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Le statuine del presepio e altri ricordi di Natale

L’avvento si annunciava sempre con l’invito ai fioretti che le  indimenticabili suor Marietta e suor Rosina  ci suggerivano di offrire in un modo molto accattivante . Un  cartoncino pieghevole sul quale si disegnava il ramo di un agrifoglio con le inconfondibili e caratteristiche foglie spinose e bacche da segnare leggermente  a matita,  che poi avremmo riempite coi pastelli di un bel verde, bordandole di giallo e di un rosso vivo per le   bacche. Una foglia ed una bacca da colorare ogni giorno assieme al fioretto che necessariamente dovevamo associare, vale  a dire una piccola rinuncia, un gesto buono verso la mamma o la nonna, una preghiera. Le ultime settimane erano riservate alle due palme che si chinavano sulla capanna, al Bambin Gesù, alla Madonna, a San Giuseppe. All’oratorio, nell’aula don Massimo, di giovedì mattina, giorno di vacanza per le elementari di allora, ci si trovava tutti  attorno al tavolo da ping-pong, che faceva da grande scrivania e le maestre, la signora Rosa Cardani e la signorina Anna Cardani, ci aiutavano a completare le figure più complesse e ci narravano le vicende della Bibbia e del Vangelo preparandoci al grande giorno.  A scuola si imparava la poesia che avremmo dovuto recitare, in piedi su una sedia, per tutta la famiglia riunita. Erano tanti i segni che ci rammentavano il Natale imminente. Il negozio di cartoleria della signora Marini, all’angolo di piazza san Giorgio, oggi ex latteria, si arricchiva di ghirlande d’oro e di argento, normalmente vi  acquistavi i pennini, i quaderni quelli neri di una volta con dietro la tabellina pitagorica,  ma nell’occasione metteva in mostra anche le statuine, le capanne e le casette di sughero del presepio.  Le prime scatole del traforo, archetto e lamette, facevano bella mostra sui ripiani di quello che per noi era diventato il negozio dei giochi desiderati,  mentre per le bambine non mancavano le scatole con gli attrezzi da cucina in formato ridotto, qualche bambola, ma potevi trovare anche libretti di favole.  Già si pregustava la gioia dei tanti personaggi che avremmo ritagliati, di sera in cucina lavorando di archetto e sapone sulla lama per farla scorrere meglio. Disegni e sagome  incollate su quell’asse sottile, che eravamo andati a prendere nella bottega del Rico  de la Mirina ( sig. Enrico Cardani). Una bottega antica con la colla da legnamè sempre  fumante nella inconfondibile latta posata sul birocc , stufa a segatura dove il fuoco ardeva sempre estate ed inverno per tenere la colla liquida e pronta all’uso del falegname. L’impresa più ardua per chi usasse il traforo,  era quella di cambiarne la lama  quando per troppa foga  si spaccava e allora solo il papà  con le sue manone era capace di avvicinare gli estremi dell’archetto, posizionare la nuova lama  e stringere contemporaneamente gli angaletti  ( i due dadi a farfalla) per bloccarla. In cucina le nonne recitavano il rosario, noi si lavorava al traforo, qualcuno sferruzzava, qualcuno metteva i piedi nel forno della stufa a legna ormai spenta sfogliando i libri di scuola per ripassare la lezione, e i più piccoli, sui vetri delle finestre appannate dal fiadù ( l’umidità dell’ambiente interno, prodotta dalla caldaia della stufa economica  a legna) che si condensava sui vetri freddi, disegnavano colle dita pupazzetti e stelle per la gioia della mamma, perché quei segni apparentemente innocui si rivelavano pressocchè indelebili  anche a ripetute pulizie. Nelle vie anche tutti gli altri negozi si adeguavano, Sull’angolo della chiesa il Sig Turri Rino, con negozio di cicli (oggi angolo del Fiorista) appendeva una lussuosa bicicletta , una Bianchi modello sportivo con il cambio Campagnolo, una vera rarità; di fronte la bottega del Santin, non era da meno con un abbondare di cassette di arance, di mele, e di mandarini, ma anche noci e così ogni negoziante si ingegnava ad arricchire la sua offerta. Tutti tenevano  stretti i clienti con le trazionali buone feste: i bon fest .