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La Chiesa Vecchia di San Giorgio

(di Anselmo Carabelli)

Per inquadrare la realta’ economico sociale del periodo lombardo dal X al XIII sec. é utile rifarsi al “De Magnalibus Mediolani -Le Meraviglie di Milano” redatte da Bonvesin da la Riva, frate terziario dell’ordine degli Umiliati. Questi ci fa sapere che Milano all’epoca vanta una cerchia di mura che la circondano per 6 km, ha sei porte e dieci piccole porte o pusterle. Tutt’intorno sorge il contado con 150 borghi, ville e castelli soggetti a giurisdizione comunale, mentre altre dipendono solo dalla diocesi Ambrosiana. Tra le pievi segnala: Porlezza, la Valsassina, Cannobio, la val Solda, Il Vergante, le valli di Blenio e la Leventina (oggi Canton Ticino). Da qui possiamo già notare come il contesto del Ticino e il Lago Maggiore fino ai passi del Gottardo e del Lucomagno fossero di interesse milanese, il che riconfermava una millenaria storia di interessi economico sociali e politici che avevano attratti su questi territori: franchi, longobardi, bizantini, romani e celti in una sequenza che possiamo leggere anche nel nostro piccolo e ignorato territorio. Infatti questi territori hanno sempre rappresentato il punto di cerniera tra il lago di Como e il lago Maggiore presidio alle uniche vie facili per valicare le Alpi e affacciarsi sul mondo considerato barbaro, che vede come porta la città di Coira e il lago di Costanza. In questo contesto storico la presenza di accampamenti e di guarnigioni militari non é assolutamente fuori luogo. Per tornare alla realtà del 1200 e a Bonvesin da La Riva si legge che: “La Diocesi di Milano ha 2050 chiese e nel contado meritano ammirazione le belle e innumerevoli case, le chiese consacrate, i borghi, le ville, i municipi, i mulini, le case di religiosi, le canoniche, i cenobi e tra questi il cenobio di Chiaravalle e inoltre gli orti i frutteti, i prati, le vigne, i pascoli, le selve, le riserve, i fiumi, le fonti vive, gli eremi. Non esistono invece nel nostro contado paludi che corrompono l’aria, giacché verso la parte settentrionale é assolutamente certo che il suolo per circa cento miglia (150 km) presenta una inclinazione.” Grazie alla consistenza del gettito fiscale daziario, Bonvesin stima che in Milano entrino quotidianamente 1000 kg di pesci grossi, pesci piccoli e gamberi provenienti dalle acque dei numerosi fiumi lombardi. Fra questi annovera l’Arno. la Strona e l’Olona e dimostra di conoscere molto dettagliatamente la nostra realtà. Strona ed Arno sono i torrenti alimentati dalle acque meteoriche e sorgive delle nostre zone, quindi implicitamente afferma che le nostre zone non sono paludose, sono fertili e ricche di pesci e gamberi. e che i collegamenti viari verso Milano sono buoni tanto da permettere l’inoltro rapido di queste derrate facilmente deperibili. Carlo Mastorgio rinviene ad Arsago tratti di una via “mercatorum o mercatesca” citata come tale su antiche carte e che dovrebbe essere l’antica e famosa Mediolanum Verbanum di costruzione imperiale romana con percorso MILANO PERO RHO NERVIANO LEGNANO CASTELLANZA BUSTO GALLARATE CRENNA MONTE DIVISO ARSAGO PONTE LAVEGGIO VERGIATE ANGERA. L’innesto con tale strada per chi proveniva da Jerago poteva avvenire con la strada di Premezzo Cajello Sorgiorile, entrando in Gallarate per la nota porta Helvetica (oggi ponte di Varese campo sportivo Majno). Questi fiumi garantiscono anche il lavoro dei mulini, che l’autore conta in circa 900, dotati di tremila macine ognuna delle quali garantisce autonomia per 400 persone. In tale epoca é attivo il mulino di Cajello alimentato dalle acque della roggia Rocca e della roggia dei Sassi, cioé dalle acque dei fontanili di Besnate e della valle del Boia. E’ opportuno notare che il mulino di Cajello già dal X secolo rientra nelle proprietà del Vescovo di Pavia e questo va letto nell’ottica della influenza benedettina sulle nostre terre, poiché i Benedettini dell’abbazia di San Donato di Sesto C. erano tributari del vescovo di Pavia e Pavia fu la Capitale Longobarda. Quindi a quel mulino affluivano le nostre granaglie composte da grano, segale, panico col quale si produce una farina, il panicco appunto da usare nella confezione di una polenta detta panizz o panaccio.  I nostri orti producono fagioli, ceci, legumi vari, cavoli, bietole, sedani, finocchi, lattughe, altamente significative per l’alimentazione sono le castagne e le noci, dalle quali si ricava l’olio, mentre l’olio lampante lo si ricava dai semi del lino che é assai coltivato. Non manca la frutta composta prevalentemente da ciliege amare e dolci, da prugne. pesche, mele, mele cotogne e fichi. Gli alberi da frutta servono per reggere i filari dell’uva dalla quale si ricava vino.  La ricchezza delle acque permette a causa delle risorgive di produrre molto fieno che serve per l’alimentazione animale di arieti, capri, buoi e vacche, con una abbondanza che Bonvesin definisce unica al mondo. La merce viene venduta in mercati che nei borghi più importanti si tengono di venerdì e sabato. La valle dell’Arno é così ricca di orti, che cinquecento anni dopo nel 1700 sarà ricordata dai viaggiatori tedeschi e inglesi nei loro appunti di viaggio per questa peculiarità.

A Milano affluiscono inoltre 580 tonnellate di sale  e molto pepe, metà delle quali sono smerciate nel contado. Il sale e il pepe sono elementi essenziali nella conservazione delle carni che, per quanto sopra descritto, dovevano essere abbondanti.  Dalla lettura di queste pagine, che saranno anche ricche di passione per la propria terra, ma che sostanzialmente riproducono una situazione reale si può capire come un territorio come il nostro sia ben organizzato e la nostra comunità tragga  un suo decoroso sostentamento da una serie di attività prevalentemente agricole. Tali attività le hanno permesso di essere sufficientemente numerosa e ricca da poter costruire già nel 1000 quel notevole campanile romanico che tutti noi possiamo ancora oggi ammirare. Carlo Mastorgio ricorda che già nel 976 due importanti personaggi di censo elevato Ato e Teudalaberto da Jerago sono presenti come testimoni ad una permuta di terreni nel territorio del Seprio. Ma Bonvesin ritiene che la nostra zona sia naturalmente fertile e rigogliosa e i fiumi che più propriamente sono torrenti e rogge siano naturali, questo pero non e vero, é una realtà che egli vede, ma é il frutto di un lavoro così antico che apparentemente sfugge alla sua stessa osservazione. In sostanza questo permette di capire e di affermare che le opere di canalizzazione che vediamo, già presenti nel 1200 sono opera precedente e per quanto ci concerne sicuramente romana o anteriore perché per loro natura geologica queste terre dovevano essere di brughiera e palustri.