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In morte di Luigi Turri, membro del comitato di San Rocco

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(testo letto da Domenico Lo Fiego alla fine della messa esequiale 8/8/2017)

Caro Gigi, nelle occasioni in cui  si parlava dei tempi trascorsi, ricordavi sempre, come i nostri vecchi al lavoro nei campi, quando  suonava l’ Ave Maria di mezzogiorno, si scoprivano il capo e chinandolo si rivolgevano al crocifisso del Campanile recitando una preghiera.

Ecco anche oggi, al passaggio del tuo corteo funebre dall’amata chiesa di San Rocco, uno del gruppo suonerà per te quella campana del piccolo campanile, che sempre saluta chi di noi, al compimento della vita terrena, raggiunge il Campo Santo.  Rintocchi di preghiera al Signore in tuo suffragio e ringraziamento per tutte le preziose energie versate nelle iniziative che, sempre in sintonia coi Parroci di san Giorgio, tengono viva la nostra chiesa di San Rocco.

Ti ricorderemo, sempre presente alla messa del lunedì, come hai fatto con estrema sofferenza anche in questi ultimi tempi, assiduo ai rosari, al triduo per la festa del Santo. Grazie per il tuo prezioso contributo nell’opera di manutenzione ed  alla convivialità che ha sempre fatto seguito alle feste religiose.

La tua testimonianza sarà per noi prezioso insegnamento.

In occasione del primo lustro della scomparsa del nostro caro amico Gigi, vorremmo proporre alla amministrazione comunale del comune di Jerago con Orago di dedicare il parco fronte Piazza Mercato alla memoria di Gigi Turri, parco che deve a lui la piantumazione del grande abete che si trova all’entrata, da lui regalato al Comune di Jerago Con Orago negli anni in cui fu presidente della locale Pro Loco.

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A vèla – La bandierina segnatempo del campanile

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Gli anziani che parlavano il dialetto spétasciò, per intendersi quello bello grosso e autentico diverso dall’odierna forzata traduzione dall’italiano, chiamavano Vèla la bandierina segnatempo del campanile. Alla base della croce col suo roteare ci avvisa ancora del clima, più precisa della meteo della Svizzera italiana o di un altimetro in montagna.  In estate la bandierina che guarda a sud-est spinta dal vento di Santa Caterina del lago maggiore, è foriera di grandine e tempesta. Quando il cielo si faceva nero e cupo, era allora che il sacrestano, normalmente un Riganti della Piazza, correva aiutato dai famigliari a suonare il rum, cioè le campane a distesa, che innalzassero col loro suono il motto fuso nella IV campana a fulgore et tempesta libera nos Domine –dalla folgore e dalla tempesta liberaci o Signore. L’esperienza insegnava che il forte suono delle campane riusciva a neutralizzare le nubi gravide di grandine.  Il parroco si affrettava sota ul portig portico esterno della chiesa antica per la benedizione e per domandare al Signore la calma degli elementi. Nei tempi passati, si viveva di agricoltura e la grandine sarebbe stata un autentico disastro. Non ci si meravigli, ma prima dell’ultimo ampliamento della chiesa vecchia, circa 1880, essa era dotata di portico o Pronao come si dice oggi e doveva essere molto bello a memoria dei vecchi, col suo sagrato nobilitato da beole, che tolte sono servite per lo zoccolo della facciata ottocentesca. Dismessa la Chiesa al culto, i gradini di accesso al portone sono stati asportati per facilitare la viabilità della via Colombo e riutilizzati nella scalinata in pietra di San Rocco. Prima di quell’ultimo allungamento, la nostra antica chiesa nella sua parte anteriore assomigliava un poco a quella di Sant‘Alessandro di Albizzate, e da quella loggetta la prima domenica di maggio il nostro parroco, già in veste liturgica per la prima messa del giorno, accoglieva benedicente i pellegrini di San Maurizio di Solbiate  che in processione  si recavano al Santuario di Santa Maria in Buzzano per sciogliere il loro antico voto alla Madonna che li aveva salvati da una funesta moria di bimbi. Vedere solbiatesi incedere lentamente, pellegrini per le vie del paese tra San Giorgio, la cappellina della Madonnina di Via Bianchi, la chiesa di San Giacomo presso il Castello, ci autorizzò a soprannominarli benevolmente Lumaguni da Sulbià – lumaconi.  Tornando alla Véla, un osservatore attento, può apprezzare come essa sia traforata col simbolo del biscione visconteo, ma sopra vi sia rivettata una lamina in ferro pure traforata da un’aquila absurgica. Questo conferma i dati di Archivio, dove si può rilevare che Il primo ampliamento della chiesa, quella descritta da San Carlo e dal cardinale Federico, avvenne in forma massiccia ad opera del capomastro Piantanida dal 1750, rendendo necessaria la sopraelevazione del Campanile (parte tinta in giallo), che altrimenti sarebbe scomparso, soffocato nei nuovi volumi. Amministrativamente ci riferiamo  all’epoca del severo governo della Lombardia Austriaca di Maria Teresa e possiamo ben dedurre che il pubblico decreto di attuazione, l’attuale licenza edilizia, avesse richiesta la sovrapposizione dell’aquila absburgica all’ormai obsoleto biscione visconteo.   Fortunatamente il restauro della Croce cuspidale fatta ad opera del sig. Giovanni  Franchina, che in originale è ora  custodita nella casa parrocchiale, ha ben rispettato questa peculiarità, rivettando ancora sulla bandierina  la  targhetta con l’aquila. Ma non posso ignorare il caro Gigi Turri, cui si deve la messa in opera del meccanismo che consente alla bandiera di prendere il vento e di muoversi liberamente, pur in presenza dell’ostacolo dell’asta del parafulmine. Lo vedo ancora, quando si stava togliendo il ponte che fasciava il campanile a restauro ormai finito, appoggiare quasi funanbolicamente la scaletta alla cuspide, per assicurarsi, da bravo meccanico quale era, che quel lavoro fosse fatto bene. Mi diceva: Te vedat Anselmo, la vèla la ga da girà anmò par tanti secul – vedi Anselmo, questa bandierina deve muoversi ancora per tanti secoli, come a dire che ciò che si fa per la chiesa deve essere fatto molto bene, perchè sarà giudicato col metro dei secoli. Lo sguardo su quella bandierina e sulla Croce che la sovrasta aveva dilatato la nostra attenzione verso chi ci aveva preceduto e verso coloro che sarebbero venuti dopo di noi, in armonia con gli insegnamenti della comune fede cristiana.