Archivi tag: carta da zucchero

Biscotti rotti – Fragüj

In ogni gruppo vi fu sempre chi con sussiego calava dall’alto il suo sapere,  allora per sbeffeggiare il saputell saccente da strapazzo gli si indirizzava scherzando:t’an dài a cärta dul buter da lepà? (ti hanno forse dato da leccare la carta che avvolge il panetto del burro).

Come non riandare ad un  mondo dove la carta da confezione era indispensabile per avvolgere la merce in modo adeguato e poterla vendere. Ma le carte degli involti, dopo infiniti reimpieghi  finivano appallottolate nella stufa economica; altro che sacchi lilla o gialli, nettezza urbana e tassa sui rifiuti, allora, gli scarti che non andavano sul camino finivano nella rudera letamaia. Già ma oggi come si farebbe, quando la puzza del letame fa arricciare i nostri delicati nasi, mentre con allegrezza respiriamo il  balsamico profumo dei Jet in decollo.  Allora c’erano: la carta da zukur quella blu color aviazione per lo zucchero; la carta uleä’  oleata per quando si acquistavano alimenti in salamoia o comunque grassi od unti, quali le aringhe, le sardine, la mostarda. Alimenti che venivano smerciati solo sfusi, prelevandoli da grosse latte e la pustera poi distribuiva ai clienti in scartozz. Abilità del commerciante fu, da sempre, quella di confezionare un cartoccio in modo rapido e sicuro senza scotch o graffette,  chiudendo ermeticamente i lembi con la sola agilità delle dita, perchè se il cartoccio si fosse aperto nella Sporta della Masera, avrebbe recato un guaio immenso. Le nostre nonne uscivano di casa la mattina, per la messa prima e al ritorno approfittavano per le compere. Quindi la borsa da spesa al braccio conteneva gelosamente di tutto, anche il vel e ul librett di devuzion intercalato da tanti Santit, immaginette di santi e dei cari defunti in effigie. Immaginatevi che macello se il cartoccio del tonno con l’olio si fosse rotto nella sporta, roba da cambiare negozio per tutta la vita. Scartuzzel invece era il piccolo involto dei bomboni, fatto di carta velina dove il venditore aveva pesato o contate: caramèj da melcaramelle al miele Ambrosoli, i mentit o i anisit pai fieu, al sapore di anice e dai colori delicati dell’iride, ma anche la magnesia . Anzi lo scartuzzel della magnesia era sempre celato in una tasca dul scusä, il grembiule grigio o azzurro di quando le mamme andavano al lavoro al stabliment. La magnesia effervescente dall’aspetto di bianchi e rugosi fagiolinifu rapido e immediato presidio per una digestione difficile e lenta, perché se l’indisposizione persisteva si passava al Fernet o a la limunä’, acqua calda e limone. Come non ricordarsi della carta dul Macelar, gialla e assorbente dove celare quei bei pezzi di animali rigorosamente nostrani; o della carta süga per asciugare l’inchiostro dalla pagina di quei neri quaderni di una volta, quando durante un dettato in classe si rendeva necessario passare alla pagina successiva. Non c’erano le biro perciò si intingeva il pennino della cannuccia nel calimä’ nella boccetta di vetro, inserita nell’apposito foro del banco, dove finiva di tutto e con grande soddisfazione le mosche. Lì qualche compagno le annegava dopo averle catturate con abile ed agile mossa. Unico svago di in un pomeriggio di maggio, quando tutto contribuiva a conciliare il sonno: i primi caldi, la lezione, lo star fermi nel banco e solo il caparbio desiderio di catturare quei primi  e temerari insetti  svolazzanti e fastidiosi ci teneva ancor svegli. E in assenza di mosche, a finire nella boccetta dell’inchiostro erano pure le trecce delle nostre compagne di classe, con molti anni  di anticipo avevamo inventate le odierne  improbabili tinture per capelli, ma noi non lo sapevamo ancora e soprattutto non lo sapevano le nostre compagne, a giudicare dai pensi e dalle note che la nostra maestra ci avrebbe comminati.

Seppur meno nobili anche le spedizioni industriali erano avvolte nella carta, a cärta da pac  di colore nocciola, più o meno pesante, dipendeva dall’uso. Se il materiale temeva l’umido era la carta catramata ad avvolgere il manufatto e, per garantire che durante il viaggio nessuno violasse il contenuto, le ferrovie e le poste obbligavano ad una legatura del pacco. Si utilizzava uno spago grosso, robusto, intrecciandolo ortogonalmente a scacchi; le estremità della corda  dovevano essere riunite in un piombino successivamente ribadito che comprovasse l’integrità della spedizione. Chi spediva merce delicata, soprattutto tessuti, confezionava pacchi  avvolti prima con la carta e poi con l’Invoja. Si Inviluppavano di tela juta, cucita e tesata con aghi grossi da materassaio e corda, in una operazione che prendeva il nome di gipà i coji du l’invoja, cucire i colli con la juta e lo spago. Anche qui bisognava riunire tutte le estremità delle corde coi sigilli. Ma tale era la povertà dei tempi e la parsimonia delle persone che anche quando si disfaceva un pacco, si recuperavano: gli spaghi, l’invoja, i fogli di carta. Gli indirizzi sui pacchi erano fatti componendo lettere in stampatello, alte almeno 5 centimetri, pressando i singoli stampini dopo averli passati su un tampone di vernice nera e grassa e così risultavano veramente indelebili. Perciò, ad evitare confusioni, nel riutilizzo, la tela juta doveva essere messa rovesciata , col vecchio indirizzo all’interno. Ma c’era pure chi utilizzava la juta da terzo viaggio e così cancellava le scritte con un colpo di nero da stampa. Chi confezionava i pacchi faceva in modo di lasciare alle estremità, le famose orecchie, i ureccdue maniglie in tessuto che ne facilitassero la presa, per evitare che, in loro mancanza, gli spedizionieri si servissero di ganci curvi, i Rampit, arpionando e bucando il contenuto. La parsimonia, resa necessaria dalla reale carenza sia di risorse che di denaro, induceva a comportamenti virtuosi, almeno verso ciò che oggi viene definito uno sviluppo ecocompatibile, parolona che vuol dire rispettoso delle risorse naturali.