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In Memoria di Enrico Riganti – Jerago 5-8-2014

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(testo letto al temine della Messa con Esequie  di Enrico Riganti)

Grazie Enrico per la tua squisita disponibilità nel parteciparci il ricordo delle vicende antiche della nostra gente. Memoria che attingevi alla narrazione degli anziani che tu frequentavi e dei quali ricordavi insegnamenti e vicende. Per noi che ti ascoltavamo, essi diventavano presenti ed in particolare emergevano dal tuo racconto le vite e la santità dei nostri venerati Parroci di San Giorgio. Rammentare sempre la Fede in Dio dei nostri vecchi, era per te un impegno costante, tanto da sintetizzarla nel libro che abbiamo scritto assieme con questa frase rivolta al mondo attuale : “.. per i nostri vecchi, potevi anche essere diventato importante, colto nel senso degli uomini, ricco, ma non saresti stato nulla agli occhi loro, se solo avessi perso il Timor di Dio;  il biblico-initium Sapientiae timor Domini, fu per loro l’essenza stessa della vita”.

Rileggevo proprio ieri una tua corrispondenza da Sapri, nella quale mi parlavi della tua ammirazione per il Beato Cardinal Schuster e mi è caro far conoscere un periodo di questo tuo scritto:

“.. era la primavera del 1944, con don Massimo mi ero recato a Premezzo per assistere alla visita del Cardinale… . Come di consueto, terminate le funzioni  e dopo l’amministrazione della Santa Cresima il Beato Cardinale faceva la Dottrina Cristiana, interrogando i Cresimati e spiegando poi quante e quali cose si richiedono per andare in Paradiso. Per tutti era una domanda inaspettata e così fu che don Massimo l’insegnò subito ai bambini, appena tornato da Premezzo. Cinque erano quelle cose:

1° Dottrina Cristiana

2° Sacramenti Cristiani

3° Opere Cristiane

4° Vita Cristiana

5° Morte Cristiana”

 

Grazie ancora Enrico per la tua testimonianza e per i tuoi insegnamenti.

 

 

                                                                                                      Anselmo 

Uso delle Campane

di Anselmo Carabelli

Grazie alla collaborazione del sig. Romano Pigni e del sig. Riganti ho potuto ricostruire l’uso liturgico delle campane così come veniva eseguito a Jerago prima del Concilio Vaticano II. Tengo a precisare che a Jerago e credo anche altrove, la numerazione delle campane è sempre stata crescente dalla più piccola (prima campana) alla più grande (campanone o quinta campana per il nostro concerto) e a questa numerazione mi attengo scrupolosamente.

USO LITURGICO

AVE MARIA – anticipa di qualche minuto il suono delle campane della prima S. messa del mattino – 4a libera per un minuto

ANGELUS – Mezzogiorno – 4a libera per un minuto

AVE MARIA – sera verso le 20.00 in estate e all’imbrunire in inverno – 4a libera per un minuto

I tre momenti dell’Angelus e dell’Ave Maria quando è domenica sono segnati in modo diverso:

NELLE DOMENICHE SOLENNI si suonano tutte le cinque campane.

NELLE DOMENICHE NORMALI  si suonano la terza – la quarta e la quinta.

Le S. Messe sono così annunciate:

tre richiami sempre per ogni Messa a partire dalla prima S. Messa del giorno annunciata alle 05.10, alle 05.30, alle 05.50

NELLE DOMENICHE NON SOLENNI si suonano 3a- 4a e 5a a distesa.

NELLE DOMENICHE SOLENNI si suonano tutte le cinque campane a distesa

Nei giorni feriali le S. Messe sono così annunciate:

GIORNI FERIALI CIVILI MA CORRISPONDENTI A FESTIVITA’ RELIGIOSE INFRASETTIMANALI (S. Giuseppe, S. Giovanni Bosco, Candelora, S. Biagio) si suonano1a-2a-3a-4a a distesa.

ALTRI GIORNI FERIALI – Si distinguono le S. Messe in S. Messe da vivo o da Morto.

Si dice da morto la S. Messa con la commemorazione di un defunto.

  • S. Messa da vivo si suonano la 2a e la 3a a distesa
  • Se da morto sono previste diverse classi di officiata funebre  e di suono delle campane:

III classe catafalco con quattro candelabri ad aspersione del tumulo; si suonano 2a-3a-4a campana in suono successivo senza sovrapposizione e bocciata

II classe catafalco con sei candele aspersione e incensazione del tumolo; si suonano 1a-2a-3a-4a in suono successivo senza bocciata

I classe solo per il Clero ed il giorno dei Morti- catafalco con dieci candele; si suonano tutte e cinque le campane con la stessa tecnica della non sovrapposizione dei suoni.

SEGNALI PER ALTRE OFFICIATURE O MOMENTI LITURGICI:

VESPERI DOMENICALI E FESTIVI  -3a e 4a a distesa e 5a al momento della benedizione  eucaristica.

VESPERI DOMENICALI E FESTIVI SOLENNI – Tutte e cinque le campane

PROCESSIONI – Tutte e cinque le campane

AGONIE DI NS. SIGNORE GESU´CRISTO – Ogni venerdi´alle ore 15 si suona la 4a a distesa

MESE DI MAGGIO ALLA SERA PER IL S. ROSARIO – Tutte e cinque le campane

QUARESIMALE – idem

S. MISSIONI – idem

MATRIMONI – Erano previste tre classi, ma venivano sempre annunciati in modo solenne con il suono di tutte e cinque le campane, purche´gli invitati degli sposi si fossero presentati a tirare le corde delle campane.

AGONIA – Cosi´veniva chiamata la campana che annunciava la morte di un parrocchiano. Si suonava la 4a campana con nove rintocchi per una donna – con tredici rintocchi per un  uomo

CATECHISMO PER I RAGAZZI – 3a libera

USO CIVILE DELLE CAMPANE

RUM – Il suono delle campane e´sempre servito a spezzare la consistenza della nuvolaglia che minacciava grandine. Ci si affrettava a quindi a suonare il cosidetto RUM (credo si scrivesse cosi´) . tutte e cinque le campane, senza un ordine preciso intervallate dal potente suono del campanone. Non a caso sulla 4a campana avevo rilevato la scritta “A FULGORE ET TEMPESTA LIBERA NOS DOMINE”. 

Ricordiamo pure che il temporale era particolarmente minaccioso se veniva da S. Caterina (Al ta ruina– dicevano i vecchi). In effetti era poratato da un vento freddo da nord-ovest che poteva scontrarsi con aria calda e stagnante locale, causando veementi correnti acsensionali. con formazione di ghiaccio e precipitazione di notevole quantita´di grandine. il suono delle campane effettuato in tempo opportuno poteva spezzare questa corrente ascensionale, diminuendo la consistenza della grandine e i danni.

Per lo stesso motivo oggi in agricoltura si ricorre ai razzi.

INCENDI – Campane a martello 1a-5a leggermente sfasate a distesa. Doveva raggelare soprattutto se sentito nel cuore delal notte

ESATTORIA – 3a distesa. Anche questo raggelava

SCUOLA – Richiamo per gli scolari delle scuole elemenatri- 2a campana ma solo fino al 10 novembre 1945


N.B. Dopo il Concilio Vaticano II, essendo tutti i fedeli ritenuti figli di Dio, le “Classi” sono state eliminate, percio´tutto quanto pre desritto, fatta eccezione delle diversita´tra domeniche solenni e normali e´stato anullato ed e´stato preordinato secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II stesso

Don Angelo Cassani

Per l´impostazione del suono attuale delle campane ci siamo avvalsi della collaborazione del sig. Massimo Scaltritti

Quand sa spusan in tucc sciuri – Quando si sposano sono tutti ricchi

La cerimonia nuziale prima della Conciliazione 11-2-1929

Nel periodo austriaco, il Parroco rivestiva anche funzione di ufficiale di stato civile, i libri di matrimonio parrocchiali erano vidimati annualmente dall’IRG per convalida degli effetti civili e la cerimonia nuziale era unica. Durante il breve dominio francese e dall’Unità d’Italia fino alla Conciliazione del 1929, la cerimonia si sdoppierà. Normalmente si andava prima in Chiesa per il rito religioso più suggestivo e solenne, poi in Municipio per il rito civile, una mera formalità. Con mezzi propri i parenti si trovavano per tempo a casa degli sposi, ciascuno presso quello di sua competenza. Lo sposo e i parenti suoi in corteo, si muoveranno verso casa della sposa. Questi al fianco della madre o di una donna della famiglia, apriva il corteo, dietro in fila per due, ogni uomo si accompagnava sempre ad una donna offrendole il braccio destro. Raggiunta la casa della sposa, il corteo dello sposo si accodava al corteo della sposa che precedeva al braccio del padre. Da ultimi i ragazzini in festa e ai lati gli occasionali spettatori e gli altri ragazzini a chiedere: cià i binìs, dateci i confetti. Attorno al corteo si improvvisavano ad alta voce frasi suggerite dalla circostanza, stornelli in rima tramandati dagli anziani come quello che suonava così: “un stè da ris e na sciavata l’è la spusa du la Busaca“, riferimenti e significati che oggi ci sfuggono, ma che indicano come anche noi, oggi appiattiti su ritualità diventate nostre solo per imitazione ed omologazione, avessimo le nostre stornellate di circostanza. Quando gli sposi erano di due paesi diversi, il matrimonio si celebrava nella Parrocchia della Sposa. I parenti dello sposo si facevano così trovare nei pressi del sagrato pronti per disporsi in corteo al seguito del corteo della sposa. Enrico Riganti descrive così lo sposalizio religioso “Tutti gli sposalizi erano belli, mi sembra di sentire ancora le nostre armoniose campane suonare a distesa, l’aria di festa, la Chiesa aperta, la lunga passatoia distesa dall’Altare alla porta, Don Massimo sulla porta della Sacrestia col Piviale dorato, i chierichetti con la veste rossa, quel brusio in chiesa mentre arrivavano gli sposi, l’organista Guglielmino Sommaruga, che al cenno del sacrista all’affacciarsi della sposa sul portale, dava con entusiasmo alla tastiera la marcia nuziale di Mendelssohn. La cerimonia nuziale, sempre fastosa perché così Don Massimo desiderava che fosse per tutti, terminava con la benedizione e il bacio degli sposi alla reliquia della Madonna.” All’uscita della chiesa tra il vociare dei ragazzini che reclamavano a gran voce i confetti, si faceva sempre piu impaziente, e incontenibile, la curiosità delle donne che volevano vidè la spusa per apprezzarne il vestito. Ogni sposa infatti, soprattutto nel primo dopoguerra, vestiva ormai il tanto agognato abito bianco da tull e urganza, tulle e organzino. La modernità aveva sostituito il vestito classico di seta nera e “ul vèl, con un cappellino da modista“ e aveva purtroppo mandato nel dimenticatoio i famosi cuazz e i furzelin d’argent le forchette a spilloni in argento che impreziosivano l’acconciatura delle spose antiche. Finalmente gli sposi sotto braccio prendevano la testa del corteo verso la Casa Parrocchiale, arrestandosi nei pressi di quel bellissimo portone d’onore che si affacciava sulla piazza San Giorgio. Gli sposi e i testimoni entravano nel giardino della canonica lussureggiante di canne e palme e dalla porta finestra, che vi si affacciava, accedevano allo studio del Sig. Parroco per firmare il registro di matrimonio. Ricevevano gli auguri e le raccomandazioni del Parroco e non mancavano di offrire i confetti, la sposa poi, rinnovando una tradizione tutta nostra, offriva al Parroco un fazzoletto finemente ricamato ul panét. Il significato di questo gesto pare fosse l’auspicio che, con le preghiere di quell’amato uomo di chiesa e con l’aiuto e l’intercessione della Vergine, la nuova famiglia fosse protetta il più possibile dai dolori che la vita purtroppo porta sempre con sé. E quel fazzoletto simboleggiava il dolore, che almeno per quel giorno felice ed irripetibile e per tanto tempo ancora  rimanesse il più lontano possibile. Usciti dalla canonica, mentre il corteo si dirigeva verso la casa degli sposi, questi con i testimoni salivano su una carrozza ul landeau per raggiungere il municipio. Nella casa nuziale facevano bella mostra i regali e sotto la topia  o sotto i portici infiorati e addobbati, gli invitati prendevano finalmente posto al banchetto nuziale che si preannunciava veramente allegro, con tanti canti, stornellate e danze. Per tempo sa curdäva ul coeug, ci si garantiva la prestazione di un cuoco, il Sig. Giovanni Caruggi o il signor Carlo Tondini. Essi  provvedevano anche tutto l’occorrente per la cucina e per la tavola: stoviglie, posate e tovaglie date a nolo. Allora erano solo i signori del castello a poter disporre di tutto l’occorrente per tavolate così numerose. Indispensabile poi l’aiuto di valide donne per lavare piatti e posate al succedersi delle portate, mentre alcuni giovani servivano in tavola. Non poteva mancare il risotto, piatto forte col pollo arrosto, il pane casereccio e l’ottimo vino della Coperativa, quello fatto coi piedi, nel senso di pigiato coi piedi. Alla fine la turta di spus con le noci e la sposa che fa omaggio dei fiori del Bouquet alle amiche. Un auspicio perché anch’esse presto potessero sposarsi, magari con quel ragazzo incontrato per la prima volta, proprio lì per quella festa di nozze. Buona norma, comunque non offensiva o malvista, quella che gli invitati portassero a casa in un scartuzèl, cartoccio, ciò che fosse avanzato. Chi non disponeva di uno spazio adatto in casa o paventava l’inclemenza del tempo, avendo programmato le nozze in autunno, prenotava il salone superiore della Coperativa di Consumo e approfittava dell’ occasione per mostrare a parenti ed amici i grandi saloni di quel sodalizio del quale, tutti, si era con orgoglio soci. Se un nostro giovane si sposava fuori paese, dopo la cerimonia  religiosa e gli adempimenti civili, lo sposo con la sposa e tutti gli invitati salivano nelle carrozze per tornare al paese del marito, gli invitati però sapevano che, quasi sempre, dovevano  affrontare la fatica di rimuovere dalla strada del ritorno la tradizionale sbaräda- la sbarrata. Succedeva che i giovani compaesani della sposa usavano sbarrare, con tronchi di alberi, la strada sul limitare del paese al corteo delle carrozze che avrebbe strappato loro, per sempre, la coetanea andata in isposa ad uno straniero. Inconsciamente ciò rappresentava un omaggio alla sua bellezza quasi un ultimo gesto per trattenerla. Subire la sbarrata era dunque di buon auspicio. Era consuetudine ritrovarsi a pranzo anche il giorno successivo al matrimonio, par fa rabatin ancora con la presenza degli sposi, per i quali non esisteva il viaggio di nozze. Si poteva così far fuori tutto quello che si era avanzato  e ridere commentando gli scherzi preparati a loro insaputa, come quelli di far trovare oggetti vari nel letto nuziale. Finite le feste di matrimonio, le spose novelle che entravano in paese per seguire lo sposo, venivano appellate col nome della località di provenienza. E ancora oggi le si ricordano coi soprannomi di : “Bigugiära per indicare Buguggiate – Lüräga – per Lurago nel comasco, Viéna che ne denuncia la provenienza austriaca- a Galarà– a Créna a Sulbiära da Solbiate, a Valdärna, a Carnäga, a Besnà, a Sésòna, a Menzäga, a Milanésa, a Travaìna-, a Cardana” . I nostri compaesani erano quindi gentili nell’ indicare le nuove spose. Nei paesi circostanti invece le ragazze che provenivano da Jerago erano individuate col soprannome del paese “A Baslot” e questo evidentemente non piaceva né a noi, quando le sentivamo chiamare così, e tanto meno ai loro mariti;  fu comunque una usanza antica, se anche il povero Renzo nell’ospitale terra di San Marco si offendeva a sentir chiamare Baggiana la diletta Lucia.

Una domenica all’oratorio (parte prima)

(testo di A.Carabelli su ricordi di Enrico Riganti e dello scrivente)

L’oratorio era condotto dai giovani di Azione Cattolica, con la direzione dell’Assistente don Francesco Delpini, aiuto domenicale del sig. Parroco (Don Massimo Cervini). Essi facevano catechismo ai bambini e vigilavano perché pur nella foga e nell’entusiasmo dei loro giochi mantenessero un minimo di disciplina. Per loro la dottrina sarebbe stata tenuta al mercoledì sera dal sig. Parroco. Di domenica, al primo segno del Vespro, verso le 13, pressoché tutti i ragazzi erano già in Oratorio per giocare a pallone e sarebbe stata un’impresa titanica staccarli dalla palla alle 14, perché per classi partecipassero alla lezione di catechismo. Contemporaneamente don Francesco insegnava dottrina cristiana ai giovani ed agli uomini, mentre all’Asilo, un’insegnante intratteneva le ragazze e le signorine. In Chiesa una reverenda suora parlava alle donne prima della predica del Parroco. Terminata la predica entravano in chiesa gli oratori per la Benedizione Eucaristica. Poi tutti di nuovo in oratorio, attenti a farsi timbrare la tesserina che testimoniasse ai severi genitori come avessero trascorso quel pomeriggio. Il cancelletto veniva chiuso appena dopo il rientro di quelli che erano corsi a casa a cambiarsi per la partita di pallone. Poi tutti si distribuivano in gruppetti: chi a giocare a palla sopra il terrapieno del Vecchio Camposanto, chi a fare la partita, altri a tirare i sassi al leone. Era questo un leone di cemento di quelli che il cimenteur fabbricava per i pilastri dei cancelli, che stava lì, tutto solo, presso la scala a far bella mostra di sé, chissà poi perché lo prendevano a sassate! Dalla buffetteria del vecchio Battistero, il Pierino Alberio, l’Antonio Delpini, il Pasquale Aliverti, il Massimo Scaltritti che erano i responsabili, a turno prelevavano la cassetta dei bomboni e passavano tra i ragazzi, che li avrebbero acquistati con pochi centesimi di lira. I ragazzi si concedevano il lusso di un dolcetto coi soldi della bona man della mancia, per la quale si erano comportati bene per tutta la settimana. La vendita dei bomboni e delle granite al tamarindo o alla menta, era quello che ci voleva per finanziare le spese dei palloni. Tra una ripresa e l’altra della partita, don Francesco, recitava il S. Rosario. Subito dopo il cancelletto veniva aperto, ma seum mai strac non eravamo mai stanchi e si rimaneva lì a giocare fino a sera quando le mamme venivano a cercarci e magari ci davano un quei scurlaton per il tanto che ci si era sporcati, cadendo per terra nella foga del gioco. Se le giornate non permettevano di stare all’aperto, si giocava in chiesa vecchia, fino a tardi. Ma se nevicava d’inverno era una autentica gioia. Tutti insieme in due squadre a ciapas a bal da née a prendersi a palle di neve o a fa un bel pupò, un enorme pupazzo di neve. Vari gruppetti di ragazzini, al comando di un grande facevano burlunà rotolare a valanga una iniziale piccola palla di neve che diventava sempre più grossa. Se ne riunivano tre o quattro d’enormi, che con perizia i più anziani spingendole su un piano inclinato anch’esso fatto di neve, sapevano sovrapporre a formare un solido monumento al quale con un badile avrebbero dato forma di pupazzo. Un murzon  di una pannocchia per naso, due sassi per gli occhi una radice per pipa in bocca e l’immancabile scopa in mano, esso sarebbe rimasto lì nel campo per tutto il tempo del gelo e lo avremmo guardato con orgoglio fino a quando, con nostro sommo dispiacere, ai primi tepori si sarebbe sciolto al sa dìslinguea. Un po’ di tristezza, ma non più di tanto perché l’anno prossimo ne avremmo fatto uno più bello e più grande. Ci aspettava poi il grande falò di carnevale, e i giochi coi numeri sulla fronte da celare al nemico che ci avrebbe catturati se avesse urlato a gran voce il nostro numero, e ci si divideva tra i pari e i dispari, con riferimento all’anno di nascita, affrontandoci in due grandi squadre libere di muoversi in un vasto teatro di operazione che poteva coinvolgere anche i nostri boschi e il mont mouscon in ispecie. E quanti pomeriggi a giocare a carte: a famiglie, a rubamazzetto, alla peppa tencia, a ping-pong sotto il portico, al calcetto, agli scacchi. In estate invece per la festa di San Luigi si faceva volare l’aerostato-ul balon, maestro di tecnica costruttiva era l’amico Franco Cardani, che più tardi avrebbe seguito la vocazione sacerdotale. Quell’immenso pallone prendeva forma in chiesa vecchia, con noi in ginocchio a incollar fogli leggerissimi e multicolore che si andavano a comperare dalla Signora Marini e poi dalla Signora Daria, le nostre cartolaie. Di carta leggerissima ritagliata a spicchi di arancia e incollate tra loro cunt a cola di telarit, quela dul Milietu, la speciale colla di farina di riso per barchette della falegnameria del sig. Sessa. La parte inferiore dell’aerostato doveva risultare cilindrica, per consentire un’apertura a camino i cui lembi incollati si applicavano ad un cerchio di ferro, da cui partivano i raggi che centravano il fornello. Questo bruciatore altro non era che na tola una vecchia latta nel quale versare il combustibile, da accendere per mantenere il calore ascensionale. E poi tutti, il giorno della festa, sulla scarpata e vedere quelli giù in basso che si affannavano a riempire di aria calda l’involucro di carta disteso e che un anziano su una scala a pertica teneva appeso alla apposita maniglia di testa, brandeggiando un bastone, gli altri tenevano il fornello in basso su di un fuoco, a debita distanza per catturarne l’aria calda che lo gonfiasse. E così si distendeva e prendeva a strappare verso l’alto. Bisognava essere attenti a non lasciarlo troppo presto perché si sarebbe sgonfiato, ricadendo subito, ma accorti anche perché non si strappasse o prendesse fuoco. L’attesa della gente era palpabile e tradiva il patema di chi temeva che non partisse, ma i nostri erano troppo bravi per fare figure di quel genere. Un ohh!  liberatorio e il pallone si innalzava sicuro e maestoso oltre la punta del campanile fino a scomparire all’orizzonte. Il nostro sogno di piccoli spettatori era quello di diventar grandi in fretta per sostituire i fratelli maggiori in quell’impresa. Se nella Chiesa vecchia alla sera si dava spettacolo, si scendeva in chiesa per prendere le sedie da aggiungere alle panchine, che venivano prelevate da quei vani che una volta erano le cappelle. La festa per San Luigi, protettore dei giovani e dell’oratorio, veniva preparata per ben sei domeniche nelle quali ci si doveva confessare e fare la S. Comunione. All’oratorio era un succedersi frenetico di varie gare con fasi eliminatorie, la cui finali erano fissate per il 21 giugno. Ci si allenava anche di nascosto, per non impressionare gli avversari che avrebbero copiato la tecnica appositamente affinata per vincere le competizioni. A quella festa partecipava il paese intero e solo dopo la Processione Eucaristica avrebbero preso il via le attesissime finali: la corsa nei sacchi, la corsa a tre gambe, coi concorrenti legati a due a due, la gamba destra dell’uno con la sinistra dell’altro, raramente l’albero della cuccagna e poi si rompevano anche le pignatte. Le pignatte in terracotta erano legate alla traversa della porta di calcio e dentro ognuna una piccola sorpresa e tanta segatura. Quanta ilarità tra gli astanti nell’osservare i gesti scomposti del concorrente bendato che, armato di bastone menava fendenti all’aria nel tentativo di colpire e rompere le pignatte nel tempo prefisso e che, se mai vi fosse riuscito, si sarebbe coperto di segatura e avrebbe accusato i postumi di qualche ammaccatura provocata dai cocci delle pentolacce rotte. Attesissimo poi il gioco della bara bandéra, o del tiro alla fune. E qui Enrico fa memoria di quando la corda si spezzò e tutti finirono a terra. “Era la corda del sig. Costalunga, a me sembrava piccola di sezione e gli dissi: “Questa certamente si rompe”. Mi rispose: “Impossibile!”.. Io che fungevo da arbitro per prudenza la doppiai e misi il fazzoletto a metà. Si fecero due squadre, composte anche dai grandi, uomini della mole del sig. Mario Aliverti, che partecipava col figlio Abramo e, poi, via con una foga da non credere. Nessuno mollava, quando all’improvviso.. un tonfo, io fui il solo a restare in piedi. Gli altri.., tutti a terra, quelli di destra e quelli a sinistra, e la corda.. in tre pezzi. Il vecchio Costalunga non aveva più parole. Un grande silenzio… Tutti si rialzarono a fatica, si ricomposero, controllarono i danni.. inesistenti e giù in una fragorosa risata. Che bei tempi furono, potrei aggiungerti tanti aneddoti ancora”. (1- segue)