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Culto di San Giuseppe ad Orago (avvalendosi delle ricerche di Carlo Mastorgio)

La statua di San Giuseppe, collocata nei prati di Orago, è stata oggetto di devozione da parte degli oraghesi  fin dal 1700, che il giorno 19 di marzo vi si recavano in processione  partendo dalla chiesa di San Giovanni Battista. A tale festa partecipava anche un buon numero di jeraghesi. Gli anziani narrano che talvolta  ci fosse ancora la neve  e talaltra  fiorissero già i primi fiori, a dimostrazione che il tempo ha sempre fatto di testa sua. Carlo Mastorgio, che della nostra storia è stato appassionato e documentato cultore ci aiuta con la sua descrizione: “l’itinerario muoveva dalla chiesa di S. Giovanni Battista, scendeva per la strada detta della Costa Nuova (cimitero odierno n.d.r.), indi la carrozzabile Gallarate-Varese sino alla statua; dopo la benedizione si ritornava alla chiesa per la medesima carrozzabile e per la strada della costa dell’Asilo. Famosa fu la processione del 19 marzo 1931 alla statua di San Giuseppe, dove era stato eretto un altare, lì potevi trovare tutto il paese, una folla di ben cinquecento persone inginocchiate per la benedizione”. Solo dopo il 1948 per ragioni di viabilità, dovute all’aumento di traffico, si optò per una processione ridotta che girava attorno all’isolato del Castello e si fermava dove inizia la discesa dello scalone d’onore, dalla cui sommità era ben visibile la statua ed il parroco del tempo (don Alberto Ghiringhelli) impartiva la benedizione.

Il culto del Santo rimase sempre ben radicato tra i giovani di Orago che lo elessero a patrono, tanto  che in quel giorno, all’epoca anche festa civile, si fece coincidere la festa dell’oratorio maschile, rallegrata da numerosi giochi.

Quella statua, per voleri testamentari e con legati specifici fu dalla sua origine esposta al culto su di un piedestallo nei prati, ab antiquissimi temporibus et perpetuo-da tempi immemorabili ed in perpetuo, quindi patrimonio esclusivo della comunità di san Giovanni Battista.

Fu così che quando il proprietario del fondo sul quale essa era collocata, fece abbattere il piedistallo, con la manifesta intenzione di trasferirla altrove ed in altro paese, un gruppo di giovani oraghesi, ritenne doveroso difendere la statua del Santo. La sottrasse nottetempo, affinché quegli intendimenti non andassero in porto e la nascose, con un blitz noto come il rapimento della Statua. Da qui proteste, denunce, intimidazioni, lettere e telefonate anonime. Alla fine la “commedia” finì e tutto si accomodò. La statua riapparve e di comune accordo fu collocata su di un nuovo piedistallo provvisorio, accanto all’ex mulino del Giambello. Orago salvò il suo cimelio, simbolo di una tradizione e di un culto secolare. Il parroco don Alberto Ghiringhelli poté annotare in un suo diario “Gli unici fra tutti, ai quali bisognava cavare tanto di cappello, sono venti ragazzi che agirono con vera retta intenzione e coraggio”.

La statua non poteva essere ricollocata nel luogo originale, perché  nel frattempo  erano sorte nuove costruzioni che avrebbero impedito per sempre l’antica suggestiva vista dallo scalone. Rimaneva la possibilità di una sistemazione prossima e ancora nei prati.  A tal fine si attivarono i fratelli Consolaro che, divenuti premurosi custodi della stessa, riuscirono a mobilitare un nutrito gruppo di volontari, perchè suscitassero e risolvessero il problema, a loro si unì con la sua  competenza e  passione storica  Carlo Mastorgio, che pubblicherà  per l’occasione un fascicolo  intitolato “Culto e tradizione di san Giuseppe ad Orago”. Dopo tale iniziativa e per interessamento del Comune di Jerago con Orago, essendo sindaco Livio Longhi nella amministrazione 95-99, fu approntato dall’ufficio tecnico comunale e finanziato dal Comune un progetto di restauro, che permise di posizionare la statua su di un nuovo piedistallo, ubicandola in zona prossima al molino Giambello, circondata ancora dal verde dei prati come in antico. Purtroppo in questi ultimi anni, dalla ricollocazione, la statua in arenaria è stata erosa dalle piogge acide, complice l’industrializzazione della zona, molto più di quanto non fosse avvenuto nei tre secoli precedenti, tanto da far temere una sua irrimediabile perdita. Si auspicano di nuovo urgenti ed improcrastinabili restauri, pena il vanificare di questa nostra vicenda. Forse si rende necessaria una squadra di nuovi volontari e devoti.

Ci si potrebbe chiedere il motivo del culto di San Giuseppe ad Orago, in un contesto ambrosiano che vede la prima chiesa dedicata al santo in Milano e solo nel 1530.

Fin verso il 1400 per motivi strategici il castello di Orago poteva ben ritenersi un baluardo sulla valle dell’Arno e perciò interessante per la potenza viscontea.  Il forte di Orago faceva parte di quel limen prealpino che da Massino inanellava tutta una serie di fortezze, le quali possiamo ancora riconoscere nelle vicinanze: Besnate- Crenna-Cajello-Jerago-Orago-Albizzate-Solbiate-Cassano.

Una serie di personaggi, funzionali alla potenza viscontea, più o meno importanti, vivevano in questi presidi fortificati intrattenendo coi Visconti relazioni caratterizzate da legami di famiglia.  Ciò consentiva ai Visconti milanesi di sfoggiare la loro forza nei momenti in cui a Milano era necessario mostrare i muscoli, servendosi anche dei villici che si trasferivano, armati di forconi, proprio da questi territori per fomentare o contrastare i vari moti di piazza contro le fazioni avverse ai Visconti. Per questa funzione di supporto, i Visconti titolari dei castelli e dei territori di pertinenza godevano l’esenzione dalle varie gabelle, altrimenti obbligatorie, verso il ducato o, quando i castelli incombevano sui luoghi di traffico, esercitavano in franchigia diritti di osteria, accoglienza e stallaggio. Fu chiaro che, quando cadde la potenza Viscontea, e venne meno la  funzione di frontiera dei nostri castelli, questi furono lasciati in abbandono con distruzione e decadenza delle rocche.  Divennero nuovamente interessanti se ad essi fosse stato legato un territorio produttivo dal punto di vista agricolo. La piana dell’Arno tra Solbiate e Cavaria, in territorio di Orago presentava già in antico due molini: Molinello e Giambello, oltre al Molino Scalone verso Oggiona; è piana irrigua , con canali alimentati da acque a regime pressoché continuo, quindi permette coltivazioni pregiate, a differenza dei territori di Jerago che sono  bagnati solo da acque sorgive e meteoriche. Nel 1500 il castello di Orago divenne di proprietà Lampugnani, attraverso il matrimonio di Bianca, l’ultima Visconti di Orago, dapprima con Ferdinando Lampugnani e, morto questo nel 1533, con Gaspare Antonio. I Lampugnani rimasero. proprietari fino ad Attilio che, verso il 1713, riedificò il castello come lo troviamo ora nella sua funzione di soggiorno e villa di campagna . Fu artefice del prezioso ingresso e dello scalone d’onore. Alla sua morte nel 1757 lasciò tutti i beni all’ospedale Maggiore di Milano.  Con riferimento al catasto del 1725, noto come Teresiano, rileviamo che:  delle 1565 pertiche milanesi  pertinenti al territorio di Orago, ben 1400 appartenevano al conte Attilio Lampugnani. Costui non lasciò eredi, perché tutti premorti e l’unico figlio maschio Giuseppe morì in giovane età. Fu in sua memoria che Attilio Lampugnani presumibilmente volle fosse dedicata una statua a San Giuseppe. Come si evince da un suo pio legato  citato  da Carlo Mastorgio “Voglio pure e dispongo, che dopo la mia  morte si faccia celebrare nel giorno della Festa del Glorioso Patriarca S. Giuseppe, e nella Chiesa Parrocchiale di Orago una messa cantata con fare l’immediata processione del Popolo al sito dove resta  collocata la statua di San Giuseppe vicino al Molino, e di rimpetto alla Porta del Castello, che guarda alla strada de Varese, ove si canterano le Littanie, dovendosi contribuire al sodetto R.do Paroco per tempo la elemosina di soldi trenta per le celebrazioni di detta messa e processione come sopra, e quando succedesse la festa di S. Giuseppe di venerdì, si dovrà fare la processione dal popolo nel medesimo giorno al sito, ove resta collocata la statua sodetta, e la messa cantata si dovrà celebrare nel giorno successivo, volendo pure come voglio  e dispongo, che in occasione di detta processione, e così nella festa di S. Giuseppe di cadaun anno sino in perpetuo si distribuiscano stara quattro di mistura in tanto pane al Popolo di Orago. “

 

 

I Terman- I confini

(di Anselmo Carabelli)

Solo chi ha vissuto con gli anziani, può  apprezzare tutto il valore della parola “Térman”- cippi di confine- che segnano i limiti della proprietà di un bosco o di un “Leug” orto.  Già il Manzoni usava  luogo per definire l’orto di Renzo, ma nella nostra tradizione troviamo anche il termine  Cios- Chioso per indicare un luogo chiuso ad esempio: Ul cios dul Curäd –l’orto del Parroco, normalmente circondato da alte mura, come appunto lo era  il  terreno dove oggi sorge la canonica. Con quel “Térman” si voleva manifestare tutto l’orgoglio per la proprietà di un piccolo e sudato appezzamento. I confini erano sacri, segnati ed evidenziati da questi cippi , sotto cui venivano posti dei segni, inequivocabili testimoni dell’accordo tra confinanti. E’ bene rammentare, quanto sacrificio fosse costato lo strappare nei secoli la proprietà ai nobili. Già nel Medioevo si parla di livelli, cioè di rapporti di concessione di un fondo ad uso agricolo, che vedono da una parte il nobile proprietario e dall’altra l’utente, che diviene livellario di quella proprietà. Più recentemente nel 1700, il catasto voluto da Maria Teresa d’Austria, elenca le particelle   con un numero progressivo identificandone il possessore e se esiste, – il livello, cioè la concessione in uso a terzi  e il nome del livellario, nonché  la destinazione del fondo con riferimento al prodotto che da esso si ricava. Questo permette di risalire alle attività economiche in essere all’epoca, che per Jerago erano: aratorio, aratorio con moroni (gelsi) , brughiera, bosco forte, vigna, vigna moronata, fornace.  Dal peso percentuale dei fondi di pari destinazione, complessivamente destinati alle singole attività, rapportato al totale in pertiche del territorio, si possono  stimare  i diversi tipi e l’importanza delle attività economiche che i nostri antenati sviluppavano per sopravvivere. Vasto appare  il numero dei possessori non nobili e quindi  già stabile la diffusione della proprietà  intesa come punto di arrivo di un lungo processo il cui principiare ancora non possiamo  stabilire. Ciò spiega l’andamento sinuoso dei muri delle vecchie case, per tutte: quelli della via Cavour, che sono la tangibile testimonianza che, anche costruendo, non si voleva cedere, all’uso pubblico, alcunché di ciò che con grande fatica era diventato proprio. Dal Catasto di Maria Teresa per Jerago, possiamo rilevare i cognomi dei proprietari terrieri non nobili: Caruggia –i (Caruggi- Fainèi), Schianetto – i (Scìan), Ariganti – (Riganti), Choerezzo (Coarezza), Zeno (Zeni), Macho – i (Macchi in grafia spagnolesca), Cardano-a (Cardani), Mazuchelli (Mazzucchelli), Bottinelli (Bettinelli), Bollino (Bulit-Bollini), Longhi, Tencone, Pozzo, Scaltrino (Scaltritti), Pulicello (Puricelli), Besozzi; nomi di famiglie ancora oggi residenti. Appare altresì immediata la differenza con Orago, dove tutta la proprietà è in capo al solo proprietario del castello Conte Lampugnani, possessore: del Castello, del MulinoGiambello” , della cascina Marazzi  e di tutti i terreni, parte dei quali livellati ad alcuni dei già citati possessori di Jerago, o ai Curioni. In prima approssimazione si può asserire che i proprietari di Jerago affittassero terre da coltivare così da ampliare la funzione agro – economica delle “Curtcorte o cortili di cui è ancora ricco il paese : Ul Canton , Ul Tugnon, Ul Casan, a Madunina, a Piaza, a Curt dul Zen. Guai a spostare un Terman,  perchè Spustà un terman senza accordo, ma con furbizia era atto furfantesco proprio della persona infida. Il possesso della terra diviene fonte di “Darìti(Diritti), il cui singolare è “Darìtu” : Ul darìtuda pass,o da cèsit (diritto di passaggio o accesso), “Ul daritu al sa pèrdi ol sa quista (Un diritto o lo si perde o lo si acquisisce) e nasce di conseguenza la difesa giuridica dello stesso. E’ interessante osservare come la U finale del sostantivo singolare (Daritu) e la I finale del plurale (Dariti), non siano proprie del nostro vernacolo, bensì dell’area bustocca. Il motivo è che l’alta giustizia era amministrata in Busto Arsizio, sede di Tribunale; autoctoni gli avvocati, i quali rivolgendosi ai clienti villiciPaìsan, per rendere comprensibili i concetti “del latinorum” usavano  il dialetto loro proprio e quindi i termini giuridici venivano acquisiti dai nostri e ripetuti introducendo nel nostro gergo motti della parlata bustocca.  Con Carlo Mastorgio ebbi più volte a disquisire del nostro stretto legame con Busto e quello giuridico rappresenta uno dei punti di aggancio con quell’area, così come si concordava fosse la cadenza del dialetto parlato, noto come Ul dialett Spatasciò di Vicc (il dialetto grosso dei vecchi),  che a noi oggi sfugge essendo già difficile conservarne i modi di dire.  Penso valga sottolineare che l’amore per il diritto e la giustizia e la nozione di dovere, molto diffuso tra gli anziani, nati prima o a cavallo del 1900, fosse un retaggio acquisito della amministrazione austriaca e trasmesso nell’insegnamento familiare  per molte generazioni ancora. Del che ho trovato conferma in un libro del dr. Ettore PigatoLe Contrade del Nonno Toni “, (Schio dic.1997 per i tipi di Centrostampa) , dove con riferimento ad un nonno vicentino nato verso il 1850  vissuto tra Bressanvido, Mason, Dueville, Sandrigo, Scaldaferro, Marostica (per inciso luoghi di provenienza di molti Jeraghesi), l’autore scrive che: “In quegli anni della sua formazione giovanile sotto l’austera Austria, imparerà pure la distinzione tra diritti e doveri, nonché l’amore per la verità”.  Il terreno viene preso in affitto per permettere di ampliare l’attività della Curt e la famiglia numerosa e patriarcale si struttura attorno a questo nucleo urbano. Pisunant (Pigionante) è il nome che ancora oggi si dà a colui che prede in affitto una serie di terreni da un proprietario per coltivarlo “Ul pisunant dul …..” l’affittuario di… Questi rapporti ancora prima della guerra si potevano configurare o con la divisione a metà del prodotto, o con la corresponsione di un controvalore in moneta o anche in natura una volta stabilito un prezzo. Chi invece aveva grosse proprietà terriere le gestiva in proprio affidandole alla direzione di un “Fatùr”da noi questo avveniva solo per le proprietà del Castello, mentre gli altri al massimo potevano cambiare ul Pisunant, il giorno di  San Martino; per cui ancora il trasloco si dice“ Fà San Martin”. Praticamente intorno alle Curt si costituivano più nuclei famigliari al comando del capostipite, capo riconosciuto che i nostri chiamano Pà Grand, che riecheggia il francese Grand père, la cui moglie si chiamerà maséra (massaia). In questo tipo di struttura patriarcale, che prima del 1700 prende il nome di fuoco, con riferimento al grande camino in cui, estate ed inverno, arde sempre il fuoco perché altrimenti non si mangia, la vita comporta notevole promiscuità e dipendenza gerarchica fra membri collaterali della stessa famiglia. Però almeno fino al 1870 è rara la emancipazione da questo tipo di dipendenza. Dovranno svilupparsi i commerci, le conoscenze tecniche e le prime attività industriali ed artigianali di serie, per consentire l’autonomia della famiglia mononucleare, quella per intendersi, che vede il figlio, quando si sposa, allontanarsi dalla residenza paterna e formare con la sposa una casa tutta sua. Nella famiglia patriarcale al figlio “cal tuéva mié – si sposava” veniva riservata una camera matrimoniale da dividere con la sposa,  mentre tutto il resto della vita di relazione, cucina, dispensa e anche la gestione economica era comune, esercitando la famiglia stessa una funzione di mutualità e tutela nei confronti delle vicende della vita. Di questo ci si potrebbe capacitare con una analisi architettonica della struttura dei cortili e degli ambienti interni alle cascine, prima della moderna ristrutturazione in varie unità immobiliari. E’ importante il riferimento al 1870 come spartiacque tra due diversi modi di vivere separati da quel progresso che si rendeva tangibile con la costruzione delle ferrovie. Si avvicinarono i mercati e  le nostre zone  subirono un forte positivo trauma che le sollevò dall’altro trauma, per molti versi inizialmente poco capito dal popolo contadino, che fu l’Unità d’Italia. La novità del Regno sabaudo sconvolse l’equilibrio secolare rappresentato dal Lombardo Veneto e suscitò anche rimpianto per il passato, come rileviamo dalla soddisfazione di storpiare in Cagoia il nome Savoia. Già dal 1848 gli esiti delle sommosse milanesi delle Cinque giornate significarono, per le popolazioni rurali, uno stretto giro di vite praticato dalla dominazione austriaca in termini di coscrizione obbligatoria e di tasse. Da allora per significare qualcosa di cui non si capisce il senso si sarebbe detto” l’è un Quarantot “. I nostri  giovani furono costretti  a prestare servizio militare in paesi di lingua germanica, come testimonia il soprannome di una famiglia  Riganti chiamata “Viéna“, il cui capostipite aveva svolto servizio a Vienna. Il neonato Regno d’Italia, si presentò con annate di scarsi raccolti, con la malattia delle viti e dei bachi da seta. Non è da trascurare la caduta dei benefici del contrabbando, per le popolazioni rivierasche del Ticino. Molto impopolare fu la legge Menabrea del 1866 che applicò la Tassa sul Macinato. Il liberismo economico dei governi della destra  rallentò le fragile e neonate attività imprenditoriali non agricole dell’area gallaratese. Per la popolazione locale tutto questo volle dire contare i posti a tavola e accorgersi che si era in troppi. La penuria di soldi e la carenza di  opportunità di lavoro costrinse i più validi e giovani ad espatriare, dando vita alla diaspora della nostra comunità verso il Sud-America. Da Genova ci si imbarcava  pa a Mérica dua s’ andéa a cercà furtüna” – si andava per cercare quella fortuna,” che qui pareva ormai irraggiungibile. Come capitò al Sig. Emilio Bollini (Mileu), classe 1854 di professione muratore,  che congedatosi nel 1876 emigrò in  Uruguay, dove più tardi lo raggiunse dal paese anche colei che aveva sposato per procura, la signora Erminia Caruggi. Le  loro  prime figli : Irene e Eleonora nacquero proprio là a Montevideo. Ebbe anche la soddisfazione di diventare impresario edile e partecipare alla costruzione del municipio di Montevideo. Ma i disagi per la cagionevole salute della moglie furono tali da costringerlo a tornare in patria con la famiglia. Nel 1892 la signora Erminia, poco dopo il rimpatrio partorì la figlia Giulia, ma non si riprese da quelle fatiche e ne morì in età di 32 anni. Un episodio questo, tra i tanti simili, che nostri cittadini vissero e affrontarono con forza negli anni tra il 1860 e il 1900. Sempre in Uruguay, negli stessi anni emigrarono: il sig. Salvatore Cardani con la moglie, il sig Gildo Bardellini, il sig. Carlo Caruggi (Panchéla), il sig. Paolo Macchi (Picét).

1 moronatomoroni: indica la presenza di gelsi nel fondo. Il gelso serve per l’allevamento del baco da seta che diviene parte integrante dell’economia agricola. L’Austria-Ungheria favorisce, con apposite tutele daziarie sul commercio della seta, la gelsibachicoltura. Il  protezionismo austriaco è causa dell’iniziale sviluppo: delle attività manifatturiere legate alla filatura della seta: Trattura-  Filatura- Tessitura del comasco e   della lavorazione del cotone nel comprensorio di Busto–Gallarate. Il catasto di Maria Teresa, aveva infatti consentito una migliore conoscenza del territorio lombardo e la conseguente applicazione di una serie di misure atte a migliorare le rese economiche dei fondi e la qualità della vita agraria. Si configura la netta distinzione tra:- agricoltura irrigata della bassa milanese caratterizzata dal prato bagnato con ripetute fienagioni  ed allevamento bovino con connesse attività casearie  e –agricoltura secca o non irrigata delle zone pedemontane del varesotto e del comasco con attività prevalentemente cerearicole, mais, vigneti. Mentre l’agricoltura irrigata coll’annesso ciclo lattiero caseario permette un impegno costante di popolazione agricola per tutto l’anno, questo non avviene per il territorio ad agricoltura secca, dove a periodi di grande necessità di persone si alternano periodi di esubero di personale. Le opportunità che nascono col favore dato alle attività manifatturiere tessili permetterà alla  popolazione residente di integrare il reddito delle discontinue attività agricole. Con la restaurazione Austrica 1815-1858 e la necessità dell’Imperial Regio Governo di ritrovare il consenso delle popolazioni  agrarie si dà avvio al formidabile sviluppo artigianal industriale delle nostre zone che troverà massima affermazione nel XX secolo. Con l’editto del 24-7-1786 il Conte de Wilzeck, plenipotenziario dell’Imperatore Giuseppe II, presso il Governo Generale della Lombardia Austriaca, viene costituita la Camera di Commercio di Gallarate, composta da quattro fra  Negozianti,  Cambisti , e Mercanti all’ingrosso. 

2 “Mappa di Jerago- Pieve di Gallarate- Ducato di Milano… Fu principiata (iniziata) il giorno 11 Maggio e terminata alli 3 giugno 1722. Fatta da me Geometra Filippo Galmozzi in Occasione della Misura Generale con l’assistenza delli infrascritti  Alessandro Galmozzi, GioBattista Passera, Antonio Maria Sperone, Natale Macho e Andrea Zeno. Coppiata da Angelo Lorati in fogli n.8” (a solo titolo di cronaca si pensi che la mappa, contiene una corretta descrizione grafica del territorio in Trabucchi Milanesi e si presenta quasi sovrapponibile alle nostre carte al 10.000, quindi fu fatta con precisione, indica le particelle catastali i proprietari o i livellari, le estensioni delle proprietà)- Archivio di Stato-Varese

3 Ercole Ferrario medico e Igienista dell’ottocento Lombardo – Samarate 1816-1897.(ed già citata) : “A peggiorare lo stato degli agricoltori anche riguardo all’igiene, occorre , benché indirettamente un’altra causa. Da non molti anni invalse l’uso dello smembrarsi delle famiglie, onde avviene sovente che dopo pochi mesi, dacché un giovane menò moglie, si stacca dai genitori, e colle poche masserizie che esporta dalla casa paterna mette casa da sé. Attualmente perciò sono assai rare quelle patriarcali famiglie … A coteste famiglie non abbisognano molte camere e molti lumi; bastano pochi arnesi e un sol focolare per ammannire i loro frugali pasti e quando alcuno della famiglia si ammala, le faccende domestiche e campestri non ne vengono ritardate o sospese…Ma ben altrimenti e tutto a rovescio va la bisogna nelle divise e piccole famiglie, le quali mentre in proporzione producono meno, devono in proporzione spendere di più, e perciò in esse si rende inevitabile precipitare nella miseria. La quale poi diventa spaventosa se si dà la disgrazia che si infermi il marito … Né è questo il solo guaio prodotto dallo spezzarsi delle famiglie, imperrocchè se ne soffrono i figli che da esse si staccano… anche i genitori ne risentono … Allorché  o dall’età o dagli acciacchi son resi impotenti o poco atti ai lavori”. 

4 La ferrovia Milano Gallarate fu inaugurata nel 1860, i rami per Sesto Calende e per Varese furono  agibili nel 1865 con stazione ad Albizzate, Cavaria fu costruita nel 1902. Quindi da Albizzate si poteva raggiungere anche Genova, per l’imbarco. L’avvento delle ferrovie introdusse una essenza esotica: La Robinia o Pseudoacacia, con lo scopo di rafforzare le rive dei terreni sbancati. Tale pianta, originaria del Canadà si rilevò assai vigorosa ed  anche infestante. Sotto il profilo strettamente ambientale questo sconvolse il millenario ambiente boschivo, ma contemporaneamente consentì un taglio più rapido del bosco in circa 10 anni. La pianta non veniva danneggiata dal taglio e la ripresa vegetativa era  immediata dallo  stesso ceppo. In breve non si fu più schiavi di un camino che doveva ardere continuamente con stoppie, Margasc e murzuni, o altri materiali che furono meglio usati per lettiera alle bestie. Si aggiunse l’invenzione della stufa americana Franklin o “Francolino o birocc”, che permise di accendere il fuoco nell’imminenza dell’uso. Si poteva andare a lavorare fuori e, al ritorno, preparare da mangiare. Piccole invenzioni  legate alla disponibilità della legna di robinia ma tappe obbligate, quanto ignorate, utili al grande  rivolgimento  che farà data dal 1880.

5 Le macine dei mulini furono provviste di contatore e chi ritirava il prodotto doveva pagare al mugnaio il sovrapprezzo in tasse di: £.2 per ogni quintale di grano – £ 1 per ogni quintale di granoturco,- £ 1.20 per ogni quintale di avena – ç –50 per ogni quintale di verdura.