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La statua di San Giuseppe ed i Falegnami jeraghesi

( testo di A. Carabelli)

(Dalle cronache parrocchiali)

 Domenica 3 luglio 1927:

“Il suono squillante delle campane chiama la popolazione alla nuova chiesa di San Giorgio dove sono arrivate le statue del Sacro Cuore di Gesù e di San Giuseppe… la Statua di San Giuseppe fu donata dai falegnami del paese ad onore del loro santo.”

Realizzata dalla ditta Raffaeli di Via Giusti di Milano è in gesso e raffigura il santo nella classica iconografia, è maestosa e di fattura pregevole, consente all’osservatore  una riflessione sulla ormai dimenticata rilevanza degli artigiani del legno nel nostro borgo in quegli anni. 

 La più antica falegnameria fu quella deiCardani dul Canton detti anche da Pedar.

 Già dal 1851 Gerolamo gestisce la prima falegnameria al Canton. Dai suoi figli avranno origine tre distinte botteghe di falegnameria:

Falegnameria Abramo Cardani- Bram con i figli: Carlo, Gerolamo e Giovanni che avrà laboratorio in via Varese. 

-Carlo Emanuele col figlio Gerolamo avrà laboratorio a San Rocco.

-GiovanAntonio Giuseppe coi figli: Giulietto, Luigi e Ambrogio, rimase al cantun tenendo vivo il laboratorio e la segheria dotata dirafandincioè di una sega alternativa che combinata ad un tavolo di avanzamento consentiva di ricavare assi dagli alberi

-Falegnameria Pagani di Via Garibaldi, mobiliere esperto e raffinato fornitore anche del Castello e della chiesa.

-Falegnameria fratelli Sessa Riccardo e Giovanni di via Indipendenza. Specializzata nella costruzione di cassettoni di contenimento dei movimenti per bilance. Più tardi i fratelli Sessa diedero inizio a due distinte imprese:

-Giovanni Sessa – specializzato nella costruzione di metri in legno, di casse per bilance   e Telarit, cioè anime o barchette di legno e carta per avvolgere i tessuti.

-Riccardo e il genero Renzo Chinetti continuarono con le casse per bilance e si specializzarono in strutture per divani. 

– Caruggi Enrico di via Dante- per produzione di mobili di casa molto apprezzati.

-Macchi Paolo–con falegnameria in tougnon – mobili e casse per bilance.

-Paolo Biganzoli – Iniziò dal 1898 la produzione di casalinghi in legno per i negozi milanesi di Zeni. Ampliò l’attività con la collaborazione dei figli maschi, Giovanni, Adamo, Abele, Virginio, Carlo e Pio e talvolta anche dalle figlie: Maria, Giuseppina, Flora ed Anna. Nel 1933 la ditta già si era trasferita in quella che fu la fonderia Sessa poi Reina, in Via Onetto, si espanderà poi ancora fino alla via Roma e alla Via Cavour. La collaborazione dei figli e l’introduzione delle produzione industriale dei giocattoli in legno, unitamente agli accessori casalinghi, impresse grande sviluppo. La commercializzazione capillare dei prodotti, anche sui mercati esteri, permise di occupare nella sola sede jeraghese anche più di 100 dipendenti.

-Giovanni, Salvatore e Angioletto Molla, falegnami in via Indipendenza produttori di casalinghi.

-Fratelli Cajelli : Alfonso, Angioletto ed Emilio, da giovani avevano un’attività di carpentieri esperti nell’arte di costruire i tetti e perciò soprannominati Trentitt.

Paolo Cassani, con il figlio Romildo ed Attilio Caruggi si specializzarono nella costruzione di mobili in legno per la casa di solida ed apprezzata fattura. 

-Enrico Cardani con falegnameria al Tougnon aperta dopo il rientro dal Sud America.

-Benvenuto Caruggi Nutin falegname con laboratorio alla fradiga, davanti alla curva del Renzo.

Tutte le falegnamerie nate intorno al 1880 acquistano le assi dai Cardani dul canton, oppure a Gallarate dai Bellora o le fanno arrivare, franco di porto, direttamente alla stazione di Cavaria.

Per consegnare il lavoro finito i nostri falegnami si servono di un asino, al giogo dello stravachin, piccolo carro ribaltabile. Il quadrupede, sta nella stalla e serve anche per i lavori agricoli. I loro attrezzi sono manuali, ad eccezione di qualche sega circolare a pedali. La colla è nota come colà da legnamè, sempre calda e liquida pronta all’uso sul birocc (stufetta a legna).. Il lavoro non manca sono numerosissimi gli oggetti di uso quotidiano in legno..Nel periodo tra le due guerre  gli unici manufatti  stampati saranno  di Bakelite , antesignana delle materie plastiche  ma  molto pregiata  che mai minacciò la produzione di oggetti di legno. Purtuttavia l’attenzione verso la nuova tecnologia, non fece difetto ai nostri artigiani. I fratelli Cardani Bram, realizzarono con pressa per Bakelite le prime casse per bilance a pendolo. Nel periodo anteguerra le nostre falegnamerie non subirono concorrenza nella produzione di suppellettili per la casa e prodotti per l’industria, perchè: scaffalature, casse, carri, casse da morto, tutto era in legno. I problemi nacquero dalla carenza di personale, perché la grande industria meccanica, locale e limitrofa sottrasse sempre più personale a queste attività antiche. Tutto si esaurì nel secondo dopoguerra, i titolari ormai si erano fatti anziani e i figli avevano scelto altre professioni, continuarono a produrre ancora per l’iniziativa di alcuni dipendenti che, dapprima associati, avevano poi rilevata l’attività.

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Nel corso del 2015 la statua è stata ravvivata dall’ intervento di Loredana ed Aurora Scaltritti. 

Le statuine del presepio e altri ricordi di Natale

L’avvento si annunciava sempre con l’invito ai fioretti che le  indimenticabili suor Marietta e suor Rosina  ci suggerivano di offrire in un modo molto accattivante . Un  cartoncino pieghevole sul quale si disegnava il ramo di un agrifoglio con le inconfondibili e caratteristiche foglie spinose e bacche da segnare leggermente  a matita,  che poi avremmo riempite coi pastelli di un bel verde, bordandole di giallo e di un rosso vivo per le   bacche. Una foglia ed una bacca da colorare ogni giorno assieme al fioretto che necessariamente dovevamo associare, vale  a dire una piccola rinuncia, un gesto buono verso la mamma o la nonna, una preghiera. Le ultime settimane erano riservate alle due palme che si chinavano sulla capanna, al Bambin Gesù, alla Madonna, a San Giuseppe. All’oratorio, nell’aula don Massimo, di giovedì mattina, giorno di vacanza per le elementari di allora, ci si trovava tutti  attorno al tavolo da ping-pong, che faceva da grande scrivania e le maestre, la signora Rosa Cardani e la signorina Anna Cardani, ci aiutavano a completare le figure più complesse e ci narravano le vicende della Bibbia e del Vangelo preparandoci al grande giorno.  A scuola si imparava la poesia che avremmo dovuto recitare, in piedi su una sedia, per tutta la famiglia riunita. Erano tanti i segni che ci rammentavano il Natale imminente. Il negozio di cartoleria della signora Marini, all’angolo di piazza san Giorgio, oggi ex latteria, si arricchiva di ghirlande d’oro e di argento, normalmente vi  acquistavi i pennini, i quaderni quelli neri di una volta con dietro la tabellina pitagorica,  ma nell’occasione metteva in mostra anche le statuine, le capanne e le casette di sughero del presepio.  Le prime scatole del traforo, archetto e lamette, facevano bella mostra sui ripiani di quello che per noi era diventato il negozio dei giochi desiderati,  mentre per le bambine non mancavano le scatole con gli attrezzi da cucina in formato ridotto, qualche bambola, ma potevi trovare anche libretti di favole.  Già si pregustava la gioia dei tanti personaggi che avremmo ritagliati, di sera in cucina lavorando di archetto e sapone sulla lama per farla scorrere meglio. Disegni e sagome  incollate su quell’asse sottile, che eravamo andati a prendere nella bottega del Rico  de la Mirina ( sig. Enrico Cardani). Una bottega antica con la colla da legnamè sempre  fumante nella inconfondibile latta posata sul birocc , stufa a segatura dove il fuoco ardeva sempre estate ed inverno per tenere la colla liquida e pronta all’uso del falegname. L’impresa più ardua per chi usasse il traforo,  era quella di cambiarne la lama  quando per troppa foga  si spaccava e allora solo il papà  con le sue manone era capace di avvicinare gli estremi dell’archetto, posizionare la nuova lama  e stringere contemporaneamente gli angaletti  ( i due dadi a farfalla) per bloccarla. In cucina le nonne recitavano il rosario, noi si lavorava al traforo, qualcuno sferruzzava, qualcuno metteva i piedi nel forno della stufa a legna ormai spenta sfogliando i libri di scuola per ripassare la lezione, e i più piccoli, sui vetri delle finestre appannate dal fiadù ( l’umidità dell’ambiente interno, prodotta dalla caldaia della stufa economica  a legna) che si condensava sui vetri freddi, disegnavano colle dita pupazzetti e stelle per la gioia della mamma, perché quei segni apparentemente innocui si rivelavano pressocchè indelebili  anche a ripetute pulizie. Nelle vie anche tutti gli altri negozi si adeguavano, Sull’angolo della chiesa il Sig Turri Rino, con negozio di cicli (oggi angolo del Fiorista) appendeva una lussuosa bicicletta , una Bianchi modello sportivo con il cambio Campagnolo, una vera rarità; di fronte la bottega del Santin, non era da meno con un abbondare di cassette di arance, di mele, e di mandarini, ma anche noci e così ogni negoziante si ingegnava ad arricchire la sua offerta. Tutti tenevano  stretti i clienti con le trazionali buone feste: i bon fest .

                                                                    

Sintesi di un viaggio verso i santuari mariani ed alcuni luoghi sacri della cristianità europea: Lourdes, Santiago, Fatima, Częstochowa- di quattro jeraghesi

nel racconto di Anselmo Carabelli 

Dopo due anni abbiamo concluso quella che ritenevamo una piccola sfida: visitare in autonomia i luoghi santi del cristianesimo raggiungendoli con un viaggio in auto che ci permettesse di cogliere, seppur limitatamente alla premura, quelle sfumature di vita sociale, religiosa, con le note di colore che sono consentite ancora a chi viaggi alla ventura. Queste osservazioni, lungi dal  voler rappresentare un diario, vogliono cogliere alcuni dei momenti significativi che si affacciano alla memoria di chi scrive. 

Come dimenticare  suor Angela di Fatima che si offrì, dopo averci accolto nella foresteria del suo ordine, di accompagnarci l’indomani ad una visita alle case dei veggenti: Lucia, Giacinto, e Francesca. Abbiamo così colto l’opportunità, forse unica, di conoscere la vicenda di una suora, nata in Ispania,  che ha vissuto l’inizio della  sua vocazione  in una nazione nel pieno di una guerra civile, dove l’uomo, come sempre in simili frangenti, seppe esprimere il peggio di sé lasciando ampie ed indelebili sofferenze nei piccoli, spettatori involontari e innocenti di inenarrabili sofferenze e brutalità. Tanto atroci che Suor Angela attribuiva proprio a quegli anni molte delle sofferenze fisiche che visivamente si apprezzavano nella sua persona.  E la vedevi veramente ed intensamente preoccupata di quello che il mondo stava nuovamente vivendo, la guerra in Irak. Capivi così,  dal suo invito alla preghiera, in quell’orto degli ulivi nel luogo dove si contemplava il simulacro dell’angelo che comunica ai veggenti e dai commenti di quella suora, come i segni e i messaggi che la Madonna di Fatima aveva loro affidato fossero ancora vivi, presenti ed attuali. Sicuramente questi segni di relazione fra immanente e trascendente, tra umano e divino potevamo, proprio in quei luoghi, apprezzare più intensamente o ignorare, ma suor Angela stessa, in tutta umiltà ci diceva che ciò era rimesso alla nostra piena  libertà. Così, quasi senza rendercene conto, abbiamo percorso assieme  l’itinerario della via Crucis che si dipana in un  verdissimo campo di ulivi e sfocia nelle piccole case dei veggenti,  semplici e linde, dove  la memoria è custodita ancora dai parenti che spontaneamente si aprono al racconto. Vedo quel nipote che, scoprendoci italiani, rammenta la sua esperienza di emigrante in Canada, resa meno faticosa dalla solidarietà di nostri connazionali colà residenti. Il caldo soffocante di quella giornata, venne  lenito anche da un bicchiere di acqua  attinta dal pozzo del giardino e offertaci da un’altra cugina vivente, piccola e graziosa, tutta vestita di nero, come dovevano essere le nostre nonne agli albori del secolo scorso. Osservandola, così minuta, fu come rivedere in lei mia bisnonna Filomena,  che io avevo  conosciuto solo  in una foto, ormai persa,  seduta in un campo di granturco, mentre sfogliava le pannocchie.  E l’acqua che quella signora naturalmente e amichevolmente ci porgeva era come se mi fosse stata offerta dalla mia bisnonna stessa.  Fatima ci accoglieva pellegrini e turisti in quel santuario maestoso, ma sicuramente assai semplice se raffrontato alla bellezza degli altri santuari che conoscevamo o che avremmo conosciuto, ma con una presenza stupefacente di pellegrini provenienti dell’esteuropeo, sloveni, polacchi, ungheresi dei quali non potevamo che ammirare la grande fede che li spingeva a percorrere in ginocchio il lungo percorso che univa i cancelli del santuario attraversando l’immensa piazza fino alla grotta della Madonna. Pellegrini che l’anno seguente avremmo ritrovati motivati da uguale fede a Częstochowa, a Cracovia a pregare in ginocchio per tutto il tempo del  rosario la loro Madonna nera, in una chiesa assolutamente libera da panche e da sedie. Luoghi di preghiera che anni di ateismo scientifico non avevano potuto estirpare, così come non si può cancellare dall’Europa, per chi la visiti, il segno di una forte ed unificante presenza del cristianesimo, espressa dai simboli cristiani che in tutti gli stati, in ogni città ed in ogni piccolo paese la benedicono e che forse sfugge solo a quei politici che pensano che tutto ciò sia del tutto casuale e non degno di una citazione nella costituzione. E’ solo polemica chiedersi come si possa affidare il nostro futuro a chi per ignoranza od opportunismo non vuole riconoscere il nostro passato?  Forse sono solo segni, ma non ci è sfuggito come a Budapest una grandecroce in legno abbia riconquistato il luogo che fu di  una Chiesa cristiana che era stata abbattuta per far posto ad una statua di Lenin e ad una via nata per i fasti e le sfilate di regime. Ora la via è stata trasformata in parcheggio e dove c’era  la statua di Lenin gli ungheresi hanno messo una  croce, vorrà pur dir qualcosa ciò. 

Ma se immensamente cristiana ci si presenta la Polonia, assai diversa ci appare la Cechia. Lì il cristianesimo ci sembra vivere una fase altamente spirituale in monasteri bellissimi, quali il Santuario di Loreto a Praga; in chiese stupende, che sono l’espressione di una cristianità tenuta per troppo tempo ai margini. Cristianità rispettata e conservata mirabilmente forse solo per le alte espressioni artistiche,  da una società fortemente secolarizzata. Così come forse troppo semplicisticamente possiamo dedurre anche dalla totale mancanza di simboli od immagini sacre nei quartieri periferici  e nelle case dove siamo stati ospiti. Una visita a piazza San Venceslao ci conferma in questa impressione. Per chi, come noi, imparò a conoscere la Cecoslavacchia e l’orgoglio di quella nazione dai fatti della famosa primavera, era naturale la  curiosità per come i praghesi oggi liberi, avessero ricordato  Jan Palac che sacrificò  la sua vita proprio là su quella piazza, quando i sovietici soffocarono coi carri armati i sogni di libertà di un popolo amico. Niente lo ricorda se non una piccola aiuola, oserei dire volutamente maltenuta  e una foto incisa sul marmo di una modesta lapide cimiteriale e neanche una piccola croce. E come non ribellarsi al vedere quel luogo profanato dalla prossimità di una grande scultura pornografica, forse provvisoria, che reclamizzava una mostra di scultura contemporanea? Citando  Dante, all’epoca si disse  di Palachlibertà va cercando, ch’è si cara- come ben sa chi per lei vita rifiuta” . Forse quella  libertà agognata e finalmente raggiunta, così velocemente si era già trasformata in licenza, se un popolo non si era accorto di quell’accostamento tanto dissacrante e osceno. Ma una suorina giovane, cui ci eravamo rivolti per conoscere l’ubicazione della chiesa del Bambin Gesù di Praga, e tante altre monache e giovani religiosi che notammo nelle strade del centro veramente ci riempirono di gioia. Come altrettanto bello fu sfogliare nell’atrio della chiesa del castello di Mala Strana, (la parte alta e nobile di Praga)  un loro foglio parrocchiale e trovare una bella immagine del santuario di Fatima accostata ad una foto di Conrad Adenauer. Noi della lingua ceca capivamo nulla, ma i simboli erano chiari e in parte li riconoscevamo anche noi. Adenauer, gran cancelliere della repubblica di Bonn, che al pari del nostro De Gasperi, fu uomo capace di sollevare da anni di vergogna e miserie la propria nazione, intuì tra i primi l’importanza dell’unità europea, anche per quei popoli che allora si dicevano oltre la cortina di ferro. (Proprio nei giorni della nostra visita queste nazioni aderivano alla EU).  Adenauer in segno di riconoscenza veniva dunque accostato a Fatima, intesa come luogo privilegiato delle rivelazioni mariane, che tanto diedero speranza, al di là di ogni ragionevole attesa,  ai popoli d’oltre cortina, sino a suscitare un Papa proprio tra di loro, quando ancora nessuno poteva immaginarsi ciò che sarebbe successo. Quel foglio parrocchiale praghese e quelle foto oggi ci rammentavano, quanto suor Angela di Fatima, ci aveva detto: la Provvidenza divina, sa riconoscere  ed esaudire le preghiere di un  popolo. Ed allora diventa chiara ai nostri occhi Lourdes, dove tutti i cattolici si ritrovano liberamente per pregare la Madonna e si sentono partecipi di una comunità in preghiera, senza limiti di lingua o nazione, dove è spontaneo  pregare vicino al giapponese, al sudamericano, ai cristiani di ogni parte del mondo. In tutti potevi intuire la gioia spontanea per quella appartenenza cristiana. La prima volta che mi ero recato a Lourdes, non avevo colto questi segni, ora sapevo che, a distanza di anni, con l’aiutodella Madonna, avevo potuto  con grande fatica meditare l’insegnamento di quanti ci hanno preceduto, per i quali la fede cristiana era alla base della vita.   

Freguj (briciole) – Ruit Horas (L’ora incalza) e bisogna das da fa

E’ un motto latino, che spesso capita di vedere effigiato sulle meridiane e che altro non è che il nostro dialettale g’hemm sempar prèesa abbiamo sempre premura, motto che da sempre ha caratterizzato le nostre laboriose genti. Naturalmente con genti si identificano tutte le persone che da sempre hanno vissuto nei nostri luoghi e li hanno amati, perchè se volessimo limitarci a chi ha ascendenze antiche locali, veramente saremmo proprio in pochi e poi chi sarebbero i nostri antenati. Gli Etruschi, i Celti iberici, i Galli, i latini, i barbari Longobardi o Franchi, tutte queste genti sono, passate per i nostri luoghi, ne sono rimaste affascinate e in essi hanno posto la loro residenza, basta frequentare i nostri musei di Gallarate, Arsago, Sesto, Angera o le loro dotte conferenze per rendercene conto.   Ma  è sufficiente osservare il nostro Monte Rosa con la sua cerchia di alpi ammantate di neve, se solo riuscissimo a sollevare lo sguardo sottraendoci ai nostri quotidiani affanni, in una giornata di vento invernale per capacitarci del fascino che questo spettacolo suscita nell’estasiato spettatore unitamente al desiderio di fermarsi in queste terre. Ma la contemplazione è il premio per chi riesce a vivere in questi luoghi cercando di piegare a sé una natura che sicuramente non è particolarmente generosa e ripaga con il minimo indispensabile la laboriosità di chi vuole garantire il sostentamento alla propria famiglia. Quindi se proprio desideriamo capire la laboriosità del nostro popolo,  essa nasce, da questa necessità di vivere in un ambiente, che per l’avvicendarsi delle stagioni: dal caldo estivo quasi soffocante al gelo invernale, sarebbe altrimenti ostile.  Che tu sia celto o latino o meridionale e oggi possiamo dire anche cittadino del mondo, qui non puoi vivere se non impari a darti da fare; devi  risparmiare per l’inverno che sarà freddo e pensare ad un  rifugio accogliente per la stagione gelida, preparare il cosiddetto fen in casina- fieno in cascina. Perchè ul frec l’ha mia mangiò ul luf, e ghe pu i inverni d’una oelta –il freddo non l’ha mica mangiato il lupo, non ci sono più gli inverni di una volta, sono affermazioni in vernacolo apparentemente contraddittorie, tratte del bagaglio della nostra memoria, quindi non  recenti, che ci fanno capire come il tempo l’abbia fatta sempre di testa sua, in barba a tutta la saccenza dei nostri catastrofisti buoni a riempire pagine di giornale, delle quali si dice il giorno dopo servano per incartar ortaggi al mercato. Ma un altro tipo di fieno in cascina ed abbondante è stato messo in cascina dai nostri avi e da tutti coloro che ci hanno preceduti: la fede nel Signore.