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I mundeghini – Polpette di avanzi di carne

I mundeghini– Polpette di avanzi di carne

Premessa :

sempre seguendo il filone della nostra cucina povera troviamo questo squisito piatto, che normalmente era servito nei giorni successivi alle feste, quando avanzavano pezzi di carne bollita o arrostita, manzo o pollo. Tutte le cucine presentano piatti similari, anzi si dice che un bravo cuoco sia quello che sappia trovare almeno cinque nomi diversi per le polpette. Il nome che i vecchi davano loro ci porta ad antiche origini .

Mondeghini proviene dal latino “mondidus” che equivale al nostro disossato, l’azione di quando si ripulisce l’osso dalla polpa o più correttamente dagli avanzi della polpa. A Busto Arsizio, il cui dialetto affonda le radici addirittura nel substrato ligure, la carne di basso pregio o gli avanzi si chiamano “ remundüa ”. Nella ricetta entra anche la lüganiga, che è un altro tipico ingrediente che i latini chiamavano lucanica.

 

Ingredienti: tutti gli avanzi di carne  cucinata in precedenza (dal : bollito o dall’arrosto di manzo o pollo), 2 hg. di salsiccia ( che sia la lüganiga – cioè quella bella rosa e soffice, da ripieni), prezzemolo, farina bianca, burro per friggere, un uovo, parmigiano grattugiato.

 

Tritare con tritacarne gli avanzi, metterli in una insalatiera di vetro, unire l’uovo intero, il parmigiano, la salsiccia spellata, il prezzemolo trito, salare q.b, se piace noce moscata e pepe. Lavorare con l’ausilio di un cucchiaio di legno, l’impasto deve risultare morbido e consistente sì da rimanere compatto se plasmato con le mani. Se troppo asciutto aggiungere poca acqua, se troppo morbido pangrattato. Si confezionino delle palline compattandole col palmo delle mani. Le si schiaccino leggermente su due poli e le si passino nella farina bianca posta in un piatto fondo.

A parte, in una padella bassa e larga, si faccia soffriggere il burro a fuoco moderato, si abbia attenzione a non surriscaldarlo, quando comincerà a fare schiuma e a prendere un bel colore bruno vi si mettano i mondeghini, girandoli sull’altro lato non appena cominceranno a diventare coloriti e croccanti. Quando avranno preso colore anche dall’altra parte si possono servire. Una insalata a foglia larga per contorno sarebbe il massimo, meglio ancora se fresca dell’orto.

 

Per altre ricette consultate il mio libro edito da Macchione editore:

Varese Cucina. Sane, Gustose, Genuine, le tradizioni del Varesotto di Anselmo Carabelli (978-88-6570-434-9)

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Pulenta e Bruscitt – Breud e Vin

fonte immagine: magisterodeibruscitti.org

Alla ricerca delle antiche tradizioni della nostra cucina non ci si può esimere dal tramandare queste due ricette. Qualcuno potrebbe obbiettare che la Pulenta e Bruscitt sia un piatto preso a prestito dalla cucina bustocca. Ciò è in parte vero, perché non facciamo parte dell’area culturale di Busto, che convenzionalmente si limita alle genti che definiscono “Basura” il pomeriggio, mentre noi lo chiamiamo “Dopudisnà“.

Storicamente invece siamo molto legati alla città di Busto Arsizio e alla sua Basilica di San Giovanni. Infatti la Chiesa di San Giacomo di Jerago dal 1399 possedeva tre appezzamenti di terreno in Busto, le cui rendite sarebbero passate al Parroco di San Giorgio. Il Parroco di San Giorgio poi fu dal 1705 al 1732 il bustese Don Carlo Francesco Pozzi, periodo nel quale, di diritto, il Parroco di Orago era Vice parroco di Jerago.

Di scuola bustese è anche il bellissimo affresco della deposizione di N. S. Gesù Cristo in Via Garibaldi. in breve: a causa dello stretto legame che unisce le parrocchie di Jerago ed Orago con san Giovanni di Busto, non è fuori luogo pensare che, oltre a scambiarsi esperienze religiose, artistico culturali ed economiche, si scambiassero anche modi di cucinare, quali i Bruscitt e forse  ancor di più il Breud e Vin.

Il Breud e Vin  consiste nella ormai dimenticata usanza di prendere, solo nelle grandi occasioni, una tazza di brodo di gallina, ben caldo e schizzato di vino rosso, a fine pranzo allo scopo di “Murisnà ul stomig“, stemperare cioè gli eccessi di un pasto ricco.

Tornando ai nostri parroci si capisce che, per necessità, richiedendo in quelle epoche il viaggio a Busto, almeno una giornata tra andata e ritorno e almeno un pranzo in osteria, la ricetta dei Bruscitt debba essere il più possibile vicino a quella bustocca.

I Bruscitt si accompagnano con la polenta, quella bella soda dell’uso bergamasco; un conoscitore di Bruscitt inorridirebbe di fronte ad un piatto dove per Bruscitt fosse spacciato un ragù di carne alla bolognese simile, tanto per intendersi,  quella cosa che spesso capita di vedersi servita in tante feste paesane, anche nostre. E’ bene dunque prendere nota che un piatto di autentici Bruscitt  si prepara partendo da un bel pezzo di polpa reale (manzo, non vacca) che non va assolutamente tritata a macchina: deve essere tagliata a filo di coltello in modo da fare tanti pezzettini della grandezza di un fagiolo borlotto, in modo che ogni “Bruscin” conservi la sua identità e non venga strizzato dal sangue. La quantità è di 120 gr. per persona, di più se si è delle buone forchette. Si mettono in una capace pentola, di bordo medio, meglio se di terracotta, non si rosola a freddo, unitamente a 50 gr. di burro per un Kg. di carne, con una pestata di lardo o, in mancanza di pancetta piatta non affumicata in ragione di 50 gr. per un Kg. di carne. Nel mezzo della carne si mette un sacchetto di garza dove è stato inserito un cucchiaio di semi di finocchio; salare quanto basta e pepare leggero.

Si pone sul fuoco a fiamma bassissima, si coperchia con un peso sopra il coperchio e si cuoce per 2 ore e mezza, aggiungendo, se asciuga, burro, mai brodo od acqua.

Evitare in modo assoluto di aggiungere verdure, pomodori o altro: il ragù è sempre in agguato.

Dopo la cottura si toglie il sacchetto di semi di finocchio, si aggiunge un bicchiere di barbera o vino rosso; qualche minuto a fiamma viva per assorbire il vino e si torna a fiamma bassa e coperchio per dieci minuti. Spegnere e portare in tavola con polenta preparate a parte nel paiolo. Buon appetito.

P.S.: qualsiasi altro modo di preparare i Bruscitt rappresenta una arbitraria sofisticazione di un prodotto tipico e antico.

Per un approccio sull’origine dell’industria nel Gallaratese con particolare riferimento a Jerago 

La provincia di Varese nacque solo nel 1927 dalla riunione di territorio comasco e milanese all’uopo ceduto. E’ quindi comprensibile come una ricerca vada comunque sdoppiata o triplicata nelle sedi dei precedenti mandamenti. Inoltre i dati in nostro possesso fanno riferimento al primo rendiconto territoriale ufficiale[1] e ai dati quantitativi di quel censimento. Non è certo, che tutte le attività esercitate vi fossero censite, perché in esso sono considerate industrie quelle che, oltre al proprietario, occupavano almeno un dipendente. Sono escluse quelle a carattere prettamente familiare, le più numerose in loco. Per questo abbiamo ritenuto corretto integrare i dati statistici con la memoria In questa sede ci preme rilevare come tutte le attività nascano da un lento abbandono della agricoltura a far tempo dal 1871 fino al 1940. Anteriormente al 1800 l’attività delle fornaci per mattoni fu l’unica risorsa locale non agricola, però antichissima [2] è rilevabile con certezza nei siti di estrazione già dal catasto teresiano. Lo studio della nascita delle attività consente di comprendere come le nostre popolazioni, seppur inconsciamente, abbiano risposto alle politiche economiche dei vari governi che si sono succeduti fin dal 1800. Si possono verificare, anche sul territorio locale, eventi che ebbero grandi ricadute sul futuro sviluppo economico, quali il frammentarsi della proprietà terriera, facilitato dallo scarso valore reddituale dei suoli e dalla conseguente assenza di una vasta proprietà fondiaria nobiliare già a partire dal XVIII sec. Le vicende economiche recenti si potrebbero far risalire già alle scelte di politica economica e sociale operate all’epoca austriaca. L’individuazione nel nostro di territorio di un’agricoltura dalle risorse appena sufficienti alla popolazione, spinse inizialmente l’amministrazione austriaca ad attivare politiche di integrazione al reddito agricolo. Dalla iniziale bachicoltura,[3] col fermento napoleonico e con la successiva restaurazione austriaca del 1814, si arrivò al sorgere delle attività cotoniere atte a favorire il lavoro femminile in fabbrica, soprattutto nei distretti di Gallarate e Busto Arsizio, che diverranno i futuri distretti cotonieri. Da qui prenderà avvio la locale moderna economia capitalistica, le cui risorse finanziarie dovranno essere impegnate nell’approvvigionamento di una materia prima che proveniva prevalentemente da mercati americani, egiziani e indiani. Si dovranno sviluppare tecniche commerciali e bancarie del tutto sconosciute alle antiche corporazioni mercantili operanti in altre realtà territoriali italiche tese solo ad irrigidire e a monopolizzare gli scarsi ed asfittici mercati. Apprese le nuove tecniche fu facile applicarle ad altri settori indotti, quali il meccanotessile di Busto e Legnano. Ciò può contribuire a spiegare l’odierna vivacità del nostro contesto industriale. Si affacciarono famiglie e nomi nuovi, a partire dagli albori del 1800, la cui nobiltà non necessariamente derivava dal sangue, ma dalla mercatura, mancava poi la resistenza al progresso frapposta  dalla nobiltà latifondista proprietaria di enormi casali sorti in altre realtà agricole lombarde, ma totalmente assenti dai nostri magri territori. Le nostre terre poco produttive, erano state trascurate e riservate a rami collaterali delle famiglie nobili. Come abbiamo visto[4] le proprietà  terriere erano già state frazionate e in parte vendute a fattori o a persone estremamente attive. E le piccole proprietà diverranno ossatura per il futuro sviluppo. Ma anche più recentemente fin verso il 1920 continuò il provvidenziale sfaldamento territoriale. Interessante, quasi paradossale, per noi lettori di oggi, conoscere la motivazione che la Camera del Lavoro di Gallarate nella Relazione Morale per l’anno 1922 dà al carente successo delle Leghe dei contadini: “il Gallaratese è forse la zona dell’alto milanese in cui la piccola proprietà ebbe uno sviluppo maggiore che altrove. Specie in questi anni del dopoguerra, vuoi per realizzare un guadagno per sé sproporzionato al valore dei terreni, vuoi per esimersi dal pagamento delle tasse, i proprietari dei fondi rustici, furono presi dalla mania folle di sbarazzarsi dei terreni. Per raggiungere il loro intento, mandarono disdette ai coloni dipendenti. I coloni, malgrado i nostri consigli, si lasciarono prendere dal timore panico e, affrontando sacrifici inauditi, parecchi di essi comperarono. Si è così sviluppata artificialmente la piccola proprietà. Il colono diventa così il piccolo proprietario sfruttato dal capitale che ha dovuto prendere a prestito, e ora sopporta i balzelli che Stato, Provincia e Comune sono costretti ad applicare per riparare alle larghe falle aperte dalla guerra di lor signori. Il colono divenuto piccolo proprietario, non sente più il bisogno della Lega.”

L’Illustrazione del Lombardo – Veneto tomo I ° redatta da Cesare Cantù in Milano 1857, offre invece un quadro contemporaneo alla origine delle industrie tessili gallaratesi. In essa si può leggere: “ [5] ……..Più che le vicende storiche dan rinomanza e insieme ricchezza a questo luogo le industrie ed il commercio. Le prime consistono in variate manifatture di cotone, tenute ora dalla ditta Ponti, che è la principale, dalla Cantoni, e in minori proporzioni dalle Ditte Crespi, Locarno, Mozzati, Pasta ed altre. La ditta Ponti nel principio di questo secolo (1800) eresse qui il primo opificio lombardo, mosso da buoi e cavalli, in cui siensi introdotte le Janettes o Jenny, cioè la macchina da poco tempo inventata per filare cotone. Ma dopo aver innalzato a Solbiate Olona la sua grandiosa filatura, l’opificio di Gallarate fu convertito, dir si può, in una casa di ricovero in cui si accolgono a facili e leggeri lavori più di cento donne, la maggior parte inatte a guadagnarsi altrimenti il pane. La ditta Ponti, che ha casa anche in Milano, trae direttamente il cotone greggio dalle Americhe e dalle Indie, e lo smercia in natura, in filati ed in tessuti di varia maniera, a preparare i quali, oltre ai telaj meccanici che tiene a Solbiate Olona, ne lavorano 1200 a braccia. La ditta Cantoni, che ha bella e vasta filatura a Castellanza, fa pure commercio di filati e tessuti, alla cui confezione servono circa 700 telai. Le altre ditte non hanno filatura propria e si occupano solo di tessuti, dando lavoro a circa 900 telaj e gli operai sono per la massima parte de’ circostanti paesi. V’hanno, benché assai meno estese, anche manifatture di lino, specialmente delle ditte Sironi e Calderara, con 500 telaj. Moltissime donne attendono ai ricami, principalmente di collari da donna, camicette, sottane, e ai lavori all’uncinetto e dell’ago in lana ed anco in seta per far calze, guanti, reticelle, ecc, che si spacciano in paese, o a Milano ed in altre città”.

Utilizzando l’approccio dell’Economia Politica si potrebbe rilevare che le nostre vicende agricolo industriali, dal 1800 ad oggi siano state legate inizialmente alla introduzione di processi L.I ( Labor intensive – ad alta concentrazione di lavoro) favoriti dalla presenza di manodopera agricola in abbondanza, successivamente e lentamente sostituiti con processi L.S ( Labor Saving, con l’introduzione del concetto di macchina che risparmia lavoro) sempre più accelerati dal pungolo della competitività del prezzo, in risposta alle altalenanti aperture dei mercati o alle politiche protezionistiche. Ma oltre allo studio della formazione di una coscienza di classe, già accennato, non si debbono trascurare:

– il ruolo assunto nel processo di sviluppo fine ottocento dalla piccola proprietà terriera appena formata da cui direttamente derivò la classe artigianale;

– l’influenza degli insegnamenti della dottrina cristiana in ambito locale e lombardo;

– il paternalismo industriale e le società operaie di mutuo soccorso tra artigiani operai e industriali, che qui iniziano circa 10 anni dopo le analoghe iniziative Gallaratesi o Varesine, perché la grande industria si sviluppa solo nel 1906.

E’ comunque rilevante osservare, che nei nostri territori si sono vissute e non marginalmente tutte le vicende della storia recente, tanto da trovarne ancora tracce nel ricordo delle singole famiglie. Abbiamo notizia della preoccupazione di due jeraghesi il Sig. Celeste Riganti e il Sig. Paolo Biganzoli, assai vicini al parroco don Angelo Nebuloni[6] di far arrivare a Jerago e diffondere tra le famiglie copie del giornale cattolico “Il Resegone”, opuscolo cattolico stampato a Lecco, al fine di offrire valide argomentazioni da parte cattolica in contrasto alla diffusione del foglio La lotta di Classe – periodico della lega dei metallurgici. Di questi periodi a cavallo del 1900 permane nei documenti la memoria di un atto di profondo disprezzo verso la Chiesa, quale fu il gravissimo sacrilegio di Orago, attribuito alle componenti ispirate all’ateismo positivista di destra. Ma questi episodi non ci appartenevano: furono l’onda lunga di qualcosa che ci era sostanzialmente estraneo, infatti se escludiamo il discorso massonico, ignorato dalle nostre popolazioni e quello positivista, riservato a tendenze intellettuali a noi estranee, rimaneva la simpatia verso il socialismo, che fu stimolata da una naturale reazione ai gravissimi episodi milanesi del generale Bava Beccaris. Si deve però apprezzare un distinguo, che i nostri vecchi premettevano sempre ai racconti sulle lotte sociali. Quando nel discorso si voleva indicare una persona affascinata dalle teorie socialiste, essi sempre la qualificavano come “un sucialista ma da qui giüst,è un socialista ma di quelli che stanno nel giusto”, con evidente riferimento ad un uomo che, affascinato da Turati, sicuramente non aveva sposato le posizioni atee di Labriola. Il nostro socialista rispettava la Chiesa e i suoi ministri, anche se la sua posizione lo teneva appartato, facendosi sovente ricordare dalla moglie gli obblighi dei precetti ecclesiastici.

La nascita della Società Anonima Cooperativa di Consumo avvenuta nel 1900, [7]sicuramente permette di accostarci a quel momento storico valutando, sulla scorta della variegata e contemporanea presenza di soci: artigiani, operai e imprenditori in uno stesso sodalizio, una sostanziale carenza di conflittualità sociale se si pensa che pressochè in ogni famiglia era presente un socio. Fu un tentativo di rispondere coralmente a necessità mutualistiche, caldeggiate anche dal Parroco Don Nebuloni e dal successore Don Cervini, che della Cooperativa rimase sindaco, fino al sorgere dell’impedimento concordatario del1929. La stessa fortuna non riuscì al sodalizio, sorto tra i dipendenti Rejna con le stesse finalità denominato Unione e Progresso [8]nato nel 1911 e liquidato nel 1914.  La società comunque fu solo apparentemente di iniziativa operaia, perché il presidente, Sig. Luigi Valsecchi, era amministratore della società così come dirigente fu il liquidatore ing. Pellizzari.

Non dobbiamo dimenticare l’importanza della ”Società Mutua Assicurazione contro le malattie e la Morte del Bestiame bovino“ che  sorge il 1° aprile 1896 con lo scopo di tutelare i soci dell’evento non raro della morte di un bovino. La società oltre ad aiutare il contadino nella cura più appropriate del patrimonio bovino, prevede l’indennizzo del rischio morte dell’animale, commisurandone il valore alla bestia in vita, ciò al fine di garantire il riacquisto. Ci si preoccupa solidalmente tra soci della sopravvivenza della stalla con la conseguente sicurezza per la famiglia. Le carni del bovino, saranno vendute al meglio e se commestibili ripartite fra i soci. Tali iniziative, che vedono l’impegno personale sia del Sindaco, il besnatese Cornaggia Medici, che del Parroco don Nebuloni, permettono di capire ed apprezzare la comune tensione verso il miglioramento delle condizioni economico – sociali locali. Lo stesso dicasi per la  Mutua Sanitaria, del 1905. Se Ercole Ferrario, come abbiamo visto [9], poteva parlare dei rischi connessi al sorgere della famiglia mononucleare isolata e affrancata dalla vita della curt e dei regiù, con queste ulteriori iniziative a tutela del piccolo coltivatore, che cominciava  ad associare al rischioso reddito agricolo monofamiliare anche un costante reddito da lavoro dipendente, si entrava in una nuova era. Gli uomini di chiesa, vicini alle loro popolazioni, si fanno sul campo fedeli interpreti della Rerum Novarum [10] nella attuazione concreta della dottrina sociale della Chiesa. Da rilevare l’arrivo delle suore di Maria Ausiliatrice per interessamento di don Nebuloni e della famiglia Bianchi Gori, proprietaria del Castello, quale risposta all’esigenza di educare i figli piccoli di mamme che sempre più troveranno lavoro nelle vicine tessiture. Molto impegno le suore dedicheranno alla educazione delle giovani ragazze. Il grande insegnamento di Don Bosco, che illuminava di fede e di opere cristiane una Torino che si faceva industriale, grazie alle Figlie di Maria Ausiliatrice si diffonderà nel nostro paese che pure si stava industrializzando.

Le industrie nasceranno prevalentemente dalla trasformazione delle primitive attività artigianali in industriali a far tempo dai primi anni del 1900. I problemi connessi ai potenziali conflitti ed alle trasformazioni sociali indotti dall’industrializzazione furono  anticipati dall’iniziativa attenta dei parroci, dei loro collaboratori e di molte persone attente, tese al benessere spirituale e sociale delle loro genti. Tra quelle iniziative, non sfuggono, perché ancora lì da vedere, la costruzione delle Caserma e delle Casermette quali abitazioni per dipendenti. Realizzazioni importanti che mitigarono la conflittualità almeno fino alla fine del conflitto mondiale. Infatti solo nel 1908 nasce un primo tentativo di sezione Jeraghese della Lega dei metallurgici. Ma ancora sei anni dopo il periodico “Lotta di Classe” del 31 luglio 1914 deve constatare amaramente come il sopralluogo di martedì 28 luglio fatto del compagno Canziani – propagandista di Gallarate– fosse deludente perché anche quelli che si dicono nostri simpatizzanti- non hanno compreso la necessità dell’organizzazione di classe e quindi la sezione è anemica [11]. Nel gennaio del 1919 gli operai dell’industria tessile gallaratese, avevano già avanzato le richieste per la riduzione dell’orario di lavoro ad 8 ore ed il sabato a mezza giornata. Al diniego della Federazione degli industriali gallaratesi, verrà proclamato uno sciopero, attuato il 22 del mese di febbraio, cui seguirono altri tre giorni di sciopero che produrranno il conseguimento di tutto quanto richiesto. Perciò per festeggiare la vittoria, il 30 marzo 1919 fu organizzato a Gallarate un raduno celebrativo.

Lo storico P.G. Sironi [12] spiega che i socialisti ritenevano che il successo fosse stato loro esclusivo e così descrive il raduno: “La massa affluita a Gallarate da tutto l’Alto Milanese a piedi, in treno, in bicicletta o col tram, se non è certo pari a quella vantata per Busto da “ il lavoro “ fa purtuttavia la sua bella figura. Sono infatti presenti le rappresentanze operaie di oltre una cinquantina di Sezioni socialiste, società operaie varie, circoli e cooperative rosse, ognuna recante le proprie bandiere. Introdotto dal Buffoni, parla dopo altri il deputato socialista Costantino Lazzari, uno degli estremisti più noti del momento. Ed è la sua una concione, che dopo aver inneggiato al successo conseguito, chiede l’estensione agli operai di tutta Italia delle otto ore, attacca il padronato e la borghesia e chiude infine esaltando, fra le acclamazioni della folla eccitata al punto giusto, la rivoluzione russa, Lenin e la conquista del potere da parte dei proletari. Raccoltasi in corteo, con bande musicali intercalatevi, la massa si dirige poi verso il centro cittadino. E’ un unico enorme coro che a tratti intona Bandiera Rossa o l’Internazionale, un susseguirsi a gruppi di evviva Lenin e alla rivoluzione proletaria, di slogan contro i padroni, contro la borghesia, contro i nemici dei lavoratori e i loro servi vergognosi adattatisi senza fiatare a quattro anni di guerra. Un certo numero di partecipanti, non condividendo queste ultime grida, abbandonano il corteo, alcuni anche ostentatamente………”

Una manifestazione, nata per celebrare degnamente un grande successo sindacale si era trasformata nella occasione di propaganda massimalista e rivoluzionaria che molti fra gli astanti non condivisero abbandonando in maniera ostentata il corteo. Al massimalismo rivoluzionario si associava una forte spinta anticlericale. A questo si riconduce il racconto di treni bloccati alla stazione di Gallarate da macchinisti delle ferrovie che si rifiutavano di farli partire fino a quando non fossero scesi quei preti che vi erano saliti, perché l’interpretazione estremista vedeva nella Chiesa e nei Sacerdoti un nemico da abbattere. E questo fatto, non il solo, dovette impressionare chi, presente in stazione con la mamma, ancora oggi, anziano, me lo racconta. Quindi anche nel nostro piccolo borgo, che abbiamo visto assai equilibrato nella relazione fra classi sociali, si dovette constatare, appena dopo la guerra, un acuirsi della conflittualità.

Il periodico Lotta di Classe del 14 febbraio 1920 può titolare: ”Fascio Giovanile Socialista. Jerago – Domenica scorsa, con l’intervento di un compagno di Milano, ebbe luogo una cerimonia fra giovani socialisti in cui venne costituito il Fascio Giovanile, denominato Spartaco.”

Di contro nell’ottobre del 1919 per ispirazione di parte cattolica, nascerà la sezione locale del Partito Popolare e per i lavoratori cristiani l’Unione del lavoro. Nel 1920 al Resegone, si aggiungerà la diffusione del settimanale Vita Popolare stampato a Gallarate, avente per direttore Guido Sironi. Indiscutibile la prevalenza del sindacato cattolico nella organizzazione delle operaie delle tessiture locali come constata Don Massimo Cervini nel Libro delle Cronache parrocchiali. Non è del tutto casuale che la spinta alla organizzazione di parte cattolica dell’ottobre del 1919 segua i fatti del marzo 1919, con il loro carico di anticlericalismo. Sono testimone del racconto del Parroco di Orago, don Alberto Ghiringhelli, che ricordava quegli anni, di quando giovane prete a Milano viaggiava in bicicletta sulla Ripa di porta Ticinese ed era fatto oggetto di battute sarcastiche da parte delle lavandaie che dalla riva ironizzavano sulla sua talare, a soca e lui per niente intimorito, da uomo energico, quale era, faceva dietro front con la sua bici e metteva a tacere le importune, quasi un Don Camillo, e non per niente del Don Camillo di Guareschi era coetaneo.

Vi è un grave turbamento nella vita civile di quegli anni vissuti tra il 1920 ed il 1922, culminato con la occupazione nel luglio del 1922 della fabbrica simbolo di Jerago, la Rejna S.A. e di turbolenze anche nelle altre fabbriche. Lo rileviamo senza aggiungere commento nella descrizione delle due parti contendenti. Il periodico Lotta di Classe dell’8 luglio 1922:  “Malgrado il perdurare della lotta, la massa metallurgica si mantiene compatta e disciplinata, sempre fidente nella sua forza. Sono apparsi però come funghi velenosi alcuni untorelli che, certamente pagati da chi ha interesse, girano il paese visitando le famiglie per raccogliere le firme di possibili crumiri. Tale indegna ed odiosa opera è adatta proprio a coloro che si prestano a fare da tirapiedi e ruffiani dei padroni, ma è bene che sappiano che ad Jerago non v’è pane per i loro denti e che se non la smettono c’è il caso di ricevere pan per focaccia”.

Leone Michaud, direttore della Rejna nell‘opuscolo a memoria dei suoi “25 anni di Vita Industriale a Jerago 1904-1929″, scrive: “Finita la guerra lo stabilimento ha subito la sorte di tutti quelli del genere, tutti i fatti svoltesi dal 1920 al ’22 sono stati da me giudicati come conseguenza di mancato affiatamento fra capitale e lavoro, la mia convinzione è nata nel tempo di guerra. Per considerazione avuta dal Comitato di Mobilitazione Industriale sono stato chiamato a far parte della Commissione per le vertenze operaie. Se in qualche caso ho dovuto dare torto agli operai, in molti casi ho dovuto giudicare che la colpa era degli industriali, o per egoismo o per ingordigia. Molte questioni sono nate e purtroppo hanno preparato quegli eventi disastrosi che capi coscienti od incoscienti hanno condotto per i loro scopi personali, a scapito degli operai, dell’industria e del paese, portato all’orlo della rovina e dell’anarchia. La occupazione delle fabbriche ne è stata l’ultima fase. Ricorderò quando la commissione operai venne a cacciarmi fuori dallo stabilimento, abbiamo un esempio tipico della riconoscenza che le masse sono capaci di dimostrare! Tre dei miei operai, forse i più considerati, i più aiutati, vennero colla frase sacramentale imparata nel tempio del bolscevismo nascente “ Sem num i Patron[13] ghe voeur ch’el vaga via” quei momenti di tristi ricordi, vissuti di piena vita non sono e non possono essere vantati da chi è lontano dall’Industria. …… “.

Nel trattare il periodo della trasformazione del borgo da agricolo a industriale, è stato necessario soffermarci sulla dinamica sociale, che da quella trasformazione ha subito una forte accelerazione. Abbiamo ripercorso le tappe dell’associazionismo di matrice cristiana tra il 1870 e il1910. Le prime iniziative socialiste, più volte giudicate timide dagli stessi organi del Partito e dalle Camere del Lavoro di Gallarate. Abbiamo rilevato la spinta rivoluzionaria ed atea della componente massimalista che nel distretto gallaratese si evidenzia nella manifestazione del 30 marzo del 1919. Ma anche nel borgo alla componente socialista di vecchia matrice si aggiungerà  una componente più recente di ispirazione marxista-comunista. Per contro il primitivo associazionismo cattolico prenderà coraggio, ispirato dalla dottrina sociale della chiesa e si ritroverà nel Partito Popolare e nella Unione del Lavoro. Gli scioperi del ’22 furono per tutta la nazione l’espressione del gravissimo disagio sociale ed economico postbellico.

Dopo questi fatti inizia storicamente il periodo di ascesa nazionale del fascismo, che applicando il suo apparato dottrinario alla situazione contingente stravolgerà tutti gli ordinamenti sociali e rappresentativi, servendosi delle sole leggi ordinarie[14] . La vicenda di quel periodo non verrà qui analizzata riservandola ad un approfondimento futuro. Con leggi ordinarie si arrivò al partito unico il P.N.F., al Sindacato Unico Fascista. Quel periodo di transizione fu sofferto da coloro che, non avendo preso tessere fasciste, subirono l’emarginazione e la minaccia, fortunatamente simbolica, di un patibolo: una forca innalzata la notte in piazza Vittorio, prima delle elezioni politiche del 1924. Immaginarsi la paura nelle famiglie di quei vecchi socialisti la cui militanza era  nota e che non avevano voluta la nuova tessera. Nessuno subì violenze fisiche, ma su quel patibolo era stata sospesa la libertà di dissentire. Il borgo si adattò alle adunate, agli orpelli e alle divise di moda, comparve in Piazza Vittorio, messa sulla facciata della Cooperativa, quasi sotto alla grondaia, l’effigie di Mussolini che dominava sulle adunate organizzate per ascoltare la voce del Duce data per radio e diffusa dall’altoparlante. La casa del fascio fu alla Caserma. Nacque una colonia estiva elioterapica in Via Roma. Poi tutto, dal ’43 al ’45, si sgretolò passando per i lutti della guerra mondiale e riprenderanno forza quegli stessi Partiti aboliti nel periodo fascista con le stesse componenti, socialista, popolare e comunista, che avevamo visto formarsi verso il 1919.

[1] Statistica Riepilogartiva dell’industria nel Territorio di Gallarate e Somma per l’anno 1924 ( si vada a nota 1 e 44 ).

[2] Carlo Mastorgio ha tenuto interessantissime conferenze sulle fornaci locali, attive già in epoca romana.

[3] Si vada al capitolo bachi supra.

[4] I terman, supra.

[5] ( ad integrazione del testo si  trascrive  la parte omessa e  punteggiata nel testo) “Il nome di Gallarate, alcuni derivano dall’essere fondato dai Galli, altri dal soggiorno di una legione romana detta Gallarita. Da parecchi si giudica questa terra di assai remota origine, ma a provar ciò mancano i documenti; tuttavia le lapidi latine, che ancora vi si vedono, e le numerose monete di imperatori romani, che a quando a quando si rinvengono, lasciano congetturare che fin dai tempi dell’impero romano fosse di qualche importanza.. ( segue il testo).

[6] Paolo Biganzoli nato nel 1880 fratello del Sacerdote don Enrico Biganzoli e fondatore di quella che rimane una delle piu antiche industrie locali ancora operante nel settore del giocattolo la Paolo Biganzoli s.r.l. – Celeste Riganti – fabbro ferraio, classe 1885 padre di Enrico Riganti coautore del presente volume.

[7] Infra, ampiamente illustrata nello studio di F. Delpini.

[8] Fonte: Cazzani E. “Jerago

[9] Nota n.28 supra

[10] di Leone XIII 1891

[11] Cazzani .”Jerago” op citata pag 319, rif Archivio Parrocchiale Jerago, liber chronicus, vol 1, pp 123-124- Don Massimo Cervino scrive: “ per salvare almeno la donna dall’organizzazione socialista, si è tentato di riunire le nostre donne nella Unione del Lavoro ed a tale scopo molto si adoperò con varie conferenze ed abboccamenti il Sig. Gallazzi dell’Unione di Gallarate. Si riuscì ad organizzare quasi tutte le operaie della Ditta Carabelli e tutte le nostre operaie che lavorano a Besnate e a Cavaria, ma poi per difficoltà aziendali, gran parte delle operaie si staccarono e l’Unione si sfasciò, come già per lo stesso motivo si era sfasciata la lega Socialista.”

[12] Sironi P.G “ Quei Camion che facevano paura, lo squadrismo nel gallaratese – 1919 al 1922 –“

[13] Leone Michaud è francese e quindi nel suo scrivere il nostro Padron per lui diventa Patron

[14] Lo statuto albertino non prevedeva leggi straordinarie per le modifiche costituzionali e i padri costituzionalisti nel redigere la Costituzione Repubblicana odierna, per evitare episodi simili al fascismo, che potè trasformare lo statuto con leggi ordinarie, furono particolarmente attenti perché essa non fosse facilmente modificabile. La blindarono come si dice ora.

Ul fer du l’acua

(testo di Anselmo Carabelli)

Se volessimo ricostruire l’origine di questo modo di dire ormai completamente perso, in uso ancora tra gli assistenti di tessitura a Busto Arsizio, si scoprirebbe che fer du l’acua altro non è che la leva di avviamento dei cari telär a frusta,  espressione gergale  traslata  anche per l’avvio delle macchine moderne con gli interruttori on- off , verde- rosso. L’espressione rimanda alla origine della nostra industrializzazione, quando l’energia nella sala di tessitura, di torni o altre macchine utensili  o in una butega  da legnamè o da farè  per dar moto a bindèla,  mola, maj, pulidura, trapan, proveniva dalla trasmision, albero di trasmissione  che girava in alto vicino al tetto su bronzine  ancorata ai pilastri o al muro perimetrale, dotato di semipulegge imbullonate in corrispondenza delle varie macchine. Questa trasmission era mossa da un motore primario che in antico all’origine della nostra industrializzazione 1820 sull’Olona, poteva essere la ruota  a pale del mulino. Il mulino prendeva a muovere quando la canaletta di derivazione dell’acqua del fiume veniva fatta scivolare di lato perché buttasse direttamente il getto sulle sue pale avviandolo e, per far ciò, ci si serviva di una leva di ferro che prese appunto nome di fer du l’aqua.  Da cui l’inizio di un movimento meccanico fu associato all’ azione della mano sul  fer du l’aqua o leva di avvio. L ’asse principale di movimento di ogni macchina antica presentava due pulegge, una solidale con lo stesso, l’altra folle che girava a vuoto. Una cinghietta,  in cuoio zinta collegava la ruota folle, con la ruota in corrispondenza della trasmissione a soffitto. In prossimità delle due pulegge della macchina la cinghia passava in una forcella collegata con la leva di avviamento. Il nostro fer du l’acua  avviava perciò la macchina spostando la cinghia dalla ruota folle a quella fissa dell’albero e in più consentiva una partenza dolce, perché la cinghia passando dalla folle alla ruota fissa con tutta l’inerzia della macchina ferma, tendeva a scivolare facendo da frizione e la macchina non si inceppava. Naturalmente le cinghie giravano sempre sia che la macchina fosse in trazione o fosse ferma  e quindi erano pericolose,  e apparvero le prime  scritte antinfortunistiche, dal perentorio invito, operaie portate vesti attillate e cuffie, capelli corti, attenti agli organi di movimento.

Gli alberi di trasmissione primaria li potevi vedere in tutte le nostre botteghe. Dai faré : gli Aliverti al Cantun, i Turi; ai Legnamé: ul Gerolum, I fradèj Cardan, ul Biganzoli, ul Rico da a Mirina, ul Giuanò e ul Salvatur dul Mola, ul Romildo, ul Sèsa  Milieto; i tesitur : Ul Carabell, ul Nibela, ul Mario Aliverti, ul Labärd, ul Tani, ul Taravela, ul Guglielmo. Prima di avviare le singole macchine quindi bisognava avviare il sistema di trazione centrale con le trasmissioni a muro e soffitto collegate fra loro da grosse cinghie e ruote più grosse e zintuni. Ma la  trasmissione di moto tra grandi pulegge di ferro solidali alle trasmissioni in alto e la piccola puleggia liscia, coassiale col rotore del motore centrale era alquanto problematica, soprattutto nelle mattine d’inverno quando il  cuoio del Zinton si irrigidiva ed allora sota cunt a pesa greca-pece greca. Si spalmava la zinta di pece a accostando il provvidenziale cilindro di pece al zinton dall’avvio riluttante e per la ravvivata aderenza via che si partiva. Certamente operando a mani nude tra motori cinghie e volani queste operazione risultavano particolarmente rischiose e riservate ad esperti macchinisti. Noi non abbiamo mai avuto mulini per colpa dell’Arno, poco affidabile; le prime macchine di moto furono motori a vapore, le famose caldaie a vapore del tipo Cornovaglia. Prima del 1907 gli unici che ne avevano erano le officine Sessa ubicate tra la via Cavour, la via Onetto e il Ria, la Reina,  e la forgia di Scaltritti Eugenio Maraz, in via Roma.  Poi li sostituirono i motori elettrici,  monumentali,  in corrente trifase dagli statori e rotori con gli avvolgimenti in bella vista, da cinquanta- cent cavaj 50 –100 H.p e l’avviamento avveniva con il sistema cosiddetto stèla- triangul. Per prima cosa bisognava collegare il motore alla line , tirando giò i curtej abbassando i coltelli che facevano da interruttore tra  la linea del motore e la linea principale. In pratica l‘interruttore era una specie di tridente con tre punte a lama di coltello incernierate singolarmente sulle tre fasi del circuito del motore, isolate tra loro, ma unite nell’impugnatura a manico di legno che consentiva, con movimento a compasso dell’impugnatura di inserire i coltelli nelle molle del circuito principale. Dopo tale interruttore i tre fili o Fäs  fasi,  entravano in una apparecchiatura chiusa dotata di volano, che  partendo con l’iniziale configurazione a stella par dag ul spont, cioè l’avvio del solo motore,  quando l’operatore avesse ritenuto opportuno dal sibilo del rotore, passava alla configurazione a triangul che permetteva il traino di tutto l’apparato di trasmissione delle macchine operatrici. Operazione più facile da fare che da descrivere, comunque ci voleva un buon orecchio per apprezzare dal fischio del motore il momento giusto per il cambio di configurazione. Oggi tutto avviene elettronicamente ed automaticamente.  Attenzione però che se per qualsiasi motivo si voleva spegnere la macchina abbassando i coltelli, bisognava per prima cosa portare al minimo carico della sala, altrimenti sarebbe partito il famoso corto, non una scintila, ma una vera e propra scalmana– un fulmine artificiale  Per questo quei coltelli venivano schermati con coperchi di materiale isolante.    

1 Telai col lancio a batter, Batireu, bastone con cinghie che lanciava la navetta

2 Sulla storia dei nostri opifici, botteghe artigiane si veda di A. Carabelli-E Riganti.” Le ricette della Nonna” da pag. 125 a pag 139 – Ed.  Galerate 2000 

3 Hp Horse power. La misura di Potenza era in Cavalli Vapore  0,760 kw.  Non dimentichiamo l’iniziale riferimento alle unità di misura nel sistema inglese, proprio della prima industrializzazione fino a tutto il 1960 quando nel mondo del lavoro europeo continentale si adottò il sistema metrico decimale. Tutti gli organi di connessione, viti, dadi, bulloni si espressero in unità decimali Ma, Mb, sostituendo il vecchi pollice o polis a  come riferimento la forza di un cavallo da tiro. Ormai abbiamo dimenticato che in assoluto il primo filatoio Janette dello svizzero Cantoni ad Arnate (il progenitore dell’industria tessile  gallaratese e bustese)  era mosso da cavalli che agivano su un tapis roulant, una specie di tappeto rotolante  sul quale i cavalli camminavano rimanendo fissi, che dava poi moto al motore primario. Ma senza andare molto lontano Enrico Riganti mi ricorda che quando la sua nonna  Paolina da piccola andava alla festa della Madonnetta di  Gornate, il giorno dell’Assunta siccome, come si diceva, tuti i salmi finisan in gloria, dopo le preghiere o devuzion come si diceva allora, c’era sempre la ricreazione, ci si concedeva anche pei bambini un giro in giostra, e quelle antiche giostre erano mosse da motori a cavallo.  Gli stessi animali che poi trainavano le carovane dei giostrai, itineranti da fiera in fiera.