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Cappella funeraria Bianchi

Descrizione  (testo A. Carabelli)

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La cappella funeraria Bianchi  sorge in prossimità della seicentesca chiesa di San Rocco. Presenta una struttura architettonica semplice, a pianta rettangolare decorata esternamente a bugnato solo leggermente accennato. Costruita verso il 1820 per la famiglia milanese di Giacomo Bianchi e Giuseppa Bordini: genitori  di Giulio Cesare committente dell’ edificio  e marito di Carolina Besozzi,  nipote di Pietro Verri. I Bianchi prendono domicilo a Jerago, per aver acquistato il castello ed edificano presso il camposanto locale la propria  cappella funebre, secondo l’uso della nobiltà milanese. I decori interni vengono affidati ai più noti scultori milanesi dell’ Ottocento che operano prevalentemente all’Accademia di Brera. Internamente nella parte alta Pompeo Marchesi esegue un “genio funerario”. Il monumento per Giulio Cesare Bianchi è collocato nella nicchia centrale  nobilitata dall’Angelo,  opera di Antonio Tantardini 1864. A destra dell’Angelo il sarcofago di Ippolita Bianchi Gori, eseguito su disegno dell’architetto Maffioretti. Il busto di Ippolita Bianchi Gori  morta nel 1876  si trova presso l’asilo di Jerago a lei dedicato.

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La cappella presenta ai quattro angoli i busti dei defunti della casata: Busto della prima moglie di Giulio Cesare, Ippolita Caccia  Dominoni, scultura di anonimo. Busto della seconda moglie, Carolina Besozzi, ad opera di Giuseppe Croff.  Busto  del fratello Giovanni Battista, scolpito da Pompeo Marchesi, dedicato dallo stesso scultore con  motto all’amico. Busto, della sorella Giovanna di Giulio Cesare, opera di Tantardini  verso il 1871.

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Gli affreschi della chiesa di san Giacomo a Jerago

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Al fine di rendere più comprensibile l’argomento ritengo sia utile riassumere lo stato degli studi,  degli scritti e delle scoperte relative alla chiesa di San Giacomo. Disponiamo di ricerche di archivio, grazie all’opera di Mons. Eugenio Cazzani [1], promossa e sostenuta dalla lungimiranza di don Luigi Mauri, già parroco di San Giorgio e da Mons. Francesco Delpini. Architettonicamente possiamo osservare un edificio prettamente romanico, dotato di portico originario ed abside con le classiche tre finestrelle monofore strambate[2], attribuibile nel suo aspetto attuale al sec XI. Gli  affreschi dell’interno sono fonte di grande interesse per gli studiosi, infatti non fanno parte di un unico ciclo, ma emergono singolarmente evidenziando origini temporali diverse che consentono di dilatare verso l’alto medioevo la storia della nostra chiesa. E’ possibile raffrontare gli affreschi o lacerti di essi a cicli lombardi estremamente importanti quali quelli di San Vincenzo a Galliano di Cantù, di  San Pietro al Monte di Civate–Lecco,  di Castelseprio- Santa Maria foris portas. I  tre affreschi  ancora interi e ben conservati  visibili presso l’ingresso   presentano (f.1) una Vergine con bimbo ed  orante inginocchiato- con cartiglio Mater Dei Miserere; 

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un San Giovanni Battista (f.2) nella  classica iconografia, vestito di pelli e barba incolta, con cartiglio ecce qui tollit peccata mundi;

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un San Giacomo (f.3) in veste episcopale, nella mano destra il bastone del pellegrino e nella sinistra il  Vangelo nell’atto medievale della benedizione[3].

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Sono attribuibili al XIV-XV sec. ed i due santi  allo stesso autore. Inequivocabilmente fanno riferimento al patrocinio esercitato dai Visconti sull’oratorio. Al XIV sec. si potrebbe attribuire anche il bassissimo rilievo litico in serizzo (f.4),

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visibile dall’esterno, posto nella nicchia semicircolare sopra la porta d’ingresso. In esso, col favore del sole di mezzogiorno nei giorni del solstizio invernale,  si intuisce chiaramente la Madonna della misericordia. La tipica Madonna dei Visconti con braccia tese e manto avvolgente a protezione degli oranti inginocchiati, che fu  rappresentata inizialmente nel Messale donato alla basilica di S. Ambrogio, in occasione dell’incoronazione di Gian Galeazzo Visconti e miniato dal comasco Anovelo da Imbonate .[4]

Le pareti  meridionale-sud ed aquilonaria–nord, grazie agli interventi voluti e finanziati dall’Ing. Gaetano Bruni, già sindaco di Jerago con Orago e proprietario del vicino Castello Visconteo, eseguiti dal 1956 in poi, hanno evidenziato lacerti di un ciclo presumibilmente riferentesi alla vita di San Giacomo. Il martirio del santo sul lato sud (f.5),

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la posizione di San Giacomo che porge la testa alla spada del martirio e i panneggi, la  composizione pittorica, con velature ed altre tecniche, portano a santa Maria foris portas di Castelseprio; si rinnovano così tutte le problematiche di attribuzione e datazione proprie degli affreschi sepriesi. La chiesa presenta inoltre a decoro elementi geometrici e floreali che si evidenziano nelle strombature delle finestre monofore (f.6),

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ritrovabili a San Pietro al  Monte in Civate. Riferimenti molto lontani che sicuramente rimandano ad una frequentazione di pellegrini e ad un patrocinio di famiglie milanesi esercitato ancor prima della influenza viscontea ascrivibile al 1310. Se ci riferiamo a sant’Abbondio– notevole edificio romanico, ubicato nei pressi della stazione ferroviaria FS di Como, di cui il jeraghese Giampiero Visconti fu abate, ed ai suoi  possedimenti in tutto l’alto Lario e nella Valtellina, è immediato il riferimento al cammino di Santiago. La dedicazione del nostro oratorio non  risulta casuale, infatti è citato nel Liber Notitiae Sanctorum Mediolani, redatto nel 1220 da Goffredo da Bussero. In esso, se si escludono i soli altari che onorano il Santo nelle varie chiese in tutta la Diocesi, sono indicate solo quattordici chiese intitolate all’apostolo Giacomo – Quindi è presumibile che segnassero il percorso dei Pellegrinaggi Maggiori. Il nostro San Giacomo si trovava sull’itinerario seguito dai  pellegrini provenienti dalla Germania che, attraverso la Retia[5], valicando lo Julier Pass raggiungevano l’alto Lario. Essi potevano usufruire dell’accoglienza e delle cure consentite dai numerosi ostelli ed ospizi  che ancora si vedono a mezza costa del lago, nei pressi delle chiese, quando con la navigazione si  risale in battello. Da  Como, proseguendo  per la Comum-Sivrium-Novaria[6]  si raggiungeva  Vercelli sulla Sesia, per inoltrarsi verso il Monginevro e scendere in Francia su Lione. E’ presumibile che il nostro San Giacomo rappresentasse un punto di riferimento indispensabile per informarsi sul percorso adatto  all’attraversamento del Ticino. Prendere  la via di Somma per Castelnovate o Golasecca- San Michele qualora le acque del grande fiume in magra ne avessero   consentito il guado[7], oppure seguire la via per Vergiate-San Gallo e Sesto- San Donato di Scozzola,  se il regime  di piena avesse reso  necessario l’attraversamento via lago, con barca ad Angera o Sesto. Da  Arona, o da Castelletto numerose  chiese romaniche testimoniano ancora l’ospitalità tra Ticino e Sesia : Invorio-San Martino, Agrate Conturbia,  Pombia , Abbazia di Dulzago, Abbazia di Briona, Vercelli.[8]

Tornando all’abside le tre finestre strambate simboleggiano la Trinità. L’inserimento delle tre finestre ritma quattro partiture murarie che consentono al pittore di rappresentare quattro terne di Apostoli (f.7) .

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E’ evidente il medioevale  riferimento alla missione apostolica rivolta verso i quattro angoli della terra. La  mano degli Apostoli porta al fedele un libro o un rotolo – Volumen o libro antico (supra nota 3). I riferimenti per questi affreschi si trovano sempre a Civate San Pietro e a San Vincenzo di Galliano[9]a Cantù. La luce che proviene con forza dalle finestrelle, simboleggia inequivocabilmente lo Spirito Santo che illumina gli apostoli[10]. Il catino  absidale molto ammalorato, ma cromaticamente vivace, offre la presenza intuibile  di un  Cristo in mandorla, contornato dai simboli zoomorfi degli evangelisti dei quali, si  riconoscono: il bue alato di San Luca e le fauci del leone di San Marco (f.8).

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Dalla osservazione di insieme dell’arco absidale e dei pilastri di imposta ci si accorge che essi sono impostati su due nicchie, simili a caminetti poggiati al pavimento, sul cui fondale ben chiari appaiono affreschi monocromatici, quasi sinopie di difficile interpretazione. Infatti la mancanza di studi archeologici relativi a ciò che giace sotto la chiesa, impedisce qualsiasi datazione. Il pavimento infatti, unica nota stonata di tutto il complesso è stato posto sopra il sedime originario. Si potrebbe rilevare come un pilastro non venga mai edificato su di un vuoto, per concludere , che se così è avvenuto,  voleva dire che quelle figurine di sinistra e i simboli grafici di destra erano preesistenti alla edificazione dell’arco e troppo belli per essere distrutti, quindi furono incorniciati da pietre atte a sostenere il nuovo pilastro. Comunque è tutto opinabile e ci asteniamo dall’unirci a chi vuole che queste appartengano alla cappellina paleocristiana. E’ questa una speranza che potrà essere suffragata solo dall’indagine archeologica [11]. Le figurine di sinistra sono a tratto in ocra, sono in piedi, una con mani protese in avanti, l’altra dietro a braccia aperte;  entrambe sono avvolte in  tuniche. Immediato il riferimento per tecnica pittorica al Giano Bifronte della Chiesa di Santo Stefano a Gornate (con tutti gli interrogativi che essa pone agli studiosi). Il vano di destra presenta una palma che è carica di frutti. Possiamo ipotizzare che la presenza di queste figure improprie e di altre , abbia giustificato la ricopertura con un pesante strato di intonaco di tutti quegli affreschi, previa picozzatura, colpi  che ancora si rilevano sui lacerti. Questo avvenne ancora prima della visita del cardinale Federico Borromeo che nel 1620 trova una cappella semplicemente intonacata e bianca all’interno, con la sola immagine mariana odierna. Ultima osservazione sul lato nord appare una sequenza di quattro personaggi (f.9),

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inseriti sotto un arco merlato, dipinto, sul quale insiste una chiesa, un recinto forte, una scritta con abbreviazioni difficilmente leggibile. Stupisce constatare come  quelle figurine siano identiche nei  tratti del volto, al viso di Ariberto che nella chiesa di Galliano offre su di un cuscino la stessa chiesa di San Vincenzo. Di fianco a questa scena, in un ulteriore riquadro si scopre il palmo sinistro di Cristo inchiodato sulla croce .

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Foto allegate a conprensione del testi: rif dischetto foto Salvatore

f.1  DSC 3243 Madonna e orante

f.2   DSC 3271 S.Giovanni Battista

f 3   DSC 3245 S.Giacomo

f 4    DSC 3325 lunetta sopra ingresso

 f.5  ( infra allegato a parte) Martirio di San Giacomo

f 6  DSC 3332 finestrella strambata a motivi floreali

f.7  DSC 3252 Terna di Apostoli

f.8  DSC 3326 Arco, con catino, Cristo in mandorla, Leone Alato,sequenza Apostoli, finestrelle strombate, ai lati a livello pavimento vani di imposta dei pilastri dell’arco, a sinistra 2 figurine umane, a destra ramo di  palma e datteri

  1. 9 DSC 3278 leone alato
  2. 10 (infra allegato a parte) Giano bifronte della chiesa di Santo Stefano a Gornate

f 11  DSC  3277 Figurina blasfema ?

f.12 DSC 3249-3274  quattro figurine, castello, chiesa , palmo della mano sinistra di Cristo inchiodata alla croce

[1]Jerago la sua storia –Eugenio Cazzani- 1977 pag.  206 e seg.

[2]Strambate- piccole finestre inserite in un vano fortemente smussato su entrambe le  facce, che permette alla luce diurna  anche più fioca e radente di illuminare l’aula raggiungendo un effetto tipico. La finestra di dimensioni ridotte consente l’uso di cartapecora a tamponamento, detta stamegna.

[3]nelle immagini medievali secondo Chiara Frugoni in “La voce delle immagini” pillole iconografiche del medioevo Einaudi 2010- il libro recato nella mano del santo è un atto benedicente, perché indica il Vangelo che dice bene, dice cose buone, quindi l’atteggiamento del santo è benedicente.

[4]Non sfugga in questa descrizione il fatto che Giangaleazzo Visconti , Duca di Milano morì nel 1403 dando inizio alla   reggenza della moglie Caterina Visconti, richiesta dalla minore età dei figli di Gian Galeazzo: Giovanni Maria  e Filippo Maria . Durante la reggenza Francesco Barbavara, che aveva sposato Antonia Visconti, figlia  di Pietro , signore del Castello di Jerago, fu primo cameraio,  funzione equivalente a  primo ministro del ducato di Milano . Antonia, rimasta vedova, sposerà  nel 1417  Francesco  Bussone noto come il Carmagnola,  massimo uomo d’arme di Filippo Maria Visconti  figlio e successore di Gian Galeazzo. Figlio dello jeraghese Pietro e fratello di Antonia sarà Giampiero Visconti, priore di Sant’Egidio di Fontanella nel bergamasco e poi abate nel 1460 di Sant’Abbondio a Como. Questa digressione serve a suffragare la qualità  artistica dei pittori che possono aver operato nella fase quattrocentesca dell’edificio

[5]la zona della Confederazione Helvetica dove si parla ancora il reto-romancio.

[6]L’importanza della comum sivrium novaria che si incrociava con la via helvetica in prossimità del Pilatello, giustifica la memoria ancora  testimoniata dalla recente  cappellina mariana della B. V. del Pilatello, costruita a ricordo della precedete immagine ormai persa e documentata solo da foto.

[7]Non è un caso che a Golasecca la chiesa  in rovina di San Michele sul passaggio del Ticino offra anche un ampia zona di ospitalità

[8]Per tali problematiche e conoscenze, limitatamente al territorio comasco, rimando allo studio diAlberto Rovi- Archivio Storico della  Diocesi di Como estratto dal Vol 8- Como 1997

[9]Non si dimentichi che l’attributo di Galliano- viene dall’antico Gallicano, cioè basilica sulla via delle Gallie o Galizia terra di san Giacomo di Compostella.

[10]Se solo osserviamo il più recente oratorio di Albizzate cosiddetto di San Venanzio, deduciamo che molto si è perso di questa simbologia, non presenta le tre finestrelle nell’abside, ma due sole , consentendo solo tre coppie di 4 santi.

[11]Ricordiamo che una indagine archeologica condotta dalla Sopraintendenza per i beni archeologici della Lombardia, anno 1997 effettuata nel corso dei restauri della antica chiesa di San Giorgio arrivò al livello di una piccola chiesa possibilmente ascrivibile tra il VII e il IX sec.

Comune di Alliarago – Cenni sulla antica origine

Allo stato delle ricerche il riferimento più antico a Jerago – Alliarago,  quale  comune, è da attribuirsi al “libro delle decime redatto fra settembre e dicembre del 1399 dal notaio Guarnerio de Ecclesia, in Busto A.”. La pubblicazione di questo documento giacente presso la biblioteca Capitolare di San Giovanni di Busto A., si deve a Pio Bondioli che lo pubblicizzò  nel suo libro Storia di Busto Arsizio del 1937. Il citato libro delle decime elenca le tasse che i possessori di terreni in Busto A. debbono versare alla Pieve di Olgiate Olona cui all’epoca il territorio di Busto appartiene. Tra questi possessori raggruppati in partite catastali, alla partita  N. 71  appare il comune di Alliarago nella sua qualità di possessore di 4 campi in quel di Busto A. L’indicazione di Alliarago quale comune, non è casuale, perché è definito nel documento Ente forestiero possessore di beni in Busto, unitamente ad altri enti quali: la chiesa di San Giacomo sempre di Alliarago, la Chiesa di santa Maria di Gallarate, la Casa degli Umiliati di Legnanello ed il Comune di Menzago. Tutti gli altri possessori elencati sono persone fisiche e tra di essi troviamo ancora possessori provenienti da Alliarago tali: un Abondio (partita 21)  e i suoi eredi (partita 180) – un Dariotus partita (107) uno Zanolo (part 360). La  notizia non è di oggi, perché segnalata a suo tempo anche dallo storico Mons. Eugenio Cazzani in Storia di Jerago nel 1977. A mio avviso quel documento richiede un’analisi più accurata alla luce di ulteriori conoscenze ed ipotesi non peregrine. L’epoca cui  rimanda il documento è l’epoca viscontea, approfondita in sede di storia locale nella sola ricostruzione dell’albero genealogico della famiglia Visconti di Jerago. Se anche volessimo limitarci a questo ambito le sorprese nel merito non sarebbero poche, perché ci si accorgerebbe che una Visconti jeraghese è quell’Antonia che fu moglie del Barbavara. Il Barbavara aveva ricoperto la carica di primo Cameraio di Gian Galeazzo Visconti, corrispondente alla funzione di  “primo ministro” di una casa, quella dei Visconti di Milano, il cui dominio  si estendeva dalle Alpi fino alla Toscana. Morto questi, Antonia diverrà moglie del Carmagnola che al servizio di Filippo Maria, successore di Gian Galeazzo, fu il più grande e discusso capitano di ventura visconteo. Ciò potrebbe far riflettere che le nostre zone, i cui castelli di Jerago, di Orago e di Cajello facevano capo ad un ramo della  stessa famiglia, dovevano essere strategicamente importanti se pertinenti a personaggi di grande vicinanza con la famiglia ducale. Ma se i Visconti di Alliarago nel 1400 sono palesemente funzionali alla struttura militare milanese, dal documento in oggetto dobbiamo dedurre che essi  dividono il possesso del territorio con altre entità che, con accezione  moderna potremmo definire dotate di personalità giuridica autonoma: “il comune di Alliarago e la Chiesa di San Giacomo”, cosi come inequivocabilmente  testimonierebbe il potenziale atto di pagamento connesso al sopracitato libro delle decime dovute alla chiesa di Olgiate. Sul territorio sono altresì presenti persone fisiche, libere da servaggi, esse pure dotate di facoltà autonoma di possesso di terreno. Potremmo quindi dedurre che i Visconti di Jerago, che iniziarono la loro vicenda locale con Gaspero nel 1310, insediandosi nei pressi di quella che era una torre-recinto anteriore  poi trasformata in castello, abbiano dovuto rispettare le gelose autonomie di uomini liberi che vivono su  di un territorio che già è comune così come tale è definito  nel documento del 1399, cioè solo 89 anni dopo l’insediamento visconteo. Le persone  riunite nel comune di Alliarago sono i discendenti prossimi di quell’Ato e di quel Taudalaberto da Alliarago (per inciso l’indicazione più antica di Jerago come luogo)  che Carlo Mastorgio ha scoperto in un documento del 976 custodito presso l’Archivio Capitolare di Novara in qualità di testimoni di  atti di compravendita nel Seprio. Non si trascuri il fatto  che secondo l’ordinamento altomedioevale  per poter firmare atti simili era necessario essere uomini liberi, cioè possessori di una superficie di terreno non inferiore agli odierni 30.000 mq. e questo avveniva già nel 976, mille anni addietro.  Quanto sopra dovrà stimolare  ulteriori studi e ricerche.

Vicende dei Visconti di Orago e di Jerago- legame visconteo che unisce i due castelli

(ricerche A.Carabelli)

L’inizio della ramo locale dei Visconti di Orago ed Jerago si fa risalire a Gaspero figlio di un certo Pietro che, nel 1310, compare nell’atto di concordia tra Torriani e Visconti, procurata da Enrico VII, la cui osservanza fu giurata, in assenza di Gaspero, capostipite dei due rami, dal fratello Lodrisio. Gaspero ebbe tre figli: Antonio, milite milanese, cui fu assegnato il castello di Orago, Azzo, a cui fu assegnato il castello di Jerago e Giovanni, a cui fu assegnato quello di Fontaneto d’Agogna.

La Vicenda storica

La distruzione di Castelseprio del 1287 avvenuta  ad opera del Vescovo Ottone Visconti, storicamente ritenuta culmine delle lotte fra Torriani e Visconti, rese necessario nel 1310 da parte dell’imperatore Enrico VII l’atto di concordia fra le due famiglie milanesi. In esso si prevedeva anche l’insediamento di membri della famiglia Visconti nei tre presidi pedemontani di Orago-Jerago–Fontaneto d’Agogna. Quindi gli accadimenti del ducato di Milano si potranno leggere anche nel nostro territorio attraverso le vicende  dei discendenti del ramo jeraghese ed oraghese di Gaspero Visconti.

-Antonio Visconti di Orago milite milanese, fu podestà di Cremona negli anni 1353, 1397-1398, la medesima carica fu  ricoperta anche dal nipote Pietro Visconti di Jerago nel 1372 e nel 1399, già  podestà di Bergamo nel 1357-1359.

-Figlio di Antonio  sarà Gentile che sposò il 3 agosto 1394 Valentina Visconti, nell’epoca in cui  Giangaleazzo Visconti è  duca di Milano. Alla  morte del duca, nel 1402,  Caterina diviene tutrice dei figli: Giovanni Maria e Filippo Maria (futuro successore di Giangalezzo, raggiunta la maggiore età),  per tale compito di tutela fu  affiancata  dal consiglio segreto  di reggenza  da cui, nel 1403, sarà costretta ad allontanare, per calunnie risultate poi infondate, il primo cameraio – primo ministro Francesco Barbavara, che è marito di Antonia Visconti di Jerago.

Gentile di Orago e Valentina sua moglie ebbero tre figli: uno, di cui non si conosce il nome, poi  Antonpietro e Francesco.

Gentile è cugino in secondo grado di Antonia Visconti Barbavara. Antonia che in prime nozze si unì a Francesco Barbavara sposerà in seconde nozze, nel 1417, il famoso Francesco Bussone detto il Carmagnola, cioè l’uomo d’arme più importante del ducato al servizio del successore di Gian Galeazzo, Filippo Maria Visconti. 

In Milano alla morte del duca Giangaleazzo, essendo i suoi figli minori, si scatenò tra le famiglie milanesi un’autentica guerra per la successione. Anche una sollevazione nei confronti del Consiglio di reggenza, tale da chiedere alla vedova Caterina una modifica dei suoi componenti.

Il Barbavara, tutore dei figli predestinati eredi, viene allontanato da Milano con accuse poi risultate infondate.

È difficile capire quale posizione abbiano ricoperto i Visconti di Orago ed Jerago in queste lotte. Sicuramente non poterono godere della larvata protezione della cugina Antonia  figlia  del visconte di Jerago, dopo che il marito Barbavara fu allontanato dal governo milanese nel 1403.

1402 Distruzione dei castelli di Orago- e Jerago 

In quel periodo anche il Seprio era in subbuglio. Le cronache dicono che il castello di Jerago tenuto da Pietro Visconti, cugino dell’oraghese Gentile, fu distrutto nel 1402, ma medesima distruzione toccò al castello di Orago sempre nel 1402.  Si presume ad opera del capitano di ventura Facino Cane, alla guida di bustesi e gallaratesi i quali, se prestiamo fede agli studi di Eugenio Cazzani, volevano ribellarsi, con tale gesto, alle vessazioni delle tasse pagate ai Visconti, danneggiando i Visconti locali, che ben conoscevano poiché il comune di Allierago era possessore di terreni in Busto.

In un documento, noto come testo della capitolazione di Monza sottoscritta il 1° maggio 1413, da Valentina Visconti (moglie di Gentile) dinanzi al Carmagnola- risulta che Gentile insieme al padre milite Antonio, dopo aver avuto distrutto il suo castrum de Urago per illos de Busti et Gallarate” beneficiò d’un largo perdono: proibizione a chiunque di molestarli o arrestarli, possibilità di riacquistare onore e fama, facoltà di libera circolazione nel territorio del ducato. Un colpo di spugna, commenta Oltrona Visconti, che dissolveva le ombre del loro recente passato. E nella capitolazione di Monza si accenna espressamente alla indigenza in cui i signori di Orago erano caduti, a causa delle devastazioni delle loro case in Milano, con dispersione dei mobili e suppellettili e dovendo anche mantenere “matre et tribus filii”.  Indigenza dovuta anche al blocco delle sue rendite in Orago aiutato (Gentile) solo dallo stipendio del padre (Antonio), quale familiare con stipendio della duchessa reggente Caterina.  Alcuni cronisti dicono che Gentile, in qualità di marito della sorella naturale della mamma di Filippo Maria Visconti, duca di Milano, (nonno materno comune- Bernabò) fosse benvoluto da Filippo Maria, suo cugino, anche se solo naturale. Gentile fu pienamente riabilitato, nell’onore e nelle finanze, tanto da consentirgli di ricostruire il castello, avvalendosi, in ciò, dei preziosi indirizzi del Carmagnola, divenuto suo affine per aver sposato nel 1417 la cugina jeraghese Antonia (sue seconde nozze, alla morte di Barbavara). Castelli, quello di Orago e quello di Jerago, dai quali tutti gli sbandati o gli armati si terranno lontano. Ce ne saranno tanti di questi passaggi di Svizzeri, Spagnoli, Francesi sempre in corrispondenza delle lotte di supremazia per il Ducato di Milano.  Il castello di Orago, grazie a questa sua peculiarità diventa un punto di riferimento bellico.

Conosciamo Antonpietro, figlio di Gentile, che oltre  al castello oraghese aveva abitazione in Porta Nuova a Milano, nella parrocchia di san Nazaro in Brolo. Egli redige testamento nel 1475 col quale, dichiarandosi nel pieno possesso delle facoltà mentali,  nomina eredi  il figlio Berto ed il nipote Anton Francesco, allora  ultimo maschio della famiglia,  e gli eventuali futuri discendenti-aliis filiis de legitimo matrimonio procreandis, il tutto ben dettagliato affinchè non sorgessero liti e discordie inter posterios. Il testatore dispone inoltre un lascito di 25 fiorini d’oro alla Fabbrica del Duomo, cui aggiunge  un legato per 25 messe da morto da celebrarsi nella chiesa della “sua terra  di Orago e un legato a favore della chiesa di Casorate, pieve di Arsago. Ordinava altresì che i propri eredi avessero a distribuire ai poveri della stessa Orago  alcune moggia di frumento e miglio per fare “pane ben cotto, ed quattro staia di ceci ben conditi e cotti – staris quatuor ciceris bene ordinatos et coctos” convocando gli interessati col suono della campana” (n.d.r il nostro campanile era già ben funzionante ed i ceci ed il frumento si coltivavano abbondantemente in quei terreni che il catastoteresiano evidenzierà possesso del proprietario del castello). Non si specifica se questa donazione di vitto sia una tantum o continua negli anni, forse da qui nasce la tradizione della distribuzione del pane di san Giuseppe –(Infra).

Antonpietro figlio di Gentile o forse Berto, il nipote, fu esperto nell’arte militare, tanto da essere mobilitato: con 4 fanti oraghesi, 6 jeraghesi ed altri  110 fanti dei castelli viscontei  locali, nel l contingente di 300 fanti del Seprio, predisposto  per la difesa di Bellinzona. Questo ordine ducale fu impartito nel novembre del 1478, in prossimità della battaglia di Giornico combattuta il 2 dicembre 1478, contro gli svizzeri Urani. Questa battaglia è considerata come fondamentale per la acquisizione della valle Leventina da parte dei cantoni della Svizzera interna, prodromo del Canton Ticino. I ducali furono sconfitti e persero ben 1.500 fanti su 10.000 combattenti; non sappiamo se poi i nostri Visconti e fanti mobilitati presero parte alla battaglia nota come dei Sassi Grossi.  Quindi Orago e Jerago furono  villaggi di contadini, alcuni dei  quali venivano formati militarmente, che si rifugiavano nel castrum solo in caso di pericolo. Se necessario, come abbiamo rilevato, venivano inquadrati dal Duca, prima Visconti e poi Sforza per le necessità belliche  milanesi. E se questo non bastasse, a riprova, si ricorda tale Pietro dei De Orago, non Visconti quindi, ma di famiglia libera, ricoprì la carica di connestabile della porta (cioè capitano delle presidio di guardia) delle Fontane Amorose in Genova nel 1469 .

Alcuni studiosi hanno notato, come fossero proprio i villici dei castelli Viscontei a raggiungere Milano per sostenere la fazione alla quale il castellano apparteneva.