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Premessa ad una raccolta di studi sul Campanile e sulla Chiesa  restaurata di San Giorgio in Jerago 

(testo di Anselmo Carabelli)

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Fin da  studente, ho sempre nutrito interesse verso le ricerche di storia locale antica, in particolare per l’attenzione verso queste discipline suscitatami da un indimenticabile insegnante del Liceo Statale di Busto: il Professor Don Carlo Costamagna.[1]

Grazie poi alla cortesia di Don Luigi Mauri, parroco di Jerago, ho potuto anche consultare l’Archivio Parrocchiale quando ancora era sito nella demolita canonica. Lo stesso archivio, fu poi riordinato da Monsignor Eugenio Cazzani per interessamento di don Luigi e di Monsignor Francesco Delpini,  dotandolo di regesto, estremamente utile per qualsiasi studio mirato[2].

Ovviamente le necessità della vita quotidiana, accostandomi agli studi economici aziendali ed alle relative conseguenti attività, mi avevano fatto relegare negli interessi dimenticati tutte quelle prime ricerche.  Ma a conferma che sono sempre stati gli uomini di Chiesa a custodire e a suscitare interesse per la storia e per l’arte, l’incontro con don Angelo Cassani, successore di Don Luigi Mauri  mi ha riavvicinato  a quegli studi rinverdendo quella passione che credevo ormai di aver accantonata. Don Angelo mosso da grande amore, per la nostra storia, nel corso dei lavori per ridare voce alle campane del nostro borgo, che da troppo tempo rimanevano mute per inagibilità del campanile,  intuì che il campanile fosse assai antico e testimone sicuro, quanto ignorato, della millenaria fede cristiana delle nostre genti.  Affrontò con successo un’opera, da tutti ritenuta impossibile, il recupero della torre campanaria e del Complesso seicentesco della chiesa di san Giorgio,  quando ormai erano quasi ridotti a fatiscenti rovine. Grandissima l’emozione di constatare, nel corso del restauro, che la muratura del campanile ritenuta seicentesca, o addirittura ricostruita nel 1820, era invece millenaria e di una imponenza tale da fare intuire la presenza di un borgo antico assai numeroso. Iniziavo così, accogliendo l’invito di don Angelo una serie studi per supporto e  documentazione di quella impresa diffusi con scritti apparsi nel bollettino parrocchiale. Studi che oggi vorrei ripubblicare con maggiore precisione e compiutezza, anche come sincero grazie all’infaticabile opera di Don Angelo. Mi sono pure accorto come tanto interesse potesse indurre sofferenza, allorquando nascono divergenze, tra chi osserva professionalmente un monumento e vuole un restauro conservativo, e chi lo osserva in funzione didattica e storica, muovendo dal desiderio che le testimonianze di un passato, per essere riconosciute e rispettate, debbano anche essere leggibili, negli stessi parametri murari. Ne consegue che all’osservatore, debitamente guidato, deve essere  permesso di risalire in una visita alla nostra chiesa: dalla primitiva costruzione romanica, a San Carlo, al periodo Austro-ungarico, alla prima industrializzazione, ai nostri giorni e tutto questo senza affaticarsi in estenuanti ricerche di archivio o ricercando in poderosi volumi, con il risultato di perdersi. L’osservatore deve essere messo nella  condizione di emozionarsi al pensiero del muratore che con un colpo di cazzuola assestava quella pietra  alla base del campanile, che ancora  vedevamo, o stupire  della circostanza che affacciandosi ad una finestrella monofora del campanile in una ventosa e limpida giornata di febbraio, lo spettacolo delle Alpi è quello stesso che appariva a chi mille anni addietro si fosse trovato nella stesso luogo con la stessa luce. Il tempo quindi si poteva dilatare in un percorso a ritroso  che avvicina noi osservatori di oggi a quel muratore e quell’osservatore antichi per il tramite della comune fede cristiana.

Infatti solo un restauro che evidenziasse le varie fasi storiche del nostro monumento poteva meglio aiutare nell’opera di riconoscimento immediato delle nostre radici cristiane e della  vita medioevale del nostro borgo. L’entusiasmo di don Angelo coinvolse Carlo Mastorgio, che seppe individuare e mappare gli elementi inequivocabilmente romani presenti nel campanile, cosa che, come in altre realtà simili[3], ne avrebbe certificato la romanicità, pur in mancanza del dato archelogico. Questo fu inconfutabilmente individuato da Carlo in un elemento di suspensura[4] in cotto, tipico dell’ambiente di un calidarium romano, riusato come elemento decorativo nel parametro romanico del campanile.

Rilevata l’imponenza della costruzione millenaria Mastorgio volle anticipare, a conferma, il frutto di una sua laboriosa ricerca presso l’archivio capitolare del Duomo di Novara,  la notizia del ritrovamento, di un atto di permuta di terreni nel Seprio datato 976, che riportava la  presenza, come testimoni, di due individui: Taudalaberto ed Ato da Allierago. Poichè la potestà di testimoniare veniva attribuita solo a uomini liberi[5]; ne conseguiva che  nella  località medievale di Allierago- Jerago[6] doveva vivere  un congruo numero di famiglie legate all’attività di questi due personaggi. Una popolazione così numerosa da  giustificare la presenza di una Chiesa ed un Campanile di tale mole. Il Campanile lo avevamo ritrovato intatto e della antica Chiesa si vedevano alcuni parametri murari inclusi nei successivi ampliamenti.

Con un ulteriore intuizione e supporti di archivio, alla individuazione dei quali aveva già contribuito Mons. Cazzani, si poteva ricostruire la storia delle due Chiese antiche di Allierago San Giorgio e  San Giacomo, poi raggruppate nella comune parrocchia di San Giorgio [7].

Purtroppo Carlo Mastorgio, nonostante la giovane  età è venuto a mancare negli stessi giorni in cui la Sovraintendenza ritrovava l’antica abside della primitiva chiesa di san Giorgio, cioè quel supporto archeologico, che mancava a sigillo di quegli studi, ritrovata lì proprio dove assieme Don Angelo, Carlo Mastorgio e lo scrivente,  ritenevamo si celasse.

La miriade di documenti consultati e la frequentazione di Mastorgio, al quale chiedevo confronto su alcune mie ipotesi, mi aveva permesso di capire, che se lo studio di fatti antichi, era sicuramente affascinante, non era poi cosi urgente, soprattutto ora che la chiesa era stata salvata.  Rimane comunque la necessità di ordinare il materiale raccolto per facilitare il lavoro di chi volesse addentrarsi in uno studio aggiornato sulla storia alto-medioevale e romana dei nostri siti alle luce anche di queste nuove scoperte e di liberare il campo da interpretazioni azzardate precedenti a questi ritrovamenti.

[1] Egli soleva portare i suoi  allievi, in visita  alla Biblioteca Capitolare di San Giovanni in Busto, mostrando loro i preziosi Incunaboli  ed i codici miniati,  accompagnandoli anche  alle consuete visite alle città d’arte. Lui, di origine piemontese, si preoccupava di accostarli alla storia locale, si entusiasmava  in visita alla rovine di Casteseprio, a San Vittore ed al Battistero di Arsago, a Santa Maria Foris porta col suo ciclo di affreschi  inquadrando quei monumenti nelle vicende antiche del Seprio, con una passione ed una competenza raramente riscontrata in altri studiosi. E’ citato anche da Renato Farina  nel libro  “Luigi Giussani  un Caffè in compagnia”, pag. 53,  dove si legge: “Don Carlo Costamagna e don Luigi Giussani, preti milanesi, hanno diviso con l’arcivescovo di Bologna Enrico Manfredini gli anni di seminario …. costituendo negli anni 39-40 un gruppo di studi chiamato “studium Christi”,  pubblicando una rivista “Christus” dove Costamagna dice testualmente “ognuno sviluppava il tema secondo le proprie attitudini, chi artisticamente, chi letterrariamente, …. chi filosoficamente.” (n.d.r.: queste in nuce furono probabilmnete le radici di gioventù studentesca  prima e di Comunione e liberazione poi). Chi scrive infatti ricorda don Carlo responsabile in Busto di una iniziativa verso i giovani studenti che si chiamava raggio, tenuta presso Sedes Sapientiae e di aver partecipato su sua indicazione ad un raduno autunnale di GS  a Cattolica ed Urbino nel 1964- praticamente antesignano dell’attuale Meeting) .

[2] Regesto– elenco ordinato, per secoli ed argomenti del contenuto dei faldoni formanti l’archivio (i materiali versati all’archivio capitolare di Gallarate , sono contenuti nei faldoni in  fotocopia).

[3] La prassi vuole che negli edifici romanici databili da X. XI sec, siano sempre presenti elementi di recupero dalle preesistenti costruzioni romane.  Quali, ad esempio, monoliti con iscrizioni romane: come nel campanile di San Vittore di Arsago, o le Are romane  nel Campanile di Santa Eufemia ad Erba.

[4] Suspensura– trattasi di cilindro in terracotta rossa, tipo mattone circolare del diametro di 19 cm alto 12 cm che, con altri elementi simili messi in pila, consente la costruzione di una colonnina di 50 cm.  Per capirne la funzione bisogna riferirsi all’uso romano di riscaldare un ambiente in zone a clima freddo, come le nostre, o un bagno caldo (calidarium) in zone miti. Una stufa faceva passare aria calda in una intercapedine sottostante al piano di pavimento dell’ambiente da riscaldare. Il piano di calpiestio era sorretto da una selva di quelle colonnine disposte su linee geometriche ortogonali tali da permettere la sospensione dei mattoni formanti il pavimento, da cui il nome di pavimento in suspensura. Questi mattoni da noi prendono la dimensione del cosiddetto Luteziano (Lutaetia-Parigi  romana, nei cui scavi sono assai diffusi).  Molto più vicino si ritrovano numerosi nei parametri esterni della chiesa di Santo Stefano ubicata all’interno del cimitero di Oleggio (NO).

[5] Uomini liberi, per essere tali, secondo le regole del tempo, occorreva essere possessori di almeno 20.000 mq di terreno (cosa  assai poco comune all’epoca per degli uomini).

[6] Citato negli atti come luogo di provenienza dei due uomini liberi.

[7] In un capitolo successivo ci si addentrerà sulla questione della  appartenenza della chiesa di San Giacomo alla chiesa di San Giorgio, avvenuta per volontà di Federico Borromeo, tramite atto notarile, materia già trattata dal Cazzani, nel suo libro su Jerago.

La Chiesa vecchia di San Giorgio

(di Anselmo Carabelli)

Nell’impianto murario della Chiesa di San Giorgio, si evidenziano alcune tracce della nostra  storia. Ne sono conferma il Campanile Romanico, scoperto come tale nel 1989 e le testimonianze dell’impianto medievale della più antica chiesa, ancora evidenti nella parte sud occidentale della zona absidale.  Esse documentano chiaramente la presenza di una comunita’ locale numerosa e ben organizzata, tale da riuscire a produrre un manufatto ardito e complesso come il campanile databile tra il X  e l’XI sec. In conseguenza di questa datazione  allo storico si pone una domanda relativa alla mancaza di citazione della chiesa di San Giorgio nella descrizione di Goffredo da Bussero (circa 1280), in cui si legge “In plebe Gallarate, loco Alieragi, ecclesia sancti Jacobi Zebedei”. Perché dunque si cita la chiesa di San Giacomo e non la Chiesa di San Giorgio ? Non dobbiamo pero’ dimenticare che si fa riferimento alla pieve e quindi a  tutto cio’ che ecclesiasticamente attiene  al complesso di dipendenza religiosa dalla Pieve di Gallarate. Pieve, quella di Gallarate, che dal X secolo si era sostituta alla Pieve di Arsago da cui precedentemente dipendevamo. Si puo’ desumere  che quanto di non espressa appartenza alle Pieve potesse essere trascurato nella descrizione. In questa analisi ci soccorre il raffronto di alcuni particolari architettonici. Se si paragona San Giacomo a San Vittore di Arsago non si puo’ ignorare la affinità che intercorre tra le finestrelle monofore in sasso della piccola abside e del timpano della porta di accesso di San Giacomo con i particolari similari del lato nord della chiesa di San Vittore. Ma il motivo della dipendenza é semplice perché San Giacomo nasce come oratorio campestre dove i pievani di San Vittore di Arsago verranno a dir messa la domenica mentre le altre funzioni e i Sacramenti del Battesimo e della Cresima verranno amministrati nella chiesa battesimale di Arsago. Questo giustifica ed é connesso alla presenza del noto Battistero di Arsago e  rende necessario  spiegare che cosa rappresentasse per noi questo Battistero. La presenza contemporanea  prima del VII secolo di pagani, di ariani di vari sincretismi religiosi evidenziò la necessità di una profonda opera di missionarietà nella diffusione della autentica fede di osservanza romana, ecco dunque che nascono delle chiese, battesimali appunto dove il rito del Battesimo assume la autentica dimensione di entrata a far parte della comunità cristiana, che si distingue dalle altre comunità pure presenti sul territorio.

Estremamente importante era dunque il periodo di preparazione alla condivisione della fede cristiana, che avveniva attraverso un periodo che andava dal giorno di Epifania fino al giorno del Sabato Santo, quando veniva amministrato il Santo battesimo per immersione nella Vasca del Battistero. Coloro che si preparavano al Battesimo confluivano dalle zone viciniori al Battistero che aveva funzione di aula di insegnamento. Si chiamavano Catecumeni ed entravano nel Battistero dalla porta di nord: il nord simboleggiava le tenebre; gli studenti catecumeni si dividevano: gli uomini nell’aula ottagonale del battistero e le donne nel matroneo, cui si accedeva dalla piccola scala sulla sinistra dell’ingresso di nord. Il giorno di Sabato Santo chi era ammesso al Sacramento del Battesimo nell‘ambito dei riti della benedizione dell’acqua veniva battezzato per immersione e gli veniva imposta la veste bianca che portava fino alla domenica dopo Pasqua, che ancora viene chiamata in Albis (in bianco) e usciva dalla porta di sud del Battistero a simboleggiare che le tenebre erano state squarciate e si usciva alla luce del sole o della verità appunto. I catecumeni ormai Cristiani rientravano alle loro casupole intorno alla prime cappelline e per Alierago  (Jerago), quella cappellina era San Giacomo. San Giacomo poi passò alla pieve di Gallarate e passò alla parrocchia di Jerago quando questa assurse al titolo di Parrocchia di San Giorgio.  Ma allora perché di San Giorgio non esiste menzione? E’ appunto qui che si apre uno studio su un argomento fino ad ora trascurato, perché localmente privo di presupposti:  quello della presenza Benedettina. Quando infatti durante il restauro del Campanile di san Giorgio sono venute alla luce le originali finestrelle monofore, prima tamponate, si é potuto constatare come esse siano formate da voltino in cotto a mattoni di costa (reimpieghi  di tegulae romane) sormontate da mattoni di piatto, messi a “bardellone”.

Questa e’ una tecnica del tutto simile a quella usata nel monastero di Torba, nel complesso di San Primo e Feliciano di Leggiuno e nella Abbazia di San Donato in Sesto Calende, tutte in rapporto con gli ordini monastici benedettini di San Gallo. Tali ordini monastici sono da collegarsi alla azione dei cosiddetti monaci irlandesi scesi in Italia dal nord  all’epoca di Gregorio Magno e per suo volere, al fine di recuperare al cristianesimo romano le località, di presenza longobarda, diventate ariane e pagane nel VII sec.  In tale opera di riconquista religiosa si distinse san Colombano (che sara’ vescovo di Bobbio) e il suo discepolo san Gallo, che operò prevalentemente nelle nostre zone. A testimonianza di ciò rimangono le numerose dedicazioni di chiese alla sua memoria. Chiesa di san Gallo a Vergiate e Santa Maria del Gallo a Buzzano. L’opera di recupero alla fede religiosa avvenne appunto attraverso la formazione di comunità, cappelle e monasteri. Le comunità longobarde furono avvicinate anche attraverso la dedicazione di chiese a San Giorgio perché tale Santo soldato doveva essere molto vicino alle abitudini guerriere del popolo dominatore. I monasteri avevano il compito di affrancare il popolo dalle servitù che erano diventate insopportabili, in effetti alle tasse romane che erano rimaste, si erano aggiunte le tasse dei popoli dominatori e quindi la dipendenza da un monastero permetteva al contadino di affrancarsi da quel tipo di oppressione.  Jerago oltre ad avere una chiesa dedicata a San Giorgio, era in prossimità del Monastero femminile delle monache della Calvaria (Cavaria), Monastero che peraltro possedeva proprio dei beni nei pressi della chiesa di San Giorgio. Si deve anche ricordare che il Parroco di San Giorgio in Jerago fu anche confessore del Monastero di Cavaria. La parrocchia di San Giorgio teneva un pellegrinaggio antico presso la Chiesa di Santa Caterina del Sasso di Leggiuno tradizione molto più antica di quella del Pellegrinaggio al Sacro Monte. Altro pellegrinaggio assai interessante é quello dei fedeli di San Maurizio di Solbiate alla chiesa di Buzzano. Anche questa tradizione scopre un itinerario di fede antica e benedettina. Come abbiamo rilevato i popoli locali di prima cristianizzazione ridiventarono all’epoca della caduta dell’impero romano o ariani o di incerta fede e i missionari di San Gallo tentarono di recuperarli alla fede attraverso tradizioni antiche, quali appunto quella di San Maurizio martire. Questi era legionario nella legione tebea che la tradizione vuole di stanza in queste zone all’ epoca di Diocleziano. Fu martirizzato nei pressi di Octodurum (Martigny) per essersi rifiutato come cristiano di sacrificare alle divinità pagane. Il recupero della testimonianza cristiana di questo santo proprio a Solbiate da parte dei Benedettini secondo un modo che abbiamo visto usuale, permette questa riflessione. Il santo non é estraneo alla popolazione, ma fa rivivere la  vicenda cristiana di un personaggio noto che aveva vissuto qui, servendo negli accampamenti romani che in questa zona erano diffusi ed era martire Cristiano venerato alla luce del sole dopo l’editto di Milano 312. La tradizione fu recuperata dall‘opera benedettina che portò anche al pellegrinaggio verso una meta benedettina come appunto santa Maria del gallo di Buzzano.  Tutta questa serie di riflessioni, che debbono essere ulteriormente approfondite e ampliate tendono ad aprire uno spiraglio su un mondo quale il Medio evo che, solitamente, viene considerato come periodo dai secoli bui, ma bui anche perché non sufficientemente approfonditi o conosciuti.  Per quanto concerne la nostra vicenda, mentre si conosce tutto del periodo visconteo, la parte precedente alla caduta dei Torriani e di Castelseprio sta per essere approfondita dai vari studiosi proprio in questi tempi. Quindi con l’innesto della chiesa di San Giorgio nella vicenda benedettina per i motivi sopraesposti si apre un aggancio della nostra piccola comunità cristiana e civile alla più vasta vicenda del Seprio.   Tale vicenda si può leggere anche nello studio sulla antropizzazione antica delle nostre zone, cioe’ sul rapporto intercorrente tra uomo e ambiente nell’antichita’. (segue)

1991- restauro del Campanile romanico di San Giorgio

La  storia conservata negli archivi, da San Carlo in poi, e quella intuita leggendo la struttura muraria del nostro campanile, ricorda che un suono di campana,  fin dal X secolo, ha  sempre  scandito il dì, per chi si è trovato a vivere in questi luoghi. Persone ignote, tanto lontane nel tempo, con le quali condividiamo la comune fede cristiana, nell’anno mille di nostro Signore, avevano voluto edificare un campanile veramente imponente da impreziosire la chiesa più antica, sorta già nel VII sec., dedicata a quel  san Giorgio, tanto, caro ai  longobardi. Si pensi ai sacrifici che quegli abitanti si erano imposti nella realizzazione di  questa torre. Vivevano in casupole di legno innalzate  su un fondo  perimetrale di sassi , e riservavano   per il campanile tutte  le pietre rese dalla roncatura  e  dalla coltivazione dei terreni. I trovanti di granito, (dono dei ghiacciai che si erano ritirati creando le nostre colline moreniche), venivano sapientemente tagliati e dimensionati  per farne sassi squadrati da imposta e da angolo. Il tutto sarebbe stato elevato e consolidato con malta di calce, sabbia e inerti ricavati da frammenti di antichi mattoni, che sminuzzati a dovere, sostituivano il ghiaietto di difficile reperibilità. Questa osservazione legata alla quantità dei resti di tegole e mattoni di fattura latina (tegulae piatte, imbrices o coppi,  suspensurae cilindri di cotto usati nelle termae latine)  reimpiegati come ornamento a decoro nella facciata ovest del campanile ci hanno permesso di rilevare come su questo nostro territorio i latini o i celti romanizzati fossero  presenti e numerosi.  Dal  greto del fiume provenivano solo i sassi bianchi, da cuocere in fornace per produrre la calce. Chi aveva costruito quel campanile era un maestro muratore-magister cum macinis, proveniente dalla Val d’Intelvi che dava i suoi servigi alla comunità, offrendo esperienza e una piccola squadra di uomini. Questi portavano nella loro dotazione: compassi, squadre, filo a piombo,  funi lunghissime e pulegge per carrucole a più rinvii, capaci di sollevare i pesi e la malta fino alla cima del  campanile medioevale (la parte tinta in giallo è una sovrapposizione barocca, dopo l’eliminazione della cuspide e dell’ultimo ordine romanico con finestra bifora a stampella). Tutta la manovalanza, era rappresentata dai locali che contribuivano in lavoro, mentre i notabili contribuivano in denaro. Solo una grande perizia costruttiva poteva garantire,  la   stabilità  nel tempo di una costruzione che si eleva per 26 metri e alla base presenta mura di circa 120 cm di sezione ed una canna centrale che si rastrema fino alla cella campanaria. Solo un legante a presa lenta quale la calce idraulica  può permettere  l’assestamento progressivo del grande carico di materiali, evitando le crepe e consentendo al manufatto una presa tenacissima tale da sfidare anche l’incuria  dei  secoli  ed il terremoto del 1117, l’unico della Lombardia.   Costruito verso il X secolo, secondo le leggi dell’epoca (il riferimento è ai capitolari italici) solo una comunità che poteva garantire una vita decorosa ai suoi sacerdoti poteva edificare un luogo sacro. Dalle ricerche di archivio di Carlo Mastorgio nel 970  Allierago aveva almeno due uomini liberi (Ato e Taudalaberto, di evidente stirpe longobarda), come tali possessori di terreni e ricchezze, garanti  di una vita civile che si svolgeva anche tra due chiese: la chiesa di San Giorgio e la chiesa di san Giacomo. E’ il periodo nel quale le nostre parrocchie territorialmente passano della pieve di Arsago alla pieve di Gallarate.  Rimane l’incognita del perché la chiesa di San Giorgio non appaia nel liber notitiae Sanctorum Mediolani di Goffredo da Bussero 1370.  Questo fa dedurre al Cazzani come la chiesa di san Giorgio in quanto non indicata, non solo fosse posteriore alla chiesa di San Giacomo, ma il suo campanile seppur citato  nelle visite cinquecentesche fosse  un  campanilino. Sfugge al Cazzani un documento nel quale  il visitatore di San Carlo, Leonetto Clivone lo definisce Turris Campanaria e non turricola  e una torre è pur sempre una torre. Ma il Cazzani, che ha scritto la fondamentale storia di Jerago, abbraccia l’ ipotesi  della  ricostruzione totale del campanile nel 1820, all’epoca della costituzione del primo concerto delle campane. Tale osservazione  peraltro definita ipotetica dal suo autorevolissimo estensore creò non pochi problemi a Don Angelo Cassani  che riconoscendo come  il campanile fosse di origini romaniche, mai demolito e solo rialzato, riteneva dovesse essere recuperato, ristrutturato riportato alla sua funzione originaria ed insieme ad esso dovesse essere recuperata l’antica chiesa, questa si più volte rimaneggiata. Per la precisione tra le osservazioni di Mons. Cazzani e le osservazioni di Don Angelo intercorre un lasso di tempo di circa 15 anni, anni nei quali l’antico complesso stava franando, ma il degrado degli intonaci di certe zone difficilmente raggiungibili, aveva messo a nudo parametri potenzialmente medioevali.   Il campo delle opinioni si divise tra coloro che,  sulla base della storia scritta non riconoscevano grande valore al campanile ed alla antica chiesa e coloro che ritenevano che il tutto andasse restaurato, tutelando la nostra memoria storica e il desiderio di sentire finalmente risuonare le campane per troppo tempo inattive.

La storia recente ci ha dimostrato come questi ultimi prevalsero, offrendo alla attenzione di chi visita il nostro borgo spunti per un logico e positivo apprezzamento verso un popolo che sa difendere e valorizzare  le proprie radici.