il campanile sta sulla parte settentrionale di detta chiesa ed  e ´a forma di torre. (Cazzani-supra pag. 67).

Tra il campanile, lato ovest e lo stesso lato del campanile visto pero´dall´interno della chiesa vecchia, vi e´una intercapedine sul fondo della quale si intravede il muro originale della vecchia chiesa con un bellissimo fregio che si richiama agli stessi fregi del campanile romanico.

Questo ritrovamento e´stato fatto da don Angelo Cassani e permette di stabilire coevita´romanica fra campanile e chiesa vecchia.

Il campanile, descritto gia´nel 1596 come “Turris”, era stato costruito con pietre ben squadrate, non con i sassi di risulta del disboscamento come per la chiesa vecchia, pietre che molto probabilmente i benedettini di  Sesto avevano fatto recapitare qui dal porto lacuale di Angera, proveniente dalle valli dell´Ossola.

Il motivo di questa costruzione, che supera le necessita´ della popolazione locale, ma che e´integrata in una rete di campanili e torri romaniche sopradescritte, era legato alla necessita´dei vescovi di Pavia di esercitare e controllare la propria influenza attraverso una rapida diffusione di messaggi con segnali acustici di giorno e luminosi di note.

A quell´epoca era il vescovo di Pavia che dall´abbazia di San Donato controllava i traffici fluviali del Ticino e del porto lacuale di Sesto, ed esercitava la sua influenza su Arsago.

Traggo queste considerazioni proprio osservando il comune uso del mattone di cotto e dei fregi, sia nelle finestrelle monofore del campanile di Jerago, che nell´abside della navata settentrionale di San Donato.

Molini ubicati nella parte alta del torrente Arno

Molini ubicati  nella parte alta del torrente Arno, nei territori di Castronno- Albizzate-Solbiate-Orago-Oggiona, secondo la relazione  dell’ing. Luigi Mazzocchi 24-25 marzo 1897, fra il Capofonte “Brelle”di Castronno e il Molino “Scalone” di Oggiona.

(ricerche di Anselmo Carabelli e Carlo Coerezza)

2014_Mulino di Caiello (2011)

foto a titolo esemplificativo: Molino di Cajello-Gallarate (fonte immagine worldorgs.com)

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Testa di Fonte in localita´ Brelle al Mappale n. 938 di Castronno

Ponte delle Brelle con arco e spalle in cotto

Fonte alla Cascina Maggio, Perenne, raccolta in tina di legno scaricano in riva sinistra di Arno

Fontana o fonte del prestino al Mappale 550, confine 568 , dopo l’attraversamento ai guadi della strada dei boschi.

Entrata del torrente Garzona sponda destra fra i mapp. 426/ 377

Sorgenti a sinistra  in località bosco dei Capitani

Chiusa per la Derivazione della roggia macinatrice De Capitani

Molino Bosotto– ora ridotto a stabilimento di tessitura DE Capitani

Diametro della ruota mt 4.80, larghezza della ruota mt 1

Molino a sinistra, stabilimento a destra (il vecchio molino e´ stato soppresso la presa d’acqua serve per il vapore)

Prato bosotto- bacino da ghiaccio

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Molino Gazza (in sfacelo) ruota 3.60 larghezza 0,90

Molino Valdarno Isimbardi di sopra (Soppresso, Ruota 3,20- 1,50)

Molino Valdarno di sotto le cui acque vanno allo stablimento Paleari

Ruota notevole 6,40 –1mt

Molino Tarabara (bruni) a due ruote

Mtri 3 x 0.80- mtri 3.20 xo.80

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Molino di Lesso

Molinazzo inizialmente con due ruote ed ora con una sola ruota da 5,40×1,50 (interessante)

Molino Gaggiotto  3,60-0,90

Molinello Isimbardi  mt 4×1.25

Molino Giambello ruote da 3.80 x0,60 (due ruote)

Molino Scalone 2,15x 0,68

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foto di Francesco Carabelli c/o Valle dei Mulini – Longiaru´-Val Badia – BZ (salvo ove diversamente indicato)

30° Anniversario Restauro Campanile di S. Giorgio in Jerago

fonte immagine: youtube.com

Nell’approssimarsi del 30° anniversario della rimessa in funzione del concerto di campane del Campanile di San Giorgio in Jerago, ripubblicheremo nelle prossime settimane alcuni articoli di approfondimento comparsi ad inizio anni ’90 sulle pagine del giornale parrocchiale “Un popolo in Cammino” e poi raccolti in una pubblicazione autonoma in occasione delle celebrazioni dell’ottobre 1991 per il terminato restauro del campanile

Febbraio 1991

Il Campanile della Chiesa di Jerago

di Anselmo Carabelli

Sabato scorso, mentre salivo sull’impalcatura che avvolge il Campanile, il mio sguardo non poteva trattenersi dall’ammirare lo spettacolo delle Alpi, ammantate di neve, che mostravano la loro cerchia di vette non usuali, quali quelle che ritenevo proprie delle Alpi Marittime. Se questo era ciò che vedevo, la mia mente si era focalizzata su un’idea: in quello stesso momento ed in una situazione simile di luce, lo stesso emozionante spettacolo si offriva a chi, mille anni prima, si fosse trovato ad osservare dall’alto di quella torre campanaria.

Ecco dunque evidente che l’entusiasmo par la riscoperta di questa architettura romanica del campanile, fosse qualcosa di più della gioia di un appassionato di architettura di fronte ad una bella struttura. Se per quell’uomo medievale, vincolato dalla lentezza dei mezzi di trasporto e dal pericolo dei viaggi, il salire questa torre poteva dire arrivare con lo sguardo ai confini delle sue attese di scoperta del mondo (le Alpi, il mare), a me, cui basta la semplice pressione sul tasto del telecomando per avere l’altro capo della terra in salotto, quello sguardo dal campanile, dilatava il tempo e stavo riscoprendo le radici della mia gente.

Ho pensato, dunque, anche per invito di Don Angelo, grande appassionato della storia cristiana delle nostre genti, di dare un contributo per una migliore comprensione di quanto è successo e sta succedendo in ordine alla questione del campanile e della vecchia chiesa di S. Giorgio.

Nei primi anni di liceo mi ero interessato, unitamente agli amici Massimo Alberio e Piergiorgio Magistrali, a notazioni storiche su Jerago. Notazioni che vennero pubblicate a puntate prima sul foglio parrocchiale “La Voce del Parroco” e poi su “Jerago – Rassegna di vita cittadina”, foglio del centro giovanile ”Ul Galett”. Su esse, pur nella limitatezza delle nostre vedute (così come ingiustamente ci avrebbe fatto rilevare il Cazzani in “Jerago – la sua storia”), riconoscevamo le origini romaniche di alcuni monumenti locali con ampio foto di particolari architettonici rilevabili sia nella basilica di Arsago Seprio – “S. Vittore” – sia nella chiesa di S. Giacomo della parrocchia di Jerago in località Castello.           

Il romanico, che poi fu ampiamente evidenziato dal restauro di S. Giacomo, sembrava del tutto scomparire nell’imponente corpo della chiesa vecchia di S. Giorgio e del suo campanile. Sembrava, non logica la mancanza di continuità fra S. Giacomo dell’XI sec. circa e S. Giorgio vecchio, le cui notizie più documentate risalgono agli atti della visita di S. Carlo Borromeo nel 1570.

E’ del XVII sec. una descrizione più completa di detto impianto ad opera del curato Giovanni Bonomi, dove si dà notizia di un campanile con due campane cui si accede dalla sinistra dell’altare maggiore. Successivamente, nel sec. XVlll, e sempre documentato, si ha notizia della sopraelevazione del campanile por potervi alloggiare un concerto più completo di campane. Nel sec. XIX si ha notizia del completamento del concerto delle campane con il rifacimento del castello sul quale ruotare le stesse. Fu in tale periodo (1820 circa) che si appose l’aquila asburgica, rivettata sopra la vecchia bandierina dei Visconti, che fungeva da segnavento, alla base della croce.

Il campanile era stato, dunque, interamente intonacato nel corso dei secoli XVlll o XIX e ne ere risultato un complesso unico, di campanile, chiesa e canonica, in uno stile composito tipico degli insediamenti religiosi di quel periodo.

A chi, amante di storia dell’architettura, osservava il campanile, non potevano sfuggire alcuni fregi che segnavano il passaggio da un ordine all’altro sopra le finestrelle monofore. Qualche cedimento dell’intonaco in corrispondenza di alcuni mattoni faceva però intuire un muro di tamponamento incerto.

Se i fregi fossero stati autentici e si fosse ritrovata una costruzione in sassi squadrati, la datazione romanica dal IX al Xll sec. sarebbe stata sicura;

Dati però i rifacimenti dal 1700 tali fregi potevano essere falsi.

L’impossibilità e il pericolo di accedere a quelle quote manteneva incerte le cose e riservate agli amanti e agli specialisti.

Il Cazzani, uomo di archivio, non trovando documenti, escludeva un qualsiasi aggancio architettonico di valore anteriore al 1600 o 1500. Di diverso avviso e, (mi sia concesso),  corrispondente anche alla posizione mia e dei miei amici, l’arch. Moglia, cui si deve uno studio sulle origini romaniche del campanile e la proposta di un intervento.

Separatamente dal discorso di studi, si deve affrontare il discorso operativo, cioè cosa fare della chiesa vecchia, abbandonata dopo la costruzione del nuovo Oratorio-Auditorium e del campanile non più agibile da quando, verso il 1968, le campane furono immobilizzate.

Il Parroco Don Luigi Mauri, con l’unanime consenso della popolazione avrebbe desiderato abbattere la chiesa vecchia, anche per ampliare l’Oratorio, cui mancavano ancora spazi ricreativi, ma se in un primo tempo si opposero considerazioni di carattere economico, la necessità di saldare i debiti dell’Auditorium, successivamente si opposero i veti della Sovraintendenza ai Beni Artistici Culturali.

L’archivio parrocchiale evidenzia le preoccupazioni di Don Luigi, il quale chiede lumi alla Sovraintendenza perché se non si può abbattere, almeno che si possano evitare situazioni di pericolo incombente.

Si provvide pertanto ad eliminare tale situazione di pericolo del catino absidale e degli edifici addossati al campanile esistenti fra lo stesso e l’Oratorio.

Fu comunque evidente a tutti che, non sapendo cosa fare e avendo qualsiasi intervento un costo rilevante, conveniva attendere che il tempo trasformasse il tutto in un rudere. Era comunque un peccato osservare quel campanile con le campane legate. L’arch. Moglia operò, pertanto, con l’ausilio di Luigi Caiola e dei cuoi uomini, un sondaggio che poneva in evidenza le sottofondazioni del campanile e che, cosa importante, il campanile era del tutto svincolato dalla vecchia chiesa, quindi si poteva procedere al ripristino.

Fu quindi commissionato da Don Luigi il nuovo castello delle campane, nel 1983, alla ditta Perego. Nello stesso periodo, però, si evidenziarono anche degli ammaloramenti nel tetto della nuova chiesa di S. Giorgio: altri oneri, quindi, ed imprevedibili nella loro entità, si avanzarono nell’orizzonte economico dello parrocchia.

Le cose operativamente stanno in questi termini, quando nel 1987 lascia lo guida della parrocchia por raggiunti limiti di età e gli succede Don Angolo Cassani.

Egli si trova ad affrontare questi problemi apparentemente essai impegnativi ed urgenti, dotato di una notevole sensibilità artistico- architettonica che gli viene dall’aver seguito i lavori della basilica di S. Lorenzo alle Colonne in Milano o dell’essere stato coinvolto in essi.

Una dello prime pratiche del Consiglio Economico Parrocchiale fu la liquidazione, cioé il pagamento dei lavori per il castello delle campane già allestito e sul quale era stato versato solo un acconto. Era impossibile procedere oltre nel campanile, perché mancavano gli studi ingegneristico statici che permettessero il ripristino architettonico, sul quale si era già impegnato negli studi l’arch. Moglia.

Fu data comunque priorità al ripristino del tetto della nuova chiesa di S. Giorgio ed al recupero di un aspetto decoroso dell’esterno integrandolo a quei volumi già in buono stato di uso, (casa, cappella invernale, grotta di Lourdes), soprassedendo però sul rifacimento della facciata che peraltro era in buone condizioni tecnico-statiche, anche se architettonicamente piuttosto misera.

La piazza della chiesa fu ripristinata, ad opera dell’amministrazione comunale. nell’ambito di una più vasta revisione della viabilità nel centro del paese ed il tutto con un risultato che è oggi piacevole a vedere.

Interessante fu la divisione del debito in parcelle che, chiamate tegole (circe 13.500 del velore simbolico di Lire 20.000 cadauna) furono rapidamente cedute nel volgere di due anni grazie alla generosità dei singoli e di gruppi di lavoro parrocchiale.

I lavori per il campanile furono avviati in gennaio del 1990, affidati all’impresa Coesmi, sotto la direzione ingegneristica dell’Ing. Emilio Aliverti ed architettonica dell’arch. Giorgio Vassalli.

In questa fase, che è tuttora in corso, dopo aver provveduto al consolidamento della base di appoggio con lavori che sono stati documentati anche, con supporti visivi, si sta procedendo al recupero architettonico.

Si aprì qui un lungo discorso sulla datazione ed è con grande gioia che le attese dell’impianto romanico del campanile X e XII sec. si sono rivelate nella loro originalità. Scrostate le pareti, come da un gigantesco bozzolo si è rivelato ciò che si poteva attendere solo nelle più rosee previsioni: una torre assai compatta in blocchi di gneiss granitico ben squadrati fin dal primo ordine, (quello nascosto dalla vecchia sacrestia), i fregi originali in mattone che ne impreziosiscono il disegno, e che ci avevano fatto dubitare di essere posticci e settecenteschi, una netta cesura tra l’impianto romanico e le aggiunte settecentesche della loggia in mattoni.

Mi sia consentito di ringraziare Don Angelo perché, grazie alla sua caparbietà, non sapevamo di avere un gioiello in casa… e lo abbiamo ritrovato.

Inaugurazione dell’affresco mariano dedicato a Maria Regina

L’ associazione “ figli di Don Angelo”, consegna alla comunità un affresco raffigurante Maria Regina in trono col  Bambino Gesù, che viene intitolato “Salve Regina”. E’ stato benedetto da Don Remo Ciapparella il giorno 5-12-2010, nel quadro delle manifestazioni previste per il quarto anniversario del Dies Natalis di Don Angelo Cassani

L’affresco, che si può ammirare in via Dante al civico n. 8, è  opera insigne del pittore jeraghese Gianfranco Battistella, riproduce l’immagine sacra,  osservabile ancora nel Molino Isimbardi, al confine tra Jerago-Orago e Solbiate, più noto come Molinello. L’affresco, probabilmente cinquecentesco, fu individuato e segnalato da Carlo Mastorgio come l’immagine  mariana alla quale  gli jeraghesi si affidavano quando portavano il grano o il melgone per la molitura. Infatti si trova in un edificio sito presso l’incrocio della antica via helvetica (provinciale) con  la antica via novaria (via Dante ), in una zona di viabilità rilevabile già sull’antico catasto Teresiano.

Viene dedicato al ricordo di Don Angelo unito a quello di Carlo Mastorgio per  un significativo accostamento. Don Angelo animato dal suo grande amore a Cristo ed alla Chiesa  fu sempre attento a difendere i luoghi e i simboli che richiamano a noi cristiani le radici antiche della nostra fede. Queste attenzioni  furono occasione di incontro con Carlo Mastorgio, jeraghese di nascita, ma arsaghese per origini paterne e per residenza. Carlo fu   il ricercatore più attento e documentato della nostra storia antica, assai quotato come studioso, nonchè Sovraintendente archeologico onorario e Conservatore del Museo di Arsago. A lui si deve l’indicazione della romanicità del nostro campanile X sec. e della prima   chiesa della nostra comunità del VII-VIII sec.  Gli avvenimenti vollero che proprio nel momento in cui gli scavi accidentali, nella chiesa antica di San Giorgio, in restauro, si  imbatterono in quelli che saranno poi riconosciuti le vestigia della primitiva chiesa, Carlo non potesse presenziare allo scavo archeologico, perchè da pochi giorni, si era all’inizio di settembre del 1997,  gli era stata diagnosticata quella malattia che in soli tre mesi lo avrebbe portato allo morte avvenuta il 19-12-1997. Da quel giorno, avuto notizia di ciò, don Angelo fu molto vicino a Carlo, con estrema delicatezza ed assiduità, così come faceva con tutti i sofferenti. E dall’omelia che don Angelo pronunciò in Basilica san Vittore nel giorno del  funerale di Carlo, sappiamo che in un una di quelle visite Carlo confidò al don  di sentirsi : “.. nell’Orto degli Ulivi”. Ecco anche questo  ricordo ci pare importante e doveroso affidare a questa sacra immagine.   

Il Santuario di Santa Maria della divina grazia in Buzzano

Nell’ambito della nostra comunità pastorale “Maria Regina della Famiglia” vi è la chiesa dedicata alla Beata Vergine Maria in Buzzano di Besnate. Questa chiesa ci era nota perché meta, la prima domenica di maggio, del pellegrinaggio annualmente effettuato dai solbiatesi in ottemperanza ad un antico voto di ringraziamento per la protezione divina ottenuta durante una moria di bambini. Al  passaggio da Jerago, di mattina molto presto, provenienti dal Molinello e dalla strada dello Streccione (via Dante), erano accolti dal parroco di San Giorgio già in veste liturgica, sul portale della chiesa vecchia e da una grande scampanata. Raggiungevano poi la Madonnina di Loreto (edicola della via G. Bianchi) dove il parroco di Solbiate iniziava una preghiera mariana ed il suo sguardo  spaziava su tutto il corteo  che si allungava fino al Rià. Da lì verso san Giacomo e  dopo la cascina Cassanelli (Casanitt) ci si inoltrava sulla via per Besnate, fino all’antico sentiero che, attraverso i boschi, portava direttamente alla cascina del Laghetto ed alla cascina Arianna verso Buzzano S. Maria,  forse un tratto dell’itinerario antico della via Novaria. La cappella, attualmente meta della conclusione del mese mariano della nostra comunità pastorale, in passato fu tappa di un piccolo pellegrinaggio, indetto dal parroco don Luigi Mauri, che portava gli jeraghesi da San Giorgio a San Giacomo, a Santa Maria di Buzzano e come tappa finale la Chiesa di Santa Maria della Ghianda in Mezzana. Questa devozione poteva considerarsi, memoria del ben più impegnativo  pellegrinaggio a piedi, che nei  giorni dell’Assunta si effettuava verso il Sacro monte di Varallo Sesia.

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La chiesa di Santa Maria in Buxano, pieve di Arsago è citata nel Liber Notitiae Sanctorum Mediolani di Goffredo da Bussero (circa 1300),  ma della antica costruzione di braccia 23 x10 con due altari e un campanile, descritta anche dal Clivone nella sua  qualità di visitatore di San Carlo,  rimane ora solo il campanile romanico e la parte absidale, che conserva l’affresco di Maria assisa col Bambin Gesù, con molta probabilità proveniente dalla parete del vecchia chiesa. Gli edifici residuali sono stati  risparmiati dal maldestro abbattimento, avvenuto negli anni 60 dello scorso secolo, che ha interessato tutta la rimanente costruzione cinquecentesca. Lo studio delle origini della  chiesa apre una vicenda significativa della nostra storia. Il nome antico dell’edificio sacro fu Santa Maria del Gallo, memoria dei frati benedettini fondatori, che provenienti dalla elvetica San Gallo, nei pressi del lago di Costanza, dopo aver ottenuto un appezzamento di terreno a nord di Besnate, vi si insediarono nel 943.

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Qui costruirono il monastero ed una chiesa come testimonia ancora il campanile, che grazie alla comparazione stilistica viene attribuito al X sec.. Si noti che a soli 5 km. di cammino boschivo, oggi inibito da autostrada e ferrovia vi è l’altra chiesa di San Gallo in Vergiate, essa pure benedettina, ma con analogo riferimento agli stessi monaci di San Gallo. Possiamo dunque intuire l’importanza dell’opera di tale comunità monastica, che associa: alla meditazione, alla preghiera ed al culto, la trasformazione del territorio per consentire, condividendola, una vita migliore a chi abbia la ventura di vivere in questi luoghi. Chi osservi l’antropizzazione antica, cioè l’intervento umano sul  territorio a nord di Besnate , ma in particolare intorno alla cascina Arianna, al laghetto, risalendo fino alla Passarina, al monte della Premornera, al monte di Quinzano, (zona oggi onorata dalla cappellina della Madonna del Riposo) può riconoscere ancora le tracce della antica pratica agricola che appaiono sia dalla  disposizione che dalla dimensione dei campi, nella zona della cascina Arianna. La presenza di importanti rogge e fossati che impedivano alle acque di imputridire e che,  sapientemente gestite  con canali adduttori e scolmatori, con bacinetti di piena e di magra, sono fonte di una florida agricoltura irrigua con notevole possibilità di fienagione conferma l’ipotesi. Oggi l’abbandono dell’uso agricolo e la trascuratezza nella pulizia dei fossati, sta riconsegnandoci le paludi, in uno scenario forse simile al periodo iniziale dell’insediamento benedettino del decimo secolo. Ma addirittura i luoghi diventarono tanto fertili da entrare successivamente nelle mire dei Visconti che, nell’agosto del 997,  ottengono da Ottone III il dominio su Besnate, definito nel testo imperiale come giurisdizione sul territorio, unita alle collette e all’albergaria della campagna di Albizzate, assieme al mercato e la scuderia di Besnate- (da “Storia di Somma Lombardo-L. Melzi 1880”) . Tutto questo deve aprire una maggiore attenzione verso il periodo Altomedioevale, verso il fenomeno conosciuto come incastellamento, rappresentato dalla presenza di recinti fortificati, nucleo dei futuri castelli, all’interno dei quali i contadini difendevano le loro derrate,  dal passaggio di bande armate.

Si ringrazia per le prime due fotografie Matteo Alabardi

La cappellina della Madonna del riposo

fonte immagini: foto di Francesco Carabelli

Il giorno 29 maggio 2012,  don Remo ha benedetto nel bosco, in località monte della Premorneramonte di Quinzano, la bella cappellina della Madonna del riposo, presente il sig. Sindaco dott. Giorgio Ginelli e un folto gruppo di jeraghesi. L’opera è stata tenacemente desiderata da Luigi Turri con anni di progetti, ripensamenti fino a giungere alla attuale realizzazione, dove tutto ha un  significato. Il bosco dove sorge è stato da sempre fonte di sussistenza per gli jeraghesi ed il luogo di edificazione si trova presso una valle verde e lussureggiante, bagnata da un rile di acque sempre vive, almeno fino a quando i prati furono coltivati. 

Oggi, poichè i fossi sono trascurati, questi prati  tendono ad impaludarsi e diventano il rifugio di anatre e selvatici di passo, bellissimi da osservare. Nei tempi trascorsi gli uomini al lavoro nei campi, togliendosi per rispetto il copricapo, sempre rivolgevano alla Madonna una preghiera al suono dell’angelus di mezzogiorno. Per chi passerà da  lì l’invito della Madonnina con  Bambin Gesù dormiente  sarà ad una preghiera e don Remo ha paragonato quell’Ave Maria ad un “Sms in Cielo”.

In una accogliente radura, la cappellina costruita da Luigi Turri in collaborazione con Antonio Lo Fiego,  con robusti blocchi di  sarizzo dei nostri trovanti (i sassi morenici trasportati dai ghiacciai),  impreziosisce  l’affresco della Madonna del riposo dipinta da Gianfranco Battistella che offre magistralmente  un d’après  di Giovan Battista Salvi detto il Sassoferrato – che si trova in san Rocco.

Possiamo pensare che l’edicola sorga in prossimità dell’antico percorso che i viandanti facevano per recarsi a San Pietro di Quinzano. La denominazione di san Pietro indica una chiesa paleocristiana.  Sulla stessa via provenendo da Jerago, dopo il monte della premornera (toponimo per cava di pietre molitorie), volgendo a sinistra verso Besnate, dopo i pozzi artesiani, si può raggiungere sulla destra Buzzano  e la chiesa di Santa Maria, della quale ora si può ammirare il solo campanilino romanico, perchè l’edificio antico fu, in epoca recente, maldestramente distrutto per allargare la strada. Secondo alcuni studiosi la chiesa di Santa Maria di Buzzano, si chiama anche Santa Maria del Gallo; ricordo questo della rievangelizzazione delle nostre terre avvenuta per merito dei monaci irlandesi provenienti da San Gallo. A prova di ciò l’antica dedicazione di una  chiesa romanica a San Gallo in Vergiate. Quindi questa nuova cappellina comunque sorge in prossimità di vie di antica frequentazione religiosa.

 

                                                                                                           Anselmo Carabelli

Inaugurazione dell’affresco delle B.V. de La Salette- il perché di un’opera

(testo e ricerche storiche Anselmo Carabelli, preparazione del pannello e collocazione in opera Antonio Lo Fiego, opere in ferro Gigi Turri, studi preparatori ed esecuzione pittorica Gianfranco Battistella, committente ”Associazione figli di Don Angelo”, autorizzazione alla posa in opera N 30/2009 del Comune di Jerago con Orago rilasciata al dr. Clemente Tondini )

vergine salette

L’affresco raffigurante la Beata Vergine de La Salette, sito in via G. Bianchi n. 22, opera insigne del Pittore jeraghese Gianfranco Battistella è stato benedetto dal nostro Parroco Don Remo Ciapparella, il giorno 22-11-2009,  nel quadro delle manifestazioni previste nel terzo anniversario del Dies Natalis di Don Angelo.

Patrocinata dalla Associazione ”Figli di Don Angelo”, l’opera consegna alla devozione degli jeraghesi la sacra immagine mariana. Essa é stata ricostruita con rispetto alla iconografia ufficiale  e posizionata nel luogo più vicino all’ affresco originario che scomparve dopo la ristrutturazione della antica abitazione di Emilio Caruggi in Via G. Bianchi. Oggi, come nel secolo scorso, si affaccia sul portone di accesso al cortile dove esisteva l’officina del Sig. Felice Riganti, che dal 1917 fu sede del primo oratorio maschile voluto da don Massimo Cervini[1] . La dedica originale era a N.D. De La Salette riconciliatrice dei Peccatori[2].

Alla Salette il 19 sett. 1846 una Bella Signora appariva a due fanciulli nativi di Corps , borgata posta tra le città di Gap e di Grenoble: Massimo di 11 anni e Melania di 14 , che stavano pascolando il loro armento su un alpeggio del comune di La Salette. La bella Signora appare prima seduta col volto piangente, quindi si alza e rivolge ai fanciulli un lungo discorso, sempre continuando a piangere. Compie poi un breve tragitto in salita e scompare in un alone di luce abbagliante. Tutta la Luce che La circondava sembrava sprigionarsi dal crocifisso ch’Ella recava sul petto , ornato dagli strumenti della passione….” [3]

Indagando sulla origine dell’affresco e constatando che il culto alla Vergine de La Salette non è molto diffuso nelle nostre zone, abbiamo  scoperto come quella devozione sia stata portata dai lavoratori che verso gli anni ’70 del 1800 a causa delle carestie e dell’impoverimento generale [4]emigrarono, massimamente in Francia con mansioni di maçons e forgerons[5] , nelle zone del Delfinato, del Lionese, di Grenoble. Lì sicuramente da buoni cristiani avranno avuto contatti coi missionari della Madonna de La Salette, costituiti “Servitori devoti del Cristo e della Chiesa, in vista della realizzazione del mistero della riconciliazione[6].

Se da un lato in Francia i nostri emigrati conobbero il marxismo nella sua forma massimalista, dall’altro conobbero e portarono in paese, come voto per il loro rientro, segnatamente rilevabile da quell’affresco, il Messaggio Mariano di quell’apparizione e l’invito:  al rispetto del giorno del Signore con la frequenza alla messa partecipata e non con una presenza per burla, al rispetto del nome di Dio da non bestemmiare, alla preghiera quotidiana, al rispetto dei giorni penitenziali .

I fatti recenti hanno voluto che, nel raccogliere l’indirizzo di Don Angelo Cassani volto a recuperare anche i segni tangibili della devozione della nostra gente, ci si interessasse a questo affresco e si scoprisse  come quella materna protezione della B V della Salette si fosse particolarmente estesa ai ragazzi che frequentarono l’ oratorio posto oltre il portone della via Bianchi al N. 22.

Nel corso del presente anno 2009 i resti mortali di  Don Massimo Cervini, che proprio in quel luogo realizzò il primo oratorio, sono stati ricomposti nella cappella  destinata dal Comune ai sacerdoti  e riposano  accanto a Don Angelo Cassani, cui si deve la realizzazione ed il dono del più recente e moderno Oratorio.

Ai Promotori é parso dunque bello e significativo che il rinato affresco della Madonna de La Salette con la sua dedicazione a Don Massimo  e a Don Angelo ricordasse queste peculiarità e nella descrizione “ B.V. DE LA SALETTE PROTETTRICE DEL PRIMO ORATORIO MASCHILE ( 1917 )” rammentasse quella vicenda.

[1] Mons. Francesco Delpini- Jerago la sua storia.  Aggiornamenti  pag. 15

[2]  il 19 settembre 1851, dopo una rigorosa inchiesta sui fatti le circostanze, le parole, i testimoni, Mons de Bruillard, Vescovo di Grenoble, emetterà il suo giudizio canonico sulla veridicità soprannaturale dell’Apparizione ed approverà il culto alla Vergine de La Salette col titolo Riconciliatrice dei Peccatori

[3] Testo diffuso dal Segretariato Opere Missionarie della Salette- Via Madonna della Salette 20- Torino- Imprimé par imprimerie Notre Dame- Montbonnot

[4] Riferimento alla malattia delle viti  ed alla grave crisi produttiva figlia della politica liberista sabauda con l’abolizione dello Zollverein  voluto dall’ I.R.G. austriaco (unità doganale vigente tra i territori dell’impero austro-ungarico).

[5] Muratori, carpentieri, forgiatori, meccanici.

[6] Le 1èr mai 1852 nacque l’istituto dei Missionari della Salette