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La Cascina Pilatello

( ricerche Anselmo Carabelli  redatte in data 1-8-2010)

Un toponimo raro, ma non unico in pianura padana ed in Italia, che gli studiosi vogliono faccia riferimento al pilastrello, cioè al miliare romano che da noi  doveva segnare, l’antica via, di epoca romana nota col nome di  [1] Comum Sivrium Novaria (foto qui sotto di ipotesi viaria)

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La definizione del tracciato di tale via ha impiegato diversi studiosi e fra di essi:  P.G.Sironi[2] , Giliola Soldi Rondanini[3] , Carlo Mastorgio [4].

Si può vedere sul ballatoio del primo piano di detta cascina (foto qui sotto)

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una immagine mariana di ottima fattura, anche se un poco deturpata dal tempo e dall’incuria, che rivelava per iconografia e ricchezza del disegno un’ opera del 1500 rappresentante una Madonna in trono col Bambino,  tra due personaggi, un pastore con pecora sulle  spalle ed un personaggio recante doni in una coppa d’oro che farebbero pensare ad una Epifania di N.S.  La scena é molto complessa, anche se  similare alla  Madonna in trono del Molinello (Molino Isimbardi al confine tra Jerago Orago e Solbiate) ( foto di raffronto qui sotto).

Raffronto Cascina Molinello Cascina Pilastrello

Quale significato storico si può  attribuire a quel segno. Secondo Carlo Mastorgio il toponimo Pilatello viene da una traslitterazione di pilastrello (sono note le immagini  sacre della Madonna del pilastrello in  una chiesa romanica del X secolo a Cinisello Balsamo in corrispondenza del V° miliare  da Mediolanum per Comum e il toponimo di Pilastrello  sempre con immagine sacra di una cascina al miliare della strada alzaia del naviglio pavese nei pressi della località Badile di Zibido San Giacomo. Si può ancora far riferimento alla immagine mariana sacra della Madonna del Pilastrello a Vimodrone).

Per capire l’origine del toponimo bisogna rifarsi alla tradizione cristiana delle origini.  L’anno 40 dopo Cristo, vede nella zona di Saragozza ( lat. Caesaraugusta- arab. Saraqustah) in Spagna,  San Giacomo il Maggiore impegnato nella conversione delle genti ispaniche. Deluso dai risultati negativi della sua predicazione San Giacomo è in procinto di rinunciare, quando Maria, che  ancora vive a Gerusalemme, gli si presenta di persona in maniera prodigiosa per rincuorarlo, proprio lì a Saragozza. Il Pilar, da cui nascerà il culto della Vergine del Pilar, è il miliare o colonna in alabastro sulla quale Maria avrebbe posato i piedi in quella occasione, lì San Giacomo avrebbe eretto il primo e più antico santuario mariano.

Quindi i primi cristiani che  si muovevano lungo le direttrici delle antiche vie consolari, quando il culto cristiano fu riconosciuto pubblicamente, presero l’abitudine  di posare  su alcuni miliari romani una statua della Vergine, a ricordo di quel fatto prodigioso.  Naturalmente col passare dei secoli si perde questa memoria, ma rimangono le immagini sacre mariane dei pilastrelli-pilatelli e quando nascono le cascine ci si preoccupa di sostituire il miliare e la statua mariana con un affresco sempre mariano. Questa dovrebbe essere l’origine del toponimo, di Pilatello o pilastrello, attestato dalla sacra immagine affrescata. Se questa é l’origine antica, il culto specifico della Vergine del Pilar fu diffuso dagli spagnoli in tutto il mondo ed anche nelle nostre terre, dove per due secoli (1500-1600) si ebbe l’influenza e la presenza  spagnola. Il  fatto curioso e ritenuto strabiliante fu che la data della scoperta dell’America 12 ottobre coincise con la data della festa per la Madonna del Pilar a Saragozza.

[1] Strada di collegamentio romana tra Como, il Seprio e Novara

[2] In atti del convegno su “Archeologia e storia nella Lombardia pedemontana occidentale” – Varenna, Villa Monastero  1-4-1967

[3] In atti del convegno su “Cairate e il Seprio nel medioevo” – Cairate, Monastero di Santa Maria Assunta  16-17- maggio 1992

[4] Breve biografia di  Carlo Mastorgio: nato ad  Jerago 15-11-1942- morto ad Arsago  19-12-1997. Fu studioso appassionato della storia del territorio, archeologo, archivista, conservatore archeologico del Museo  della Società Gallaratese di Studi Patri. Operò a  vari scavi in Castelseprio, sotto la guida dell’allora Sopraintendente archeologico per la Lombardia Mario Mirabella Roberti. Apprezzato  per serietà scientifica, diresse ad Arsago lo scavo della necropoli longobarda della via Beltrami recuperando 283 tombe. Si dedicò con passione alla nascita del Civico museo archelogico di Arsago, inaugurato nel 1983 , di cui divenne conservatore fino alla prematura morte nel 1997. Alcuni suoi scritti scientifici e saggi, sono conservati:  presso il  museo Biknell di Bordighera- Fondazione Lamboglia, presso la Società Archeologica Comense, presso i fondi speciali della Biblioteca Luigi Maino di Gallarate. Tra  questi ricordiamo una ritrascrizione della:  “Cronaca di Gallarate dal 1830 al 1881 manoscritto di Gaetano Pasata- macellaio”. Per Jerago ed Orago con Turri e Dejana ha rinvenuto materiale romano dell’epoca Claudia e balsamari, specchi di argento su fondi di capanna e materiali fittili, glans (proiettili legionari da fionda) – che sono visibili presso il museo di Gallarate “Convetino”;  ha rinvenuto formelle esagonali provenienti da una officina di mattoni della Via G. Bianchi. Nella teresiana località ad Fanum- Dialett. a fan ha intuito la presenza  del  famoso tempio di Jerago. Ha studiato con passione la storia di Orago. A lui si deve una  ricerca sulla famiglia Lampugnani, poi Bonomi, nel quadro delle vicende sul salvataggio della statua di San Giuseppe nei prati di Orago (oggi al Giambello). Per Don Angelo Cassani ha dato il primo autorevole riconoscimento scentifico alla romanicità del Campanile di San Giorgio, pubblicando le sue osservazioni in Raccolta di Appunti e Note in occasione della inaugurazione dell’opera restaurata -Jerago 8 ottobre 1991. Ha fatto parte della Commissione cultura e storia locale (voluta dal comune di Jerago con Orago, con la presidenza dell’Ing Gaetano Bruni) contribuendo con le sue segnalazioni al salvataggio di  opere e manufatti antichi  quali: – l’affresco mariano (fortunosamente recuperato)  oggi visibile al centro anziani don Ghiringhelli, – la Colonna tardo Antica della cascina Marazzi (salvata con l’interessamento della Sovraintendenza) e l’affresco mariano della cascina Pilatello; l’affresco della cascina Molinello – il Crocifisso della Cascina Molinello. Negli anni settanta ha  operato perchè l’antica chiesa di San Giorgio in abbandono, non fosse distrutta, rallegrandosi e caldeggiando con conferenze ed articoli gli interventi di recupero di don Angelo Cassani sul Campanile e sulla chiesa antica.    In collaborazione con lo scrivente, Anselmo Carabelli,  ha  preconizzato, sulla base di studi di archivio, l’esatta ubicazione della antica chiesa di San Giorgo del VII sec. Confermata dai successivi scavi.  A lui si debbono libri sulla storia di Arsago, di Carnago, di Sumirago ed una collaborazione con Mons. Eugenio Cazzani, appunti sulla storia antica di Jerago e di Crenna.

Premessa ad una raccolta di studi sul Campanile e sulla Chiesa  restaurata di San Giorgio in Jerago 

(testo di Anselmo Carabelli)

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Fin da  studente, ho sempre nutrito interesse verso le ricerche di storia locale antica, in particolare per l’attenzione verso queste discipline suscitatami da un indimenticabile insegnante del Liceo Statale di Busto: il Professor Don Carlo Costamagna.[1]

Grazie poi alla cortesia di Don Luigi Mauri, parroco di Jerago, ho potuto anche consultare l’Archivio Parrocchiale quando ancora era sito nella demolita canonica. Lo stesso archivio, fu poi riordinato da Monsignor Eugenio Cazzani per interessamento di don Luigi e di Monsignor Francesco Delpini,  dotandolo di regesto, estremamente utile per qualsiasi studio mirato[2].

Ovviamente le necessità della vita quotidiana, accostandomi agli studi economici aziendali ed alle relative conseguenti attività, mi avevano fatto relegare negli interessi dimenticati tutte quelle prime ricerche.  Ma a conferma che sono sempre stati gli uomini di Chiesa a custodire e a suscitare interesse per la storia e per l’arte, l’incontro con don Angelo Cassani, successore di Don Luigi Mauri  mi ha riavvicinato  a quegli studi rinverdendo quella passione che credevo ormai di aver accantonata. Don Angelo mosso da grande amore, per la nostra storia, nel corso dei lavori per ridare voce alle campane del nostro borgo, che da troppo tempo rimanevano mute per inagibilità del campanile,  intuì che il campanile fosse assai antico e testimone sicuro, quanto ignorato, della millenaria fede cristiana delle nostre genti.  Affrontò con successo un’opera, da tutti ritenuta impossibile, il recupero della torre campanaria e del Complesso seicentesco della chiesa di san Giorgio,  quando ormai erano quasi ridotti a fatiscenti rovine. Grandissima l’emozione di constatare, nel corso del restauro, che la muratura del campanile ritenuta seicentesca, o addirittura ricostruita nel 1820, era invece millenaria e di una imponenza tale da fare intuire la presenza di un borgo antico assai numeroso. Iniziavo così, accogliendo l’invito di don Angelo una serie studi per supporto e  documentazione di quella impresa diffusi con scritti apparsi nel bollettino parrocchiale. Studi che oggi vorrei ripubblicare con maggiore precisione e compiutezza, anche come sincero grazie all’infaticabile opera di Don Angelo. Mi sono pure accorto come tanto interesse potesse indurre sofferenza, allorquando nascono divergenze, tra chi osserva professionalmente un monumento e vuole un restauro conservativo, e chi lo osserva in funzione didattica e storica, muovendo dal desiderio che le testimonianze di un passato, per essere riconosciute e rispettate, debbano anche essere leggibili, negli stessi parametri murari. Ne consegue che all’osservatore, debitamente guidato, deve essere  permesso di risalire in una visita alla nostra chiesa: dalla primitiva costruzione romanica, a San Carlo, al periodo Austro-ungarico, alla prima industrializzazione, ai nostri giorni e tutto questo senza affaticarsi in estenuanti ricerche di archivio o ricercando in poderosi volumi, con il risultato di perdersi. L’osservatore deve essere messo nella  condizione di emozionarsi al pensiero del muratore che con un colpo di cazzuola assestava quella pietra  alla base del campanile, che ancora  vedevamo, o stupire  della circostanza che affacciandosi ad una finestrella monofora del campanile in una ventosa e limpida giornata di febbraio, lo spettacolo delle Alpi è quello stesso che appariva a chi mille anni addietro si fosse trovato nella stesso luogo con la stessa luce. Il tempo quindi si poteva dilatare in un percorso a ritroso  che avvicina noi osservatori di oggi a quel muratore e quell’osservatore antichi per il tramite della comune fede cristiana.

Infatti solo un restauro che evidenziasse le varie fasi storiche del nostro monumento poteva meglio aiutare nell’opera di riconoscimento immediato delle nostre radici cristiane e della  vita medioevale del nostro borgo. L’entusiasmo di don Angelo coinvolse Carlo Mastorgio, che seppe individuare e mappare gli elementi inequivocabilmente romani presenti nel campanile, cosa che, come in altre realtà simili[3], ne avrebbe certificato la romanicità, pur in mancanza del dato archelogico. Questo fu inconfutabilmente individuato da Carlo in un elemento di suspensura[4] in cotto, tipico dell’ambiente di un calidarium romano, riusato come elemento decorativo nel parametro romanico del campanile.

Rilevata l’imponenza della costruzione millenaria Mastorgio volle anticipare, a conferma, il frutto di una sua laboriosa ricerca presso l’archivio capitolare del Duomo di Novara,  la notizia del ritrovamento, di un atto di permuta di terreni nel Seprio datato 976, che riportava la  presenza, come testimoni, di due individui: Taudalaberto ed Ato da Allierago. Poichè la potestà di testimoniare veniva attribuita solo a uomini liberi[5]; ne conseguiva che  nella  località medievale di Allierago- Jerago[6] doveva vivere  un congruo numero di famiglie legate all’attività di questi due personaggi. Una popolazione così numerosa da  giustificare la presenza di una Chiesa ed un Campanile di tale mole. Il Campanile lo avevamo ritrovato intatto e della antica Chiesa si vedevano alcuni parametri murari inclusi nei successivi ampliamenti.

Con un ulteriore intuizione e supporti di archivio, alla individuazione dei quali aveva già contribuito Mons. Cazzani, si poteva ricostruire la storia delle due Chiese antiche di Allierago San Giorgio e  San Giacomo, poi raggruppate nella comune parrocchia di San Giorgio [7].

Purtroppo Carlo Mastorgio, nonostante la giovane  età è venuto a mancare negli stessi giorni in cui la Sovraintendenza ritrovava l’antica abside della primitiva chiesa di san Giorgio, cioè quel supporto archeologico, che mancava a sigillo di quegli studi, ritrovata lì proprio dove assieme Don Angelo, Carlo Mastorgio e lo scrivente,  ritenevamo si celasse.

La miriade di documenti consultati e la frequentazione di Mastorgio, al quale chiedevo confronto su alcune mie ipotesi, mi aveva permesso di capire, che se lo studio di fatti antichi, era sicuramente affascinante, non era poi cosi urgente, soprattutto ora che la chiesa era stata salvata.  Rimane comunque la necessità di ordinare il materiale raccolto per facilitare il lavoro di chi volesse addentrarsi in uno studio aggiornato sulla storia alto-medioevale e romana dei nostri siti alle luce anche di queste nuove scoperte e di liberare il campo da interpretazioni azzardate precedenti a questi ritrovamenti.

[1] Egli soleva portare i suoi  allievi, in visita  alla Biblioteca Capitolare di San Giovanni in Busto, mostrando loro i preziosi Incunaboli  ed i codici miniati,  accompagnandoli anche  alle consuete visite alle città d’arte. Lui, di origine piemontese, si preoccupava di accostarli alla storia locale, si entusiasmava  in visita alla rovine di Casteseprio, a San Vittore ed al Battistero di Arsago, a Santa Maria Foris porta col suo ciclo di affreschi  inquadrando quei monumenti nelle vicende antiche del Seprio, con una passione ed una competenza raramente riscontrata in altri studiosi. E’ citato anche da Renato Farina  nel libro  “Luigi Giussani  un Caffè in compagnia”, pag. 53,  dove si legge: “Don Carlo Costamagna e don Luigi Giussani, preti milanesi, hanno diviso con l’arcivescovo di Bologna Enrico Manfredini gli anni di seminario …. costituendo negli anni 39-40 un gruppo di studi chiamato “studium Christi”,  pubblicando una rivista “Christus” dove Costamagna dice testualmente “ognuno sviluppava il tema secondo le proprie attitudini, chi artisticamente, chi letterrariamente, …. chi filosoficamente.” (n.d.r.: queste in nuce furono probabilmnete le radici di gioventù studentesca  prima e di Comunione e liberazione poi). Chi scrive infatti ricorda don Carlo responsabile in Busto di una iniziativa verso i giovani studenti che si chiamava raggio, tenuta presso Sedes Sapientiae e di aver partecipato su sua indicazione ad un raduno autunnale di GS  a Cattolica ed Urbino nel 1964- praticamente antesignano dell’attuale Meeting) .

[2] Regesto– elenco ordinato, per secoli ed argomenti del contenuto dei faldoni formanti l’archivio (i materiali versati all’archivio capitolare di Gallarate , sono contenuti nei faldoni in  fotocopia).

[3] La prassi vuole che negli edifici romanici databili da X. XI sec, siano sempre presenti elementi di recupero dalle preesistenti costruzioni romane.  Quali, ad esempio, monoliti con iscrizioni romane: come nel campanile di San Vittore di Arsago, o le Are romane  nel Campanile di Santa Eufemia ad Erba.

[4] Suspensura– trattasi di cilindro in terracotta rossa, tipo mattone circolare del diametro di 19 cm alto 12 cm che, con altri elementi simili messi in pila, consente la costruzione di una colonnina di 50 cm.  Per capirne la funzione bisogna riferirsi all’uso romano di riscaldare un ambiente in zone a clima freddo, come le nostre, o un bagno caldo (calidarium) in zone miti. Una stufa faceva passare aria calda in una intercapedine sottostante al piano di pavimento dell’ambiente da riscaldare. Il piano di calpiestio era sorretto da una selva di quelle colonnine disposte su linee geometriche ortogonali tali da permettere la sospensione dei mattoni formanti il pavimento, da cui il nome di pavimento in suspensura. Questi mattoni da noi prendono la dimensione del cosiddetto Luteziano (Lutaetia-Parigi  romana, nei cui scavi sono assai diffusi).  Molto più vicino si ritrovano numerosi nei parametri esterni della chiesa di Santo Stefano ubicata all’interno del cimitero di Oleggio (NO).

[5] Uomini liberi, per essere tali, secondo le regole del tempo, occorreva essere possessori di almeno 20.000 mq di terreno (cosa  assai poco comune all’epoca per degli uomini).

[6] Citato negli atti come luogo di provenienza dei due uomini liberi.

[7] In un capitolo successivo ci si addentrerà sulla questione della  appartenenza della chiesa di San Giacomo alla chiesa di San Giorgio, avvenuta per volontà di Federico Borromeo, tramite atto notarile, materia già trattata dal Cazzani, nel suo libro su Jerago.

Il Campanile di S. Giorgio stile barocco

di  Anselmo Carabelli

Luglio 1991

Nel corso dei precedenti articoli ci siamo intrattenuti sulla parte romanica del campanile, cioe´quella che arriva fino alla loggia delle campane, ora invece tratteremo della parte superiore, barocca.

Innanzi tutto bisogna rendersi conto del perche´un campanile romanico sia stato trasformato in barocco, addirittura intonacandolo completamente rifacendolo in tre ordini, chiudendo le finestre monofore, tranciando maldestramente, mattoni e fregi della precedente struttura. Personalmente penso, che, appurata la continuita´della costruzione del tempio di S. Giorgio “Ab Immemorabilis”, come piu´volte ho sottolineato, ci si sarebbe dovuti stupire del contrario, cioe´di non aver ritrovato quello che abbiamo trovato. In effetti dobbiamo evidenziare l´opera instancabile che S. Carlo Borromeo venne svolgendo come Cardinale di Milano attraverso i Concili provinciali e Sinodi diocesani, nello sforzo di riformare tutti gli abusi perpetrati  nella sua Chiesa diocesana. Tale sforzo che interesso´ tutti gli aspetti, non manco´di riguardare anche l´edilizia religiosa, le norme architettoniche furono infatti raccolte nelle “Instructiones fabricae ed suppellectilis ecclesiastice” (anno 1577). Il testo influenzo´ l´architettura milanese e quindi il varesotto. San Carlo infatti, aveva ritrovato il varesotto romanico, dove edifici religiosi troppo modesti, non solo non erano in grado di ospitare l´accresciuta popolazione, ma inadatti visivamente a combattere la lotta contro il protestantesimo che minacciava di diffondersi dal Gottardo. Fu costituito alla bisogna un Praefectus Fabricae, che avrebbe dovuto coordinare l´attivita´edilizia religiosa, non altrimenti ci spiegheremmo nelle visite Pastorali, sia le descrizioni minuziose delle Chiese visitate, che gli ordini impartiti a Parroci e Fabbriceri.

E´dunque in questo quadro storico che si sviluppa il rinnovamento in senso barocco del campanile e della Chiesa vecchia di S. Giorgio. I documenti fino ad ora computati, permettono di datare solo approssimativamente tale intervento, ma ad essa possiamo arrivarci per comparazione con altri edifici barocchi locali. A chi osservi la estrema linearita´ delle forme della loggia e della cuspide, dove gli elementi prettamente barocchi, rappresentati dai quattro pinnacoli con boccia in sasso, dalla cuspide in mattoni autoportanti con intelaiatura in ferro, cotti appositamente, dalle mensole aggettanti a formare il cornicione pazientemente smussate ed arrotondate e dal  bellissimo Crocifisso in ferro, non puo´sfuggire l´equilibrio cosi´piacevole da non essere casuale. Chi ha progettato questa ristrutturazione doveva senza dubbio aver visto il primo esemplare di barocco varesino rappresentato dalla cella e dalla guglia di Santo stefano a Viggiu´ (opera di M. Longhi il vecchio 1594) e la Chiesa di San Giovanni  in Busto Arsizio del 1615. Ingentilendo questi due campanili si arriva alla eleganza del nostro e vengono ignorate le forme di un  barocco piu´elaborato e piu´ tardo, che qui vicino si possono vedere nella Chiesa di Albizzate, pertanto esclusa la causalita´ della costruzione, in considerazione anche di quel Praefectus Fabricae pocanzi accennato, tale ricostruzione della parte terminale dovrebbe datare tra il 1650 e il 1700.

Una considerazione a parte merita la Croce in ferro che corona la cuspide, l´antica Croce infatti in considerazione del precario stato di considerazione verra´esposta a terra, dopo i restauri, mentre al posto suo e´stata innalzata una copia opera della valente abilita´tecnica ed artigianale del sig. Giovanni Franchina, il quale in questa riedizione, si e´avvalso delle stesse tecniche seicentesche di lavorazione del ferro, rivetto e saldature per approssimazione tramite forgiatura e battitura. In essa si ritrovano tutti i simboli della crocefissione: chiodi, scala, martello, tenaglie proprie dell´uso seicentesco ed e´altrettanto notevole la bandierina segnavento con il biscione dei Visconti.

Su questa bandierina e´rivettata quindi aggiunta in epoca posteriore, l´aquila Asburgica che sta ad indicare l´ultimo intervento sul campanile nel 1820, ottenuto con Imperial-regio decreto dell´allora governo austriaco, il quale come e´logico pensare, impose il suo simbolo.

Concludendo queste notazioni penso si possa sottolineare che il campanile e la Chiesa vecchia, sono un po´, come l´albero genealogico della nostra vita religiosa e civile, dove stanno scritte, per chi sappia leggerle le tappe millenarie della nostra comunita´. Come tanti “Saulo” avremmo voluto lapidarlo questo campanile e questa Chiesa vecchia. Ma oggi illuminati da una nuova sensibilita´, stiamo rivalutandoli in un quadro di uso attuale, e contemporaneamente potranno tramandare il messaggio anche architettonico della fede cristiana che ci viene dal 500 d. C. con la prima cristianizzazione dei famigli e dei servi di quella villa patronalis romana, che da qualche parte deve pur esserci in loco, i cui resti pero´, mattoni, frammenti di embrici (tegole romane), sospensori di contropavimenti riscaldati ad aria calda (gia´allora!), sono stati ritrovati da Carlo Mastorgio nella parte romanica del campanile.

Inaugurazione dell’affresco mariano dedicato a Maria Regina

L’ associazione “ figli di Don Angelo”, consegna alla comunità un affresco raffigurante Maria Regina in trono col  Bambino Gesù, che viene intitolato “Salve Regina”. E’ stato benedetto da Don Remo Ciapparella il giorno 5-12-2010, nel quadro delle manifestazioni previste per il quarto anniversario del Dies Natalis di Don Angelo Cassani

L’affresco, che si può ammirare in via Dante al civico n. 8, è  opera insigne del pittore jeraghese Gianfranco Battistella, riproduce l’immagine sacra,  osservabile ancora nel Molino Isimbardi, al confine tra Jerago-Orago e Solbiate, più noto come Molinello. L’affresco, probabilmente cinquecentesco, fu individuato e segnalato da Carlo Mastorgio come l’immagine  mariana alla quale  gli jeraghesi si affidavano quando portavano il grano o il melgone per la molitura. Infatti si trova in un edificio sito presso l’incrocio della antica via helvetica (provinciale) con  la antica via novaria (via Dante ), in una zona di viabilità rilevabile già sull’antico catasto Teresiano.

Viene dedicato al ricordo di Don Angelo unito a quello di Carlo Mastorgio per  un significativo accostamento. Don Angelo animato dal suo grande amore a Cristo ed alla Chiesa  fu sempre attento a difendere i luoghi e i simboli che richiamano a noi cristiani le radici antiche della nostra fede. Queste attenzioni  furono occasione di incontro con Carlo Mastorgio, jeraghese di nascita, ma arsaghese per origini paterne e per residenza. Carlo fu   il ricercatore più attento e documentato della nostra storia antica, assai quotato come studioso, nonchè Sovraintendente archeologico onorario e Conservatore del Museo di Arsago. A lui si deve l’indicazione della romanicità del nostro campanile X sec. e della prima   chiesa della nostra comunità del VII-VIII sec.  Gli avvenimenti vollero che proprio nel momento in cui gli scavi accidentali, nella chiesa antica di San Giorgio, in restauro, si  imbatterono in quelli che saranno poi riconosciuti le vestigia della primitiva chiesa, Carlo non potesse presenziare allo scavo archeologico, perchè da pochi giorni, si era all’inizio di settembre del 1997,  gli era stata diagnosticata quella malattia che in soli tre mesi lo avrebbe portato allo morte avvenuta il 19-12-1997. Da quel giorno, avuto notizia di ciò, don Angelo fu molto vicino a Carlo, con estrema delicatezza ed assiduità, così come faceva con tutti i sofferenti. E dall’omelia che don Angelo pronunciò in Basilica san Vittore nel giorno del  funerale di Carlo, sappiamo che in un una di quelle visite Carlo confidò al don  di sentirsi : “.. nell’Orto degli Ulivi”. Ecco anche questo  ricordo ci pare importante e doveroso affidare a questa sacra immagine.   

Culto di San Giuseppe ad Orago (avvalendosi delle ricerche di Carlo Mastorgio)

La statua di San Giuseppe, collocata nei prati di Orago, è stata oggetto di devozione da parte degli oraghesi  fin dal 1700, che il giorno 19 di marzo vi si recavano in processione  partendo dalla chiesa di San Giovanni Battista. A tale festa partecipava anche un buon numero di jeraghesi. Gli anziani narrano che talvolta  ci fosse ancora la neve  e talaltra  fiorissero già i primi fiori, a dimostrazione che il tempo ha sempre fatto di testa sua. Carlo Mastorgio, che della nostra storia è stato appassionato e documentato cultore ci aiuta con la sua descrizione: “l’itinerario muoveva dalla chiesa di S. Giovanni Battista, scendeva per la strada detta della Costa Nuova (cimitero odierno n.d.r.), indi la carrozzabile Gallarate-Varese sino alla statua; dopo la benedizione si ritornava alla chiesa per la medesima carrozzabile e per la strada della costa dell’Asilo. Famosa fu la processione del 19 marzo 1931 alla statua di San Giuseppe, dove era stato eretto un altare, lì potevi trovare tutto il paese, una folla di ben cinquecento persone inginocchiate per la benedizione”. Solo dopo il 1948 per ragioni di viabilità, dovute all’aumento di traffico, si optò per una processione ridotta che girava attorno all’isolato del Castello e si fermava dove inizia la discesa dello scalone d’onore, dalla cui sommità era ben visibile la statua ed il parroco del tempo (don Alberto Ghiringhelli) impartiva la benedizione.

Il culto del Santo rimase sempre ben radicato tra i giovani di Orago che lo elessero a patrono, tanto  che in quel giorno, all’epoca anche festa civile, si fece coincidere la festa dell’oratorio maschile, rallegrata da numerosi giochi.

Quella statua, per voleri testamentari e con legati specifici fu dalla sua origine esposta al culto su di un piedestallo nei prati, ab antiquissimi temporibus et perpetuo-da tempi immemorabili ed in perpetuo, quindi patrimonio esclusivo della comunità di san Giovanni Battista.

Fu così che quando il proprietario del fondo sul quale essa era collocata, fece abbattere il piedistallo, con la manifesta intenzione di trasferirla altrove ed in altro paese, un gruppo di giovani oraghesi, ritenne doveroso difendere la statua del Santo. La sottrasse nottetempo, affinché quegli intendimenti non andassero in porto e la nascose, con un blitz noto come il rapimento della Statua. Da qui proteste, denunce, intimidazioni, lettere e telefonate anonime. Alla fine la “commedia” finì e tutto si accomodò. La statua riapparve e di comune accordo fu collocata su di un nuovo piedistallo provvisorio, accanto all’ex mulino del Giambello. Orago salvò il suo cimelio, simbolo di una tradizione e di un culto secolare. Il parroco don Alberto Ghiringhelli poté annotare in un suo diario “Gli unici fra tutti, ai quali bisognava cavare tanto di cappello, sono venti ragazzi che agirono con vera retta intenzione e coraggio”.

La statua non poteva essere ricollocata nel luogo originale, perché  nel frattempo  erano sorte nuove costruzioni che avrebbero impedito per sempre l’antica suggestiva vista dallo scalone. Rimaneva la possibilità di una sistemazione prossima e ancora nei prati.  A tal fine si attivarono i fratelli Consolaro che, divenuti premurosi custodi della stessa, riuscirono a mobilitare un nutrito gruppo di volontari, perchè suscitassero e risolvessero il problema, a loro si unì con la sua  competenza e  passione storica  Carlo Mastorgio, che pubblicherà  per l’occasione un fascicolo  intitolato “Culto e tradizione di san Giuseppe ad Orago”. Dopo tale iniziativa e per interessamento del Comune di Jerago con Orago, essendo sindaco Livio Longhi nella amministrazione 95-99, fu approntato dall’ufficio tecnico comunale e finanziato dal Comune un progetto di restauro, che permise di posizionare la statua su di un nuovo piedistallo, ubicandola in zona prossima al molino Giambello, circondata ancora dal verde dei prati come in antico. Purtroppo in questi ultimi anni, dalla ricollocazione, la statua in arenaria è stata erosa dalle piogge acide, complice l’industrializzazione della zona, molto più di quanto non fosse avvenuto nei tre secoli precedenti, tanto da far temere una sua irrimediabile perdita. Si auspicano di nuovo urgenti ed improcrastinabili restauri, pena il vanificare di questa nostra vicenda. Forse si rende necessaria una squadra di nuovi volontari e devoti.

Ci si potrebbe chiedere il motivo del culto di San Giuseppe ad Orago, in un contesto ambrosiano che vede la prima chiesa dedicata al santo in Milano e solo nel 1530.

Fin verso il 1400 per motivi strategici il castello di Orago poteva ben ritenersi un baluardo sulla valle dell’Arno e perciò interessante per la potenza viscontea.  Il forte di Orago faceva parte di quel limen prealpino che da Massino inanellava tutta una serie di fortezze, le quali possiamo ancora riconoscere nelle vicinanze: Besnate- Crenna-Cajello-Jerago-Orago-Albizzate-Solbiate-Cassano.

Una serie di personaggi, funzionali alla potenza viscontea, più o meno importanti, vivevano in questi presidi fortificati intrattenendo coi Visconti relazioni caratterizzate da legami di famiglia.  Ciò consentiva ai Visconti milanesi di sfoggiare la loro forza nei momenti in cui a Milano era necessario mostrare i muscoli, servendosi anche dei villici che si trasferivano, armati di forconi, proprio da questi territori per fomentare o contrastare i vari moti di piazza contro le fazioni avverse ai Visconti. Per questa funzione di supporto, i Visconti titolari dei castelli e dei territori di pertinenza godevano l’esenzione dalle varie gabelle, altrimenti obbligatorie, verso il ducato o, quando i castelli incombevano sui luoghi di traffico, esercitavano in franchigia diritti di osteria, accoglienza e stallaggio. Fu chiaro che, quando cadde la potenza Viscontea, e venne meno la  funzione di frontiera dei nostri castelli, questi furono lasciati in abbandono con distruzione e decadenza delle rocche.  Divennero nuovamente interessanti se ad essi fosse stato legato un territorio produttivo dal punto di vista agricolo. La piana dell’Arno tra Solbiate e Cavaria, in territorio di Orago presentava già in antico due molini: Molinello e Giambello, oltre al Molino Scalone verso Oggiona; è piana irrigua , con canali alimentati da acque a regime pressoché continuo, quindi permette coltivazioni pregiate, a differenza dei territori di Jerago che sono  bagnati solo da acque sorgive e meteoriche. Nel 1500 il castello di Orago divenne di proprietà Lampugnani, attraverso il matrimonio di Bianca, l’ultima Visconti di Orago, dapprima con Ferdinando Lampugnani e, morto questo nel 1533, con Gaspare Antonio. I Lampugnani rimasero. proprietari fino ad Attilio che, verso il 1713, riedificò il castello come lo troviamo ora nella sua funzione di soggiorno e villa di campagna . Fu artefice del prezioso ingresso e dello scalone d’onore. Alla sua morte nel 1757 lasciò tutti i beni all’ospedale Maggiore di Milano.  Con riferimento al catasto del 1725, noto come Teresiano, rileviamo che:  delle 1565 pertiche milanesi  pertinenti al territorio di Orago, ben 1400 appartenevano al conte Attilio Lampugnani. Costui non lasciò eredi, perché tutti premorti e l’unico figlio maschio Giuseppe morì in giovane età. Fu in sua memoria che Attilio Lampugnani presumibilmente volle fosse dedicata una statua a San Giuseppe. Come si evince da un suo pio legato  citato  da Carlo Mastorgio “Voglio pure e dispongo, che dopo la mia  morte si faccia celebrare nel giorno della Festa del Glorioso Patriarca S. Giuseppe, e nella Chiesa Parrocchiale di Orago una messa cantata con fare l’immediata processione del Popolo al sito dove resta  collocata la statua di San Giuseppe vicino al Molino, e di rimpetto alla Porta del Castello, che guarda alla strada de Varese, ove si canterano le Littanie, dovendosi contribuire al sodetto R.do Paroco per tempo la elemosina di soldi trenta per le celebrazioni di detta messa e processione come sopra, e quando succedesse la festa di S. Giuseppe di venerdì, si dovrà fare la processione dal popolo nel medesimo giorno al sito, ove resta collocata la statua sodetta, e la messa cantata si dovrà celebrare nel giorno successivo, volendo pure come voglio  e dispongo, che in occasione di detta processione, e così nella festa di S. Giuseppe di cadaun anno sino in perpetuo si distribuiscano stara quattro di mistura in tanto pane al Popolo di Orago. “

 

 

Breve biografia di Carlo Mastorgio

Nato a Jerago il 15-11-1942 – morto ad Arsago il 19-12-1997. Fu studioso appassionato della storia del territorio, archeologo, archivista, conservatore archeologico del Museo della Società Gallaratese di Studi Patri. Operò a vari scavi in Castelseprio, sotto la guida dell’allora Sopraintendente archeologico per la Lombardia  Mario Mirabella Roberti. Apprezzato per serietà scientifica, diresse ad Arsago lo scavo della necropoli longobarda della via Beltrami recuperando 283 tombe. Si dedicò con passione alla nascita del Civico museo archelogico di Arsago, inaugurato nel 1983, di cui divenne conservatore fino alla prematura morte nel 1997. Alcuni suoi scritti scientifici e saggi, sono conservati: presso il  museo Bicknell di Bordighera- Fondazione Lamboglia, presso la Società Archeologica Comense, presso i fondi speciali della Biblioteca Luigi Maino di Gallarate. Tra  questi ricordiamo una ritrascrizione della:  “Cronaca di Gallarate dal 1830 al 1881 manoscritto di Gaetano Pasta- macellaio”. Per Jerago ed Orago con Turri e Dejana ha rinvenuto materiale romano dell’epoca Claudia e balsamari, specchi di argento su fondi di capanna e materiali fittili, glans (proiettili legionari da fionda) – che sono visibili presso il museo di Gallarate “Convetino”;  ha rinvenuto formelle esagonali provenienti da una officina di mattoni della Via G. Bianchi. Nella teresiana località ad Fanum- Dialett. a fan ha intuito la presenza  del famoso tempio di Jerago. Ha studiato con passione la storia di Orago. A lui si deve una  ricerca sulla famiglia Lampugnani, poi Bonomi, nel quadro delle vicende sul salvataggio della statua di San Giuseppe nei prati di Orago (oggi al Giambello). Per Don Angelo Cassani ha dato il primo autorevole riconoscimento scientifico alla romanicità del Campanile di San Giorgio, pubblicando le sue osservazioni in “Raccolta di Appunti e Note in occasione della inaugurazione dell’opera restaurata-Jerago 8 ottobre 1991– Ha fatto parte della Commissione cultura e storia locale (voluta dal comune di Jerago con Orago, con la presidenza dell’ing. Gaetano Bruni) contribuendo con le sue segnalazioni al salvataggio di  opere e manufatti antichi quali : – l’affresco mariano (fortunosamente recuperato) oggi visibile al centro anziani don Ghiringhelli, – la Colonna tardo Antica della cascina Marazzi (salvata con l’interessamento della Sovraintendenza) e l’affresco  mariano della cascina Pilatello; l’affresco della cascina Molinello – il Crocifisso della Casina Molinello. Negli anni settanta ha operato perchè l’antica chiesa di San Giorgio in abbandono, non fosse distrutta, rallegrandosi e caldeggiando con conferenze ed articoli gli interventi di recupero di don Angelo Cassani del Campanile e della chiesa antica. In collaborazione con lo scrivente, Anselmo Carabelli,  ha  preconizzato, sulla base di studi di archivio, l’esatta ubicazione della antica chiesa di San Giorgo del VII sec. Confermata dai successivi scavi.  A lui si debbono libri sulla storia di Arsago, di Carnago, di Sumirago ed una collaborazione con Mons. Eugenio Cazzani appunti sulla storia antica di Jerago e di Crenna.

Comune di Alliarago – Cenni sulla antica origine

Allo stato delle ricerche il riferimento più antico a Jerago – Alliarago,  quale  comune, è da attribuirsi al “libro delle decime redatto fra settembre e dicembre del 1399 dal notaio Guarnerio de Ecclesia, in Busto A.”. La pubblicazione di questo documento giacente presso la biblioteca Capitolare di San Giovanni di Busto A., si deve a Pio Bondioli che lo pubblicizzò  nel suo libro Storia di Busto Arsizio del 1937. Il citato libro delle decime elenca le tasse che i possessori di terreni in Busto A. debbono versare alla Pieve di Olgiate Olona cui all’epoca il territorio di Busto appartiene. Tra questi possessori raggruppati in partite catastali, alla partita  N. 71  appare il comune di Alliarago nella sua qualità di possessore di 4 campi in quel di Busto A. L’indicazione di Alliarago quale comune, non è casuale, perché è definito nel documento Ente forestiero possessore di beni in Busto, unitamente ad altri enti quali: la chiesa di San Giacomo sempre di Alliarago, la Chiesa di santa Maria di Gallarate, la Casa degli Umiliati di Legnanello ed il Comune di Menzago. Tutti gli altri possessori elencati sono persone fisiche e tra di essi troviamo ancora possessori provenienti da Alliarago tali: un Abondio (partita 21)  e i suoi eredi (partita 180) – un Dariotus partita (107) uno Zanolo (part 360). La  notizia non è di oggi, perché segnalata a suo tempo anche dallo storico Mons. Eugenio Cazzani in Storia di Jerago nel 1977. A mio avviso quel documento richiede un’analisi più accurata alla luce di ulteriori conoscenze ed ipotesi non peregrine. L’epoca cui  rimanda il documento è l’epoca viscontea, approfondita in sede di storia locale nella sola ricostruzione dell’albero genealogico della famiglia Visconti di Jerago. Se anche volessimo limitarci a questo ambito le sorprese nel merito non sarebbero poche, perché ci si accorgerebbe che una Visconti jeraghese è quell’Antonia che fu moglie del Barbavara. Il Barbavara aveva ricoperto la carica di primo Cameraio di Gian Galeazzo Visconti, corrispondente alla funzione di  “primo ministro” di una casa, quella dei Visconti di Milano, il cui dominio  si estendeva dalle Alpi fino alla Toscana. Morto questi, Antonia diverrà moglie del Carmagnola che al servizio di Filippo Maria, successore di Gian Galeazzo, fu il più grande e discusso capitano di ventura visconteo. Ciò potrebbe far riflettere che le nostre zone, i cui castelli di Jerago, di Orago e di Cajello facevano capo ad un ramo della  stessa famiglia, dovevano essere strategicamente importanti se pertinenti a personaggi di grande vicinanza con la famiglia ducale. Ma se i Visconti di Alliarago nel 1400 sono palesemente funzionali alla struttura militare milanese, dal documento in oggetto dobbiamo dedurre che essi  dividono il possesso del territorio con altre entità che, con accezione  moderna potremmo definire dotate di personalità giuridica autonoma: “il comune di Alliarago e la Chiesa di San Giacomo”, cosi come inequivocabilmente  testimonierebbe il potenziale atto di pagamento connesso al sopracitato libro delle decime dovute alla chiesa di Olgiate. Sul territorio sono altresì presenti persone fisiche, libere da servaggi, esse pure dotate di facoltà autonoma di possesso di terreno. Potremmo quindi dedurre che i Visconti di Jerago, che iniziarono la loro vicenda locale con Gaspero nel 1310, insediandosi nei pressi di quella che era una torre-recinto anteriore  poi trasformata in castello, abbiano dovuto rispettare le gelose autonomie di uomini liberi che vivono su  di un territorio che già è comune così come tale è definito  nel documento del 1399, cioè solo 89 anni dopo l’insediamento visconteo. Le persone  riunite nel comune di Alliarago sono i discendenti prossimi di quell’Ato e di quel Taudalaberto da Alliarago (per inciso l’indicazione più antica di Jerago come luogo)  che Carlo Mastorgio ha scoperto in un documento del 976 custodito presso l’Archivio Capitolare di Novara in qualità di testimoni di  atti di compravendita nel Seprio. Non si trascuri il fatto  che secondo l’ordinamento altomedioevale  per poter firmare atti simili era necessario essere uomini liberi, cioè possessori di una superficie di terreno non inferiore agli odierni 30.000 mq. e questo avveniva già nel 976, mille anni addietro.  Quanto sopra dovrà stimolare  ulteriori studi e ricerche.

1991- restauro del Campanile romanico di San Giorgio

La  storia conservata negli archivi, da San Carlo in poi, e quella intuita leggendo la struttura muraria del nostro campanile, ricorda che un suono di campana,  fin dal X secolo, ha  sempre  scandito il dì, per chi si è trovato a vivere in questi luoghi. Persone ignote, tanto lontane nel tempo, con le quali condividiamo la comune fede cristiana, nell’anno mille di nostro Signore, avevano voluto edificare un campanile veramente imponente da impreziosire la chiesa più antica, sorta già nel VII sec., dedicata a quel  san Giorgio, tanto, caro ai  longobardi. Si pensi ai sacrifici che quegli abitanti si erano imposti nella realizzazione di  questa torre. Vivevano in casupole di legno innalzate  su un fondo  perimetrale di sassi , e riservavano   per il campanile tutte  le pietre rese dalla roncatura  e  dalla coltivazione dei terreni. I trovanti di granito, (dono dei ghiacciai che si erano ritirati creando le nostre colline moreniche), venivano sapientemente tagliati e dimensionati  per farne sassi squadrati da imposta e da angolo. Il tutto sarebbe stato elevato e consolidato con malta di calce, sabbia e inerti ricavati da frammenti di antichi mattoni, che sminuzzati a dovere, sostituivano il ghiaietto di difficile reperibilità. Questa osservazione legata alla quantità dei resti di tegole e mattoni di fattura latina (tegulae piatte, imbrices o coppi,  suspensurae cilindri di cotto usati nelle termae latine)  reimpiegati come ornamento a decoro nella facciata ovest del campanile ci hanno permesso di rilevare come su questo nostro territorio i latini o i celti romanizzati fossero  presenti e numerosi.  Dal  greto del fiume provenivano solo i sassi bianchi, da cuocere in fornace per produrre la calce. Chi aveva costruito quel campanile era un maestro muratore-magister cum macinis, proveniente dalla Val d’Intelvi che dava i suoi servigi alla comunità, offrendo esperienza e una piccola squadra di uomini. Questi portavano nella loro dotazione: compassi, squadre, filo a piombo,  funi lunghissime e pulegge per carrucole a più rinvii, capaci di sollevare i pesi e la malta fino alla cima del  campanile medioevale (la parte tinta in giallo è una sovrapposizione barocca, dopo l’eliminazione della cuspide e dell’ultimo ordine romanico con finestra bifora a stampella). Tutta la manovalanza, era rappresentata dai locali che contribuivano in lavoro, mentre i notabili contribuivano in denaro. Solo una grande perizia costruttiva poteva garantire,  la   stabilità  nel tempo di una costruzione che si eleva per 26 metri e alla base presenta mura di circa 120 cm di sezione ed una canna centrale che si rastrema fino alla cella campanaria. Solo un legante a presa lenta quale la calce idraulica  può permettere  l’assestamento progressivo del grande carico di materiali, evitando le crepe e consentendo al manufatto una presa tenacissima tale da sfidare anche l’incuria  dei  secoli  ed il terremoto del 1117, l’unico della Lombardia.   Costruito verso il X secolo, secondo le leggi dell’epoca (il riferimento è ai capitolari italici) solo una comunità che poteva garantire una vita decorosa ai suoi sacerdoti poteva edificare un luogo sacro. Dalle ricerche di archivio di Carlo Mastorgio nel 970  Allierago aveva almeno due uomini liberi (Ato e Taudalaberto, di evidente stirpe longobarda), come tali possessori di terreni e ricchezze, garanti  di una vita civile che si svolgeva anche tra due chiese: la chiesa di San Giorgio e la chiesa di san Giacomo. E’ il periodo nel quale le nostre parrocchie territorialmente passano della pieve di Arsago alla pieve di Gallarate.  Rimane l’incognita del perché la chiesa di San Giorgio non appaia nel liber notitiae Sanctorum Mediolani di Goffredo da Bussero 1370.  Questo fa dedurre al Cazzani come la chiesa di san Giorgio in quanto non indicata, non solo fosse posteriore alla chiesa di San Giacomo, ma il suo campanile seppur citato  nelle visite cinquecentesche fosse  un  campanilino. Sfugge al Cazzani un documento nel quale  il visitatore di San Carlo, Leonetto Clivone lo definisce Turris Campanaria e non turricola  e una torre è pur sempre una torre. Ma il Cazzani, che ha scritto la fondamentale storia di Jerago, abbraccia l’ ipotesi  della  ricostruzione totale del campanile nel 1820, all’epoca della costituzione del primo concerto delle campane. Tale osservazione  peraltro definita ipotetica dal suo autorevolissimo estensore creò non pochi problemi a Don Angelo Cassani  che riconoscendo come  il campanile fosse di origini romaniche, mai demolito e solo rialzato, riteneva dovesse essere recuperato, ristrutturato riportato alla sua funzione originaria ed insieme ad esso dovesse essere recuperata l’antica chiesa, questa si più volte rimaneggiata. Per la precisione tra le osservazioni di Mons. Cazzani e le osservazioni di Don Angelo intercorre un lasso di tempo di circa 15 anni, anni nei quali l’antico complesso stava franando, ma il degrado degli intonaci di certe zone difficilmente raggiungibili, aveva messo a nudo parametri potenzialmente medioevali.   Il campo delle opinioni si divise tra coloro che,  sulla base della storia scritta non riconoscevano grande valore al campanile ed alla antica chiesa e coloro che ritenevano che il tutto andasse restaurato, tutelando la nostra memoria storica e il desiderio di sentire finalmente risuonare le campane per troppo tempo inattive.

La storia recente ci ha dimostrato come questi ultimi prevalsero, offrendo alla attenzione di chi visita il nostro borgo spunti per un logico e positivo apprezzamento verso un popolo che sa difendere e valorizzare  le proprie radici.