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Inaugurazione dell’affresco delle B.V. de La Salette- il perché di un’opera

(testo e ricerche storiche Anselmo Carabelli, preparazione del pannello e collocazione in opera Antonio Lo Fiego, opere in ferro Gigi Turri, studi preparatori ed esecuzione pittorica Gianfranco Battistella, committente ”Associazione figli di Don Angelo”, autorizzazione alla posa in opera N 30/2009 del Comune di Jerago con Orago rilasciata al dr. Clemente Tondini )

vergine salette

L’affresco raffigurante la Beata Vergine de La Salette, sito in via G. Bianchi n. 22, opera insigne del Pittore jeraghese Gianfranco Battistella è stato benedetto dal nostro Parroco Don Remo Ciapparella, il giorno 22-11-2009,  nel quadro delle manifestazioni previste nel terzo anniversario del Dies Natalis di Don Angelo.

Patrocinata dalla Associazione ”Figli di Don Angelo”, l’opera consegna alla devozione degli jeraghesi la sacra immagine mariana. Essa é stata ricostruita con rispetto alla iconografia ufficiale  e posizionata nel luogo più vicino all’ affresco originario che scomparve dopo la ristrutturazione della antica abitazione di Emilio Caruggi in Via G. Bianchi. Oggi, come nel secolo scorso, si affaccia sul portone di accesso al cortile dove esisteva l’officina del Sig. Felice Riganti, che dal 1917 fu sede del primo oratorio maschile voluto da don Massimo Cervini[1] . La dedica originale era a N.D. De La Salette riconciliatrice dei Peccatori[2].

Alla Salette il 19 sett. 1846 una Bella Signora appariva a due fanciulli nativi di Corps , borgata posta tra le città di Gap e di Grenoble: Massimo di 11 anni e Melania di 14 , che stavano pascolando il loro armento su un alpeggio del comune di La Salette. La bella Signora appare prima seduta col volto piangente, quindi si alza e rivolge ai fanciulli un lungo discorso, sempre continuando a piangere. Compie poi un breve tragitto in salita e scompare in un alone di luce abbagliante. Tutta la Luce che La circondava sembrava sprigionarsi dal crocifisso ch’Ella recava sul petto , ornato dagli strumenti della passione….” [3]

Indagando sulla origine dell’affresco e constatando che il culto alla Vergine de La Salette non è molto diffuso nelle nostre zone, abbiamo  scoperto come quella devozione sia stata portata dai lavoratori che verso gli anni ’70 del 1800 a causa delle carestie e dell’impoverimento generale [4]emigrarono, massimamente in Francia con mansioni di maçons e forgerons[5] , nelle zone del Delfinato, del Lionese, di Grenoble. Lì sicuramente da buoni cristiani avranno avuto contatti coi missionari della Madonna de La Salette, costituiti “Servitori devoti del Cristo e della Chiesa, in vista della realizzazione del mistero della riconciliazione[6].

Se da un lato in Francia i nostri emigrati conobbero il marxismo nella sua forma massimalista, dall’altro conobbero e portarono in paese, come voto per il loro rientro, segnatamente rilevabile da quell’affresco, il Messaggio Mariano di quell’apparizione e l’invito:  al rispetto del giorno del Signore con la frequenza alla messa partecipata e non con una presenza per burla, al rispetto del nome di Dio da non bestemmiare, alla preghiera quotidiana, al rispetto dei giorni penitenziali .

I fatti recenti hanno voluto che, nel raccogliere l’indirizzo di Don Angelo Cassani volto a recuperare anche i segni tangibili della devozione della nostra gente, ci si interessasse a questo affresco e si scoprisse  come quella materna protezione della B V della Salette si fosse particolarmente estesa ai ragazzi che frequentarono l’ oratorio posto oltre il portone della via Bianchi al N. 22.

Nel corso del presente anno 2009 i resti mortali di  Don Massimo Cervini, che proprio in quel luogo realizzò il primo oratorio, sono stati ricomposti nella cappella  destinata dal Comune ai sacerdoti  e riposano  accanto a Don Angelo Cassani, cui si deve la realizzazione ed il dono del più recente e moderno Oratorio.

Ai Promotori é parso dunque bello e significativo che il rinato affresco della Madonna de La Salette con la sua dedicazione a Don Massimo  e a Don Angelo ricordasse queste peculiarità e nella descrizione “ B.V. DE LA SALETTE PROTETTRICE DEL PRIMO ORATORIO MASCHILE ( 1917 )” rammentasse quella vicenda.

[1] Mons. Francesco Delpini- Jerago la sua storia.  Aggiornamenti  pag. 15

[2]  il 19 settembre 1851, dopo una rigorosa inchiesta sui fatti le circostanze, le parole, i testimoni, Mons de Bruillard, Vescovo di Grenoble, emetterà il suo giudizio canonico sulla veridicità soprannaturale dell’Apparizione ed approverà il culto alla Vergine de La Salette col titolo Riconciliatrice dei Peccatori

[3] Testo diffuso dal Segretariato Opere Missionarie della Salette- Via Madonna della Salette 20- Torino- Imprimé par imprimerie Notre Dame- Montbonnot

[4] Riferimento alla malattia delle viti  ed alla grave crisi produttiva figlia della politica liberista sabauda con l’abolizione dello Zollverein  voluto dall’ I.R.G. austriaco (unità doganale vigente tra i territori dell’impero austro-ungarico).

[5] Muratori, carpentieri, forgiatori, meccanici.

[6] Le 1èr mai 1852 nacque l’istituto dei Missionari della Salette

Quand sa spusan in tucc sciuri – Quando si sposano sono tutti ricchi

La cerimonia nuziale prima della Conciliazione 11-2-1929

Nel periodo austriaco, il Parroco rivestiva anche funzione di ufficiale di stato civile, i libri di matrimonio parrocchiali erano vidimati annualmente dall’IRG per convalida degli effetti civili e la cerimonia nuziale era unica. Durante il breve dominio francese e dall’Unità d’Italia fino alla Conciliazione del 1929, la cerimonia si sdoppierà. Normalmente si andava prima in Chiesa per il rito religioso più suggestivo e solenne, poi in Municipio per il rito civile, una mera formalità. Con mezzi propri i parenti si trovavano per tempo a casa degli sposi, ciascuno presso quello di sua competenza. Lo sposo e i parenti suoi in corteo, si muoveranno verso casa della sposa. Questi al fianco della madre o di una donna della famiglia, apriva il corteo, dietro in fila per due, ogni uomo si accompagnava sempre ad una donna offrendole il braccio destro. Raggiunta la casa della sposa, il corteo dello sposo si accodava al corteo della sposa che precedeva al braccio del padre. Da ultimi i ragazzini in festa e ai lati gli occasionali spettatori e gli altri ragazzini a chiedere: cià i binìs, dateci i confetti. Attorno al corteo si improvvisavano ad alta voce frasi suggerite dalla circostanza, stornelli in rima tramandati dagli anziani come quello che suonava così: “un stè da ris e na sciavata l’è la spusa du la Busaca“, riferimenti e significati che oggi ci sfuggono, ma che indicano come anche noi, oggi appiattiti su ritualità diventate nostre solo per imitazione ed omologazione, avessimo le nostre stornellate di circostanza. Quando gli sposi erano di due paesi diversi, il matrimonio si celebrava nella Parrocchia della Sposa. I parenti dello sposo si facevano così trovare nei pressi del sagrato pronti per disporsi in corteo al seguito del corteo della sposa. Enrico Riganti descrive così lo sposalizio religioso “Tutti gli sposalizi erano belli, mi sembra di sentire ancora le nostre armoniose campane suonare a distesa, l’aria di festa, la Chiesa aperta, la lunga passatoia distesa dall’Altare alla porta, Don Massimo sulla porta della Sacrestia col Piviale dorato, i chierichetti con la veste rossa, quel brusio in chiesa mentre arrivavano gli sposi, l’organista Guglielmino Sommaruga, che al cenno del sacrista all’affacciarsi della sposa sul portale, dava con entusiasmo alla tastiera la marcia nuziale di Mendelssohn. La cerimonia nuziale, sempre fastosa perché così Don Massimo desiderava che fosse per tutti, terminava con la benedizione e il bacio degli sposi alla reliquia della Madonna.” All’uscita della chiesa tra il vociare dei ragazzini che reclamavano a gran voce i confetti, si faceva sempre piu impaziente, e incontenibile, la curiosità delle donne che volevano vidè la spusa per apprezzarne il vestito. Ogni sposa infatti, soprattutto nel primo dopoguerra, vestiva ormai il tanto agognato abito bianco da tull e urganza, tulle e organzino. La modernità aveva sostituito il vestito classico di seta nera e “ul vèl, con un cappellino da modista“ e aveva purtroppo mandato nel dimenticatoio i famosi cuazz e i furzelin d’argent le forchette a spilloni in argento che impreziosivano l’acconciatura delle spose antiche. Finalmente gli sposi sotto braccio prendevano la testa del corteo verso la Casa Parrocchiale, arrestandosi nei pressi di quel bellissimo portone d’onore che si affacciava sulla piazza San Giorgio. Gli sposi e i testimoni entravano nel giardino della canonica lussureggiante di canne e palme e dalla porta finestra, che vi si affacciava, accedevano allo studio del Sig. Parroco per firmare il registro di matrimonio. Ricevevano gli auguri e le raccomandazioni del Parroco e non mancavano di offrire i confetti, la sposa poi, rinnovando una tradizione tutta nostra, offriva al Parroco un fazzoletto finemente ricamato ul panét. Il significato di questo gesto pare fosse l’auspicio che, con le preghiere di quell’amato uomo di chiesa e con l’aiuto e l’intercessione della Vergine, la nuova famiglia fosse protetta il più possibile dai dolori che la vita purtroppo porta sempre con sé. E quel fazzoletto simboleggiava il dolore, che almeno per quel giorno felice ed irripetibile e per tanto tempo ancora  rimanesse il più lontano possibile. Usciti dalla canonica, mentre il corteo si dirigeva verso la casa degli sposi, questi con i testimoni salivano su una carrozza ul landeau per raggiungere il municipio. Nella casa nuziale facevano bella mostra i regali e sotto la topia  o sotto i portici infiorati e addobbati, gli invitati prendevano finalmente posto al banchetto nuziale che si preannunciava veramente allegro, con tanti canti, stornellate e danze. Per tempo sa curdäva ul coeug, ci si garantiva la prestazione di un cuoco, il Sig. Giovanni Caruggi o il signor Carlo Tondini. Essi  provvedevano anche tutto l’occorrente per la cucina e per la tavola: stoviglie, posate e tovaglie date a nolo. Allora erano solo i signori del castello a poter disporre di tutto l’occorrente per tavolate così numerose. Indispensabile poi l’aiuto di valide donne per lavare piatti e posate al succedersi delle portate, mentre alcuni giovani servivano in tavola. Non poteva mancare il risotto, piatto forte col pollo arrosto, il pane casereccio e l’ottimo vino della Coperativa, quello fatto coi piedi, nel senso di pigiato coi piedi. Alla fine la turta di spus con le noci e la sposa che fa omaggio dei fiori del Bouquet alle amiche. Un auspicio perché anch’esse presto potessero sposarsi, magari con quel ragazzo incontrato per la prima volta, proprio lì per quella festa di nozze. Buona norma, comunque non offensiva o malvista, quella che gli invitati portassero a casa in un scartuzèl, cartoccio, ciò che fosse avanzato. Chi non disponeva di uno spazio adatto in casa o paventava l’inclemenza del tempo, avendo programmato le nozze in autunno, prenotava il salone superiore della Coperativa di Consumo e approfittava dell’ occasione per mostrare a parenti ed amici i grandi saloni di quel sodalizio del quale, tutti, si era con orgoglio soci. Se un nostro giovane si sposava fuori paese, dopo la cerimonia  religiosa e gli adempimenti civili, lo sposo con la sposa e tutti gli invitati salivano nelle carrozze per tornare al paese del marito, gli invitati però sapevano che, quasi sempre, dovevano  affrontare la fatica di rimuovere dalla strada del ritorno la tradizionale sbaräda- la sbarrata. Succedeva che i giovani compaesani della sposa usavano sbarrare, con tronchi di alberi, la strada sul limitare del paese al corteo delle carrozze che avrebbe strappato loro, per sempre, la coetanea andata in isposa ad uno straniero. Inconsciamente ciò rappresentava un omaggio alla sua bellezza quasi un ultimo gesto per trattenerla. Subire la sbarrata era dunque di buon auspicio. Era consuetudine ritrovarsi a pranzo anche il giorno successivo al matrimonio, par fa rabatin ancora con la presenza degli sposi, per i quali non esisteva il viaggio di nozze. Si poteva così far fuori tutto quello che si era avanzato  e ridere commentando gli scherzi preparati a loro insaputa, come quelli di far trovare oggetti vari nel letto nuziale. Finite le feste di matrimonio, le spose novelle che entravano in paese per seguire lo sposo, venivano appellate col nome della località di provenienza. E ancora oggi le si ricordano coi soprannomi di : “Bigugiära per indicare Buguggiate – Lüräga – per Lurago nel comasco, Viéna che ne denuncia la provenienza austriaca- a Galarà– a Créna a Sulbiära da Solbiate, a Valdärna, a Carnäga, a Besnà, a Sésòna, a Menzäga, a Milanésa, a Travaìna-, a Cardana” . I nostri compaesani erano quindi gentili nell’ indicare le nuove spose. Nei paesi circostanti invece le ragazze che provenivano da Jerago erano individuate col soprannome del paese “A Baslot” e questo evidentemente non piaceva né a noi, quando le sentivamo chiamare così, e tanto meno ai loro mariti;  fu comunque una usanza antica, se anche il povero Renzo nell’ospitale terra di San Marco si offendeva a sentir chiamare Baggiana la diletta Lucia.

Don Massimo Cervini Parroco di Jerago dal 2/8/1916 al 3/5/1945

Ricordo di un  parroco vissuto nella nostra comunità tra le due guerre

in occasione della traslazione avvenuta in data 6 aprile 2009 dei resti mortali dalla originaria tomba nel cimitero di Jerago alla Cappella (ex Zeni) che il Comune ha destinato ai sacerdoti defunti.

Biografia di Don Massimo Cervini

Nato a Castronno  il 28 aprile 1879

Ordinato sacerdote dal beato Cardinal Ferrari il 24 maggio 1902

Inviato dallo stesso cardinale quale coadiutore a Sesto Calende

Dal 6/12/1906 inviato coadiutore a Somma Lombardo

Nominato parroco di Jerago il 2 agosto 1916

Ottiene il regio placet[1]in data 6 febbraio 1917

Fa il suo ingresso in parrocchia la domenica 18 febbraio 1917 in forma non solenne, in considerazione della difficile e triste situazione bellica che causava vittime anche nelle nostre famiglie.

Il piccolo borgo di Jerago con Orago a seguito dell’industrializzazione indotta dall’avvento delle ferrovie, prima, e dalla distribuzione della corrente elettrica dalla centrale di Vizzola, ebbe un  vigoroso sviluppo demografico che si rileva nell’osservare come dai 1085 abitanti del 1907 si arrivi ai 2037 del 1944. L’impegno di integrare interi nuclei familiari, attratti delle industrie locali, il grave disagio bellico e postbellico  segnato dai lutti per i caduti al fronte,  l’acuirsi di fermenti sociali che accompagnarono lo sviluppo industriale, offrono un quadro preciso delle specifiche difficoltà nelle quali Don Massimo Cervini si trovò ad operare nello svolgimento della sua missione di Parroco di Jerago.[2]Non dimentichiamo anche l’impegno profuso nella educazione maschile e femminile, nel far nascere gli oratori, coadiuvato dalle Figlie di Maria Ausiliatrice e l’attenzione verso il nuovo fenomeno della occupazione femminile [3]. Nel primo ventennio del secolo scorso si stava diffondendo una spiccata tendenza massimalista fortemente atea ed anticlericale estranea alla componente socialista locale (si rimanda ancora a nota 2) . Nel 1922 per rispondere alle esigenze di una popolazione ormai raddoppiata affronta la costruzione della nuova chiesa di San Giorgio, che iniziata nel 1923 viene ultimata nel 1927, è un’opera eccezionale per impegno forse l’unica chiesa nuova edificata nel gallaratese in quel periodo di crisi economica.  Ma dal 24 in poi con l’avvento del fascismo in partito unico si prospetta per la Chiesa e quindi anche per la nostra parrocchia una nuova emergenza insita nella natura totalizzante di un regime che avocava a sé tutti gli elementi formativi della gioventù, a partire dall’inquadramento paramilitare dei piccoli: balilla, figli della lupa, avanguardisti, giovani italiane ecc., colonie elioterapiche. Ai quei potenziali pericoli la Chiesa si oppose difendendo con fermezza gli oratori, le associazioni cattoliche e le confraternite,  tenendo viva nei giovani e nelle famiglie l’educazione cristiana alla libertà ed alla responsabilità. Una Chiesa viva e amata che diverrà un punto saldo di riferimento dopo la caduta del regime nel 43, quando molte certezze basate su fragili e falsi  orpelli si riveleranno tragicamente false. Al  fine di confermare storicamente l’impegno di don Massimo verso l’educazione cristiana del suo popolo, rileviamo gli indirizzi dati al parroco dal Cardinale Ildefonso Schuster e le  considerazioni sul suo operato, emessi nel corso delle  visite pastorali:

13-14 settembre 1932 (fonte: decreti emessi in calce alla visita pastorale): “quanto alla gioventù maschile, abbia di mira sig. Parroco, che al più presto si abbia un regolare oratorio e intanto faccia del suo meglio per assistere i giovinetti che raccoglie nella Chiesa, facendosi coadiuvare da cooperatori e dalle rev. de Suore .”

26-27 ottobre1938 (fonte relazione alla visita): “Dopo aver visitato la Chiesa, l’eminentissimo  visita l’Oratorio Maschile, l’Oratorio Femminile e l’Asilo”

Nella relazione a tale visita si legge: “Sua Eminenza al Vangelo ha dato un commovente addio alla popolazione, dicendosi lieto di quanto ha trovato in parrocchia, specie riguardo agli Oratori ed alle Associazioni in piena efficienza” .

14-15 marzo 1944 (ultima visita del Cardinale vissuta dal nostro parroco don Massimo- relazione della visita) “ Sua Eminenza dopo aver adorato il SS. Sacramento sale il pulpito e dice della relazione mandata dal parroco, che ha letta e riletta e trova che la parrocchia è un giardino fiorito, il cui merito si deve, dopo Dio, al giardiniere.”[4]

E fu allora dal ’43 che  don Massimo  seppe esercitare quella funzione di autorevole e prudente consiglio che impedì gravi lutti, in specie quelli legati a lotte fratricide che aprono ferite difficilmente sanabili. Il Signore volle chiamarlo presso di sé improvvisamente mentre tornava in bicicletta da Albizzate, dove si era recato per le confessioni, era il 3 maggio 1945. Forse il suo compito di accompagnare indenne il nostro paese in momenti così tragici era veramente finito e poteva dirsi compiuto.

La memoria della vita di don Massimo risiede nei ricordi che ogni famiglia custodisce gelosamente dentro di sé e tramanda, ma la memoria collettiva non può far a meno di raccontare ai posteri l’episodio della difesa delle nostre campane. In ottemperanza al Regio Decreto 23 aprile 1942 si era fatto obbligo di consegnare 600 kg di bronzo, perciò erano state rimosse posandole a terra la quinta e la quarta campana, le piu grosse. Lasciate comunque in custodia al parroco in attesa del  ritiro. Ma sia per l’opposizione del parroco alla requisizione, sia per il rifiuto, su consiglio del parroco, del sig. Tondini  Paolo, titolare di impresa di trasporti, di prelevare le campane del suo paese e consegnarle alla fonderia Bianchi di Varese, queste rimasero nel cortile dell’oratorio (attuale sedime dell’Auditorium). Il caos amministrativo seguito all’8 settembre 1943, consigliò prudentemente di nasconderle interrandole vicino alla chiesa vecchia, nel luogo dove anticamente vi era il cimitero e così furono salvate. Gli avvenimenti vollero che il Parroco dopo il 25 aprile ’45, ormai a liberazione avvenuta facesse riposizionare le campane sul campanile.

Il 3 maggio 1945  le campane, tutte finalmente ricollocate nella cella campanaria, daranno i loro primi rintocchi, purtroppo mesti rintocchi, per segnalare alla popolazione la  morte  del Parroco Don Massimo Cervini.

(il presente testo è stato redatto da A. Carabelli con riferimento: all’Archivio Parrocchiale di Jerago, al testo di E. Cazzani “Jerago la sua storia”, al testo di  Mons. Francesco Delpini “Aggiornamenti a Jerago la sua storia”, al testo ai A. Carabelli “Jerago con Orago- un secolo coi suoi protagonisti”, al testo di A.Carabelli ed E.Riganti “Vita di un Borgo nell’alto Milanese – Le ricette della nonna”).

[1]All’epoca, anteriormente al Concordato, i Parroci  designati dal Vescovo, prima dell’insediamento dovevano ottenere il consenso del regio ministero di Grazia e Giustizia

[2]Per meglio conoscere gli avvenimenti di quegli anni si legga di A. Carabelli  in “Jerago con Orago –Un secolo con i suoi protagonisti,  Macchione editore 2008 nota n. 7 pag. 44-45-46

[3]Archivio Parrocchiale, liber cronicus vol. 1 p.p. 123-124 anno 1921 in esso Don Massimo Scrive “ per salvare almeno la donna dall’organizzazione socialista, si è tentato di riunire le nostre donne Nella Unione del Lavoro ed a tale scopo molto si adoperò il sig. Gallazzi dell’Unione di Gallarate. Si riuscì ad organizzare quasi tutte le operaie della ditta Carabelli e tutte le nostre operaie  che lavorano a Besnate ed a Cavaria…..”

L’oratorio maschile all’inizio fu in via G. Bianchi, affittando uno stabile di proprietà di Felice Riganti, cortile per giochi e sala teatro. All’ingresso di tale cortile campeggiava una edicola della B.V. della Salette . Dal 1927 si trasferirà nella chiesa vecchia dismessa al culto, dopo l’edificazione della nuova chiesa di san Giorgio. Sul sedime oggi occupato dall’Auditorium sarà costruito un campo di calcio , dotato anche di giochi per ragazzi quali il famoso passo volante.

[4]Cazzani “ Jerago “ pag. 114

Anno 1927-21-22-agosto – Inaugurazione solenne della Chiesa e festeggiamenti per il venticinquesimo di ordinazione del parroco don Massimo Cervini.

Gli  articoli di seguito riportati, scritti contemporaneamente all’evento sono tratti da: il settimanale- Vita popolare, a firma del Canonico gallaratese Don Luigi Tognola; dalla Cronaca prealpina del 23 agosto 1927 e dal libro delle cronache parrocchiali  (il riadattamento con note  e  spiegazioni è di Anselmo Carabelli – si consiglia di leggere prima il testo e poi le note).   

“Chi scrive ha  conosciuto la vecchia Chiesa ed ha dovuto ripetute volte sperimentare che non bastava più per una popolazione jeraghese, che negli ultimi decenni era enormemente aumentatata. E’ vero che i predecessori avevano ampliata la chiesa, ma non passavano molti anni e ben presto la capienza risultava ancora  insufficiente. Quando l’attuale Parroco Don Massimo Cervini, venne ad Jerago per iniziarvi il suo fecondo Ministero nel 1917, sua Em. Il Card Ferrari, di santa memoria, non gli aveva taciuto che da novello Parroco si sarebbe misurato col grave problema di dare alla popolazione una  Chiesa  sufficientemente amplia. Ma don Massimo non si turbò, e con la prudenza propria di chi è agli inizi di un vasto compito,  volle indagare la fattibilità di un ulteriore ampliamento, affidando la realizzazione di un disegno di massima a don Locatelli Parroco di Vergiate (disegno n. 1). La popolazione jeraghese era stanca di ripieghi provvisori che riguardassero la vecchia chiesa. D’altronde si sentiva capace di dimostrare al proprio parroco che lo avrebbe sostenuto con ogni sforzo ed ogni sacrificio s’egli si fosse  addossato una responsabilità  che poteva pur sembrare temeraria. Jerago ad una intera voce volle il disegno di una chiesa interamente nuova (foto 2).  Don Massimo che non si aspettava tanto, non esitò un sol giorno a concepire un piano così grandioso.  Il disegno fu steso dall’ Arch. Prof Oreste Benedetti, tempra magnifica di vero artista cristiano. La popolazione ne fu entusiasta e fu destinato per l’edificazione un vasto appezzamento del beneficio parrocchiale adiacente alla canonica.  (qui si tralascia  per brevità la descrizione della nuova chiesa, con un solo accenno alla navate da cui trarremo alcune osservazioni). Le navate laterali sono divise da una doppia linea di colonne che sorreggono gli archi delle campate, che sono attualmente  tre (n.d.r. come lo sono tuttora 2012) ma che potranno aumentare quando verificandosi nuove necessità, si ritenesse necessario allungare la chiesa. I Lavori sono stati compiuti sotto la direzione del Prof. Benedetti, dal capomastro Giuseppe Bianchi di Jerago. Ed i mezzi, d’onde sono venuti? La domanda non è oziosa solo se si pensa che sono state spese fino ad oggi circa 500.000 Lit..  La risposta l’ho avuta dalla bocca del parroco, domenica scorsa quando mi sono recato da lui per avere un po’ di notizie per questo mio articolo. “Ritenga -mi disse-che la chiesa nuova è stata costruita aere pauperum (con i soldi dei poveri). La mia popolazione è quasi esclusivamente composta di contadini e di operai. I ricchi qui si possono contare. Eppure questi lavoratori hanno saputo fare miracoli di generosità. Quando si decise di cominciare, io avevo raggranellato a furia di economie una piccola somma, ma era ben ridicola cosa nei confronti della spesa che s’andava ad incontrare. Ma fin dagli inizi dei lavori in una settimana sola il mio popolo,famiglia per famiglia, s’è obbligato a darmi 100.000 lire in cinque anni. E poi si è ricorso alle solite iniziative. Ho impiantato un cinema, pesche di beneficenza, talora lotterie, trattenimenti benefici. Mi sono venute offerte in natura: materiale da costruzione di buona qualità e in buona quantità. Il pulpito, le porte sono regali di generosi. E c’è stato sempre quell’afflusso continuo anche modesto, di offerte, di doni, tanto più preziosi e confortanti in quanto mi assicuravano che il mio popolo non rallentava il suo entusiasmo per la sua Chiesa e la Provvidenza visibilmente favoriva e benediceva quest’opera, ch’è tutta volta per la gloria di Dio e pel bene delle anime. Vorrei affidarle il nome di tutti i buoni, che hanno dato, non perché il loro nome figurasse sui giornali, ma solo con alto sentimento di amore alla loro Fede, orgogliosi, contenti  solo di avere assicurato ai loro figli, ai posteri una Chiesa degna di questa Jerago tanto buona ancora e tanto religiosa”. Il buon Parroco mi parlava con tanto fuoco di quello che ha saputo fare la sua popolazione, che si era perfino illuminato nel volto, solitamente pensoso ed austero. ….

Ad ogni modo Jerago saprà nelle prossime feste non solo esultare per l’inaugurazione della sua nuova chiesa, ma anche dire la parola del proprio affetto, della sua riconoscenza per quanto egli ha fatto. Ed è stato un pensiero felicissimo di accoppiare in una festa unica l’inaugurazione della nuova Parrocchiale, ed il ricordo della duplice ricorrenza del 25° di sacerdozio e del decennio di Parrocchialità di Don Massimo.” (a firma Can. Don Luigi Tognola)

PROGRAMMA DEI FESTEGGIAMENTI 

Sabato 20 agosto ore 18.30 : ricevimento di Sua Eminenza il Cardinale Arcivescovo, benedizione solenne della nuova chiesa e dei simulacri del S. Cuore e di San Giuseppe- Funzioni della Visita Pastorale.

Domenica 21 agosto: ore 7 – S. Messa di Sua Eminenza con comunione generale- ore 10.30 Messa giubilare di Don Massimo Cervini con assistenza pontificale di Sua Eminenza- ore 15 S. Cresima- ore 17,30: Vesperi, offerta della cera- Processione solenne coi simulacri della B. Vergine e di San Giuseppe.

Lunedì 22: ore 10,30 Messa pontificale di Mons. Dott Claudio Nebuloni, canonico della Metropolitana, ore 17.30 Processione solenne col SS. Sacramento – ore 20 concerto musicale

Dalla cronaca prealpina del 27- 8-1927

“Un rito di amore e di fede celebrato fra il popolo Jeraghese dall’eminente Presule Card. Tosi di Milano”

Sabato……  la bella zona collinare di Jerago che va dalla ferrovia al Castello, in tutta la sua vastità, si è presentata ancor più suggestiva nella festosità della fantasmagoria dei colori, nella genialità degli addobbi. Sino dal primo casolare che segna il limite  estremo del comune verso Cavaria, il cui proprietario aveva eretto un moderno quanto grazioso arco di trionfo e di saluto all’ospite illustre, fino all’altro versante della collinetta tutto era addobbatissimo, senza interruzioni e senza parsimonia. Finito il rettilineo che porta alle officine Reina e imboccando la salita che porta alla Chiesa, ci siamo di colpo e con sorpresa trovati dinanzi ad una superba ed ammirevole costruzione medievale. Un alto ed armonico ponte, con le torrette laterali ed i suoi merli caratteristici per la difesa, feritoie e campane di allarme, opera accuratissima e di ricca fattura, tutta in tela  dipinta ma saldamente fermata in ampia costruzione, tanto da permettere ai fotografi ed operatori cinematografici di stare comodamente istallati nella parte centrale arrivandoci dalla scaletta della torre.

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Sotto questo ponte con storici stemmi e lampioni è stato ricevuto con solennità ed entusiasmo S.E il Cardinale Eugenio Tosi dalle autorità civili e religiose (si omette il lungo elenco), la Musica locale, le Associazioni ed una folla di popolo. Da questo punto e da tutte le strade convergenti la Piazza della Chiesa si è presentata la graziosissima visione dell’addobbo. Panneggi di ogni colore, tappeti e banderuole, tricolori di seta, di cotone, e di carta, lavoretti graziosi e ricami pazienti delle gentili mani di fanciulle, pennoni e labari, tralci di alloro e altissimi pini, decorazioni in oro e argento, capunnucce in verde con fontanelle, cappellette mariane in sasso, addobbate con fiori veri e finti, collane di lampade elettriche… Tutta la produzione  geniale della fantasia femminile, che tanto aveva lavorato alla buona riuscita della accoglienza. .

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L’eminentissimo è passato in questa visione spettacolosa tutto ammirando, elogiando e benedicendo la folla genuflessa nel sentimento più sincero della fede e dell’amore. A piedi circondato dalle autorità ha raggiunto la chiesa. All’entrata, una graziosa bimbetta, Luigia Fontana, ha con bel garbo recitata una poesiola di saluto, guadagnandosi la paterna carezza del Presule, il quale è poi entrato nella nuova Chiesa per i riti previsti.

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14 sett. 1932 consacrazione della Chiesa ad opera di S.E. il Cardinal Ildefonso Schuster 

(dal libro delle cronache parrocchiali)

Le SS Reliquie, che verranno racchiuse nell’altare maggiore per la conservazione, sono esposte alla venerazione dei fedeli, in apposito altare eretto nella Vecchia Chiesa. Durante la notte, le confraternite, le associazioni cattoliche e buon numero di fedeli si danno il turno per la veglia alle SS Reliquie. Alle preghiere sono intercalati i canti: alle 3 (della notte) di mercoledì 14 settembre Sua Eminenza tra i primi è già prostrato in venerazione alle SS Reliquie. Indi si inizia la suggestiva e grandiosa cerimonia della consacrazione della Chiesa. Il corteo dei sacerdoti e dei confratelli si avvia alla nuova chiesa, il cui piazzale è già gremito di popolo. Dirige la cerimonia l’ostiario Beretta. Fin dall’inizio anche il pubblico può assistere alla funzione disponendosi nelle navate laterali. La lunga cerimonia  della durata di tre ore viene compiuta con prontezza e agilità da Sua Eminenza, che sembra non sentire la fatica, mentre gli apparati, don Carlo Macchi di Montonate e don Eugenio parroco di Solbiate Arno, stentano a seguirlo nei movimenti. Aiutano anche i Parroci di Quinzano e di Orago, mentre il parroco don Massimo e quello di Besnate attendono al canto. Dopo la consacrazione della chiesa Sua Eminenza celebra la Santa Messa, durante la quale viene distribuita la comunione ad oltre 700 fedeli. Come cronaca si potrà ricordare che le croci in marmo affisse sui muri furono donate dal Sig. Emilio Rabuffetti e che, a ricordo dell’evento, fu scolpita l’iscrizione posta sul fondo della Chiesa a destra (per chi esce) del portone di ingresso .

Verso le 7 del giorno 14 Sua Eminenza, nella chiesa testè consacrata, impartirà la S.Cresima a 69 bambini e 44 bambine , tenendo un affettuoso discorso. Poi partirà per Milano. Ritornerà verso le ore 16, rivolgendo all’intera popolazione la sua paterna parola di vita.

Tra gli applausi e le benedizioni della folla, che lo accompagnerà fino allo sbocco del paese, partiva alla volta di Orago,  per compiere anche colà la sua visita pastorale. 

 

La vita del borgo tra il 1920 ed il 1960 rivive nella memoria fatta e redatta in dialetto dalla sig.na Rina Cardani

(stesura del testo dialettale e testo italiano: A. Carabelli)

Ma pär una bèla roba cuntà su cuma sa vivéa in dul nost paés  in di an indré, qui dul Carlo Cudiga, tant pa intendass, quandu i noni d’incoeu ean giuin. A matina bunura dul di laù, par scurlà su chi ca ghea anmò indurmentò e butà giò dul let i pusé pigar, l’éa ul campanin a dà la sveglia cui so campan. Ga penséa ul Valentin (Valentino Balzarini, indimenticabile sacrestano di don Massimo Cervini) che già ai cinq al sunea l’Avemaria e pö dopu ul primm, ul segund, ul terz segn e a campanèla, ai cinq e mèza ul don Masim l’ea già su l’Altär pa a Mésa e ai ses e un quärt la Funzion l’ea già finia, parché bisugnea andà al laurà: i uperari a stabliment e i paisan in campagna. Un quärt ai növ a campana di sculär par visài ca l’éa ura d’andà a scöla. L’ éa a stésa campana ca servia da riciam quand vignéa l’esatùr a scöd i tass, e tücc, bén o malbén, sa duea andà da cursa a pagà ul  tributo. Quéla campana lì la déa anca ul ségn da l’Ambulanza dul dutùr Tani,  quandu sa pudéa andà in dul so ambulatòri a fass visità, parchè pai pusé malò, l’ea lù che tücc i dì andéa a truai in cà. Quand l’éa fèsta granda: San Giorg, ul di da a Madona dul Carmine, sunéan i Campan a fèsta, l’éa ul Ratin (Carlo Ratti, disperso nella campagna di Russia, II guerra mondiale) ch’andéa sul Campanin, in scìma, al lighea i campan e lu, ca l’ea un brau sunadùr da a Musica, al tiréa föra chi bèi “Carillon” du l’Ave Maria, dul Garibaldi fu ferito e sa stéa lì tücc cunt la boca vèrta a scultà e a guardà in sü. Al sa déa da fà anca a sunài quand murìa un quèi fieu piscinin. Pai grand l’éa ul Valentin a sunà i doon. E tücc a pensà, chisà chi ca ghé mort e sa cuntéan i culpi fina a növ, se i campan sa ferméan lì l’éa na dona, se andéan inànzi fina trédas un omm. Inlùra sa cugnuséum tücc, mia cume incoeu ca sa cugnòsum quasi pü. Tücc, an bisogn sa ütean, anca da nocc, quand sunéan i campan a martèll: ghé fög, ghé fög, i homm, in forza curéan cui sidéi e chi ca ghéa l’asnin cui butt d’acua par smurzà ul fög e par dà na man. E se pö, d’estä, vegnìa brut témp, ul tempuräl da Santa Catérina sa sunéa ul Rümm, par spacà a tempèsta, e ul don Masim, tutt inprèsa al curéa su a porta da a Gésa par dà a benedizion e dumandà al Signur a cälma di element. In di tempi indrè sa vivéa da campagna e na tempèsta al sarìa stai propri un bel disastar. Quand i coscritt andéan a pasà la léva, prima da andà a Varés o a Galarà, scultean Mésa e fean na bèla scampanò ca la duréa anca mèzura. Pai Spusalizi e i Fénérai l’ea tème mò. 

 

P.S. pensi propri da vé cuntò sù tuscoss dul laur di nostar campan e spéri che questi ricordi va sian propri piasù anca se, adesso che c’è il progresso, queste cose vi potranno essere parse solo quisquiglie.

La signorina Rina Cardani ci ha lasciati nel gennaio 2006 

Traduzione: mi sembra bello raccontare come si viveva nel nostro paese, gli anni passati, quelli del Carlo Cotenna, per intendersi, quando i nonni d’oggi erano giovani. Alla mattina presto dei giorni feriali, per scrollare dal sonno gli addormentati e buttar giù dal letto i pigri, era il campanile a dare la sveglia con le sue campane. Ci pensava il Valentino (Valentino Balzarini, indimenticabile sacrestano di don Massimo) che già alle cinque suonava l’Avemaria e poi, dopo i tre segni di campane alle cinque e trenta, don Massimo era già sull’Altare per dir Messa e alle sei e un quarto la Funzione era già finita. Allora bisognava andare al lavoro presto: gli operai negli opifici e i contadini nei campi. Un quarto alle nove: la campana degli scolari avvisava che era ora di scuola. La stessa serviva di avviso quando veniva l’esattore per riscuotere le tasse, e bene o male si doveva correre per pagare il tributo. Quella campana, dava il segno dell’Ambulanza del dott. Tani quando si poteva andare nel suo ambulatorio a farsi visitare, perché per i malati gravi, era lui che quotidianamente andava a far visita. Quando era festa grande per S. Giorgio, per la Festa del Carmine, suonavano le campane a festa. Era Carlo Ratti (disperso in Russia nella II guerra mondiale), che saliva sul Campanile, in cima, legava le campane e, da bravo suonatore nella Banda, sapeva trarre in ritmi di “Carillon” l’Ave Maria, o il Garibaldi fu ferito; tutti si restava con la bocca aperta ad ascoltare e a guardare in alto. Si dava da fare a suonarle anche per la morte di un bambino. Per i grandi era il Valentino che suonava i “doon”. E tutti a chiedersi chi sarà morto, si contavano i rintocchi fino a nove, se si fermavano lì, era una donna, se proseguivano a tredici un uomo. Allora ci si conosceva tutti, non come adesso che non ci si conosce più. Tutti, per una necessità ci si aiutava, anche la notte se suonavano le campane a martello: c’è fuoco, c’è fuoco, gli uomini validi, correvano coi secchi, chi aveva l’asino con i tini d’acqua per spegnere e per dare una mano. D’estate, alla minaccia del temporale da S. Caterina si suonava il Rumm per rompere la tempesta,  don Massimo correva sulla porta della Chiesa per la benedizione, e implorava Iddio perché calmasse la furia degli elementi. Allora si viveva del frutto dei campi e una tempesta avrebbe prodotto un grave danno. Quando i Coscritti andavano per la visita di leva a Varese o Gallarate, prima, ascoltavano Messa e poi facevano una grande scampanata di mezzora. Per gli Sposalizi e per i Funerali era come oggi.

PS: mi pare di avervi raccontato proprio tutto della fatica delle nostre campane e spero che questi ricordi, vi abbiano fatto piacere, anche se ora che c’è il progresso, queste cose possono essere parse anche piccole.