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Il campanile romanico di Jerago

di Carlo Mastorgio (Sopraintendenza archeologica della Lombardia) – Maggio 1991

Testo apparso in Un popolo in Cammino – Maggio 1991 e poi ripubblicato nella raccolta di scritti in occasione dell´inaugurazione del campanile nell´ottobre 1991

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La vecchia chiesa parrocchiale di S. Giorgio e´documentata solo dal XIV sec. (per  esattezza, dal 1398).

Pero´, titolo e ubicazione, gia´per se stessi la retrodatano ad epoca molto piu´antica. Inserita nel vecchio tessuto urbano, essa e´senz´altro la prima cappella della comunita´e probabilmente eretta in quelle fasi della cristianizzazione, allorche´ i canonici, dal vicino centro plebano o battesimale di Arsago Seprio, diffondevano la nuova religione nelle campagne e nei piccoli villaggi circostanti.

La dedica a San Giorgio e´tipica dell´epoca longobarda per la nota associazione del “santo guerriero” con il carattere spiccatamente belligerante di quel popolo barbarico.

Tutto cio´porta a pensare che l´edificio ebbe una fase preromanica, seguita da una romanica, indi da altre che successivamente, per ragioni legate ad aumenti demografici,  hanno sostituito, inglobato o parzialmente alterato le strutture architettoniche primitive.

Nulla sappiamo della fase preromanica anche perche´mancano sia una lettura stratigrafica delle strutture verticali sia un saggio archeologico sotto l´attuale pavimento. Pur tuttavia tale fase e´intuibile; se non altro perche´e´storicamente accertata la presenza, a Jerago, di nuclei familiari in epoche anteriori al Mille (come esempio, basta citare qui due importanti personaggi, Teudelaberto e Ato di Jerago, presenti come testimoni nel 976 ad una permuta di terreni nel territorio sepriese).

Per quanto concerne la fase romanica e´notizia di oggi, in quanto essa e´emersa in seguito ai recenti lavori di ristrutturazione della torre campanaria. Questa nascondeva infatti, sotto l´intonaco, l´originario paramento murario. Tolto il rivestimento, sono tornate alla luce le cornici di archetti pensili e le monofore, ossia quei particolari tecnici e stilistici tipici dell´architettura romanica (sec. XI e XII). Ulteriori indagini potranno in futuro meglio precisare l´iconografia e l´esatta cronologia di questo monumento.  In questa sede e´sufficiente dare qualche sommaria informazione. Innanzitutto si tratta di un campanile alto, snello, con base quadrata ma non sufficientemente ampia da far presumere un innalzamento sui resti di un torrione altomedievale e quindi facente parte di sistemi difensivi. Anche le aperture, del tipo a tutto sesto, sono sufficientemente ampie e non a feritoia.

Nessun utilizzo, quindi, a scopo di fortificazione o di segnalazione ma semplicemente un utile monumento al servizio civico e religioso della piccola comunita´ jeraghese.

L´apparato murario del campanile e´composto da materiale eterogeneo; poca la pietra quadrata, parecchia quella scheggiata, diversi i ciottoli, qualche laterizio. Il tutto disposto in corsi un po´irregolari con un buon letto di malta. La parte alta e´stata rifatta in epoca successiva distruggendo l´originaria cella che doveva essere interessata dalla presenza di bifore. Nel rifacimento sono stati infatti riutilizzati i frammenti delle colonnine originarie in pietra. Ogni parete e´divisa in ripiani da tre grandi specchiature, abbastanza profonde e chiuse in alto da tre archetti in cotto. Anche gli archivolti delle monofore sono formati da vecchi laterizi posti in costa e sormontati da un bardellone pure in cotto.

Quest´ultimo particolare e´abbastanza caratteristico e trova riscontri in altri edifici del territorio padano datati all´XI secolo (1000-1100). La cosa  che piu´colpisce e´che questi laterizi sono tutti di fattura d´epoca romana; la maggior parte embrici con il tipico risvolto e, sorpresa nella sorpresa, addirittura una suspensura cilindrica ovvero uno di quei pilastrini che sostenevano il pavimento di un ambiente romano riscaldato facendo circolare sotto l´aria calda.

Or bene, tutte queste profilature di cotto, inserite nella pietra grigia del paramento, determinano uno stupendo cromatismo che potra´essere meglio apprezzato allorche´verranno tolti i ponteggi del cantiere.

La vecchia chiesa parrocchiale di san Giorgio va schiudendo cosi´i misteri del suo glorioso passato con sempre piu´larga chiarezza, lasciando perplessi gli storici, ammirati i tecnici e soddisfatti quei “pochi” che veramente credevano nella vetusta´ dell´edificio. Il cammino iniziato merita tutta la piu´ ampia fiducia e l´appoggio morale e finanziario perche´ la volonta´ di fare qualcosa di utile e di bello, non distruggendo ma salvando, ha gia´regalato alla comunita´ di Jerago questo stupendo campanile romanico che, in definitiva, e´il piu´antico monumento del paese.

La Chiesa vecchia di San Giorgio

(di Anselmo Carabelli)

Nell’impianto murario della Chiesa di San Giorgio, si evidenziano alcune tracce della nostra  storia. Ne sono conferma il Campanile Romanico, scoperto come tale nel 1989 e le testimonianze dell’impianto medievale della più antica chiesa, ancora evidenti nella parte sud occidentale della zona absidale.  Esse documentano chiaramente la presenza di una comunita’ locale numerosa e ben organizzata, tale da riuscire a produrre un manufatto ardito e complesso come il campanile databile tra il X  e l’XI sec. In conseguenza di questa datazione  allo storico si pone una domanda relativa alla mancaza di citazione della chiesa di San Giorgio nella descrizione di Goffredo da Bussero (circa 1280), in cui si legge “In plebe Gallarate, loco Alieragi, ecclesia sancti Jacobi Zebedei”. Perché dunque si cita la chiesa di San Giacomo e non la Chiesa di San Giorgio ? Non dobbiamo pero’ dimenticare che si fa riferimento alla pieve e quindi a  tutto cio’ che ecclesiasticamente attiene  al complesso di dipendenza religiosa dalla Pieve di Gallarate. Pieve, quella di Gallarate, che dal X secolo si era sostituta alla Pieve di Arsago da cui precedentemente dipendevamo. Si puo’ desumere  che quanto di non espressa appartenza alle Pieve potesse essere trascurato nella descrizione. In questa analisi ci soccorre il raffronto di alcuni particolari architettonici. Se si paragona San Giacomo a San Vittore di Arsago non si puo’ ignorare la affinità che intercorre tra le finestrelle monofore in sasso della piccola abside e del timpano della porta di accesso di San Giacomo con i particolari similari del lato nord della chiesa di San Vittore. Ma il motivo della dipendenza é semplice perché San Giacomo nasce come oratorio campestre dove i pievani di San Vittore di Arsago verranno a dir messa la domenica mentre le altre funzioni e i Sacramenti del Battesimo e della Cresima verranno amministrati nella chiesa battesimale di Arsago. Questo giustifica ed é connesso alla presenza del noto Battistero di Arsago e  rende necessario  spiegare che cosa rappresentasse per noi questo Battistero. La presenza contemporanea  prima del VII secolo di pagani, di ariani di vari sincretismi religiosi evidenziò la necessità di una profonda opera di missionarietà nella diffusione della autentica fede di osservanza romana, ecco dunque che nascono delle chiese, battesimali appunto dove il rito del Battesimo assume la autentica dimensione di entrata a far parte della comunità cristiana, che si distingue dalle altre comunità pure presenti sul territorio.

Estremamente importante era dunque il periodo di preparazione alla condivisione della fede cristiana, che avveniva attraverso un periodo che andava dal giorno di Epifania fino al giorno del Sabato Santo, quando veniva amministrato il Santo battesimo per immersione nella Vasca del Battistero. Coloro che si preparavano al Battesimo confluivano dalle zone viciniori al Battistero che aveva funzione di aula di insegnamento. Si chiamavano Catecumeni ed entravano nel Battistero dalla porta di nord: il nord simboleggiava le tenebre; gli studenti catecumeni si dividevano: gli uomini nell’aula ottagonale del battistero e le donne nel matroneo, cui si accedeva dalla piccola scala sulla sinistra dell’ingresso di nord. Il giorno di Sabato Santo chi era ammesso al Sacramento del Battesimo nell‘ambito dei riti della benedizione dell’acqua veniva battezzato per immersione e gli veniva imposta la veste bianca che portava fino alla domenica dopo Pasqua, che ancora viene chiamata in Albis (in bianco) e usciva dalla porta di sud del Battistero a simboleggiare che le tenebre erano state squarciate e si usciva alla luce del sole o della verità appunto. I catecumeni ormai Cristiani rientravano alle loro casupole intorno alla prime cappelline e per Alierago  (Jerago), quella cappellina era San Giacomo. San Giacomo poi passò alla pieve di Gallarate e passò alla parrocchia di Jerago quando questa assurse al titolo di Parrocchia di San Giorgio.  Ma allora perché di San Giorgio non esiste menzione? E’ appunto qui che si apre uno studio su un argomento fino ad ora trascurato, perché localmente privo di presupposti:  quello della presenza Benedettina. Quando infatti durante il restauro del Campanile di san Giorgio sono venute alla luce le originali finestrelle monofore, prima tamponate, si é potuto constatare come esse siano formate da voltino in cotto a mattoni di costa (reimpieghi  di tegulae romane) sormontate da mattoni di piatto, messi a “bardellone”.

Questa e’ una tecnica del tutto simile a quella usata nel monastero di Torba, nel complesso di San Primo e Feliciano di Leggiuno e nella Abbazia di San Donato in Sesto Calende, tutte in rapporto con gli ordini monastici benedettini di San Gallo. Tali ordini monastici sono da collegarsi alla azione dei cosiddetti monaci irlandesi scesi in Italia dal nord  all’epoca di Gregorio Magno e per suo volere, al fine di recuperare al cristianesimo romano le località, di presenza longobarda, diventate ariane e pagane nel VII sec.  In tale opera di riconquista religiosa si distinse san Colombano (che sara’ vescovo di Bobbio) e il suo discepolo san Gallo, che operò prevalentemente nelle nostre zone. A testimonianza di ciò rimangono le numerose dedicazioni di chiese alla sua memoria. Chiesa di san Gallo a Vergiate e Santa Maria del Gallo a Buzzano. L’opera di recupero alla fede religiosa avvenne appunto attraverso la formazione di comunità, cappelle e monasteri. Le comunità longobarde furono avvicinate anche attraverso la dedicazione di chiese a San Giorgio perché tale Santo soldato doveva essere molto vicino alle abitudini guerriere del popolo dominatore. I monasteri avevano il compito di affrancare il popolo dalle servitù che erano diventate insopportabili, in effetti alle tasse romane che erano rimaste, si erano aggiunte le tasse dei popoli dominatori e quindi la dipendenza da un monastero permetteva al contadino di affrancarsi da quel tipo di oppressione.  Jerago oltre ad avere una chiesa dedicata a San Giorgio, era in prossimità del Monastero femminile delle monache della Calvaria (Cavaria), Monastero che peraltro possedeva proprio dei beni nei pressi della chiesa di San Giorgio. Si deve anche ricordare che il Parroco di San Giorgio in Jerago fu anche confessore del Monastero di Cavaria. La parrocchia di San Giorgio teneva un pellegrinaggio antico presso la Chiesa di Santa Caterina del Sasso di Leggiuno tradizione molto più antica di quella del Pellegrinaggio al Sacro Monte. Altro pellegrinaggio assai interessante é quello dei fedeli di San Maurizio di Solbiate alla chiesa di Buzzano. Anche questa tradizione scopre un itinerario di fede antica e benedettina. Come abbiamo rilevato i popoli locali di prima cristianizzazione ridiventarono all’epoca della caduta dell’impero romano o ariani o di incerta fede e i missionari di San Gallo tentarono di recuperarli alla fede attraverso tradizioni antiche, quali appunto quella di San Maurizio martire. Questi era legionario nella legione tebea che la tradizione vuole di stanza in queste zone all’ epoca di Diocleziano. Fu martirizzato nei pressi di Octodurum (Martigny) per essersi rifiutato come cristiano di sacrificare alle divinità pagane. Il recupero della testimonianza cristiana di questo santo proprio a Solbiate da parte dei Benedettini secondo un modo che abbiamo visto usuale, permette questa riflessione. Il santo non é estraneo alla popolazione, ma fa rivivere la  vicenda cristiana di un personaggio noto che aveva vissuto qui, servendo negli accampamenti romani che in questa zona erano diffusi ed era martire Cristiano venerato alla luce del sole dopo l’editto di Milano 312. La tradizione fu recuperata dall‘opera benedettina che portò anche al pellegrinaggio verso una meta benedettina come appunto santa Maria del gallo di Buzzano.  Tutta questa serie di riflessioni, che debbono essere ulteriormente approfondite e ampliate tendono ad aprire uno spiraglio su un mondo quale il Medio evo che, solitamente, viene considerato come periodo dai secoli bui, ma bui anche perché non sufficientemente approfonditi o conosciuti.  Per quanto concerne la nostra vicenda, mentre si conosce tutto del periodo visconteo, la parte precedente alla caduta dei Torriani e di Castelseprio sta per essere approfondita dai vari studiosi proprio in questi tempi. Quindi con l’innesto della chiesa di San Giorgio nella vicenda benedettina per i motivi sopraesposti si apre un aggancio della nostra piccola comunità cristiana e civile alla più vasta vicenda del Seprio.   Tale vicenda si può leggere anche nello studio sulla antropizzazione antica delle nostre zone, cioe’ sul rapporto intercorrente tra uomo e ambiente nell’antichita’. (segue)

Notizie sulla Parrocchia di san Giorgio martire in Jerago

La parrocchia di San Giorgio Martire di Jerago unitamente alle Parrocchie di San Martino in Besnate e San Giovanni Battista in Orago è costituita in Comunità Pastorale dal 1°gennaio 2010, dedicata a Maria Regina della Famiglia .

Parroco don Remo Ciapparella

Vicari Parrocchiali : don Carlo Cardani, don Marco Usuelli.

La Chiesa Parrocchiale di San Giorgio Martire, è stata edificata negli anni tra il 1924 e 1927  consacrata dal Beato Cardinal Ildefonso Schuster il 14 settembre 1932.

Si presenta a croce latina. Nella zona absidale: l’altare preconciliare, che custodisce il SS. Sacramento, al cui retro si apre un coro ligneo. Nel catino absidale troneggia  un  imponente Cristo in maestà con la popolazione locale  in adorazione. Ai fianchi dell’altare due grandi affreschi – Ultima cena e moltiplicazione dei pani.  Al centro dell’’incrocio del  transetto con la navata maggiore è posta  la mensa postconciliare. Nella cupola che si forma è affrescata la gloria di San Giorgio, parimenti tutte le volte illustrano con affreschi episodi della vita del martire. Le vele di raccordo portano i quattro evangelisti coi loro simboli.

 Ai lati del transetto si formano frontalmente   due cappelle:

– su di un fronte l’Altare settecentesco di san Carlo sovrastato da una gloria del medesimo  dipinta dal pittore bergamasco Carsana. Ai   lati due affreschi: col santo che reca il Viatico ai moribondi del lazzaretto- ed in processione per le vie di Milano col  sacro Chiodo,

– Sull’altro  fronte la cappella della B. V. del Carmelo con altare marmoreo e nicchia con la statua lignea della Vergine, opera novecentesca  dello scultore Franco Molteni di  Cantù. Ai lati affreschi con suffragio alle anime penitenti- istituzione dello scapolare.

Tutti gli affreschi della Chiesa sono stati realizzati verso il 1940 dal Pittore Emilio Orsenigo di Varese. Le vetrate degli alti oculos, in stile astratto dai vistosi effetti cromatici e quelle sulle  finestre con soggetti di santi ed angeli, sono state realizzate  su cartoni del pittore gallaratese Gianni Cassani. Il fonte battesimale proviene dalla antica chiesa dismessa, le vetrate col battesimo di Cristo sono del Cassani.

All’esterno, la facciata della chiesa è stata recentemete ristutturata, con una nuova artistica vetrata centrale con riferimento a Maria Regina della famiglia  ed  impreziosita da un importante protiro di ispirazione romanica con colonne in sarizzo e gnaiss granitico.

Nel territorio delle parrocchia di Jerago insistono le chiese di :

San Rocco ricostruita ex novo  alla fine del XVI sec.

San Giacomo X-XI sec, struttura in pietre a vista completamente originale e solo restaurata, offre all’interno importanti affreschi di varie epoche, sinopie di figure alto  medievali e affreschi viscontei.

Il Campanile della parrocchia è tuttora quello della antica chiesa parrocchiale (ora dismessa al culto, ma utilizzata come sala parrocchiale). La struttura originale del campanile in pietre a  vista, si fa risalire al X- XI sec., sovrapposto dalla cella campanaria cuspidata in cotto nel 1700 (tinta gialla).

La Parrocchia conta 29 vocazioni religiose femminili nell’ultimo secolo.

Undici parrocchiani dagli albori del 1900 ad oggi hanno ricevuto l’ordinazione sacerdotale e tra questi si annovera l’attuale Arcivescovo di Milano Mons. Mario Delpini

Notizie sulla antica chiesa di San Giorgio ora dismessa al culto e situata sulla medesima piazza della chiesa attuale

“La vecchia chiesa parrocchiale e la parrocchia di  San Giorgio sono  documentati solo dal sec. XIV° per l’esattezza dal 1398. Però titolo ed ubicazione della chiesa, già per sé stessi la retrodatano ad epoca molto più antica. Inserita nel vecchio tessuto urbano, essa è senz’altro la prima cappella della comunità, probabilmente eretta in quella fase della cristianizzazione, allorché i canonici, dal vicino centro plebano e battesimale di Arsago, diffondevano la nuova religione nelle campagne e nei piccoli villaggi circostanti. La dedica a San Giorgio è tipica dell’epoca longobarda per la nota associazione del “Santo guerriero” col carattere spiccatamente belligerante di quel popolo barbarico. Gli scavi effettuati dalla Sovraintendenza hanno rilevato all’interno della antica chiesa e sotto il piano di calpestio vestigia di abside e altare della primitiva chiesa databile presumibilmente al VII sec..”.

Inaugurazione dell’affresco di San Giorgio e il Drago

In concomitanza con la festa del patrono San Giorgio, è stato  benedetto dal Parroco don Remo l’affresco raffigurante San Giorgio e il drago, posizionato sopra il portale della antica parrocchiale di Jerago.

L’opera del pittore G. Franco Battistella è stata offerta dal pittore e dalla associazione  figli di Don Angelo. L’intervento di preparazione del pannello e di posizionamento è di Antonio  Lo Fiego. Gli studi storici e filologici  sono di Anselmo Carabelli.

La vecchia chiesa di San Giorgio presenta nella sua parte frontale, sopra il portale oggi  chiuso da una vetrata, una nicchia che fu affrescata nel corso dell’ultimo ampliamento  verso il 1881 dal pittore Luigi Tagliaferri di Pagnona (Valsassina), con la classica iconografia del nostro patrono, rappresentata da un ufficiale romano a cavallo, nell’atto di uccidere un minaccioso drago, servendosi di lancia. Tale affresco si ammalorò nel corso degli anni, fino a perdere qualsiasi leggibilità, anche in conseguenza del degrado cui fu consegnata la chiesa  dopo la sua dismissione al culto, 16 luglio 1927.

Osservando con Battistella  quel vuoto sopra il portale nasceva la curiosità di conoscere il soggetto svanito, e possibilmente farne una copia o riprodurlo filologicamente, così come già avvenuto per l’affresco della B.V. della Salette (via G. Bianchi) e Della B.V. del Pilatello (via Pilatello). Alcune foto d’epoca lo presentavano da un’ angolatura tale che, pur indicandone la presenza, non permetteva di  apprezzarne  il disegno . Don Remo accolse con entusiamo  l’idea e ci spronò nella realizzazione.  Abbiamo potuto rivedere un antico filmato sulla inaugurazione della chiesa nuova grazie all’aiuto del caro e indimenticabile Ulderico DeBortoli, che disponeva di una copia. Egli  passò tutta la pellicola fotogramma per fotogramma ricostruendo dettagliatamente la festa dell’inaugurazione, ma non  trovò inquadrature frontali della vecchia chiesa. Rimaneva la nostra memoria storica, l’altrettanto indimenticabile e caro Enrico Riganti. Nel suo racconto evidenziava come gli anziani ricordassero che  l’autore fosse lo stesso che aveva operato nella Chiesa di Carnago ed il soggetto poteva essere simile allo stendardo, che si portava nelle processioni solenni; oppure al San Giorgio affrescato da Emilio Orsenigo nella chiesa nuova. Considerato che l’Orsenigo non avrebbe riproposto nel 1940 una copia, avendo imposto uno stile  personale in tutti gli  affreschi, e che lo stendardo sicuramente veniva da manifatture che producevano in serie tali soggetti, abbiamo preferito ricercare nella produzione di Luigi Tagliaferri. Documentandoci su di lui, lo conoscemmo quale prolifico affrescatore di chiese ambrosiane verso la fine dell’ottocento.  Se Carnago non presentava affreschi di San Giorgio, a Cassina in Valsassina ne esisteva uno ed il nostro pittore Gianfranco Battistella  ha potuto disporre di un sicuro riferimento alla sua opera. Riteniamo che  quell’affresco possa essere il più fedele possibile all’originale perso, in ciò confortati dal fatto che normalmente i pittori molto attivi erano dotati di cartoni standard con i quali presentavano la loro produzione alla committenza. Cassina in Valsassina, poi, non è così vicina ad Jerago e nessuno avrebbe notato la somiglianza con lavori similari.

Nota sull’attualità del  soggetto. Chiaramente il Motivo di San Giorgio che uccide il Drago è un evidente richiamo al patrono di Jerago ed alla nostra comunità parrocchiale. Un cristiano è sempre attento (Lancia in resta) a vincere le deviazioni eretiche e varie (drago) che serpeggiano nella cristianità e si presentano sempre, nel corso della storia, con modalità e forme  diverse . Tutti i  parroci sono qui rappresentati da Don Remo e dal predecessore don Angelo, effigiati ai lati mentre guardano il Santo. Essi sono i committenti di questa opera, così come avveniva nei quadri antichi;  effigiati nell’atto di osservare il Santo in azione vogliono dirci come, in sintonia col proprio Vescovo,  operino gagliardamente  per difendere la comunità dalla continua e possibile deriva di comportamenti che, tollerati, porterebbero all’allontanamento dalla Nostra Santa  Chiesa.

Nota sulla esecuzione. Il pannello dipinto e posizionato in sede  presenta una faccia di  materiale cementizio specifico opportunamente rasato e posata su materiale composito a base di alluminio alveolare compresso, secondo una tecnica ormai acquisita e riproposta da Antonio Lo Fiego. La leggerezza del materiale infatti  consente la agevole collocazione finale dell’opera in sedi disagiate, unitamente alla esecuzione della pittura in laboratorio, senza pericolo di salita su ponteggi. I prodotti di supporto con indicazione di compatibilità con le componenti pittoriche sono forniti dalla più rinomata ditta milanese del settore restauri artistici.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’altare di San Carlo nella chiesa di San Giorgio

Il transetto della chiesa di San Giorgio, presenta nel lato destro l’altare di san Carlo con una grande raffigurazione pittorica della sua canonizzazione (pittore Giuseppe Carsana a. 1884  f.1) avvenuta nel 1610.  Il quadro fa da pala ad un altare marmoreo di foggia barocca, sufficientemente elaborato, entrambi provengono dalla chiesa antica di San Giorgio  qui ricollocati nel 1929 dal marmista Provasi di Crema. Sui lati del transetto campeggiano gli affreschi (pittore Emilio Orsenigo a. 1939- f.2-f.3) raffiguranti sul lato sinistro il Santo che dà il Viatico ad un appestato morente nel lazzaretto e sul lato destro la processione penitenziale della croce con la reliquia del Santo Chiodo, guidata dal  Cardinale Carlo per le vie di Milano in occasione della grave epidemia di peste bubbonica. Un tabernacolo assai prezioso ( f.4) presenta sulla porticina, in rilievo, le parole latine della consacrazione che evidenziano il momento in cui durante la messa il pane ed il vino si trasformano nel corpo e nel sangue di Cristo. Verità di fede ribadita strenuamente da S. Carlo nel Concilio di Trento, denunciando l’eresia dei protestanti che vogliono nella celebrazione della Messa e nel dividere il pane solo una memoria dell’ultima Cena. Questo tabernacolo poggia su di un altare o mensa, arricchita frontalmente da un paliotto (f.5) con due fiancate in scagliola intelvese datato 1759.  Pregevoli ai lati dell’altare sono i due bronzetti ispirati al reale salmista Davide. La volta ad arco del transetto è ornata dai riquadri e da tondi incorniciati al cui interno in origine (1929) furono disegnati simboli della carica episcopale – berretta cardinalizia, logo humilitas- pastorale- angioletti, poi coperti da vernice in occasione di una ritinteggiatura. Questo complesso di elementi architettonici e pittorici stratificatisi nel tempo parla di una devozione al santo che è presente fin dal tempo della sua canonizzazione (1610) e  stimola ad una ricerca più approfondita. Il 2 luglio 1570 San Carlo visita Jerago, una comunità di 128 abitanti distribuiti in 28 famiglie che abitano 11 case e 17 stalli.  Parroco è don Camillo Giussani, di anni 32, suo coetaneo, ex maestro di scuola, di buone letture, come testimonia la sua biblioteca, con testi di S. Tommaso e S. Agostino e l‘immancabile Caleppino, lo Zingarelli di allora. Lo qualifica la consuetudine di leggere ad alta ed intellegibile voce, annualmente, alla presenza di tutti i parrocchiani ivi compresi i titolari del Castello, la Bolla in Coena Domini di Gregorio XIII, con la quale,  in ottemperanza agli indirizzi del Concilio di Trento si condannavano: “la protezione accordata agli eretici, la falsificazione di qualsiasi documento pontificio, i maltrattamenti ai prelati,…….. ogni genere di attentati contro la giurisdizione ecclesiastica”.  Questo rivela una comunità fortemente legata alle direttive del suo vescovo ed in sintonia col Papa.  Nelle assise del Concilio di Trento, che si riunisce per contrastare il grave vulnus inflitto alla cristianità dalle chiese protestanti riformate,  il nostro cardinale Carlo era stata una guida sicura ed un campione della Riforma Cattolica. La comunità jeraghese ancor prima del 1620 aveva dotato la chiesa parrocchiale di un altare dedicato al santo ricavato a sinistra dell’altar maggiore tra il fianco del battistero e il fianco ovest del Campanile, sacrificando una parte della nuova e recente cappella mariana, (si veda un popolo in cammino ott. 2003 pag. 6). Fu pure commissionato tra il 1610 ed il 1620 ad un pittore ignoto un quadro del santo in abiti sacerdotali (attualmente in S. Rocco f.6) simile a quello dipinto da Giovan Battista Crespi per l’abside di San Gottardo in Corte.  Il Cardinal Federico Borromeo, secondo successore e cugino di San Carlo, nella sua relazione alla visita pastorale del 1620, lo descrive posto in sacrestia perché troppo grande per il piccolo altare.  Nella tela gli  jeraghesi vollero che il santo fosse ritratto con la barba, così come lo avevano visto di persona, poiché il santo, normalmente rappresentato glabro, sacrificò la barba solo nel 1576, come atto penitenziale in epoca di pestilenza. Quel quadro poté essere esposto nella sua destinazione solo nel 1759, essendo Parroco Carlo Fontana, grazie alla trasformazione della antica parrocchiale: ampliamento, sopraelevazione del campanile  della chiesa, nuova facciata. Fu edificata anche la nuova cappella di San Carlo, sul lato sud, con l’altare e le alzate in marmo in fregio alla pala. Lo scopo fu di distinguere chiaramene l’altare dagli oggetti di uso comune, mettendolo in risalto rispetto alle pareti circostanti, affinchè la mensa non venisse scambiata con un semplice tavolo domestico e contemporaneamente si valorizzasse il tabernacolo, preziosa custodia del S.S. Sacramento ( f. 1). II raffinato paliotto della mensa (f. 5) rivela un medaglione centrale dove una berretta cardinalizia racchiude una croce su di una barca, circondata da uno sfarzo di forme raffinate, nastri e fiori dai tratti bianco perlacei che sembrano emulare forme scultoree ricavate da ben più prezioso marmo di Carrara.  Erano realizzate invece con materiale ben più povero, duttile e caldo al tatto quale lo stucco; tinto e plasmato da autentici maestri che qui arrivavano dalla valle di Intelvi o dal Mendrisiotto, dando vita ad una serie di opere che qualificano alcuni altari delle nostre chiese settecentesche, in una rara  forma artistica, della quale oggi si è perso la tecnica, ma che rappresenta qualcosa di veramente prezioso ed irripetibile quanto ignorato. Ma ancora una volta l’apparato scultoreo a cornice del quadro e dell’altare di san Carlo, dimensionato alla rinnovata chiesa, risultava ora troppo grande per il quadro che, comunque rimase fino al 1884 quando fu trasferito in San Rocco, sostituito dal quadro della Gloria di San Carlo offerto dal sacerdote Pietro Puricelli, nativo di Jerago, padre oblato missionario di Rho. Il Puricelli lo aveva commissionato al pittore Giuseppe Carsana da lui conosciuto mentre operava nell’abbellimento del Santuario dell’Addolorata. In particolare Carsana è noto come autore dell’originale presepio a grandezza naturale, composto da forme ritagliate e pinte, che viene riproposto ogni anno a Natale nel Santuario, antesignano dei piccoli presepi di cartone della nostra infanzia. Nel 1929, con l’edificazione della chiesa nuova, tutto l’altare fu ricollocato integralmente sul lato sud del transetto (f. 7).

1991- restauro del Campanile romanico di San Giorgio

La  storia conservata negli archivi, da San Carlo in poi, e quella intuita leggendo la struttura muraria del nostro campanile, ricorda che un suono di campana,  fin dal X secolo, ha  sempre  scandito il dì, per chi si è trovato a vivere in questi luoghi. Persone ignote, tanto lontane nel tempo, con le quali condividiamo la comune fede cristiana, nell’anno mille di nostro Signore, avevano voluto edificare un campanile veramente imponente da impreziosire la chiesa più antica, sorta già nel VII sec., dedicata a quel  san Giorgio, tanto, caro ai  longobardi. Si pensi ai sacrifici che quegli abitanti si erano imposti nella realizzazione di  questa torre. Vivevano in casupole di legno innalzate  su un fondo  perimetrale di sassi , e riservavano   per il campanile tutte  le pietre rese dalla roncatura  e  dalla coltivazione dei terreni. I trovanti di granito, (dono dei ghiacciai che si erano ritirati creando le nostre colline moreniche), venivano sapientemente tagliati e dimensionati  per farne sassi squadrati da imposta e da angolo. Il tutto sarebbe stato elevato e consolidato con malta di calce, sabbia e inerti ricavati da frammenti di antichi mattoni, che sminuzzati a dovere, sostituivano il ghiaietto di difficile reperibilità. Questa osservazione legata alla quantità dei resti di tegole e mattoni di fattura latina (tegulae piatte, imbrices o coppi,  suspensurae cilindri di cotto usati nelle termae latine)  reimpiegati come ornamento a decoro nella facciata ovest del campanile ci hanno permesso di rilevare come su questo nostro territorio i latini o i celti romanizzati fossero  presenti e numerosi.  Dal  greto del fiume provenivano solo i sassi bianchi, da cuocere in fornace per produrre la calce. Chi aveva costruito quel campanile era un maestro muratore-magister cum macinis, proveniente dalla Val d’Intelvi che dava i suoi servigi alla comunità, offrendo esperienza e una piccola squadra di uomini. Questi portavano nella loro dotazione: compassi, squadre, filo a piombo,  funi lunghissime e pulegge per carrucole a più rinvii, capaci di sollevare i pesi e la malta fino alla cima del  campanile medioevale (la parte tinta in giallo è una sovrapposizione barocca, dopo l’eliminazione della cuspide e dell’ultimo ordine romanico con finestra bifora a stampella). Tutta la manovalanza, era rappresentata dai locali che contribuivano in lavoro, mentre i notabili contribuivano in denaro. Solo una grande perizia costruttiva poteva garantire,  la   stabilità  nel tempo di una costruzione che si eleva per 26 metri e alla base presenta mura di circa 120 cm di sezione ed una canna centrale che si rastrema fino alla cella campanaria. Solo un legante a presa lenta quale la calce idraulica  può permettere  l’assestamento progressivo del grande carico di materiali, evitando le crepe e consentendo al manufatto una presa tenacissima tale da sfidare anche l’incuria  dei  secoli  ed il terremoto del 1117, l’unico della Lombardia.   Costruito verso il X secolo, secondo le leggi dell’epoca (il riferimento è ai capitolari italici) solo una comunità che poteva garantire una vita decorosa ai suoi sacerdoti poteva edificare un luogo sacro. Dalle ricerche di archivio di Carlo Mastorgio nel 970  Allierago aveva almeno due uomini liberi (Ato e Taudalaberto, di evidente stirpe longobarda), come tali possessori di terreni e ricchezze, garanti  di una vita civile che si svolgeva anche tra due chiese: la chiesa di San Giorgio e la chiesa di san Giacomo. E’ il periodo nel quale le nostre parrocchie territorialmente passano della pieve di Arsago alla pieve di Gallarate.  Rimane l’incognita del perché la chiesa di San Giorgio non appaia nel liber notitiae Sanctorum Mediolani di Goffredo da Bussero 1370.  Questo fa dedurre al Cazzani come la chiesa di san Giorgio in quanto non indicata, non solo fosse posteriore alla chiesa di San Giacomo, ma il suo campanile seppur citato  nelle visite cinquecentesche fosse  un  campanilino. Sfugge al Cazzani un documento nel quale  il visitatore di San Carlo, Leonetto Clivone lo definisce Turris Campanaria e non turricola  e una torre è pur sempre una torre. Ma il Cazzani, che ha scritto la fondamentale storia di Jerago, abbraccia l’ ipotesi  della  ricostruzione totale del campanile nel 1820, all’epoca della costituzione del primo concerto delle campane. Tale osservazione  peraltro definita ipotetica dal suo autorevolissimo estensore creò non pochi problemi a Don Angelo Cassani  che riconoscendo come  il campanile fosse di origini romaniche, mai demolito e solo rialzato, riteneva dovesse essere recuperato, ristrutturato riportato alla sua funzione originaria ed insieme ad esso dovesse essere recuperata l’antica chiesa, questa si più volte rimaneggiata. Per la precisione tra le osservazioni di Mons. Cazzani e le osservazioni di Don Angelo intercorre un lasso di tempo di circa 15 anni, anni nei quali l’antico complesso stava franando, ma il degrado degli intonaci di certe zone difficilmente raggiungibili, aveva messo a nudo parametri potenzialmente medioevali.   Il campo delle opinioni si divise tra coloro che,  sulla base della storia scritta non riconoscevano grande valore al campanile ed alla antica chiesa e coloro che ritenevano che il tutto andasse restaurato, tutelando la nostra memoria storica e il desiderio di sentire finalmente risuonare le campane per troppo tempo inattive.

La storia recente ci ha dimostrato come questi ultimi prevalsero, offrendo alla attenzione di chi visita il nostro borgo spunti per un logico e positivo apprezzamento verso un popolo che sa difendere e valorizzare  le proprie radici.

A vèla – La bandierina segnatempo del campanile

bandierina

 

Gli anziani che parlavano il dialetto spétasciò, per intendersi quello bello grosso e autentico diverso dall’odierna forzata traduzione dall’italiano, chiamavano Vèla la bandierina segnatempo del campanile. Alla base della croce col suo roteare ci avvisa ancora del clima, più precisa della meteo della Svizzera italiana o di un altimetro in montagna.  In estate la bandierina che guarda a sud-est spinta dal vento di Santa Caterina del lago maggiore, è foriera di grandine e tempesta. Quando il cielo si faceva nero e cupo, era allora che il sacrestano, normalmente un Riganti della Piazza, correva aiutato dai famigliari a suonare il rum, cioè le campane a distesa, che innalzassero col loro suono il motto fuso nella IV campana a fulgore et tempesta libera nos Domine –dalla folgore e dalla tempesta liberaci o Signore. L’esperienza insegnava che il forte suono delle campane riusciva a neutralizzare le nubi gravide di grandine.  Il parroco si affrettava sota ul portig portico esterno della chiesa antica per la benedizione e per domandare al Signore la calma degli elementi. Nei tempi passati, si viveva di agricoltura e la grandine sarebbe stata un autentico disastro. Non ci si meravigli, ma prima dell’ultimo ampliamento della chiesa vecchia, circa 1880, essa era dotata di portico o Pronao come si dice oggi e doveva essere molto bello a memoria dei vecchi, col suo sagrato nobilitato da beole, che tolte sono servite per lo zoccolo della facciata ottocentesca. Dismessa la Chiesa al culto, i gradini di accesso al portone sono stati asportati per facilitare la viabilità della via Colombo e riutilizzati nella scalinata in pietra di San Rocco. Prima di quell’ultimo allungamento, la nostra antica chiesa nella sua parte anteriore assomigliava un poco a quella di Sant‘Alessandro di Albizzate, e da quella loggetta la prima domenica di maggio il nostro parroco, già in veste liturgica per la prima messa del giorno, accoglieva benedicente i pellegrini di San Maurizio di Solbiate  che in processione  si recavano al Santuario di Santa Maria in Buzzano per sciogliere il loro antico voto alla Madonna che li aveva salvati da una funesta moria di bimbi. Vedere solbiatesi incedere lentamente, pellegrini per le vie del paese tra San Giorgio, la cappellina della Madonnina di Via Bianchi, la chiesa di San Giacomo presso il Castello, ci autorizzò a soprannominarli benevolmente Lumaguni da Sulbià – lumaconi.  Tornando alla Véla, un osservatore attento, può apprezzare come essa sia traforata col simbolo del biscione visconteo, ma sopra vi sia rivettata una lamina in ferro pure traforata da un’aquila absurgica. Questo conferma i dati di Archivio, dove si può rilevare che Il primo ampliamento della chiesa, quella descritta da San Carlo e dal cardinale Federico, avvenne in forma massiccia ad opera del capomastro Piantanida dal 1750, rendendo necessaria la sopraelevazione del Campanile (parte tinta in giallo), che altrimenti sarebbe scomparso, soffocato nei nuovi volumi. Amministrativamente ci riferiamo  all’epoca del severo governo della Lombardia Austriaca di Maria Teresa e possiamo ben dedurre che il pubblico decreto di attuazione, l’attuale licenza edilizia, avesse richiesta la sovrapposizione dell’aquila absburgica all’ormai obsoleto biscione visconteo.   Fortunatamente il restauro della Croce cuspidale fatta ad opera del sig. Giovanni  Franchina, che in originale è ora  custodita nella casa parrocchiale, ha ben rispettato questa peculiarità, rivettando ancora sulla bandierina  la  targhetta con l’aquila. Ma non posso ignorare il caro Gigi Turri, cui si deve la messa in opera del meccanismo che consente alla bandiera di prendere il vento e di muoversi liberamente, pur in presenza dell’ostacolo dell’asta del parafulmine. Lo vedo ancora, quando si stava togliendo il ponte che fasciava il campanile a restauro ormai finito, appoggiare quasi funanbolicamente la scaletta alla cuspide, per assicurarsi, da bravo meccanico quale era, che quel lavoro fosse fatto bene. Mi diceva: Te vedat Anselmo, la vèla la ga da girà anmò par tanti secul – vedi Anselmo, questa bandierina deve muoversi ancora per tanti secoli, come a dire che ciò che si fa per la chiesa deve essere fatto molto bene, perchè sarà giudicato col metro dei secoli. Lo sguardo su quella bandierina e sulla Croce che la sovrasta aveva dilatato la nostra attenzione verso chi ci aveva preceduto e verso coloro che sarebbero venuti dopo di noi, in armonia con gli insegnamenti della comune fede cristiana.

 

 

                                                    

Organo della Chiesa di San Giorgio in Jerago – Un organo antico patrimonio storico a far data dal 1820

Rif. Archivio Parrocchiale Cartella II –4 (chiesa Vecchia)

L’organo che osserviamo nella chiesa di San Giorgio è presumibilmente lo stesso, con opportune aggiunte e ampliamenti, di cui si parla nella lettera alla “onoranda Amministrazione della Chiesa Parrocchiale di Jerago-Varese 18 maggio 1883” con il testo di seguito elencato:

“Se codesti egregi  Signori, hanno fede nella esperienza e nella lealtà del sottoscritto, questi dietro l’attento esame del materiale dell’Organo, e dello stato di deplorevole decadenza, in cui lo posero l’abbandono, i topi ed un poco la vetustà di qualche parte già goduta (sic) già dalla collocazione (70 anni fa), trova indispensabile la folta e descritta operazione perché lo strumento, possa riprendere il suo posto nella rinnovata chiesa e portare buono e durevole servizio.

E’ una spesa purtroppo sensibile, ma un maggior risparmio sarebbe in questo caso una economia rovinosa e feconda di pentimenti.

Nota delle opere a farsi.

-1  Un nuovo gransommiere  di tasti n. 58, a vento e meccanica perfezionata e disposta per accogliere qualche registro importante in seguito                                         L. 500

-2 Analoga tastiera di tasti 58, in ebano nero, e pedaliera                                                             L.80

– 3  Tutto rinnovato il sistema d’aria, con generatore a manubrio e rimonta dei due mantici attuali                                                                                                 L.170

-4   Recupero delle tantissime canne rosee guaste e aggiunta delle N. 100 canne, nuove per gli otto tasti nuovi                                                                                                                         L.125

-5 riforma di gran parte dei contrabbassi                                                                          L.75

-6 Collocazione dell’organo con riforma parziale e rimonta di tutto il meccanismo    160 

                                                                                                                              

 Tot  L.1.110

Firmato Maroni Biroldi ( Varese 18 maggio 1883)

A commento di quanto sopra pur nella  rapidità della ricerca non ho trovato successivamente alla data su accennata altre indicazioni che facciano pensare alla completa sostituzione dell’organo, ma solo al suo successivo  trasferimento nel 1925, dalla antica chiesa alla nuova chiesa nella posizione dove si trova attualmente ed al suo ulteriore ampliamento. Le premesse sono comunque incoraggianti per ulteriori e più profondi accertamenti, che mi auguro possano consentire di riascoltare   la mirabile voce di questo antico strumento.

 Anselmo Carabelli. 

1 La data del 1883 fa riferimento al terzo ultimo ampliamento della chiesa di San Giorgio Antica ed alla collocazione dell’organo sopra la cantoria, oggi porta centrale di ingresso , priva di gradini su via Colombo 

2 Vetustà vuole evidentemente dire che lo stato di abbandono fa riferimento ad una cosa molto più antica

3  La data tra parentesi sta nel testo originale quindi l’autore- Luigi Maroni -Biroldi  fa riferimento a due episodi: una collocazione avvenuta verso il 1820 e di una ricollocazione del 1883.Ma già la collocazione del 1820, presumibilmente nel vano anteriore alla cappella del battistero, era di  un organo ancora più antico traslato da altra posizione  nella chiesa stessa.

E’ probabile , a mio avviso che il Luigi Maroni Biroldi fosse a conoscenza di questo, perché famigliare della piu antica stirpe di organari Varesini i Biroldi, stagnini operanti in Germania, dove appresero l’arte di fabbricare organi. Verso il 1700. A Giobatta Biroldi, successe il Figlio Eugenio ed il nipote Luigi Maroni Biroldi, autore dello scritto, quindi e presumibile che nel suo archivio vi fosse la storia del nostro organo.    

4 Questo manubrio lo si trova ancora nella nuova collocazione e serviva in caso di emergenza (ed esempio mancanza di corrente elettrica che alimenta il motore trifase. Chi scrive ricorda di aver fatto tali manovre un giorno di blak aut)

5 Le canne rose stanno ad indicare l’azione dei topi che hanno mangiato il piombo delle canne, di cui sono ghiotti, questo osservazione è tipica di chi opera  nel recupero di quasi tutti gli organi

6 La riforma potrebbe  far pensare alle nuove indicazioni liturgiche, che chiedevano la eliminazione di tutto ciò che avvicinava la musica liturgica alla musica profana, si pensi a Rossini. Tale riforma verrà codificata come punto di arrivo dal Papa Pio X 1915

7  per il 1883 è sicuramente una bella cifra , questo sta a testimonianza dell’importanza dello strumento

Osservazioni in calce alla conferenza sul Campanile romanico di S.Giorgio in Jerago

(Jerago 3/10/1991 – di Anselmo Carabelli)

Chiesa

Nel corso della conferenza indicata, tenuta per la parte storica da Carlo Mastorgio e dallo scrivente, e per la parte tecnico architettonica dall’Arch. Vassalli e dall’ing. Battaini, e’ stato rilevato, che l’avvenuto restauro del Campanile di San Giorgio, eseguito nel pieno rispetto dei canoni architettonici romanici, ha messo in evidenza una struttura millenaria, prima ignorata.  Tale restauro ha portato un nuovo ed importante contributo alle ricerche sulla storia locale integrata nelle vicende di Arsago, Castelseprio e Sesto Calende. Il nostro territorio, sotto lo stimolo di questa scoperta, si e’ rilevato ricco di tracce sempre piu’ evidenti degli avvenimenti che hanno interessato la Storia nel suo più vasto divenire. La prima cristianizzazione delle nostre contrade. ad opera dei missionari di Ambrogio, si evidenzia anche nella possibile presenza di una cappellina paleocristiana inglobata poi dalla più grande chiesa successiva dedicata a San Giorgio. La dedicazione a San Giorgio, santo che per la sua figura di guerriero e’ particolarmente legato alla gente longobarda ed alle tradizione bellicose di questo popolo, rivela la presenza di una comunità longobarda  territorialmente coinvolta con le vicende del Seprio. Si tratta di una comunità socialmente ed economicamente ben strutturata, tanto da consentire nell’anno 976  a due suoi membri di censo elevato, Ato e Teudalberto di fare da testimoni a permute di terreni nel Seprio [Mastorgio]. 

Intorno all’anno mille le persone cominciano a muoversi in pellegrinaggio verso i luoghi Santi di Gerusalemme, di Roma e di Santiago di Compostella (ricordiamo che Santiago e’ il nostro San Giacomo). La grande diffusioni di Abbazie Benedettine e Cluniacensi in tutta Europa facilita con la ospitalità propria di tali ordini, i pellegrini. Le Alpi poi con la costruzione di vari ospizi San Bernardo, Monginevro, diventano un logo di grande passaggio.

Chiesa

L’anno mille e’ poi il primo millenario della nascita di Cristo e tutte le comunità religiose tendono a solennizzare tangibilmente questa irripetibile ricorrenza. Nasce allora il cosiddetto campanilismo, inteso come accesa rivalità fra comunità limitrofe, un campanile  o una chiesa nuova  possono dunque ben celebrare l’evento millenario  e far  morire di invidia i vicini. Di questa tensione rimangono, ora, solo poche tracce e fortunatamente la parte romanica del campanile di San Giorgio e’ una di queste.

Lo stile romanico e’ poi una caratteristica architettonica peculiare di quel tempo, in tutta Europa e la culla di tale stile fu proprio la Lombardia. Fu proprio Guglielmo da Volpiano, abate e architetto di San Benigno di Digione, divenuto verso il 1040 rettore di ben quaranta monasteri in Europa a diffondere il romanico avvalendosi esclusivamente di maestranze lombarde, fra le quali si distinsero gli Anterami dalla Val d’Intelvi. Era consuetudine di tali maestranze che migravano fino in Norvegia, in Normandia in Borgogna, ritrovarsi annualmente in Val d‘Intelvi in occasione di mostre specifiche,  per scambiarsi e accomunare le esperienze maturate nei più diversi luoghi di lavoro. Quindi il campanile di San Giorgio altro non e’ che una traccia estremamente ben conservata e restaurata, di questo crescere della umanità del mille illuminata dalla fede cristiana.

Nel corso del restauro si e’ ben posta in evidenza un’altra particolarita’ del romanico. il cromatismo.

In una nota dell’ing. Aldo Castellano, docente al Politecnico di Milano e dell’Arch.Vittorio Mira Bonomi, espressa nella conferenza tenuta il 9/11/91 presso la Societa’ di Studi Patri di Gallarate, si evidenziava la stupenda ricerca del colore nelle costruzioni religiose romaniche. La tendenza dei restauri conservativi ha purtroppo ignorato tale cromatismo facendo prevalere il grigiore della pietra.

Bene, se noi osserviamo il nostro campanile, sotto le diverse illuminazioni diurne, vediamo chiaramente una grande varieta’ nelle tonalita’ dei grigi e degli azzurri dello gneiss granitico, uniti al tenue rosa delle pietre di risulta, in uno stupendo contrasto con il rosso del cotto. Il restauratore, Architetto Vassalli ha quindi saputo cogliere pienamente il messaggio cromatico di quel primo progettista che abbiamo visto appartenere alla grande famiglia dei Maestri Comacini.