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Ul fuiet dul Curäd- Il foglietto del sig. Parroco

(scritto da Anselmo Carabelli )

Chiamavamo con questo nome confidenziale, il foglio parrocchiale che Don Luigi Mauri diffondeva settimanalmente, nelle famiglie con il titolo di  “La Voce del Parroco“. Constava di un unico foglio tipografato su due facciate, per i tipi Lazzati di Gallarate. Chi è attento potrà notare che l’odierno foglio parrocchiale, altro non è che la continuazione di tale iniziativa principiata nel lontano 1955 con l’autorizzazione del Tribunale di Busto A. n. 38 del 23-11-55. In quei tempi si chiamava diffusione della Buona stampa e vedeva impegnati molti ragazzi.

Mi piace ricordare come la Signora Anna Caruggi preparasse sotto casa parrocchiale tutti i pacchi dei giornali per facilitarne la distribuzione. Anche allora ogni zona veniva divisa e vedo ancora sopra ogni pacco la cassettina di legno, di quelle che si producevano nella ditta Biganzoli, con il taglio per l’offerta. E assieme al pacco di foglietti vi era il plico dei giornali. Il quotidiano cattolico si chiamava  in quei tempi L’ITALIA,  recapitato agli abbonati normalmente per posta, la domenica era direttamente diffuso dalle Parrocchie, ai lettori domenicali esso veniva consegnato per il controvalore di 25 lire. Si continuava, così, la  distribuzione di quella stampa parrocchiale che a cavallo del secolo era iniziata con la vendita de “Il Resegone”  e quelli  furono tempi pionieristici, che videro veramente un grande impegno nella formazione di matrice cattolica, quando il Parroco don Nebuloni, che per la sua statura minuta fu ricordato come “Curadin” (piccolo Parroco) si era fortemente impegnato e preoccupato di far giungere una visione cristiana che potesse confrontarsi con la  penetrazione della stampa di matrice socialista, nonché della propaganda liberale e massonica, che sicuramente seminava odio verso il clero.  Forse questo periodo meriterebbe un più attento esame, anche ai fini di una migliore conoscenza di un’epoca assai interessante sotto il profilo della storia locale.

Naturalmente si ingaggiava una competizione fra coloro che distribuivano quei foglietti nelle varie vie.  A me era toccata la via Garibaldi fino a via Vittoria, via San Rocco. Ricordo che appena dopo messa delle dieci facevo il giro; erano circa 60 famiglie. E con soddisfazione quando rientravo riconsegnando la cassettina constatavo che il mio giro era stato il più generoso nelle offerte. Noi diffusori di questa buona stampa lo facevamo per l’orgoglio di partecipare alla attività parrocchiale contribuendo anche alla raccolta di fondi.

A Natale poi, in premio per il nostro impegno, non mancava mai un panettoncino, di quelli prodotti dal panificio di Francesco Alzati, dolce avvolto in una stupenda carta azzurra oleata stampata col logo dei Sette campanili, quel disegno che il nostro pittore Riganti aveva realizzato per la famosa corsa campestre cavariese.

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Per un approccio sull’origine dell’industria nel Gallaratese con particolare riferimento a Jerago 

La provincia di Varese nacque solo nel 1927 dalla riunione di territorio comasco e milanese all’uopo ceduto. E’ quindi comprensibile come una ricerca vada comunque sdoppiata o triplicata nelle sedi dei precedenti mandamenti. Inoltre i dati in nostro possesso fanno riferimento al primo rendiconto territoriale ufficiale[1] e ai dati quantitativi di quel censimento. Non è certo, che tutte le attività esercitate vi fossero censite, perché in esso sono considerate industrie quelle che, oltre al proprietario, occupavano almeno un dipendente. Sono escluse quelle a carattere prettamente familiare, le più numerose in loco. Per questo abbiamo ritenuto corretto integrare i dati statistici con la memoria In questa sede ci preme rilevare come tutte le attività nascano da un lento abbandono della agricoltura a far tempo dal 1871 fino al 1940. Anteriormente al 1800 l’attività delle fornaci per mattoni fu l’unica risorsa locale non agricola, però antichissima [2] è rilevabile con certezza nei siti di estrazione già dal catasto teresiano. Lo studio della nascita delle attività consente di comprendere come le nostre popolazioni, seppur inconsciamente, abbiano risposto alle politiche economiche dei vari governi che si sono succeduti fin dal 1800. Si possono verificare, anche sul territorio locale, eventi che ebbero grandi ricadute sul futuro sviluppo economico, quali il frammentarsi della proprietà terriera, facilitato dallo scarso valore reddituale dei suoli e dalla conseguente assenza di una vasta proprietà fondiaria nobiliare già a partire dal XVIII sec. Le vicende economiche recenti si potrebbero far risalire già alle scelte di politica economica e sociale operate all’epoca austriaca. L’individuazione nel nostro di territorio di un’agricoltura dalle risorse appena sufficienti alla popolazione, spinse inizialmente l’amministrazione austriaca ad attivare politiche di integrazione al reddito agricolo. Dalla iniziale bachicoltura,[3] col fermento napoleonico e con la successiva restaurazione austriaca del 1814, si arrivò al sorgere delle attività cotoniere atte a favorire il lavoro femminile in fabbrica, soprattutto nei distretti di Gallarate e Busto Arsizio, che diverranno i futuri distretti cotonieri. Da qui prenderà avvio la locale moderna economia capitalistica, le cui risorse finanziarie dovranno essere impegnate nell’approvvigionamento di una materia prima che proveniva prevalentemente da mercati americani, egiziani e indiani. Si dovranno sviluppare tecniche commerciali e bancarie del tutto sconosciute alle antiche corporazioni mercantili operanti in altre realtà territoriali italiche tese solo ad irrigidire e a monopolizzare gli scarsi ed asfittici mercati. Apprese le nuove tecniche fu facile applicarle ad altri settori indotti, quali il meccanotessile di Busto e Legnano. Ciò può contribuire a spiegare l’odierna vivacità del nostro contesto industriale. Si affacciarono famiglie e nomi nuovi, a partire dagli albori del 1800, la cui nobiltà non necessariamente derivava dal sangue, ma dalla mercatura, mancava poi la resistenza al progresso frapposta  dalla nobiltà latifondista proprietaria di enormi casali sorti in altre realtà agricole lombarde, ma totalmente assenti dai nostri magri territori. Le nostre terre poco produttive, erano state trascurate e riservate a rami collaterali delle famiglie nobili. Come abbiamo visto[4] le proprietà  terriere erano già state frazionate e in parte vendute a fattori o a persone estremamente attive. E le piccole proprietà diverranno ossatura per il futuro sviluppo. Ma anche più recentemente fin verso il 1920 continuò il provvidenziale sfaldamento territoriale. Interessante, quasi paradossale, per noi lettori di oggi, conoscere la motivazione che la Camera del Lavoro di Gallarate nella Relazione Morale per l’anno 1922 dà al carente successo delle Leghe dei contadini: “il Gallaratese è forse la zona dell’alto milanese in cui la piccola proprietà ebbe uno sviluppo maggiore che altrove. Specie in questi anni del dopoguerra, vuoi per realizzare un guadagno per sé sproporzionato al valore dei terreni, vuoi per esimersi dal pagamento delle tasse, i proprietari dei fondi rustici, furono presi dalla mania folle di sbarazzarsi dei terreni. Per raggiungere il loro intento, mandarono disdette ai coloni dipendenti. I coloni, malgrado i nostri consigli, si lasciarono prendere dal timore panico e, affrontando sacrifici inauditi, parecchi di essi comperarono. Si è così sviluppata artificialmente la piccola proprietà. Il colono diventa così il piccolo proprietario sfruttato dal capitale che ha dovuto prendere a prestito, e ora sopporta i balzelli che Stato, Provincia e Comune sono costretti ad applicare per riparare alle larghe falle aperte dalla guerra di lor signori. Il colono divenuto piccolo proprietario, non sente più il bisogno della Lega.”

L’Illustrazione del Lombardo – Veneto tomo I ° redatta da Cesare Cantù in Milano 1857, offre invece un quadro contemporaneo alla origine delle industrie tessili gallaratesi. In essa si può leggere: “ [5] ……..Più che le vicende storiche dan rinomanza e insieme ricchezza a questo luogo le industrie ed il commercio. Le prime consistono in variate manifatture di cotone, tenute ora dalla ditta Ponti, che è la principale, dalla Cantoni, e in minori proporzioni dalle Ditte Crespi, Locarno, Mozzati, Pasta ed altre. La ditta Ponti nel principio di questo secolo (1800) eresse qui il primo opificio lombardo, mosso da buoi e cavalli, in cui siensi introdotte le Janettes o Jenny, cioè la macchina da poco tempo inventata per filare cotone. Ma dopo aver innalzato a Solbiate Olona la sua grandiosa filatura, l’opificio di Gallarate fu convertito, dir si può, in una casa di ricovero in cui si accolgono a facili e leggeri lavori più di cento donne, la maggior parte inatte a guadagnarsi altrimenti il pane. La ditta Ponti, che ha casa anche in Milano, trae direttamente il cotone greggio dalle Americhe e dalle Indie, e lo smercia in natura, in filati ed in tessuti di varia maniera, a preparare i quali, oltre ai telaj meccanici che tiene a Solbiate Olona, ne lavorano 1200 a braccia. La ditta Cantoni, che ha bella e vasta filatura a Castellanza, fa pure commercio di filati e tessuti, alla cui confezione servono circa 700 telai. Le altre ditte non hanno filatura propria e si occupano solo di tessuti, dando lavoro a circa 900 telaj e gli operai sono per la massima parte de’ circostanti paesi. V’hanno, benché assai meno estese, anche manifatture di lino, specialmente delle ditte Sironi e Calderara, con 500 telaj. Moltissime donne attendono ai ricami, principalmente di collari da donna, camicette, sottane, e ai lavori all’uncinetto e dell’ago in lana ed anco in seta per far calze, guanti, reticelle, ecc, che si spacciano in paese, o a Milano ed in altre città”.

Utilizzando l’approccio dell’Economia Politica si potrebbe rilevare che le nostre vicende agricolo industriali, dal 1800 ad oggi siano state legate inizialmente alla introduzione di processi L.I ( Labor intensive – ad alta concentrazione di lavoro) favoriti dalla presenza di manodopera agricola in abbondanza, successivamente e lentamente sostituiti con processi L.S ( Labor Saving, con l’introduzione del concetto di macchina che risparmia lavoro) sempre più accelerati dal pungolo della competitività del prezzo, in risposta alle altalenanti aperture dei mercati o alle politiche protezionistiche. Ma oltre allo studio della formazione di una coscienza di classe, già accennato, non si debbono trascurare:

– il ruolo assunto nel processo di sviluppo fine ottocento dalla piccola proprietà terriera appena formata da cui direttamente derivò la classe artigianale;

– l’influenza degli insegnamenti della dottrina cristiana in ambito locale e lombardo;

– il paternalismo industriale e le società operaie di mutuo soccorso tra artigiani operai e industriali, che qui iniziano circa 10 anni dopo le analoghe iniziative Gallaratesi o Varesine, perché la grande industria si sviluppa solo nel 1906.

E’ comunque rilevante osservare, che nei nostri territori si sono vissute e non marginalmente tutte le vicende della storia recente, tanto da trovarne ancora tracce nel ricordo delle singole famiglie. Abbiamo notizia della preoccupazione di due jeraghesi il Sig. Celeste Riganti e il Sig. Paolo Biganzoli, assai vicini al parroco don Angelo Nebuloni[6] di far arrivare a Jerago e diffondere tra le famiglie copie del giornale cattolico “Il Resegone”, opuscolo cattolico stampato a Lecco, al fine di offrire valide argomentazioni da parte cattolica in contrasto alla diffusione del foglio La lotta di Classe – periodico della lega dei metallurgici. Di questi periodi a cavallo del 1900 permane nei documenti la memoria di un atto di profondo disprezzo verso la Chiesa, quale fu il gravissimo sacrilegio di Orago, attribuito alle componenti ispirate all’ateismo positivista di destra. Ma questi episodi non ci appartenevano: furono l’onda lunga di qualcosa che ci era sostanzialmente estraneo, infatti se escludiamo il discorso massonico, ignorato dalle nostre popolazioni e quello positivista, riservato a tendenze intellettuali a noi estranee, rimaneva la simpatia verso il socialismo, che fu stimolata da una naturale reazione ai gravissimi episodi milanesi del generale Bava Beccaris. Si deve però apprezzare un distinguo, che i nostri vecchi premettevano sempre ai racconti sulle lotte sociali. Quando nel discorso si voleva indicare una persona affascinata dalle teorie socialiste, essi sempre la qualificavano come “un sucialista ma da qui giüst,è un socialista ma di quelli che stanno nel giusto”, con evidente riferimento ad un uomo che, affascinato da Turati, sicuramente non aveva sposato le posizioni atee di Labriola. Il nostro socialista rispettava la Chiesa e i suoi ministri, anche se la sua posizione lo teneva appartato, facendosi sovente ricordare dalla moglie gli obblighi dei precetti ecclesiastici.

La nascita della Società Anonima Cooperativa di Consumo avvenuta nel 1900, [7]sicuramente permette di accostarci a quel momento storico valutando, sulla scorta della variegata e contemporanea presenza di soci: artigiani, operai e imprenditori in uno stesso sodalizio, una sostanziale carenza di conflittualità sociale se si pensa che pressochè in ogni famiglia era presente un socio. Fu un tentativo di rispondere coralmente a necessità mutualistiche, caldeggiate anche dal Parroco Don Nebuloni e dal successore Don Cervini, che della Cooperativa rimase sindaco, fino al sorgere dell’impedimento concordatario del1929. La stessa fortuna non riuscì al sodalizio, sorto tra i dipendenti Rejna con le stesse finalità denominato Unione e Progresso [8]nato nel 1911 e liquidato nel 1914.  La società comunque fu solo apparentemente di iniziativa operaia, perché il presidente, Sig. Luigi Valsecchi, era amministratore della società così come dirigente fu il liquidatore ing. Pellizzari.

Non dobbiamo dimenticare l’importanza della ”Società Mutua Assicurazione contro le malattie e la Morte del Bestiame bovino“ che  sorge il 1° aprile 1896 con lo scopo di tutelare i soci dell’evento non raro della morte di un bovino. La società oltre ad aiutare il contadino nella cura più appropriate del patrimonio bovino, prevede l’indennizzo del rischio morte dell’animale, commisurandone il valore alla bestia in vita, ciò al fine di garantire il riacquisto. Ci si preoccupa solidalmente tra soci della sopravvivenza della stalla con la conseguente sicurezza per la famiglia. Le carni del bovino, saranno vendute al meglio e se commestibili ripartite fra i soci. Tali iniziative, che vedono l’impegno personale sia del Sindaco, il besnatese Cornaggia Medici, che del Parroco don Nebuloni, permettono di capire ed apprezzare la comune tensione verso il miglioramento delle condizioni economico – sociali locali. Lo stesso dicasi per la  Mutua Sanitaria, del 1905. Se Ercole Ferrario, come abbiamo visto [9], poteva parlare dei rischi connessi al sorgere della famiglia mononucleare isolata e affrancata dalla vita della curt e dei regiù, con queste ulteriori iniziative a tutela del piccolo coltivatore, che cominciava  ad associare al rischioso reddito agricolo monofamiliare anche un costante reddito da lavoro dipendente, si entrava in una nuova era. Gli uomini di chiesa, vicini alle loro popolazioni, si fanno sul campo fedeli interpreti della Rerum Novarum [10] nella attuazione concreta della dottrina sociale della Chiesa. Da rilevare l’arrivo delle suore di Maria Ausiliatrice per interessamento di don Nebuloni e della famiglia Bianchi Gori, proprietaria del Castello, quale risposta all’esigenza di educare i figli piccoli di mamme che sempre più troveranno lavoro nelle vicine tessiture. Molto impegno le suore dedicheranno alla educazione delle giovani ragazze. Il grande insegnamento di Don Bosco, che illuminava di fede e di opere cristiane una Torino che si faceva industriale, grazie alle Figlie di Maria Ausiliatrice si diffonderà nel nostro paese che pure si stava industrializzando.

Le industrie nasceranno prevalentemente dalla trasformazione delle primitive attività artigianali in industriali a far tempo dai primi anni del 1900. I problemi connessi ai potenziali conflitti ed alle trasformazioni sociali indotti dall’industrializzazione furono  anticipati dall’iniziativa attenta dei parroci, dei loro collaboratori e di molte persone attente, tese al benessere spirituale e sociale delle loro genti. Tra quelle iniziative, non sfuggono, perché ancora lì da vedere, la costruzione delle Caserma e delle Casermette quali abitazioni per dipendenti. Realizzazioni importanti che mitigarono la conflittualità almeno fino alla fine del conflitto mondiale. Infatti solo nel 1908 nasce un primo tentativo di sezione Jeraghese della Lega dei metallurgici. Ma ancora sei anni dopo il periodico “Lotta di Classe” del 31 luglio 1914 deve constatare amaramente come il sopralluogo di martedì 28 luglio fatto del compagno Canziani – propagandista di Gallarate– fosse deludente perché anche quelli che si dicono nostri simpatizzanti- non hanno compreso la necessità dell’organizzazione di classe e quindi la sezione è anemica [11]. Nel gennaio del 1919 gli operai dell’industria tessile gallaratese, avevano già avanzato le richieste per la riduzione dell’orario di lavoro ad 8 ore ed il sabato a mezza giornata. Al diniego della Federazione degli industriali gallaratesi, verrà proclamato uno sciopero, attuato il 22 del mese di febbraio, cui seguirono altri tre giorni di sciopero che produrranno il conseguimento di tutto quanto richiesto. Perciò per festeggiare la vittoria, il 30 marzo 1919 fu organizzato a Gallarate un raduno celebrativo.

Lo storico P.G. Sironi [12] spiega che i socialisti ritenevano che il successo fosse stato loro esclusivo e così descrive il raduno: “La massa affluita a Gallarate da tutto l’Alto Milanese a piedi, in treno, in bicicletta o col tram, se non è certo pari a quella vantata per Busto da “ il lavoro “ fa purtuttavia la sua bella figura. Sono infatti presenti le rappresentanze operaie di oltre una cinquantina di Sezioni socialiste, società operaie varie, circoli e cooperative rosse, ognuna recante le proprie bandiere. Introdotto dal Buffoni, parla dopo altri il deputato socialista Costantino Lazzari, uno degli estremisti più noti del momento. Ed è la sua una concione, che dopo aver inneggiato al successo conseguito, chiede l’estensione agli operai di tutta Italia delle otto ore, attacca il padronato e la borghesia e chiude infine esaltando, fra le acclamazioni della folla eccitata al punto giusto, la rivoluzione russa, Lenin e la conquista del potere da parte dei proletari. Raccoltasi in corteo, con bande musicali intercalatevi, la massa si dirige poi verso il centro cittadino. E’ un unico enorme coro che a tratti intona Bandiera Rossa o l’Internazionale, un susseguirsi a gruppi di evviva Lenin e alla rivoluzione proletaria, di slogan contro i padroni, contro la borghesia, contro i nemici dei lavoratori e i loro servi vergognosi adattatisi senza fiatare a quattro anni di guerra. Un certo numero di partecipanti, non condividendo queste ultime grida, abbandonano il corteo, alcuni anche ostentatamente………”

Una manifestazione, nata per celebrare degnamente un grande successo sindacale si era trasformata nella occasione di propaganda massimalista e rivoluzionaria che molti fra gli astanti non condivisero abbandonando in maniera ostentata il corteo. Al massimalismo rivoluzionario si associava una forte spinta anticlericale. A questo si riconduce il racconto di treni bloccati alla stazione di Gallarate da macchinisti delle ferrovie che si rifiutavano di farli partire fino a quando non fossero scesi quei preti che vi erano saliti, perché l’interpretazione estremista vedeva nella Chiesa e nei Sacerdoti un nemico da abbattere. E questo fatto, non il solo, dovette impressionare chi, presente in stazione con la mamma, ancora oggi, anziano, me lo racconta. Quindi anche nel nostro piccolo borgo, che abbiamo visto assai equilibrato nella relazione fra classi sociali, si dovette constatare, appena dopo la guerra, un acuirsi della conflittualità.

Il periodico Lotta di Classe del 14 febbraio 1920 può titolare: ”Fascio Giovanile Socialista. Jerago – Domenica scorsa, con l’intervento di un compagno di Milano, ebbe luogo una cerimonia fra giovani socialisti in cui venne costituito il Fascio Giovanile, denominato Spartaco.”

Di contro nell’ottobre del 1919 per ispirazione di parte cattolica, nascerà la sezione locale del Partito Popolare e per i lavoratori cristiani l’Unione del lavoro. Nel 1920 al Resegone, si aggiungerà la diffusione del settimanale Vita Popolare stampato a Gallarate, avente per direttore Guido Sironi. Indiscutibile la prevalenza del sindacato cattolico nella organizzazione delle operaie delle tessiture locali come constata Don Massimo Cervini nel Libro delle Cronache parrocchiali. Non è del tutto casuale che la spinta alla organizzazione di parte cattolica dell’ottobre del 1919 segua i fatti del marzo 1919, con il loro carico di anticlericalismo. Sono testimone del racconto del Parroco di Orago, don Alberto Ghiringhelli, che ricordava quegli anni, di quando giovane prete a Milano viaggiava in bicicletta sulla Ripa di porta Ticinese ed era fatto oggetto di battute sarcastiche da parte delle lavandaie che dalla riva ironizzavano sulla sua talare, a soca e lui per niente intimorito, da uomo energico, quale era, faceva dietro front con la sua bici e metteva a tacere le importune, quasi un Don Camillo, e non per niente del Don Camillo di Guareschi era coetaneo.

Vi è un grave turbamento nella vita civile di quegli anni vissuti tra il 1920 ed il 1922, culminato con la occupazione nel luglio del 1922 della fabbrica simbolo di Jerago, la Rejna S.A. e di turbolenze anche nelle altre fabbriche. Lo rileviamo senza aggiungere commento nella descrizione delle due parti contendenti. Il periodico Lotta di Classe dell’8 luglio 1922:  “Malgrado il perdurare della lotta, la massa metallurgica si mantiene compatta e disciplinata, sempre fidente nella sua forza. Sono apparsi però come funghi velenosi alcuni untorelli che, certamente pagati da chi ha interesse, girano il paese visitando le famiglie per raccogliere le firme di possibili crumiri. Tale indegna ed odiosa opera è adatta proprio a coloro che si prestano a fare da tirapiedi e ruffiani dei padroni, ma è bene che sappiano che ad Jerago non v’è pane per i loro denti e che se non la smettono c’è il caso di ricevere pan per focaccia”.

Leone Michaud, direttore della Rejna nell‘opuscolo a memoria dei suoi “25 anni di Vita Industriale a Jerago 1904-1929″, scrive: “Finita la guerra lo stabilimento ha subito la sorte di tutti quelli del genere, tutti i fatti svoltesi dal 1920 al ’22 sono stati da me giudicati come conseguenza di mancato affiatamento fra capitale e lavoro, la mia convinzione è nata nel tempo di guerra. Per considerazione avuta dal Comitato di Mobilitazione Industriale sono stato chiamato a far parte della Commissione per le vertenze operaie. Se in qualche caso ho dovuto dare torto agli operai, in molti casi ho dovuto giudicare che la colpa era degli industriali, o per egoismo o per ingordigia. Molte questioni sono nate e purtroppo hanno preparato quegli eventi disastrosi che capi coscienti od incoscienti hanno condotto per i loro scopi personali, a scapito degli operai, dell’industria e del paese, portato all’orlo della rovina e dell’anarchia. La occupazione delle fabbriche ne è stata l’ultima fase. Ricorderò quando la commissione operai venne a cacciarmi fuori dallo stabilimento, abbiamo un esempio tipico della riconoscenza che le masse sono capaci di dimostrare! Tre dei miei operai, forse i più considerati, i più aiutati, vennero colla frase sacramentale imparata nel tempio del bolscevismo nascente “ Sem num i Patron[13] ghe voeur ch’el vaga via” quei momenti di tristi ricordi, vissuti di piena vita non sono e non possono essere vantati da chi è lontano dall’Industria. …… “.

Nel trattare il periodo della trasformazione del borgo da agricolo a industriale, è stato necessario soffermarci sulla dinamica sociale, che da quella trasformazione ha subito una forte accelerazione. Abbiamo ripercorso le tappe dell’associazionismo di matrice cristiana tra il 1870 e il1910. Le prime iniziative socialiste, più volte giudicate timide dagli stessi organi del Partito e dalle Camere del Lavoro di Gallarate. Abbiamo rilevato la spinta rivoluzionaria ed atea della componente massimalista che nel distretto gallaratese si evidenzia nella manifestazione del 30 marzo del 1919. Ma anche nel borgo alla componente socialista di vecchia matrice si aggiungerà  una componente più recente di ispirazione marxista-comunista. Per contro il primitivo associazionismo cattolico prenderà coraggio, ispirato dalla dottrina sociale della chiesa e si ritroverà nel Partito Popolare e nella Unione del Lavoro. Gli scioperi del ’22 furono per tutta la nazione l’espressione del gravissimo disagio sociale ed economico postbellico.

Dopo questi fatti inizia storicamente il periodo di ascesa nazionale del fascismo, che applicando il suo apparato dottrinario alla situazione contingente stravolgerà tutti gli ordinamenti sociali e rappresentativi, servendosi delle sole leggi ordinarie[14] . La vicenda di quel periodo non verrà qui analizzata riservandola ad un approfondimento futuro. Con leggi ordinarie si arrivò al partito unico il P.N.F., al Sindacato Unico Fascista. Quel periodo di transizione fu sofferto da coloro che, non avendo preso tessere fasciste, subirono l’emarginazione e la minaccia, fortunatamente simbolica, di un patibolo: una forca innalzata la notte in piazza Vittorio, prima delle elezioni politiche del 1924. Immaginarsi la paura nelle famiglie di quei vecchi socialisti la cui militanza era  nota e che non avevano voluta la nuova tessera. Nessuno subì violenze fisiche, ma su quel patibolo era stata sospesa la libertà di dissentire. Il borgo si adattò alle adunate, agli orpelli e alle divise di moda, comparve in Piazza Vittorio, messa sulla facciata della Cooperativa, quasi sotto alla grondaia, l’effigie di Mussolini che dominava sulle adunate organizzate per ascoltare la voce del Duce data per radio e diffusa dall’altoparlante. La casa del fascio fu alla Caserma. Nacque una colonia estiva elioterapica in Via Roma. Poi tutto, dal ’43 al ’45, si sgretolò passando per i lutti della guerra mondiale e riprenderanno forza quegli stessi Partiti aboliti nel periodo fascista con le stesse componenti, socialista, popolare e comunista, che avevamo visto formarsi verso il 1919.

[1] Statistica Riepilogartiva dell’industria nel Territorio di Gallarate e Somma per l’anno 1924 ( si vada a nota 1 e 44 ).

[2] Carlo Mastorgio ha tenuto interessantissime conferenze sulle fornaci locali, attive già in epoca romana.

[3] Si vada al capitolo bachi supra.

[4] I terman, supra.

[5] ( ad integrazione del testo si  trascrive  la parte omessa e  punteggiata nel testo) “Il nome di Gallarate, alcuni derivano dall’essere fondato dai Galli, altri dal soggiorno di una legione romana detta Gallarita. Da parecchi si giudica questa terra di assai remota origine, ma a provar ciò mancano i documenti; tuttavia le lapidi latine, che ancora vi si vedono, e le numerose monete di imperatori romani, che a quando a quando si rinvengono, lasciano congetturare che fin dai tempi dell’impero romano fosse di qualche importanza.. ( segue il testo).

[6] Paolo Biganzoli nato nel 1880 fratello del Sacerdote don Enrico Biganzoli e fondatore di quella che rimane una delle piu antiche industrie locali ancora operante nel settore del giocattolo la Paolo Biganzoli s.r.l. – Celeste Riganti – fabbro ferraio, classe 1885 padre di Enrico Riganti coautore del presente volume.

[7] Infra, ampiamente illustrata nello studio di F. Delpini.

[8] Fonte: Cazzani E. “Jerago

[9] Nota n.28 supra

[10] di Leone XIII 1891

[11] Cazzani .”Jerago” op citata pag 319, rif Archivio Parrocchiale Jerago, liber chronicus, vol 1, pp 123-124- Don Massimo Cervino scrive: “ per salvare almeno la donna dall’organizzazione socialista, si è tentato di riunire le nostre donne nella Unione del Lavoro ed a tale scopo molto si adoperò con varie conferenze ed abboccamenti il Sig. Gallazzi dell’Unione di Gallarate. Si riuscì ad organizzare quasi tutte le operaie della Ditta Carabelli e tutte le nostre operaie che lavorano a Besnate e a Cavaria, ma poi per difficoltà aziendali, gran parte delle operaie si staccarono e l’Unione si sfasciò, come già per lo stesso motivo si era sfasciata la lega Socialista.”

[12] Sironi P.G “ Quei Camion che facevano paura, lo squadrismo nel gallaratese – 1919 al 1922 –“

[13] Leone Michaud è francese e quindi nel suo scrivere il nostro Padron per lui diventa Patron

[14] Lo statuto albertino non prevedeva leggi straordinarie per le modifiche costituzionali e i padri costituzionalisti nel redigere la Costituzione Repubblicana odierna, per evitare episodi simili al fascismo, che potè trasformare lo statuto con leggi ordinarie, furono particolarmente attenti perché essa non fosse facilmente modificabile. La blindarono come si dice ora.

Storia dell’Asilo infantile- Scuola materna – oggi Scuola dell’infanzia, intitolata ad Ippolita Bianchi Gori

Elencare i momenti salienti del nostro Asilo è come leggere di riflesso la vicenda di una comunità cattolica che in unità con i suoi vescovi e con i parroci si è costantemente preoccupata dell’educazione dei  piccoli.

Da Jerago  tra il 1865 ed il 1894 con la ferrovia, per quanto riservata a pochi, si poteva raggiungere tutta la penisola. Nel 1897 con la costruzione della centrale elettrica di Vizzola Ticino si rendeva imminente la distribuzione dell’elettricità per il cui scopo nasce in loco  nel 1906 la società elettrica di Jerago. Le prime attività sorte alla fine del 1800 con l’energia meccanica dei soli motori a vapore ora, grazie a  potenti e pratici motori elettrici trifase, si trasformeranno in poderose realtà industriali. Le officine Sessa, la S.A Achille Rejna, la tessitura Milius a Besnate ed altre minori in loco ed a Cavaria richiederanno molta manodopera, anche femminile. La comunità cattolica guidata dal parroco don Angelo Nebuloni non resta indifferente a questi stravolgimenti grazie anche alle sollecitazione espresse del Beato Cardinal Ferrari nelle sue tre visite pastorali. Si ricerca una soluzione adeguata alle nuove esigenze di educazione e cura dei bambini, le cui mamme sono al lavoro,  ed alla  formazione cristiana  delle ragazze che si trovano a vivere nel nuovo mondo della fabbrica. Un Asilo ed un Oratorio Femminile potranno ben essere l’adeguata risposta agli indirizzi del Cardinale. La stampa cattolica, che arriva con la diffusione del Resegone[1], tra tutti gli argomenti trattati rivolge particolare attenzione alle mirabili iniziative di Don Bosco, morto nel 1888, e dei suoi successori: i Salesiani e le figlie di Maria Ausiliatrice.

Nel 1888 la famiglia dei proprietari del castello è colpita dal lutto per la morte in Milano del giovane Giulio Cesare Gori, che lascia allo zio Senatore G. Bianchi il legato di 10.000 lire per opere di bene in memoria della madre, sorella del senatore: Ippolita Bianchi Gori. Il senatore, figura di spicco dell’assistenzialismo milanese rivolto in particolare verso i sordomuti e gli orfani, esprime il desiderio che il lascito serva alla costituzione di un asilo in Jerago, dedicato alla sorella. Avviene che il senatore muoia prematuramente senza disposizioni, ma  il suo desiderio verrà rispettato in toto dagli eredi con la costituzione notarile della fondazione Scuola Materna Ippolita Bianchi Gori, voluta dai nipoti, eretta in IPAB (istituzione pubblica di assistenza e beneficenza) con Regio Decreto 4. novembre del 1900. Significativo dell’impronta cattolica che ne connota l’istituzione è l’articolo 3 dello statuto che recita “l’asilo ha per scopo di raccogliere e custodire i bambini di ambo i sessi, e dare ad essi educazione religiosa, morale e fisica  conveniente alla loro età”.

E’ evidente l’impegno del parroco Nebuloni nella  stesura dello statuto, ottenendo per la Parrocchia che il parroco pro tempore faccia parte del consiglio di amministrazione unitamente al rappresentate della famiglia Gori Besini, poi Riva – erede dei Bianchi e ad un rappresentante del Comune .

La famiglia Gori ed il rappresentante del Comune cav. Alessando Zeni si attivarono nelle problematiche della costruzione dell’edificio, che sarà completato nel 1903, il parroco si preoccuperà di ottenere che la conduzione e l’educazione vengano affidate alle suore di Maria Ausiliatrice. Esse arriveranno a Jerago il 2 novembre 1903 [2], garantendo per tutta la loro permanenza, che si protrarrà fino ad agosto del 2001, l’educazione cristiana dei bimbi espressamente richiesta dal citato articolo dello statuto. La presenza delle suore, nel tipico adempimento della missione salesiana consentirà la formazione delle giovani nell’Oratorio femminile. Non a caso la Parrocchia di San Giorgio darà diciassette vocazioni femminili alla congregazione di Maria Ausiliatrice ed un sacerdote Salesiano[3]. Si stabilì un grande rapporto di stima e di affetto tra la comunità e le indimenticabili Suore di Maria Ausiliatrice che, con la loro instancabile attività e fede, caratterizzarono un secolo. Ogni allievo dell’asilo ricorda con piacere la sua maestra, il segno di Croce, le prime preghiere, i giochi coi coetanei, le amorevoli attenzioni della  suora quando, all’inizio della frequenza, la mamma si allontanava lasciandolo piagnucoloso e smarrito in un ambiente tutto nuovo. Tra tutte le religiose, ma solo per brevità di esposizione, valga ricordare Suor Marietta – (Maria Savioli 1885-1972) le cui spoglie mortali il paese volle tumulare, con grandissima partecipazione e solenne funerale, in uno dei loculi che il Comune aveva appositamente predisposto, per i religiosi e i caduti in guerra[4]. Di suor Marietta si scriverà nell’occasione “.. sono stati lunghissimi anni di religioso apostolato svolto nel nostro asilo, dove ha educato generazioni di parrocchiani al vero senso della vita cristiana. Il ricordo che lascia è indelebile in coloro  che l’hanno conosciuta, amata apprezzata per le sue virtù religiose ed umane… C’era in lei un fascino di stile soprannaturale, per cui ogni atto era una espressione di quella interiorità religiosa, di cui il suo animo era pieno.[5]. Trascorse così quasi un secolo, quando per carenza di vocazioni, la congregazione salesiana sarà costretta a ritirare le suore dalla casa di Jerago ed il problema della continuità educativa cristiana verrà affrontato da Don Angelo Cassani che, al fine di mantenere l’indirizzo cattolico, si attiverà per la depublicizzazione dell’istituto, richiesta in data 14 marzo 2001 ed  ottenuta con decreto della regione Lombardia n. 45 del 9-1-2003. Con la trasformazione in scuola paritaria privata, si consente di mantenere lo spirito cristiano della fondazione nell’ambito delle linee educative ministeriali[6]. Quindi nel rispetto delle disposizioni previste dal ministero della Pubblica Istruzione e dal M.I.U.R. fu bandito un concorso  presso la F.I.S.M. (Federazione italiana scuole materne di Varese) per la ricerca di personale educativo laico con indirizzo cattolico cristiano, mediante il quale fu selezionato e prese forma l’organico che subentrò alle rev.de Suore.  Col progressivo defilarsi degli eredi Gori- Besini-Riva dalle responsabilità del consiglio di amministrazione dell’ente e per interessamento del Parroco, in funzione di presidente supplente, Don Remo Ciapparella, con atto notarile  in data 19 ottobre 2012 l’ente si trasformerà In “Fondazione Scuola materna Ippolita Banchi Gori”, il cui consiglio amministrativo sarà composto da tre componenti

– il parroco della parrocchia di San Giorgio,

– un membro nominato dal Sindaco del Comune di Jerago con Orago

– un membro nominato dal Parroco della Parrocchia di San Giorgio.

Il nuovo statuto ribadisce gli indirizzi educativi cristiani originari, estendendoli alle necessità odierne.

Attualmente  la fondazione e così organizzata:

– 3 sezioni di scuola dell’infanzia dai 3 ai 6 anni

– una sezione nominata Primavera per i piccoli da 24 a 36 mesi

Prevede una direttrice in persona della sig.ra Susanna Pallaro che può vantare 30 anni di servizio presso l’istituto, 20 dei quali trascorsi, prima della trasformazione, in collaborazione con le suore, 3 insegnanti  ed una educatrice, nelle persone di Franchi Nadia  (20 anni di servizio nell’istituto) –Macchi Barbara- Baratelli Alice- Meda Anna, una cuoca Pepice Lucia e due assistenti- Caruggi Giovanna – Del Bon Maria. L’amministrazione è affidata a personale volontario dopo la rinuncia, per anzianità della preziosissima signorina Armida Caruggi. Alla gestione si affianca un consiglio dei genitori.

La gestione economica ordinaria si regge: sulle rette, sui contributi regionali, sui contributi statali M.I.U.R (Ministero Istruzione Università e Ricerca), sui contributi Comunali, sulle oblazioni volontarie, alcune donazioni sono legate alle rette per gli allevi statutariamente ospitati gratuitamente; preziose ed indispensabili sono le raccolte che vengono eseguite nell’ambito delle feste dedicate. Naturalmente al fine di conseguire il pareggio di gestione le rette debbono essere adeguate alle spese .

E’ evidente che i problemi più impegnativi nascono per il finanziamento delle opere inerenti il mantenimento straordinario e l’ampliamento della  struttura.

Per quanto concerne la gestione straordinaria, dalla lettura degli atti, si evince che, dopo il grande sforzo della costruzione, quegli impegni fecero sempre capo al parroco pro tempore, nella sua funzione statutaria di  presidente supplente, i quali parroci nei vari periodi seppero coinvolgere la popolazione. Così avvenne con don Massimo Cervini, alla cui intuizione si deve il  grande salone ricreativo, che fu anche il polivalente teatro dell’Asilo. Era da poco terminata la prima guerra mondiale col suo triste corredo di giovani caduti al fronte ed ogni paese vide nascere un comitato per il monumento ai caduti. A Jerago, unico paese dei dintorni, i fondi raccolti, accogliendo l’indirizzo di don Massimo, finanziarono l’edificazione del salone  dell’Asilo, ove fu apposta  una grande lapide con foto dei caduti. Oggi, dopo la realizzazione negli anni 70 del giardino dei caduti presso san Rocco, quella  lapide, unitamente a quella dei caduti della seconda guerra mondiale, è stata trasferita all’interno della cappella del Cimitero. Negli anni del dopoguerra, don Luigi Mauri  affrontò l’onere della restaurazione e dell’adeguamento in due fasi: nel 1953 col riscaldamento centralizzato, in sostituzione della famosa stufa in ceramica e costruzione dell’avancorpo tra il salone e la via  Indipendenza, nel 1974 con trasformazione dello stesso avancorpo in aule e servizi. Interessante e significativa la lettera con la quale don Luigi il 20 ottobre 1953 si rivolge al presidente della Cariplo chiedendo un contributo per i lavori in programma rilevando che “l’amministrazione dell’Asilo è praticamente sulle spalle del Parroco, il quale funge momentaneamente anche da presidente, essendo in corso il cambiamento di statuto con rinuncia del presidente ereditario.  Nell’attesa funziona un commissione  interinale della quale il sottoscritto è presidente”.

Tale auspicata modifica statutaria avverrà  solo con don Remo nel 2012,  questo conferma che tutte le notevoli migliorie sono sempre state finanziate dal generoso contributo della Parrocchia, dai vari benefattori a diverso titolo, dall’attività dei comitati  nati ad hoc,  da contributi comunali. Con don Angelo Cassani si inaugurò la quarta aula e si proseguì nel risanamento, così come con don Remo, cui si deve la costruzione della sezione primavera, il restauro del salone, dei cortili e delle facciate. Per tale necessità  ha parzialmente contribuito l’Associazione figli di don Angelo con  25.000 euro e si confida nella generosità consueta di tanti sostenitori, come è sempre avvenuto.

Da ultimo il nostro Asilo verrà impreziosito dall’affresco dedicato all’Angelo Custode, opera mirabile del pittore Gianfranco Battistella, realizzata con la consueta maestria e precisione, che si aggiunge ai tanti suoi affreschi che  già abbelliscono il nostro borgo, la preparazione del fondo e la messa in opera sono di Antonio Lo Fiego

Nel cartiglio si legge “Angelo di Dio che sei il mio custode”, ma per i piccoli che ancora non sanno leggere,  è immediato intuire la funzione protettiva dell’Angelo nell’atteggiamento verso i due bambini improvvidamente avventuratisi su un ponte malmesso gettato su di un rile in piena.

[1]Fondato a Lecco nel  1881

[2]La prima direttrice fu Suor Luigia Bardina coadiuvata dalle consorelle Rosina Cappo e Desolina Orlandi

[3]Cardani suor Claudina, Sessa suor Assunta, Alberio suor Santina, Cardani suor Angela, Cardani suor Mirella, Cardani suor Santuzza, Caruggi suor Natalina, De Bortoli suor Caterina, De Bortoli suor Mariangela, De Bortoli suor Rina, Morosi suor Pia, Reghenzani suor Maria, Riotti suor Giuseppina, Rustighini suor Amelia, Rustighini suor Maria, Sessa suor Clara , Tonelli suor Enrichetta. Il sacerdote Salesiano è Don Gianfranco Rustighini

[4]Ivi riposa tuttora sul lato di sinistra, per chi guarda la cappella cimiteriale nei vecchi colombari.

[5]E. Cazzani “Jerago e la sua storia”

[6]Legge 10-3-2002 n.62