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Ul padron – ul principal

(Dalla agricoltura alla industrializzazione- 1870-1920,  note  di Anselmo Carabelli)

Il mondo del lavoro ha sempre presentato una gerarchia di ruoli e di competenze al suo interno e le espressioni dialettali con medesime radici anche se con suoni un poco  diversi nei vari mandamenti industriali, offrono utili considerazioni. La ricorrente espressione di padron, in origine atteneva  al proprietario della fabbrica in quanto tale,  ma chi lavorava all’interno di essa si rivolgeva al titolare con l’espressione di pricipäl, che evidenziava antica familiarità tra proprietario ed i suoi collaboratori.  In effetti esso aveva potuto costruire una fabbrica tutta sua, grazie a doti di intelligenza  di volontà e di rischio, sempre e con l’aiuto di una moglie operosa in casa ed al lavoro  che l’ea stai a so fortuna, vigile e silenziosa sostituta quando egli era fuori per clienti. E non fu raro il caso che venendo a mancare, per i normali ed infausti casi della vita il fondatore, fosse stata proprio la moglie a sostituirlo, svolgendo il duplice compito da tirà grand i bagaj, allevare i figli e purtà innanz a butega, nell’attesa che diventati grandi sostituissero il padre precocemente morto.  Il  nostro aveva messo  in piedi  un laureriimpresa  e raramente difettava di quella  spontanea umanità che, gli veniva dal provenire dal medesimo tessuto sociale dei dipendenti e di conseguenza  essi lo stimavano come un primo, un principes inter paresprincipäl dunque, primo nel lavoro, ma per il resto pari a loro.  Era perciò normale che principaj e uperari la domenica frequentassero le stesse osterie e giugasan a càrti insema – giocando a carte assieme.   Se poi le ditte invece prendevano una consistenza di grandi imprese, ecco che fu necessario formare delle gerarchie. Al principal si sostituisce ul diretur, ed  ogni reparto si inquadra con un cap. Ul cap repärt  cunt ul so  galupin,[1] cioe colui che porta gli ordini ai subalterni, ul cap scuädra, i capitt . Alla umanità dei padroni si era aggiunto contemporaneamente il paternalismo espresso nelle opere di solidarietà che portano ancora il nome dei benefattori. Si pensi  per esempio alla nascita dei nostri ospedali[2],  coi reparti finanziati dalle famiglie di coloro che  verranno chiamati capitani d’industria. Il loro  nome risuona ancora nella intitolazione degli antichi padiglioni  e in molte altre opere sociali  necessarie per mantenere viva l’umanità ed il mutuo soccorso in un mondo che si trasformava rapidamente ed arrischiava di emarginare gli ultimi. Ad una società  di regiù e masere, si stava sostituendo una società di famiglie mononucleari, alla mutualità della famiglia patriarcale, doveva lentamente, ma necessariamente sostituirsi una mutualità sociale, costellata da cooperative, ospedali , asili e scuole. Sicuramente il tessuto sociale, in trasformazione stava producendo anticorpi benefici, ed a questo fu lievito la Chiesa, si pensi a Don Bosco, alle figlie di Maria Ausiliatrice che si faranno carico, della educazione e della assistenza dei bambini piccoli, quando le mamme erano al lavoro, le numerose  società operaie di mutuo soccorso, coi banchi sociali alimentari. Nel trasformarsi delle società personali in società anonime o di capitale,  quando la butega diventa  dita l’abilità della proprietà  di imprese, non più a misura di uomo si misurerà nello scegliere  capp capi e siccome nemo est profeta in patria, molte volte capitò che per porre fine a discussioni, incomprensioni ed odii si andasse a prendere un direttore di fuori, straniero,[3] possibilmente un tudesc, un cruco  memori ancora del timore e rispetto che i funzionari del mai dimenticato impero austro ungarico sapevano incutere. Si sperava che questo straniero, abile nella tecnica, poco pratico della lingua, non si sarebbe perso in sterili italiche discussioni, volgendo teutonicamente all’ obbiettivo. Ma inizialmente ogni gerarchia si basò sul naturale riconoscimento del merito dei primi collaboratori  e da lì presero forza le nostre imprese. Distinguendosi pertanto il termine  principal dal  termine padron, col tempo questo acquisirà una connotazione negativa. Soprattutto col formarsi di una coscienza di classe contemporaneamente all’affacciarsi in fabbrica dei figli e dei nipoti dei primi proprietari, che avendo studiato sui libri,  savean na riga pusè dul silabäri, volevano far vedere come si fa a fare i soldi. Disdegneranno il circolino della briscula a ciamà, per  più esclusive compagnie. Costoro, per distinguerli dai rispettati fondatori venivano definiti, nasù in dul teren dul canuf,[4] nati in un periodo ricco e quindi,  se non ben guidati ed educati alla gavèta[5] con un tirocino di fatica in fabbrica, potranno anche ignorare i sacrifici condivisi coi dipendenti, e quando nelle fabbriche nascerà la lotta sindacale saranno un facile bersaglio per l’iconografia operaia del sciur padron da le bèle braghe bianche. Ma quella canzone  mal si adatta alle nostre realtà, perchè fa riferimento ad un mondo agricolo dove  il contrasto tra il ricco, pigro e grasso latifondista ed il mondo dei braccianti era più che palese, ma quello non fu mai il nostro mondo agricolo. Le nostre terre erano troppo poco produttive, perché si fosse formata una proprietà latifondista, in sostanza mancavamo dei casali tipici della pianura padana irrigua.  I secoli avevano consentita una  diffusa proprietà di terreni magri con cascine anche malmesse, che avevano costretto i figli in soprannumero ed emigrare. Ean andai in Merica[6] a fa fortuna, prevalentemente in Sud America. Ma erano tornati, e molti  anche con i soldi necessari per comperare terreni, che proprio perchè di poco valore, i proprietari nobili avevano venduti o stavano vendendo. Da queste storie venivano i primi operai e i primi artigiani e i primi imprenditori. Forse lo si apprezza da un detto che era tanto caro alle nostre famiglie, ogni volta che si faceva riferimento ad un nonno o ad un parente prossimo di simpatie socialiste lo si indicava come un socialista, ma da qui giust. Uomo tosto, tutto di un pezzo, di quelli che con l’avvento del fascio verrà emarginato da qualsiasi attività,  non  avendo voluto piegare la testa ai nuovi padroni del vapore, ma era stato rispettato e forse non solo perché vecchio, ma autorevole. Bene quando questa nonna definiva il papà, cioè il bisnonno un socialista, ma da qui giust  evidentemente, lei che aveva fatto solo la quinta elementare, voleva evidenziare la diversità di un ideale di uguaglianza  condiviso, rispetto all’ateismo scientifico del serpeggiante massimalismo che non fu mai nostro.  Un socialismo, che unitamente al popolarismo cattolico nasceva anche come contraltare ad un liberismo che semplificava la povertà e l’emarginazione ritenendo che chi è causa del suo mal pianga se stesso, quasi che i poveri fossero causa della loro povertà. Si diceva anche Quel li al ga ne leg ne fed  associando il rispetto della legge umana alla conoscenza ed al rispetto degli insegnamenti della Chiesa. Ma il vecchio nonno fu sempre  pronto a piegarsi ai desideri della moglie quando gli richiamava i doveri di buon cristiano, l’è domenica bisogna andà a mesa, l’è Pasqua bisogna anda a cunfesass. Ecco quelle persone, che poi erano ragazzi  del 1870, furono i primi a servirsi del treno per andare a lavorare a Milano, o a Varese, furono testimoni  dei fermenti di classe e le rimasticarono adattandole alla nostra vita. Il loro ideale, sfociò nel desiderio di darsi da fare per migliorare le condizioni dei compaesani, attraverso l’associazionismo per esempio nella  Cooperativa o nella Banda musicale, che  non furono connotate politicamente. La Cooperativa fu associazione di operai artigiani ed imprenditori, il parroco ne fu presidente.  Lo stare insieme di quegli uomini rispondeva alla necessità di migliorare le condizioni di vita dei soci, offrendo mutualità nei confronti di una sorte che poteva presentarsi difficile. Si pensi ancora alle mutue sanitarie, famosa ed ancora attiva quella di Besnate, alle condotte  mediche. Contemporaneamente.  Verso la fine del XIX secolo si prese coscienza della  necessità di partecipare alla gestione della cosa pubblica, dapprima affidata ai notabili[7],  unanimemente riconosciuti  come i sciuri, ma nel senso buono del termine. A  l’è un sciur si diceva, con riferimento alla nobiltà ed al censo e anche in questo caso, mai disgiunto da una consorte o da una famiglia  sempre attiva nelle opere di bene[8]. Molte volte si distingueva  tra puarit e sciuri dicendo ul Signur di Puarit rivolgendosi a Nostro Signore, per distinguerlo dall’altro  quel di sciuri cal ga i curnitt  il demonio.   In molti casi si parlava di un gran signore come di un signuron. Ma se nella memoria, come a Busto Arsizio rimane il dispregiativo sciuazzu, vuol pur dire che ce n’erano anche di indisponenti e cattivi, cioè di quelli che dovevano guardarsi dal ciapin, quello che acchiappa, in altre parole che ti porta all’inferno. Altro argomento che non possiamo ignorare fu la permeabilità sociale. In effetti se dividiamo la popolazione in classi sociali, la divisione poteva essere fatta per censo, cioè ricchezza  raggiunta, ma se si escludono i nobili, i quali nasean gia cul marì destinò, non si e mai frapposta divisione fra persone se non per la ricchezza raggiunta se si vuole, ma la ricchezza non la si negava a nessuno, se questi aveva voglia di rischiare e di lavorare mettendosi in proprio. Certo doveva partir da una piccola ricchezza di famiglia, al duea mia veg i pè frec.  Per il resto poco importava la famiglia di provenienza, in sostanza un brau fieu pa a me tusa era l’ambizione di ogni madre. E quanto agli studi essi sono sempre stati ritenuti utili ed interessanti, basti rifarsi al detto lengi, studia, impara,  fa il dovere- leggi studia impara e fa i compiti a casa.


[1] Galupin o Galoppino in meccanica è detta la ruotina oziosa che tende la catena per evitare che scarrucoli, in sostanza fa da aiuto per il trasferimento della forza motrice

[2] Gallarate, Somma, Busto, Varese

[3] Michaud per la Rejna ad esempio.

[4] Questa espressione fa riferimento al terreno per la coltivazione della canapa o canuf, quindi un terreno molto concimato, grasso, e per la traslazione vuol significare nati in un periodo ed in una famiglia diventata ricca, molto distante da quella prima famiglia di imprenditori che fecero sacrifici immani per far fronte ai numerosi debiti necessari per diventare proprietari dei mezzi di produzione

[5] a gavetta e tratto dal linguaggio militare e fa riferimento alla gamella o recipiente per la distribuzione del rancio alla truppa. Nel linguaggio operaio il mangiare viene portato in una schisceta.

[6] Si noti come nell’eloquio, di persone con poca confidenza con la scrittura  l’America diventi La Merica per cui correttamente diventerà, correttamente andà in Merica. Non diversamente da quando si diceva L’Aradio per indicare la  radio. Montevideo è stato un luogo elettivo per la nostra emigrazione

[7] G. Bianchi , Cornaggia Medici- Sindaci di Jerago con Besnate e con Orago

[8] l’ Asilo infantile Ippolita Bianchi Gori nasce per volontà e con la donazione della famiglia Bianchi (fratelli Senatore Giulio e sorella Ippolita Bianchi maritata Gori – benestanti Milanesi Proprietari del Castello di Jerago) e con l’affido nella conduzione alle Rev. Suore figlie di Maria Ausiliatrice (salesiane) – Ma gli anni e le vicende sono simili per tutte le pari istituzioni nei paesi del Gallaratese   

Ul fer du l’acua

(testo di Anselmo Carabelli)

Se volessimo ricostruire l’origine di questo modo di dire ormai completamente perso, in uso ancora tra gli assistenti di tessitura a Busto Arsizio, si scoprirebbe che fer du l’acua altro non è che la leva di avviamento dei cari telär a frusta,  espressione gergale  traslata  anche per l’avvio delle macchine moderne con gli interruttori on- off , verde- rosso. L’espressione rimanda alla origine della nostra industrializzazione, quando l’energia nella sala di tessitura, di torni o altre macchine utensili  o in una butega  da legnamè o da farè  per dar moto a bindèla,  mola, maj, pulidura, trapan, proveniva dalla trasmision, albero di trasmissione  che girava in alto vicino al tetto su bronzine  ancorata ai pilastri o al muro perimetrale, dotato di semipulegge imbullonate in corrispondenza delle varie macchine. Questa trasmission era mossa da un motore primario che in antico all’origine della nostra industrializzazione 1820 sull’Olona, poteva essere la ruota  a pale del mulino. Il mulino prendeva a muovere quando la canaletta di derivazione dell’acqua del fiume veniva fatta scivolare di lato perché buttasse direttamente il getto sulle sue pale avviandolo e, per far ciò, ci si serviva di una leva di ferro che prese appunto nome di fer du l’aqua.  Da cui l’inizio di un movimento meccanico fu associato all’ azione della mano sul  fer du l’aqua o leva di avvio. L ’asse principale di movimento di ogni macchina antica presentava due pulegge, una solidale con lo stesso, l’altra folle che girava a vuoto. Una cinghietta,  in cuoio zinta collegava la ruota folle, con la ruota in corrispondenza della trasmissione a soffitto. In prossimità delle due pulegge della macchina la cinghia passava in una forcella collegata con la leva di avviamento. Il nostro fer du l’acua  avviava perciò la macchina spostando la cinghia dalla ruota folle a quella fissa dell’albero e in più consentiva una partenza dolce, perché la cinghia passando dalla folle alla ruota fissa con tutta l’inerzia della macchina ferma, tendeva a scivolare facendo da frizione e la macchina non si inceppava. Naturalmente le cinghie giravano sempre sia che la macchina fosse in trazione o fosse ferma  e quindi erano pericolose,  e apparvero le prime  scritte antinfortunistiche, dal perentorio invito, operaie portate vesti attillate e cuffie, capelli corti, attenti agli organi di movimento.

Gli alberi di trasmissione primaria li potevi vedere in tutte le nostre botteghe. Dai faré : gli Aliverti al Cantun, i Turi; ai Legnamé: ul Gerolum, I fradèj Cardan, ul Biganzoli, ul Rico da a Mirina, ul Giuanò e ul Salvatur dul Mola, ul Romildo, ul Sèsa  Milieto; i tesitur : Ul Carabell, ul Nibela, ul Mario Aliverti, ul Labärd, ul Tani, ul Taravela, ul Guglielmo. Prima di avviare le singole macchine quindi bisognava avviare il sistema di trazione centrale con le trasmissioni a muro e soffitto collegate fra loro da grosse cinghie e ruote più grosse e zintuni. Ma la  trasmissione di moto tra grandi pulegge di ferro solidali alle trasmissioni in alto e la piccola puleggia liscia, coassiale col rotore del motore centrale era alquanto problematica, soprattutto nelle mattine d’inverno quando il  cuoio del Zinton si irrigidiva ed allora sota cunt a pesa greca-pece greca. Si spalmava la zinta di pece a accostando il provvidenziale cilindro di pece al zinton dall’avvio riluttante e per la ravvivata aderenza via che si partiva. Certamente operando a mani nude tra motori cinghie e volani queste operazione risultavano particolarmente rischiose e riservate ad esperti macchinisti. Noi non abbiamo mai avuto mulini per colpa dell’Arno, poco affidabile; le prime macchine di moto furono motori a vapore, le famose caldaie a vapore del tipo Cornovaglia. Prima del 1907 gli unici che ne avevano erano le officine Sessa ubicate tra la via Cavour, la via Onetto e il Ria, la Reina,  e la forgia di Scaltritti Eugenio Maraz, in via Roma.  Poi li sostituirono i motori elettrici,  monumentali,  in corrente trifase dagli statori e rotori con gli avvolgimenti in bella vista, da cinquanta- cent cavaj 50 –100 H.p e l’avviamento avveniva con il sistema cosiddetto stèla- triangul. Per prima cosa bisognava collegare il motore alla line , tirando giò i curtej abbassando i coltelli che facevano da interruttore tra  la linea del motore e la linea principale. In pratica l‘interruttore era una specie di tridente con tre punte a lama di coltello incernierate singolarmente sulle tre fasi del circuito del motore, isolate tra loro, ma unite nell’impugnatura a manico di legno che consentiva, con movimento a compasso dell’impugnatura di inserire i coltelli nelle molle del circuito principale. Dopo tale interruttore i tre fili o Fäs  fasi,  entravano in una apparecchiatura chiusa dotata di volano, che  partendo con l’iniziale configurazione a stella par dag ul spont, cioè l’avvio del solo motore,  quando l’operatore avesse ritenuto opportuno dal sibilo del rotore, passava alla configurazione a triangul che permetteva il traino di tutto l’apparato di trasmissione delle macchine operatrici. Operazione più facile da fare che da descrivere, comunque ci voleva un buon orecchio per apprezzare dal fischio del motore il momento giusto per il cambio di configurazione. Oggi tutto avviene elettronicamente ed automaticamente.  Attenzione però che se per qualsiasi motivo si voleva spegnere la macchina abbassando i coltelli, bisognava per prima cosa portare al minimo carico della sala, altrimenti sarebbe partito il famoso corto, non una scintila, ma una vera e propra scalmana– un fulmine artificiale  Per questo quei coltelli venivano schermati con coperchi di materiale isolante.    

1 Telai col lancio a batter, Batireu, bastone con cinghie che lanciava la navetta

2 Sulla storia dei nostri opifici, botteghe artigiane si veda di A. Carabelli-E Riganti.” Le ricette della Nonna” da pag. 125 a pag 139 – Ed.  Galerate 2000 

3 Hp Horse power. La misura di Potenza era in Cavalli Vapore  0,760 kw.  Non dimentichiamo l’iniziale riferimento alle unità di misura nel sistema inglese, proprio della prima industrializzazione fino a tutto il 1960 quando nel mondo del lavoro europeo continentale si adottò il sistema metrico decimale. Tutti gli organi di connessione, viti, dadi, bulloni si espressero in unità decimali Ma, Mb, sostituendo il vecchi pollice o polis a  come riferimento la forza di un cavallo da tiro. Ormai abbiamo dimenticato che in assoluto il primo filatoio Janette dello svizzero Cantoni ad Arnate (il progenitore dell’industria tessile  gallaratese e bustese)  era mosso da cavalli che agivano su un tapis roulant, una specie di tappeto rotolante  sul quale i cavalli camminavano rimanendo fissi, che dava poi moto al motore primario. Ma senza andare molto lontano Enrico Riganti mi ricorda che quando la sua nonna  Paolina da piccola andava alla festa della Madonnetta di  Gornate, il giorno dell’Assunta siccome, come si diceva, tuti i salmi finisan in gloria, dopo le preghiere o devuzion come si diceva allora, c’era sempre la ricreazione, ci si concedeva anche pei bambini un giro in giostra, e quelle antiche giostre erano mosse da motori a cavallo.  Gli stessi animali che poi trainavano le carovane dei giostrai, itineranti da fiera in fiera. 

A curent eletrica – la distribuzione della corrente elettrica

La produzione e la distribuzione di energia elettrica fa data dal 1906 e consentì di potenziare le attività sorte per la produzione di manufatti artigianali con l’ausilio del motore elettrico. Ne beneficiarono le produzioni: tessili, meccaniche per la fornitura di molle ed assali richieste dai mezzi di trasporto, le falegnamerie con le loro varie applicazioni: pesi e misure, casalinghi, mobili per la casa. Fino al 1900 tutta l’energia meccanica richiesta era fornita dal lavoro manuale, dal lavoro animale, dal lavoro meccanico dei mulini ad acqua e dal 1850 dalla macchina a vapore. La  consistenza per la provincia di Milano in termini di potenza installata delle macchine a vapore si poteva stimare nel 1876 in 9.403 Hp. forniti da 565 caldaie, e nel 1889 in 32.478 Hp. forniti da1557 caldaie. Il comprensorio di Gallarate e Legnano nel 1891 allineava 253 caldaie con 7.968 Hp . Fino al 1900, disporre di un patentino per la conduzione di caldaie a vapore era un titolo assai ricercato presso il personale tecnico. Il vapore fu per noi, prima del motore elettrico, l’unica possibilità moderna di disporre di energia, ma fu usato solo in tre officine: Sessa, Rejna e Scaltritti Maraz. Per ovvi motivi geografici non potevamo utilizzare energia meccanica da molini, mancando corsi di acqua a regime costante. Questa attività fu riservata verso gli albori del 1800 alla sola Valle dell’Olona. A Castiglione, a Gurone, a Malnate si cominciò ad utilizzare industrialmente la forza motrice del fiume. Lì nacquero i primi opifici tessili con filatoi e con telai meccanici accanto ai mulini per grani, mutuandone la tecnica di presa della forza meccanica. Osserviamo anche, come nelle nostre officine più vecchie sia assente la caratteristica struttura verticale a più piani, tipica degli opifici anteriori al 1850, funzionali ad una attività con prevalente manualità operaia. A Jerago il solo edificio a due piani fu quello della antica officina di bilance a pendola del Sig. Ambrogio Macchi in Via San Rocco. I nostri edifici industriali sono più recenti datano dal 1890 e furono costruiti su di un unico piano orizzontale con capannoni avvicinati, formanti sale i cui tetti poggiano su colonne in ghisa grigia, in ritmi fissi detti a shed . Essi saranno costruiti in modo similare fino al 1940 grazie ad uno standard modulare di capriate e travi in legno da posizionare su colonne prefabbricate che consentono la copertura di ampie sale richieste dalla meccanizzazione della produzione moderna. Ancora oggi possiamo osservare queste architetture industriali in quelle che furono: l’edificio centrale della ditta Sessa in via Onetto, la casa della musica ex fonderia Sessa in Via Roma, l’edificio della Tessitura di Anselmo Carabelli in Via Cavour, la falegnameria Caruggi in Via Dante. La ditta Rejna è stata completamente rifatta ed all’archeologia industriale, lascia quale testimonianza di un’epoca la Caserma e le Casermette e le Ville dei dirigenti. Le Casermette e la Caserma furono costruite con concetti modulari e nacquero come abitazione degli operai dipendenti, rispondendo al cosiddetto paternalismo industriale. In Germania tali costruzioni presero il nome di Mieten Kasernen – case in affitto per operai, da cui il nostro : Caserma e Casermette. Di rilievo anche se più tardo il complesso industriale della ditta Liasa ad Orago, integro e sorto su unico progetto. 

Distribuzione di energia elettrica 

 L’anno 1906 segna l’inizio della distribuzione di corrente elettrica . In Cazzani  si legge :”il 9-4-1906, fu concesso alla “Società lombarda per distribuzione di Energia Elettrica, l’esecuzione per la conduttura elettrica interessante il Comune e fu ratificato il contratto per l’impianto di Illuminazione Elettrica in Jerago, già stipulato il 21-1-1902 con la Società Cooperativa di Jerago.” La prima cabina elettrica di trasformazione fu in prossimità della Piazza Vittorio con accesso dalla via Garibaldi. Tuttora esistente.

In tutte le case da quella data si cominciò a pagare il servizio in base alle lampadine installate, ma successivamente, siccome i carichi divennero eccessivi, si introdusse il limitatore di portata ul magatèl  saltimbanco . Più tardi arrivò ul cuntadur da a Vizzeula –Il contatore della Società Vizzola. Appaltatori per gli allacciamenti il Sig. Aperlo di Cavaria e il Sig. Zaffaroni di Orago. 

Riteniamo utili le seguenti note datate 1924, riguardanti l’Industria della produzione e distribuzione di energia elettrica “Nelle vicende della produzione dell’energia elettrica, la nostra zona ha veramente importanza storica, perché a Vizzola Ticino, nacque nel 1900 (secondo in Italia dopo quello di Tivoli) l’impianto idroelettrico più grande esistente allora in Europa con 20.000 H.P. (0.760 Kv n.d.r). L’inaugurazione ufficiale avvenne nel 1901 con l’intervento delle Loro Maestà. E quella data segna l’inizio di un trentennio di sviluppo magnifico delle industrie idroelettriche e parallelamente di tutte le industrie italiane. La Società Lombarda per distribuzione di energia elettrica, costituitasi nel 1897 per lo sfruttamento delle forze idrauliche del Ticino, già nella primavera del 1900 iniziava la fornitura dell’energia elettrica, e gli stabilimenti allora esistenti cominciarono a sostituire alle vecchie macchine a vapore i nuovi motori. Nel gallaratese erano allora solo 400 H.P. che venivano utilizzati come forza idroelettrica e salirono a 8.000 nel 1914 per raggiungere oggi i 14.000 H.P. Ma la Società lombarda col progresso del tempo estese ancor più la sua attività di sfruttamento delle forze idrauliche, per allargare i suoi impianti sfruttando anche altre zone e costruendo le centrali idroelettriche messe in funzione a Turbigo nell’ottobre 1904, a Masino nel giugno 1911, a Màllero nel Maggio 1912, a Poschiavo in Valtellina nell’agosto 1920, oltre la centrale a vapore di riserva e di ausilio a Castellanza, sorta nel giugno 1904. E’ in costruzione la centrale idroelettrica di Carona in Valle Brembana e viene poi acquistato un quantitativo notevole di energia da altre società (principalmente Brusio) e trasformata nelle stazioni di Tirano, Parabiago e Varano. Complessivamente la Società Lombarda che alimenta le industrie di una zona assai estesa della Lombardia, dispone di una potenzialità di circa 143.200 H.P di energia pari a Kilowat 105.300 compresa l’energia di riserva. Il consumo della nostra zona gallaratese rappresenta circa un settimo del totale dell’energia netta da perdite. La tensione nelle linee va da 500 fino a 130.000 volt. La Società Lombarda ha indubbiamente attuato, dopo il primitivo impianto di Vizzola, un ottimo piano di sviluppo che non si arresterà, vogliamo credere, allo stato presente. Ma unitamente alla Società Lombarda sono sorte diverse società rivenditrici che acquistano l’energia dalla società produttrice, e si dedicano alla piccola distribuzione per gli usi domestici, per illuminazione riscaldamento e per le piccole industrie. Queste imprese nella nostra zona gallaratese raggiungono il numero di 23 di cui 15 ditte e 8 aziende municipali. La più importante è la Società Alto Milanese con sede a Busto Arsizio. Complessivamente queste società nella nostra zona Gallaratese dispongono di circa 4.000 H.P. di forza. Non vogliamo tralasciare questi brevi cenni sulla industria elettrica senza avere rammentato che l’energia per trazione ferroviaria, veniva prodotta a Tornavento con un impianto esclusivamente a vapore della Società Mediterranea, la quale nel 1902 iniziava il servizio elettrico sulla Milano-Varese. Attualmente però la centrale di Tornavento, che era di 3000 H.P., non è più in funzione e l’energia proviene da Varzo, fornita alle Ferrovie dello Stato dalla Società “La Dinamo”. 

Nelle nostre realtà si possono apprezzare tangibilmente le ricadute delle invenzioni tecniche e delle scoperte scientifiche, quali il trasporto via ferro e la distribuzione dell’energia elettrica. Le crisi ricorrenti, gravissime all’inizio del processo della industrializzazione a far tempo dal 1870, saranno inizialmente più sofferte, non essendo attivi istituti di aiuto e previdenza sociale, attuati sistematicamente solo con la costituzione degli appositi istituti previdenziali verso il 1930. Ciò inizialmente causò la citata migrazione di uomini in Sudamericana o anche verso la Francia. Di quest’ultima, perlopiù stagionale, abbiamo trovato il ricordo, ma non la documentazione. Molti emigrati, raggiunta all’estero una buona posizione economica rientrarono verso la fine del 1800, potendo finanziare oltre all’acquisto delle già accennate disgregantesi antiche proprietà fondiarie, l’avvio delle prime attività artigianal-industriali 

Le prime attività meccaniche jeraghesi nascono nel 1871 per iniziativa di Giuseppe Sessa, nella sua bottega del Tougnon. Ma anche altri operano nella officina di casa propria, ricavata sota ul portig, seguendo un desiderio di emulazione  che li spinse a lasciare l’iniziale collaborazione cul so Principäl per tentare fortuna in proprio, affidandosi alle sole esperienze acquisite ed alla grande volontà e capacità di lavoro. Nasce la figura del farè che sa lavorare il ferro, del Furgeron che lo plasma a martello o al maglio. Nel racconto di Enrico Riganti rivivono: “il mantice in pelle che dava l’aria alle fucine, azionato da una corda legata ad una pedaliera su cui si affatica il piede dal garzone che, vestale dei tempi moderni, si preoccupava di tenere ardente il carbon- coke già sminuzzato, mentre con le tenaglie girava e scaldava al calor rosso il pezzo di ferro da lavorare. L’incudine sul ceppo di legno, il pesante martello, le mazze, gli stampi, le chiodaie; quattro giovani si alternano a battere la mazza. Il rullare del martello del forgiatore sull’incudine, per dare il tempo a quei battitori,.. era una scarica di mazzate che si riversava sul pezzo caldo da forgiare. Artisti anche della saldatura tramite bollitura, come si chiamava allora la saldatura “per giustapposizione” dei pezzi, che avvicinati incandescenti e fortemente battuti si sarebbero indissolubilmente legati. Grandi le ruote dei trapani a mano, azionate dai garzoni, le cui punte a lancetta erano state fabbricate dagli stessi fabbri. I seghetti per tagliare il ferro ricavati dalle ranze vecchie, le falci smesse cui essi facevano la dentatura e poi temperavano. Anche questa della tempera fu una grande abilità dei nostri fabbri, riversata nelle costruzione degli assali e delle molle a rolò da carro – balestre, per la cui resistenza alla sfibramento Jerago giustamente andò famosa. Le lime quando non tagliavano più venivano rigenerate rinvegnù con uno scalpello dopo averle riscaldate . Ma si costruivano anche gli strumenti per il proprio lavoro, ci si ricorda di quando Fermo Riganti il padre del Frà, fece il filetto ul verman della morsa per il suo banco di lavoro. Dopo aver segnato la traccia del passo, sul cilindro che avrebbe dovuto fungere da maschio. Su di esso, aviluppandolo col tondino di ferro fece una spirale e la saldò ad ottone seguendone la traccia. Così potè costruirsi la morsa.”. Quei primi artigiani come si diceva ean bon da fag i gamb ai musc sarebbero stati capaci di fare gambe alle mosche, ma generalmente lavoravano su schizzi. Il grande passo fu produrre per le grandi ditte che stavano introducendo il lavoro in serie. Siamo ormai all’inizio del 1900 quando gli artigiani dovettero acquisire mentalità industriale e trasformare le botteghe in ditte, altre sorgeranno ex novo, saranno pronti per l’ulteriore impulso che verrà dalla distribuzione della energia elettrica nel 1906 . La Sessa Giuseppe e figli – e la Rejna sono un esempio di quelle due possibilità arrivando ad occupare nel 1911 complessivamente ben 500 dipendenti. Non solo gli stessi collaboratori più ingegnosi diverranno capi tecnici e disegnatori, nasceranno le figure dei direttori generali, degli amministratori, come lo fu il Sig. Leone Michaud, di nazionalità francese, entrato in Rejna nel 1904 della quale divenne direttore nel 1905. Nella stessa ditta arrivò l’ingegner Dugnani, cui nel 1913 segui l’ingegner Pellizzari, a conferma della necessità di uomini dalla professionalità non più solo pratica. Queste ditte, nello sforzo di migliorare la loro produzione, si preoccuperanno di insegnare disegno tecnico aggiustaggi e rudimenti di meccanica ai propri dipendenti, con l’aiuto di insegnati quali il Sig. Giuseppe Cassani Pepinetu e Gino Riganti che fu apprezzato pittore e ritrattista.

1 La struttura orizzontale consente la corretta distribuzione della trazione meccanica per tutta la sala. I motori saranno sistemati nella apposita sala ubicata in testa ai capannoni. Essi saranno collegati con cinghe e pulegge agli organi di trasmissioni del moto e trarranno energia: in un primo tempo dall’ acqua, come nei molini, dal lavoro animale, con tapis ruolants sui quali si muovono buoi o cavalli,   poi dal  vapore ed infine dal 1906  dall’elettricità. Il primo stablimento Rejna fu mosso da macchina a vapore. L’energia meccanica viene distribuita in sala dal moto continuo delle  trasmissioni collegate al motore centrale con puleggia e cinghia –zinton, opportunamente cosparsa di pece – pesa greca in funzione antislittamento. Le trasmissioni consistono in  lunghi alberi in acciaio che si sviluppano per la lunghezza del capannone  a ridosso delle travi di imposta del tetto. Sono supportate da bronzine ancorate alle colonne e, nell’ intercolonnio di 6 mt, sono  appoggiate su  un supporto a sbalzo che scende dal punto centrale della trave del tetto. Piccole semipulegge in legno, riunite con bulloni, vengono bloccate sulla tramissione laddove sia necessario prelevare il moto da trasferire alla macchina utilizzatrice (telaio, macchina utensiletornio cono-puleggia) tramite una cinghietta di cuoio. Questa, lunga diversi metri, unisce la puleggia dell’albero di trasmissione alle  due pulegge dell’albero motore della macchina utensile. Delle due pulegge, coassiali all’albero della macchina, una gira a vuoto l’altra è fissa all’albero e lo trascina. Per avviare la macchina è sufficiente con una apposita leva del telaio o del tornio -detta fer du l’aqua -azionare un meccanismo a forcella che sposti la cinghia, dalla ruota libera che gira a vuoto a quella che traina. La cinghia in cuoio passando da una ruota all’altra frizionerà consentendo un avviamento dolce alla macchina. Sicuramente bisognava prestare molta attenzione perché le cinghie non agganciassero vesti o capelli delle operaie. Ragion per cui nelle vecchie fabbriche erano diffusi cartelli del tipo: Operaie portate vesti attillate, cuffie o capelli corti.  I capannoni erano illuminati dall’alto tramite lucernari rigorosamente esposti a nord. Infatti il sole, non doveva mai penetrare direttamente nella sala, pena l’impossibilità di operare per abbagliamento nei giorni di pieno sole. Fer du l’aqua, trova  la sua origine per pari funzione di avviamento, dal nome dialettale dato alla leva di ferro manovrando la quale, si spostava il canaletto di legno che prelevava l’acqua dal fiume e la convogliava sulle pale del molino per avviarlo. 

2 Jerago la sua storia Pag. 281

3 In : Origini e sviluppo delle industrie del Gallaratese. 

4 A conferma di questo rientro rovistando in vecchi portamonete, di quelli che ci si tramanda gelosamente in famiglia, come se fossero piccoli tesoretti, non integrati o arricchiti da velleità numismatiche, si potranno rinvenire monete: argentine, francesi, greche e inglesi, testimonianza dei loro viaggi di emigranti. Un prozio, un bisnonno che andò a lavorare all’estero, lo abbiamo avuto tutti e non è necessario provenire dal sud Italia

5 Principal- datore di lavoro. Nel dialetto antico il proprietario di fabbrica viene identificato come Principal- quasi un princeps un primo per esperienza tra coloro che altrimenti gli sono pari. Il termine Padron nasce dal riferimeto alla proprietà dei mezzi di produzione, ma con la conflittualità latente nel rapporto subordinato di lavoro potrà assumere anche una valenza dispregiativa . 

Il 26- 9- 1865 nasce ad Orago una delle più antiche tintorie e tessiture organizzate con concetti industriali

La presenza dei mulini: Molinello Isimbardi, verso Solbiate, Giambello, Scalone, verso Oggiona,   sono essenziali perché  si installi ad Orago, al confine della frazione di Cavaria una delle più antiche tintorie e tessiture italiane, la fratelli Sacconaghi; non dimentichiamo che all’epoca Cavaria era frazione di Orago. La vicenda   viene descritta dal Prof. Vittorio Macchi. Verso il 1850 Girolamo Sacconaghi, cittadino svizzero, ma emigrato, di antica famiglia gallaratese, lascia Faido nel Canton Ticino, per impiantare una tintoria presso un antico mulino sull’Arno in località Martinasc, nome italianizzato sulle mappe in Martinazzo, posto ai confini dell’allora comune di Orago e uniti  e quello di Oggiona, che poteva  avvalersi della forza motrice del Molino Martinazzo con una ruota di 2,15x 0,60. Tale tintoria è il primo complesso creato con criteri innovativi sia per impianto che per nuove tecniche introdotte già oltralpe. La tintoria Sacconaghi di Orago è dunque una delle più antiche dell’alto milanese. Poi fu trasferita nella sede attuale ormai dismessa, nella zona sotto la stazione ferroviaria  al confine tra il territorio di Orago e la sua frazione di Cavaria prese il nome di Tintoria Fratelli Sacconaghi e poi tintoria di Cavaria fino alla chiusura avvenuta all’inizio degli anni 2000.

Chi conosca la vicenda gallaratese di Cantoni, indiscusso pioniere della attività cotoniera  Italiana, cittadino svizzero, trasferitosi a Vercelli per vendere granaglie, poi realizzatore del primo cotonificio ad Arnate attrezzato dei famosi filatoi Jannette di diretta importazione inglese), avrà modo di  notare  una somiglianza con le vicende delle  nostre località e dei nostri uomini essi pure pionieri dell’industria. La tintoria oraghese di Girolamo Sacconaghi apre la via alla nascita della tessitura Introini  poi Maino a Cavaria ed alle future iniziative meccaniche. Che vanno lette con l’ausilio delle note successive.

Il rilevabile aumento della popolazione, presumibilmente frutto della assistenza sanitaria statale configurata dall’ Imperial  Regio  Governo Austriaco e attuata proprio a Orago  con la condotta medica austriaca (supra),  rilevabile  nel commento al libro del  dott. Minonzio, è motivo di spinta all’emigrazione, ma contemporaneamente contribuisce  all’impresa di costruzione della linea  ferroviaria che negli anni 1860 darà lavoro a molti braccianti e carriolanti locali e carrettieri. Risollevando le economie familiari  rese precarie da annate caratterizzate dalla malattia delle viti e dagli scarsi raccolti. L’esercizio della ferrovia consentirà la prevista diffusione delle attività industriali che si insediano proprio dove sono presenti potenzalità di braccia. Con accezione moderna si parla di attività labor intensif. Che hanno delle ben precise date- 1858 – la ferrovia, 1908 – la stazione di Cavaria , 1904 – la distribuzione della energia elettrica.

 

Emigrazione

 Anno 1868[1]

 

 

Popolazione Emigrati nelle Americhe
Albizzate 1126 60
Caidate 568  

23

 

Cairate 1419 201
Menzago 467  

18

 

Oggiona-Jerago 721  

16

 

Orago e Cavaria 664 29
Quinzano 313  

16

 

Solbiate Arno 729 20

L’emigrazione considerata è verso l’America ed Ercole Ferrario[2] annota che “pur troppo si aggirano in questi paesi certi incettatori che traendo argomento dalle angustie dei contadini, ed approfittando del loro malcontento, li sobillano e li conducono ad andare in America, ritraendo a quanto si dice, un tanto per ogni individuo che mandano a certe società, che con molta arte fanno la tratta dei bianchi. Corrono altresì fra le mani del popolo alcuni opuscoli, nei quali si decantano le ricchezze d’America, e si mostra quali larghi guadagni possa farvi anche il più zotico contadino.  Affinché questo scritto riuscisse meno incompleto e monco, sarebbe stato necessario di dire qualche cosa circa la sorte che tocca a cotesti spatriati, giunti che siano nelle Americhe, e ciò io desiderava ardentemente di poter fare. Ma oltreché l’emigrazione cominciò da pochi anni, e non ne sono perciò finora ben manifesti gli effetti, le notizie provenienti di là sono scarse né sempre sincere, sicché non se ne può fare grande calcolo. Tuttavia per quanto pare e stando sempre sulle generali, non trovan tutti colà quell’abbondanza che vagheggiavano partendo: anzi si sa di talune, né infingardi, né inetti che si lagnano della risoluzione presa, e volentieri tornerebbero al paese nativo se non li trattenesse per una parte il timor delle beffe, e per l’altra la mancanza od insufficienza dei mezzi necessari al viaggio. Ben è vero che parecchi dopo alcuni mesi mandarono un po’ di denaro per soccorrere alla famiglia abbandonata. E più spesso per somministrare ad altri i mezzi onde espatriare e raggiungerli; e questo è un prepotente incentivo per spingere de nuovi alla partenza e forma il più valido argomento per strombazzatori della felicità e delle abbondanze americane.”

Il Ferrario dettaglia  i motivi che spingono tanti agricoltori alla partenza:

-La siccità, che più o meno intensa dura da 7 anni in questa plaga e che nuoce di preferenza al granone (mais) il quale forma la base dell’alimentazione dei nostri contadini

-la malattia delle viti[3], che data da quasi 20 anni e l’atrofia dei bachi da seta, disgrazia peggiore ancora e più rovinosa ai nostri paesi, che, cominciata da 12 anni, non lascia speranza di essere vicina a cessare

-Le terre sfruttate, perché concimate troppo poveramente ed a motivo del patto economico da noi in uso, non coltivate secondo la più conveniente ed utile rotazione agraria.

-Le imposizioni, massime provinciali e comunali, troppo gravose

– L’accrescimento di valore di ogni oggetto necessario alla vita, non punto equilibrato o compensato da accrescimento di rendita.

– La mancanza di lavoro nell’inverno.

Se le considerazioni del Ferrario sono valide per tutta la pieve, Orago rappresenta una situazione felice nel contesto agricolo locale perché nella pianura  attorno all’Arnetta l’irrigazione consentita dai canali senza nocumento di ristagni, consentirebbe di seminare più largamente la segale, orzo e farro, cereali  atti ad un’alimentazione più nutriente del granone e del riso, anche il grano saraceno e le patate dovrebbero coltivarsi più che non si faccia.

Non si dimentichi che il prezzo degli affitti costringeva il conduttore ad una semina intensiva di mais.[4]

Ma nel nostro caso oraghese si trattava di opera pia e di origine cristiana, quindi con riguardo alla persona.

La coltivazione del mais a svantaggio degli altri cereali, che anche se quantitativamente più appagante in territorio umido, produce per chi se ne nutre prevalentemente, una avitaminosi del complesso B e quindi la malattia della pellagra,  però non viene rivelata nella realtà oraghese dal  medico condotto. Si semini più largamente la segale e si torni alla coltura degli orzi e non si trascuri il farro invita Ferrario. L’analisi che fa il Ferrario è comunque legata alla sua esperienza di medico nel samaratese. Ferrario fu testimone dell’origine dell’industrializzazione, ma ne pare critico per i suoi effetti negativi, soprattutto per la rottura del patto di mutualistica assistenza che la famiglia patriarcale contadina ha sempre offerto alle avversità della vita nei confronti della famiglia mononucleare.

[1]A conferma dell’importanza dei vigneti si veda quanto terreno nel perticato di Orago fosse vitato circa 280 pertiche. Altra conferma come il Lampugnani nella sia volontà testatoria gratifichi il Cardinale Pozzobonelli suo amico di 2 botti di vino della nostra collina.

[2] Abbiamo letto nel testamento Bonomi come le rendite del possesso di Orago fossero importanti e queste derivavano dagli affitti o dalla conduzione in proprio tramite fattore delle proprietà agricole.

[3] Dati rilevabili dagli atti sulla relazione letta da Ercole Ferrario, Intorno alla  Emigrazione che avviene nel circondario gallaratese” in occasione dell’adunanza del  Reale istituto lombardo di Milano 4 giugno 1868, Busto Arsizio, Freeman editrice, 2002

[4] Marco Sandroni, Un medico ed igienista dell’Ottocento lombardo – Ercole Ferrario- Samarate 1816-1897 – Biblioteca comunale di Samarate, 1997