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ul Campanin Rumanic da San Giörg

foto di Francesco Carabelli

In dul an dul Nost Signur          

milneuvcéntnuvanta e vun  

sin mitù a suna’ anca lur      

i campan da sto Cumun              

I sentivum pù canta’     

i fasévan pù ” din don ”           

vidéi gio’ in mèza al prà       

l’éra na désulazion                

An  duü tirai giò inséma            

parché éan périculus                

Don Lüis gavéa un patéma            

a vidéi li’ sanza vus              

Ma pérò la züca düra                

dul Don Angiul e d’Jéraghés        

una  Tur da gran fatüra            

han ridài a sto paés               

“Bèla roba! và sai fan!”            

a diséa cèrta gént                 

“sa peu viv senza campan!!!        

i duarian fa un bèl niént”         

“Sto marsciön d’un campanin!       

a lé tut da büta’ gio’…          

a lüstral cume un füsil            

in invece dré anca mò”              

Par furtüna che ai bàban                 

quèi balos g’han dài mia trà        

al Cüräd gh’han dài na man            

ghé andài inanzii i laurà            

Però adès che hann vidù’

ca ghèm chi na méraviglia    

i cipisan quasi pù      

ghé cambiäda la quadriglia”

Cunt un mücc da vulunta’             

tanta bona e brava gént

han scuprì na rarita’

a partì quäsi da niént!                                                   

Mo che ul campanin l’é li’

drizz in tüt ul so spléndur

végh un monumént inscì

lé par tüc un grand unur

n’han parlò fin süi giurnäi

tant le’ vec e tant l’è bèl

fa na copia écéziunäl

mitù inséma al nost Castèl

Finalmént quand ghé na fésta

quand g’avèm d’andà in gésa

o a na cérimonia mèsta

quand na copia la sa spusa.

séntirém sunà a distésa

opür trista na campana.

la ga ciamarà a surprésa

fin che Dio al ga mét a nana.

Poesia scritta da Cesare Ferioli in occasione del restauro del campanile di San Giorgio in Jerago nel 1991 (versione tratta da Anselmo Carabelli con Enrico Riganti, Le ricette della nonna. Cucina, usi espressioni, attività, feste religiose nella vita di un borgo dell’alto milanese tra il 1800 e il 1940, Collana Galerate, Tipografia Moderna, Gallarate, 2000)

Breve storia delle campane del campanile di San Giorgio

La necessaria descrizione delle campane evidenzia che furono fuse negli anni dal 1820 al 1865, mentre si era sempre ritenuto, anche dagli storici, che esse datassero 1820.

Perche´dunque questo errore? Tentero´di spiegare, oltre a questo, anche perche´ si sono resi necessari gli odierni lavori attorno al nostro campanile.

Il primo documento certo sul concerto delle campane, redatto in una grafia impeccabile, propria dei tempi dell´imperial-regio governo austriaco, e´del 1820. Rappresenta un impegno notarile assunto dal parroco Giovanni Castagnola, solidarmente con i signori Franco e Pasquale Molla, Giorgio Caruggi, Giacomo, Giovanni senior e Giovanni junior Bardellini, Francesco Cardani, Francesco ed Antonio Puricelli a pagare in quattro anni le suddette cinque campane al fonditore Giuseppe Bizzozzero di Varese, sollevandolo pure dal rischio del trasporto da Varese a Jerago. Una assicurazione, insomma, sia sul trasporto che sulla solvibilita´del debitore nei confronti del creditore (cosa plausibile perche´un concerto di tale entita´corrispondeva ad un valore attuale di circa 250.000.000 di lire, ma la popolazione era meno numerosa).

In acconto di tale debito erano state versate le due vecchie campane del peso di 66 rubbi, gia´in dotazione del campanile romanico  e, successivamente, del campanile barocco.

Il campanile non era adatto alle dimensioni delle nuove campane e non lo sara´ fino alla ristrutturazione del 1991 (quella odierna per intenderci). Cio´era dovuto al fatto che le campane  erano  troppo grosse e non potevano ruotare all´interno  senza ostacolarsi. Nel 1820 fu quindi costruito un castello in legno che sostenesse le campane fuori dalla loggia stessa e tale castello, allora come adesso, fece si che le campane fossero quasi per tre quarti sporgente dalla verticale dei muri della torre. Ecco perche´ tutte le campane, ad eccezione della prima (la piccola che e´incernierata appena sotto la cuspide centrale) sono quasi completamente sporgenti ed il castello e´esposto in maniera violenta alla continua azione degli agenti atmosferici.

La campana piccola e´, pertanto, rimasta la stessa perche´ protetta dalla cuspide,mentre le altre, che in contrasto con l´anno di datazione del primo concerto (1820) portano date successive, vennero rifuse in quanto la rottura del castello in legno faceva si che le stesse, pur senza crollare, andassero a sbattere malamente contro le strutture danneggiandosi irreparabilmente.

Il concerto delle campane era stato inaugurato nel 1820 ma gia´nel 1832 il parroco, don Battista Maroni, fu costretto a sospendere il suono delle stesse perche´il castello era cosi´sconnesso e cosi´ logoro che le campane erano nell´imminente pericolo di cadere. La riparazione del castello in questione avvenne nel 1834 a cura del carpentiere Antonio Maria Bianchi di Sacro Monte e di Gaetano Cattaneo di Oggiona. Si giustificano cosi´le date di rifacimento delle campane: il 1834 per la quarta, il 1837 per la seconda (entrambe rovinatesi probabilmente nel 1832) e il 1844 per la terza.

Tutto filo´ liscio fino al 1865, quando la storia si ripeteva: Il castello di nuovo logoro, fu rifatto dal capomastro Bianchi Giovanni di Gorla e si provvide, nel contempo, al rifacimento della quinta campana, che era anche la piu´grossa. Il fatto di aver commissionato alla stessa fonderia la rifusione delle campane permise di mantenere la medesima intonazione.

Fattisi poi accorti della eccessiva delicatezza del  castello in legno, nel 1888 si provvide a sostituirlo con uno interamente in ferro, opera del meccanico Angelo Bianchi di Varese, “capomastro macchinista patentato”.

Da allora, fortunatamente, il campanile non sembra avere piu´storia; ci sono le solite riparazioni periodiche, ma nessun fatto degno di nota. Ma eccoci al 1943, esattamente il 10 luglio. Leggiamo nel “Liber cronicus”

10 luglio – la rimozione delle due campane maggiori

In seguito ad avviso precedentemente avuto dalla ditta Bianchi di Varese, oggi arriva una squadra di operai per rimuovere le due campane maggiori, del peso complessivo di circa 20 quintali. Il Parroco protesta che la richiesta fatta dall´Ente Rottami per ordine del Ministero e´di 6 quintali e che si rifiuta di darne di piu´, e non consegna le chiavi. In seguito arriva l´ingegnere Bianchi, della ditta omonima di Varese, accompagnato dal maresciallo dei carabinieri di Albizzate. Il Parroco chiarisce il suo punto di vista, l´Ing. Bianchi insiste per la consegna del 60% del peso complessivo delle campane, dichiarando che si assume ogni responsabilita´. Il Parroco consegna le chiavi rinnovando la sua protesta. E purtroppo il crimine viene compiuto. La popolazione tutta nel suo contegno dimostra tutta la sua avversione per l´inconsulto provvedimento.

12 luglio – Le campane rimangono

Oggi vengono calate le due campane e posate sul ripiano alto dell´oratorio, gia´cimitero vecchio. Incaricato del trasporto delle campane a Varese e´Tondini Paolo il quale ha la buona idea di chiedere consiglio al Parroco. Quindi il Tondini rifiuta l´incarico, tanto piu´ quando sa che le campane, per essere condotte via, dovevano ridursi in pezzi: e cio´per la difficolta´di calarle dal pianerottolo. E cosi´le campane rimangono a Jerago. Fino a quando? Speriamo per sempre.

20 settembre – Sepoltura provvisoria delle campane

Per evitare che una eventuale visita da parte dei tedeschi al nostro Oratorio possa dar occasione ad una eventuale requisizione delle due campane maggiori, troppo in vista, si pensa di dare loro una sepoltura. Alla sepoltura aiutano Delpini Antonio, Rabuffetti Gianluigi, i soldati fratelli Carlo e Vittorino….e Cardani Francesco. Per adesso sono salve…

27 aprile 1945

(…) dissotterrate le campane che da 20 mesi giacevano nascoste: una squadra di operai diretti dal capomastro Magistrali, da Scaltritti e da Paoletti preparano il ponteggio per innalzare le campane sul campanile.

30 Aprile

Oggi la campana piu´grossa sale al suo posto. Si puo´quindi immaginare la grande gioia degli jeraghesi nel vedere le campane di nuovo al loro posto. Ma quella gioia e quel tripudio paesano erano  destinati  a durare poco: don Massimo, che aveva scritto le parole sopracitate tre giorni prima, veniva a morire. E la persona che scrisse il diario di quei giorni annoto´testualmente: “ le campane che dopo la nuova sistemazione dovevano suonare a festa per la prima volta nella prima domenica di maggio, suonano l ´agonia del sig. Parroco.

 


 

Il Castello rifatto da Angelo Bianchi, in sostanza, resisti´fino all´anno 1967 quando, per gravi motivi di degrado sia dei vani di accesso al locale delle corde, che di pericolosita´ incombente, si decise di sospendere il suono delle campane che furono poi portate a terra nel giugno 1984 e collocate nel prato della canonica.

Il problema della precaria solidita´e´stato risolto nel corso dei recenti lavori di restauro in quanto l´ing. Emilio Aliverti ha progettato un´ incastellatura che, sita nell´interno del campaanile, oltre a svolgere la funzione di rampa di accesso alla loggia, scarica direttamente a terra la maggior parte delle sollecitazioni dinamiche e del carico statico proprie delle campane nel loro esercizio, eliminando radicalmente il grosso problema della manutenzione.

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IL GIORNO 16 LUGLIO 1991; RICORRENZA DELLA MADONNA DEL CARMINE; TRA LA ESULTANZA DEI PARROCCHIANI DI SAN GIORGIO E LA GIUSTA FELICITA´ DI  DON  ANGELO CASSANI LE CAMPANE TORNANO IN CIMA AL LORO CAMPANILE.

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Le campane della antica chiesa di San Giorgio In Jerago – Uno dei primi concerti di campane del famoso fonditore varesino Bizzozzero

(Testo e ricerche di Anselmo Carabelli)

I Campana- 

Senza decorazioni floreali, reca circolarmente la scritta: PAX DOMINI SIT SEMPER VOBISCUM ANNO 1820 (La pace del Signore sia sempre con voi) – BIZZOZZERI VARESIENSIS FECERUNT (fatta dai Bizzozero di Varese nell’anno 1820)

II Campana- 

Senza fregi, reca circolarmente la scritta: GLORIA IN EXCELSIS DEO ANNO 1837 (Gloria a Dio nell’alto dei cieli anno 1837)- FELIX BIZZOZZERO VARESIENSIS FECIT (fatta da Felice Bizzozzero varesino)

Reca il bassorilievo di un Evangelista, di un Vescovo, di Cristo risorto e della Madonna in Trono. In basso due cinesini (riconoscibili dal copricapo a pagoda) che portano  sulle spalle un bastone cui é appeso un enorme grappolo d’uva, una donna che insegna ad uno scolaro, un San Giorgio a cavallo, Il Crocifisso

III Campana– Senza decorazioni. Reca circolarmente la scritta: SALVA NOS DOMINE   VIGILANTES  ANNO 1844 (Salvaci o Signore mentre siamo nella tua attesa) FELIX BIZZOZZERO VARISIENSIS FECIT. Reca il bassorilievo di un apostolo, di San Pietro, di Maria con Il Bambino, di San Giovanni.

IV Campana– Decorata con fregi e grappoli d’uva. Reca circolarmente la scritta – A FULGORE ET TEMPESTA LIBERA NOS DOMINE ANNO 1834 (dal fulmine e dalla tempesta preservaci o Signore) FELIX BIZZOZZERO VARISIENSIS FECIT

Reca il bassorilievo della Madonna del Carmine, di Sant’Agostino, di un vescovo che sta inserendo in un sacco alcuni frutti, di Sant’Antonio da Padova. In basso una Crocifissione (Cristo in Croce tra la Madonna e San Giovanni).

V Campana– Decorata con fregi e festoni floreali. Reca circolarmente la seguente scritta: CONVOCO-SIGNO-NOTO-DEBELLO ARMA-DIES HORAS NUBILIA LAETA ROGO ANNO 1866 (convoco, segnalo, do notizia-respingo il nemico e le sue armi-Invito a pregare per i giorni e le ore serene, la pioggia e le nubi). BIZZOZZERO FELICE FECE

Reca il bassorilievo della Madonna che sciaccia la testa del serpente, di un angelo che protegge alcuni bambini, di San Giacomo. In basso la Crocifissione, un San Giorgio, la Trinità. Si nota una abrasione come se si fosse cancellato un motto od una parola.

La descrizione delle campane corrisponde a quanto visibile ancora sugli attuali bronzi e da me rilevato durante il lungo periodo che le vide inattive e posate a terra per  instabilità del campanile,  dal 1 marzo 1970 al 6 ottobre 1991. Solo  la ristrutturazione del campanile della antica Chiesa di San Giorgio consentì di apprezzarne nuovamente il  suono. Oggi le campane sono mosse a motore, ma fino al 1970 per suonare bene le campane e fare una bella campanata necessitavano 5 persone disposte alle corde delle campane. Le corde, dalla sommità del campanile scendevano nella cella alla base, cui si accedeva dalla sacrestia vecchia con una scala di sei gradini. Il locale era angusto e quattro persone vi stavano appena. La 1^ campana, campanella aveva la sua corda subito a sinistra della scaletta, la 2^ subito a destra, la 3^ di fronte alla seconda, la 4^ di fronte alla 1^. Cosicché la 5^ o campanone, cadeva al centro della scala fra la 1^ e la 2^ . Chi teneva il Campanone rimaneva sulla scaletta e comandava la partenza delle varie campane, questi fu per molti anni l’espertissimo sig. Giovanni Riganti. Iniziando il concerto, le campane venivano messe in piedi, a bicchiere, leggermente inclinate, perché fossero pronte a partire muntà i campann si diceva. Si iniziava con una drizza cioè si rilasciavano a scalare al comando di: prima, segunda, terza, quarta e campanon. Poi i quatar: segunda, terza, quarta e campanon.  I tri: terza, quarta e campanon. Così si variava il suono e si ricominciava con na riversa che partiva dal campanon, quarta, terza, segunda, prima. Tra le varie possibilità di suono, il campanat dava alcuni preavvisi: Sulbià, Albizà, Cavaria, ci si preparasse dunque ai virtuosismi propri dei paesi indicati. Con Albizà si richiedeva che nella sequenza, terza e campanone suonassero all’unisono a buciada. Elenco dei Sacrestani: Alabardi Alessandro – Molla – Balzarini Valentino – Riganti Celeste – Cardani Carlo – Alabardi Angelo – Pigni Romano ed Attilio.

Comunque da questa ricerca mi rimaneva ancora un interrogativo generato dalla discordanza fra i dati di archivio che datano la consegna del completo concerto delle campane  al  26 luglio del 1820 in Varese e la data impressa ancor oggi sulle singole campane. Quel giorno, sono ormai due secoli , otto jeraghesi , rappresentanti del Parroco Giovanni Castagnola, i sigg: Franco e Pasquale Molla, Giorgio Caruggi, Giacomo e Giovanni senior  e Giovanni  junior Bardellini, Francesco Cardani e Francesco Antonio Puricelli,  si erano recati nella fonderia Varesina di Giuseppe Bizzozzero  per ritirare il concerto di cinque campane. Firmarono una liberatoria accollandosi il rischio e il pericolo del trasporto fino a Jerago, garantendo inoltre ed in solido col parroco  Castagnola il pagamento del debito residuo, previa autorizzazione per iscritto al Bizzozzero della confisca  delle due campane più grosse, se il debito non fosse stato estinto nei 4 anni a seguire. Ora se le carte erano state redatte così bene, perché in archivio si ha notizia della sola rifusione della campana N 5, rottasi nel 1865 per ammaloramento del castello e rifusa con esborso di denaro della parrocchia, anzi del parroco Maroni, ad opera dello stessa  officina Bizzozzero.  Le altre, ad eccezione della 1 campana ancora originale del 1820, portano altri anni, e quindi sono evidentemente state rifuse: 1837 rifusione della 2^, 1844 rifusione della 3^, 1834 rifusione della 4^;  rifusioni  senza  documento alcuno.

Siamo in presenza della amministrazione imperiale austriaca e tutti gli interventi sulle  fabbriche ecclesiastiche, presentati dalle fabbricerie sono soggetti a vigilanza del governo imperiale austriaco. Pertanto si obbliga al soggetto richiedente il controllo allo stesso iter usato per le opere pubbliche. La precisione, la leggibilità e la chiarezza di quegli atti, consultabili nel nostro archivio  sono una ulteriore testimonianza del  rigore di quelle amministrazioni.   In tale periodo, vigono per le fabbricerie  le stesse norme di garanzia previste per le forniture pubbliche, strade, appalti. Si  garantisce il fornitore sulla copertura e sulla certezza del suo credito, ma lo si obbliga ad un prezzo che preveda il ripristino a nuovo delle cose fornite per un tempo illimitato, qualora gli ammaloramenti fossero da addebitare a difetto di fornitura.  Chiaramente le campane sono garantite da rotture, ed è prevista la rifusione non onerosa a tutela del committente. Non dimentichiamo poi che il concerto di Jerago rappresenta forse uno dei primi concerti del fonditore Bizzozero, il quale stava introducendo proprio in quegli anni una nuova forma della campana, che consentiva, a parità di peso, un suono più potente e brillante. Quindi poichè il nostro concerto addirittura precede quello del  campanile del Bernascone a Varese S. Vittore è pensabile che proprio qui il fonditore abbia fatto i suoi esperimenti  per nuove forme e sonorità e di buon grado e a sue spese il Bizzozzero abbia rifuso le tre campane che si erano deteriorate.

Diverso il discorso per il campanone. I fatti risalgono al 1866, siamo ormai nel regno sabaudo. E’ sparito il latino dall’iscrizione e appare l’italiano del BIZZOZZERO FELICE FECE e forse sono venute meno anche le famose garanzie illimitate, anche se da un documento si rileva che fu il castello ad ammalorarsi  facendo battere la campana contro la cella. La campana fu rifusa a spese del parroco don Maroni e nella lega di bronzo per impreziosirne il suono i vecchi narrano che le nostre bisnonne regalarono, perchè vi fossero fusi i cuazz d’argent, cioè quegli spilloni che ingentilivano le capigliature delle donne lombarde, si pensi alla Lucia del Manzoni. La voce  di questo campanone poi,  i vecchi narravano che con vento favorevole si potesse sentire fino ai cinc strä da Busti oggi cinque ponti di Busto.

A fulgore et tempesta libera nos Domine – Dalla folgore e dalla tempesta liberaci o Signore

(testo di  Anselmo Carabelli)

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(Fonte immagine: lastampa.it)

Questa invocazione latina potevamo leggere sul cartiglio del bordo della 4^ campana, quando, prima del restauro del campanile, i sacri bronzi incatenati fra loro facevano bella e inoperosa mostra sul vialetto che porta alla canonica. A quel motto il pensiero riandava nell’osservare, incredulo e sconfortato, lo scempio che il fortunale aveva arrecato all’orto, oggetto di tante cure.

L’ è cativ me a témpèsta da mägé cattivo come la tempesta di maggio, non è più maggio, sono i primi giorni di giugno, ma gli effetti di quella cattiveria si possono apprezzare tutti, dalle piante di zucchine maciullate, ai pomodori dei quali sono rimasti in piedi solo i piantireu-tutori; insalate, fagioli, peperoni, tutti rasati al suolo.. che spatasc! Riusciremo a mangiare qualcosa del nostro orto quest’estate? Ributteranno le piantine dalle loro radici; coi rami apicali distrutti, tra i laterali, qualcuno riprenderà il portameto centrale? non lo sappiamo. Dopo i commenti di rito, incontrando un agricoltore  per hobby, come me, o pensionato come tanti, ci si consiglia  sul da farsi, chi la racconta in un modo, chi in un altro, certamente tutti concordiamo che le patate, i pomm da tèra si sono salvate, per il resto staremo a vedere e diventerà bagaglio della nostra limitata esperienza agricola, alla quale mancava ancora questo capitolo. Sì perché l’ultima vera calamità atmosferica fu nel lontano 1940, quando dovevamo ancora nascere, come testimoniano  le foto dei mucchi di grandine accatastata, dopo che questa aveva letteralmete pulito ogni cosa e spogliato persino gli abeti dagli aghi, il che è tutto dire. E allora, veramente, fu come pioggia sul bagnato; tempo di guerra, popolazione che, pur andando al lavoro presso le officine, traeva ancora importante sostentamento dal reddito agricolo. Ecco a me, uomo di oggi abituato a prevedere, a organizzare quasi tutto, pare una cosa impossibile accettare questa delusione; dovevo pur metterla la rete antigrandine! Se ci penso, naturalmete a mente fredda, debbo concludere che un altro insegnamento si è aggiunto ai tanti che la coltivazione di un orto mi ha impartito. Perché coltivo l’orto? Per necessità, certamente nò, rigraziando Iddio;  per la migliore qualità del prodotto, da consumare appena colto, forse. Avete notato però come, da quando la Malpensa è diventata grande, le foglie delle nostre piante, cedue o annuali, ogni tanto e all’improvviso diventino gialle quasi bruciate a chiazze slambrisäa? Sarà mica stato un bel aerosol di Kherosene a rivitalizzarle? Non a caso i primi a fare proteste, chiudendo in corteo le vie di accesso al Hub ( si scrive così !)  sono stati quelli delle località novaresi-piemontesi: Oleggio, Castelletto, Pombia. Da contadini, quali essi sono, hanno osservato questi effetti sulle loro coltivazioni, mentre noi lamentavamo solo il fastidioso rumore degli aerei. Poi si sono mossi anche i nostri sindaci, speriamo  bene. Perché continuiamo ad affaticarci nell’orto? Forse da piccoli lo abbiamo visto fare ai nostri vecchi e così ci pare di essere ancora con loro. Certi modi di dire, a  tera l’è basa , hanno così acquistato un giusto valore, per la fatica di vangare nell’orto di terra argillosa coi conseguenti mal di schiena. Come facevano loro a coltivare pertiche di terra? E quanto rud-letame c’è voluto e quanti anni per rendere soffice ed accettabile quel fazzoletto di orto ricavato nella terra di riporto, sparsa  attorno alla nuova casa. Ma se riesci a superare il disagio di rimetterti a lavorare di sabato o alla sera, quando dopo una giornata o una settimana faticosa sarebbe più logico concederti un meritato riposo, ti accorgeresti che  faticare nell’orto apre  impensati orizzonti alla mente e accantona le preoccupazioni quotidiane. Sei stressato perché sei impaziente e l’orto da antico e scafato maestro, ti insegna che, ci vuole calma nelle cose. Il mondo di oggi ti ha sottratta la dimensione temporale  e molta della stanchezza che accumoli è solo mentale, nasce dalla tensione di non essere ancora venuto a capo di ciò  che attendi: una risposta ad un problema, un ostacolo non ancora superato; hai premura di sapere ed è la stessa premura che ti spinge ad andare veloce per arrivare prima, non è questo  che oggi affatica di più? Da modesto coltivatore, quale sei, hai comunque  imparato a rispettare il tempo, tutto il tempo necessario, perché il seme possa germogliare e poi fruttificare. Attendi con pazienza e stupore le stagioni: il caldo, il freddo, la pioggia, temi la siccità, il vento, il gelo; se non è tempo giusto, nonostante la tua voglia di  vedere i frutti, questi non maturano e oggi con rassegnazione hai appreso che, nonostante tutti gli sforzi qualche volta il raccolto  non potrà  maturare, e anche questo devi accettare. Non a caso i vecchi ci hanno passato la preghiera della nostra quarta campana  a fulgore et tempesta libera nos Domine. 

P.S: Con sorpresa ho notato che le piantine scartate, le più piccole e brutte,  dimenticate in un angolo riparato, perchè mi dispiceva buttarle, miracolosamente erano ancora  intatte e allora le ho sostituite alle distrutte e così,  quelle che ritenevo più deboli , sono diventate la nuova speranza del raccolto.       

 

La vita del borgo tra il 1920 ed il 1960 rivive nella memoria fatta e redatta in dialetto dalla sig.na Rina Cardani

(stesura del testo dialettale e testo italiano: A. Carabelli)

Ma pär una bèla roba cuntà su cuma sa vivéa in dul nost paés  in di an indré, qui dul Carlo Cudiga, tant pa intendass, quandu i noni d’incoeu ean giuin. A matina bunura dul di laù, par scurlà su chi ca ghea anmò indurmentò e butà giò dul let i pusé pigar, l’éa ul campanin a dà la sveglia cui so campan. Ga penséa ul Valentin (Valentino Balzarini, indimenticabile sacrestano di don Massimo Cervini) che già ai cinq al sunea l’Avemaria e pö dopu ul primm, ul segund, ul terz segn e a campanèla, ai cinq e mèza ul don Masim l’ea già su l’Altär pa a Mésa e ai ses e un quärt la Funzion l’ea già finia, parché bisugnea andà al laurà: i uperari a stabliment e i paisan in campagna. Un quärt ai növ a campana di sculär par visài ca l’éa ura d’andà a scöla. L’ éa a stésa campana ca servia da riciam quand vignéa l’esatùr a scöd i tass, e tücc, bén o malbén, sa duea andà da cursa a pagà ul  tributo. Quéla campana lì la déa anca ul ségn da l’Ambulanza dul dutùr Tani,  quandu sa pudéa andà in dul so ambulatòri a fass visità, parchè pai pusé malò, l’ea lù che tücc i dì andéa a truai in cà. Quand l’éa fèsta granda: San Giorg, ul di da a Madona dul Carmine, sunéan i Campan a fèsta, l’éa ul Ratin (Carlo Ratti, disperso nella campagna di Russia, II guerra mondiale) ch’andéa sul Campanin, in scìma, al lighea i campan e lu, ca l’ea un brau sunadùr da a Musica, al tiréa föra chi bèi “Carillon” du l’Ave Maria, dul Garibaldi fu ferito e sa stéa lì tücc cunt la boca vèrta a scultà e a guardà in sü. Al sa déa da fà anca a sunài quand murìa un quèi fieu piscinin. Pai grand l’éa ul Valentin a sunà i doon. E tücc a pensà, chisà chi ca ghé mort e sa cuntéan i culpi fina a növ, se i campan sa ferméan lì l’éa na dona, se andéan inànzi fina trédas un omm. Inlùra sa cugnuséum tücc, mia cume incoeu ca sa cugnòsum quasi pü. Tücc, an bisogn sa ütean, anca da nocc, quand sunéan i campan a martèll: ghé fög, ghé fög, i homm, in forza curéan cui sidéi e chi ca ghéa l’asnin cui butt d’acua par smurzà ul fög e par dà na man. E se pö, d’estä, vegnìa brut témp, ul tempuräl da Santa Catérina sa sunéa ul Rümm, par spacà a tempèsta, e ul don Masim, tutt inprèsa al curéa su a porta da a Gésa par dà a benedizion e dumandà al Signur a cälma di element. In di tempi indrè sa vivéa da campagna e na tempèsta al sarìa stai propri un bel disastar. Quand i coscritt andéan a pasà la léva, prima da andà a Varés o a Galarà, scultean Mésa e fean na bèla scampanò ca la duréa anca mèzura. Pai Spusalizi e i Fénérai l’ea tème mò. 

 

P.S. pensi propri da vé cuntò sù tuscoss dul laur di nostar campan e spéri che questi ricordi va sian propri piasù anca se, adesso che c’è il progresso, queste cose vi potranno essere parse solo quisquiglie.

La signorina Rina Cardani ci ha lasciati nel gennaio 2006 

Traduzione: mi sembra bello raccontare come si viveva nel nostro paese, gli anni passati, quelli del Carlo Cotenna, per intendersi, quando i nonni d’oggi erano giovani. Alla mattina presto dei giorni feriali, per scrollare dal sonno gli addormentati e buttar giù dal letto i pigri, era il campanile a dare la sveglia con le sue campane. Ci pensava il Valentino (Valentino Balzarini, indimenticabile sacrestano di don Massimo) che già alle cinque suonava l’Avemaria e poi, dopo i tre segni di campane alle cinque e trenta, don Massimo era già sull’Altare per dir Messa e alle sei e un quarto la Funzione era già finita. Allora bisognava andare al lavoro presto: gli operai negli opifici e i contadini nei campi. Un quarto alle nove: la campana degli scolari avvisava che era ora di scuola. La stessa serviva di avviso quando veniva l’esattore per riscuotere le tasse, e bene o male si doveva correre per pagare il tributo. Quella campana, dava il segno dell’Ambulanza del dott. Tani quando si poteva andare nel suo ambulatorio a farsi visitare, perché per i malati gravi, era lui che quotidianamente andava a far visita. Quando era festa grande per S. Giorgio, per la Festa del Carmine, suonavano le campane a festa. Era Carlo Ratti (disperso in Russia nella II guerra mondiale), che saliva sul Campanile, in cima, legava le campane e, da bravo suonatore nella Banda, sapeva trarre in ritmi di “Carillon” l’Ave Maria, o il Garibaldi fu ferito; tutti si restava con la bocca aperta ad ascoltare e a guardare in alto. Si dava da fare a suonarle anche per la morte di un bambino. Per i grandi era il Valentino che suonava i “doon”. E tutti a chiedersi chi sarà morto, si contavano i rintocchi fino a nove, se si fermavano lì, era una donna, se proseguivano a tredici un uomo. Allora ci si conosceva tutti, non come adesso che non ci si conosce più. Tutti, per una necessità ci si aiutava, anche la notte se suonavano le campane a martello: c’è fuoco, c’è fuoco, gli uomini validi, correvano coi secchi, chi aveva l’asino con i tini d’acqua per spegnere e per dare una mano. D’estate, alla minaccia del temporale da S. Caterina si suonava il Rumm per rompere la tempesta,  don Massimo correva sulla porta della Chiesa per la benedizione, e implorava Iddio perché calmasse la furia degli elementi. Allora si viveva del frutto dei campi e una tempesta avrebbe prodotto un grave danno. Quando i Coscritti andavano per la visita di leva a Varese o Gallarate, prima, ascoltavano Messa e poi facevano una grande scampanata di mezzora. Per gli Sposalizi e per i Funerali era come oggi.

PS: mi pare di avervi raccontato proprio tutto della fatica delle nostre campane e spero che questi ricordi, vi abbiano fatto piacere, anche se ora che c’è il progresso, queste cose possono essere parse anche piccole.