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La nuova Chiesa di San Giorgio

fonte immagine: parrocchiasangiorgio.it

Tutto ebbe inizio il 21 settembre 1922 alle ore 20.00 al suono della campana maggiore, quando un centinaio di capi famiglia, in risposta alla convocazione del parroco Don Massimo Cervini, accettarono di sottoscrivere un piano di finanziamento per la costruzione della nuova chiesa Parrocchiale. I lavori procedettero alacremente grazie al sostegno ed alla generosità di tutti gli Jeraghesi tanto che il 23 aprile dell’anno successivo Mons. Claudio Nebuloni benedisse e pose la prima pietra della chiesa di San Giorgio Martire.

Le opere di costruzione proseguirono a ritmo serrato per gli anni successivi tanto che  per la fine di gennaio del  1927 furono terminati tutti i lavori di muratura e venne deciso  che la nuova chiesa avrebbe avuto la sua inaugurazione per la Festa della Madonna del Carmine, la terza domenica dello stesso anno . La  Provvidenza e la  tenacia del parroco unite agli sforzi di tutti i parrocchiani non disattesero all’appuntamento e il 17 luglio del 1927 alle 5,30 tra la commozione generale venne celebrata la prima Messa nella nuova chiesa. Dopo l’inaugurazione nel 1930 delle cappelle dedicate a S. Carlo e alla Madonna del Carmine finalmente la mattina del 14 settembre 1932 il Card. A. I. Schuster, in visita pastorale alla parrocchia, diede inizio alla lunga e suggestiva cerimonia di consacrazione. Gli anni a seguire furono impegnati per le decorazioni e la realizzazione dei grandi affreschi che ebbero termine l’8 giugno 1940; l’opera era completata ma la felicità durò poco poichè due giorni dopo l’Italia sarebbe entrata in guerra. In decenni di storia hanno percorso queste navate illustri rappresentanti della Chiesa ambrosiana  quali il beato Card. Schuster, il Card. Montini, diventato Papa Paolo VI, il Card. Colombo , il Card. Carlo Maria Martini, Mons. Mario Delpini e più modesti pastori; a loro va la nostra riconoscenza per aver permesso la costruzione, la conservazione e l’arricchimento della dimora del nostro Dio, per averla resa nel tempo dignitosa e degna della sua grandezza.  

Foto dal film di inaugurazione della nuova Chiesa di San Giorgio

Riportiamo di seguito alcune foto dall’inaugurazione della Chiesa di San Giorgio in Jerago come da precedente ns. articolo che riportiamo qui in link per comodità

Anno 1927-21-22-agosto – Inaugurazione solenne della Chiesa e festeggiamenti per il venticinquesimo di ordinazione del parroco don Massimo Cervini.

Don Massimo Cervini

Testo a cura del prof. Franco Delpini tratto dal n. 4 -anno 1 – Ottobre 1994- de L’Equinozio – Mensile di informazione  su Jerago Con Orago a cura della Pro Loco di Jerago Con Orago

Nella storia di Jerago di Eugenio Cazzani troviamo scritto quanto segue:

“Il nuovo parroco, don Massimo Cervini, era della nostra terra: nato a Castronno il 28 aprile 1879, compì gli studi ginnasiali e il primo anno di liceo nella Piccola Casa della Divina provvidenza in Torino, fondata da S. Giuseppe Benedetto Cottolengo. Suo desiderio però era di essere sacerdote diocesano al servizio dell’arcivescovo di Milano, Card. Andrea Carlo Ferrari. A lui il 14 settembre 1897, indirizzò una letterina nella quale lo supplicava di permettergli di continuare gli studi in quell’asilo di carità, non avendo  mezzi sufficienti per recarmi altrove. La domanda era corredata di poche parole scritte dal parroco di Castronno, don Carlo Giudici, che raccomandava il suo giovane parrocchiano poiché: “é buono, studioso, serio e promette bene”.

L’anno scolastico 1899-1900 il chierico Cervini lo trascorse quale “prefetto” nel Seminario liceale di. Monza e, un paio d’anni dopo, il 24 maggio 1902, il servo di Dio Card Andrea Carlo Ferrari, lo consacrò sacerdote.

Trascorsi quattro anni quale coadiutore a Sesto Calende, il 6 dicembre 1906 don Cervini passò a Somma Lombardo, ove per un decennio si prodigò per il bene spirituale degli abitanti della borgata.

Il 25 luglio 1916 egli si presentò all’esame canonico per la parrocchia di Jerago, della quale fu nominato parroco il 2 agosto successivo. Quattro giorni dopo riceveva nella sua residenza  di Somma la visita del sindaco di Jerago cav. Alessandro Zeni, al quale il neo parroco aveva inviato il suo “reverendo saluto, come a colui che rappresenta l’autorità civile, la cui valida collaborazione con quella religiosa è da me ritenuta uno dei più validi fattori in un paese”.

“Trascorsi i sei mesi di vacanza della parrocchia-scrisse don Cervini- il nuovo parroco si disponeva a fare il suo ingresso per la domenica 29 ottobre 1916, quando con sua sorpresa venne a sapere che il regio placet (l’approvazione dell’autorità civile) non gli veniva rilasciata perché accusato di sentimenti poco patriottici. Fu solo per l’interessamento del Card. A. C. Ferrari, con ricorso diretto al ministro di Grazia e Giustizia, corredato di un lodevole attestato rilasciato dall’Amministrazione comunale di Somma, che il regio placet, in data 6 febbraio1917, venne concesso”.

L’ingresso del nuovo parroco avvenne la domenica 18 febbraio, in forma semplice, data la guerra, che proprio in quei mesi falciava vittime su tutti i fronti.

Così cominciò la vita jeraghese di don Massimo Cervini, la quale doveva durare ventotto anni, trascorso in un apostolato zelante e rinnovatore del clima parrocchiale.
le date più significative di questo cammino pastorale sono segnate da tre tappe: due gioiose, la terza dolorosa. la gioia più grande per il parroco Cervini fu quella procuratagli dalla realizzazione della nuova chiesa. una sosta gioiosa furono pure le giornate dedicate al suo XXV di parrocchialità congiunto con il XL di ordinazione sacerdotale.

La cronaca della giornata, 19 luglio 1942, s’illumina della presenza di autorità ecclesiastiche e civili e di manifestazioni personali e comunitarie piene di affetto verso il festeggiato, espresse anche nei doni, che la popolazione tutta offriva a ricordare le due date: un’artistica pergamena eseguita dal nostro pittore Gino Riganti, un paliotto d’altarini oro, una stola a ricami ed un elegante prezioso Crocifisso, tutti eseguiti dalla “Beato Angelico”, e persino.. un paio di occhiali. inoltre consegnava al parroco una cospicua somma raccolta in paese per il nuovo altare della Madonna.

Questo voleva essere un’altra delle numerose opere realizzate da don Cervini a Jerago, come voto perché la Vergine benedica i nostri soldati. La festa fu coronata da un’imponente processione che si svolse per tutte le vie del paese. Dai militari in licenza venne portato a spalle il venerato simulacro della B. V. del Carmine.

Il giovedì 3 maggio 1945 segna l’ultimo giorno di vita per il nostro parroco che da poco più di un mese ha compiuto i 66 anni di età.

Don Francesco Delpini, primo ed unico sacerdote di Jerago guidato dal defunto parroco dalla prima ginnasio alla consacrazione sacerdotale, con affetto di figlio riconoscente e devoto redasse nel Liber Chronicus parrocchiale la memoria di quella scomparsa, che lasciò in tutti parrocchiani sgomento e rimpianto: “Grande lutto per la Parrocchia di Jerago. Il Rev. mo Sig. Don Massimo Cervini, da 28 anni parroco del paese, di ritorno in bicicletta da Albizzate verso le 13,30, dove si era recato a confessare, mentre sorridente stava discorrendo con la sorella sig.na Pia, muore improvvisamente senza accusare il minimo disturbo e senza dire alcuna parola, emettendo un gemito.. Le campane che, dopo la nuova sistemazione, dovevano suonare a festa per la prima volta nella prima domenica di maggio, suonano l’agonia del sig. parroco…”

Nel testamento in cui don Massimo Cervini si dichiarava indegno ministro della chiesa, si trova scritto: “Desidero essere sepolto nel cimitero di Jerago, in campo comune, in luogo visibile, perché i superstiti, vedendo il luogo della mia sepoltura, abbiano a dire qualche requiem per l’anima mia”.

Il comune regalò il terreno per la sua sepoltura sull’angolo destro di fronte alla cappella del cimitero. Molti sono gli episodi curiosi che si possono raccontare sulla vita di don Cervini oltre a quello della mancanza del “regio placet” , ma rimandiamo ad un successivo articolo il loro racconto.

Franco Delpini

Le Feste dei Santi e dei Morti nella tradizione paesana jeraghese anteriore alla 2° Guerra Mondiale

1 Novembre – Ognissanti

Nel pomeriggio Vesperi solenni e processione al Camposanto per l’assoluzione alla  Tomba di  tutti i cari defunti. In chiesa dopo i Vespri dei Santi, si toglievano dall’altare i busti dei Vescovi e le Reliquie e il Paliotto bianco dell’Altare veniva sostituito con quello nero. Il Celebrante smetteva il Piviale bianco e indossava quello nero, dando inizio alla liturgia dei defunti. Terminato il Vespero, la predica dei Defunti[1]. Terminata la predica ci si avviava in processione con una prima sosta all’asilo per l’omaggio alla lapide dei caduti in guerra [2]e poi al Cimitero. Indi si tornava ancora in chiesa per la. S Benedizione Eucaristica.

Al ritorno era tradizione offrire le caldarroste. Così facevano le osterie per i loro avventori dopo la processione al Camposanto.

La Cooperativa di Consumo offriva ai soci il vino novello per l’assaggio.

Prima della 2^ guerra , alla sera, i ragazzi dell’oratorio maschile accompagnati dall’assistente, il concittadino Don Francesco Delpini, e dal Parroco, Don Massimo Cervini, si recavano al Camposanto recitando il rosario. Di ritorno la sorella del Parroco, signorina Pia, faceva trovare pronte nella saletta della vecchia sacrestia le castagne mondelle, cotte sulla stufa della attigua casa parrocchiale.

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2 novembre – festa dei Morti

Ore 6.00 Recita delle tre messe rituali – consecutive nella chiesa di San Rocco, tradizione iniziata da quando il Cimitero fu trasferito a San Rocco, nel sito dove oggi è il monumento ai Caduti e del quale  ancora rimane la nobile Cappella Funeraria della Famiglia Bianchi.

  

Ottava dei Morti. Verso le ore 18  per tutte le sere fino alla domenica successiva ai Santi, in processione, si recita il santo rosario percorrendo la via che dalla Chiesa porta al Cimitero. La via alberata che conduce al camposanto, ad ogni albero di tiglio, era segnata da un cippo recante il nome di un concittadino caduto in guerra ed un fiore fresco, perchè sono i giorni dell’anniversario della vittoria. Il raccoglimento è grande, le famiglie intere vanno a trovare i loro morti e ad accendere un lumino sulle tombe. Dopo la Benedizione impartita dal Parroco si torna a casa, e ci si affretta a ravvivare il fuoco della stufa economica, perché il freddo dell’inverno, ormai alle porte comincia a farsi sentire. Il proverbio recita : pai Sant paltò e guantper i Santi cappotto e guanti . Sulla stufa si preparano le mondelle.

4 novembre- festa di San Carlo Borromeo

Giorno festivo civile e religioso, si festeggiava  il Compatrono della Diocesi di Milano e si festeggiava l’anniversario della Vittoria nella 1^ guerra Mondiale. Oggi, purtroppo, la  festa della Vittoria è  stata spostata alla domenica successiva e quindi san Carlo rimane festa liturgica, cui non corrisponde una giornata festiva infrasettimanale.

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Castégn fai arost pai mort- Castagne arrosto del giorno dei morti

 

La prima operazione sulla castagna da arrostire al fuoco è la crénadüra – taglio. E’ necessario praticare un taglio nella zona mediana della parte piatta, per consentire al vapore, che emanerà dalla polpa che cuoce, di fuoriuscire senza far scoppiare il frutto. In dialetto la castégna la và crenò [3] la castagna va tagliata. Si preparava brace ardente nel camino ed alla catena pendente al centro si agganciava la tipica padèla di castegn, forata sul fondo e col bordo alto una decina di centimetri. Vi si buttavano le castagne, si scuoteva la padella con un sapiente movimento del manico perché le castagne si rigirassero e non presentassero la stessa parte alla brace per troppo tempo. Si teneva viva la brace senza suscitarne la fiamma che avrebbe carbonizzato le castagne. Dopo alcuni minuti s‘assaggiavano, per non toglierle crude dal fuoco. A cottura ultimata, si mettevano in un mantin – involto di tela, perché rimanessero calde e croccanti.

caldarroste

fonte immagine: cookist.it

Note . Le castagne arrosto erano tradizionali per il giorno dei Santi e per i Morti. Anticamente le osterie al primo segno dei Vesperi di Ognissanti tiravan giò la clèr abbassavano la serranda, perché tutti partecipassero alla Funzione in Chiesa ed alla processione al Camposanto. Poi, dopo che la Processione si fosse sciolta, al ritorno dal Cimitero, gli avventori tornavano nelle osterie per assaggiare le castagne arrosto distribuite a gratis dagli osti . In cooperativa si offriva il vino novello.


Brani tratti da A. Carabelli – E. Riganti, “Le ricette della Nonna” , Collana Galerate, Tipografia Moderna-Gallarate, 2000

 

 

[1] I vecchi, per molto tempo, raccontarono della profonda emozione suscitata tra coloro che furono  presenti all’omelia pei Defunti pronuciata dal concittadino Padre Umberto Cardani, pochi giorni prima della sua partenza per la Missione in  Sudan .

[2] solo più tardi , nel 1969, fu costruito il monumento dietro l’abside di San Rocco per il grande impegno dei soci dalla sezione Combattenti e Reduci , quando era presidente il Sig. Lorenzo Chinetti e segretario il Sig. Giovanni Balzarini.

[3] Crèna– voce dal tardo latino che vuol dire “ tacca” o taglio, ripresa poi dal francese arcaico Cran. Secondo questa interpretazioneCrenna nel senso di paese sarebbe sorta presso il taglio del monte diviso.

Marzo 1923 si gettano le fondamenta della nuova chiesa di San Giorgio

Nel primo dopoguerra tutti i parrocchiani di San Giorgio dei quali abbiamo cercato di ricostruire  le attività, l’ambiente e  il modo di vivere,  affrontarono il grande impegno della edificazione della nuova chiesa di San Giorgio affiancando Don Massimo Cervini. Tutti si gravarono con gioia dei numerosi sacrifici richiesti da quell’opera della quale andarono profondamente orgogliosi. Rimane una delle poche parrocchiali di nuova costruzione realizzate nel  periodo fra le due guerre, altri paesi del circondario non ebbero la stessa grazia. Fu edificata dall’ impresa Bianchi e tutti gli artigiani del ferro, del legno, gli artisti, contribuirono ad abbellirla con le loro opere ed i parrocchiani parteciparono con offerte commisurate alle loro capacità. Grande gioia provarono nel contemplare l’affresco del Cristo in maestà, immenso sul catino absidale, nel  vedere l’effigie del Papa  Pio XI, del cardinal Schuster, di don Massimo, nel riconoscersi  nei personaggi del popolo dipinto: una donna di spalle col suo bambino e i cappelli raccolti nel michin, i fabbriceri, i Confratelli, il baldacchino della Processione del Corpus Domini.

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                                          La nuova chiesa di San Giorgio-  fonte immagine: parrocchiasangiorgio.it

Avevano imparato, da agricoltori, che Abele offriva a Dio i capi migliori del gregge. Ormai non erano più agricoltori, si erano trasformati in operai, in artigiani, in imprenditori, però non si sottrassero all’invito di don Massimo e mantennero fede agli insegnamenti dei padri nonostante quelli fossero gli anni della grande crisi del ’29. Perciò anche questa fase della vita civile moderna possiamo leggere in un monumento religioso, non diversamente dal come abbiamo potuto riconoscere le vicende della nostra comunità antica, leggendola nelle tracce degli ampliamenti successivi della vecchia chiesa di San Giorgio. Ritengo che, laddove manchino i testi o anche  la sola possibilità di consultarli, siano le vestigia delle vecchie edificazioni a testimoniare le vicende di un mondo trascorso, nella fattispecie della fede dei progenitori. L’ultimo ampliamento della vecchia chiesa, parroco don Angelo Nebuloni coincise non a caso col 1881, uno dei primi anni dell’inizio della nostra industrializzazione. [1]

[1] Con l’ultimo intervento, la vecchia Chiesa di san Giorgio fu allungata verso oriente con la costruzione dell’abside nuova. L’altare fu arretrato e riconsacrato dal beato Cardinal Ferrari. La lapide che testimoniava l’evento andò persa. La facciata fu allungata ad occidente verso l’attuale banca (ex sede di Ubi-Credito Varesino a Jerago- in via Colombo angolo Piazza San Giorgio -negli anni ’90, ora abitazione civile- ndr), eliminando il bellissimo portico e la piazzetta, che era stata il centro civico su cui si affacciavano la scuola maschile e l’ufficio comunale all’epoca del Lombardo Veneto e nei primi anni del Regno, questa trasformazione avvenne con grande dispiacere della popolazione. Le beole della antica pavimentazione servirono per lo zoccolo della nuova facciata. La antica chiesa, o meglio il penultimo rifacimento in stile barocco che aveva coinvolto anche la sopraelevazione del campanile, quella che si distingue dal romanico per la sua colorazione gialla, fu molto simile alla attuale chiesa di Albizzate; sotto quel portico si rifugiavano i pellegrini degli altri paesi, quando passavano in processione. Nel vano interno ricavato con l’ultimo allungamento, si ottennero: il palco per la cantoria e per l’organo e, sui due lati, i matronei. Il matroneo di sinistra era riservato alla famiglia del castello, il matroneo di destra per i familiari del Sig. parroco con accesso dalla Canonica. La nuova croce in ferro della facciata, l’attuale, fu  eseguita dal fabbro Luigi Riganti.

Brano tratto da “Le ricette della Nonna” (vedi riferimenti testuali in home page del blog)

La vecchia chiesa di San Giorgio
restaurata negli anni ’90
fonte immagine: varesenews.it

Per un approccio sull’origine dell’industria nel Gallaratese con particolare riferimento a Jerago 

La provincia di Varese nacque solo nel 1927 dalla riunione di territorio comasco e milanese all’uopo ceduto. E’ quindi comprensibile come una ricerca vada comunque sdoppiata o triplicata nelle sedi dei precedenti mandamenti. Inoltre i dati in nostro possesso fanno riferimento al primo rendiconto territoriale ufficiale[1] e ai dati quantitativi di quel censimento. Non è certo, che tutte le attività esercitate vi fossero censite, perché in esso sono considerate industrie quelle che, oltre al proprietario, occupavano almeno un dipendente. Sono escluse quelle a carattere prettamente familiare, le più numerose in loco. Per questo abbiamo ritenuto corretto integrare i dati statistici con la memoria In questa sede ci preme rilevare come tutte le attività nascano da un lento abbandono della agricoltura a far tempo dal 1871 fino al 1940. Anteriormente al 1800 l’attività delle fornaci per mattoni fu l’unica risorsa locale non agricola, però antichissima [2] è rilevabile con certezza nei siti di estrazione già dal catasto teresiano. Lo studio della nascita delle attività consente di comprendere come le nostre popolazioni, seppur inconsciamente, abbiano risposto alle politiche economiche dei vari governi che si sono succeduti fin dal 1800. Si possono verificare, anche sul territorio locale, eventi che ebbero grandi ricadute sul futuro sviluppo economico, quali il frammentarsi della proprietà terriera, facilitato dallo scarso valore reddituale dei suoli e dalla conseguente assenza di una vasta proprietà fondiaria nobiliare già a partire dal XVIII sec. Le vicende economiche recenti si potrebbero far risalire già alle scelte di politica economica e sociale operate all’epoca austriaca. L’individuazione nel nostro di territorio di un’agricoltura dalle risorse appena sufficienti alla popolazione, spinse inizialmente l’amministrazione austriaca ad attivare politiche di integrazione al reddito agricolo. Dalla iniziale bachicoltura,[3] col fermento napoleonico e con la successiva restaurazione austriaca del 1814, si arrivò al sorgere delle attività cotoniere atte a favorire il lavoro femminile in fabbrica, soprattutto nei distretti di Gallarate e Busto Arsizio, che diverranno i futuri distretti cotonieri. Da qui prenderà avvio la locale moderna economia capitalistica, le cui risorse finanziarie dovranno essere impegnate nell’approvvigionamento di una materia prima che proveniva prevalentemente da mercati americani, egiziani e indiani. Si dovranno sviluppare tecniche commerciali e bancarie del tutto sconosciute alle antiche corporazioni mercantili operanti in altre realtà territoriali italiche tese solo ad irrigidire e a monopolizzare gli scarsi ed asfittici mercati. Apprese le nuove tecniche fu facile applicarle ad altri settori indotti, quali il meccanotessile di Busto e Legnano. Ciò può contribuire a spiegare l’odierna vivacità del nostro contesto industriale. Si affacciarono famiglie e nomi nuovi, a partire dagli albori del 1800, la cui nobiltà non necessariamente derivava dal sangue, ma dalla mercatura, mancava poi la resistenza al progresso frapposta  dalla nobiltà latifondista proprietaria di enormi casali sorti in altre realtà agricole lombarde, ma totalmente assenti dai nostri magri territori. Le nostre terre poco produttive, erano state trascurate e riservate a rami collaterali delle famiglie nobili. Come abbiamo visto[4] le proprietà  terriere erano già state frazionate e in parte vendute a fattori o a persone estremamente attive. E le piccole proprietà diverranno ossatura per il futuro sviluppo. Ma anche più recentemente fin verso il 1920 continuò il provvidenziale sfaldamento territoriale. Interessante, quasi paradossale, per noi lettori di oggi, conoscere la motivazione che la Camera del Lavoro di Gallarate nella Relazione Morale per l’anno 1922 dà al carente successo delle Leghe dei contadini: “il Gallaratese è forse la zona dell’alto milanese in cui la piccola proprietà ebbe uno sviluppo maggiore che altrove. Specie in questi anni del dopoguerra, vuoi per realizzare un guadagno per sé sproporzionato al valore dei terreni, vuoi per esimersi dal pagamento delle tasse, i proprietari dei fondi rustici, furono presi dalla mania folle di sbarazzarsi dei terreni. Per raggiungere il loro intento, mandarono disdette ai coloni dipendenti. I coloni, malgrado i nostri consigli, si lasciarono prendere dal timore panico e, affrontando sacrifici inauditi, parecchi di essi comperarono. Si è così sviluppata artificialmente la piccola proprietà. Il colono diventa così il piccolo proprietario sfruttato dal capitale che ha dovuto prendere a prestito, e ora sopporta i balzelli che Stato, Provincia e Comune sono costretti ad applicare per riparare alle larghe falle aperte dalla guerra di lor signori. Il colono divenuto piccolo proprietario, non sente più il bisogno della Lega.”

L’Illustrazione del Lombardo – Veneto tomo I ° redatta da Cesare Cantù in Milano 1857, offre invece un quadro contemporaneo alla origine delle industrie tessili gallaratesi. In essa si può leggere: “ [5] ……..Più che le vicende storiche dan rinomanza e insieme ricchezza a questo luogo le industrie ed il commercio. Le prime consistono in variate manifatture di cotone, tenute ora dalla ditta Ponti, che è la principale, dalla Cantoni, e in minori proporzioni dalle Ditte Crespi, Locarno, Mozzati, Pasta ed altre. La ditta Ponti nel principio di questo secolo (1800) eresse qui il primo opificio lombardo, mosso da buoi e cavalli, in cui siensi introdotte le Janettes o Jenny, cioè la macchina da poco tempo inventata per filare cotone. Ma dopo aver innalzato a Solbiate Olona la sua grandiosa filatura, l’opificio di Gallarate fu convertito, dir si può, in una casa di ricovero in cui si accolgono a facili e leggeri lavori più di cento donne, la maggior parte inatte a guadagnarsi altrimenti il pane. La ditta Ponti, che ha casa anche in Milano, trae direttamente il cotone greggio dalle Americhe e dalle Indie, e lo smercia in natura, in filati ed in tessuti di varia maniera, a preparare i quali, oltre ai telaj meccanici che tiene a Solbiate Olona, ne lavorano 1200 a braccia. La ditta Cantoni, che ha bella e vasta filatura a Castellanza, fa pure commercio di filati e tessuti, alla cui confezione servono circa 700 telai. Le altre ditte non hanno filatura propria e si occupano solo di tessuti, dando lavoro a circa 900 telaj e gli operai sono per la massima parte de’ circostanti paesi. V’hanno, benché assai meno estese, anche manifatture di lino, specialmente delle ditte Sironi e Calderara, con 500 telaj. Moltissime donne attendono ai ricami, principalmente di collari da donna, camicette, sottane, e ai lavori all’uncinetto e dell’ago in lana ed anco in seta per far calze, guanti, reticelle, ecc, che si spacciano in paese, o a Milano ed in altre città”.

Utilizzando l’approccio dell’Economia Politica si potrebbe rilevare che le nostre vicende agricolo industriali, dal 1800 ad oggi siano state legate inizialmente alla introduzione di processi L.I ( Labor intensive – ad alta concentrazione di lavoro) favoriti dalla presenza di manodopera agricola in abbondanza, successivamente e lentamente sostituiti con processi L.S ( Labor Saving, con l’introduzione del concetto di macchina che risparmia lavoro) sempre più accelerati dal pungolo della competitività del prezzo, in risposta alle altalenanti aperture dei mercati o alle politiche protezionistiche. Ma oltre allo studio della formazione di una coscienza di classe, già accennato, non si debbono trascurare:

– il ruolo assunto nel processo di sviluppo fine ottocento dalla piccola proprietà terriera appena formata da cui direttamente derivò la classe artigianale;

– l’influenza degli insegnamenti della dottrina cristiana in ambito locale e lombardo;

– il paternalismo industriale e le società operaie di mutuo soccorso tra artigiani operai e industriali, che qui iniziano circa 10 anni dopo le analoghe iniziative Gallaratesi o Varesine, perché la grande industria si sviluppa solo nel 1906.

E’ comunque rilevante osservare, che nei nostri territori si sono vissute e non marginalmente tutte le vicende della storia recente, tanto da trovarne ancora tracce nel ricordo delle singole famiglie. Abbiamo notizia della preoccupazione di due jeraghesi il Sig. Celeste Riganti e il Sig. Paolo Biganzoli, assai vicini al parroco don Angelo Nebuloni[6] di far arrivare a Jerago e diffondere tra le famiglie copie del giornale cattolico “Il Resegone”, opuscolo cattolico stampato a Lecco, al fine di offrire valide argomentazioni da parte cattolica in contrasto alla diffusione del foglio La lotta di Classe – periodico della lega dei metallurgici. Di questi periodi a cavallo del 1900 permane nei documenti la memoria di un atto di profondo disprezzo verso la Chiesa, quale fu il gravissimo sacrilegio di Orago, attribuito alle componenti ispirate all’ateismo positivista di destra. Ma questi episodi non ci appartenevano: furono l’onda lunga di qualcosa che ci era sostanzialmente estraneo, infatti se escludiamo il discorso massonico, ignorato dalle nostre popolazioni e quello positivista, riservato a tendenze intellettuali a noi estranee, rimaneva la simpatia verso il socialismo, che fu stimolata da una naturale reazione ai gravissimi episodi milanesi del generale Bava Beccaris. Si deve però apprezzare un distinguo, che i nostri vecchi premettevano sempre ai racconti sulle lotte sociali. Quando nel discorso si voleva indicare una persona affascinata dalle teorie socialiste, essi sempre la qualificavano come “un sucialista ma da qui giüst,è un socialista ma di quelli che stanno nel giusto”, con evidente riferimento ad un uomo che, affascinato da Turati, sicuramente non aveva sposato le posizioni atee di Labriola. Il nostro socialista rispettava la Chiesa e i suoi ministri, anche se la sua posizione lo teneva appartato, facendosi sovente ricordare dalla moglie gli obblighi dei precetti ecclesiastici.

La nascita della Società Anonima Cooperativa di Consumo avvenuta nel 1900, [7]sicuramente permette di accostarci a quel momento storico valutando, sulla scorta della variegata e contemporanea presenza di soci: artigiani, operai e imprenditori in uno stesso sodalizio, una sostanziale carenza di conflittualità sociale se si pensa che pressochè in ogni famiglia era presente un socio. Fu un tentativo di rispondere coralmente a necessità mutualistiche, caldeggiate anche dal Parroco Don Nebuloni e dal successore Don Cervini, che della Cooperativa rimase sindaco, fino al sorgere dell’impedimento concordatario del1929. La stessa fortuna non riuscì al sodalizio, sorto tra i dipendenti Rejna con le stesse finalità denominato Unione e Progresso [8]nato nel 1911 e liquidato nel 1914.  La società comunque fu solo apparentemente di iniziativa operaia, perché il presidente, Sig. Luigi Valsecchi, era amministratore della società così come dirigente fu il liquidatore ing. Pellizzari.

Non dobbiamo dimenticare l’importanza della ”Società Mutua Assicurazione contro le malattie e la Morte del Bestiame bovino“ che  sorge il 1° aprile 1896 con lo scopo di tutelare i soci dell’evento non raro della morte di un bovino. La società oltre ad aiutare il contadino nella cura più appropriate del patrimonio bovino, prevede l’indennizzo del rischio morte dell’animale, commisurandone il valore alla bestia in vita, ciò al fine di garantire il riacquisto. Ci si preoccupa solidalmente tra soci della sopravvivenza della stalla con la conseguente sicurezza per la famiglia. Le carni del bovino, saranno vendute al meglio e se commestibili ripartite fra i soci. Tali iniziative, che vedono l’impegno personale sia del Sindaco, il besnatese Cornaggia Medici, che del Parroco don Nebuloni, permettono di capire ed apprezzare la comune tensione verso il miglioramento delle condizioni economico – sociali locali. Lo stesso dicasi per la  Mutua Sanitaria, del 1905. Se Ercole Ferrario, come abbiamo visto [9], poteva parlare dei rischi connessi al sorgere della famiglia mononucleare isolata e affrancata dalla vita della curt e dei regiù, con queste ulteriori iniziative a tutela del piccolo coltivatore, che cominciava  ad associare al rischioso reddito agricolo monofamiliare anche un costante reddito da lavoro dipendente, si entrava in una nuova era. Gli uomini di chiesa, vicini alle loro popolazioni, si fanno sul campo fedeli interpreti della Rerum Novarum [10] nella attuazione concreta della dottrina sociale della Chiesa. Da rilevare l’arrivo delle suore di Maria Ausiliatrice per interessamento di don Nebuloni e della famiglia Bianchi Gori, proprietaria del Castello, quale risposta all’esigenza di educare i figli piccoli di mamme che sempre più troveranno lavoro nelle vicine tessiture. Molto impegno le suore dedicheranno alla educazione delle giovani ragazze. Il grande insegnamento di Don Bosco, che illuminava di fede e di opere cristiane una Torino che si faceva industriale, grazie alle Figlie di Maria Ausiliatrice si diffonderà nel nostro paese che pure si stava industrializzando.

Le industrie nasceranno prevalentemente dalla trasformazione delle primitive attività artigianali in industriali a far tempo dai primi anni del 1900. I problemi connessi ai potenziali conflitti ed alle trasformazioni sociali indotti dall’industrializzazione furono  anticipati dall’iniziativa attenta dei parroci, dei loro collaboratori e di molte persone attente, tese al benessere spirituale e sociale delle loro genti. Tra quelle iniziative, non sfuggono, perché ancora lì da vedere, la costruzione delle Caserma e delle Casermette quali abitazioni per dipendenti. Realizzazioni importanti che mitigarono la conflittualità almeno fino alla fine del conflitto mondiale. Infatti solo nel 1908 nasce un primo tentativo di sezione Jeraghese della Lega dei metallurgici. Ma ancora sei anni dopo il periodico “Lotta di Classe” del 31 luglio 1914 deve constatare amaramente come il sopralluogo di martedì 28 luglio fatto del compagno Canziani – propagandista di Gallarate– fosse deludente perché anche quelli che si dicono nostri simpatizzanti- non hanno compreso la necessità dell’organizzazione di classe e quindi la sezione è anemica [11]. Nel gennaio del 1919 gli operai dell’industria tessile gallaratese, avevano già avanzato le richieste per la riduzione dell’orario di lavoro ad 8 ore ed il sabato a mezza giornata. Al diniego della Federazione degli industriali gallaratesi, verrà proclamato uno sciopero, attuato il 22 del mese di febbraio, cui seguirono altri tre giorni di sciopero che produrranno il conseguimento di tutto quanto richiesto. Perciò per festeggiare la vittoria, il 30 marzo 1919 fu organizzato a Gallarate un raduno celebrativo.

Lo storico P.G. Sironi [12] spiega che i socialisti ritenevano che il successo fosse stato loro esclusivo e così descrive il raduno: “La massa affluita a Gallarate da tutto l’Alto Milanese a piedi, in treno, in bicicletta o col tram, se non è certo pari a quella vantata per Busto da “ il lavoro “ fa purtuttavia la sua bella figura. Sono infatti presenti le rappresentanze operaie di oltre una cinquantina di Sezioni socialiste, società operaie varie, circoli e cooperative rosse, ognuna recante le proprie bandiere. Introdotto dal Buffoni, parla dopo altri il deputato socialista Costantino Lazzari, uno degli estremisti più noti del momento. Ed è la sua una concione, che dopo aver inneggiato al successo conseguito, chiede l’estensione agli operai di tutta Italia delle otto ore, attacca il padronato e la borghesia e chiude infine esaltando, fra le acclamazioni della folla eccitata al punto giusto, la rivoluzione russa, Lenin e la conquista del potere da parte dei proletari. Raccoltasi in corteo, con bande musicali intercalatevi, la massa si dirige poi verso il centro cittadino. E’ un unico enorme coro che a tratti intona Bandiera Rossa o l’Internazionale, un susseguirsi a gruppi di evviva Lenin e alla rivoluzione proletaria, di slogan contro i padroni, contro la borghesia, contro i nemici dei lavoratori e i loro servi vergognosi adattatisi senza fiatare a quattro anni di guerra. Un certo numero di partecipanti, non condividendo queste ultime grida, abbandonano il corteo, alcuni anche ostentatamente………”

Una manifestazione, nata per celebrare degnamente un grande successo sindacale si era trasformata nella occasione di propaganda massimalista e rivoluzionaria che molti fra gli astanti non condivisero abbandonando in maniera ostentata il corteo. Al massimalismo rivoluzionario si associava una forte spinta anticlericale. A questo si riconduce il racconto di treni bloccati alla stazione di Gallarate da macchinisti delle ferrovie che si rifiutavano di farli partire fino a quando non fossero scesi quei preti che vi erano saliti, perché l’interpretazione estremista vedeva nella Chiesa e nei Sacerdoti un nemico da abbattere. E questo fatto, non il solo, dovette impressionare chi, presente in stazione con la mamma, ancora oggi, anziano, me lo racconta. Quindi anche nel nostro piccolo borgo, che abbiamo visto assai equilibrato nella relazione fra classi sociali, si dovette constatare, appena dopo la guerra, un acuirsi della conflittualità.

Il periodico Lotta di Classe del 14 febbraio 1920 può titolare: ”Fascio Giovanile Socialista. Jerago – Domenica scorsa, con l’intervento di un compagno di Milano, ebbe luogo una cerimonia fra giovani socialisti in cui venne costituito il Fascio Giovanile, denominato Spartaco.”

Di contro nell’ottobre del 1919 per ispirazione di parte cattolica, nascerà la sezione locale del Partito Popolare e per i lavoratori cristiani l’Unione del lavoro. Nel 1920 al Resegone, si aggiungerà la diffusione del settimanale Vita Popolare stampato a Gallarate, avente per direttore Guido Sironi. Indiscutibile la prevalenza del sindacato cattolico nella organizzazione delle operaie delle tessiture locali come constata Don Massimo Cervini nel Libro delle Cronache parrocchiali. Non è del tutto casuale che la spinta alla organizzazione di parte cattolica dell’ottobre del 1919 segua i fatti del marzo 1919, con il loro carico di anticlericalismo. Sono testimone del racconto del Parroco di Orago, don Alberto Ghiringhelli, che ricordava quegli anni, di quando giovane prete a Milano viaggiava in bicicletta sulla Ripa di porta Ticinese ed era fatto oggetto di battute sarcastiche da parte delle lavandaie che dalla riva ironizzavano sulla sua talare, a soca e lui per niente intimorito, da uomo energico, quale era, faceva dietro front con la sua bici e metteva a tacere le importune, quasi un Don Camillo, e non per niente del Don Camillo di Guareschi era coetaneo.

Vi è un grave turbamento nella vita civile di quegli anni vissuti tra il 1920 ed il 1922, culminato con la occupazione nel luglio del 1922 della fabbrica simbolo di Jerago, la Rejna S.A. e di turbolenze anche nelle altre fabbriche. Lo rileviamo senza aggiungere commento nella descrizione delle due parti contendenti. Il periodico Lotta di Classe dell’8 luglio 1922:  “Malgrado il perdurare della lotta, la massa metallurgica si mantiene compatta e disciplinata, sempre fidente nella sua forza. Sono apparsi però come funghi velenosi alcuni untorelli che, certamente pagati da chi ha interesse, girano il paese visitando le famiglie per raccogliere le firme di possibili crumiri. Tale indegna ed odiosa opera è adatta proprio a coloro che si prestano a fare da tirapiedi e ruffiani dei padroni, ma è bene che sappiano che ad Jerago non v’è pane per i loro denti e che se non la smettono c’è il caso di ricevere pan per focaccia”.

Leone Michaud, direttore della Rejna nell‘opuscolo a memoria dei suoi “25 anni di Vita Industriale a Jerago 1904-1929″, scrive: “Finita la guerra lo stabilimento ha subito la sorte di tutti quelli del genere, tutti i fatti svoltesi dal 1920 al ’22 sono stati da me giudicati come conseguenza di mancato affiatamento fra capitale e lavoro, la mia convinzione è nata nel tempo di guerra. Per considerazione avuta dal Comitato di Mobilitazione Industriale sono stato chiamato a far parte della Commissione per le vertenze operaie. Se in qualche caso ho dovuto dare torto agli operai, in molti casi ho dovuto giudicare che la colpa era degli industriali, o per egoismo o per ingordigia. Molte questioni sono nate e purtroppo hanno preparato quegli eventi disastrosi che capi coscienti od incoscienti hanno condotto per i loro scopi personali, a scapito degli operai, dell’industria e del paese, portato all’orlo della rovina e dell’anarchia. La occupazione delle fabbriche ne è stata l’ultima fase. Ricorderò quando la commissione operai venne a cacciarmi fuori dallo stabilimento, abbiamo un esempio tipico della riconoscenza che le masse sono capaci di dimostrare! Tre dei miei operai, forse i più considerati, i più aiutati, vennero colla frase sacramentale imparata nel tempio del bolscevismo nascente “ Sem num i Patron[13] ghe voeur ch’el vaga via” quei momenti di tristi ricordi, vissuti di piena vita non sono e non possono essere vantati da chi è lontano dall’Industria. …… “.

Nel trattare il periodo della trasformazione del borgo da agricolo a industriale, è stato necessario soffermarci sulla dinamica sociale, che da quella trasformazione ha subito una forte accelerazione. Abbiamo ripercorso le tappe dell’associazionismo di matrice cristiana tra il 1870 e il1910. Le prime iniziative socialiste, più volte giudicate timide dagli stessi organi del Partito e dalle Camere del Lavoro di Gallarate. Abbiamo rilevato la spinta rivoluzionaria ed atea della componente massimalista che nel distretto gallaratese si evidenzia nella manifestazione del 30 marzo del 1919. Ma anche nel borgo alla componente socialista di vecchia matrice si aggiungerà  una componente più recente di ispirazione marxista-comunista. Per contro il primitivo associazionismo cattolico prenderà coraggio, ispirato dalla dottrina sociale della chiesa e si ritroverà nel Partito Popolare e nella Unione del Lavoro. Gli scioperi del ’22 furono per tutta la nazione l’espressione del gravissimo disagio sociale ed economico postbellico.

Dopo questi fatti inizia storicamente il periodo di ascesa nazionale del fascismo, che applicando il suo apparato dottrinario alla situazione contingente stravolgerà tutti gli ordinamenti sociali e rappresentativi, servendosi delle sole leggi ordinarie[14] . La vicenda di quel periodo non verrà qui analizzata riservandola ad un approfondimento futuro. Con leggi ordinarie si arrivò al partito unico il P.N.F., al Sindacato Unico Fascista. Quel periodo di transizione fu sofferto da coloro che, non avendo preso tessere fasciste, subirono l’emarginazione e la minaccia, fortunatamente simbolica, di un patibolo: una forca innalzata la notte in piazza Vittorio, prima delle elezioni politiche del 1924. Immaginarsi la paura nelle famiglie di quei vecchi socialisti la cui militanza era  nota e che non avevano voluta la nuova tessera. Nessuno subì violenze fisiche, ma su quel patibolo era stata sospesa la libertà di dissentire. Il borgo si adattò alle adunate, agli orpelli e alle divise di moda, comparve in Piazza Vittorio, messa sulla facciata della Cooperativa, quasi sotto alla grondaia, l’effigie di Mussolini che dominava sulle adunate organizzate per ascoltare la voce del Duce data per radio e diffusa dall’altoparlante. La casa del fascio fu alla Caserma. Nacque una colonia estiva elioterapica in Via Roma. Poi tutto, dal ’43 al ’45, si sgretolò passando per i lutti della guerra mondiale e riprenderanno forza quegli stessi Partiti aboliti nel periodo fascista con le stesse componenti, socialista, popolare e comunista, che avevamo visto formarsi verso il 1919.

[1] Statistica Riepilogartiva dell’industria nel Territorio di Gallarate e Somma per l’anno 1924 ( si vada a nota 1 e 44 ).

[2] Carlo Mastorgio ha tenuto interessantissime conferenze sulle fornaci locali, attive già in epoca romana.

[3] Si vada al capitolo bachi supra.

[4] I terman, supra.

[5] ( ad integrazione del testo si  trascrive  la parte omessa e  punteggiata nel testo) “Il nome di Gallarate, alcuni derivano dall’essere fondato dai Galli, altri dal soggiorno di una legione romana detta Gallarita. Da parecchi si giudica questa terra di assai remota origine, ma a provar ciò mancano i documenti; tuttavia le lapidi latine, che ancora vi si vedono, e le numerose monete di imperatori romani, che a quando a quando si rinvengono, lasciano congetturare che fin dai tempi dell’impero romano fosse di qualche importanza.. ( segue il testo).

[6] Paolo Biganzoli nato nel 1880 fratello del Sacerdote don Enrico Biganzoli e fondatore di quella che rimane una delle piu antiche industrie locali ancora operante nel settore del giocattolo la Paolo Biganzoli s.r.l. – Celeste Riganti – fabbro ferraio, classe 1885 padre di Enrico Riganti coautore del presente volume.

[7] Infra, ampiamente illustrata nello studio di F. Delpini.

[8] Fonte: Cazzani E. “Jerago

[9] Nota n.28 supra

[10] di Leone XIII 1891

[11] Cazzani .”Jerago” op citata pag 319, rif Archivio Parrocchiale Jerago, liber chronicus, vol 1, pp 123-124- Don Massimo Cervino scrive: “ per salvare almeno la donna dall’organizzazione socialista, si è tentato di riunire le nostre donne nella Unione del Lavoro ed a tale scopo molto si adoperò con varie conferenze ed abboccamenti il Sig. Gallazzi dell’Unione di Gallarate. Si riuscì ad organizzare quasi tutte le operaie della Ditta Carabelli e tutte le nostre operaie che lavorano a Besnate e a Cavaria, ma poi per difficoltà aziendali, gran parte delle operaie si staccarono e l’Unione si sfasciò, come già per lo stesso motivo si era sfasciata la lega Socialista.”

[12] Sironi P.G “ Quei Camion che facevano paura, lo squadrismo nel gallaratese – 1919 al 1922 –“

[13] Leone Michaud è francese e quindi nel suo scrivere il nostro Padron per lui diventa Patron

[14] Lo statuto albertino non prevedeva leggi straordinarie per le modifiche costituzionali e i padri costituzionalisti nel redigere la Costituzione Repubblicana odierna, per evitare episodi simili al fascismo, che potè trasformare lo statuto con leggi ordinarie, furono particolarmente attenti perché essa non fosse facilmente modificabile. La blindarono come si dice ora.

La chiesa vecchia di San Giorgio in Jerago

In data 31 gennaio 1995 indirizzato a Don Angelo Cassani-Parrocchia di San Giorgio Martire-Jerago con Orago perviene un dispaccio della Regione Lombardia-Settore Cultura e InformazioneServizio Musei e Beni culturali, protocollo PG/ma n. 493/95, avente per oggetto la legge Reg. 14-12-1991 n. 33, con il quale si comunica la concessione alla Parrocchia di Jerago  di un contributo di Lire 1.356.000.000 finalizzato alla ristrutturazione della Chiesa di San Giorgio.

In tale documento sono contenute le indicazioni di tutte le pratiche da esperire e le modalità di rimborso.

Tale modalità prevede la restituzione del contributo in 10 quote annuali senza aggravio di interessi, a partire entro il 30 giugno del secondo anno successivo a quello in cui è avvenuta la prima erogazione.

Compito di chi scrive sarà quello di documentare l’importanza di questo atto che permetterà di salvare la Vecchia Chiesa dal suo inevitabile destino di rovina.

Le cronache ricordano che la Chiesa Vecchia cessò di essere utilizzata per la celebrazione della S. Messa dal 16 luglio 1927 e già dal giorno 23 luglio dello stesso anno verrà utilizzata come oratorio cinema e teatro parrocchiale dall’allora Rev.do Parroco don Massimo Cervini.

Tale utilizzo rimarrà fino al 21 maggio 1955 quando don Luigi Mauri potrà inaugurare il nuovo oratorio con annesso Auditorium Cine Teatro. Da quella data comincerà l’abbandono della Chiesa Vecchia. In effetti tutte le attese saranno verso la necessità di abbattere la Chiesa Vecchia per poter costruire al suo posto quegli spazi che effettivamente mancavano alla completa realizzazione dell’oratorio maschile. A questa soluzione, però si frapposero diversi ostacoli. In primo luogo la necessità di avviare nuovi lavori solo dopo aver finito di pagare i debiti, la scelta di affrontare prioritariamente altri lavori altrettanto necessari e da ultimo il divieto assoluto della Sovraintendenza ai Beni Artistici e Monumentali di intraprendere qualsiasi lavoro a qualsiasi titolo nella Chiesa Vecchia senza il suo benestare. Tralascio le circa 15 lettere intercorse fra don Luigi Mauri, la Prefettura, la Sovraintendenza, il Comune negli anni dal ’60 al ’70 aventi per oggetto la pericolosità della Chiesa Vecchia, la richiesta di abbattimento, i veti a procedere in tal senso e infine le richieste di contributi al restauro sempre accolti dalla controparte con un “manchiamo di fondi”.

Alla Chiesa Vecchia si addossava la Canonica con annesso cascinale che furono abbattuti nel 1961 per far posto alla nuova casa parrocchiale. Ma questa operazione mise maggiormente in evidenza il suo  volume architettonico molto interessante unitamente a quello del Campanile. Naturalmente questo non sfuggiva ai tecnici della Parrocchia, quali l’architetto Francesco Moglia, il quale, nello stesso momento in cui faceva perizie tecniche sullo stato del degrado del tutto, si preoccupava di far rilevare, con corrispondenza archiviata e indirizzata al Parroco di essere contrario a qualsiasi forma di d’abbattimento. Non dimentichiamo che i lavori degli spalti del Campo sportivo nel 1966 (come da rilievi fatti dalla ditta Consonda, all’epoca della ristrutturazione del Campanile) se da un lato consolidarono la massicciata su cui insistono sia la Chiesa Vecchia che il Campanile e l’Oratorio, furono causa di assestamenti nel terreno che forse provocarono fratture nella sagrestia vecchia e nel catino absidale, poi demoliti e pure causa della torsione del Campanile verso nord-ovest. Di questo tutti si resero conto nella impossibilità di continuare a suonare le campane. Le campane rimasero dunque mute per molti anni. All’inizio degli anni ’80, cominciarono pure a manifestarsi problemi al tetto della Chiesa Nuova con evidenti infiltrazioni di acqua. Anche sul versante dell’Auditorium, la nuova legge in materia di sale teatrali, praticamente inibì l’uso della sala per qualsiasi tipo di manifestazioni. Il Parroco don Luigi Mauri cercò di provvedere alle necessità immediate con manutenzioni ordinarie e privilegiando il desiderio suo e della popolazione di risentire il suono delle campane, commissionò alla ditta Perego il nuovo castello della torre campanaria in sostituzione di quello ammalorato.

Tale sua decisione rappresenta un punto di svolta nella generale convinzione che tutto il vecchio complesso dovesse essere abbattuto. Infatti pur essendo vero che la maggioranza della popolazione desiderava un Campanile funzionante, non era comune convinzione che si dovesse restaurare il vecchio: alcuni proponevano una torre in ferro affiancata alla nuova Chiesa, altri un campanile totalmente nuovo per il quale erano già pronti i disegni fin dall’inaugurazione della Chiesa Nuova.

Poi, come sempre, i progetti, si scontrarono con la dura realtà delle ristrettezze economiche e avvenne che furono riposti nel cassetto, unitamente alle polemiche che avevano generato.

Il Parroco don Luigi Mauri, a compimento della sua missione pastorale presso la Parrocchia di San Giorgio nel 1987, lascia la Cura al successore don Angelo Cassani.

Don Angelo si accorge subito della bellezza e dell’importanza di quei due beni architettonici che sono il Campanile e la Chiesa Vecchia e si propose di recuperarli.

In effetti questi due monumenti oltre ad essere artisticamente assai interessanti, sono lo scrigno che racchiude le radici della vicenda cristiana della nostra comunità e singolarmente di ognuno di noi. Basta riflettere, che proprio lì, in quella vecchia Chiesa, sicuramente fino dal 1300 hanno pregato i nostri antenati, si sono sposati i nostri nonni e hanno ricevuto il S. Battesimo i nostri genitori. Lì si è rafforzata quella fede condivisa con tutti coloro che hanno avuto la ventura di ritrovarsi in questa Parrocchia. Non si può passare del tutto indifferenti davanti a quei ruderi. Quante volte, troppe forse, abbiamo consentito la distruzione di quanto aveva l’unico difetto di ricordarci le privazioni dei tempi passati?

Breve storia delle campane del campanile di San Giorgio

La necessaria descrizione delle campane evidenzia che furono fuse negli anni dal 1820 al 1865, mentre si era sempre ritenuto, anche dagli storici, che esse datassero 1820.

Perche´dunque questo errore? Tentero´di spiegare, oltre a questo, anche perche´ si sono resi necessari gli odierni lavori attorno al nostro campanile.

Il primo documento certo sul concerto delle campane, redatto in una grafia impeccabile, propria dei tempi dell´imperial-regio governo austriaco, e´del 1820. Rappresenta un impegno notarile assunto dal parroco Giovanni Castagnola, solidarmente con i signori Franco e Pasquale Molla, Giorgio Caruggi, Giacomo, Giovanni senior e Giovanni junior Bardellini, Francesco Cardani, Francesco ed Antonio Puricelli a pagare in quattro anni le suddette cinque campane al fonditore Giuseppe Bizzozzero di Varese, sollevandolo pure dal rischio del trasporto da Varese a Jerago. Una assicurazione, insomma, sia sul trasporto che sulla solvibilita´del debitore nei confronti del creditore (cosa plausibile perche´un concerto di tale entita´corrispondeva ad un valore attuale di circa 250.000.000 di lire, ma la popolazione era meno numerosa).

In acconto di tale debito erano state versate le due vecchie campane del peso di 66 rubbi, gia´in dotazione del campanile romanico  e, successivamente, del campanile barocco.

Il campanile non era adatto alle dimensioni delle nuove campane e non lo sara´ fino alla ristrutturazione del 1991 (quella odierna per intenderci). Cio´era dovuto al fatto che le campane  erano  troppo grosse e non potevano ruotare all´interno  senza ostacolarsi. Nel 1820 fu quindi costruito un castello in legno che sostenesse le campane fuori dalla loggia stessa e tale castello, allora come adesso, fece si che le campane fossero quasi per tre quarti sporgente dalla verticale dei muri della torre. Ecco perche´ tutte le campane, ad eccezione della prima (la piccola che e´incernierata appena sotto la cuspide centrale) sono quasi completamente sporgenti ed il castello e´esposto in maniera violenta alla continua azione degli agenti atmosferici.

La campana piccola e´, pertanto, rimasta la stessa perche´ protetta dalla cuspide,mentre le altre, che in contrasto con l´anno di datazione del primo concerto (1820) portano date successive, vennero rifuse in quanto la rottura del castello in legno faceva si che le stesse, pur senza crollare, andassero a sbattere malamente contro le strutture danneggiandosi irreparabilmente.

Il concerto delle campane era stato inaugurato nel 1820 ma gia´nel 1832 il parroco, don Battista Maroni, fu costretto a sospendere il suono delle stesse perche´il castello era cosi´sconnesso e cosi´ logoro che le campane erano nell´imminente pericolo di cadere. La riparazione del castello in questione avvenne nel 1834 a cura del carpentiere Antonio Maria Bianchi di Sacro Monte e di Gaetano Cattaneo di Oggiona. Si giustificano cosi´le date di rifacimento delle campane: il 1834 per la quarta, il 1837 per la seconda (entrambe rovinatesi probabilmente nel 1832) e il 1844 per la terza.

Tutto filo´ liscio fino al 1865, quando la storia si ripeteva: Il castello di nuovo logoro, fu rifatto dal capomastro Bianchi Giovanni di Gorla e si provvide, nel contempo, al rifacimento della quinta campana, che era anche la piu´grossa. Il fatto di aver commissionato alla stessa fonderia la rifusione delle campane permise di mantenere la medesima intonazione.

Fattisi poi accorti della eccessiva delicatezza del  castello in legno, nel 1888 si provvide a sostituirlo con uno interamente in ferro, opera del meccanico Angelo Bianchi di Varese, “capomastro macchinista patentato”.

Da allora, fortunatamente, il campanile non sembra avere piu´storia; ci sono le solite riparazioni periodiche, ma nessun fatto degno di nota. Ma eccoci al 1943, esattamente il 10 luglio. Leggiamo nel “Liber cronicus”

10 luglio – la rimozione delle due campane maggiori

In seguito ad avviso precedentemente avuto dalla ditta Bianchi di Varese, oggi arriva una squadra di operai per rimuovere le due campane maggiori, del peso complessivo di circa 20 quintali. Il Parroco protesta che la richiesta fatta dall´Ente Rottami per ordine del Ministero e´di 6 quintali e che si rifiuta di darne di piu´, e non consegna le chiavi. In seguito arriva l´ingegnere Bianchi, della ditta omonima di Varese, accompagnato dal maresciallo dei carabinieri di Albizzate. Il Parroco chiarisce il suo punto di vista, l´Ing. Bianchi insiste per la consegna del 60% del peso complessivo delle campane, dichiarando che si assume ogni responsabilita´. Il Parroco consegna le chiavi rinnovando la sua protesta. E purtroppo il crimine viene compiuto. La popolazione tutta nel suo contegno dimostra tutta la sua avversione per l´inconsulto provvedimento.

12 luglio – Le campane rimangono

Oggi vengono calate le due campane e posate sul ripiano alto dell´oratorio, gia´cimitero vecchio. Incaricato del trasporto delle campane a Varese e´Tondini Paolo il quale ha la buona idea di chiedere consiglio al Parroco. Quindi il Tondini rifiuta l´incarico, tanto piu´ quando sa che le campane, per essere condotte via, dovevano ridursi in pezzi: e cio´per la difficolta´di calarle dal pianerottolo. E cosi´le campane rimangono a Jerago. Fino a quando? Speriamo per sempre.

20 settembre – Sepoltura provvisoria delle campane

Per evitare che una eventuale visita da parte dei tedeschi al nostro Oratorio possa dar occasione ad una eventuale requisizione delle due campane maggiori, troppo in vista, si pensa di dare loro una sepoltura. Alla sepoltura aiutano Delpini Antonio, Rabuffetti Gianluigi, i soldati fratelli Carlo e Vittorino….e Cardani Francesco. Per adesso sono salve…

27 aprile 1945

(…) dissotterrate le campane che da 20 mesi giacevano nascoste: una squadra di operai diretti dal capomastro Magistrali, da Scaltritti e da Paoletti preparano il ponteggio per innalzare le campane sul campanile.

30 Aprile

Oggi la campana piu´grossa sale al suo posto. Si puo´quindi immaginare la grande gioia degli jeraghesi nel vedere le campane di nuovo al loro posto. Ma quella gioia e quel tripudio paesano erano  destinati  a durare poco: don Massimo, che aveva scritto le parole sopracitate tre giorni prima, veniva a morire. E la persona che scrisse il diario di quei giorni annoto´testualmente: “ le campane che dopo la nuova sistemazione dovevano suonare a festa per la prima volta nella prima domenica di maggio, suonano l ´agonia del sig. Parroco.

 


 

Il Castello rifatto da Angelo Bianchi, in sostanza, resisti´fino all´anno 1967 quando, per gravi motivi di degrado sia dei vani di accesso al locale delle corde, che di pericolosita´ incombente, si decise di sospendere il suono delle campane che furono poi portate a terra nel giugno 1984 e collocate nel prato della canonica.

Il problema della precaria solidita´e´stato risolto nel corso dei recenti lavori di restauro in quanto l´ing. Emilio Aliverti ha progettato un´ incastellatura che, sita nell´interno del campaanile, oltre a svolgere la funzione di rampa di accesso alla loggia, scarica direttamente a terra la maggior parte delle sollecitazioni dinamiche e del carico statico proprie delle campane nel loro esercizio, eliminando radicalmente il grosso problema della manutenzione.

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IL GIORNO 16 LUGLIO 1991; RICORRENZA DELLA MADONNA DEL CARMINE; TRA LA ESULTANZA DEI PARROCCHIANI DI SAN GIORGIO E LA GIUSTA FELICITA´ DI  DON  ANGELO CASSANI LE CAMPANE TORNANO IN CIMA AL LORO CAMPANILE.

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Inaugurazione dell’affresco delle B.V. de La Salette- il perché di un’opera

(testo e ricerche storiche Anselmo Carabelli, preparazione del pannello e collocazione in opera Antonio Lo Fiego, opere in ferro Gigi Turri, studi preparatori ed esecuzione pittorica Gianfranco Battistella, committente ”Associazione figli di Don Angelo”, autorizzazione alla posa in opera N 30/2009 del Comune di Jerago con Orago rilasciata al dr. Clemente Tondini )

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L’affresco raffigurante la Beata Vergine de La Salette, sito in via G. Bianchi n. 22, opera insigne del Pittore jeraghese Gianfranco Battistella è stato benedetto dal nostro Parroco Don Remo Ciapparella, il giorno 22-11-2009,  nel quadro delle manifestazioni previste nel terzo anniversario del Dies Natalis di Don Angelo.

Patrocinata dalla Associazione ”Figli di Don Angelo”, l’opera consegna alla devozione degli jeraghesi la sacra immagine mariana. Essa é stata ricostruita con rispetto alla iconografia ufficiale  e posizionata nel luogo più vicino all’ affresco originario che scomparve dopo la ristrutturazione della antica abitazione di Emilio Caruggi in Via G. Bianchi. Oggi, come nel secolo scorso, si affaccia sul portone di accesso al cortile dove esisteva l’officina del Sig. Felice Riganti, che dal 1917 fu sede del primo oratorio maschile voluto da don Massimo Cervini[1] . La dedica originale era a N.D. De La Salette riconciliatrice dei Peccatori[2].

Alla Salette il 19 sett. 1846 una Bella Signora appariva a due fanciulli nativi di Corps , borgata posta tra le città di Gap e di Grenoble: Massimo di 11 anni e Melania di 14 , che stavano pascolando il loro armento su un alpeggio del comune di La Salette. La bella Signora appare prima seduta col volto piangente, quindi si alza e rivolge ai fanciulli un lungo discorso, sempre continuando a piangere. Compie poi un breve tragitto in salita e scompare in un alone di luce abbagliante. Tutta la Luce che La circondava sembrava sprigionarsi dal crocifisso ch’Ella recava sul petto , ornato dagli strumenti della passione….” [3]

Indagando sulla origine dell’affresco e constatando che il culto alla Vergine de La Salette non è molto diffuso nelle nostre zone, abbiamo  scoperto come quella devozione sia stata portata dai lavoratori che verso gli anni ’70 del 1800 a causa delle carestie e dell’impoverimento generale [4]emigrarono, massimamente in Francia con mansioni di maçons e forgerons[5] , nelle zone del Delfinato, del Lionese, di Grenoble. Lì sicuramente da buoni cristiani avranno avuto contatti coi missionari della Madonna de La Salette, costituiti “Servitori devoti del Cristo e della Chiesa, in vista della realizzazione del mistero della riconciliazione[6].

Se da un lato in Francia i nostri emigrati conobbero il marxismo nella sua forma massimalista, dall’altro conobbero e portarono in paese, come voto per il loro rientro, segnatamente rilevabile da quell’affresco, il Messaggio Mariano di quell’apparizione e l’invito:  al rispetto del giorno del Signore con la frequenza alla messa partecipata e non con una presenza per burla, al rispetto del nome di Dio da non bestemmiare, alla preghiera quotidiana, al rispetto dei giorni penitenziali .

I fatti recenti hanno voluto che, nel raccogliere l’indirizzo di Don Angelo Cassani volto a recuperare anche i segni tangibili della devozione della nostra gente, ci si interessasse a questo affresco e si scoprisse  come quella materna protezione della B V della Salette si fosse particolarmente estesa ai ragazzi che frequentarono l’ oratorio posto oltre il portone della via Bianchi al N. 22.

Nel corso del presente anno 2009 i resti mortali di  Don Massimo Cervini, che proprio in quel luogo realizzò il primo oratorio, sono stati ricomposti nella cappella  destinata dal Comune ai sacerdoti  e riposano  accanto a Don Angelo Cassani, cui si deve la realizzazione ed il dono del più recente e moderno Oratorio.

Ai Promotori é parso dunque bello e significativo che il rinato affresco della Madonna de La Salette con la sua dedicazione a Don Massimo  e a Don Angelo ricordasse queste peculiarità e nella descrizione “ B.V. DE LA SALETTE PROTETTRICE DEL PRIMO ORATORIO MASCHILE ( 1917 )” rammentasse quella vicenda.

[1] Mons. Francesco Delpini- Jerago la sua storia.  Aggiornamenti  pag. 15

[2]  il 19 settembre 1851, dopo una rigorosa inchiesta sui fatti le circostanze, le parole, i testimoni, Mons de Bruillard, Vescovo di Grenoble, emetterà il suo giudizio canonico sulla veridicità soprannaturale dell’Apparizione ed approverà il culto alla Vergine de La Salette col titolo Riconciliatrice dei Peccatori

[3] Testo diffuso dal Segretariato Opere Missionarie della Salette- Via Madonna della Salette 20- Torino- Imprimé par imprimerie Notre Dame- Montbonnot

[4] Riferimento alla malattia delle viti  ed alla grave crisi produttiva figlia della politica liberista sabauda con l’abolizione dello Zollverein  voluto dall’ I.R.G. austriaco (unità doganale vigente tra i territori dell’impero austro-ungarico).

[5] Muratori, carpentieri, forgiatori, meccanici.

[6] Le 1èr mai 1852 nacque l’istituto dei Missionari della Salette