Archivi tag: don luigi mauri

La Grotta di Lourdes di Jerago – Un´immagine d´epoca

Fermamente voluta e realizzata da Don Luigi Mauri dedicata alla Immacolata Concezione di Maria Vergine nel ricordo delle apparizioni di Lourdes. Anno 1960

Da questo luogo, così come dalla Sacra statua di Maria Immacolata nella Chiesa di Orago irradia la devozione mariana dei nostri paesi culminata con l’Atto di affidamento del Comune alla Beata Vergine Maria emanato dell’amministrazione comunale, guidata dal sindaco Eliseo Valenti unitamente a tutti i consiglieri il giorno 31 dicembre del 2007 nel centenario di fondazione del Comune.

Così  è descritto questo significativo atto pubblico in ”Jerago con Orago un secolo con i suoi protagonisti” a pag. 98 :

“Con questo atto si riconosce, nel centenario del Comune, come le radici cristiane della nostra popolazione e la sua fede in Dio e nella protezione pubblica e privata della Madonna abbiano sempre guidato la concordia civile, sia nei momenti di dialettica politica più accesa, sia nei momenti di sospensione forzosa di tale dialettica, proteggendoci da esiti sovente irreparabili se non fossero stati mitigati da una profonda fede ….  Una popolazione che ha  trovato conforto, voglia di progredire, coraggio, proprio nella certezza dell’aiuto divino, con l’insegnamento dei parroci e guidata da amministrazioni il cui agire era profondamente ispirato dalla dottrina sociale della Chiesa”.

Pubblicità

Alcune autorità civili e religiose a Jerago in Auditorium in occasione di una cerimonia ad inizio anni ’70

Nella foto da sinistra a destra:

don Luigi Mauri – ex parroco di Jerago (1952-1987)

Ing. Vittorio Magistrali – ex sindaco di Jerago con Orago (1971-1974)

Ing. Gaetano Bruni – ex sindaco di Jerago con Orago (1964-1970)

Dott. Rag. Francesco Carabelli (detto Franco) – ex sindaco di Jerago con Orago (1956-1964 e 1970-1971)

 

Nella foto il sindaco allora in carica, Ing. Vittorio Magistrali, conferisce delle onorificenze.

Ul fuiet dul Curäd- Il foglietto del sig. Parroco

(scritto da Anselmo Carabelli )

Chiamavamo con questo nome confidenziale, il foglio parrocchiale che Don Luigi Mauri diffondeva settimanalmente, nelle famiglie con il titolo di  “La Voce del Parroco“. Constava di un unico foglio tipografato su due facciate, per i tipi Lazzati di Gallarate. Chi è attento potrà notare che l’odierno foglio parrocchiale, altro non è che la continuazione di tale iniziativa principiata nel lontano 1955 con l’autorizzazione del Tribunale di Busto A. n. 38 del 23-11-55. In quei tempi si chiamava diffusione della Buona stampa e vedeva impegnati molti ragazzi.

Mi piace ricordare come la Signora Anna Caruggi preparasse sotto casa parrocchiale tutti i pacchi dei giornali per facilitarne la distribuzione. Anche allora ogni zona veniva divisa e vedo ancora sopra ogni pacco la cassettina di legno, di quelle che si producevano nella ditta Biganzoli, con il taglio per l’offerta. E assieme al pacco di foglietti vi era il plico dei giornali. Il quotidiano cattolico si chiamava  in quei tempi L’ITALIA,  recapitato agli abbonati normalmente per posta, la domenica era direttamente diffuso dalle Parrocchie, ai lettori domenicali esso veniva consegnato per il controvalore di 25 lire. Si continuava, così, la  distribuzione di quella stampa parrocchiale che a cavallo del secolo era iniziata con la vendita de “Il Resegone”  e quelli  furono tempi pionieristici, che videro veramente un grande impegno nella formazione di matrice cattolica, quando il Parroco don Nebuloni, che per la sua statura minuta fu ricordato come “Curadin” (piccolo Parroco) si era fortemente impegnato e preoccupato di far giungere una visione cristiana che potesse confrontarsi con la  penetrazione della stampa di matrice socialista, nonché della propaganda liberale e massonica, che sicuramente seminava odio verso il clero.  Forse questo periodo meriterebbe un più attento esame, anche ai fini di una migliore conoscenza di un’epoca assai interessante sotto il profilo della storia locale.

Naturalmente si ingaggiava una competizione fra coloro che distribuivano quei foglietti nelle varie vie.  A me era toccata la via Garibaldi fino a via Vittoria, via San Rocco. Ricordo che appena dopo messa delle dieci facevo il giro; erano circa 60 famiglie. E con soddisfazione quando rientravo riconsegnando la cassettina constatavo che il mio giro era stato il più generoso nelle offerte. Noi diffusori di questa buona stampa lo facevamo per l’orgoglio di partecipare alla attività parrocchiale contribuendo anche alla raccolta di fondi.

A Natale poi, in premio per il nostro impegno, non mancava mai un panettoncino, di quelli prodotti dal panificio di Francesco Alzati, dolce avvolto in una stupenda carta azzurra oleata stampata col logo dei Sette campanili, quel disegno che il nostro pittore Riganti aveva realizzato per la famosa corsa campestre cavariese.

Premessa ad una raccolta di studi sul Campanile e sulla Chiesa  restaurata di San Giorgio in Jerago 

(testo di Anselmo Carabelli)

immagine-22-04-21-alle-13.18-1

Fin da  studente, ho sempre nutrito interesse verso le ricerche di storia locale antica, in particolare per l’attenzione verso queste discipline suscitatami da un indimenticabile insegnante del Liceo Statale di Busto: il Professor Don Carlo Costamagna.[1]

Grazie poi alla cortesia di Don Luigi Mauri, parroco di Jerago, ho potuto anche consultare l’Archivio Parrocchiale quando ancora era sito nella demolita canonica. Lo stesso archivio, fu poi riordinato da Monsignor Eugenio Cazzani per interessamento di don Luigi e di Monsignor Francesco Delpini,  dotandolo di regesto, estremamente utile per qualsiasi studio mirato[2].

Ovviamente le necessità della vita quotidiana, accostandomi agli studi economici aziendali ed alle relative conseguenti attività, mi avevano fatto relegare negli interessi dimenticati tutte quelle prime ricerche.  Ma a conferma che sono sempre stati gli uomini di Chiesa a custodire e a suscitare interesse per la storia e per l’arte, l’incontro con don Angelo Cassani, successore di Don Luigi Mauri  mi ha riavvicinato  a quegli studi rinverdendo quella passione che credevo ormai di aver accantonata. Don Angelo mosso da grande amore, per la nostra storia, nel corso dei lavori per ridare voce alle campane del nostro borgo, che da troppo tempo rimanevano mute per inagibilità del campanile,  intuì che il campanile fosse assai antico e testimone sicuro, quanto ignorato, della millenaria fede cristiana delle nostre genti.  Affrontò con successo un’opera, da tutti ritenuta impossibile, il recupero della torre campanaria e del Complesso seicentesco della chiesa di san Giorgio,  quando ormai erano quasi ridotti a fatiscenti rovine. Grandissima l’emozione di constatare, nel corso del restauro, che la muratura del campanile ritenuta seicentesca, o addirittura ricostruita nel 1820, era invece millenaria e di una imponenza tale da fare intuire la presenza di un borgo antico assai numeroso. Iniziavo così, accogliendo l’invito di don Angelo una serie studi per supporto e  documentazione di quella impresa diffusi con scritti apparsi nel bollettino parrocchiale. Studi che oggi vorrei ripubblicare con maggiore precisione e compiutezza, anche come sincero grazie all’infaticabile opera di Don Angelo. Mi sono pure accorto come tanto interesse potesse indurre sofferenza, allorquando nascono divergenze, tra chi osserva professionalmente un monumento e vuole un restauro conservativo, e chi lo osserva in funzione didattica e storica, muovendo dal desiderio che le testimonianze di un passato, per essere riconosciute e rispettate, debbano anche essere leggibili, negli stessi parametri murari. Ne consegue che all’osservatore, debitamente guidato, deve essere  permesso di risalire in una visita alla nostra chiesa: dalla primitiva costruzione romanica, a San Carlo, al periodo Austro-ungarico, alla prima industrializzazione, ai nostri giorni e tutto questo senza affaticarsi in estenuanti ricerche di archivio o ricercando in poderosi volumi, con il risultato di perdersi. L’osservatore deve essere messo nella  condizione di emozionarsi al pensiero del muratore che con un colpo di cazzuola assestava quella pietra  alla base del campanile, che ancora  vedevamo, o stupire  della circostanza che affacciandosi ad una finestrella monofora del campanile in una ventosa e limpida giornata di febbraio, lo spettacolo delle Alpi è quello stesso che appariva a chi mille anni addietro si fosse trovato nella stesso luogo con la stessa luce. Il tempo quindi si poteva dilatare in un percorso a ritroso  che avvicina noi osservatori di oggi a quel muratore e quell’osservatore antichi per il tramite della comune fede cristiana.

Infatti solo un restauro che evidenziasse le varie fasi storiche del nostro monumento poteva meglio aiutare nell’opera di riconoscimento immediato delle nostre radici cristiane e della  vita medioevale del nostro borgo. L’entusiasmo di don Angelo coinvolse Carlo Mastorgio, che seppe individuare e mappare gli elementi inequivocabilmente romani presenti nel campanile, cosa che, come in altre realtà simili[3], ne avrebbe certificato la romanicità, pur in mancanza del dato archelogico. Questo fu inconfutabilmente individuato da Carlo in un elemento di suspensura[4] in cotto, tipico dell’ambiente di un calidarium romano, riusato come elemento decorativo nel parametro romanico del campanile.

Rilevata l’imponenza della costruzione millenaria Mastorgio volle anticipare, a conferma, il frutto di una sua laboriosa ricerca presso l’archivio capitolare del Duomo di Novara,  la notizia del ritrovamento, di un atto di permuta di terreni nel Seprio datato 976, che riportava la  presenza, come testimoni, di due individui: Taudalaberto ed Ato da Allierago. Poichè la potestà di testimoniare veniva attribuita solo a uomini liberi[5]; ne conseguiva che  nella  località medievale di Allierago- Jerago[6] doveva vivere  un congruo numero di famiglie legate all’attività di questi due personaggi. Una popolazione così numerosa da  giustificare la presenza di una Chiesa ed un Campanile di tale mole. Il Campanile lo avevamo ritrovato intatto e della antica Chiesa si vedevano alcuni parametri murari inclusi nei successivi ampliamenti.

Con un ulteriore intuizione e supporti di archivio, alla individuazione dei quali aveva già contribuito Mons. Cazzani, si poteva ricostruire la storia delle due Chiese antiche di Allierago San Giorgio e  San Giacomo, poi raggruppate nella comune parrocchia di San Giorgio [7].

Purtroppo Carlo Mastorgio, nonostante la giovane  età è venuto a mancare negli stessi giorni in cui la Sovraintendenza ritrovava l’antica abside della primitiva chiesa di san Giorgio, cioè quel supporto archeologico, che mancava a sigillo di quegli studi, ritrovata lì proprio dove assieme Don Angelo, Carlo Mastorgio e lo scrivente,  ritenevamo si celasse.

La miriade di documenti consultati e la frequentazione di Mastorgio, al quale chiedevo confronto su alcune mie ipotesi, mi aveva permesso di capire, che se lo studio di fatti antichi, era sicuramente affascinante, non era poi cosi urgente, soprattutto ora che la chiesa era stata salvata.  Rimane comunque la necessità di ordinare il materiale raccolto per facilitare il lavoro di chi volesse addentrarsi in uno studio aggiornato sulla storia alto-medioevale e romana dei nostri siti alle luce anche di queste nuove scoperte e di liberare il campo da interpretazioni azzardate precedenti a questi ritrovamenti.

[1] Egli soleva portare i suoi  allievi, in visita  alla Biblioteca Capitolare di San Giovanni in Busto, mostrando loro i preziosi Incunaboli  ed i codici miniati,  accompagnandoli anche  alle consuete visite alle città d’arte. Lui, di origine piemontese, si preoccupava di accostarli alla storia locale, si entusiasmava  in visita alla rovine di Casteseprio, a San Vittore ed al Battistero di Arsago, a Santa Maria Foris porta col suo ciclo di affreschi  inquadrando quei monumenti nelle vicende antiche del Seprio, con una passione ed una competenza raramente riscontrata in altri studiosi. E’ citato anche da Renato Farina  nel libro  “Luigi Giussani  un Caffè in compagnia”, pag. 53,  dove si legge: “Don Carlo Costamagna e don Luigi Giussani, preti milanesi, hanno diviso con l’arcivescovo di Bologna Enrico Manfredini gli anni di seminario …. costituendo negli anni 39-40 un gruppo di studi chiamato “studium Christi”,  pubblicando una rivista “Christus” dove Costamagna dice testualmente “ognuno sviluppava il tema secondo le proprie attitudini, chi artisticamente, chi letterrariamente, …. chi filosoficamente.” (n.d.r.: queste in nuce furono probabilmnete le radici di gioventù studentesca  prima e di Comunione e liberazione poi). Chi scrive infatti ricorda don Carlo responsabile in Busto di una iniziativa verso i giovani studenti che si chiamava raggio, tenuta presso Sedes Sapientiae e di aver partecipato su sua indicazione ad un raduno autunnale di GS  a Cattolica ed Urbino nel 1964- praticamente antesignano dell’attuale Meeting) .

[2] Regesto– elenco ordinato, per secoli ed argomenti del contenuto dei faldoni formanti l’archivio (i materiali versati all’archivio capitolare di Gallarate , sono contenuti nei faldoni in  fotocopia).

[3] La prassi vuole che negli edifici romanici databili da X. XI sec, siano sempre presenti elementi di recupero dalle preesistenti costruzioni romane.  Quali, ad esempio, monoliti con iscrizioni romane: come nel campanile di San Vittore di Arsago, o le Are romane  nel Campanile di Santa Eufemia ad Erba.

[4] Suspensura– trattasi di cilindro in terracotta rossa, tipo mattone circolare del diametro di 19 cm alto 12 cm che, con altri elementi simili messi in pila, consente la costruzione di una colonnina di 50 cm.  Per capirne la funzione bisogna riferirsi all’uso romano di riscaldare un ambiente in zone a clima freddo, come le nostre, o un bagno caldo (calidarium) in zone miti. Una stufa faceva passare aria calda in una intercapedine sottostante al piano di pavimento dell’ambiente da riscaldare. Il piano di calpiestio era sorretto da una selva di quelle colonnine disposte su linee geometriche ortogonali tali da permettere la sospensione dei mattoni formanti il pavimento, da cui il nome di pavimento in suspensura. Questi mattoni da noi prendono la dimensione del cosiddetto Luteziano (Lutaetia-Parigi  romana, nei cui scavi sono assai diffusi).  Molto più vicino si ritrovano numerosi nei parametri esterni della chiesa di Santo Stefano ubicata all’interno del cimitero di Oleggio (NO).

[5] Uomini liberi, per essere tali, secondo le regole del tempo, occorreva essere possessori di almeno 20.000 mq di terreno (cosa  assai poco comune all’epoca per degli uomini).

[6] Citato negli atti come luogo di provenienza dei due uomini liberi.

[7] In un capitolo successivo ci si addentrerà sulla questione della  appartenenza della chiesa di San Giacomo alla chiesa di San Giorgio, avvenuta per volontà di Federico Borromeo, tramite atto notarile, materia già trattata dal Cazzani, nel suo libro su Jerago.

Tempi moderni

Una domanda che mi pongo spesso e´ perché i nostri ragazzi, che abbiamo educati al rispetto degli insegnamenti della chiesa, oggi fanno fatica a frequentarla.  E’ vero, si trovano immersi in un mondo che sembra ignorare l’insegnamento cristiano dei ns. padri. Io ricordo che ad un certo momento della mia vita, feci qualche domenica a non andare più a messa; il mio papà, che non era certamente un paolotto, mi richiamò severamente che così non andava proprio e quindi era bene che  mi correggessi. Con i mie figli non sono stato capace di tanto. Personalmente mi ero accorto di alcune novità, quando viaggiavo  per lavoro sul mio camioncino, da una postazione di guida più alta di una vettura normale potevo osservare, durante certe messe  esequiali feriali, gruppi di uomini attendere sul sagrato per il tempo del rito esequiale, presumibilmente per poi accompagnare il feretro al camposanto. Erano quelli cui  faseva mal ul fum di candil e preferivano sostare fuori, anche per chiaccherare. La messa per loro era riservata a  Natale e a Pasqua, dopo le insistenze dalla moglie. Ma da un certo momento in poi vidi anche le donne, e questo mi portava non poco a riflettere. Infatti per l’insegnamento di alcuni amici ebrei, coi quali avevo rapporti di lavoro, sapevo che per loro è ebreo chi e figlio di madre ebrea, infatti se si vuole ben guardare l’educazione di una persona, si trasmette da madre in figlio. Quindi a maggior ragione l’educazione religiosa. Infatti sono state  la mamma e la  nonna e le suore all’asilo che ci facevano recitare le orazioni. La mamma che ci provava le domande del catechismo, La scuolina di religione nel tempo di Pasqua. E la nostra signora maestra a leggerci il Vangelo durante tutti i giorni della quaresima. Tanto che oggi ancora, quando le letture della messa mi rimandano quegli episodi penso ancora a lei , e le rivolgo un grato pensiero.

Alcuni mi dicono che non bisogna forzare i ragazzi perché saranno poi loro a scegliere , facendo uso della ragione ed a tempo debito.  Ma io mi chiedo, perché tanta prudenza nell’insegnare i principi cristiani ai ragazzi, quando  quell’educazione fu importante  nell’inculcarci  quella disciplina morale che si accompagnava agli insegnamenti religiosi. Il mio mai dimenticato parroco don Luigi Mauri diceva, non basteranno i carabinieri se venissero meno gli insegnamenti dei preti e nella semplicità di questa osservazione, quante volte mi è venuto alla mente questo insegnamento.

fonte immagine: ilvaresotto.it

E’ sorto a Jerago un moderno Teatro

fonte immagine: varesenews.it

Dall’archivio Parrocchiale (ricerca di  A.Carabelli)  

La lettura di questo articolo apparso sul quotidiano cattolico L’Italia il giorno 15-5-1955 soddisferà la domanda di chi si chiede l’origine del teatro Auditorium. Ricordo che negli anni cinquanta il quotidiano L’Italia fu il Giornale nazionale dei cattolici diffuso al nord e si fuse successivamente con L’Avvenire d’Italia diffuso al centro sud, prendendo la denominazione di Avvenire che ancora oggi mantiene. Rammento inoltre che Don Luigi Mauri fu Parroco di San Giorgio in Jerago dal 1952 al 1987.

 

Su due colonne, occupanti metà pagina,L’Italia del 15-5-1955 titolava:

E’ sorto a Jerago un moderno Teatro

Il Prevosto don Luigi Mauri ha sentito questo importante problema. Lo ha affrontato e, con l’aiuto della popolazione, lo ha risolto –Prossima la inaugurazione del nuovissimo locale

L’articolista  Vittorio Boni pubblicava il seguente articolo:

Jerago, 14 maggio

Un piccolo paese del Varesotto, Jerago, duemila anime, ha costruito in perfetta unione col suo prevosto, l’ottimo Don Luigi Mauri, il più bello, moderno , accogliente teatro, fra quelli costruiti dai cattolici nell’Italia settentrionale. Questo Sacerdote ha sentito il problema, e  con la costruzione di questo bel teatro, affidata al prof. Carlo Montecamozzo, ha offerto ai suoi parrocchiani il luogo accogliente e sereno dove convergono le famiglie alla domenica, dove i padri possono sorridere e divertirsi accanto ai figlioli, dove i ragazzi del paese reciteranno con una veste esteriore di decoro che li solleverà dalla mediocrità. A Jerago, piccolo paese, si sono fatte le cose in grande, signorilmente, spendendo quasi una cinquantina di milioni, costruendo un Teatro con la T maiuscola. Don Mauri pensa che il teatro sia una scuola ed una cattedra e pur offrendo ai suoi giovani anche gli sport più in voga crede nella bontà educatrice del teatro, poiché se vogliamo sollevare e migliorare questa nostra gioventù dinamica ed intraprendente, dobbiamo parlare anche al cuore, non solo ai piedi ed ai muscoli. Bisogna far pensare questa gente, abituarla alle cose belle, anche alle consolazioni dell’arte, dell’arte pura e buona, inspirata al pensiero cristiano. In un uomo che è tutto in superficie e non vuole pensare, il teatro, usato intelligentemente, può fare questo miracolo. Il giorno 26 maggio il teatro sarà presentato ad un pubblico eccezionale. Si spera che S.E. Montini, nostro Arcivescovo desideratissimo accetti di benedire la sala, che ospiterà il clero diocesano, alcuni Vescovi, i critici dei giornali, per uno spettacolo dimostrativo. (n.d.r  l’articolista descrive in cinquanta righe di colonna, tutti gli apparati  meccanici, acustici ed elettrotecnici che arredano il boccascena di 14 x 6 metri con semivolta panoramica studiata anche per l’allora futuristico Cinemascope. Il Prof. Montecamozzo, in piccolo aveva riprodotto L’Auditorium di Via della Conciliazione in Roma  di cui era stato progettista. Non a caso la sala Teatro prenderà il Nome di Auditorium. Per la cronaca l’auspicata presenza del Cardinale non ci fu).

L’autore dell’articolo conclude:

“.. tutti coloro fra i nostri lettori che amano il teatro e ne seguono gli sviluppi, dovranno venire a Jerago, per confermare la loro speranza di un rapido consolante sviluppo del teatro cattolico.”

La chiesa vecchia di San Giorgio in Jerago

In data 31 gennaio 1995 indirizzato a Don Angelo Cassani-Parrocchia di San Giorgio Martire-Jerago con Orago perviene un dispaccio della Regione Lombardia-Settore Cultura e InformazioneServizio Musei e Beni culturali, protocollo PG/ma n. 493/95, avente per oggetto la legge Reg. 14-12-1991 n. 33, con il quale si comunica la concessione alla Parrocchia di Jerago  di un contributo di Lire 1.356.000.000 finalizzato alla ristrutturazione della Chiesa di San Giorgio.

In tale documento sono contenute le indicazioni di tutte le pratiche da esperire e le modalità di rimborso.

Tale modalità prevede la restituzione del contributo in 10 quote annuali senza aggravio di interessi, a partire entro il 30 giugno del secondo anno successivo a quello in cui è avvenuta la prima erogazione.

Compito di chi scrive sarà quello di documentare l’importanza di questo atto che permetterà di salvare la Vecchia Chiesa dal suo inevitabile destino di rovina.

Le cronache ricordano che la Chiesa Vecchia cessò di essere utilizzata per la celebrazione della S. Messa dal 16 luglio 1927 e già dal giorno 23 luglio dello stesso anno verrà utilizzata come oratorio cinema e teatro parrocchiale dall’allora Rev.do Parroco don Massimo Cervini.

Tale utilizzo rimarrà fino al 21 maggio 1955 quando don Luigi Mauri potrà inaugurare il nuovo oratorio con annesso Auditorium Cine Teatro. Da quella data comincerà l’abbandono della Chiesa Vecchia. In effetti tutte le attese saranno verso la necessità di abbattere la Chiesa Vecchia per poter costruire al suo posto quegli spazi che effettivamente mancavano alla completa realizzazione dell’oratorio maschile. A questa soluzione, però si frapposero diversi ostacoli. In primo luogo la necessità di avviare nuovi lavori solo dopo aver finito di pagare i debiti, la scelta di affrontare prioritariamente altri lavori altrettanto necessari e da ultimo il divieto assoluto della Sovraintendenza ai Beni Artistici e Monumentali di intraprendere qualsiasi lavoro a qualsiasi titolo nella Chiesa Vecchia senza il suo benestare. Tralascio le circa 15 lettere intercorse fra don Luigi Mauri, la Prefettura, la Sovraintendenza, il Comune negli anni dal ’60 al ’70 aventi per oggetto la pericolosità della Chiesa Vecchia, la richiesta di abbattimento, i veti a procedere in tal senso e infine le richieste di contributi al restauro sempre accolti dalla controparte con un “manchiamo di fondi”.

Alla Chiesa Vecchia si addossava la Canonica con annesso cascinale che furono abbattuti nel 1961 per far posto alla nuova casa parrocchiale. Ma questa operazione mise maggiormente in evidenza il suo  volume architettonico molto interessante unitamente a quello del Campanile. Naturalmente questo non sfuggiva ai tecnici della Parrocchia, quali l’architetto Francesco Moglia, il quale, nello stesso momento in cui faceva perizie tecniche sullo stato del degrado del tutto, si preoccupava di far rilevare, con corrispondenza archiviata e indirizzata al Parroco di essere contrario a qualsiasi forma di d’abbattimento. Non dimentichiamo che i lavori degli spalti del Campo sportivo nel 1966 (come da rilievi fatti dalla ditta Consonda, all’epoca della ristrutturazione del Campanile) se da un lato consolidarono la massicciata su cui insistono sia la Chiesa Vecchia che il Campanile e l’Oratorio, furono causa di assestamenti nel terreno che forse provocarono fratture nella sagrestia vecchia e nel catino absidale, poi demoliti e pure causa della torsione del Campanile verso nord-ovest. Di questo tutti si resero conto nella impossibilità di continuare a suonare le campane. Le campane rimasero dunque mute per molti anni. All’inizio degli anni ’80, cominciarono pure a manifestarsi problemi al tetto della Chiesa Nuova con evidenti infiltrazioni di acqua. Anche sul versante dell’Auditorium, la nuova legge in materia di sale teatrali, praticamente inibì l’uso della sala per qualsiasi tipo di manifestazioni. Il Parroco don Luigi Mauri cercò di provvedere alle necessità immediate con manutenzioni ordinarie e privilegiando il desiderio suo e della popolazione di risentire il suono delle campane, commissionò alla ditta Perego il nuovo castello della torre campanaria in sostituzione di quello ammalorato.

Tale sua decisione rappresenta un punto di svolta nella generale convinzione che tutto il vecchio complesso dovesse essere abbattuto. Infatti pur essendo vero che la maggioranza della popolazione desiderava un Campanile funzionante, non era comune convinzione che si dovesse restaurare il vecchio: alcuni proponevano una torre in ferro affiancata alla nuova Chiesa, altri un campanile totalmente nuovo per il quale erano già pronti i disegni fin dall’inaugurazione della Chiesa Nuova.

Poi, come sempre, i progetti, si scontrarono con la dura realtà delle ristrettezze economiche e avvenne che furono riposti nel cassetto, unitamente alle polemiche che avevano generato.

Il Parroco don Luigi Mauri, a compimento della sua missione pastorale presso la Parrocchia di San Giorgio nel 1987, lascia la Cura al successore don Angelo Cassani.

Don Angelo si accorge subito della bellezza e dell’importanza di quei due beni architettonici che sono il Campanile e la Chiesa Vecchia e si propose di recuperarli.

In effetti questi due monumenti oltre ad essere artisticamente assai interessanti, sono lo scrigno che racchiude le radici della vicenda cristiana della nostra comunità e singolarmente di ognuno di noi. Basta riflettere, che proprio lì, in quella vecchia Chiesa, sicuramente fino dal 1300 hanno pregato i nostri antenati, si sono sposati i nostri nonni e hanno ricevuto il S. Battesimo i nostri genitori. Lì si è rafforzata quella fede condivisa con tutti coloro che hanno avuto la ventura di ritrovarsi in questa Parrocchia. Non si può passare del tutto indifferenti davanti a quei ruderi. Quante volte, troppe forse, abbiamo consentito la distruzione di quanto aveva l’unico difetto di ricordarci le privazioni dei tempi passati?