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In Memoria di Enrico Riganti – Jerago 5-8-2014

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(testo letto al temine della Messa con Esequie  di Enrico Riganti)

Grazie Enrico per la tua squisita disponibilità nel parteciparci il ricordo delle vicende antiche della nostra gente. Memoria che attingevi alla narrazione degli anziani che tu frequentavi e dei quali ricordavi insegnamenti e vicende. Per noi che ti ascoltavamo, essi diventavano presenti ed in particolare emergevano dal tuo racconto le vite e la santità dei nostri venerati Parroci di San Giorgio. Rammentare sempre la Fede in Dio dei nostri vecchi, era per te un impegno costante, tanto da sintetizzarla nel libro che abbiamo scritto assieme con questa frase rivolta al mondo attuale : “.. per i nostri vecchi, potevi anche essere diventato importante, colto nel senso degli uomini, ricco, ma non saresti stato nulla agli occhi loro, se solo avessi perso il Timor di Dio;  il biblico-initium Sapientiae timor Domini, fu per loro l’essenza stessa della vita”.

Rileggevo proprio ieri una tua corrispondenza da Sapri, nella quale mi parlavi della tua ammirazione per il Beato Cardinal Schuster e mi è caro far conoscere un periodo di questo tuo scritto:

“.. era la primavera del 1944, con don Massimo mi ero recato a Premezzo per assistere alla visita del Cardinale… . Come di consueto, terminate le funzioni  e dopo l’amministrazione della Santa Cresima il Beato Cardinale faceva la Dottrina Cristiana, interrogando i Cresimati e spiegando poi quante e quali cose si richiedono per andare in Paradiso. Per tutti era una domanda inaspettata e così fu che don Massimo l’insegnò subito ai bambini, appena tornato da Premezzo. Cinque erano quelle cose:

1° Dottrina Cristiana

2° Sacramenti Cristiani

3° Opere Cristiane

4° Vita Cristiana

5° Morte Cristiana”

 

Grazie ancora Enrico per la tua testimonianza e per i tuoi insegnamenti.

 

 

                                                                                                      Anselmo 

Don Massimo Cervini Parroco di Jerago dal 2/8/1916 al 3/5/1945

Ricordo di un  parroco vissuto nella nostra comunità tra le due guerre

in occasione della traslazione avvenuta in data 6 aprile 2009 dei resti mortali dalla originaria tomba nel cimitero di Jerago alla Cappella (ex Zeni) che il Comune ha destinato ai sacerdoti defunti.

Biografia di Don Massimo Cervini

Nato a Castronno  il 28 aprile 1879

Ordinato sacerdote dal beato Cardinal Ferrari il 24 maggio 1902

Inviato dallo stesso cardinale quale coadiutore a Sesto Calende

Dal 6/12/1906 inviato coadiutore a Somma Lombardo

Nominato parroco di Jerago il 2 agosto 1916

Ottiene il regio placet[1]in data 6 febbraio 1917

Fa il suo ingresso in parrocchia la domenica 18 febbraio 1917 in forma non solenne, in considerazione della difficile e triste situazione bellica che causava vittime anche nelle nostre famiglie.

Il piccolo borgo di Jerago con Orago a seguito dell’industrializzazione indotta dall’avvento delle ferrovie, prima, e dalla distribuzione della corrente elettrica dalla centrale di Vizzola, ebbe un  vigoroso sviluppo demografico che si rileva nell’osservare come dai 1085 abitanti del 1907 si arrivi ai 2037 del 1944. L’impegno di integrare interi nuclei familiari, attratti delle industrie locali, il grave disagio bellico e postbellico  segnato dai lutti per i caduti al fronte,  l’acuirsi di fermenti sociali che accompagnarono lo sviluppo industriale, offrono un quadro preciso delle specifiche difficoltà nelle quali Don Massimo Cervini si trovò ad operare nello svolgimento della sua missione di Parroco di Jerago.[2]Non dimentichiamo anche l’impegno profuso nella educazione maschile e femminile, nel far nascere gli oratori, coadiuvato dalle Figlie di Maria Ausiliatrice e l’attenzione verso il nuovo fenomeno della occupazione femminile [3]. Nel primo ventennio del secolo scorso si stava diffondendo una spiccata tendenza massimalista fortemente atea ed anticlericale estranea alla componente socialista locale (si rimanda ancora a nota 2) . Nel 1922 per rispondere alle esigenze di una popolazione ormai raddoppiata affronta la costruzione della nuova chiesa di San Giorgio, che iniziata nel 1923 viene ultimata nel 1927, è un’opera eccezionale per impegno forse l’unica chiesa nuova edificata nel gallaratese in quel periodo di crisi economica.  Ma dal 24 in poi con l’avvento del fascismo in partito unico si prospetta per la Chiesa e quindi anche per la nostra parrocchia una nuova emergenza insita nella natura totalizzante di un regime che avocava a sé tutti gli elementi formativi della gioventù, a partire dall’inquadramento paramilitare dei piccoli: balilla, figli della lupa, avanguardisti, giovani italiane ecc., colonie elioterapiche. Ai quei potenziali pericoli la Chiesa si oppose difendendo con fermezza gli oratori, le associazioni cattoliche e le confraternite,  tenendo viva nei giovani e nelle famiglie l’educazione cristiana alla libertà ed alla responsabilità. Una Chiesa viva e amata che diverrà un punto saldo di riferimento dopo la caduta del regime nel 43, quando molte certezze basate su fragili e falsi  orpelli si riveleranno tragicamente false. Al  fine di confermare storicamente l’impegno di don Massimo verso l’educazione cristiana del suo popolo, rileviamo gli indirizzi dati al parroco dal Cardinale Ildefonso Schuster e le  considerazioni sul suo operato, emessi nel corso delle  visite pastorali:

13-14 settembre 1932 (fonte: decreti emessi in calce alla visita pastorale): “quanto alla gioventù maschile, abbia di mira sig. Parroco, che al più presto si abbia un regolare oratorio e intanto faccia del suo meglio per assistere i giovinetti che raccoglie nella Chiesa, facendosi coadiuvare da cooperatori e dalle rev. de Suore .”

26-27 ottobre1938 (fonte relazione alla visita): “Dopo aver visitato la Chiesa, l’eminentissimo  visita l’Oratorio Maschile, l’Oratorio Femminile e l’Asilo”

Nella relazione a tale visita si legge: “Sua Eminenza al Vangelo ha dato un commovente addio alla popolazione, dicendosi lieto di quanto ha trovato in parrocchia, specie riguardo agli Oratori ed alle Associazioni in piena efficienza” .

14-15 marzo 1944 (ultima visita del Cardinale vissuta dal nostro parroco don Massimo- relazione della visita) “ Sua Eminenza dopo aver adorato il SS. Sacramento sale il pulpito e dice della relazione mandata dal parroco, che ha letta e riletta e trova che la parrocchia è un giardino fiorito, il cui merito si deve, dopo Dio, al giardiniere.”[4]

E fu allora dal ’43 che  don Massimo  seppe esercitare quella funzione di autorevole e prudente consiglio che impedì gravi lutti, in specie quelli legati a lotte fratricide che aprono ferite difficilmente sanabili. Il Signore volle chiamarlo presso di sé improvvisamente mentre tornava in bicicletta da Albizzate, dove si era recato per le confessioni, era il 3 maggio 1945. Forse il suo compito di accompagnare indenne il nostro paese in momenti così tragici era veramente finito e poteva dirsi compiuto.

La memoria della vita di don Massimo risiede nei ricordi che ogni famiglia custodisce gelosamente dentro di sé e tramanda, ma la memoria collettiva non può far a meno di raccontare ai posteri l’episodio della difesa delle nostre campane. In ottemperanza al Regio Decreto 23 aprile 1942 si era fatto obbligo di consegnare 600 kg di bronzo, perciò erano state rimosse posandole a terra la quinta e la quarta campana, le piu grosse. Lasciate comunque in custodia al parroco in attesa del  ritiro. Ma sia per l’opposizione del parroco alla requisizione, sia per il rifiuto, su consiglio del parroco, del sig. Tondini  Paolo, titolare di impresa di trasporti, di prelevare le campane del suo paese e consegnarle alla fonderia Bianchi di Varese, queste rimasero nel cortile dell’oratorio (attuale sedime dell’Auditorium). Il caos amministrativo seguito all’8 settembre 1943, consigliò prudentemente di nasconderle interrandole vicino alla chiesa vecchia, nel luogo dove anticamente vi era il cimitero e così furono salvate. Gli avvenimenti vollero che il Parroco dopo il 25 aprile ’45, ormai a liberazione avvenuta facesse riposizionare le campane sul campanile.

Il 3 maggio 1945  le campane, tutte finalmente ricollocate nella cella campanaria, daranno i loro primi rintocchi, purtroppo mesti rintocchi, per segnalare alla popolazione la  morte  del Parroco Don Massimo Cervini.

(il presente testo è stato redatto da A. Carabelli con riferimento: all’Archivio Parrocchiale di Jerago, al testo di E. Cazzani “Jerago la sua storia”, al testo di  Mons. Francesco Delpini “Aggiornamenti a Jerago la sua storia”, al testo ai A. Carabelli “Jerago con Orago- un secolo coi suoi protagonisti”, al testo di A.Carabelli ed E.Riganti “Vita di un Borgo nell’alto Milanese – Le ricette della nonna”).

[1]All’epoca, anteriormente al Concordato, i Parroci  designati dal Vescovo, prima dell’insediamento dovevano ottenere il consenso del regio ministero di Grazia e Giustizia

[2]Per meglio conoscere gli avvenimenti di quegli anni si legga di A. Carabelli  in “Jerago con Orago –Un secolo con i suoi protagonisti,  Macchione editore 2008 nota n. 7 pag. 44-45-46

[3]Archivio Parrocchiale, liber cronicus vol. 1 p.p. 123-124 anno 1921 in esso Don Massimo Scrive “ per salvare almeno la donna dall’organizzazione socialista, si è tentato di riunire le nostre donne Nella Unione del Lavoro ed a tale scopo molto si adoperò il sig. Gallazzi dell’Unione di Gallarate. Si riuscì ad organizzare quasi tutte le operaie della ditta Carabelli e tutte le nostre operaie  che lavorano a Besnate ed a Cavaria…..”

L’oratorio maschile all’inizio fu in via G. Bianchi, affittando uno stabile di proprietà di Felice Riganti, cortile per giochi e sala teatro. All’ingresso di tale cortile campeggiava una edicola della B.V. della Salette . Dal 1927 si trasferirà nella chiesa vecchia dismessa al culto, dopo l’edificazione della nuova chiesa di san Giorgio. Sul sedime oggi occupato dall’Auditorium sarà costruito un campo di calcio , dotato anche di giochi per ragazzi quali il famoso passo volante.

[4]Cazzani “ Jerago “ pag. 114

Paolo Minonzio- medico condotto del comune di Orago ed uniti per gli anni 1849-1853 Membro corrispondente della società delle scienze mediche di Lisbona, Decorato della Medaglia d’oro ottomana per la Campagna di Siria, e della Medaglia d’argento per le Campagne d’Italia, ecc. ecc..

(testo di Anselmo Carabelli – ricerche bibliografiche di Francesco Carabelli)

Al fine di apprezzare il personaggio in oggetto è bene rammentare come Orago all’epoca del governo Lombardo-Veneto fosse a capo della condotta medica che riuniva Orago-Jerago-Cavaria–Premezzo-Besnate–Santo Stefano–Oggiona, più vasta del solo Comune di Orago ed Uniti dove per uniti si intendono le frazioni di Cavaria e di Premezzo. La condotta sanitaria fu quindi presidio, scientifico e pubblico contemplato dall’apposito statuto per i medici–chirurgi comunali del Regno Lombardo-Veneto”. Il dott. Minonzio, con laurea in Medicina e Chirurgia all’università di Pavia, presta servizio militare nella imperial Regia Marina (austriaca) con la qualifica di medico di fregata, che gli garantirà, a tempo debito, una pensione.  Assolve il suo obbligo fra i marinai: “classe eletta di uomini, presso dei quali si onorerà sempre di aver servito….”, con essi solcherà i mari del mondo. Congedatosi, avrà titolo per concorrere ed ottenere l’assegnazione della condotta di Orago, ove eserciterà per circa tre anni e successivamente lascerà nel 1853 per la più importante condotta di Carnago. Ad Orago, che gli rimarrà sempre nel cuore e citerà sovente, fa le sue prime esperienze da medico civile e potrà annotare “come in questi nostri paesi di collina si possa vivere e si vive difatti anche lunga vita, ma che la vita che vi si vive vi è altresì, anche per l’ordinario e nella più parte degli individui, felicitata da abituale buona salute, pochi e radi tributi si pagano al medico ed allo speziale. Mentre che in altri paesi, meno felicemente ubicati di questi, non solo vi si ha vita più breve, ma sebbene anche più spesso e quasi inevitabilmente travagliata da ricorrenti malattie, come nelle basse regioni infestate da malaria, od altre dove l’aria non vi sia a sufficienza rinnovata, né vi abbia libero ed ampio accesso al sole. E conosco qui parecchi individui oltre ai 60 anni, e tra questi anche delle donne che filiarono più volte, quali mi assicurano in vita loro mai siano stati visitati dal medico”.  Questi rilievi sulla felice situazione sanitaria della nostra zona e sulla sostanziale buona salute dei suoi abitanti, provengono niente meno che dal medico condotto, persona che per formazione deve essere particolarmente severa e scrupolosa ed è forse anche in considerazione di questa buona salute, che cercherà il trasferimento ad una condotta che ritiene più impegnativa e gratificante. Lascia ai posteri un volume di ben 595 pagine, dato alle stampe nel 1870 al termine di 21 anni di condotta i primi tre dei quali ad Orago.  Lo studioso di storia della medicina può approcciare lo stato di salute di una popolazione periferica descritta con minuti dettagli anche statistici. Il Minonzio è, per pubblico ufficio, anche perito settore, quindi può eseguire direttamente lo studio su cadaveri di persone persino precedentemente da lui curate. Operazioni eseguite in loco negli appositi locali costruiti nei nuovi cimiteri, decentrati, imposti per obbligo napoleonico. In un passaggio del libro fa notare come la pratica dello studio sul cadavere, sia accettata dalla popolazione col favore degli stessi parroci che la approvano, quali il nostro don Francesco Allievi. Praticata in modo tanto esteso, si rivela utile al progresso scientifico nel migliorare quelli che oggi si direbbero i protocolli di cura. Il testo citato prende il titolo de’ Il medico di collina, quindici anni di servizio nella Condotta medico chirurgica di Carnago sui colli varesini, ma occorre precisareche a pag. 56 afferma che quanto detto per Carnago, Vicoseprio, Rovate, si intende pienamente estensibile anche ai paesi delle limitrofe condotte, quelle di tutta la catena dei colli che da Varese si estendono fin verso Gallarate fra i due fiumi Arno e Olona.

Questo libro torna utile per capacitarsi delle condizioni di vita degli abitanti di Orago prevalentemente contadini, legati a vario titolo alla conduzione delle proprietà del Castello in un territorio cui, prima dello scasso della ferrovia mediterranea Gallarate Varese, il cosiddetto catasto teresiano assegna 1565,92 pertiche delle quali non coltivabili, trattandosi di nuda brughiera, solo 206,8.

Ecco allora che nella popolazione agricola a lui affidata, seppur in condizioni migliori che altrove, riscontra con maggiore frequenza le infiammazioni dei reni e di cuore nonchè malattie degli organi del respiro. Malanni causati dalli faticosi lavori cui sono costretti questi agricoltori e particolarmente da quello di vanga su terreni argillosi che, se asciutti risultano durissimi e, se umidi, pesantissimi, e della necessità del trasporto a spalla di materiali pesanti effettuati con continuità anche da donne e giovani per coltivare luoghi non agibili da carri. Egli si trova a diagnosticare e curare: peri ed endo mio carditi, carditi anche totali e nefriti, dagli esiti veramente gravissimi e spaventanti. E qui si dilunga sul tipo di intervento e sul successo delle sue azioni mediche, peraltro mutuate dalla precedente esperienza militare trattandosi di affezioni che colpiscono marinai addetti alle manovre delle vele, soggetti a sforzi atroci ed in condizioni metereologiche sovente pessime non dissimili da quelle dei nostri contadini. Vengono approntate cure ed interventi urgenti comunque ben descritti anche negli esiti; favorevoli nel 75% dei casi, che, nel dettaglio operativo, esulano da questa ricerca, salvo notare come statisticamente le malattie di cuore coprano il 5 % degli individui ( n. 1 pag. 397). Per quanto concerne le malattie respiratorie esse possono evolvere sia in forma acuta che cronicizzante. Le ritiene pressochè totalmente imputabili alla cattiva modalità della sosta dalla fatica agreste, riposo ricercato sdraiandosi al freddo del terreno o nei fossi all’ombra, anche in assenza di vento e senza l’accortezza di cambio dei vestiti, dei quali peraltro non si disponeva. Stigmatizza anche l’abitudine di soggiornare nei periodi invernali nelle stalle, causa di frequenti colpi d’aria subiti al momento di recarsi altrove. Sofferenza polmonare riscontrata pure in chi alleva i bachi da seta, per il continuo trasferimento da locali per la schiusa con elevata temperatura, al rigido clima esterno per la raccolta delle foglie di gelso, unico nutrimento delle voracissime larve.  Affezioni per lo più cronicizzanti definite lente bronchiti che, grazie sempre all’aria fortemente ossigenata dei nostri luoghi, curate o non curate, non impedivano ai sofferenti di raggiungere la ragguardevole età di 70 od 80 anni.

Notazione particolare è riservata agli infanti i quali diventano oggetto di statistica solo dal secondo anno di vita (sic.pag. 63). L’ autore stima che mediamente i decessi della popolazione al di sotto del primo anno assommino, essi soli, ad un terzo della totalità delle morti. Di questo troviamo conferma nella consultazione del libro parrocchiale dei morti. Nel merito il nostro autore può osservare che la mortalità dei neonati é esente da influenze climatiche, ma piuttosto addebitabile a specificità dell’età stessa, favorita dalle condizioni di miseria in cui versano diverse famiglie di questi nostri contadini, per cui le loro donne incinte, oltre a non essere convenientemente nutrite, sono anche costrette ordinariamente a travagliare e faticare per tutto il tempo della gestazione e dell’allattamento. D’onde ne viene che mettano per solito alla luce degli esseri originariamente male costituiti e gracili, che peraltro non potranno rinvigorire col proprio latte scarso e di cattiva qualità. Non possono altresì offrire le necessarie cure di pulizia, per difetto di tempo e delle opportune lingerie (vesti). Quindi è facile comprendere come le creature siano facilmente suscettibili e aggredibili da ogni causa morbosa che li porta frequentemente a morte per convulsioni, diarree, vomiti, dissenterie, gastriti, enteriti ed entero-mesenteriti. Siamo nel 1870 ed è opportuno rilevare come queste osservazioni, produrranno negli anni, attività di supporto alla prima infanzia, come gli asili e tante opere delle quali uomini e donne di chiesa furono ispiratori e trascinatori, si pensi agli asili o alle mutue ed alle cooperative di consumo, caratteristiche delle nostre zone, nate agli albori del xx sec.

Il cibo della popolazione più povera era limitato a pane, minestra, zuppa, latte e uova, riservando la carne a sole tre o quattro feste per anno.

Le pagine dal 74 al 78 offrono un’interessante argomentazione di natura filosofica sugli interrogativi insiti nella sua professione, che alla verifica della acquisita esperienza professionale lo appalesa in profonda sintonia coi principi cristiani ed avverso al  diffuso materialismo e scetticismo della classe medica. In merito all’origine della vita il suo riferimento va al Fiat di Dio Creatore ed afferma “per me basta e mi fermo alla spiegazione che ritraggo dal Sacro Testo, altri, vaghino pure nei campi dell’ipotetico a piacer loro”.

Interessante questa sua osservazione sul clima del 1870. “in quanto alle stagioni poi, si lamenta qui come altrove, che non tengono più nel loro corso quell’ordine e gradazione come per lo passato”

Sarà mica che il nostro abbia previsto pure anche il buco dell’ozono?

Giulio Bianchi jeraghese- camicia rossa-volontario garibaldino alla III guerra di indipendenza- Onorevole per la circoscrizione di Gallarate e Busto per quattro legislature- Senatore del Regno

Giulio Bianchi nasce il 24-5-1840 da Giulio Cesare e Carlotta dei conti Besozzi ed orfano di entrambi già dal suo primo anno di vita viene affidato agli zii, proprietari del castello di Jerago. La sua vita giovanile trascorrerà tra Jerago e Milano. Nel borgo ebbe come amici di giochi e di infanzia due ragazzi che poi diverranno maestri nelle scuole elementari a Milano, Gallarate e Jerago: Carlo Cassani e Paolo Pagani. Gli impegni scolastici lo vedranno a Milano per gli studi elementari – Istituto Bognetti, cui seguiranno gli studi ginnasiali e liceali presso l’istituto Longone retto dai Padri  Barnabiti. L’università  lo vide studente a Pavia,  dove conseguirà la laurea in giurisprudenza (per altra fonte conseguirà la laurea in Legge nella facoltà giuridica della Normale di Pisa – 8 marzo 1862), assolto  il praticantato presso l’Ufficio dell’avvocato dei Poveri a Torino, conseguirà il diploma di abilitazione all’ esercizio della professione di avvocato. Nel 1864 la popolazione di Jerago lo elegge consigliere comunale, anche se possiamo ben capire il limite di una elezione dove l’elettorato attivo di una popolazione di 562 persone era limitato a soli 11 elettori. Per votare infatti era necessario essere titolari di un reddito tassato per almeno £ 19,80 e contemporaneamente in possesso di titolo di III elementare. Gli elettori  aumenteranno solo nel 1882 quando l’elettorato attivo fu attribuito a coloro che disponevano di uno solo dei due elementi qualificanti: reddito o istruzione, quando  si passò da n.1 elettore ogni 51 abitanti a 1 elettore ogni 14. Le cronache narrano che fosse di costituzione fragile, anche se il ritratto a penna di cui disponiamo eseguito verso i quarant’anni, non permette di valutare questo e lo raffigura come una persona di bell’aspetto di costituzione normale, comunque fosse, questo non gli impedì allo scoppiare della III guerra di indipendenza nel 1866 di prendervi parte come volontario  nel Corpo dei Volontari Italiani ai comandi del Generale Giuseppe Garibaldi (volontari garibaldini) operativo sul fronte trentino contro l’Impero Austriaco. Giulio Bianchi indossò la divisa di garibaldino, (camicia rossa, pantaloni del Regio Esercito, fucile a canna liscia e avancarica calibro 18 con lunga baionetta a manicotto e ghiera – tiro teso 300 mt.  Autentici pezzi di antiquariato anche per l’epoca); fu assegnato in qualità di soldato semplice alla compagnia di artiglieria del 44° battaglione della Guardia Nazionale Mobile per la Difesa del passo del Tonale e Stelvio, formato da 1200 uomini su 4 compagnie, al comando del Colonnello Enrico Guicciardi (nobile valtellinese), posizionati alle Strette di Sondalo (oggi le Prese) per la difesa della Valtellina dalle potenziali invasioni austriache. Di questa sua avventura militare non portò  assolutamente vanto, in epoca nella quale molti avrebbero fatto carte false per dirsi garibaldino. Al termine di questa guerra si recò all’estero per completare la sua cultura, prevalentemente giuridica, con conoscenze tecniche ed agrarie che vorrà sperimentare anche a Jerago con la messa a vigna di numerose sue proprietà, specialmente in zona ronchette data le presenza geologica di terreni argillosi impiantando, lui che è un avvocato, una fornace per mattoni nella zona di Via Madonnina. Questo opificio andava  a cavare le argille con decauville carrellini e rotaie fin sotto alle colline del bacino e del caverzasca (soppiantato, in epoca recente, solo dalla fornace Curioni grazie alla istallazione dei forni continui Hoffmann- al bozzone). Questa avventura industriale fu motivata dal suo desiderio di dar lavoro locale a chi altrimenti era costretto ad emigrare temporaneamente in Francia nel lionese (si veda al riguardo l’origine del culto della B.V. della Salette e della sua immagine sacra in via G. Bianchi) ed in sud America, prevalentemete a Montevideo, luogo di nascita di numerosi jeraghesi, nostri avi . La completa disponibilità personale e la sua appartenenza alla ricca borghesia milanese gli permise di dedicarsi a tempo pieno a quello che oggi diremmo il sociale: guidato dalla sua vicenda personale di orfano. Dopo aver raggiunto le più alte cariche pubbliche, potrà dedicarsi alla formazione della legislazione per l’infanzia abbandonata (commissioni parlamentari di studio per i blefotrofi e per gli istituti per sordo-muti )  avvalendosi della esperienza maturata, nei consigli di amministrazione delle pie opere dell’infanzia e la maternità di Milano e del Lodigiano. La sua passione per l’industria gli consentì di partecipare come componente della giuria che selezionava i migliori prodotti presentati nelle esposizioni tecniche agrarie: giurì nella esposizione agricola industriale varesina del 1871- pari ufficio in quella di Como del 1872- in quella di Monza del 1879- in quella nazionale di Milano del 1881 e di Lodi del 1882. Questo  mostra un uomo molto attento  alla diffusione pubblica delle conoscenze scientifiche, tramite l’insegnamento, nelle scuole agrarie e nelle scuole tecniche, di metodi atti ad aumentare le rese agricole dei suoli con conseguente miglioramento della  vita degli agricoltori. Egli  non trascurava, nel contempo, il potenziale industriale del comparto della bachicoltura e della industria cotoniera gallaratese alto milanese, per il quale si preoccuperà dello sviluppo delle infrastrutture ferroviarie, indispensabili alla prima industrializzazione. In ciò si distinguerà dal più noto conterraneo e contemporaneo Ercole Ferrario, anch’egli fautore del miglioramento agricolo, ma assai prudente verso la pretesa necessità di una industrializzazione locale. Ferrario temeva la scomparsa della famiglia patriarcale che, con la sua naturale funzione di mutualità, affrancava i suoi membri dalle avversità della vità. In sostanza, in una famiglia mononucleare: padre, madre e figli, tipica dell’industrializzazione, chi si sarebbe preso cura  degli orfani, venuta meno la figura patriarcale del regiù  e della maséra?

Giulio Bianchi, uomo di carattere mite e riflessivo ma nel contempo determinato, per le sue competenze e per il suo impegno profusi, acquisisce  un’ottima reputazione pubblica  La sua origine borghese da parte di padre, unita  alla nobiltà di sangue della madre, certamente non guasta e gli fa guadagnare notevoli consensi politici nella destra storica. Con un cursus onorum di tale spessore, (borghese con ascendenze nobili, di ottimi studi superiori e universitari, garibaldino autentico e non di accatto) può avviarsi ad una attività pubblica che partendo da semplice sindaco di Jerago nel 1872 lo aveva già visto diventare nel 1871 consigliere  provinciale di Milano per il mandamento di Gallarate . Con l’apertura dei lavori della linea del Gottardo, nel 1873, fu eletto presidente della commissione gallaratese voluta dal mandamento per studiare e promuovere i piu facili collegamenti tra Milano-Gallarate ed  il Gottardo. Dobbiamo rilevare a tal fine che, mentre Milano poteva accedere al Gottardo da Lugano, il collegamento di Gallarate  alla Novara-Gottardo, passante per  Sesto Calende-Taino- Angera-Leggiuno-Laveno–Luino- Gottardo, aperta nel 1882 era previsto a Sesto Calende . La commissione gallaratese guidata dal nostro ottenne che il collegamento avvenisse a Laveno con il ramo diretto da Laveno a Gallarate – inaugurato nel 1884. Questa nuova linea ferroviaria, favorì lo sviluppo di zone industriali con stazioni a: Besnate, Mornago- Ternate-Varano Borghi-Travedona Biandronno-Besozzo-Sangiano-Laveno Mombello dove già operavano le Tessiture Milius, tessiture Borghi ed altre industrie (rinomate per le forniture militari-per divise e casermaggio già in epoca austriaca).  Gallarate diverrà così importantissimo nodo ferroviario con le tre diramazioni: Varese- Porto Ceresio; Laveno-Luino- Gottardo, Sesto Calende in previsione della linea Domodossola Sempione inaugurata nel 1911. Quindi se oggi Gallarate è il centro ferroviario  passeggeri e poi merci con Hupac, ciò dobbiamo anche all’impegno del nostro. Per questi meriti e per quell’impegno verrà eletto onorevole  presso la regia camera dei deputati per il collegio di Gallarate nella xiv legislatura 16-5-1880, cui seguiranno, per il collegio di Busto, la XV-XVI-e XVII legislatura fino al 1892, quando viene nominato senatore del regno.  Non dobbiamo dimenticare che la nomina senatoria era di competenza regia e quindi  rappresentò il riconoscimento di una carriera, forse non eclatante dal punto di vista della veemenza oratoria degli interventi in aula, ma preziosa per la sua competenza giuridica nei lavori parlamentari, culminata con la sua nomina dall’11 marzo 1891 nella commissione composta per esaminare e riconoscere il contegno e gli atti di governo nella colonia Eritrea. Appartenenza che richiese il suo soggiorno in Africa. Dalla relazione senatoriale di tale missione si evince che al fine di arrivare a conclusioni certe e insindacabili sui fatti oggetto di indagime, questa non fu certo una vacanza, ma una immensa fatica, con marce e pernottamenti in luoghi impervi ed ostili. Fu a causa di questo che il nostro contrasse quella malattia debilitante che lo porterà a morte . Morì improvvisamente il 5-12-1898 a Roma, nell’albergo dove soggiornava per frequentare i lavori del Senato. La sua salma riposa nella Cappella Monumentale  Bianchi a Jerago- Loc. San Rocco .

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Data di nascita: 24/05/1840
Luogo di nascita: MILANO
Data del decesso: 05/12/1898
Luogo di decesso: ROMA
Padre: Giulio Cesare
Madre: BESOZZI Carlotta, dei conti
Nobile al momento della nomina: No
Nobile ereditario No
Altra residenza: Milano
Indirizzo: Via Spiga 1
Titoli di studio: Laurea in giurisprudenza
Presso: Università di Pavia
Professione: Avvocato
Cariche politico – amministrative: Sindaco di Ierago (1872)
Cariche amministrative: Consigliere provinciale di Milano per Gallarate (20 agosto 1871-1889)
Membro della Deputazione provinciale di Milano per Gallarate (1873-1897)
Consigliere e assessore comunale di Ierago
Cariche e titoli: Presidente del Comizio agrario di Gallarate (1870)
Presidente dell’Istituto sordomuti di Milano (1889)
Presidente del Consiglio di vigilanza del Collegio reale della fanciulle di Milano (1891)
Membro della Commissione ministeriale per esaminare e riconoscere il contegno e gli atti di governo nella Colonia Eritrea (11 marzo 1891)
Membro del Consiglio d’amministrazione degli Istituti d’istruzione superiore di Milano
Membro del Consiglio direttivo della Scuola superiore di agricoltura di Milano
Membro della Società di esplorazione commerciale africana
Membro della Commissione di vigilanza della Cassa dei depositi e prestiti
 

.:: Nomina a senatore ::.
Proponente: Autocandidato
Prefetto di Milano Codronchi Argeli Giovanni 21/09/1892
Nomina: 10/10/1892
Categoria: 03
Relatore: Antonino Di Prampero
Convalida: 29/11/1892
Giuramento: 29/05/1893
 

.:: Onorificenze ::.
Cavaliere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro 9 febbraio 1896
 

.:: Camera dei deputati ::.
Legislatura Collegio Data elezione Gruppo Annotazioni
XIV Gallarate 16-5- 1880 Destra
XV Milano II (Busto Arsizio) 29-10- 1882 Destra
XVI Milano II
(Busto Arsizio)
23-5- 1886 Destra
XVII Milano II
(Busto Arsizio)
23-11- 1890 Destra
Fonti: Stampa quotidiana “ La Perseveranza”- “Lombardia” “ Corriere della Sera” “Lega Lombarda” “ Secolo” “ Osservatore Cattolico” “ Regione Lombarda” Bollettino della Società dell’Esplorazione in Africa dic 1989 (consultate per le annate di interesse specifico)
archivio Storico del Senato della Repubblica italiana

 

 

 

 

 

                                                                      

F.E. Mylius-G. Bianchi. Due vie, due uomini, all’origine dell’industrializzazione dei nostri borghi

Scrivere dell’industrializzazione di Besnate rimanda necessariamente alle figure di Giulio Bianchi, che si prodigò per la costruzione della ferrovia Gallarate–Laveno, con stazione a Besnate nel 1884 e di Federico Enrico Mylius che verso il 1885 avviò la tessitura omonima. 

N. H Avv. Giulio Bianchi 1840 -1898 – jeraghese di natali milanesi, avvocato con studio e residenza in via della Spiga, proprietario del Castello di Jerago,  deputato al regio parlamento  nella XIV legislatura per il collegio di  Gallarate, poi nella  XV-XVI-XVII per Busto A..  Senatore del regno per nomina regia nel 1892, fino alla morte nel 1898. Giace nella cappella di famiglia in via Rimembranze a Jerago.  Dal 1871 consigliere provinciale di Milano per il mandamento di Gallarate, fu sindaco di Jerago con Besnate dal 1872. Fu eletto presidente della commissione gallaratese, voluta per promuovere collegamenti più rapidi tra Milano-Gallarate ed  il Gottardo.

L’apertura e l’esercizio del traforo del San Gottardo avvenne nel 1883, con  lavori  iniziati nel 1871 e conclusi nel 1881. In origine era previsto che da Gallarate si  potesse accedere oltralpe solo  via  Sesto Calende-Laveno-Luino-Bellinzona. La commissione mandamentale gallaratese guidata dal nostro ottenne  il collegamento diretto tramite la variante Gallarate-Laveno, dotata di stazioni passeggeri e merci  a Besnate-Mornago-Ternate-Varano Borghi-Travedona Biandronno-Besozzo-Sangiano-Laveno Mombello.  L’esito positivo della attività di quella commissione permise l’industrializzazione di questi borghi. Col potenziamento connesso alla futura linea Domodossola-Sempione inaugurata nel 1911 Gallarate diverrà l’attuale importante nodo ferroviario, si pensi ad Hupac.

Famiglia Mylius- imprenditori milanesi di confessione protestante provenienti da Francoforte. Enrico Mylius, padre di Federico, nel 1838 fu promotore e presidente della Società di incoraggiamento di Arti e Mestieri, nata per incentivare con premiazioni e dotazioni in denaro la diffusione delle conoscenze tecniche, nonché la formazione di tecnici e l’aggregazione tra inventori e imprenditori. Iniziative che permisero anche lo scambio culturale fra tecnici, scienziati ed artisti di area tedesca e lombarda. Milano, grazie a molti spiriti lungimiranti tra i quali i Mylius, vide la nascita nel 1862 dell’Istituto Tecnico Superiore conosciuto come Politecnico, i cui insegnanti ed allievi saranno fondamentali per l’avvio delle nostre attività in una esemplare sinergia con gli imprenditori. Le locali attività industriali, seppur avviate con circa settanta anni di ritardo  dalla rivoluzione industriale inglese e mondiale,  possono però cogliere con grande vantaggio tutte le novità dell’uso dell’energia elettrica, settore nel quale grazie al Politecnico fummo primi al mondo, trattando alla pari con lo statunitense T.A.Edison. Non è un caso che il 3 dic.  1883, a Milano, entri in funzione la prima centrale termoelettrica del continente europeo. Fu edificata in Via Santa Redegonda, per l’illuminazione in corrente continua  del centro e della Scala. Il 6  gennaio 1884, nasce,  per iniziativa dell’ing. Giuseppe Colombo, ideatore della centrale e rettore del Politecnico, la Società Generale Italiana di Elettricità Sistema Edison (poi definita comunemente Edison) con Capitale di Lire  3.000.000  versati da 51 soci fondatori. 

Federico Enrico Mylius: 1838- 1891 (marito di Anna Richard, figlia di Giulio, industriale della ceramica)

Nel 1879 fu socio fondatore della Società di Esplorazione Commerciale in Africa.  Nel 1883 fu socio fondatore dell’Associazione Cotoniera Italiana. Nel  1884 fu tra i soci  fondatori della Edison, cui partecipa  con una quota di L. 27.000 (per raffronto Luigi Bocconi  versò L. 22.000).

Nel 1885 accortamente intuendo ed anticipando la tendenza del  mercato italiano, che da importatore di filati e tessuti diviene esportatore, individua in Besnate, per la facilità di accesso e la disponibilità di personale femminile, il sedime adatto alla sua tessitura, vi costruirà capannoni e la equipaggerà di 132  telai Crompton a frusta (i muli dell’epoca) e Harling  e Todd cambia navetta (il futuro), dando lavoro a 100 operai.  Nello stabilimento la forza motrice viene fornita da una macchina a vapore tipo Cornovaglia alimentata a carbone e installata  nella cantina della sala motori, dove logisticamente è più facile scaricare il combustibile necessario che proviene dallo scalo merci. Come da schema classsico,  per i capannoni dell’epoca, la sala motori è in testa alla sala di tessitura. Da essa partono, appesi alle travi del tetto, volventi su bronzine appositamente ancorate alle colonne in ghisa grigia, lunghi alberi di trasmissione in acciaio dai quali, tramite  pulegge e cinghie in cuoio, si preleva  il moto per  ogni singolo telaio.

Per la fornitura dei filati necessari, nello stesso anno, acquista ad Arona una filatura già funzionante. 

Verso il 1890  amplierà la nuova tessitura fino a raggiungere 330 telai con l’aggiunta dei modernissimi telai Northrop. La lavorazione su più turni gli consente di impiegare 240 persone occupando da solo circa un decimo degli operai tessili del distretto Gallarate- Somma. Costruirà un asilo aziendale interno per la necessità dei figli degli operai. Nel 1889  in previsione del futuro imponente autoconsumo di cotone, perché procurare filato per 330 telai non è uno scherzo, a Cogozzo,  nel bresciano , costruirà una adeguata e grande filatura. La  lavorazione su più turni richiedeva l’illuminazione artificiale della sala ed il sistema a gas in uso all’epoca risultava particolarmente a rischio incendi in presenza di pulviscolo (a munina e ul cunsum). Per risolvere questo problema a Mylius torna utile l’esperienza fatta in Edison e la conseguente frequentazione di persone esperte. Farà così accoppiare una dinamo (chiaramente più piccola  di quanto non fosse la jumbo della centrale di Santa Redegonda) alla presa di forza della sua sala motori , autoproducendo  energia elettrica per l’illuminazione propria e del Comune. Applicazione che consentirà di anticipare di 10 anni i tempi della elettrificazione nazionale e di fare di Besnate, quanto a modernità elettrica,  una piccola Milano. Muore nel 1891 lasciando la gestione al figlio Giorgio.

Giorgio Mylius 1870-1935.  Fu pioniere nella ricerca di cotone in Africa con viaggi in India nel 1894-95, in Madagascar, in Somalia ed in Eritrea. Edificatore di  un centro agricolo cotoniero somalo, intitolato al Duca degli Abruzzi, promotore della costruzione di 4 capannoni per lo stoccaggio di 100.000 balle di cotone, sul molo Cristoforo Colombo  di Genova.  Promotore  di pari attrezzature a Venezia, fu sindaco di Jerago con Besnate 1905-1906. Vice Presidente della Associazione Cotoniera dal 1909 al 1910,  Presidente della stessa dal 1911 al 1927 (dobbiamo rilevare che la Associazione Cotoniera Italiana era la più importante associazione industriale dell’epoca. A quest’uomo ed al problema della questione sociale del nostro borgo tra il  1915-1922 sarà necessario dedicare un ulteriore capitolo).

   

Note sulla  distribuzione di energia elettrica

La possibilità di forza motrice generata da motori elettrici trifase in corrente alternata daterà  solo dal 1901, grazie al  trasporto di energia elettrica a  lunga distanza  con linee elettriche  provenienti dalla centrale idroelettrica di Vizzola Ticino,  avviata quell’anno e dotata di  una potenza di 20.000 H.P.  La Società Lombarda per la Distribuzione di Energia Elettrica si occuperà degli elettrodotti, avvalendosi nei singoli  paesi  di cooperative, sorte con azionariato locale,  dotate di cabine elettriche con trasformatore per bassa tensione. L’energia servirà per l’illuminazione pubblica e casalinga e per le nascenti attività.  Nel 1902  si costituì La Società Cooperativa di Jerago per la distribuzione elettrica, con cabina in Via Garibaldi,  operativa dal 1906. Besnate farà riferimento alla centrale elettrica della Tessitura Milyus, che già produceva con sistema Edison, cioè in corrente continua, fornita pure al comune per l’illuminazione. Dal 1906 Mylius uniformandosi al sistema nazionale, convertirà a corrente alternata i suoi impianti acquistando e distribuendo corrente, direttamente dalla Vizzola. Ecco perché Giorgio Mylius, terzo sindaco di Jerago con Besnate, figlio del Fondatore della tessitura Federico Enrico, eletto nel 1905, si dimetterà nel 1906, sia per i gravosi impegni di cui al curriculum, sia per il palese conflitto di interesse, non potendo vendere alla comunità di cui era sindaco, ciò che produceva e commerciava come industriale. Solo nel 1922 la società Bernocchi, subentrata alla Mylius, cede gli impianti di distribuzione al Comune di  Besnate e quindi il Comune potrà adeguarsi alle direttive della  legge Giolitti  20-3-1903, sulla municipalizzazione dei servizi pubblici. 

 

 Note sulla situazione amministrativa di Jerago con Orago e Besnate 

Amministrativamente il  1° agosto 1872  nasce il Comune di Jerago con Besnate, cui si unisce Orago dal 1° luglio 1892. Primo sindaco: 1872-1887  N.H.  G Bianchi , secondo sindaco:  1887-1905   N.H. Gerolamo Cornaggia Medici, terzo sindaco 1905-1906 Giorgio Mylius, quarto ed ultimo sindaco:  ing. Pietro Genolini  dal 1906 fino al 30 giugno 1907.  In  tale data il Comume si divise nelle due realtà amministrative  del Comune di Jerago con Orago e del Comune di Besnate .