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La chiesa vecchia di San Giorgio in Jerago

In data 31 gennaio 1995 indirizzato a Don Angelo Cassani-Parrocchia di San Giorgio Martire-Jerago con Orago perviene un dispaccio della Regione Lombardia-Settore Cultura e InformazioneServizio Musei e Beni culturali, protocollo PG/ma n. 493/95, avente per oggetto la legge Reg. 14-12-1991 n. 33, con il quale si comunica la concessione alla Parrocchia di Jerago  di un contributo di Lire 1.356.000.000 finalizzato alla ristrutturazione della Chiesa di San Giorgio.

In tale documento sono contenute le indicazioni di tutte le pratiche da esperire e le modalità di rimborso.

Tale modalità prevede la restituzione del contributo in 10 quote annuali senza aggravio di interessi, a partire entro il 30 giugno del secondo anno successivo a quello in cui è avvenuta la prima erogazione.

Compito di chi scrive sarà quello di documentare l’importanza di questo atto che permetterà di salvare la Vecchia Chiesa dal suo inevitabile destino di rovina.

Le cronache ricordano che la Chiesa Vecchia cessò di essere utilizzata per la celebrazione della S. Messa dal 16 luglio 1927 e già dal giorno 23 luglio dello stesso anno verrà utilizzata come oratorio cinema e teatro parrocchiale dall’allora Rev.do Parroco don Massimo Cervini.

Tale utilizzo rimarrà fino al 21 maggio 1955 quando don Luigi Mauri potrà inaugurare il nuovo oratorio con annesso Auditorium Cine Teatro. Da quella data comincerà l’abbandono della Chiesa Vecchia. In effetti tutte le attese saranno verso la necessità di abbattere la Chiesa Vecchia per poter costruire al suo posto quegli spazi che effettivamente mancavano alla completa realizzazione dell’oratorio maschile. A questa soluzione, però si frapposero diversi ostacoli. In primo luogo la necessità di avviare nuovi lavori solo dopo aver finito di pagare i debiti, la scelta di affrontare prioritariamente altri lavori altrettanto necessari e da ultimo il divieto assoluto della Sovraintendenza ai Beni Artistici e Monumentali di intraprendere qualsiasi lavoro a qualsiasi titolo nella Chiesa Vecchia senza il suo benestare. Tralascio le circa 15 lettere intercorse fra don Luigi Mauri, la Prefettura, la Sovraintendenza, il Comune negli anni dal ’60 al ’70 aventi per oggetto la pericolosità della Chiesa Vecchia, la richiesta di abbattimento, i veti a procedere in tal senso e infine le richieste di contributi al restauro sempre accolti dalla controparte con un “manchiamo di fondi”.

Alla Chiesa Vecchia si addossava la Canonica con annesso cascinale che furono abbattuti nel 1961 per far posto alla nuova casa parrocchiale. Ma questa operazione mise maggiormente in evidenza il suo  volume architettonico molto interessante unitamente a quello del Campanile. Naturalmente questo non sfuggiva ai tecnici della Parrocchia, quali l’architetto Francesco Moglia, il quale, nello stesso momento in cui faceva perizie tecniche sullo stato del degrado del tutto, si preoccupava di far rilevare, con corrispondenza archiviata e indirizzata al Parroco di essere contrario a qualsiasi forma di d’abbattimento. Non dimentichiamo che i lavori degli spalti del Campo sportivo nel 1966 (come da rilievi fatti dalla ditta Consonda, all’epoca della ristrutturazione del Campanile) se da un lato consolidarono la massicciata su cui insistono sia la Chiesa Vecchia che il Campanile e l’Oratorio, furono causa di assestamenti nel terreno che forse provocarono fratture nella sagrestia vecchia e nel catino absidale, poi demoliti e pure causa della torsione del Campanile verso nord-ovest. Di questo tutti si resero conto nella impossibilità di continuare a suonare le campane. Le campane rimasero dunque mute per molti anni. All’inizio degli anni ’80, cominciarono pure a manifestarsi problemi al tetto della Chiesa Nuova con evidenti infiltrazioni di acqua. Anche sul versante dell’Auditorium, la nuova legge in materia di sale teatrali, praticamente inibì l’uso della sala per qualsiasi tipo di manifestazioni. Il Parroco don Luigi Mauri cercò di provvedere alle necessità immediate con manutenzioni ordinarie e privilegiando il desiderio suo e della popolazione di risentire il suono delle campane, commissionò alla ditta Perego il nuovo castello della torre campanaria in sostituzione di quello ammalorato.

Tale sua decisione rappresenta un punto di svolta nella generale convinzione che tutto il vecchio complesso dovesse essere abbattuto. Infatti pur essendo vero che la maggioranza della popolazione desiderava un Campanile funzionante, non era comune convinzione che si dovesse restaurare il vecchio: alcuni proponevano una torre in ferro affiancata alla nuova Chiesa, altri un campanile totalmente nuovo per il quale erano già pronti i disegni fin dall’inaugurazione della Chiesa Nuova.

Poi, come sempre, i progetti, si scontrarono con la dura realtà delle ristrettezze economiche e avvenne che furono riposti nel cassetto, unitamente alle polemiche che avevano generato.

Il Parroco don Luigi Mauri, a compimento della sua missione pastorale presso la Parrocchia di San Giorgio nel 1987, lascia la Cura al successore don Angelo Cassani.

Don Angelo si accorge subito della bellezza e dell’importanza di quei due beni architettonici che sono il Campanile e la Chiesa Vecchia e si propose di recuperarli.

In effetti questi due monumenti oltre ad essere artisticamente assai interessanti, sono lo scrigno che racchiude le radici della vicenda cristiana della nostra comunità e singolarmente di ognuno di noi. Basta riflettere, che proprio lì, in quella vecchia Chiesa, sicuramente fino dal 1300 hanno pregato i nostri antenati, si sono sposati i nostri nonni e hanno ricevuto il S. Battesimo i nostri genitori. Lì si è rafforzata quella fede condivisa con tutti coloro che hanno avuto la ventura di ritrovarsi in questa Parrocchia. Non si può passare del tutto indifferenti davanti a quei ruderi. Quante volte, troppe forse, abbiamo consentito la distruzione di quanto aveva l’unico difetto di ricordarci le privazioni dei tempi passati?

Una domenica all’oratorio (parte seconda)

(testo di a Carabelli su ricordi di Enrico Riganti e dello scrivente)

Io avevo sette anni nel 1954 quando cominciai a frequentare l’oratorio ed ebbi modo di vedere le stesse cose, ricordo in particolare il cinema nella Vecchia Chiesa, ormai chiusa al culto. La platea era formata da una discreta teoria di panchette di legno, coi sedili ribaltabili, per la gioia di noi ragazzi quando, con i piedi, li tambureggiavamo in un baccano assordante. La macchina da proiezione era in una cabina posticcia, lì ove in precedenza era il portone di ingresso, le porte di accesso dai gradini laterali che danno sulla piazza, lo schermo ed il palco, dove una volta erano la balaustra e l’abside. Quando non c’era il cinema, la stessa sala, tolte le panchette diventava sala per l’oratorio. 

Ben presto però, per iniziativa di don Luigi Mauri, il nostro paese si dotò della più bella sala da teatro della provincia, dal nome altisonante, dato ad imitazione del grande Auditorium di Via della Conciliazione, che don Luigi ci portò a visitare durante un pellegrinaggio a Roma nel ’61, mentre era Papa Giovanni XXIII. Altisonante era anche il nome dell’architetto che lo aveva realizzato: il prof. Montecamozzo, certo a me bambino doveva apparire come un genio, ma oggi non più, quando guardo con orrore a quei volumi così tozzi e sgraziati da capannone, messi lì in sfregio al Campanile ed alla Chiesa vecchia. Certo però che quel nome si riabilitava totalmente grazie al brevetto dello schermo panoramico e del palcoscenico, dove si poteva ricreare qualsiasi evento atmosferico: tramonti, aurore, uno spettacolo da rimanere esterrefatti, tanto verosimile era la finzione scenica. Il mondo, fuori da scuola e via da casa, per noi ragazzi era tutto lì, all’Oratorio a giocare a ping-pong sotto il portico, al pallone nel campo sportivo, ad arrampicarci sul pendio che lo divideva dalla grande costruzione, pendio che stava franando per conto suo ed anche col nostro fattivo aiuto. La campanella, che doveva essere quella della vecchia Canonica, era stata messa in posizione centrale, appena fuori dall’atrio, serviva a don Ausonio per radunarci solitamente nell’aula don Massimo, dove assistevamo alle filmine con le storie di Gargantuà o di Max e Moris. Don Ausonio, sempre molto attento alla formazione di ciascuno di noi, era maestro nel catturare la nostra attenzione adattando mirabilmente la voce ai vari personaggi ed alle varie situazioni dei racconti. Prima di concludere le nostre giornate ci portava in gruppo nella Cappellina per le preghiere  e poi tutti a casa di corsa.

La domenica sera e il mercoledì invece si andava al cinema. Rammento quanto fosse bello, accompagnato talvolta dalla mia mamma, assistere ai films di Stanlio & Ollio, ai vari corsari, ai films di indiani. Ognuno nella grande sala occupava il suo posto, sotto le famiglie e i ragazzi, in galleria i giovanotti e le timide coppie di fidanzatini, che prendevano il coraggio di mostrarsi al paese e, sopra tutti, l’occhio vigile e discreto del signor Parroco e del Coadiutore. Erano tempi quelli in cui era grande il senso del rispetto e del pudore dei sentimenti. Il buon Eligio Tondini che dalla vendita dei bon bon era stato promosso a responsabile della biglietteria e della sala, armato dei primi pennarelli ad acqua si preoccupava pure, con opportuni ritocchi, che la pubblicità delle locandine fosse sufficientemente castigata. Ritengo che i films fossero previsionati, ma quello che a prima vista poteva ritenersi censura, altro non era che una giusta preoccupazione che il genitore o l’educatore non dovessero arrossire per lo spettacolo al quale stavano assistendo al fianco dei loro  figli. Forse fu questa una delle motivazioni che aveva fatto costruire, in ambito oratoriano, un teatro così importante.

I giovani più esperti erano addetti alla cabina di proiezione, il cui accesso era interdetto ai piccoli, ma come tutte le cose vietate, anche il più desiderato. Tra loro ricordo Valentino Colombo, Arturo Bassetti, Antonio Bonalli, Angelo Balzarini, Pierino Clerici, Luciano Caruggi, Eligio Tondini, ai quali seguirono molti altri. L’abilità dell’operatore consisteva nel tenere la giusta distanza tra i carboncini degli elettrodi, tra i quali scoccava l’arco voltaico, perché altrimenti l’immagine sullo schermo si sarebbe sfuocata. Nulla di tragico però, la platea con un forte e disumano boato avrebbe rimesso le cose a posto svegliando l’operatore dal suo torpore. Al cinema si alternavano i teatri, le operette, le accademie per le varie ricorrenze. La presenza di un così bel palcoscenico invogliava tanti gruppi a cimentarsi su quelle scene. Dal primo “Baslot d’or”, alle operette, alle indimenticabili rappresentazioni curate da don Luigino, ai più recenti intrattenimenti musicali dei giovani, ai carnevali, l’Auditorium è sempre stato il centro delle attività ricreative del paese. 

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