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Don Massimo Cervini

Testo a cura del prof. Franco Delpini tratto dal n. 4 -anno 1 – Ottobre 1994- de L’Equinozio – Mensile di informazione  su Jerago Con Orago a cura della Pro Loco di Jerago Con Orago

Nella storia di Jerago di Eugenio Cazzani troviamo scritto quanto segue:

“Il nuovo parroco, don Massimo Cervini, era della nostra terra: nato a Castronno il 28 aprile 1879, compì gli studi ginnasiali e il primo anno di liceo nella Piccola Casa della Divina provvidenza in Torino, fondata da S. Giuseppe Benedetto Cottolengo. Suo desiderio però era di essere sacerdote diocesano al servizio dell’arcivescovo di Milano, Card. Andrea Carlo Ferrari. A lui il 14 settembre 1897, indirizzò una letterina nella quale lo supplicava di permettergli di continuare gli studi in quell’asilo di carità, non avendo  mezzi sufficienti per recarmi altrove. La domanda era corredata di poche parole scritte dal parroco di Castronno, don Carlo Giudici, che raccomandava il suo giovane parrocchiano poiché: “é buono, studioso, serio e promette bene”.

L’anno scolastico 1899-1900 il chierico Cervini lo trascorse quale “prefetto” nel Seminario liceale di. Monza e, un paio d’anni dopo, il 24 maggio 1902, il servo di Dio Card Andrea Carlo Ferrari, lo consacrò sacerdote.

Trascorsi quattro anni quale coadiutore a Sesto Calende, il 6 dicembre 1906 don Cervini passò a Somma Lombardo, ove per un decennio si prodigò per il bene spirituale degli abitanti della borgata.

Il 25 luglio 1916 egli si presentò all’esame canonico per la parrocchia di Jerago, della quale fu nominato parroco il 2 agosto successivo. Quattro giorni dopo riceveva nella sua residenza  di Somma la visita del sindaco di Jerago cav. Alessandro Zeni, al quale il neo parroco aveva inviato il suo “reverendo saluto, come a colui che rappresenta l’autorità civile, la cui valida collaborazione con quella religiosa è da me ritenuta uno dei più validi fattori in un paese”.

“Trascorsi i sei mesi di vacanza della parrocchia-scrisse don Cervini- il nuovo parroco si disponeva a fare il suo ingresso per la domenica 29 ottobre 1916, quando con sua sorpresa venne a sapere che il regio placet (l’approvazione dell’autorità civile) non gli veniva rilasciata perché accusato di sentimenti poco patriottici. Fu solo per l’interessamento del Card. A. C. Ferrari, con ricorso diretto al ministro di Grazia e Giustizia, corredato di un lodevole attestato rilasciato dall’Amministrazione comunale di Somma, che il regio placet, in data 6 febbraio1917, venne concesso”.

L’ingresso del nuovo parroco avvenne la domenica 18 febbraio, in forma semplice, data la guerra, che proprio in quei mesi falciava vittime su tutti i fronti.

Così cominciò la vita jeraghese di don Massimo Cervini, la quale doveva durare ventotto anni, trascorso in un apostolato zelante e rinnovatore del clima parrocchiale.
le date più significative di questo cammino pastorale sono segnate da tre tappe: due gioiose, la terza dolorosa. la gioia più grande per il parroco Cervini fu quella procuratagli dalla realizzazione della nuova chiesa. una sosta gioiosa furono pure le giornate dedicate al suo XXV di parrocchialità congiunto con il XL di ordinazione sacerdotale.

La cronaca della giornata, 19 luglio 1942, s’illumina della presenza di autorità ecclesiastiche e civili e di manifestazioni personali e comunitarie piene di affetto verso il festeggiato, espresse anche nei doni, che la popolazione tutta offriva a ricordare le due date: un’artistica pergamena eseguita dal nostro pittore Gino Riganti, un paliotto d’altarini oro, una stola a ricami ed un elegante prezioso Crocifisso, tutti eseguiti dalla “Beato Angelico”, e persino.. un paio di occhiali. inoltre consegnava al parroco una cospicua somma raccolta in paese per il nuovo altare della Madonna.

Questo voleva essere un’altra delle numerose opere realizzate da don Cervini a Jerago, come voto perché la Vergine benedica i nostri soldati. La festa fu coronata da un’imponente processione che si svolse per tutte le vie del paese. Dai militari in licenza venne portato a spalle il venerato simulacro della B. V. del Carmine.

Il giovedì 3 maggio 1945 segna l’ultimo giorno di vita per il nostro parroco che da poco più di un mese ha compiuto i 66 anni di età.

Don Francesco Delpini, primo ed unico sacerdote di Jerago guidato dal defunto parroco dalla prima ginnasio alla consacrazione sacerdotale, con affetto di figlio riconoscente e devoto redasse nel Liber Chronicus parrocchiale la memoria di quella scomparsa, che lasciò in tutti parrocchiani sgomento e rimpianto: “Grande lutto per la Parrocchia di Jerago. Il Rev. mo Sig. Don Massimo Cervini, da 28 anni parroco del paese, di ritorno in bicicletta da Albizzate verso le 13,30, dove si era recato a confessare, mentre sorridente stava discorrendo con la sorella sig.na Pia, muore improvvisamente senza accusare il minimo disturbo e senza dire alcuna parola, emettendo un gemito.. Le campane che, dopo la nuova sistemazione, dovevano suonare a festa per la prima volta nella prima domenica di maggio, suonano l’agonia del sig. parroco…”

Nel testamento in cui don Massimo Cervini si dichiarava indegno ministro della chiesa, si trova scritto: “Desidero essere sepolto nel cimitero di Jerago, in campo comune, in luogo visibile, perché i superstiti, vedendo il luogo della mia sepoltura, abbiano a dire qualche requiem per l’anima mia”.

Il comune regalò il terreno per la sua sepoltura sull’angolo destro di fronte alla cappella del cimitero. Molti sono gli episodi curiosi che si possono raccontare sulla vita di don Cervini oltre a quello della mancanza del “regio placet” , ma rimandiamo ad un successivo articolo il loro racconto.

Franco Delpini

Le Feste dei Santi e dei Morti nella tradizione paesana jeraghese anteriore alla 2° Guerra Mondiale

1 Novembre – Ognissanti

Nel pomeriggio Vesperi solenni e processione al Camposanto per l’assoluzione alla  Tomba di  tutti i cari defunti. In chiesa dopo i Vespri dei Santi, si toglievano dall’altare i busti dei Vescovi e le Reliquie e il Paliotto bianco dell’Altare veniva sostituito con quello nero. Il Celebrante smetteva il Piviale bianco e indossava quello nero, dando inizio alla liturgia dei defunti. Terminato il Vespero, la predica dei Defunti[1]. Terminata la predica ci si avviava in processione con una prima sosta all’asilo per l’omaggio alla lapide dei caduti in guerra [2]e poi al Cimitero. Indi si tornava ancora in chiesa per la. S Benedizione Eucaristica.

Al ritorno era tradizione offrire le caldarroste. Così facevano le osterie per i loro avventori dopo la processione al Camposanto.

La Cooperativa di Consumo offriva ai soci il vino novello per l’assaggio.

Prima della 2^ guerra , alla sera, i ragazzi dell’oratorio maschile accompagnati dall’assistente, il concittadino Don Francesco Delpini, e dal Parroco, Don Massimo Cervini, si recavano al Camposanto recitando il rosario. Di ritorno la sorella del Parroco, signorina Pia, faceva trovare pronte nella saletta della vecchia sacrestia le castagne mondelle, cotte sulla stufa della attigua casa parrocchiale.

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2 novembre – festa dei Morti

Ore 6.00 Recita delle tre messe rituali – consecutive nella chiesa di San Rocco, tradizione iniziata da quando il Cimitero fu trasferito a San Rocco, nel sito dove oggi è il monumento ai Caduti e del quale  ancora rimane la nobile Cappella Funeraria della Famiglia Bianchi.

  

Ottava dei Morti. Verso le ore 18  per tutte le sere fino alla domenica successiva ai Santi, in processione, si recita il santo rosario percorrendo la via che dalla Chiesa porta al Cimitero. La via alberata che conduce al camposanto, ad ogni albero di tiglio, era segnata da un cippo recante il nome di un concittadino caduto in guerra ed un fiore fresco, perchè sono i giorni dell’anniversario della vittoria. Il raccoglimento è grande, le famiglie intere vanno a trovare i loro morti e ad accendere un lumino sulle tombe. Dopo la Benedizione impartita dal Parroco si torna a casa, e ci si affretta a ravvivare il fuoco della stufa economica, perché il freddo dell’inverno, ormai alle porte comincia a farsi sentire. Il proverbio recita : pai Sant paltò e guantper i Santi cappotto e guanti . Sulla stufa si preparano le mondelle.

4 novembre- festa di San Carlo Borromeo

Giorno festivo civile e religioso, si festeggiava  il Compatrono della Diocesi di Milano e si festeggiava l’anniversario della Vittoria nella 1^ guerra Mondiale. Oggi, purtroppo, la  festa della Vittoria è  stata spostata alla domenica successiva e quindi san Carlo rimane festa liturgica, cui non corrisponde una giornata festiva infrasettimanale.

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Castégn fai arost pai mort- Castagne arrosto del giorno dei morti

 

La prima operazione sulla castagna da arrostire al fuoco è la crénadüra – taglio. E’ necessario praticare un taglio nella zona mediana della parte piatta, per consentire al vapore, che emanerà dalla polpa che cuoce, di fuoriuscire senza far scoppiare il frutto. In dialetto la castégna la và crenò [3] la castagna va tagliata. Si preparava brace ardente nel camino ed alla catena pendente al centro si agganciava la tipica padèla di castegn, forata sul fondo e col bordo alto una decina di centimetri. Vi si buttavano le castagne, si scuoteva la padella con un sapiente movimento del manico perché le castagne si rigirassero e non presentassero la stessa parte alla brace per troppo tempo. Si teneva viva la brace senza suscitarne la fiamma che avrebbe carbonizzato le castagne. Dopo alcuni minuti s‘assaggiavano, per non toglierle crude dal fuoco. A cottura ultimata, si mettevano in un mantin – involto di tela, perché rimanessero calde e croccanti.

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fonte immagine: cookist.it

Note . Le castagne arrosto erano tradizionali per il giorno dei Santi e per i Morti. Anticamente le osterie al primo segno dei Vesperi di Ognissanti tiravan giò la clèr abbassavano la serranda, perché tutti partecipassero alla Funzione in Chiesa ed alla processione al Camposanto. Poi, dopo che la Processione si fosse sciolta, al ritorno dal Cimitero, gli avventori tornavano nelle osterie per assaggiare le castagne arrosto distribuite a gratis dagli osti . In cooperativa si offriva il vino novello.


Brani tratti da A. Carabelli – E. Riganti, “Le ricette della Nonna” , Collana Galerate, Tipografia Moderna-Gallarate, 2000

 

 

[1] I vecchi, per molto tempo, raccontarono della profonda emozione suscitata tra coloro che furono  presenti all’omelia pei Defunti pronuciata dal concittadino Padre Umberto Cardani, pochi giorni prima della sua partenza per la Missione in  Sudan .

[2] solo più tardi , nel 1969, fu costruito il monumento dietro l’abside di San Rocco per il grande impegno dei soci dalla sezione Combattenti e Reduci , quando era presidente il Sig. Lorenzo Chinetti e segretario il Sig. Giovanni Balzarini.

[3] Crèna– voce dal tardo latino che vuol dire “ tacca” o taglio, ripresa poi dal francese arcaico Cran. Secondo questa interpretazioneCrenna nel senso di paese sarebbe sorta presso il taglio del monte diviso.