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Il campanile romanico di Jerago

di Carlo Mastorgio (Sopraintendenza archeologica della Lombardia) – Maggio 1991

Testo apparso in Un popolo in Cammino – Maggio 1991 e poi ripubblicato nella raccolta di scritti in occasione dell´inaugurazione del campanile nell´ottobre 1991

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La vecchia chiesa parrocchiale di S. Giorgio e´documentata solo dal XIV sec. (per  esattezza, dal 1398).

Pero´, titolo e ubicazione, gia´per se stessi la retrodatano ad epoca molto piu´antica. Inserita nel vecchio tessuto urbano, essa e´senz´altro la prima cappella della comunita´e probabilmente eretta in quelle fasi della cristianizzazione, allorche´ i canonici, dal vicino centro plebano o battesimale di Arsago Seprio, diffondevano la nuova religione nelle campagne e nei piccoli villaggi circostanti.

La dedica a San Giorgio e´tipica dell´epoca longobarda per la nota associazione del “santo guerriero” con il carattere spiccatamente belligerante di quel popolo barbarico.

Tutto cio´porta a pensare che l´edificio ebbe una fase preromanica, seguita da una romanica, indi da altre che successivamente, per ragioni legate ad aumenti demografici,  hanno sostituito, inglobato o parzialmente alterato le strutture architettoniche primitive.

Nulla sappiamo della fase preromanica anche perche´mancano sia una lettura stratigrafica delle strutture verticali sia un saggio archeologico sotto l´attuale pavimento. Pur tuttavia tale fase e´intuibile; se non altro perche´e´storicamente accertata la presenza, a Jerago, di nuclei familiari in epoche anteriori al Mille (come esempio, basta citare qui due importanti personaggi, Teudelaberto e Ato di Jerago, presenti come testimoni nel 976 ad una permuta di terreni nel territorio sepriese).

Per quanto concerne la fase romanica e´notizia di oggi, in quanto essa e´emersa in seguito ai recenti lavori di ristrutturazione della torre campanaria. Questa nascondeva infatti, sotto l´intonaco, l´originario paramento murario. Tolto il rivestimento, sono tornate alla luce le cornici di archetti pensili e le monofore, ossia quei particolari tecnici e stilistici tipici dell´architettura romanica (sec. XI e XII). Ulteriori indagini potranno in futuro meglio precisare l´iconografia e l´esatta cronologia di questo monumento.  In questa sede e´sufficiente dare qualche sommaria informazione. Innanzitutto si tratta di un campanile alto, snello, con base quadrata ma non sufficientemente ampia da far presumere un innalzamento sui resti di un torrione altomedievale e quindi facente parte di sistemi difensivi. Anche le aperture, del tipo a tutto sesto, sono sufficientemente ampie e non a feritoia.

Nessun utilizzo, quindi, a scopo di fortificazione o di segnalazione ma semplicemente un utile monumento al servizio civico e religioso della piccola comunita´ jeraghese.

L´apparato murario del campanile e´composto da materiale eterogeneo; poca la pietra quadrata, parecchia quella scheggiata, diversi i ciottoli, qualche laterizio. Il tutto disposto in corsi un po´irregolari con un buon letto di malta. La parte alta e´stata rifatta in epoca successiva distruggendo l´originaria cella che doveva essere interessata dalla presenza di bifore. Nel rifacimento sono stati infatti riutilizzati i frammenti delle colonnine originarie in pietra. Ogni parete e´divisa in ripiani da tre grandi specchiature, abbastanza profonde e chiuse in alto da tre archetti in cotto. Anche gli archivolti delle monofore sono formati da vecchi laterizi posti in costa e sormontati da un bardellone pure in cotto.

Quest´ultimo particolare e´abbastanza caratteristico e trova riscontri in altri edifici del territorio padano datati all´XI secolo (1000-1100). La cosa  che piu´colpisce e´che questi laterizi sono tutti di fattura d´epoca romana; la maggior parte embrici con il tipico risvolto e, sorpresa nella sorpresa, addirittura una suspensura cilindrica ovvero uno di quei pilastrini che sostenevano il pavimento di un ambiente romano riscaldato facendo circolare sotto l´aria calda.

Or bene, tutte queste profilature di cotto, inserite nella pietra grigia del paramento, determinano uno stupendo cromatismo che potra´essere meglio apprezzato allorche´verranno tolti i ponteggi del cantiere.

La vecchia chiesa parrocchiale di san Giorgio va schiudendo cosi´i misteri del suo glorioso passato con sempre piu´larga chiarezza, lasciando perplessi gli storici, ammirati i tecnici e soddisfatti quei “pochi” che veramente credevano nella vetusta´ dell´edificio. Il cammino iniziato merita tutta la piu´ ampia fiducia e l´appoggio morale e finanziario perche´ la volonta´ di fare qualcosa di utile e di bello, non distruggendo ma salvando, ha gia´regalato alla comunita´ di Jerago questo stupendo campanile romanico che, in definitiva, e´il piu´antico monumento del paese.

Chiesa Parrocchiale di San Giorgio in Jerago (Cenni storici)

(fonte immagine: parrocchiasangiorgio.it)

Redazione e ricerche curate da Anselmo Carabelli, alla data del 20/7/2009

 

Anni 1917-1927

Parroco –Don Massimo Cervini ( Castronno 1879- Jerago 1945) – parroco di S.Giorgio Jerago (1916-1945)

 Dinamica della popolazione  Anno– Abitanti:  1907-1085 / 1913-1550 / 1923-1865

 

Ultimo ampliamento della antica chiesa parrocchiale anno 1881 ad opera dell’ ing. Graffonaia. La vecchia chiesa fu dismessa al culto dal 16-7-1927. Usata successivamente come oratorio fu poi abbandonata al degrado dal 1957.

 Stato odierno della antica chiesa di san Giorgio: Restaurata per volontà di  don Angelo Cassani- (Sedriano 17/08/1934- Jerago 02/12/2006,  parroco di san Giorgio in Jerago 1987-2006)

 

Motivazioni per la nuova costruzione (ricavate dallo scrivente consultando gli incartamenti in merito):

 

 La possibilità di ampliamento della chiesa antica, richiesto dall’avvenuto raddoppio della popolazione, era  impedita nella dimensione della larghezza dall’essere l’edificio ristretto  tra campanile, canonica e  cascina (equile); si rendeva perciò necessario procedere ad un ulteriore e sproporzionato allungamento, come già eseguito nel 1881.  Si scelse così  di affrontare una nuova costruzione disponendo all’uopo di un terreno parrocchiale, adiacente alla canonica, in posizione S-SE  e centrale per il paese. Il terreno era dedicato a prato , con accenno di discesa collinare verso E , senza alcuna costruzione preesistente.

1921 si affida lo studio all’arch. Oreste Benedetti di Milano

          -Si eseguirono i primi sondaggi sul terreno per verificare la condizione del terreno su cui posare le fondamenta e valutare l’entità dei lavori per le fondazioni.

  • 1922 presentazione dello studio dell’arch. Benedetti alla Commissione Arte Sacra della Curia Arcivescovile e conseguente approvazione di tutti i disegni relativi
  • Passaggio alla fase esecutiva e Costituzione della commissione pro erigenda Nuova Chiesa nelle persone del Sig, Parroco Don Massimo Cervini, dei fabbricieri, dei Sigg.: Leone Michaud, Dionigi Cardani, Sessa Riccardo, Biganzoli Paolo, Anselmo Carabelli.
  • Affidamento della costruzione al capomastro Bianchi Giuseppe
  • 1923 / 22 aprile– posa prima pietra
  • 1924 / dicembre – posa del tetto
  • 17 luglio 1927 la nuova chiesa è aperta al culto.

Elenco delle strutture architettoniche trasferite dalla chiesa vecchia alla chiesa nuove dal 1927  indicazione di nuove acquisizioni e costruzioni

 

 -Febbraio 1927 inizio opere di preparazione al trasferimento dell’altare maggiore da posizionare su fondamenta riempite di bitume per una profondità di 280 cm con sezione quadra di lato 160 ( per reggere tiburio e mensa). Rimozione della  prima pietra poi riposizionata sotto la mensa dell’altare maggiore (disegni in archivio)

Riposizionamento del fonte battesimale rimuovendolo dalla antica cappella della  chiesa vecchia nella stessa zona dell’attuale battistero.

Marzo 1927 trasporto dell’altare maggiore ad opera del marmista Provasi di Crema

L’Altare maggiore proviene dalla vecchia chiesa di san Giorgio ed era stato costruito in marmo, sostituendo il precedente in legno. Fu realizzato nella bottega del marmista scultore Francesco Rossi  di Milano  intorno al 1801 al prezzo di 1250 lire austriache. L’adattamento lasciava scoperti i fianchi che furono chiusi con finto marmo eseguito dal sacerdote teologo Giuseppe Porporato. Questi, coadiutore di Alpignano (To), fu inviato da suor Agnese sorella del parroco, residente ad Alpignano.

 

Aprile 1927 –  Inizio posa del  pavimento ad opera della ditta Cagnoni di Malnate

  • Scala di accesso al pulpito eseguita dalla locale officina di Innocente Aliverti

Giugno 1927 -messa in opera del pulpito ligneo, eseguito dalla locale falegnameria di Cardani  Abramo su  disegno  dell’architetto Benedetti

  • Trasporto dei seggi del vecchio coro ad opera ed adattamento del falegname Luigi Cardani, i seggi mancanti e aggiunti per le nuove dimensioni del coro furono eseguiti dalla falegnameria di Cardani Enrico
  • Adattamento dell’arredo in legno della sacrestia, opera della falegnameria di Cardani Gerolamo
  • Le porte di ingresso, le laterali di accesso ai vani accessori furono eseguite dalla falegnamerie locali : Luigi Cardani, Gerolamo Cardani, Sessa Giovanni, Sessa Luigi
  • Costruzione delle balaustre laterali all’altare maggiore costruite in graniglia di marmo e posate dalla ditta Terzaghi e Gritti di Induno Olona
  • Riposizionamento della balaustra frontale della vecchia chiesa nella nuova con adattamento per la parte mancante causa le diverse dimensioni con finto marmo ad opera del già citato sacerdote Giuseppe Porporato di Alpignano
  • 1929 installazione dell’organo trasferito e riadattato dalla chiesa vecchia ad opera della ditta Maroni Giorgio di Varese (le canne piu antiche si fanno risalire al 1600)
  • 1929 Costruzione del vano della Cappella di San Carlo con traslazione dell’altare con paliotto e fiancate in scagliola intelvese datate 1759. Ricollocazione della Pala col quadro del Santo, opera del Pittore Carsana di Bergamo, eseguito nel 1881 (il vecchio quadro è dal 1881 sito in San Rocco),  adattamento e ricollocazione dei marmi a cornice eseguito dal marmista Provasi di Crema
  • Costruzione del vano per la Cappella mariana ed installazione dell’antico altare della BV del Carmine , risalente al 1759, costruito quando, per effetto del secondo ampliamento della vecchia chiesa fu demolita l’antica facciata, che recava nell’interno, a destra del portone di ingresso, la quattrocentesca sacra immagine mariana. Tale altare rimosso nel 1943 con la costruzione del nuovo altare, è stato spostato nella cappella  dell’ odierno cimitero di Jerago in località alla Pigna.
  • 1931 Lampadari in ferro pendenti dalle arcate della navata centrale, eseguiti dalla ditta Innocente Aliverti su disegno del Pittore Ambrogio Riganti
  • 1932/ 14 settembre– consacrazione della Chiesa ad opera del Beato Cardinal Ildefonso Schuster
  • 1936/1940 realizzazione di tutto il ciclo pittorico della chiesa ad opera del pittore Emilio Orsenigo di Varese (Catino absidale – Cristo In Maestà) (altare maggiore ai lati – Ultima cena – moltiplicazione dei Pani) (Cappella della BV del Carmelo – suffragio alle anime penitenti – istituzione dello scapolare) (Cappella di San Carlo- San Carlo nel lazzaretto con gli appestati- processione eucaristica per Milano) (volta centrale- episodi  della vita di San Giorgio)  (cupola –Gloria di San Giorgio) (Vele dei raccordo alla cupola- i quatto evangelisti )
  • 1948 nuovo simulacro della BV del Carmelo, per volontà de Parroco don Carlo Crespi,  opera in legno dello scultore Franco Molteni di Cantù – La statua antica sarà ricollocata in San Rocco
  • 1968 costruzione della cappella invernale voluta da don Luigi Mauri,  architetto Moglia di Gallarate. Le vetrate sono opera del pittore Giordano Crestani (i discepoli di Emmaus- Moltiplicazione dei pani e dei pesci)
  • Tutte le altre vetrate istoriate nell’interno della chiesa sono opera del pittore Giovanni Cassani. Partendo dal Battesimo di Cristo nel rinnovato Battistero

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In anni recenti la facciata e’ stata completata con un bel protiro di stile romanico in sarizzo. Lavori svolti sotto la guida del nostro parroco don Remo Ciapparella.

Lardo e Burro, ingredienti della nostra antica cucina

fonte immagine: freesenzaglutine.it

Nei tempi passati, quando non si conoscevano ancora tutti gli effetti negativi dell’eccesso di colosterolo nel sangue, o meglio, quando ancora non si sapeva cosa fosse, l’uso di burro, di lardo e di altri grassi animali era normale e molto apprezzato in cucina. Oggi, poiche’ le moderne regole dietetiche, hanno quasi abolito tali condimenti  o li hanno ridotti nell’impiego a dosi farmaceutiche, anche i nostri piatti pur mantenendo il nome, hanno perso molto dell’originale sapore.  Anche la piu’ semplice bistecca  e’ costretta a friggere nell’olio di mais, quello dagli acidi poliinsaturi, per cui prima di servirla sul piatto e’ necessario farla sgocciolare.  Penso che, anche solo per una volta, si dovrebbe preparala in un bel tegame di alluminio dove prima, si e’ fatto fondere un pezzo di burro a fuoco moderato.

fonte immagine: vinoway.com

Quando si e’ fatta quella schiuma, che si perde su un fondo nocciola e trasparente, allora si deve posare la carne cuocendola su emtrambe i lati.  Poi la si serve in tavola possibilmente nello stesso tegame. Il tutto va  gustato, badando bene a lasciare, lustro il fondo del padellino con l’aiuto di qualche pezzo di pane debitamente intinto. Operazione che veniva chiamata pucia’ ul fondu dul padalin”. Se poi accompagnerete in tavola con ”una bela salata o una cicoria” questa si’ condita” cun oli d’uliva e see magari cun triòo déntar una  scigola (Insalata condita con olio di oliva e aceto, dove e’ stata tritata una cipolla), sarà poi questo contorno a incaricarsi di smaltire nello stomaco l’eccesso di grassi da burro.

Ma questo e’ un piatto per le nostre massaie che hanno sempre premura, perché se  ci si volesse applicare un po’ di piu’, ci sarebbe la famosa CARNA IMBUREGIOO, ovvero la carne di manzo impanata o cotoletta alla Milanese o Wiener Schnitzel in omaggio a Maria Teresa d’Austria.  Prima si rompe un uovo intero in un piatto fondo, lo si sbatte con l’aiuto di una forchetta, si sala, a parte si prepara del pangrattato e lo si vaglia perché sia uniforme, si passa la bistecca di manzo nell’uovo sbattuto, si prepara il tegame con burro, come per la prima ricetta e la si cuoce a fuoco lento per 15 minuti, quando il pane della crosta sarà diventato di un bel biondo rossiccio e avrà assorbito tutto l’intingolo del tegame.  Si serve con fette di limone.

fonte immagine: austria.info

Per non sciupare ingredienti con l’avanzo dell’uovo sbattuto e del pangrattato si faranno delle polpettine di pane sempre gradite ai bambini, naturalmente previa cottura.  La bistecca imburegio’ fredda, messa in una fragrante MICHETTA ha sempre accompagnato una miriade di scampagnate e di gite scolastiche.

fonte immagine: primochef.it

E cosa facciamo di primo se non un bel RIS in Cagnoon. Si cuoce il riso in acqua bollente e lo si fa passare nel medesimo tegame col burro dove si e’ fatto un soffritto di cipolla e si e’ aggiunta una foglia di salvia.  Chiaramente il pranzo deve limitarsi qui finendo con un bel Pomm Raneta : una mela Renetta  asprigna dal sapore di una volta.    

Per un piatto unico invece consiglio la :

CAZEULA al modo della Trattoria San Giorgio (detta dul Bareta)

(ingredienti per 4 persone: 1500 gr. di costine di maiale o puntine di maiale, 3 etti di cotenne di maiale  dette cudig, 1 etto di lardo, 2 spicchi di aglio, una cipolla, 50 gr. di burro, 4 verze, 1/4 di vino rosso, gambi di sedano, carote, erba salvia)

In una pentola capace dal bordo medio alto, si prepara un soffritto di lardo pestato, di cipolla, burro e due spicchi di aglio. A parte si saranno preparate le costine, gia’ segate in pezzi della forma di due dita dal macellaio e le cotenne tagliate in strisce e della dimensione di due dita, si aggiungono al soffritto e si fanno rosolare a fuoco vivo fino a quando la carne avra’ assunto un bel colore, si aggiunge il vino e si lascia evaporare a pentola scoperta. Quando il vino sara’ consumato, aggiungere le carote tagliate fini e il sedano pure tagliato fine, si unisce  in un sacchetto di tela l’erba salvia, sale, pepe, noce moscata quanto basta. Si porta a fuoco moderato, si coperchia e si rigira il tutto ogni tanto e per circa due ore. A parte si lavano le verze, si aprono in foglie e si mettono in una pentola capace, dove si fanno morire, cioe’, riscaldandole diventano un po’ molli e perdono l’acqua naturale; e’ importante questa operazione, perché cosi’ facendo si rendono più digeribili. Successivamente quando hanno lasciato l’acqua si scolano.  Dopo due ore di cottura della carne, le verze vengono aggiunte alla padella, si aggiunge ancora sale e pepe e si fa cuocere per ¾ d’ora. Quando il tutto e’ asciutto si serve in piatti ben caldi. Buon Appetito

fonte immagine: wikipedia.org

BARETA

Questa ricetta  mi e stata segnalata dalla signora Carla Cardani Magnoni e rappresenta un classico della nostra cucina. Veniva servita nell’Osteria del Bareta per la delizia degli avventori. I quali solitamente erano operai, che a mezzogiorno vi consumavano il pasto, ma anche  ambulanti e commercianti di passaggio, attratti dalla bontà di quella cucina. La Trattoria San Giorgio, già da molti anni ha perso la sua antica connotazione, trasformandosi nel Bar Sport. La signora Carla, pero’, nuora degli antichi titolari, si e’ impegnata a far pervenire le ricette di tutti quei piatti che facevano parte della tradizione della Trattoria dul Bareta.

Anselmo Carabelli

collezione Carabelli cartoline di Jerago inizio ´900

La chiesa romanica di San Giorgio

Aprile 1991

di Anselmo Carabelli

Dati i due precedenti articoli è logico attendersi una chiesa di San Giorgio chiaramente diversa dall’attuale chiesa “vecchia”, che fosse romanica e coeva al campanile.

Tale attesa, viene affermativamente soddisfatta da una nota del card. Giuseppe Pozzobonelli, il quale afferma, sempre negli estratti delle visite pastorali 1750: “la chiesa dedicata a S. Giorgio, è edificata in luogo poco eminente, e di forma oblunga. In qualche nota d’archivio si dice fosse edificata al tempo del Federico Borromeo, ma noi abbiamo visto che già esisteva alla fine del ‘300, da allora si celebra la festa della dedicazione  al 30 dicembre”.

Si può dunque dedurre che la chiesa che vide il card. Pozzobonelli, fosse quella che aveva visto il card. Federico Borromeo nel 1620, la quale nell’arco di tempo che andava dal 1570 al 1620, cioè negli anni del card. Carlo Borromeo e poi del card. Federico Borromeo, era stata ampliata.

La originale chiesa romanica poteva essere dunque quella descritta da padre Leonetto Clivone all’epoca della visita di S. Carlo borromeo. I lavori di questo  primo ampliamento furono di tale entità da far pensare a distanza di centotrenta anni (1620-1750) che la chiesa fosse stata costruita nel periodo di Federico Borromeo.

Fatte queste premesse dii archivio e con l’aiuto di una opportuna planimetria e di due disegni a tratto di penna da me eseguiti, si può tentare una prima lettura di ciò che poteva essere la chiesa romanica del XII secolo.

La figura A rappresenta una ricostruzione della chiesa con il suo campanile romanico, nella figura B (anche per evidenziare il legame con la chiesa di S. Giacomo) possiamo intuire dalla chiesa di S. giacomo, quella che poteva essere la vista posteriore di S. Giorgio.

Immagine San Giorgio Vecchia romanica

figura A

La facciata è quella del Clivone, il campanile è quello descritto negli articoli precedenti e riguarda la sola parte romanica, è stato però disegnato anche un quinto ordine (o piano) con finestrella bifora, piano che sarebbe stato demolito per insediarvi la nuova cella delle campane così come noi la vediamo ora.

Infatti nella parte superiore del quadrante dell’orologio, ho ritrovate le mensoline del capitello della bifora in una zona di collegamento con la più recente struttura. Si individuano anche mattoni chiaramente non romanici e tegole di risulta forse dal fregio della cuspide.

Anche le chiavi che danno più robustezza alla struttura mentre in tutti gli altri ordini sono a filo dei sassi esterni, (sopra il quadrante dell’orologio nella zona di raccordo) sono annegate delle struttura stessa, dopo evidenti adattamenti delle pietre, il che significa che queste chiavi erano più corte delle sottostanti, perché la cella delle due campane era più piccola di circa 12 cm, pertanto quando la cella originale è stata demolita le chiavi sono state recuperate e sono servite per la sottostante legatura, ma hanno dovuto essere annegate nella facciata, perché nella nuova sopraelevazione si era partiti con il piano del quarto ordine (quello dell’orologio, per intenderci) che era più largo.

La facciata è stata completamente abbattuta nel periodo del card. Federico per poter costruire la nuova cappella con arco “ad aquilonem versus” cioè a nord della chiesa e di fronte al campanile; il primo ordine del campanile in questa zona era stato intonacato e abbellito con alcuni fregi geometrici, che ancora si notano e si nota ancora l’inizio dell’arco della cappella della Beata Vergine Maria.

Appena dopo iniziava la cappella di S. Carlo e poi il battistero cui si accedeva scendendo di due gradini. Queste cappelle non esistevano all’epoca della visita di S. Carlo (è evidente che all’epoca della visita di S. Carlo non ci fosse una cappella a lui dedicata); nella descrizione del Clivone gli altari erano a filo del lato della chiesa (per intenderci, così come ora a S. Rocco, la statua della Madonna del Carmine si trovava in una nicchia).

san giacomo

figura B

Ecco perché ho ritenuto corretto disegnare una chiesa senza sporgenze laterali, in sintonia con le più piccole chiese romaniche che possiamo vedere in zona (SS. Cosma e Damiano ad Arsago, o molto similare anche per il campanile seppur non così bello come il nostro, la chiesa di S. Stefano a Bizzozzero di Varese e S. Primo e Feliciano di Leggiuno).

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Oratorio campestre SS Cosma e Damiano di Arsago Seprio, risalente al XII secolo -fonte immagine Hikr.org

La vecchia sacrestia (quella dove c’era il gioco del biliardo per gli anziani, sita tra l’abside, il campo sportivo e l’oratorio, a nord della chiesa e a sud del campanile) fu costruita appunto nel periodo del card. Federico, quando si abbatté la facciata per far posto alle cappelle pocanzi accennate; e siccome allora non si buttava nulla, si pensò di riutilizzare le mensole e le soglie delle tre finestre che nella nuova facciata furono eliminate, proprio per la legatura degli angoli esterni (quelli verso il campo sportivo) della nuova sacrestia. Infatti, a chi osservi questi angoli si evidenziano dei manufatti lunghi e lavorati in sasso che possono essere proprio quelle soglie. Ultima osservazione sul lato sud della chiesa vecchia si osservi la chiesa vecchia stando sotto il grosso noce dell’oratorio (nuova casa parrocchiale).

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Chiesa dei Santi Primo e Feliciano – Leggiuno (VA) – fonte immahine: beweb.chiesacattolica.it

Si vede ancora una parete in sassi a vista con una antiestetica porta a un livello che non è certamente il piano né della chiesa né dell’altare ma era il primo piano di una cascina che era stata addossata alla chiesa originale. Tale porta doveva essere stata incavata da una iniziale finestrella romanica, quando si costruì nel 1500 il locale per pigiatura dell’uva del quale pur si vede un accenno di voltino.

Per le nostre ricerche comunque interessa questo: l’aver addossato una nuova costruzione con funzione diversa ha sicuramente deturpato l’originale finestrella, però ha conservato la struttura originale del muro, nel quale si nota il segno della evidente sopraelevazione, quando tutta la chiesa fu alzata, ma, cosa più importante, a livello di terra si trova un cordolo continuo di sasso granitico che segna la originale chiesa romanica, sassi che certamente non avrebbero introdotto con funzione estetica nella costruzione di un cascinale, quale era appunto quello addossato alla chiesa vecchia prima dell’abbattimento. Si vede anche una chiave al cui interno non c’è alcun tirante. Queste osservazioni faccio a suffragio della validità del disegno da me presentato.

P.s. Nel prosequio  di queste ricerche, mentre traducevo dal latino un documento della visita di federico Borromeo intitolato “De ecclesia loci Jeraghi sub titulo Sancti Georgi plebi Gallarati” anno 1620 ho ritrovato una nota che rettifica una credenza comune di far risalire la consuetudine di andare al Sacro Monte di Varese al 1745 ( Cazzani- Jerago e la sua storia- pag. 83) al capoverso “De consuetudinibus et notis” si legge “…è anche noto che si è soliti andare da Jerago, processionalmente al sacro Monte sopra Varese e Santa Caterina del lago Maggiore…”.

Questo, se porta indietro nel tempo questa tradizione che ancora oggi coltiviamo, di andare alla Madonna del Monte, mette in evidenza un altro pellegrinaggio parrocchiale a noi oggi ignoto, che però rafforza la tesi degli articoli precedenti di una grossa dipendenza con le radici storico-religiose del contado di Stazzona (Angera) e con l’influenza dell’Abbazia benedettina di Sesto Calende.

Non si deve dimenticare che ogni volta che un visitatore ecclesiastico nei diversi periodi da San Carlo in poi, descriveva la Chiesa di s. Giorgio, quando parlava di dedicazione della chiesa ha sempre scritto “ab immemorabili”, cioè se ne perde memoria. Questo avveniva la prima volta come documento scritto nel 1570. Se ipotizziamo che la memoria storica di fatti minori possa perdersi in centocinquanta anni, si può ben ipotizzare il rinvio dell’origine di quei fatti almeno fino agli albori del ‘400.

Accoglienza per la nomina di sua eccellenza Mons Mario Delpini a Vescovo Milano- 23 settembre 2007

Ripubblicato in occasione della visita pastorale del 16 maggio 2021, come arcivescovo di Milano

fonte immagine: chiesadimilano.it

Jerago 30 settembre 2007  

Gli anziani narrano, che il beato Cardinale Ildefonso Schuster nella sua visita pastorale del 1938, osservando dall’altare i nuovi affreschi del catino absidale, dove il Cristo in maestà è affiancato dallo stesso Cardinale e dal Parroco don Massimo,  avesse rivolto al parroco la domanda se loro fossero mai degni di tanto onore. Non conosciamo la risposta esplicita, ma senza usare troppa fantasia intuiamo quel naturalissimo farsi rosso in volto del nostro amato parroco. Oggi alla domanda del santo Cardinale,  senza timore sapremmo rispondere affermativamente. Sicuramente sì, perchè da quel popolo cristiano,  raffigurato in effige: dove si possono vedere ancora gli uomini devoti, le donne coi classici capelli raccolti nel michin, i bambini, tutti inginocchiati attorno al nostro Creatore; il Signore ha saputo suscitare un Vescovo, un successore degli Apostoli. E la chiesa universale, della quale la nostra piccola comunità è un granello, ma come ogni granello di sabbia della Bibbia mai dimenticato da Dio, gioisce  di questa sua nomina e noi suoi parrocchiani siamo felici ed andiamo orgogliosi di questa sua vita che è stata progettata da Dio, fin da sempre e che ha potuto nutrirsi dei primi insegnamenti proprio qui, accompagnata delicatamente, dalla sua mamma, dal suo papà, da monsignor Francesco, dai nonni e da tanti bravi maestri: le suore dell’asilo, i parroci e i coadiutori, i catechisti e la maestra di scuola, che  furono sempre rispettosi degli insegnamenti cristiani della nostra gente. Molti di loro la applaudono dal cielo, dove, come nell’affresco, sono già uniti al Signore nella contemplazione del suo volto. Quale emozione nel sapere che si è affannato correndo dietro un pallone, sullo stesso campetto dell’oratorio dove come tutti i ragazzi si è spellato le ginocchia cadendo, si è estasiato alle feste dell’oratorio e per il pallone aerostatico che prendeva orgogliosamente il cielo.  E’ rimasto ammirato da un tramonto più luminoso sullo sfondo di uno stupendo Monterosa,  o da un arcobaleno sulla valle dell’Arno dopo quel temporale che ci aveva fatti rifugiare sotto il portico dell’oratorio. Si è intirizzito al  freddo ed alla nebbia di un mattino più rigido d’autunno, quando come tutti i chierichetti si andava a servire la prima messa. Ha poi deciso di accogliere totalmente la vocazione di dedicarsi all’edificazione della comunità cristiana e, divenuto sacerdote, ha accettato l’indirizzo dei superiori allo studio ed all’insegnamento; apprestandosi a lunghe veglie di studio e di preghiera, perché a coloro che le venivano affidati fosse spezzato il pane della divina sapienza e non mancasse contemporaneamente l’esempio della disciplina spirituale del maestro.  Il Santo padre Benedetto XVI le ha conferito la dignità massima per un cristiano, la dignità di vescovo della Chiesa Apostolica Romana, diretto successore degli apostoli, un uomo che  testimonia con la sua vita Cristo e di questo noi siamo sommamente lieti e fieri.  Ci colpisce in un suo bellissimo testo questa  frase attribuita ad Ambrogio: “Vengono gli anni in cui accettare la sfida di essere maestri, senza la presunzione di smettere di essere discepoli, senza il complesso di inferiorità di fronte a forme confuse e inconcludenti di attualità”. Leggendo sempre in un suo testo le auguriamo “la parola franca, il tempo speso perché chi cerca Dio possa trovare un testimone che sappia dire qualcosa della via da percorrere; e chi cerca una speranza e una ragione per vivere, questi si senta dire che cerca nientemeno che Dio” .

Ad Multos Annos Vescovo Mario. Per tutti gli anni che Cristo ci darà da vivere su questa terra e in questa vita e per tutti gli altri ancora, quando ci ricongiungeremo a Lui  nell’altra in paradiso per l’eternità.

i mistè – le professioni

l’aucat                             l’avvocato

ul dutur                          il medico

 a cuma                          la levatrice

ul cavadènc                   il dentista

ul fare’                            il fabbro

ul legname’                    il falegname

ul magnan                      lo stagnino

ul cadregatt                    l’impagliatore di sedie

ul strasce’                       lo straccivendolo

ul spazacamin               lo spazzacamino

l’ufele’                             il pasticciere

ul sataru’                        il becchino

ul macelòr                      il macellaio

ul pèsatt                         il pescivendolo

ul furmagiatt                 il venditore di formaggio

a pustera                        la salumaia

ul prestine’                     il fornaio

ul sacrista                       il sacrestano

ul sciscianavétt              il tessitore

ul spizie’                          il farmacista speziale

ul schaffeur                    l’autista

ul maruse’                       il sensale

a sàrta                              la sarta

ul barbe’                           il barbiere

ul mulita                           l’arrotino

ul laura’- il lavoro

foto di Francesco Carabelli – c/o ex Manifattura di Crosio – Jerago VA

anda’ a stabliment       andare in officina

i zocur                            zoccole per uomo

a cunbineuse                 vestito di lavoro per uomini

ul scusà                          vestito da lovoro per donne

i zibrètt                          zoccole per donne

a bindéla                       sega a lama circolare

ul turni                           il tornio

ul tèlòar                          il telaio

i tèlaritt                         barchette in legno e carta per

                                      stoffe tipica produzione  locale      

bumbàs                        bambagia

cunsum                         fili e scarto tessile

limaia                            trucioli scarto meccanico

rasègusch                      segatura

cornu                             materia per lavorazioni in

                                       osso o corno

zar/zol                          acciaio per balestre

fèr                                  ferro

bronz                             bronzo per frizioni

téra crèa                       argilla per mattoni

caminon                        ciminiera

zinton                            cinghia per trasmissine di moto      €                          

ul rasèghin                    seghetto per ferro                                                                                                 

fèr du l’aqua              leva per avviare una macchina

                                   ricordo di quando il moto era

                                   prelevato dal mulino ad acqua

martèll                        martello

scupèll                        scalpello

incugin                        incudine

ténaia                          tenaglia

casciavid                      cacciavite

ciod                              chiodo

lévarin                          levachiodi

forgia                            forgia

pèsagreca                      pece grega

ul magutt                       il muratore

ul maistar                      il capo muratore

ul manuòl                      il manovale

a cazeula                       la cazzuola

ul fratazz                       dispensatore di malta

ul gabazz                       distributore di malta

ass  da pont                   assi per ponteggi

calcedrò                         calce idraulica

litta                                sabbia fine

gera                                ghiaia

gerett                              ghiaietto

sabia                               sabbia

ul baì                              il badile

ul picc                             il piccone

a scòla                            la scala

ul tècc                            il tetto

a pèscia                           abete inalberato sul tetto ad

                                        indicare la fine della costruzione

a quindisò                      la  quidicina /salario

a cotim                            a cottimo

a schiscèta                     recipiente per portare con

                                        se’ la colazione al lavoro

 

Inaugurazione dell’affresco delle B.V. de La Salette- il perché di un’opera

(testo e ricerche storiche Anselmo Carabelli, preparazione del pannello e collocazione in opera Antonio Lo Fiego, opere in ferro Gigi Turri, studi preparatori ed esecuzione pittorica Gianfranco Battistella, committente ”Associazione figli di Don Angelo”, autorizzazione alla posa in opera N 30/2009 del Comune di Jerago con Orago rilasciata al dr. Clemente Tondini )

vergine salette

L’affresco raffigurante la Beata Vergine de La Salette, sito in via G. Bianchi n. 22, opera insigne del Pittore jeraghese Gianfranco Battistella è stato benedetto dal nostro Parroco Don Remo Ciapparella, il giorno 22-11-2009,  nel quadro delle manifestazioni previste nel terzo anniversario del Dies Natalis di Don Angelo.

Patrocinata dalla Associazione ”Figli di Don Angelo”, l’opera consegna alla devozione degli jeraghesi la sacra immagine mariana. Essa é stata ricostruita con rispetto alla iconografia ufficiale  e posizionata nel luogo più vicino all’ affresco originario che scomparve dopo la ristrutturazione della antica abitazione di Emilio Caruggi in Via G. Bianchi. Oggi, come nel secolo scorso, si affaccia sul portone di accesso al cortile dove esisteva l’officina del Sig. Felice Riganti, che dal 1917 fu sede del primo oratorio maschile voluto da don Massimo Cervini[1] . La dedica originale era a N.D. De La Salette riconciliatrice dei Peccatori[2].

Alla Salette il 19 sett. 1846 una Bella Signora appariva a due fanciulli nativi di Corps , borgata posta tra le città di Gap e di Grenoble: Massimo di 11 anni e Melania di 14 , che stavano pascolando il loro armento su un alpeggio del comune di La Salette. La bella Signora appare prima seduta col volto piangente, quindi si alza e rivolge ai fanciulli un lungo discorso, sempre continuando a piangere. Compie poi un breve tragitto in salita e scompare in un alone di luce abbagliante. Tutta la Luce che La circondava sembrava sprigionarsi dal crocifisso ch’Ella recava sul petto , ornato dagli strumenti della passione….” [3]

Indagando sulla origine dell’affresco e constatando che il culto alla Vergine de La Salette non è molto diffuso nelle nostre zone, abbiamo  scoperto come quella devozione sia stata portata dai lavoratori che verso gli anni ’70 del 1800 a causa delle carestie e dell’impoverimento generale [4]emigrarono, massimamente in Francia con mansioni di maçons e forgerons[5] , nelle zone del Delfinato, del Lionese, di Grenoble. Lì sicuramente da buoni cristiani avranno avuto contatti coi missionari della Madonna de La Salette, costituiti “Servitori devoti del Cristo e della Chiesa, in vista della realizzazione del mistero della riconciliazione[6].

Se da un lato in Francia i nostri emigrati conobbero il marxismo nella sua forma massimalista, dall’altro conobbero e portarono in paese, come voto per il loro rientro, segnatamente rilevabile da quell’affresco, il Messaggio Mariano di quell’apparizione e l’invito:  al rispetto del giorno del Signore con la frequenza alla messa partecipata e non con una presenza per burla, al rispetto del nome di Dio da non bestemmiare, alla preghiera quotidiana, al rispetto dei giorni penitenziali .

I fatti recenti hanno voluto che, nel raccogliere l’indirizzo di Don Angelo Cassani volto a recuperare anche i segni tangibili della devozione della nostra gente, ci si interessasse a questo affresco e si scoprisse  come quella materna protezione della B V della Salette si fosse particolarmente estesa ai ragazzi che frequentarono l’ oratorio posto oltre il portone della via Bianchi al N. 22.

Nel corso del presente anno 2009 i resti mortali di  Don Massimo Cervini, che proprio in quel luogo realizzò il primo oratorio, sono stati ricomposti nella cappella  destinata dal Comune ai sacerdoti  e riposano  accanto a Don Angelo Cassani, cui si deve la realizzazione ed il dono del più recente e moderno Oratorio.

Ai Promotori é parso dunque bello e significativo che il rinato affresco della Madonna de La Salette con la sua dedicazione a Don Massimo  e a Don Angelo ricordasse queste peculiarità e nella descrizione “ B.V. DE LA SALETTE PROTETTRICE DEL PRIMO ORATORIO MASCHILE ( 1917 )” rammentasse quella vicenda.

[1] Mons. Francesco Delpini- Jerago la sua storia.  Aggiornamenti  pag. 15

[2]  il 19 settembre 1851, dopo una rigorosa inchiesta sui fatti le circostanze, le parole, i testimoni, Mons de Bruillard, Vescovo di Grenoble, emetterà il suo giudizio canonico sulla veridicità soprannaturale dell’Apparizione ed approverà il culto alla Vergine de La Salette col titolo Riconciliatrice dei Peccatori

[3] Testo diffuso dal Segretariato Opere Missionarie della Salette- Via Madonna della Salette 20- Torino- Imprimé par imprimerie Notre Dame- Montbonnot

[4] Riferimento alla malattia delle viti  ed alla grave crisi produttiva figlia della politica liberista sabauda con l’abolizione dello Zollverein  voluto dall’ I.R.G. austriaco (unità doganale vigente tra i territori dell’impero austro-ungarico).

[5] Muratori, carpentieri, forgiatori, meccanici.

[6] Le 1èr mai 1852 nacque l’istituto dei Missionari della Salette

A funtana – Il lavatoio

a bügòo                  il bucato

i pagn                      i panni

a stanga di pagn   bastone da posare sulla schiena

                                 per portare a casa i panni lavati

préa                         appoggio per lavare i panni

saon                        sapone

liscìva                     saponaria

cavagn                    cesta per portare i panni

( per lavare le macchie più resistenti la buona massaia era solita

 portare con se’ il figlio piu’ piccolo per fargli fare pipi’ sulla macchia)

fonte immagini: foto di Francesco Carabelli c/o Osmate VA

ul disnà – il pasto

ul pancot                   la zuppa di pane

la pàparota               la zuppa di avanzi

pulenta e pucia       polenta e intingolo

a cazeula                   il bottaggio

a büséca                    la minestra di trippa

i oeuv in céraghin     le uova al tegame

i oeuv indürì               le uova sode

ris in cagnon              riso bianco al tegame

pasta e fasoeu           pasta e fagioli

rüsümäda                   uova sbattute con vino e zucchero

lac e vin                       latte e vino

broeud e vin               brodo e vino (come digestivo)

ris e lac                       riso e latte

quagiäa                      latte cagliato in casa (tipo joghurt)

quartireu                   quartirolo (formaggina casalinga)

furmagina                   formaggina molle

pantramvay                pane con uva ricordo del primo tram

salata                           insalata

cucümar sota sée      cetrioli sotto aceto

naranz                         arance (solo per Natale)(narang arab.)

lüganiga                      salsiccia (lucanica lat.)

pangiöld                      pane giallo

panmistu                    pane misto

michéta (caurin)        michetta detta anche cavourino perche’ dal

costo di una moneta di pochi centesimi

avente in effige Cavour