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Posa “Prima Pietra” Scuole Elementari Alessandro Manzoni a Jerago (1970 ca)

Il banchetto per il rinfresco. Nella foto si vedono il sindaco allora in carica Dott. Ing. Gaetano Bruni e gli ex sindaci Dott. Rag. Franco Carabelli e sig. Giovanni Biganzoli
Il palco con le autorità. Sullo sfondo la casa di proprietà dei fratelli Cardani, poi abbattuta per far posto alla scuola. I fratelli Carlo e Virginio Cardani donarono i terreni in cambio di un vitalizio presso una casa di riposo.

N.d.r. Per la cronologia corretta dei sindaci e dei fatti si consulti il libro di Anselmo Carabelli “Jerago con Orago. Un secolo con i suoi protagonisti”, Macchione editore, Varese 2008

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Il restauro della edicola Della DEPOSIZIONE DI N.S. Gesù CRISTO – In Jerago Via Garibaldi

pagani

(Testo di Anselmo Carabelli, componente della sezione culturale – Pro Loco)

La  Pro Loco di  Jerago  consegna  alla ammirazione dei concittadini  l’affresco della Deposizione di N.S. Gesù. Il restauro è stato condotto dal  Restauratore Claudio  Veschetti  di  Azzate.  Il  recupero della parte muraria è stato portato a termine da Antonio Lo Fiego.  L’intervento è stato finanziato dallo stesso sodalizio. 

E’ ora possibile  ridare alla comunità la  fruizione di questo Bene strettamente legato alla nostra stessa vicenda. Questa Cappellina  si  è  trovata,  per circa  150 anni sul Percorso dei  mesti cortei per il Camposanto, da quando per ottemperare  agli obblighi  imposti  dalla legge napoleonica, il Cimitero dalla Vecchia Chiesa di San Giorgio  fu spostato:  prima a San  Rocco  come testimonia ancora  la nobile Cappella Bianchi  (in restauro) e  poi nella attuale positura della località PIGNA.  Una prima osservazione poteva far  pensare che questa Deposizione fosse stata affrescata col  preciso scopo di invitare  i dolenti alla meditazione sulla grande attesa della Resurrezione. Da  molti si  riteneva poi che l’Edicola fosse stata costruita contemporaneamente alla Casa di Proprietà Pagani. Ne conseguiva che, essendo tale costruzione  relativamente recente anche l’affresco fosse tale e le evidenti condizioni di  degrado non degne di qualsiasi oneroso intervento di risanamento. Il Volto della Madonna era stato completamento cancellato, dalla devozione del Sig. Carlo Cardani –Carlascia, benefattore della comunità alla quale donò il terreno sul quale sono state edificate le scuole elementari. Questi,  persona burbera ma molto buona e devota, nutriva grande devozione per tutte le immagini sacre e in  particolare per questa Madonna addolorata, della quale tutte le mattine, all’alba, inginocchiandosi sul piccolo altare baciava devotamente il  volto. Cancellato il volto, persosi anche molto del Corpo di Cristo Deposto, rimanevano però le stupende figure dei Santi,  in particolare il volto dell’Apostolo Giovanni,  le figure e i panneggi dei dolenti e delle pie donne che sicuramente non sfuggivano a quanti, dotati di sensibilità artistica, rifiutavano l’idea di quel degrado. Fu quindi affidato al concittadino Armando Vanzini  un primo studio dell’opera che ne rilevava la pregevole fattura, “ …efficacia visiva nella immagine del Cristo, con il volto reclinato in scorcio ed il corpo riverso, dalla linea elegante e sicura . Anche le figure dei Santi posti a lato e dietro la figura del Cristo, sono ben eseguite ed evidenziano una buona interpretazione espressiva. Inoltre, tutta la composizione ha un andamento calibrato ed efficace, costruita su modulo piramidale secondo vari piani prospettici, sino al paesaggio di fondo dove si stagliano torri e fortificazioni più a carattere immaginario che realistico, incline ad un gusto nordico; comunque tutta la rappresentazione partecipa ed è in linea, con le indicazioni iconografiche della pittura devozionale lombarda del XVIII sec.”.  Ne conseguiva che l’opera era pregevole e meritava un intervento. La Pro Loco,  stimolata  dal  concorso E..P.T che finanziava una proposta di intervento sul territorio, incaricava lo scrivente, quale componente della sezione culturale, di preparare la documentazione relativa a questo intervento e  partecipare al concorso. Il concorso non venne vinto, ma rimasero gli studi e i contatti.  La sensibilità del Presidente e del Consiglio di  Amministrazione della  Pro Loco inseri’ tale progetto nelle priorità del sodalizio e il risultato è oggi apprezzabile. Naturalmente, rimane il desiderio di  darci spiegazione del perché di un’opera tanto pregevole sul nostro territorio.

L’intervento di Lo Fiego ha evidenziato, data la particolare disposizione dei mattoni perimetrali ricoperti da intonaco, che l’edicola esisteva ancor prima della costruzione della Casa Pagani. Ne deduciamo che fosse anteriore, ma ignoriamo di quanto.  L’analisi di Vanzini  la retrodata al  primo quarto del 1700. In tale epoca infatti, terminati  i cicli dei “ Sacri Monti” ispirati da S. Carlo, i  paesi si  arricchiscono  di  Cappelline Devozionali e votive, che possano ricordare anche nel corso dell’anno i pellegrinaggi ai  luoghi sacri. Non esistono  tracce di archivio in ordine: alla data, alla committenza e all’esecutore. Mi è personalmente cara una ipotesi, che chi ha eseguito l’opera, non ignorasse il quadro dell’Epifania di Simone Paterzano nella chiesa della Certosa di Garegnano (Viale Certosa di Milano), i cui personaggi  indossano panneggi simili, anche se più ricchi rispetto a quelli dei personaggi della nostra Deposizione. Non solo, conoscesse anche la Deposizione del Paterzano in San Fedele, che offre particolari di composizione, similari anche se da un angolo visuale leggermente diverso dal  frontale. Il punto di aggancio potrebbe essere dato dagli stretti rapporti che i nostri Parroci intrattenevano con San Giovanni di Busto Arsizio a motivo della riscossione di affitti per terreni che la Parrocchia di San Giorgio possedeva in S. Giovanni.  Nel 1700 il parroco Pozzi era nativo di Busto, lui o il suo successore, alla ricerca di un pittore per la Deposizione, avrebbero potuto contattare con facilità il pittore bustese Biagio Bellotti, Canonico di San Giovanni. Questi era uomo molto attivo ed energico tanto da scaricare con rabbia al grido di Piciurè vialtar, dall’alto dell’abside di san Giovanni che stava dipingendo, tutte le tempere sulla testa dei confratelli sacerdoti, che giù nel Presbitero, invece di recitar compieta, stavano criticando le sue pitture. Essendo il Bellotti impegnato contemporaneamente anche  all’arricchimento pittorico della Certosa di  Garegnano, declinando l’invito avrebbe potuto indirizzare il nostro parroco a qualche suo bravo aiutante. Questo aiutante, per l’occasione divenuto pittore della nostra edicola, avrebbe cercato di riproporre a  Jerago non temi del maestro Bellotti, ma quelli del Paterzano che egli aveva ben conosciuti assistendo Bellotti  nel lavoro della Certosa.

 

 

Ricordo del sig. Carlo Cardani-Carleu

All’entrata del piano inferiore delle scuole elementari, si trova una targa: “in memoria di Carlo e Virginio Cardani”. Questa  ricorda  che quel terreno, fu proprietà del sig. Carlo e fu ceduto dallo stesso, in età avanzata, al Comune, in cambio di un vitalizio che accollava all’Ente gli oneri del ricovero presso un soggiorno per anziani per lui e per il fratello Virginio. Purtroppo per il nostro e vantaggiosamente per il Comune, i fratelli sopravvissero pochi anni a quel contratto. Per questo sarebbe bello, dal come sono andate le cose, risoltesi più in una donazione che in un contratto, che quella targa fosse nobilitata portandola nel salone dell’ingresso principale. Il Sig. Carlo Cardani, apparteneva col fratello Virginio e il fratello Umberto, Missionario in Africa, ad una ricca famiglia jeraghese, proprietaria di terreni e case. Più noto come Carlascia, chi si rivolgeva a lui lo chiamava Carleu, perché l’altro, il dispregiativo gli veniva indirizzato per scherno dai ragazzi. A noi bimbetti nei primi anni cinquanta, quest’uomo appariva sicuramente come una persona estremamente trasandata, in là con gli anni, vestito di abiti che a dire vecchi sarebbe stato un complimento, sempre intento a biascicare parole o a sfogliare un consunto libro di preghiere, recitando orazioni anche a mezza voce,  ma comunque in modo incomprensibile. Uomo capace alla sua età di andare a piedi anche fino a Busto, dormendo dove gli capitava, in una cascina e in estate pure all’aperto. Comunque, non un barbone o un disadattato, assai diverso da quei personaggi, che in ogni paese ci sono sempre stati. Oggi, pensando a quell’uomo cosi strano, non posso che evidenziarne la natura di autentico Clochard, nel senso che i francesi danno a questo termine di uomo che vive su ritmi scanditi dal suono delle campane, completamente avulso da qualsiasi preoccupazione di denaro. Si alzava di mattina presto per la Messa Prima e occupava il suo posto, sul fondo della chiesa sotto al quadro di San Giorgio o vicino alla statua di Sant’Antonio. Usciva da messa per raggiungere il negozio dell’Alzati, dove la Signora Enrica non mancava di fargli trovare un bel pane caldo, poi dall’Alberio perché la mamma Angelica gli preparava una tazza di brodo per inzuppare quel pane e se estate qualche pomodoro e un bicchiere di vino che versava nel brodo. Ma in questi gesti vi era qualcosa di nobile, sia in chi dava che in lui che riceveva, era un po’ come dare ospitalità e cibo a quegli antichi pellegrini, che poi, ingraziato il Signore, si muovevano verso i luoghi sacri. E per il nostro Carlo era un itinerare continuo da una chiesa ad un’altra, da una cappellina ad un’altra cosi fino a Busto a Lurago nel comasco dove era nata sua mamma, ma fin quando la vigoria fisica glielo permise, anche oltre verso  Milano o Novara, seguendo itinerari antichi, che sicuramente aveva conosciuti dai sui vecchi. E nelle chiese e nelle cappelline, egli saliva sull’altare per baciare il crocifisso e l’immagine sacra. Il volto della Madonna Addolorata della cappella Pagani fu cancellato da questa sua immensa devozione. Certo, ma non tutti sapevano di questa sua trabordante fede, fu così, che a Castelnovate, mentre raggiungeva il guado del Ticino, detto “Pè d’Asan” dai vecchi, il nuovo parroco del paese, lo scopri in piedi sull’altare. Reputandolo un ladro all’incetta di candelabri, si affrettò ad avvertire una pattuglia di polizia del vicino aeroporto della Malpensa, che lo  arrestò. Si era forse nel 1960 quando Vicedirettore della sezione civile dell’Aeroporto della Malpensa era il concittadino Sig. Attilio Pagani. Questi ebbe la ventura di assistere, casualmente, alla scena di quei poliziotti disperati, che rientrati al comando di Malpensa non sapevano come calmare quell’uomo spaventato, che con frasi per loro incomprensibili  cercava di giustificarsi. Il Sig. Pagani con tutta la sua autorità, spiegò chi fosse mai quell’uomo “ritenuto tanto pericoloso”  e con un grande sorriso  garantì per il nostro Carleu, il quale potè così riprendere il suo instancabile pellegrinaggio. Pellegrinaggio che non si interruppe mai, si accorciò solamente a misura dell’avanzare degli anni. A mezzogiorno visitava la chiesa di San Quirico e Giuditta e la vicina Tintoria di Cavaria della famiglia Sacconaghi lo ospitava per la mensa, che accettava, ma non sedeva coi dipendenti, stava in disparte nel locale attiguo alla caldaia che generava vapore. E se non mangiava conservava il cibo per la sera, nascondendolo nella tasca della giacca. Alla  sera quando rientrava, nella sua casa, una bella casupola in mattoni rossi, che per noi bambini segnava i bordi dei campi e i confini del mondo conosciuto, trovava il pranzo che gli aveva preparato la nipote, ma che molte volte, per di lei somma disperazione, accantonava preferendogli il risotto della Cavaria. Non mancava alle processioni che seguiva con grande rispetto, camminando col busto leggermente inclinato e le mani dietro la schiena a reggere il cappello, ed era l’unica volta in cui lo si poteva vedere quasi completamente calvo. Un uomo molto buono e intelligente, a dispetto delle apparenze, poteva sembrare anche misogino, cioè risentito verso le donne per quel suo intercalare di “Purscèla-Purscèla”, che si apprezzava nel suo altrimenti  incomprensibile borbottare, ma aveva una grandissima devozione per tutte le donne in gestazione, alle quali assicurava ad alta voce le sue preghiere perché il Signore potesse benedire il futuro bambino. Il Sig. Carlo Cardani, visse la sua vicenda in un mondo che non lo capiva, perché non poteva capire come una persona ricca del suo, non potesse apprezzare il denaro. Egli aveva casa, ma non la corrente elettrica, si alzava con l’ave Maria e si coricava con l’ave Maria. La solitudine nella quale volontariamente si era   rinchiuso  e  quel suo modo trasandato  di vivere  non ha impedito alla gente di volergli bene e di ricordalo  ancora oggi con affetto e per me, dopo aver tratteggiato quell’epoca rimane, l’ultimo superstite di un modo di vivere agricolo, in una società che ormai si era trasformata.