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30° Anniversario Restauro Campanile di S. Giorgio in Jerago

fonte immagine: youtube.com

Nell’approssimarsi del 30° anniversario della rimessa in funzione del concerto di campane del Campanile di San Giorgio in Jerago, ripubblicheremo nelle prossime settimane alcuni articoli di approfondimento comparsi ad inizio anni ’90 sulle pagine del giornale parrocchiale “Un popolo in Cammino” e poi raccolti in una pubblicazione autonoma in occasione delle celebrazioni dell’ottobre 1991 per il terminato restauro del campanile

Febbraio 1991

Il Campanile della Chiesa di Jerago

di Anselmo Carabelli

Sabato scorso, mentre salivo sull’impalcatura che avvolge il Campanile, il mio sguardo non poteva trattenersi dall’ammirare lo spettacolo delle Alpi, ammantate di neve, che mostravano la loro cerchia di vette non usuali, quali quelle che ritenevo proprie delle Alpi Marittime. Se questo era ciò che vedevo, la mia mente si era focalizzata su un’idea: in quello stesso momento ed in una situazione simile di luce, lo stesso emozionante spettacolo si offriva a chi, mille anni prima, si fosse trovato ad osservare dall’alto di quella torre campanaria.

Ecco dunque evidente che l’entusiasmo par la riscoperta di questa architettura romanica del campanile, fosse qualcosa di più della gioia di un appassionato di architettura di fronte ad una bella struttura. Se per quell’uomo medievale, vincolato dalla lentezza dei mezzi di trasporto e dal pericolo dei viaggi, il salire questa torre poteva dire arrivare con lo sguardo ai confini delle sue attese di scoperta del mondo (le Alpi, il mare), a me, cui basta la semplice pressione sul tasto del telecomando per avere l’altro capo della terra in salotto, quello sguardo dal campanile, dilatava il tempo e stavo riscoprendo le radici della mia gente.

Ho pensato, dunque, anche per invito di Don Angelo, grande appassionato della storia cristiana delle nostre genti, di dare un contributo per una migliore comprensione di quanto è successo e sta succedendo in ordine alla questione del campanile e della vecchia chiesa di S. Giorgio.

Nei primi anni di liceo mi ero interessato, unitamente agli amici Massimo Alberio e Piergiorgio Magistrali, a notazioni storiche su Jerago. Notazioni che vennero pubblicate a puntate prima sul foglio parrocchiale “La Voce del Parroco” e poi su “Jerago – Rassegna di vita cittadina”, foglio del centro giovanile ”Ul Galett”. Su esse, pur nella limitatezza delle nostre vedute (così come ingiustamente ci avrebbe fatto rilevare il Cazzani in “Jerago – la sua storia”), riconoscevamo le origini romaniche di alcuni monumenti locali con ampio foto di particolari architettonici rilevabili sia nella basilica di Arsago Seprio – “S. Vittore” – sia nella chiesa di S. Giacomo della parrocchia di Jerago in località Castello.           

Il romanico, che poi fu ampiamente evidenziato dal restauro di S. Giacomo, sembrava del tutto scomparire nell’imponente corpo della chiesa vecchia di S. Giorgio e del suo campanile. Sembrava, non logica la mancanza di continuità fra S. Giacomo dell’XI sec. circa e S. Giorgio vecchio, le cui notizie più documentate risalgono agli atti della visita di S. Carlo Borromeo nel 1570.

E’ del XVII sec. una descrizione più completa di detto impianto ad opera del curato Giovanni Bonomi, dove si dà notizia di un campanile con due campane cui si accede dalla sinistra dell’altare maggiore. Successivamente, nel sec. XVlll, e sempre documentato, si ha notizia della sopraelevazione del campanile por potervi alloggiare un concerto più completo di campane. Nel sec. XIX si ha notizia del completamento del concerto delle campane con il rifacimento del castello sul quale ruotare le stesse. Fu in tale periodo (1820 circa) che si appose l’aquila asburgica, rivettata sopra la vecchia bandierina dei Visconti, che fungeva da segnavento, alla base della croce.

Il campanile era stato, dunque, interamente intonacato nel corso dei secoli XVlll o XIX e ne ere risultato un complesso unico, di campanile, chiesa e canonica, in uno stile composito tipico degli insediamenti religiosi di quel periodo.

A chi, amante di storia dell’architettura, osservava il campanile, non potevano sfuggire alcuni fregi che segnavano il passaggio da un ordine all’altro sopra le finestrelle monofore. Qualche cedimento dell’intonaco in corrispondenza di alcuni mattoni faceva però intuire un muro di tamponamento incerto.

Se i fregi fossero stati autentici e si fosse ritrovata una costruzione in sassi squadrati, la datazione romanica dal IX al Xll sec. sarebbe stata sicura;

Dati però i rifacimenti dal 1700 tali fregi potevano essere falsi.

L’impossibilità e il pericolo di accedere a quelle quote manteneva incerte le cose e riservate agli amanti e agli specialisti.

Il Cazzani, uomo di archivio, non trovando documenti, escludeva un qualsiasi aggancio architettonico di valore anteriore al 1600 o 1500. Di diverso avviso e, (mi sia concesso),  corrispondente anche alla posizione mia e dei miei amici, l’arch. Moglia, cui si deve uno studio sulle origini romaniche del campanile e la proposta di un intervento.

Separatamente dal discorso di studi, si deve affrontare il discorso operativo, cioè cosa fare della chiesa vecchia, abbandonata dopo la costruzione del nuovo Oratorio-Auditorium e del campanile non più agibile da quando, verso il 1968, le campane furono immobilizzate.

Il Parroco Don Luigi Mauri, con l’unanime consenso della popolazione avrebbe desiderato abbattere la chiesa vecchia, anche per ampliare l’Oratorio, cui mancavano ancora spazi ricreativi, ma se in un primo tempo si opposero considerazioni di carattere economico, la necessità di saldare i debiti dell’Auditorium, successivamente si opposero i veti della Sovraintendenza ai Beni Artistici Culturali.

L’archivio parrocchiale evidenzia le preoccupazioni di Don Luigi, il quale chiede lumi alla Sovraintendenza perché se non si può abbattere, almeno che si possano evitare situazioni di pericolo incombente.

Si provvide pertanto ad eliminare tale situazione di pericolo del catino absidale e degli edifici addossati al campanile esistenti fra lo stesso e l’Oratorio.

Fu comunque evidente a tutti che, non sapendo cosa fare e avendo qualsiasi intervento un costo rilevante, conveniva attendere che il tempo trasformasse il tutto in un rudere. Era comunque un peccato osservare quel campanile con le campane legate. L’arch. Moglia operò, pertanto, con l’ausilio di Luigi Caiola e dei cuoi uomini, un sondaggio che poneva in evidenza le sottofondazioni del campanile e che, cosa importante, il campanile era del tutto svincolato dalla vecchia chiesa, quindi si poteva procedere al ripristino.

Fu quindi commissionato da Don Luigi il nuovo castello delle campane, nel 1983, alla ditta Perego. Nello stesso periodo, però, si evidenziarono anche degli ammaloramenti nel tetto della nuova chiesa di S. Giorgio: altri oneri, quindi, ed imprevedibili nella loro entità, si avanzarono nell’orizzonte economico dello parrocchia.

Le cose operativamente stanno in questi termini, quando nel 1987 lascia lo guida della parrocchia por raggiunti limiti di età e gli succede Don Angolo Cassani.

Egli si trova ad affrontare questi problemi apparentemente essai impegnativi ed urgenti, dotato di una notevole sensibilità artistico- architettonica che gli viene dall’aver seguito i lavori della basilica di S. Lorenzo alle Colonne in Milano o dell’essere stato coinvolto in essi.

Una dello prime pratiche del Consiglio Economico Parrocchiale fu la liquidazione, cioé il pagamento dei lavori per il castello delle campane già allestito e sul quale era stato versato solo un acconto. Era impossibile procedere oltre nel campanile, perché mancavano gli studi ingegneristico statici che permettessero il ripristino architettonico, sul quale si era già impegnato negli studi l’arch. Moglia.

Fu data comunque priorità al ripristino del tetto della nuova chiesa di S. Giorgio ed al recupero di un aspetto decoroso dell’esterno integrandolo a quei volumi già in buono stato di uso, (casa, cappella invernale, grotta di Lourdes), soprassedendo però sul rifacimento della facciata che peraltro era in buone condizioni tecnico-statiche, anche se architettonicamente piuttosto misera.

La piazza della chiesa fu ripristinata, ad opera dell’amministrazione comunale. nell’ambito di una più vasta revisione della viabilità nel centro del paese ed il tutto con un risultato che è oggi piacevole a vedere.

Interessante fu la divisione del debito in parcelle che, chiamate tegole (circe 13.500 del velore simbolico di Lire 20.000 cadauna) furono rapidamente cedute nel volgere di due anni grazie alla generosità dei singoli e di gruppi di lavoro parrocchiale.

I lavori per il campanile furono avviati in gennaio del 1990, affidati all’impresa Coesmi, sotto la direzione ingegneristica dell’Ing. Emilio Aliverti ed architettonica dell’arch. Giorgio Vassalli.

In questa fase, che è tuttora in corso, dopo aver provveduto al consolidamento della base di appoggio con lavori che sono stati documentati anche, con supporti visivi, si sta procedendo al recupero architettonico.

Si aprì qui un lungo discorso sulla datazione ed è con grande gioia che le attese dell’impianto romanico del campanile X e XII sec. si sono rivelate nella loro originalità. Scrostate le pareti, come da un gigantesco bozzolo si è rivelato ciò che si poteva attendere solo nelle più rosee previsioni: una torre assai compatta in blocchi di gneiss granitico ben squadrati fin dal primo ordine, (quello nascosto dalla vecchia sacrestia), i fregi originali in mattone che ne impreziosiscono il disegno, e che ci avevano fatto dubitare di essere posticci e settecenteschi, una netta cesura tra l’impianto romanico e le aggiunte settecentesche della loggia in mattoni.

Mi sia consentito di ringraziare Don Angelo perché, grazie alla sua caparbietà, non sapevamo di avere un gioiello in casa… e lo abbiamo ritrovato.

Storia dell’Asilo infantile- Scuola materna – oggi Scuola dell’infanzia, intitolata ad Ippolita Bianchi Gori

Elencare i momenti salienti del nostro Asilo è come leggere di riflesso la vicenda di una comunità cattolica che in unità con i suoi vescovi e con i parroci si è costantemente preoccupata dell’educazione dei  piccoli.

Da Jerago  tra il 1865 ed il 1894 con la ferrovia, per quanto riservata a pochi, si poteva raggiungere tutta la penisola. Nel 1897 con la costruzione della centrale elettrica di Vizzola Ticino si rendeva imminente la distribuzione dell’elettricità per il cui scopo nasce in loco  nel 1906 la società elettrica di Jerago. Le prime attività sorte alla fine del 1800 con l’energia meccanica dei soli motori a vapore ora, grazie a  potenti e pratici motori elettrici trifase, si trasformeranno in poderose realtà industriali. Le officine Sessa, la S.A Achille Rejna, la tessitura Milius a Besnate ed altre minori in loco ed a Cavaria richiederanno molta manodopera, anche femminile. La comunità cattolica guidata dal parroco don Angelo Nebuloni non resta indifferente a questi stravolgimenti grazie anche alle sollecitazione espresse del Beato Cardinal Ferrari nelle sue tre visite pastorali. Si ricerca una soluzione adeguata alle nuove esigenze di educazione e cura dei bambini, le cui mamme sono al lavoro,  ed alla  formazione cristiana  delle ragazze che si trovano a vivere nel nuovo mondo della fabbrica. Un Asilo ed un Oratorio Femminile potranno ben essere l’adeguata risposta agli indirizzi del Cardinale. La stampa cattolica, che arriva con la diffusione del Resegone[1], tra tutti gli argomenti trattati rivolge particolare attenzione alle mirabili iniziative di Don Bosco, morto nel 1888, e dei suoi successori: i Salesiani e le figlie di Maria Ausiliatrice.

Nel 1888 la famiglia dei proprietari del castello è colpita dal lutto per la morte in Milano del giovane Giulio Cesare Gori, che lascia allo zio Senatore G. Bianchi il legato di 10.000 lire per opere di bene in memoria della madre, sorella del senatore: Ippolita Bianchi Gori. Il senatore, figura di spicco dell’assistenzialismo milanese rivolto in particolare verso i sordomuti e gli orfani, esprime il desiderio che il lascito serva alla costituzione di un asilo in Jerago, dedicato alla sorella. Avviene che il senatore muoia prematuramente senza disposizioni, ma  il suo desiderio verrà rispettato in toto dagli eredi con la costituzione notarile della fondazione Scuola Materna Ippolita Bianchi Gori, voluta dai nipoti, eretta in IPAB (istituzione pubblica di assistenza e beneficenza) con Regio Decreto 4. novembre del 1900. Significativo dell’impronta cattolica che ne connota l’istituzione è l’articolo 3 dello statuto che recita “l’asilo ha per scopo di raccogliere e custodire i bambini di ambo i sessi, e dare ad essi educazione religiosa, morale e fisica  conveniente alla loro età”.

E’ evidente l’impegno del parroco Nebuloni nella  stesura dello statuto, ottenendo per la Parrocchia che il parroco pro tempore faccia parte del consiglio di amministrazione unitamente al rappresentate della famiglia Gori Besini, poi Riva – erede dei Bianchi e ad un rappresentante del Comune .

La famiglia Gori ed il rappresentante del Comune cav. Alessando Zeni si attivarono nelle problematiche della costruzione dell’edificio, che sarà completato nel 1903, il parroco si preoccuperà di ottenere che la conduzione e l’educazione vengano affidate alle suore di Maria Ausiliatrice. Esse arriveranno a Jerago il 2 novembre 1903 [2], garantendo per tutta la loro permanenza, che si protrarrà fino ad agosto del 2001, l’educazione cristiana dei bimbi espressamente richiesta dal citato articolo dello statuto. La presenza delle suore, nel tipico adempimento della missione salesiana consentirà la formazione delle giovani nell’Oratorio femminile. Non a caso la Parrocchia di San Giorgio darà diciassette vocazioni femminili alla congregazione di Maria Ausiliatrice ed un sacerdote Salesiano[3]. Si stabilì un grande rapporto di stima e di affetto tra la comunità e le indimenticabili Suore di Maria Ausiliatrice che, con la loro instancabile attività e fede, caratterizzarono un secolo. Ogni allievo dell’asilo ricorda con piacere la sua maestra, il segno di Croce, le prime preghiere, i giochi coi coetanei, le amorevoli attenzioni della  suora quando, all’inizio della frequenza, la mamma si allontanava lasciandolo piagnucoloso e smarrito in un ambiente tutto nuovo. Tra tutte le religiose, ma solo per brevità di esposizione, valga ricordare Suor Marietta – (Maria Savioli 1885-1972) le cui spoglie mortali il paese volle tumulare, con grandissima partecipazione e solenne funerale, in uno dei loculi che il Comune aveva appositamente predisposto, per i religiosi e i caduti in guerra[4]. Di suor Marietta si scriverà nell’occasione “.. sono stati lunghissimi anni di religioso apostolato svolto nel nostro asilo, dove ha educato generazioni di parrocchiani al vero senso della vita cristiana. Il ricordo che lascia è indelebile in coloro  che l’hanno conosciuta, amata apprezzata per le sue virtù religiose ed umane… C’era in lei un fascino di stile soprannaturale, per cui ogni atto era una espressione di quella interiorità religiosa, di cui il suo animo era pieno.[5]. Trascorse così quasi un secolo, quando per carenza di vocazioni, la congregazione salesiana sarà costretta a ritirare le suore dalla casa di Jerago ed il problema della continuità educativa cristiana verrà affrontato da Don Angelo Cassani che, al fine di mantenere l’indirizzo cattolico, si attiverà per la depublicizzazione dell’istituto, richiesta in data 14 marzo 2001 ed  ottenuta con decreto della regione Lombardia n. 45 del 9-1-2003. Con la trasformazione in scuola paritaria privata, si consente di mantenere lo spirito cristiano della fondazione nell’ambito delle linee educative ministeriali[6]. Quindi nel rispetto delle disposizioni previste dal ministero della Pubblica Istruzione e dal M.I.U.R. fu bandito un concorso  presso la F.I.S.M. (Federazione italiana scuole materne di Varese) per la ricerca di personale educativo laico con indirizzo cattolico cristiano, mediante il quale fu selezionato e prese forma l’organico che subentrò alle rev.de Suore.  Col progressivo defilarsi degli eredi Gori- Besini-Riva dalle responsabilità del consiglio di amministrazione dell’ente e per interessamento del Parroco, in funzione di presidente supplente, Don Remo Ciapparella, con atto notarile  in data 19 ottobre 2012 l’ente si trasformerà In “Fondazione Scuola materna Ippolita Banchi Gori”, il cui consiglio amministrativo sarà composto da tre componenti

– il parroco della parrocchia di San Giorgio,

– un membro nominato dal Sindaco del Comune di Jerago con Orago

– un membro nominato dal Parroco della Parrocchia di San Giorgio.

Il nuovo statuto ribadisce gli indirizzi educativi cristiani originari, estendendoli alle necessità odierne.

Attualmente  la fondazione e così organizzata:

– 3 sezioni di scuola dell’infanzia dai 3 ai 6 anni

– una sezione nominata Primavera per i piccoli da 24 a 36 mesi

Prevede una direttrice in persona della sig.ra Susanna Pallaro che può vantare 30 anni di servizio presso l’istituto, 20 dei quali trascorsi, prima della trasformazione, in collaborazione con le suore, 3 insegnanti  ed una educatrice, nelle persone di Franchi Nadia  (20 anni di servizio nell’istituto) –Macchi Barbara- Baratelli Alice- Meda Anna, una cuoca Pepice Lucia e due assistenti- Caruggi Giovanna – Del Bon Maria. L’amministrazione è affidata a personale volontario dopo la rinuncia, per anzianità della preziosissima signorina Armida Caruggi. Alla gestione si affianca un consiglio dei genitori.

La gestione economica ordinaria si regge: sulle rette, sui contributi regionali, sui contributi statali M.I.U.R (Ministero Istruzione Università e Ricerca), sui contributi Comunali, sulle oblazioni volontarie, alcune donazioni sono legate alle rette per gli allevi statutariamente ospitati gratuitamente; preziose ed indispensabili sono le raccolte che vengono eseguite nell’ambito delle feste dedicate. Naturalmente al fine di conseguire il pareggio di gestione le rette debbono essere adeguate alle spese .

E’ evidente che i problemi più impegnativi nascono per il finanziamento delle opere inerenti il mantenimento straordinario e l’ampliamento della  struttura.

Per quanto concerne la gestione straordinaria, dalla lettura degli atti, si evince che, dopo il grande sforzo della costruzione, quegli impegni fecero sempre capo al parroco pro tempore, nella sua funzione statutaria di  presidente supplente, i quali parroci nei vari periodi seppero coinvolgere la popolazione. Così avvenne con don Massimo Cervini, alla cui intuizione si deve il  grande salone ricreativo, che fu anche il polivalente teatro dell’Asilo. Era da poco terminata la prima guerra mondiale col suo triste corredo di giovani caduti al fronte ed ogni paese vide nascere un comitato per il monumento ai caduti. A Jerago, unico paese dei dintorni, i fondi raccolti, accogliendo l’indirizzo di don Massimo, finanziarono l’edificazione del salone  dell’Asilo, ove fu apposta  una grande lapide con foto dei caduti. Oggi, dopo la realizzazione negli anni 70 del giardino dei caduti presso san Rocco, quella  lapide, unitamente a quella dei caduti della seconda guerra mondiale, è stata trasferita all’interno della cappella del Cimitero. Negli anni del dopoguerra, don Luigi Mauri  affrontò l’onere della restaurazione e dell’adeguamento in due fasi: nel 1953 col riscaldamento centralizzato, in sostituzione della famosa stufa in ceramica e costruzione dell’avancorpo tra il salone e la via  Indipendenza, nel 1974 con trasformazione dello stesso avancorpo in aule e servizi. Interessante e significativa la lettera con la quale don Luigi il 20 ottobre 1953 si rivolge al presidente della Cariplo chiedendo un contributo per i lavori in programma rilevando che “l’amministrazione dell’Asilo è praticamente sulle spalle del Parroco, il quale funge momentaneamente anche da presidente, essendo in corso il cambiamento di statuto con rinuncia del presidente ereditario.  Nell’attesa funziona un commissione  interinale della quale il sottoscritto è presidente”.

Tale auspicata modifica statutaria avverrà  solo con don Remo nel 2012,  questo conferma che tutte le notevoli migliorie sono sempre state finanziate dal generoso contributo della Parrocchia, dai vari benefattori a diverso titolo, dall’attività dei comitati  nati ad hoc,  da contributi comunali. Con don Angelo Cassani si inaugurò la quarta aula e si proseguì nel risanamento, così come con don Remo, cui si deve la costruzione della sezione primavera, il restauro del salone, dei cortili e delle facciate. Per tale necessità  ha parzialmente contribuito l’Associazione figli di don Angelo con  25.000 euro e si confida nella generosità consueta di tanti sostenitori, come è sempre avvenuto.

Da ultimo il nostro Asilo verrà impreziosito dall’affresco dedicato all’Angelo Custode, opera mirabile del pittore Gianfranco Battistella, realizzata con la consueta maestria e precisione, che si aggiunge ai tanti suoi affreschi che  già abbelliscono il nostro borgo, la preparazione del fondo e la messa in opera sono di Antonio Lo Fiego

Nel cartiglio si legge “Angelo di Dio che sei il mio custode”, ma per i piccoli che ancora non sanno leggere,  è immediato intuire la funzione protettiva dell’Angelo nell’atteggiamento verso i due bambini improvvidamente avventuratisi su un ponte malmesso gettato su di un rile in piena.

[1]Fondato a Lecco nel  1881

[2]La prima direttrice fu Suor Luigia Bardina coadiuvata dalle consorelle Rosina Cappo e Desolina Orlandi

[3]Cardani suor Claudina, Sessa suor Assunta, Alberio suor Santina, Cardani suor Angela, Cardani suor Mirella, Cardani suor Santuzza, Caruggi suor Natalina, De Bortoli suor Caterina, De Bortoli suor Mariangela, De Bortoli suor Rina, Morosi suor Pia, Reghenzani suor Maria, Riotti suor Giuseppina, Rustighini suor Amelia, Rustighini suor Maria, Sessa suor Clara , Tonelli suor Enrichetta. Il sacerdote Salesiano è Don Gianfranco Rustighini

[4]Ivi riposa tuttora sul lato di sinistra, per chi guarda la cappella cimiteriale nei vecchi colombari.

[5]E. Cazzani “Jerago e la sua storia”

[6]Legge 10-3-2002 n.62

Viaggio a Roma

Da: “La voce del parroco – maggio 1962” 

(ricerca di archivio di  A. Carabelli)

Gita–Pellegrinaggio Parrocchiale a Roma nel Ferragosto 

Programma

21 lunedì-Ore 5 partenza da Jerago. Arrivo a Firenze previsto per le ore 9.30. Visita breve alla città. Ore 13 Pranzo. Ore 15.30 partenza per Roma. Arrivo per le 19.30. Sistemazione alla Pensione Salviati.

22 martedì– Visita a S.Pietro–Auditorium- Tesoro di San Pietro- Cupola- Musei Vaticani- Cappella Sistina- Vaticano. Nel Pomeriggio: Aeroporto di Fiumicino- Ostia Mare- Anzio e Nettuno e tomba di S. Maria Goretti. Frascati.

23 Mercoledì– S. Messa alle Catacombe- Fosse Ardeatine- Udienza del Papa a Castel Gandolfo. Nel pomeriggio: Piazza Venezia- Ara Coeli- Campidoglio- Carcere Mamertino- Colosseo- San Giovanni in Laterano –Scala Santa.

24 giovedì– Foro italico- Stadio Olimpico- Giardino zoologico- Villa Borghese- Piazza di Siena- Via Veneto. Nel pomeriggio: S. Maria Maggiore- Mosè di Michelangelo- Fontana di Trevi- Montecitorio- Pantheon.  A sera visita a Tivoli: giardini e fontane.

25 venerdì– Gianicolo- Castel S. Angelo- Stazione Termini- Fontana dell’Esedra- Via Nazionale – Via del Corso. Nel Pomeriggio: Visita agli altri Monumenti: Piazza di Spagna- Trinità dei monti- Piazza del popolo.

26 sabato– Partenza da Roma- Verso le ore 11 arrivo a Pisa: breve visita alla città. Nel pomeriggio partenza per Genova. Ore 20 Cena- Partenza per Jerago dove è previsto l’arrivo per le ore 23.30

Così Don Luigi Mauri, annunciava nel maggio del 1962 sul foglio parrocchiale, che allora si chiamava “Voce del Parroco”, la visita a Roma, da raggiungere a bordo di un Pullman di gran turismo della premiata ditta Somarè di Travedona. Soggiorno di 5 notti vitto e alloggio presso la centralissima Pensione Salviati, per intendersi zona Trastevere, nei pressi delle mura vaticane ed adiacente a Regina Coeli. Data la capienza dell’automezzo il pellegrinaggio era riservato a 35 partecipanti, con iscrizione che si chiudeva definitivamente il 10 di agosto. 

Era la prima volta che la Parrocchia, grazie anche alla novità dell’autostrada del sole, che allora arrivava diritta fino a Firenze, organizzava in autonomia un viaggio a San Pietro. In precedenza tutti i pellegrinaggi verso Roma furono sempre in adesione con la pieve di  Gallarate, come avvenne per l’Anno Santo ma, comunque, con un numero limitato di aderenti. Don Luigi, ogni anno, annunciandolo con un gran suono di campane, era solito portare i coscritti a Roma in occasione della loro visita di leva obbligatoria, ma in treno, partendo da Cavaria – Porta nuova- Stazione centrale Milano- Roma Termini. Con soggiorno sempre alla pensione Salviati. Erano tutti giovani e baldanzosi e quindi potevano ben muoversi servendosi sia del cavallo di san Francesco che dei mezzi dell’Atac, cioè i mezzi pubblici capitolini, che allora erano efficienti. Comunque sempre con udienza dal Santo Padre, in forma  privata  che consentiva di essere molto vicini al Papa, quasi toccarlo con mano, di ascoltare la sua parola e di osservarlo da pochi metri quando attraversava a piedi benedicendo la piccola sala, mentre si avviava all’altare. Don Luigi infatti poteva vantare dei compagni di seminario, di Messa  e di sacerdozio che prestavano la loro missione in Vaticano e quindi rivolgendosi a loro gli venivano facilitati questi rarissimi accessi.

Chi scrive queste note ha avuto la fortuna di partecipare a quel viaggio, annoverato tra i giovani di un quintetto e perciò destinato alla camerata loro riservata alla pensione Salviati, che mi vide in compagnia di Luigi Caruggi, Ulderico De Bortoli, Giovanni Moroni ed Eligio Tondini, era la prima volta che mi recavo a Roma, ma debbo dire che mai più mi sarebbe capitato di vederla in modo più completo e piacevole, complice forse l’età, la compagnia e un piccolo pullman, che poteva accedere in ogni luogo e quindi era molto rapido nel lasciarci in prossimità dei siti da visitare consentendo una grande celerità negli spostamenti. Infatti chi legge quel programma si rende subito conto che oggi non lo si potrebbe svolgere, tutto e in così breve tempo, associando, in modo tanto appropriato da non stancare nessuno, le mete religiose, le mete archeologiche ed artistiche, nonché i luoghi della modernità, che allora per noi erano altrettanto importanti quanto le rovine dell’antica capitale. Ma piacevole era pure il ritrovarsi la sera nel cortile di quell’antico convento che era la pensione Salviati, dove tutto era ben programmato. Dopo una buona cena tipicamente romana, robusta e unta di suo, comunque tale da soddisfare stomaci  forti e particolarmente affamati di noi giovani, ma anche degli anziani, servita in un ristorante dove occupavamo un’unica tavolata, con la sola pecca della esasperante flemma dei camerieri, il cui capo aveva guadagnato l’appellativo di Fulmine. Come non dare loro ragione di tanto torpore, perché è proprio il ponentino che verso sera spinge alla calma ed alla riflessione. Riflessione e pace che mi pare ancora di intuire nei volti degli anziani seduti in piacevole conversazione ai tavolini del portico, nonni per noi, anche se non anagraficamente. Il sig. Francesco Turri, il sig. Angelo Cajelli, il Sig. Raimondi cui si associava volentieri don Luigi, che volentieri  indugiavano nei ricordi di altre visite capitoline, magari da soldato, quando ancora c’era il re. Ricordo la sfida che Raimondi lanciò mercoledì sera contro tutti, come posta una bottiglia fresca di frascati, “domani al foro italico farò tutti il giro della piazza, attorno al globo e di  corsa, e così veramente fece come documenta la foto che lo immortala nell’impresa e fu festa. Lì vicino il tavolo delle signore: la signorina Andreina, le signorine Cardani, mia nonna Giulia, la signora Veronica, la signora Ida, la signora Maria, la zia Angelina, tutte con la immancabile borsetta al braccio ed il golfino: pronte per le escursioni serali. Delle quali indimenticabile quella alla villa d’Este a Tivoli. Credo che ancora oggi pochi abbiano potuto godere dello spettacolo notturno delle fontane e dei giochi d’acqua di quella magnifica villa d’Este, che è stata riaperta al pubblico solo da pochi anni . Non é mancata la visita ad Ostia,  cosi come a Cinecittà, a Fiumicino dove il sig. Enea Chinetti – Capo manutentore presso Alitalia, ci permise di visitare il famoso hangar di Nervi, quello che per la manutenzione  inghiottiva un intero DC 8, che allora era il gigante dei cieli. Vedere quale posizione di responsabilità e di prestigio aveva potuto raggiungere un nostro compaesano, veramente ci aveva riempiti di orgoglio. Ma Castel Gandolfo ci avrebbe ospitati nella sala di udienze dove potemmo vedere da vicino quel grande Papa che fu Giovanni XXIII, tanto che oggi posso dire mi è passato vicino un Santo. Ma quante cose belle ho potuto apprezzare  in quel viaggio. Ecco oggi Roma è diventata una meta mordi e fuggi. Parti la mattina alle sei da Malpensa e la sera per le 21 sei già di ritorno. Oppure parti col Freccia Rossa  e se va bene ci rimani il tempo per una visita al Quirinale per il due giugno o per la parata, o per la benedizione di papa Francesco. Ecco rivedendo quel programma non posso che ringraziare il caro ed indimenticabile don Luigi per avermi fatto apprezzare a conoscere tante meraviglie.