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Ricordo di don Franco Cardani

fonte immagine: https://www.chiesadimilano.it/news/preti-defunti-articoli-preti/don-franco-cardani-283278.html

Articolo di don Remo Ciapparella apparso sul numero di Ottobre 2019 di Camminiamo Insieme, informatore comunità pastorale “Maria Regina della Famiglia” Jerago-Orago-Besnate

Un tesoro di fratello. Noi Jeraghesi siamo orgogliosi di averlo avuto in dono, averlo incontrato, conosciuto, apprezzato per la sua signorilità e preparazione pastorale. E’ stato un dono straordinario al servizio umile e nascosto della CHIESA tutta, anche in momenti di sofferenza e difficili. E noi lo abbiamo donato volentieri alla CHIESA  tutta.

Quando si incontrava, non si tornava a casa senza aver ricevuto da lui un insegnamento, un consiglio a volte accompagnato dalla sua proverbiale ironia che era segno di una persona intelligente e capace di ridere di se stesso senza complessi. Era naturale e trasmetteva quella passione per la Chiesa e per gli altri che non è comune avvertire in guide spirituali. Tanti l’avevano scelto come confessori, anche sacerdoti, proprio per questa sua ricchezza d’animo e naturalezza nel vivere la fede senza cedimenti e coraggio. Alla fine ha vinto la debolezza del fisico, ma sempre pronto a dare il massimo fino all’ultimo. Una delicatezza umana che aveva come unica preoccupazione di non urtare nessuno e di non essere di peso. Un grazie speciale alla sorella ROSA che si è sobbarcata in ultimo tutto il peso di seguirlo e accompagnarlo all’incontro con GESU’. Un esempio per tutti noi, un frutto di un albero rigoglioso di una comunità semplice come quella di JERAGO che ha saputo nella fede vissuta senza clamori attingere alla radice profonda della testimonianza dei nostri padri, e dare alla CHIESA CAPOLAVORI meravigliosi come questo.

GRAZIE don FRANCO!

 

 

Notizie Storiche su Jerago con Orago (aggiornate ad inizio millennio)

fonte immagine: wikipedia.it

Due Comunità vivono ed operano sul territorio, amministrativamente unite dal 1907 nel Comune di Jerago con Orago e formanti  le due Parrocchie di San Giorgio in Jerago e di San Giovanni Battista ad Orago.

La storia, nel suo più vasto divenire, ha lasciato tracce sicure fin dall’epoca romana con ritrovamenti di materiali fittili e balsamari in vetro, esposti presso il Museo della Società di Studi Patri di Gallarate. Notevole anche un Glans in piombo che unitamente alla citazione nel Corpus Inscriptionum Latinarum di una iscrizione a Giove testimonia la  frequentazione antica per motivi civili, militari e religiosi. Nel territorio la via NOVARIA (Comum Sibrium Novaria) incrociava la via Helvetica (Gallarate Svizzera) probabilmente in località Pilatello (toponimo, questo, legato al cippo miliare romano). La presenza nella cascina di un interessante affresco mariano rafforza tale ipotesi. Le due alture sulle quali si ergono i Castelli di Jerago e di Orago, già viscontei, oggi dimore signorili ristrutturate tra il 1400 ed il 1600, furono in origine elementi del limes del Seprio, ed in epoca medioevale divennero zone di incastellamento.

La vicenda dei Visconti di Jerago vede gli jeraghesi Andrea Visconti maestro generale dell’ordine degli umiliati; Pietro Visconti podestà di Bergamo dal 1357 al 1359 e di Cremona dal 1372 al 1399; Giampietro Visconti, abate di S. Abbondio a Como nel 1460; Antonia Visconti, moglie  in prime nozze di Francesco Barbavara  (primo cameraio di Giangaleazzo Visconti) e, in seconde nozze nel 1517, del Carmagnola (uomo d’arme di Giangaleazzo e poi della Serenissima).

La chiesa di San Giovanni ad Orago reca testimonianze “in cornu evangeli” di un arco di fattura trecentesca, che richiama il Chiostrino di San Franceso in Gallarate (che aveva benefici in Orago ed era in prossimità della porta Helvetica). Il nome di Orago appare su una mappa della Sala delle Carte Geografiche in Vaticano.

Più visibili le tracce del periodo medioevale nella parte romanica del Campanile della restaurata Chiesa di san Giorgio  in Jerago (X sec) e nella Chiesa di San Giacomo (XI sec).

Le due frazioni, nel corso dei secoli si sono integrate molto più di quanto il campanilismo abbia potuto di fatto dividere. Le località del Giambello e del Mulinello di Orago, avvalendosi del pressocchè costante fluire dell’Arno nel canale che prende il nome di Arnetta, si sono specializzate nell’attività molitoria fin dal 1500, mentre a Jerago, nella parte alta del paese si sviluppava la coltivazione dei cereali meno nobili. In Località Vignolo e Bacino si possono  ritrovare ancora ampie terrazzature attribuibili alla influenza dei Monaci benedettini di Sesto C, mentre in località Moscone si possono ancora riconoscere delle peschiere, che come ricorda Bonvesin Da la Riva, permettevano di portare quotidianamente pesci freschi dalla valle dell’Arno fino a Milano.

A Jerago sono da ascivere attività di officine di mattoni e laterizi fin dall’epoca romana. Dal caratteristico colore rosso chiaro: formelle visibili al museo di Studi Patri, embrici e sospensure inseriti a decoro nel Campanile Romanico di San Giorgio.

Così fu che le prime attività industriali in senso assoluto (1835) furono le fornaci per mattoni da attribuire alla libera iniziativa di G. Bianchi.  Le stesse attività laterizie erano già presenti artigianalmente fin dal 1727, poiché buona parte del territorio collinare risultava adibita alla coltivazione di cave di argilla per la costruzione di mattoni, previa ibernazione (così come è rilevabile da catasto Teresiano).

Nel 1900 nascono con l’avvento dell’energia elettrica le prime officine meccaniche (Sessa-Rejna), cui seguiranno industrie tessili e di mobili e articoli casalinghi in legno, e bilancie e ultime le fonderie di leghe leggere (Liasa). Attività favorite dall’avvento della moderna civiltà dei trasporti su ferro e su gomma.

Ad Orago, sede di stazione ferroviaria e di casello autostradale si è evidenziata negli ultimi decenni  una forte vocazione industriale, mentre in Jerago è prevalsa quella residenziale.

All’archeologia industriale consegniamo : gli Uffici della ditta Rejna; le Casermette (mieten Kasermen); la Caserma; le ville del direttore e degli impiegati Rejna; la struttura verticale dell’officina di bilance di Ambrogio Macchi; il complesso della ditta Liasa (officina – uffici – residenza del direttore); i capannoni a shed della tessitura A. Carabelli; il complesso della Società Cooperativa di consumo; i capannoni della ditta Sessa, oggi Biganzoli.

Feste Patronali

JERAGO MADONNA DEL CARMINE  14 luglio

Orago  San Giovanni  26 giugno

Monumenti

Castello di Jerago 1400

Chiesa di San Giacomo XI sec

Campanile Romanico di San Giorgio Vecchia X sec

Chiesa di San Giorgio Vecchia in restauro conservativo sec. XV con partic X

Sopralzo del campanile Romanico Barocco XVII sec

Chiesa di San Rocco Jerago 1600

Edicola della Deposizione Affresco pittura lombarda

del XVII sec  ottima fattura influenze bustocche

Jerago via Garibaldi

Cappella funebre Bianchi (Tantardini dal neoclassico alla scapigliatura)

Jerago Via Rimembranze

Caserma e Casemette  Edilizia industriale fine 1800

Jerago via Dante

Edicola della Madonnina affresco popolare 1600

Jerago via G.Bianchi

Castello di Orago 1500

Scalonata Barocca di accesso al Castello di Orago 1700

Chiesa di S. Giovvani Battista XVii sec. aggiunta contemporanea

interno con archetto XIV sec

Statua di San Giuseppe Orago località Giambello sec XVIII

Colonna Monolitica Tardo Antica sec IV  inserita nella

cascina Marazzi  Orago via Kennedi 8

AMBIENTI NATURALISTICI

Bosco Inglese Parco 1700  Jerago località Castello

Mont Mouscon

Querceto inserito nel percorso vita località Mont Mouscon

I caduti della 1° Guerra Mondiale: Besnate-Jerago-Orago

Ringraziando il nipote Piergiorgio Magistrali pubblichiamo il testo della lettera del serg. Cardani Ambrogio ai genitori in data 1 Dicembre 1916:

Carissimi Genitori;

in questi boschi ove mi giunge appena l’eco di una antica decantata pace, ecco vi descrivo un piccolo riepilogo della mia vita di guerra in alta montagna.

A causa di una forte nevicata le mulattiere son scomparse. Lunghe schiere di soldati, di fanti intabarrati e incappucciati, con un certo aspetto caratteristico, per nostro modo di ripararci dal freddo, armati di soli pali, piccozze e rami d’abete, quasi sperduti nella caligine fitta, ricercano i nostri cari sentieri, che lievi segnali lasciavano ancora lungo la guida dei paletti che con lievissima ombra il biancore della alta neve fa rivelare. E si affaticano a scoprire le usate strade. Spalano e spalano neve dall’alba a notte, il lavoro sarebbe di continuò, ma la notte ci obbliga a tralasciare. Nel buio quel vago biancore si fa molto insidioso, tanto che di mattina ritroviamo tutto eguagliato. Tutto si maschera e si livella così da non scorgere dove termina il ciglione e comincia il precipizio. il panorama si altera ed altera i punti strategici. Momenti di forte tensione fanno sobbalzare nella notte, le tormente infuriano ed urlano, pauroso, qui da vicino, da molto vicino. La notte trascorre, ed ecco, passata la forte nevicata il cielo si rasserena e le lunghe file di soldati di prima e seconda linea discendono per le nostre affezionate mulattiere, così quelle fortissime bestie, i nostri muli, ci portano il rancio.

Ma il nemico, benché quasi sfinito, veglia e con spreco di proiettili interrompe il nostro calmo lavoro. Passano così i nostri giorni  e le nostre notti. Quando il freddo pare farsi più intenso all’imbrunire bisogna smettere e ricercare i nostri ricoveri, di trincea. Quelli di seconda linea le tende o i ricoveri in grotta. Tutti ricoperti di neve. E’ particolare vederci in fila indiana risalire la vetta, per poi vigilare il nemico di notte.

Taluni osservavi uscire dalla fila  per raggiungere i loro posti fissi in trincea per unirsi agli altri, già presenti, per condividerne il lavoro. le vedette nemiche, coi fucili ben piazzati miravano sui nostri segreti passaggi e sparavano sempre come per intimorirci.

Nel rifugio  e per la calma regalata da questa nevicata, così si congeda, il nostro sergente, rivelando una sensibilità cristiana ed un cuore che la durezza della lunga guerra non ha minimamente intaccato:

“va solingo pensier ove di geli le inaccessibili alpi si incoronano, ove dei faggi si inducano gli steli, e urlando le valanghe tuonano. Ove più grande Iddio par ti disveli all’ anima dell’uomo fatto più buono, Ove attingere ai profondi cieli. Ora va stupenda aquila e porta il mio sincero pensiero ai miei cari”

A voi i più caldi baci. Vostro aff-mo figlio Ambrogio

P.s. E’ da circa 80 giorni che non ho vostre notizie.

Il Serg. Ambrogio Cardani inquadrato nel 213° rgt f. verrà dato disperso in combattimento sul Carso il 25 ottobre 1917

 

Pulenta e Bruscitt – Breud e Vin

fonte immagine: magisterodeibruscitti.org

Alla ricerca delle antiche tradizioni della nostra cucina non ci si può esimere dal tramandare queste due ricette. Qualcuno potrebbe obbiettare che la Pulenta e Bruscitt sia un piatto preso a prestito dalla cucina bustocca. Ciò è in parte vero, perché non facciamo parte dell’area culturale di Busto, che convenzionalmente si limita alle genti che definiscono “Basura” il pomeriggio, mentre noi lo chiamiamo “Dopudisnà“.

Storicamente invece siamo molto legati alla città di Busto Arsizio e alla sua Basilica di San Giovanni. Infatti la Chiesa di San Giacomo di Jerago dal 1399 possedeva tre appezzamenti di terreno in Busto, le cui rendite sarebbero passate al Parroco di San Giorgio. Il Parroco di San Giorgio poi fu dal 1705 al 1732 il bustese Don Carlo Francesco Pozzi, periodo nel quale, di diritto, il Parroco di Orago era Vice parroco di Jerago.

Di scuola bustese è anche il bellissimo affresco della deposizione di N. S. Gesù Cristo in Via Garibaldi. in breve: a causa dello stretto legame che unisce le parrocchie di Jerago ed Orago con san Giovanni di Busto, non è fuori luogo pensare che, oltre a scambiarsi esperienze religiose, artistico culturali ed economiche, si scambiassero anche modi di cucinare, quali i Bruscitt e forse  ancor di più il Breud e Vin.

Il Breud e Vin  consiste nella ormai dimenticata usanza di prendere, solo nelle grandi occasioni, una tazza di brodo di gallina, ben caldo e schizzato di vino rosso, a fine pranzo allo scopo di “Murisnà ul stomig“, stemperare cioè gli eccessi di un pasto ricco.

Tornando ai nostri parroci si capisce che, per necessità, richiedendo in quelle epoche il viaggio a Busto, almeno una giornata tra andata e ritorno e almeno un pranzo in osteria, la ricetta dei Bruscitt debba essere il più possibile vicino a quella bustocca.

I Bruscitt si accompagnano con la polenta, quella bella soda dell’uso bergamasco; un conoscitore di Bruscitt inorridirebbe di fronte ad un piatto dove per Bruscitt fosse spacciato un ragù di carne alla bolognese simile, tanto per intendersi,  quella cosa che spesso capita di vedersi servita in tante feste paesane, anche nostre. E’ bene dunque prendere nota che un piatto di autentici Bruscitt  si prepara partendo da un bel pezzo di polpa reale (manzo, non vacca) che non va assolutamente tritata a macchina: deve essere tagliata a filo di coltello in modo da fare tanti pezzettini della grandezza di un fagiolo borlotto, in modo che ogni “Bruscin” conservi la sua identità e non venga strizzato dal sangue. La quantità è di 120 gr. per persona, di più se si è delle buone forchette. Si mettono in una capace pentola, di bordo medio, meglio se di terracotta, non si rosola a freddo, unitamente a 50 gr. di burro per un Kg. di carne, con una pestata di lardo o, in mancanza di pancetta piatta non affumicata in ragione di 50 gr. per un Kg. di carne. Nel mezzo della carne si mette un sacchetto di garza dove è stato inserito un cucchiaio di semi di finocchio; salare quanto basta e pepare leggero.

Si pone sul fuoco a fiamma bassissima, si coperchia con un peso sopra il coperchio e si cuoce per 2 ore e mezza, aggiungendo, se asciuga, burro, mai brodo od acqua.

Evitare in modo assoluto di aggiungere verdure, pomodori o altro: il ragù è sempre in agguato.

Dopo la cottura si toglie il sacchetto di semi di finocchio, si aggiunge un bicchiere di barbera o vino rosso; qualche minuto a fiamma viva per assorbire il vino e si torna a fiamma bassa e coperchio per dieci minuti. Spegnere e portare in tavola con polenta preparate a parte nel paiolo. Buon appetito.

P.S.: qualsiasi altro modo di preparare i Bruscitt rappresenta una arbitraria sofisticazione di un prodotto tipico e antico.

La famiglia Lampugnani ad Orago

La linea della famiglia dei Visconti di Orago si era estinta dopo poche generazioni. L’ultima discendente, Bianca aveva sposato Ferdinando Lampugnani figlio del Capitano ducale Orlando III. Morto costui nel 1533 e senza figli maschi , Bianca era passata in seconde nozze con un altro personaggio della famiglia Lampugnani: Gaspare Antonio, del ramo dei cavalieri di Legnanello, che avevano il loro maniero proprio nel cuore dell’antica Legnano. Bianca, non solo tramandò alla sua progenie il castello e i beni di Orago, ma altresì il nome del proprio casato patreno determinando il ramo cosiddetto Lampugnani Visconti, Feudatari di Orago e Cassano (per Cassano si intende la sola Frazione di Soiano). I Lampugnani una delle più antiche e importanti famiglie nobili lombarde, entravano così con diversi personaggi nella storia della piccola comunità oraghese. Ma questa non è la sede per ricostruire biografie e personalità. Il nostro interesse si punta solo sull’ultimo discendente: Attilio. Costui nacque il 29 novembre 1672 da Tranquillo e da Anna Maria Bossi. Il padre si era distinto quale capitano nelle truppe spagnole. Attilio invece fu vero protagonista sulla scena milanese della prima metà del settecento. Occupò cariche importanti: Giudice  della Legna, Giudice delle  vettovaglie, Giudice delle strade; Capitano e mastro di Campo della Milizia urbana; Governatore del Banco di Sant’Ambrogio, Conservatore del Patrimonio, nonché della città di Milano. Incaricato dal Governo si adoperò infaticabilmente nel dirimere con diplomazia e saggezza discordie private e pubbliche. Riguardevole fu il lavoro da lui compiuto per il nuovo censimento dello Stato milanese. Un curriculum vitae veramente brillante che gli procurò stima onori ed anche benefici economici

Il Castello di Orago VA

Visita pastorale alla parrocchia di san Giorgio in Jerago del Cardinale Carlo Maria Martini

Dall’archivio Parrocchiale (ricerca di A. Carabelli)

– 28 maggio 1987 ore 21 incontro con i giovani delle parrocchie di Orago, Jerago e Besnate presso la sala dell’Auditorium

 (di seguito sintesi di archivio con note redatte all’epoca della pubblicazione del testo):

Ai Giovani di Orago, Jerago e Besnate radunati nell’Auditorium dopo le loro relazioni sul Cammino di fede e sulla problematica che nasce in loro lungo questo percorso, il Cardinale si è così rivolto:

Sono rimasto  ammirato per le vostre relazioni così dense e compatte. Sento che c’è tra voi una complementarietà e colgo che la forza che vi ha mosso è quella dell’unico Spirito Santo che suscita in voi questo senso di più grande comunità a partire dalla Comunità Parrocchiale.” [1]

“ occorre verificare il nostro modo di essere nella Comunità. Quando diciamo : [2] noi siamo la Chiesa, il nostro gruppo, il nostro modo di pensare e di vivere…  troppo spesso restringiamo il soggetto “noi”. Occorre risvegliare in noi il senso di appartenenza alla Chiesa, all’unica Chiesa <Ravviva il dono di Dio che è in te>. Vedo in voi genitori uno Spirito di fortezza, uno Spirito di Amore e di Saggezza. Vi ammiro e lodo Dio per ciò che siete, perché avete anche voi molta fiducia nel dono di Dio che c’è in voi”.

[3]“ Ci sono molte scelte importanti della vita alle quali il Vangelo non ci porta direttamente… E’ permesso , allora, qualunque pluralismo?. Niente affatto. Senza Vangelo queste scelte sono irresponsabili, disastrose, come mostra tanta gente che fa scelte disastrose. Devo partire nelle mie scelte, da principi evangelici: amore, carità, dedizione, servizio, spirito di sacrificio, amore alla croce, amore ai poveri, onestà, verità, coerenza. Questo non senza una preparazione culturale seria e l’approfondimento oggettivo dei fatti, degli avvenimenti, di tutto ciò che accade attorno a me e in me:”


[1]  Il diffusore del testo, nel renderlo pubblico così chiosava: è chiaro l’invito, se è vera la vostra fede, la vostra appartenenza al mistero di Cristo attraverso l’appartenenza alla Comunità Parrocchiale, essa deve aiutare ad abbracciare tutta l’unica chiesa di Cristo, deve aiutare a sentire la presenza delle altre Comunità Parrocchiali come complementari, non come “Altro, da contrapporre alla nostra”.

[2] Il Cardinale fa riferimento in particolare alla relazione di un gruppo.

[3] Il diffusore del testo introduce il testo successivo quale precisa risposta data ai giovani sul pluralismo, inteso come diritto a prendere decisioni operative sradicate dal nostro appartenere a Cristo , alla Chiesa, al suo modo di vivere

Si ringrazia la Fondazione Don Angelo Cassani per la concessione della fotografia pubblicata

Curioso episodio di rivalità conteso fra Orago e Solbiate

Di una difficile attribuzione di confine tra Orago e Solbiate Arno, conservo la memoria di un significativo episodio, che debbo al racconto dell’indimenticabile Canonico Don Alberto Ghirighelli, parroco di Orago. Dalle sue ricerche di archivio era emerso che, un abitante del Molinello, assiduo fedele della chiesa di San Giovanni, quando venne a morire, manifestò il desiderio che le sue esequie e la sepoltura fossero tenute nella Parrocchiale di Orago. Ma, al momento della funzione, al Molinello si presentarono due cortei funebri: quello di Solbiate, che reclamava il diritto alle esequie e  non voleva sentir ragioni diverse, quello di Orago, che vantava l’ottemperanza alle ultime volontà del defunto. I solbiatesi non mollarono nelle loro pretese e presidiarono il portone. Gli Oraghesi,  con l’aiuto dei parenti e con astuzia, riuscirono a prelevare la salma facendosela calare con le funi, direttamente dalla finestra della camera del defunto sul sottostante prato, nascondendola poi nel corteo che aveva dato l’impressione di rientrare in Orago a vuoto.

 

molinello

Vicende storiche di Orago come comune negli atti civili (rifermento all’archivio di Stato di Varese)

1558  comune di Orago

Nei registri dell’estimo del Ducato di Milano del 1558 e nei successivi aggiornamenti del XVIII secolo Orago risultava compreso nella Pieve di Gallarate.

Nel catasto detto Teresiano, Orago appare ancora comune separato.  Infatti i territori di Orago e Cavaria vennero rappresentati nel 1722 in mappe distinte.

Nel 1730 Orago venne unito in ufficio a Cavaria.

Nel compartimento territoriale specificante le cassine, del 1751, Orago e Cavaria appaiono ancora indicati come comuni separati (Compartimento del Ducato di Milano 1751).

Secondo le risposte ai 45 quesiti del 1751 della II giunta del censimento, il comune risultava distinto da quello di Cavaria. La comunità non risultava infeudata e non pagava nulla a titolo feudale, era stato però sotto la signoria dei Visconti ed era poi passata alla casa Lampugnani. In materia di Giustizia, non esistendo il podestà, il console prestava giuramento al regio ufficio di Gallarate.

Gli ufficiali del Comune erano il console, le cui funzioni erano svolte a turno dagli uomini della comunità e cambiava ogni mese, e il sindaco era scelto dal primo estimato[1]. Il cancelliere abitava ad Oggiona e veniva retribuito con 14 lire all’anno per il lavoro ordinario. Le scritture pubbliche erano conservate in casa del primo estimato.

Il comune non disponeva di procuratore né agente a Milano, ma lo nominava in caso di necessità.

Le anime collettabili[2] e non collettabili erano circa 122 (Risposte a 45 quesiti, 1751; cart 3071 fasc.17)

Comune di Orago con Cavaria  1757-1797 ( periodo della Lombardia Austriaca)

 

1757 Orago con Cavaria”  nel compartimento territoriale dello stato di Milano (editto 10 giugno 1757) appare la forma Orago con Cavaria

1786 il comune entra a far parte  della provincia di Gallarate, con altre località della stessa pieve, a seguito del compartimento territoriale della Lombardia austriaca (editto 26 sett 1786).

Nel 1791 i comuni della pieve di Gallarate si trovano inseriti nel distretto censuario XXXIII della provincia di Milano (Compartimento Lombardia 1791).

Comune di Orago con Cavaria  1798-1809[3] (periodo della repubblica cisalpina)

Per effetto della legge 26 marzo 1798 di organizzazione del dipartimento del Verbano (legge 6 germinale anno VI bis) il comune di Orago con Cavaria venne inserito nel distretto di Gallarate .

Soppresso il dipartimento del Verbano (Legge 15 fruttidoro anno VI) . Omissis .. . Con legge 26 set. 1798, Orago con Cavaria rimase nel distretto di Gallarate, che divenne il XIII del dipartimento dell’Olona.

Con il compartimento territoriale del 1801 il comune fu collocato nel distretto IV di Gallarate, del dipartimento dell’Olona  legge 23 fiorile anno XI).

Nel 1805 il comune di Orago con Cavaria venne inserito nel cantone I di Gallarate, del distretto IV di Gallarate del dipartimento dell’Olona. Il comune, di III classe, aveva 420 abitanti  (decreto 8 giugno 1805).

A seguito della aggregazione dei comuni del dipartimento d’Olona (decreto 4 novembre 1809), in accordo con il piano previsto già nel 1807 e parzialmente rivisto nel biennio successivo (progetto  di concentrazione 1807, Olona) Orago con Cavaria figurava con 436 abitanti, comune aggregato al comune denominativo di Oggiona, nel cantone I  di Gallarate del distretto IV di Gallarate, con la successiva concentrazione e unione di comuni nel dipartimento d’Olona (decreto 8  no.1811), Orago con Cavaria era compreso tra gli aggregati di Besnate, nel cantone I di Gallarate del distretto IV di Gallarate.

Comune di Orago 1816- 1859 (periodo del regno Lombardo-veneto)

Con l’attivazione dei comuni della provincia di Milano, in base alla compartimentazione del Regno Lombardo-Veneto (notificazione 12 febbraio 1816), il comune di Orago con Cavaria fu inserito nel Distretto XIII di Gallarate .

Orago e frazione  Cavaria, comune con convocato[4], fu confermato nel distretto XIII di Gallarate in forza del successivo compartimento territoriale delle province lombarde (notificazione 1 luglio 1844).

Nel 1853, Orago appare con frazione Cavaria, quale comune con convocato generale e con popolazione di 687 abitanti, inserito nel distretto XII di Gallarate e appare quale Comune di Orago ed Uniti  con la creazione del Regno d’italia  del 30 giugno 1861.

(Ad esso nel 1870  fu aggregato il soppresso  comune di Premezzo R.D. 9 giugno 1870).

Questo periodo fu caratterizzato dalla costruzione della line ferroviaria Gallarate -Varese che entra in esercizio il 26-9-1865 , mentre la stazione di Cavaria sarà operativa solo dal 16 ottobre 1903, inaugurata il successivo 9 novembre 1903

 Ma il periodo fu caratterizzato anche dalla litigiosità sempre più marcata  in consiglio   tra la componente cavariese cui si aggiunsero i due consiglieri di Premezzo e l’equilibrio consigliare si spostò a favore del  blocco cavariese. La sede del municipio fu dunque trasferta dal Castello di Orago  a Cavaria.

Il Comune di Orago fu Capoluogo e Sede del Comune di Orago ed Uniti sino al 30 luglio 1889, data dopo la quale la sede del Comune venne trasferita a Cavaria. Il passo successivo fu cambiare la denominazione.

Troviamo infatti il testo della seduta del giorno 1 giugno 1890[5] registrata nel Registro delle deliberazioni del Comune di Orago ed Uniti.

Comune di Orago ed Uniti

Seduta del Giorno 1 giugno 1890

Oggetto: Cambiamento del Capoluogo e della denominazione del Comune

L’anno millesettecentonovanta addì 1 giugno, presenti i Consiglieri: Curioni Francesco, Curioni Carlo, Curioni Pompeo, Luini Angelo, Mazzuccelli Agostino, Mazzucchelli Cesare , Pomini Castigiano, Saporiti Gerolamo e Pastorelli Luigi. Assenti i Consiglieri Brusadelli Angelo, Carabelli Innocente, Pastorelli Domenico, Pariani dr. Valente, Scaltritti Bernardo, Scaltritti Carlo.

Il sig. Presidente espone all’adunanza che al cambiamento della Sede Comunale ora in Cavaria, avrebbe dovuto di conseguenza pure effettuarsi il cambiamento del Capoluogo, ma che ciò non essendo avvenuto necessita ora provvedervi. Addimostra come tale atto sia reclamato dal bisogno di uniformare più possibilmente l’ordinamento amministrativo in modo che il Capoluogo sia quello ove avvi la sede del Comune ed il Comune prenda la sua denominazione dal Capoluogo e dalla Sede.

E perciò siccome la Sede trovasi ora in Cavaria è di necessità amministrativa che Cavaria diventi anche Capoluogo e che il Comune si appelli comune di Cavaria  e non di Orago.

I Consiglieri dopo una discussione assennata e ponderata, Deliberano (assenti i Consiglieri di Orago):

Che il capoluogo del comune sia a Cavaria invece di Orago e che questo Comune stesso si chiami Comune di Cavaria ed Uniti e non Orago ed Uniti.

Letto approvato e sottoscritto. Il presidente Curioni Francesco – Il segretario G. Mazzucchelli

A seguito di queste vicissitudini la popolazione di Orago con le debite forme: Regio decreto 20 marzo 1892 n.198  ottiene di essere aggregata a  Jerago – comune  confinante al quale si era già unito nel 1872 Besnate che si era distaccato da Arsago

1892-1907 Comune di Jerago con Besnate e  Orago

Con Decreto regio 20-3-1892  Orago cessò di appartenere al Comune di Orago ed Uniti per essere aggregato al comune di Jerago con Besnate, formando il comune di Jerago con Besnate e Orago

Popolazione residente nel comune  1901 -2589 ab.

1907 fino ai giorni nostri  Comune di Jerago Con Orago

Nel 1907 il comune di Jerago con Besnate ed Orago viene ripartito nei Comuni di Jerago con Orago e di Besnate legge 28 febbraio 1907 ,n.48

Elenco dei sindaci e vice fino all’anno 2003 (tratto da Jerago con Orago 100 anni di storia)

Per consentire un rapido orientamento diamo l’elenco dei sindaci e podestà in ordine cronologico

Durata Cognome Nome Carica Nomina Vice
1907 – 1920 ZENI Alessandro Sindaco Eletto dal Consiglio  
1920 – 1923 CARDANI Salvatore Sindaco Eletto dal Consiglio  
1923- 1926 MICHAUD Leone Sindaco Eletto dal Consiglio  
1926 – 1937 MICHAUD Leone podestà nominato dal PNF  
1937 – 1940 RABUFFETTI Mario podestà nominato dal PNF  
1940 – 1945 BIGANZOLI Giovanni podestà nominato dal PNF  
1945 (Aprile) BIGANZOLI Giovanni sindaco nominato dal CLN  
1945 (Maggio) CARDANI Salvatore sindaco nominato dal CLN  
1945 – 1946 BIGANZOLI Giovanni sindaco nominato dal CLN  
1946 – 1947 CARDANI Salvatore Sindaco Eletto dal Consiglio CAIELLI Carlo
1947 – 1951 CAIELLI Carlo Sindaco Eletto dal Consiglio MORETTI Serafino
1951 – 1956 BIGANZOLI Pio Sindaco Eletto dal Consiglio SCALTRITTI Renato 
1956 – 1964 CARABELLI Francesco Sindaco Eletto dal Consiglio VALENTI Ermanno
1964 – 1970 BRUNI Gaetano Sindaco Eletto dal Consiglio ANNONI Erminio
1970 – 1971 CARABELLI Francesco Sindaco Eletto dal Consiglio  
1971 – 1974 MAGISTRALI Vittorio Sindaco Eletto dal Consiglio  
1974 – 1975 LODI -PASINI Ugo Sindaco Eletto dal Consiglio  
1975 – 1985 BOSSI Ferruccio Sindaco Eletto dal Consiglio GIOACCHINI Giorgio
1985 – 1990 LONGHI Livio Sindaco Eletto dal Consiglio VIGANO’ Franco
1990 – 1995 BOSSI Ferruccio Sindaco Eletto dal Consiglio CAZZOLA Alberto
1995 – 1999 LONGHI Livio Sindaco Eletto direttamente VALENTI Eliseo
1999 – 2003 GIAROLA Gianluca Sindaco Eletto direttamente SCALTRITTI Pietro
2003 – 2008 VALENTI Eliseo Sindaco Eletto direttamente CARUGGI Mauro
2008-2013 GINELLI Giorgio Sindaco Eletto direttamente Bollini Piera
2013-2018 GINELLI Giorgio Sindaco Eletto direttamente Lodi Pasini Gigi
2018 ad oggi ALIVERTI Emilio Sindaco Eletto direttamente Carnini Anna

[1] Nella fattispecie il proprietario con maggiore perticato

[2] Collettabile-si intende soggetto ad imposta. Colettabili e non collettabili equivale a dire la totalità della popolazione.

[3] N.d.. è il periodo della repubblica cisalpina, di influenza francese. In pochi anni furono fatti tutti questi cambiamenti formali, che anche dalla sola lettura risultano estremamente complessi.

[4] Convocato– fa riferimento alla assemblea, che normalmente veniva convocata nella piazza principale

[5] Documeto avente per oggetto il Cambiamento del Capoluogo e della desitnazione del comune di  Orago ed Uniti estratto dal Registro delle deliberazioni del Comune di Orago ed Uniti .Giacente presso il Comune di Cavaria con Premezzo, rilascaito per copia conforme all’originale  a Cavaria il 27-1-1948 a firma del sindaco Bottini Ambrogio

Culto di San Giuseppe ad Orago (avvalendosi delle ricerche di Carlo Mastorgio)

La statua di San Giuseppe, collocata nei prati di Orago, è stata oggetto di devozione da parte degli oraghesi  fin dal 1700, che il giorno 19 di marzo vi si recavano in processione  partendo dalla chiesa di San Giovanni Battista. A tale festa partecipava anche un buon numero di jeraghesi. Gli anziani narrano che talvolta  ci fosse ancora la neve  e talaltra  fiorissero già i primi fiori, a dimostrazione che il tempo ha sempre fatto di testa sua. Carlo Mastorgio, che della nostra storia è stato appassionato e documentato cultore ci aiuta con la sua descrizione: “l’itinerario muoveva dalla chiesa di S. Giovanni Battista, scendeva per la strada detta della Costa Nuova (cimitero odierno n.d.r.), indi la carrozzabile Gallarate-Varese sino alla statua; dopo la benedizione si ritornava alla chiesa per la medesima carrozzabile e per la strada della costa dell’Asilo. Famosa fu la processione del 19 marzo 1931 alla statua di San Giuseppe, dove era stato eretto un altare, lì potevi trovare tutto il paese, una folla di ben cinquecento persone inginocchiate per la benedizione”. Solo dopo il 1948 per ragioni di viabilità, dovute all’aumento di traffico, si optò per una processione ridotta che girava attorno all’isolato del Castello e si fermava dove inizia la discesa dello scalone d’onore, dalla cui sommità era ben visibile la statua ed il parroco del tempo (don Alberto Ghiringhelli) impartiva la benedizione.

Il culto del Santo rimase sempre ben radicato tra i giovani di Orago che lo elessero a patrono, tanto  che in quel giorno, all’epoca anche festa civile, si fece coincidere la festa dell’oratorio maschile, rallegrata da numerosi giochi.

Quella statua, per voleri testamentari e con legati specifici fu dalla sua origine esposta al culto su di un piedestallo nei prati, ab antiquissimi temporibus et perpetuo-da tempi immemorabili ed in perpetuo, quindi patrimonio esclusivo della comunità di san Giovanni Battista.

Fu così che quando il proprietario del fondo sul quale essa era collocata, fece abbattere il piedistallo, con la manifesta intenzione di trasferirla altrove ed in altro paese, un gruppo di giovani oraghesi, ritenne doveroso difendere la statua del Santo. La sottrasse nottetempo, affinché quegli intendimenti non andassero in porto e la nascose, con un blitz noto come il rapimento della Statua. Da qui proteste, denunce, intimidazioni, lettere e telefonate anonime. Alla fine la “commedia” finì e tutto si accomodò. La statua riapparve e di comune accordo fu collocata su di un nuovo piedistallo provvisorio, accanto all’ex mulino del Giambello. Orago salvò il suo cimelio, simbolo di una tradizione e di un culto secolare. Il parroco don Alberto Ghiringhelli poté annotare in un suo diario “Gli unici fra tutti, ai quali bisognava cavare tanto di cappello, sono venti ragazzi che agirono con vera retta intenzione e coraggio”.

La statua non poteva essere ricollocata nel luogo originale, perché  nel frattempo  erano sorte nuove costruzioni che avrebbero impedito per sempre l’antica suggestiva vista dallo scalone. Rimaneva la possibilità di una sistemazione prossima e ancora nei prati.  A tal fine si attivarono i fratelli Consolaro che, divenuti premurosi custodi della stessa, riuscirono a mobilitare un nutrito gruppo di volontari, perchè suscitassero e risolvessero il problema, a loro si unì con la sua  competenza e  passione storica  Carlo Mastorgio, che pubblicherà  per l’occasione un fascicolo  intitolato “Culto e tradizione di san Giuseppe ad Orago”. Dopo tale iniziativa e per interessamento del Comune di Jerago con Orago, essendo sindaco Livio Longhi nella amministrazione 95-99, fu approntato dall’ufficio tecnico comunale e finanziato dal Comune un progetto di restauro, che permise di posizionare la statua su di un nuovo piedistallo, ubicandola in zona prossima al molino Giambello, circondata ancora dal verde dei prati come in antico. Purtroppo in questi ultimi anni, dalla ricollocazione, la statua in arenaria è stata erosa dalle piogge acide, complice l’industrializzazione della zona, molto più di quanto non fosse avvenuto nei tre secoli precedenti, tanto da far temere una sua irrimediabile perdita. Si auspicano di nuovo urgenti ed improcrastinabili restauri, pena il vanificare di questa nostra vicenda. Forse si rende necessaria una squadra di nuovi volontari e devoti.

Ci si potrebbe chiedere il motivo del culto di San Giuseppe ad Orago, in un contesto ambrosiano che vede la prima chiesa dedicata al santo in Milano e solo nel 1530.

Fin verso il 1400 per motivi strategici il castello di Orago poteva ben ritenersi un baluardo sulla valle dell’Arno e perciò interessante per la potenza viscontea.  Il forte di Orago faceva parte di quel limen prealpino che da Massino inanellava tutta una serie di fortezze, le quali possiamo ancora riconoscere nelle vicinanze: Besnate- Crenna-Cajello-Jerago-Orago-Albizzate-Solbiate-Cassano.

Una serie di personaggi, funzionali alla potenza viscontea, più o meno importanti, vivevano in questi presidi fortificati intrattenendo coi Visconti relazioni caratterizzate da legami di famiglia.  Ciò consentiva ai Visconti milanesi di sfoggiare la loro forza nei momenti in cui a Milano era necessario mostrare i muscoli, servendosi anche dei villici che si trasferivano, armati di forconi, proprio da questi territori per fomentare o contrastare i vari moti di piazza contro le fazioni avverse ai Visconti. Per questa funzione di supporto, i Visconti titolari dei castelli e dei territori di pertinenza godevano l’esenzione dalle varie gabelle, altrimenti obbligatorie, verso il ducato o, quando i castelli incombevano sui luoghi di traffico, esercitavano in franchigia diritti di osteria, accoglienza e stallaggio. Fu chiaro che, quando cadde la potenza Viscontea, e venne meno la  funzione di frontiera dei nostri castelli, questi furono lasciati in abbandono con distruzione e decadenza delle rocche.  Divennero nuovamente interessanti se ad essi fosse stato legato un territorio produttivo dal punto di vista agricolo. La piana dell’Arno tra Solbiate e Cavaria, in territorio di Orago presentava già in antico due molini: Molinello e Giambello, oltre al Molino Scalone verso Oggiona; è piana irrigua , con canali alimentati da acque a regime pressoché continuo, quindi permette coltivazioni pregiate, a differenza dei territori di Jerago che sono  bagnati solo da acque sorgive e meteoriche. Nel 1500 il castello di Orago divenne di proprietà Lampugnani, attraverso il matrimonio di Bianca, l’ultima Visconti di Orago, dapprima con Ferdinando Lampugnani e, morto questo nel 1533, con Gaspare Antonio. I Lampugnani rimasero. proprietari fino ad Attilio che, verso il 1713, riedificò il castello come lo troviamo ora nella sua funzione di soggiorno e villa di campagna . Fu artefice del prezioso ingresso e dello scalone d’onore. Alla sua morte nel 1757 lasciò tutti i beni all’ospedale Maggiore di Milano.  Con riferimento al catasto del 1725, noto come Teresiano, rileviamo che:  delle 1565 pertiche milanesi  pertinenti al territorio di Orago, ben 1400 appartenevano al conte Attilio Lampugnani. Costui non lasciò eredi, perché tutti premorti e l’unico figlio maschio Giuseppe morì in giovane età. Fu in sua memoria che Attilio Lampugnani presumibilmente volle fosse dedicata una statua a San Giuseppe. Come si evince da un suo pio legato  citato  da Carlo Mastorgio “Voglio pure e dispongo, che dopo la mia  morte si faccia celebrare nel giorno della Festa del Glorioso Patriarca S. Giuseppe, e nella Chiesa Parrocchiale di Orago una messa cantata con fare l’immediata processione del Popolo al sito dove resta  collocata la statua di San Giuseppe vicino al Molino, e di rimpetto alla Porta del Castello, che guarda alla strada de Varese, ove si canterano le Littanie, dovendosi contribuire al sodetto R.do Paroco per tempo la elemosina di soldi trenta per le celebrazioni di detta messa e processione come sopra, e quando succedesse la festa di S. Giuseppe di venerdì, si dovrà fare la processione dal popolo nel medesimo giorno al sito, ove resta collocata la statua sodetta, e la messa cantata si dovrà celebrare nel giorno successivo, volendo pure come voglio  e dispongo, che in occasione di detta processione, e così nella festa di S. Giuseppe di cadaun anno sino in perpetuo si distribuiscano stara quattro di mistura in tanto pane al Popolo di Orago. “