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Ceramica di Cristo Risorto- Battistero

foto di Francesco Carabelli

Testo a cura di don Remo Ciapparella tratto da “Camminiamo Insieme” – novembre 2020

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Dono della Fondazione don Angelo Cassani a don Remo per aver sempre sostenuto e incoraggiato la loro esperienza di Comunione e di Chiesa.

Da quando don Remo è con noi, non ha mai mancato di apprezzare le iniziative promosse in memoria commovente della persona di don Angelo che si è immolato per la nostra Parrocchia di Jerago in anni grevi di difficoltà per motivi di salute e sociali.

Don Angelo veniva da Milano in serie condizioni di salute dopo esser stato aggredito dalle Brigate Rosse che gli hanno causato parecchi giorni di coma.

Un campione che Jerago ha sempre saputo apprezzare soprattutto negli ultimi anni, messo fuori condizione da una seria malattia che l’avrebbe condotto alla morte.

La ceramica, dopo anni di progettazione, va a decorare la parete spoglia del battistero. Da tempo avevamo in cuore di rendere importante l’antico fonte battesimale che ha donato alla chiesa locale generazione di cristiani.

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Preghiera per don Angelo (scritta da don Franco Rustighini)

“Alla vigilia del suo funerale, ho telefonato in parrocchia e mi è stato chiesto se dicevo, un pensiero, una preghiera, alla soste della chiesetta di S. Rocco, prima di giungere al cimitero (il giorno del suo funerale -ndr)

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     Alla sera ho scritto questa preghiera:

O Signore,

tu hai dato al nostro Don Angelo

un cuore sapiente, pronto a interpretare in

ogni avvenimento, l’espressione della tua volontà.

Un cuore nuovo, per la viva presenza dello Spirito

e mite, nelle manifestazioni affettuose

coi bambini e anziani.

Un cuore semplice, che non ha mai cercato

I primi posti o avanzato pretese;

Un cuore puro nella limpidezza delle relazioni

cordiali, sincere, ricche di calore umano.

O Signore,

hai donato al nostro Don Angelo  

un cuore forte che ha saputo affrontare

i difficili passaggi della solitudine

e dell’incomprensione;

un cuore vigilante, sempre orientato verso di te,

nelle gioie e consolazioni,

nelle amarezze e nelle sofferenze.

Gli hai dato un cuore generoso,

nel predisporre tanti servizi alla comunità,

senza farsi notare.

Un cuore intraprendente,

perché l’educazione umana e religiosa

avesse le strutture opportune.

Ogni sua opera aveva un unico grande fine:

“ Tutto per la gloria di Dio”.

Il nostro grazie, o Signore, è piccolo

Ma con l’Eucaristia diventa sconfinato.

E il dono che ci hai fatto

nella sua persona esile e grande,

noi lo restituiamo a te, che come Padre attendi il ritorno dei tuoi figli,

nella comunione dei santi. Amen.”

ndr- La preghiera è stata pubblicata sul numero di gennaio 2007 dell’informatore parrocchiale Un popolo in cammino

ATTO DI CONSACRAZIONE DELLA NOSTRA VITA A CRISTO – dagli scritti di Don Angelo Cassani in occasione del suo XV° Dies Natalis – 2 Dicembre 2021

ATTRAVERSO MARIA PERCHE’ LA CHIESA

DIVENTI SORGENTE DI VITA NUOVA

PER TUTTI GLI UOMINI

fonte immagine: parrocchiasangiorgio.it

MARIA.

Tu sei la madre di Cristo

Madre della Comunione che 

Tuo Figlio ci dà,

come dono 

sempre nuovo e potente

che è gusto di vita nuova.

Attraverso di Te perciò noi

Consacriamo tutto noi stessi, 

tutte le sofferenze che Tuo Figlio

sceglie per noi e la nostra

stessa vita, affinché Tu diventi 

la Madre della vita e Cristo

doni a tutti gli uomini

lo stesso gusto di vita nuova

che ha donato a noi.

AMEN

Premessa ad una raccolta di studi sul Campanile e sulla Chiesa  restaurata di San Giorgio in Jerago 

(testo di Anselmo Carabelli)

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Fin da  studente, ho sempre nutrito interesse verso le ricerche di storia locale antica, in particolare per l’attenzione verso queste discipline suscitatami da un indimenticabile insegnante del Liceo Statale di Busto: il Professor Don Carlo Costamagna.[1]

Grazie poi alla cortesia di Don Luigi Mauri, parroco di Jerago, ho potuto anche consultare l’Archivio Parrocchiale quando ancora era sito nella demolita canonica. Lo stesso archivio, fu poi riordinato da Monsignor Eugenio Cazzani per interessamento di don Luigi e di Monsignor Francesco Delpini,  dotandolo di regesto, estremamente utile per qualsiasi studio mirato[2].

Ovviamente le necessità della vita quotidiana, accostandomi agli studi economici aziendali ed alle relative conseguenti attività, mi avevano fatto relegare negli interessi dimenticati tutte quelle prime ricerche.  Ma a conferma che sono sempre stati gli uomini di Chiesa a custodire e a suscitare interesse per la storia e per l’arte, l’incontro con don Angelo Cassani, successore di Don Luigi Mauri  mi ha riavvicinato  a quegli studi rinverdendo quella passione che credevo ormai di aver accantonata. Don Angelo mosso da grande amore, per la nostra storia, nel corso dei lavori per ridare voce alle campane del nostro borgo, che da troppo tempo rimanevano mute per inagibilità del campanile,  intuì che il campanile fosse assai antico e testimone sicuro, quanto ignorato, della millenaria fede cristiana delle nostre genti.  Affrontò con successo un’opera, da tutti ritenuta impossibile, il recupero della torre campanaria e del Complesso seicentesco della chiesa di san Giorgio,  quando ormai erano quasi ridotti a fatiscenti rovine. Grandissima l’emozione di constatare, nel corso del restauro, che la muratura del campanile ritenuta seicentesca, o addirittura ricostruita nel 1820, era invece millenaria e di una imponenza tale da fare intuire la presenza di un borgo antico assai numeroso. Iniziavo così, accogliendo l’invito di don Angelo una serie studi per supporto e  documentazione di quella impresa diffusi con scritti apparsi nel bollettino parrocchiale. Studi che oggi vorrei ripubblicare con maggiore precisione e compiutezza, anche come sincero grazie all’infaticabile opera di Don Angelo. Mi sono pure accorto come tanto interesse potesse indurre sofferenza, allorquando nascono divergenze, tra chi osserva professionalmente un monumento e vuole un restauro conservativo, e chi lo osserva in funzione didattica e storica, muovendo dal desiderio che le testimonianze di un passato, per essere riconosciute e rispettate, debbano anche essere leggibili, negli stessi parametri murari. Ne consegue che all’osservatore, debitamente guidato, deve essere  permesso di risalire in una visita alla nostra chiesa: dalla primitiva costruzione romanica, a San Carlo, al periodo Austro-ungarico, alla prima industrializzazione, ai nostri giorni e tutto questo senza affaticarsi in estenuanti ricerche di archivio o ricercando in poderosi volumi, con il risultato di perdersi. L’osservatore deve essere messo nella  condizione di emozionarsi al pensiero del muratore che con un colpo di cazzuola assestava quella pietra  alla base del campanile, che ancora  vedevamo, o stupire  della circostanza che affacciandosi ad una finestrella monofora del campanile in una ventosa e limpida giornata di febbraio, lo spettacolo delle Alpi è quello stesso che appariva a chi mille anni addietro si fosse trovato nella stesso luogo con la stessa luce. Il tempo quindi si poteva dilatare in un percorso a ritroso  che avvicina noi osservatori di oggi a quel muratore e quell’osservatore antichi per il tramite della comune fede cristiana.

Infatti solo un restauro che evidenziasse le varie fasi storiche del nostro monumento poteva meglio aiutare nell’opera di riconoscimento immediato delle nostre radici cristiane e della  vita medioevale del nostro borgo. L’entusiasmo di don Angelo coinvolse Carlo Mastorgio, che seppe individuare e mappare gli elementi inequivocabilmente romani presenti nel campanile, cosa che, come in altre realtà simili[3], ne avrebbe certificato la romanicità, pur in mancanza del dato archelogico. Questo fu inconfutabilmente individuato da Carlo in un elemento di suspensura[4] in cotto, tipico dell’ambiente di un calidarium romano, riusato come elemento decorativo nel parametro romanico del campanile.

Rilevata l’imponenza della costruzione millenaria Mastorgio volle anticipare, a conferma, il frutto di una sua laboriosa ricerca presso l’archivio capitolare del Duomo di Novara,  la notizia del ritrovamento, di un atto di permuta di terreni nel Seprio datato 976, che riportava la  presenza, come testimoni, di due individui: Taudalaberto ed Ato da Allierago. Poichè la potestà di testimoniare veniva attribuita solo a uomini liberi[5]; ne conseguiva che  nella  località medievale di Allierago- Jerago[6] doveva vivere  un congruo numero di famiglie legate all’attività di questi due personaggi. Una popolazione così numerosa da  giustificare la presenza di una Chiesa ed un Campanile di tale mole. Il Campanile lo avevamo ritrovato intatto e della antica Chiesa si vedevano alcuni parametri murari inclusi nei successivi ampliamenti.

Con un ulteriore intuizione e supporti di archivio, alla individuazione dei quali aveva già contribuito Mons. Cazzani, si poteva ricostruire la storia delle due Chiese antiche di Allierago San Giorgio e  San Giacomo, poi raggruppate nella comune parrocchia di San Giorgio [7].

Purtroppo Carlo Mastorgio, nonostante la giovane  età è venuto a mancare negli stessi giorni in cui la Sovraintendenza ritrovava l’antica abside della primitiva chiesa di san Giorgio, cioè quel supporto archeologico, che mancava a sigillo di quegli studi, ritrovata lì proprio dove assieme Don Angelo, Carlo Mastorgio e lo scrivente,  ritenevamo si celasse.

La miriade di documenti consultati e la frequentazione di Mastorgio, al quale chiedevo confronto su alcune mie ipotesi, mi aveva permesso di capire, che se lo studio di fatti antichi, era sicuramente affascinante, non era poi cosi urgente, soprattutto ora che la chiesa era stata salvata.  Rimane comunque la necessità di ordinare il materiale raccolto per facilitare il lavoro di chi volesse addentrarsi in uno studio aggiornato sulla storia alto-medioevale e romana dei nostri siti alle luce anche di queste nuove scoperte e di liberare il campo da interpretazioni azzardate precedenti a questi ritrovamenti.

[1] Egli soleva portare i suoi  allievi, in visita  alla Biblioteca Capitolare di San Giovanni in Busto, mostrando loro i preziosi Incunaboli  ed i codici miniati,  accompagnandoli anche  alle consuete visite alle città d’arte. Lui, di origine piemontese, si preoccupava di accostarli alla storia locale, si entusiasmava  in visita alla rovine di Casteseprio, a San Vittore ed al Battistero di Arsago, a Santa Maria Foris porta col suo ciclo di affreschi  inquadrando quei monumenti nelle vicende antiche del Seprio, con una passione ed una competenza raramente riscontrata in altri studiosi. E’ citato anche da Renato Farina  nel libro  “Luigi Giussani  un Caffè in compagnia”, pag. 53,  dove si legge: “Don Carlo Costamagna e don Luigi Giussani, preti milanesi, hanno diviso con l’arcivescovo di Bologna Enrico Manfredini gli anni di seminario …. costituendo negli anni 39-40 un gruppo di studi chiamato “studium Christi”,  pubblicando una rivista “Christus” dove Costamagna dice testualmente “ognuno sviluppava il tema secondo le proprie attitudini, chi artisticamente, chi letterrariamente, …. chi filosoficamente.” (n.d.r.: queste in nuce furono probabilmnete le radici di gioventù studentesca  prima e di Comunione e liberazione poi). Chi scrive infatti ricorda don Carlo responsabile in Busto di una iniziativa verso i giovani studenti che si chiamava raggio, tenuta presso Sedes Sapientiae e di aver partecipato su sua indicazione ad un raduno autunnale di GS  a Cattolica ed Urbino nel 1964- praticamente antesignano dell’attuale Meeting) .

[2] Regesto– elenco ordinato, per secoli ed argomenti del contenuto dei faldoni formanti l’archivio (i materiali versati all’archivio capitolare di Gallarate , sono contenuti nei faldoni in  fotocopia).

[3] La prassi vuole che negli edifici romanici databili da X. XI sec, siano sempre presenti elementi di recupero dalle preesistenti costruzioni romane.  Quali, ad esempio, monoliti con iscrizioni romane: come nel campanile di San Vittore di Arsago, o le Are romane  nel Campanile di Santa Eufemia ad Erba.

[4] Suspensura– trattasi di cilindro in terracotta rossa, tipo mattone circolare del diametro di 19 cm alto 12 cm che, con altri elementi simili messi in pila, consente la costruzione di una colonnina di 50 cm.  Per capirne la funzione bisogna riferirsi all’uso romano di riscaldare un ambiente in zone a clima freddo, come le nostre, o un bagno caldo (calidarium) in zone miti. Una stufa faceva passare aria calda in una intercapedine sottostante al piano di pavimento dell’ambiente da riscaldare. Il piano di calpiestio era sorretto da una selva di quelle colonnine disposte su linee geometriche ortogonali tali da permettere la sospensione dei mattoni formanti il pavimento, da cui il nome di pavimento in suspensura. Questi mattoni da noi prendono la dimensione del cosiddetto Luteziano (Lutaetia-Parigi  romana, nei cui scavi sono assai diffusi).  Molto più vicino si ritrovano numerosi nei parametri esterni della chiesa di Santo Stefano ubicata all’interno del cimitero di Oleggio (NO).

[5] Uomini liberi, per essere tali, secondo le regole del tempo, occorreva essere possessori di almeno 20.000 mq di terreno (cosa  assai poco comune all’epoca per degli uomini).

[6] Citato negli atti come luogo di provenienza dei due uomini liberi.

[7] In un capitolo successivo ci si addentrerà sulla questione della  appartenenza della chiesa di San Giacomo alla chiesa di San Giorgio, avvenuta per volontà di Federico Borromeo, tramite atto notarile, materia già trattata dal Cazzani, nel suo libro su Jerago.

La chiesa vecchia di San Giorgio in Jerago

In data 31 gennaio 1995 indirizzato a Don Angelo Cassani-Parrocchia di San Giorgio Martire-Jerago con Orago perviene un dispaccio della Regione Lombardia-Settore Cultura e InformazioneServizio Musei e Beni culturali, protocollo PG/ma n. 493/95, avente per oggetto la legge Reg. 14-12-1991 n. 33, con il quale si comunica la concessione alla Parrocchia di Jerago  di un contributo di Lire 1.356.000.000 finalizzato alla ristrutturazione della Chiesa di San Giorgio.

In tale documento sono contenute le indicazioni di tutte le pratiche da esperire e le modalità di rimborso.

Tale modalità prevede la restituzione del contributo in 10 quote annuali senza aggravio di interessi, a partire entro il 30 giugno del secondo anno successivo a quello in cui è avvenuta la prima erogazione.

Compito di chi scrive sarà quello di documentare l’importanza di questo atto che permetterà di salvare la Vecchia Chiesa dal suo inevitabile destino di rovina.

Le cronache ricordano che la Chiesa Vecchia cessò di essere utilizzata per la celebrazione della S. Messa dal 16 luglio 1927 e già dal giorno 23 luglio dello stesso anno verrà utilizzata come oratorio cinema e teatro parrocchiale dall’allora Rev.do Parroco don Massimo Cervini.

Tale utilizzo rimarrà fino al 21 maggio 1955 quando don Luigi Mauri potrà inaugurare il nuovo oratorio con annesso Auditorium Cine Teatro. Da quella data comincerà l’abbandono della Chiesa Vecchia. In effetti tutte le attese saranno verso la necessità di abbattere la Chiesa Vecchia per poter costruire al suo posto quegli spazi che effettivamente mancavano alla completa realizzazione dell’oratorio maschile. A questa soluzione, però si frapposero diversi ostacoli. In primo luogo la necessità di avviare nuovi lavori solo dopo aver finito di pagare i debiti, la scelta di affrontare prioritariamente altri lavori altrettanto necessari e da ultimo il divieto assoluto della Sovraintendenza ai Beni Artistici e Monumentali di intraprendere qualsiasi lavoro a qualsiasi titolo nella Chiesa Vecchia senza il suo benestare. Tralascio le circa 15 lettere intercorse fra don Luigi Mauri, la Prefettura, la Sovraintendenza, il Comune negli anni dal ’60 al ’70 aventi per oggetto la pericolosità della Chiesa Vecchia, la richiesta di abbattimento, i veti a procedere in tal senso e infine le richieste di contributi al restauro sempre accolti dalla controparte con un “manchiamo di fondi”.

Alla Chiesa Vecchia si addossava la Canonica con annesso cascinale che furono abbattuti nel 1961 per far posto alla nuova casa parrocchiale. Ma questa operazione mise maggiormente in evidenza il suo  volume architettonico molto interessante unitamente a quello del Campanile. Naturalmente questo non sfuggiva ai tecnici della Parrocchia, quali l’architetto Francesco Moglia, il quale, nello stesso momento in cui faceva perizie tecniche sullo stato del degrado del tutto, si preoccupava di far rilevare, con corrispondenza archiviata e indirizzata al Parroco di essere contrario a qualsiasi forma di d’abbattimento. Non dimentichiamo che i lavori degli spalti del Campo sportivo nel 1966 (come da rilievi fatti dalla ditta Consonda, all’epoca della ristrutturazione del Campanile) se da un lato consolidarono la massicciata su cui insistono sia la Chiesa Vecchia che il Campanile e l’Oratorio, furono causa di assestamenti nel terreno che forse provocarono fratture nella sagrestia vecchia e nel catino absidale, poi demoliti e pure causa della torsione del Campanile verso nord-ovest. Di questo tutti si resero conto nella impossibilità di continuare a suonare le campane. Le campane rimasero dunque mute per molti anni. All’inizio degli anni ’80, cominciarono pure a manifestarsi problemi al tetto della Chiesa Nuova con evidenti infiltrazioni di acqua. Anche sul versante dell’Auditorium, la nuova legge in materia di sale teatrali, praticamente inibì l’uso della sala per qualsiasi tipo di manifestazioni. Il Parroco don Luigi Mauri cercò di provvedere alle necessità immediate con manutenzioni ordinarie e privilegiando il desiderio suo e della popolazione di risentire il suono delle campane, commissionò alla ditta Perego il nuovo castello della torre campanaria in sostituzione di quello ammalorato.

Tale sua decisione rappresenta un punto di svolta nella generale convinzione che tutto il vecchio complesso dovesse essere abbattuto. Infatti pur essendo vero che la maggioranza della popolazione desiderava un Campanile funzionante, non era comune convinzione che si dovesse restaurare il vecchio: alcuni proponevano una torre in ferro affiancata alla nuova Chiesa, altri un campanile totalmente nuovo per il quale erano già pronti i disegni fin dall’inaugurazione della Chiesa Nuova.

Poi, come sempre, i progetti, si scontrarono con la dura realtà delle ristrettezze economiche e avvenne che furono riposti nel cassetto, unitamente alle polemiche che avevano generato.

Il Parroco don Luigi Mauri, a compimento della sua missione pastorale presso la Parrocchia di San Giorgio nel 1987, lascia la Cura al successore don Angelo Cassani.

Don Angelo si accorge subito della bellezza e dell’importanza di quei due beni architettonici che sono il Campanile e la Chiesa Vecchia e si propose di recuperarli.

In effetti questi due monumenti oltre ad essere artisticamente assai interessanti, sono lo scrigno che racchiude le radici della vicenda cristiana della nostra comunità e singolarmente di ognuno di noi. Basta riflettere, che proprio lì, in quella vecchia Chiesa, sicuramente fino dal 1300 hanno pregato i nostri antenati, si sono sposati i nostri nonni e hanno ricevuto il S. Battesimo i nostri genitori. Lì si è rafforzata quella fede condivisa con tutti coloro che hanno avuto la ventura di ritrovarsi in questa Parrocchia. Non si può passare del tutto indifferenti davanti a quei ruderi. Quante volte, troppe forse, abbiamo consentito la distruzione di quanto aveva l’unico difetto di ricordarci le privazioni dei tempi passati?

Breve storia delle campane del campanile di San Giorgio

La necessaria descrizione delle campane evidenzia che furono fuse negli anni dal 1820 al 1865, mentre si era sempre ritenuto, anche dagli storici, che esse datassero 1820.

Perche´dunque questo errore? Tentero´di spiegare, oltre a questo, anche perche´ si sono resi necessari gli odierni lavori attorno al nostro campanile.

Il primo documento certo sul concerto delle campane, redatto in una grafia impeccabile, propria dei tempi dell´imperial-regio governo austriaco, e´del 1820. Rappresenta un impegno notarile assunto dal parroco Giovanni Castagnola, solidarmente con i signori Franco e Pasquale Molla, Giorgio Caruggi, Giacomo, Giovanni senior e Giovanni junior Bardellini, Francesco Cardani, Francesco ed Antonio Puricelli a pagare in quattro anni le suddette cinque campane al fonditore Giuseppe Bizzozzero di Varese, sollevandolo pure dal rischio del trasporto da Varese a Jerago. Una assicurazione, insomma, sia sul trasporto che sulla solvibilita´del debitore nei confronti del creditore (cosa plausibile perche´un concerto di tale entita´corrispondeva ad un valore attuale di circa 250.000.000 di lire, ma la popolazione era meno numerosa).

In acconto di tale debito erano state versate le due vecchie campane del peso di 66 rubbi, gia´in dotazione del campanile romanico  e, successivamente, del campanile barocco.

Il campanile non era adatto alle dimensioni delle nuove campane e non lo sara´ fino alla ristrutturazione del 1991 (quella odierna per intenderci). Cio´era dovuto al fatto che le campane  erano  troppo grosse e non potevano ruotare all´interno  senza ostacolarsi. Nel 1820 fu quindi costruito un castello in legno che sostenesse le campane fuori dalla loggia stessa e tale castello, allora come adesso, fece si che le campane fossero quasi per tre quarti sporgente dalla verticale dei muri della torre. Ecco perche´ tutte le campane, ad eccezione della prima (la piccola che e´incernierata appena sotto la cuspide centrale) sono quasi completamente sporgenti ed il castello e´esposto in maniera violenta alla continua azione degli agenti atmosferici.

La campana piccola e´, pertanto, rimasta la stessa perche´ protetta dalla cuspide,mentre le altre, che in contrasto con l´anno di datazione del primo concerto (1820) portano date successive, vennero rifuse in quanto la rottura del castello in legno faceva si che le stesse, pur senza crollare, andassero a sbattere malamente contro le strutture danneggiandosi irreparabilmente.

Il concerto delle campane era stato inaugurato nel 1820 ma gia´nel 1832 il parroco, don Battista Maroni, fu costretto a sospendere il suono delle stesse perche´il castello era cosi´sconnesso e cosi´ logoro che le campane erano nell´imminente pericolo di cadere. La riparazione del castello in questione avvenne nel 1834 a cura del carpentiere Antonio Maria Bianchi di Sacro Monte e di Gaetano Cattaneo di Oggiona. Si giustificano cosi´le date di rifacimento delle campane: il 1834 per la quarta, il 1837 per la seconda (entrambe rovinatesi probabilmente nel 1832) e il 1844 per la terza.

Tutto filo´ liscio fino al 1865, quando la storia si ripeteva: Il castello di nuovo logoro, fu rifatto dal capomastro Bianchi Giovanni di Gorla e si provvide, nel contempo, al rifacimento della quinta campana, che era anche la piu´grossa. Il fatto di aver commissionato alla stessa fonderia la rifusione delle campane permise di mantenere la medesima intonazione.

Fattisi poi accorti della eccessiva delicatezza del  castello in legno, nel 1888 si provvide a sostituirlo con uno interamente in ferro, opera del meccanico Angelo Bianchi di Varese, “capomastro macchinista patentato”.

Da allora, fortunatamente, il campanile non sembra avere piu´storia; ci sono le solite riparazioni periodiche, ma nessun fatto degno di nota. Ma eccoci al 1943, esattamente il 10 luglio. Leggiamo nel “Liber cronicus”

10 luglio – la rimozione delle due campane maggiori

In seguito ad avviso precedentemente avuto dalla ditta Bianchi di Varese, oggi arriva una squadra di operai per rimuovere le due campane maggiori, del peso complessivo di circa 20 quintali. Il Parroco protesta che la richiesta fatta dall´Ente Rottami per ordine del Ministero e´di 6 quintali e che si rifiuta di darne di piu´, e non consegna le chiavi. In seguito arriva l´ingegnere Bianchi, della ditta omonima di Varese, accompagnato dal maresciallo dei carabinieri di Albizzate. Il Parroco chiarisce il suo punto di vista, l´Ing. Bianchi insiste per la consegna del 60% del peso complessivo delle campane, dichiarando che si assume ogni responsabilita´. Il Parroco consegna le chiavi rinnovando la sua protesta. E purtroppo il crimine viene compiuto. La popolazione tutta nel suo contegno dimostra tutta la sua avversione per l´inconsulto provvedimento.

12 luglio – Le campane rimangono

Oggi vengono calate le due campane e posate sul ripiano alto dell´oratorio, gia´cimitero vecchio. Incaricato del trasporto delle campane a Varese e´Tondini Paolo il quale ha la buona idea di chiedere consiglio al Parroco. Quindi il Tondini rifiuta l´incarico, tanto piu´ quando sa che le campane, per essere condotte via, dovevano ridursi in pezzi: e cio´per la difficolta´di calarle dal pianerottolo. E cosi´le campane rimangono a Jerago. Fino a quando? Speriamo per sempre.

20 settembre – Sepoltura provvisoria delle campane

Per evitare che una eventuale visita da parte dei tedeschi al nostro Oratorio possa dar occasione ad una eventuale requisizione delle due campane maggiori, troppo in vista, si pensa di dare loro una sepoltura. Alla sepoltura aiutano Delpini Antonio, Rabuffetti Gianluigi, i soldati fratelli Carlo e Vittorino….e Cardani Francesco. Per adesso sono salve…

27 aprile 1945

(…) dissotterrate le campane che da 20 mesi giacevano nascoste: una squadra di operai diretti dal capomastro Magistrali, da Scaltritti e da Paoletti preparano il ponteggio per innalzare le campane sul campanile.

30 Aprile

Oggi la campana piu´grossa sale al suo posto. Si puo´quindi immaginare la grande gioia degli jeraghesi nel vedere le campane di nuovo al loro posto. Ma quella gioia e quel tripudio paesano erano  destinati  a durare poco: don Massimo, che aveva scritto le parole sopracitate tre giorni prima, veniva a morire. E la persona che scrisse il diario di quei giorni annoto´testualmente: “ le campane che dopo la nuova sistemazione dovevano suonare a festa per la prima volta nella prima domenica di maggio, suonano l ´agonia del sig. Parroco.

 


 

Il Castello rifatto da Angelo Bianchi, in sostanza, resisti´fino all´anno 1967 quando, per gravi motivi di degrado sia dei vani di accesso al locale delle corde, che di pericolosita´ incombente, si decise di sospendere il suono delle campane che furono poi portate a terra nel giugno 1984 e collocate nel prato della canonica.

Il problema della precaria solidita´e´stato risolto nel corso dei recenti lavori di restauro in quanto l´ing. Emilio Aliverti ha progettato un´ incastellatura che, sita nell´interno del campaanile, oltre a svolgere la funzione di rampa di accesso alla loggia, scarica direttamente a terra la maggior parte delle sollecitazioni dinamiche e del carico statico proprie delle campane nel loro esercizio, eliminando radicalmente il grosso problema della manutenzione.

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IL GIORNO 16 LUGLIO 1991; RICORRENZA DELLA MADONNA DEL CARMINE; TRA LA ESULTANZA DEI PARROCCHIANI DI SAN GIORGIO E LA GIUSTA FELICITA´ DI  DON  ANGELO CASSANI LE CAMPANE TORNANO IN CIMA AL LORO CAMPANILE.

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Uso delle Campane

di Anselmo Carabelli

Grazie alla collaborazione del sig. Romano Pigni e del sig. Riganti ho potuto ricostruire l’uso liturgico delle campane così come veniva eseguito a Jerago prima del Concilio Vaticano II. Tengo a precisare che a Jerago e credo anche altrove, la numerazione delle campane è sempre stata crescente dalla più piccola (prima campana) alla più grande (campanone o quinta campana per il nostro concerto) e a questa numerazione mi attengo scrupolosamente.

USO LITURGICO

AVE MARIA – anticipa di qualche minuto il suono delle campane della prima S. messa del mattino – 4a libera per un minuto

ANGELUS – Mezzogiorno – 4a libera per un minuto

AVE MARIA – sera verso le 20.00 in estate e all’imbrunire in inverno – 4a libera per un minuto

I tre momenti dell’Angelus e dell’Ave Maria quando è domenica sono segnati in modo diverso:

NELLE DOMENICHE SOLENNI si suonano tutte le cinque campane.

NELLE DOMENICHE NORMALI  si suonano la terza – la quarta e la quinta.

Le S. Messe sono così annunciate:

tre richiami sempre per ogni Messa a partire dalla prima S. Messa del giorno annunciata alle 05.10, alle 05.30, alle 05.50

NELLE DOMENICHE NON SOLENNI si suonano 3a- 4a e 5a a distesa.

NELLE DOMENICHE SOLENNI si suonano tutte le cinque campane a distesa

Nei giorni feriali le S. Messe sono così annunciate:

GIORNI FERIALI CIVILI MA CORRISPONDENTI A FESTIVITA’ RELIGIOSE INFRASETTIMANALI (S. Giuseppe, S. Giovanni Bosco, Candelora, S. Biagio) si suonano1a-2a-3a-4a a distesa.

ALTRI GIORNI FERIALI – Si distinguono le S. Messe in S. Messe da vivo o da Morto.

Si dice da morto la S. Messa con la commemorazione di un defunto.

  • S. Messa da vivo si suonano la 2a e la 3a a distesa
  • Se da morto sono previste diverse classi di officiata funebre  e di suono delle campane:

III classe catafalco con quattro candelabri ad aspersione del tumulo; si suonano 2a-3a-4a campana in suono successivo senza sovrapposizione e bocciata

II classe catafalco con sei candele aspersione e incensazione del tumolo; si suonano 1a-2a-3a-4a in suono successivo senza bocciata

I classe solo per il Clero ed il giorno dei Morti- catafalco con dieci candele; si suonano tutte e cinque le campane con la stessa tecnica della non sovrapposizione dei suoni.

SEGNALI PER ALTRE OFFICIATURE O MOMENTI LITURGICI:

VESPERI DOMENICALI E FESTIVI  -3a e 4a a distesa e 5a al momento della benedizione  eucaristica.

VESPERI DOMENICALI E FESTIVI SOLENNI – Tutte e cinque le campane

PROCESSIONI – Tutte e cinque le campane

AGONIE DI NS. SIGNORE GESU´CRISTO – Ogni venerdi´alle ore 15 si suona la 4a a distesa

MESE DI MAGGIO ALLA SERA PER IL S. ROSARIO – Tutte e cinque le campane

QUARESIMALE – idem

S. MISSIONI – idem

MATRIMONI – Erano previste tre classi, ma venivano sempre annunciati in modo solenne con il suono di tutte e cinque le campane, purche´gli invitati degli sposi si fossero presentati a tirare le corde delle campane.

AGONIA – Cosi´veniva chiamata la campana che annunciava la morte di un parrocchiano. Si suonava la 4a campana con nove rintocchi per una donna – con tredici rintocchi per un  uomo

CATECHISMO PER I RAGAZZI – 3a libera

USO CIVILE DELLE CAMPANE

RUM – Il suono delle campane e´sempre servito a spezzare la consistenza della nuvolaglia che minacciava grandine. Ci si affrettava a quindi a suonare il cosidetto RUM (credo si scrivesse cosi´) . tutte e cinque le campane, senza un ordine preciso intervallate dal potente suono del campanone. Non a caso sulla 4a campana avevo rilevato la scritta “A FULGORE ET TEMPESTA LIBERA NOS DOMINE”. 

Ricordiamo pure che il temporale era particolarmente minaccioso se veniva da S. Caterina (Al ta ruina– dicevano i vecchi). In effetti era poratato da un vento freddo da nord-ovest che poteva scontrarsi con aria calda e stagnante locale, causando veementi correnti acsensionali. con formazione di ghiaccio e precipitazione di notevole quantita´di grandine. il suono delle campane effettuato in tempo opportuno poteva spezzare questa corrente ascensionale, diminuendo la consistenza della grandine e i danni.

Per lo stesso motivo oggi in agricoltura si ricorre ai razzi.

INCENDI – Campane a martello 1a-5a leggermente sfasate a distesa. Doveva raggelare soprattutto se sentito nel cuore delal notte

ESATTORIA – 3a distesa. Anche questo raggelava

SCUOLA – Richiamo per gli scolari delle scuole elemenatri- 2a campana ma solo fino al 10 novembre 1945


N.B. Dopo il Concilio Vaticano II, essendo tutti i fedeli ritenuti figli di Dio, le “Classi” sono state eliminate, percio´tutto quanto pre desritto, fatta eccezione delle diversita´tra domeniche solenni e normali e´stato anullato ed e´stato preordinato secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II stesso

Don Angelo Cassani

Per l´impostazione del suono attuale delle campane ci siamo avvalsi della collaborazione del sig. Massimo Scaltritti

Inaugurazione dell’affresco mariano dedicato a Maria Regina

L’ associazione “ figli di Don Angelo”, consegna alla comunità un affresco raffigurante Maria Regina in trono col  Bambino Gesù, che viene intitolato “Salve Regina”. E’ stato benedetto da Don Remo Ciapparella il giorno 5-12-2010, nel quadro delle manifestazioni previste per il quarto anniversario del Dies Natalis di Don Angelo Cassani

L’affresco, che si può ammirare in via Dante al civico n. 8, è  opera insigne del pittore jeraghese Gianfranco Battistella, riproduce l’immagine sacra,  osservabile ancora nel Molino Isimbardi, al confine tra Jerago-Orago e Solbiate, più noto come Molinello. L’affresco, probabilmente cinquecentesco, fu individuato e segnalato da Carlo Mastorgio come l’immagine  mariana alla quale  gli jeraghesi si affidavano quando portavano il grano o il melgone per la molitura. Infatti si trova in un edificio sito presso l’incrocio della antica via helvetica (provinciale) con  la antica via novaria (via Dante ), in una zona di viabilità rilevabile già sull’antico catasto Teresiano.

Viene dedicato al ricordo di Don Angelo unito a quello di Carlo Mastorgio per  un significativo accostamento. Don Angelo animato dal suo grande amore a Cristo ed alla Chiesa  fu sempre attento a difendere i luoghi e i simboli che richiamano a noi cristiani le radici antiche della nostra fede. Queste attenzioni  furono occasione di incontro con Carlo Mastorgio, jeraghese di nascita, ma arsaghese per origini paterne e per residenza. Carlo fu   il ricercatore più attento e documentato della nostra storia antica, assai quotato come studioso, nonchè Sovraintendente archeologico onorario e Conservatore del Museo di Arsago. A lui si deve l’indicazione della romanicità del nostro campanile X sec. e della prima   chiesa della nostra comunità del VII-VIII sec.  Gli avvenimenti vollero che proprio nel momento in cui gli scavi accidentali, nella chiesa antica di San Giorgio, in restauro, si  imbatterono in quelli che saranno poi riconosciuti le vestigia della primitiva chiesa, Carlo non potesse presenziare allo scavo archeologico, perchè da pochi giorni, si era all’inizio di settembre del 1997,  gli era stata diagnosticata quella malattia che in soli tre mesi lo avrebbe portato allo morte avvenuta il 19-12-1997. Da quel giorno, avuto notizia di ciò, don Angelo fu molto vicino a Carlo, con estrema delicatezza ed assiduità, così come faceva con tutti i sofferenti. E dall’omelia che don Angelo pronunciò in Basilica san Vittore nel giorno del  funerale di Carlo, sappiamo che in un una di quelle visite Carlo confidò al don  di sentirsi : “.. nell’Orto degli Ulivi”. Ecco anche questo  ricordo ci pare importante e doveroso affidare a questa sacra immagine.   

Inaugurazione dell’affresco delle B.V. de La Salette- il perché di un’opera

(testo e ricerche storiche Anselmo Carabelli, preparazione del pannello e collocazione in opera Antonio Lo Fiego, opere in ferro Gigi Turri, studi preparatori ed esecuzione pittorica Gianfranco Battistella, committente ”Associazione figli di Don Angelo”, autorizzazione alla posa in opera N 30/2009 del Comune di Jerago con Orago rilasciata al dr. Clemente Tondini )

vergine salette

L’affresco raffigurante la Beata Vergine de La Salette, sito in via G. Bianchi n. 22, opera insigne del Pittore jeraghese Gianfranco Battistella è stato benedetto dal nostro Parroco Don Remo Ciapparella, il giorno 22-11-2009,  nel quadro delle manifestazioni previste nel terzo anniversario del Dies Natalis di Don Angelo.

Patrocinata dalla Associazione ”Figli di Don Angelo”, l’opera consegna alla devozione degli jeraghesi la sacra immagine mariana. Essa é stata ricostruita con rispetto alla iconografia ufficiale  e posizionata nel luogo più vicino all’ affresco originario che scomparve dopo la ristrutturazione della antica abitazione di Emilio Caruggi in Via G. Bianchi. Oggi, come nel secolo scorso, si affaccia sul portone di accesso al cortile dove esisteva l’officina del Sig. Felice Riganti, che dal 1917 fu sede del primo oratorio maschile voluto da don Massimo Cervini[1] . La dedica originale era a N.D. De La Salette riconciliatrice dei Peccatori[2].

Alla Salette il 19 sett. 1846 una Bella Signora appariva a due fanciulli nativi di Corps , borgata posta tra le città di Gap e di Grenoble: Massimo di 11 anni e Melania di 14 , che stavano pascolando il loro armento su un alpeggio del comune di La Salette. La bella Signora appare prima seduta col volto piangente, quindi si alza e rivolge ai fanciulli un lungo discorso, sempre continuando a piangere. Compie poi un breve tragitto in salita e scompare in un alone di luce abbagliante. Tutta la Luce che La circondava sembrava sprigionarsi dal crocifisso ch’Ella recava sul petto , ornato dagli strumenti della passione….” [3]

Indagando sulla origine dell’affresco e constatando che il culto alla Vergine de La Salette non è molto diffuso nelle nostre zone, abbiamo  scoperto come quella devozione sia stata portata dai lavoratori che verso gli anni ’70 del 1800 a causa delle carestie e dell’impoverimento generale [4]emigrarono, massimamente in Francia con mansioni di maçons e forgerons[5] , nelle zone del Delfinato, del Lionese, di Grenoble. Lì sicuramente da buoni cristiani avranno avuto contatti coi missionari della Madonna de La Salette, costituiti “Servitori devoti del Cristo e della Chiesa, in vista della realizzazione del mistero della riconciliazione[6].

Se da un lato in Francia i nostri emigrati conobbero il marxismo nella sua forma massimalista, dall’altro conobbero e portarono in paese, come voto per il loro rientro, segnatamente rilevabile da quell’affresco, il Messaggio Mariano di quell’apparizione e l’invito:  al rispetto del giorno del Signore con la frequenza alla messa partecipata e non con una presenza per burla, al rispetto del nome di Dio da non bestemmiare, alla preghiera quotidiana, al rispetto dei giorni penitenziali .

I fatti recenti hanno voluto che, nel raccogliere l’indirizzo di Don Angelo Cassani volto a recuperare anche i segni tangibili della devozione della nostra gente, ci si interessasse a questo affresco e si scoprisse  come quella materna protezione della B V della Salette si fosse particolarmente estesa ai ragazzi che frequentarono l’ oratorio posto oltre il portone della via Bianchi al N. 22.

Nel corso del presente anno 2009 i resti mortali di  Don Massimo Cervini, che proprio in quel luogo realizzò il primo oratorio, sono stati ricomposti nella cappella  destinata dal Comune ai sacerdoti  e riposano  accanto a Don Angelo Cassani, cui si deve la realizzazione ed il dono del più recente e moderno Oratorio.

Ai Promotori é parso dunque bello e significativo che il rinato affresco della Madonna de La Salette con la sua dedicazione a Don Massimo  e a Don Angelo ricordasse queste peculiarità e nella descrizione “ B.V. DE LA SALETTE PROTETTRICE DEL PRIMO ORATORIO MASCHILE ( 1917 )” rammentasse quella vicenda.

[1] Mons. Francesco Delpini- Jerago la sua storia.  Aggiornamenti  pag. 15

[2]  il 19 settembre 1851, dopo una rigorosa inchiesta sui fatti le circostanze, le parole, i testimoni, Mons de Bruillard, Vescovo di Grenoble, emetterà il suo giudizio canonico sulla veridicità soprannaturale dell’Apparizione ed approverà il culto alla Vergine de La Salette col titolo Riconciliatrice dei Peccatori

[3] Testo diffuso dal Segretariato Opere Missionarie della Salette- Via Madonna della Salette 20- Torino- Imprimé par imprimerie Notre Dame- Montbonnot

[4] Riferimento alla malattia delle viti  ed alla grave crisi produttiva figlia della politica liberista sabauda con l’abolizione dello Zollverein  voluto dall’ I.R.G. austriaco (unità doganale vigente tra i territori dell’impero austro-ungarico).

[5] Muratori, carpentieri, forgiatori, meccanici.

[6] Le 1èr mai 1852 nacque l’istituto dei Missionari della Salette