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I GIARDINI E GLI ORTI CASALINGHI

La produzione di verdura e frutta casalinga fu strettamente legata al lavoro nell’orto che col pollaio divenne il  regno incontrastato delle masere. Nel terreno vicino a casa, ingrassato col letame del pollaio, piantavano: cipolle, insalate, cicoria, coste, erburin prezzemolo, curnit fagiolini, zucchine, pomodori, carote, insomma tutte le qualità di ortaggi e verdure. Zappavano e ripulivano dall’erba i preus, mentre i mariti preparavano i piantireu. Da Marzo, si erano segnate le date giuste per seminare le varie specialità, osservavano le fasi lunari e spiavano i lavori dell’orto dei vicini per non essere loro da meno. Il seme messo a luna sbagliata dava piante da taglio che andavano subito in cana, cioè facevano immediatamente il fiore compromettendo la commestibilità. La regola era che le verdure da taglio si seminassero in lüna vegia perché fossero più lente nello sviluppo e durassero più a lungo senza fiorire, mentre per le leguminose, fagioli, cornetti, piselli, non vi erano regole. Esse, pur tra mille ristrettezze, riuscivano sempre a ritagliare nell’orto uno spazio per il giardino e soddisfare il desiderio di fiori, di piante, di bordure . Queste, oggi come ieri, quando fioriscono nel giardino o su un balcone, sono una gioia per tutti, per chi guarda e per chi è autore di quel miracolo col suo pollice verde. Si va nel negozio di Rejna Edero, mai nome fu più appropriato, o nel vivaio Mattavelli e in poco tempo sei servito di quanto ti necessita. Poi metti qualche pianta in più, perché il prato ti sembra spoglio e quando crescono, non sai proprio cosa sacrificare nel bosco che hai creato e allora sposti, tagli, non sei mai contento. Era cosi’ anche per i nostri vecchi, solo che i mezzi erano minori e i negozi solo in città.

Non esisteva la cura per il prato verde all’inglese, perché l’erba doveva servire per i conigli, le piante…solo quelle da frutto, niente siepi ma filari di vite par l’üga mericana. Le piante da frutta venivano potate e innestate da esperti che ci si premurava di prenotare per tempo, tra questi si distinsero il sig. Agostino Bosetti ai Casanit, il sig. Sartori giardiniere della caserma, il sig. Antonio De Bortoli al Pilatel, ma anche Don Carlo Crespi, nostro Parroco nel dopoguerra che ci fece conoscere l’innesto dell’albicocco a gemma. L’operazione dell’innesto si chiamava insidì e all’uopo servivano gemme o marze delle piante madri dette ramerz. Ricordo un autentico maestro il “Lia” Elia Magistrali, che arrivava puntuale alla stagione giusta, con la sua bicicletta da donna sulla quale legava i säras rametti di salice e una borsa, di quelle vecchie della spesa intrecciate, da cui estraeva il mastice, la raffia, il falcetto. A operazione finita, era più contento lui del piacere che gli avevi fatto chiedendo la sua opera, di quanto non lo fossi tu, perché non sapevi come ripagarlo poiché voleva niente. E così grazie a quegli innesti riuscivi a conservare nel tempo le specie di susini o di meli dai frutti gustosissimi che il nonno aveva scovato chissà dove. Conservando quelle piante e quelle qualità, era un po’ come se loro, i vecchi, vivessero ancora grazie alla tenace difesa degli oggetti del loro amore. Quanta tristezza, quando vedo distruggere un leug un orto o un giardino, non per giusta necessità di abitazione, ma per quei falansteri speculativi, che pare siano diventati tanto di moda e redditizi. Se il verde e l’orto erano funzionali alla sopravvivenza, non così per il fiore, sempre ambito dal gentil sesso, anche prima della lavatrice, quando le nostre donne erano schiave della casa più di quanto non lo siano oggi. I fiori li ammiravano sul Catalogo dei Fratelli Ingegnoli, ma quanto ad acquistarli era tutt’altra cosa. Alla necessità sovvenivano le gite in “Corriera” sponsorizzate dalle Suore o dalla Parrocchia verso i tradizionali luoghi di preghiera: Caravaggio, Il Monte Berico, Il Bambin Gesù di Arenzano. L’immancabile puntatina al mare o sul lago permetteva di ammirare stupendi gerani ed oleandri i cui oecc germogli o virgulti finivano, con rapida mossa, nelle capaci borse da passeggio delle nostre festose gitanti. Le più brave riuscivano poi a riprodurre bellissime piante per la meraviglia, lo stupore e l’invidia delle vicine. Segreto di pulcinella il concime, in epoca di cavalli da tiro non mancavano i famosi bualit escrementi equini che non facevano tempo a cader per terra che subito venivano raccolti con barnasch e scuinet paletta e scopino e messi a macerare in una sidèla d’aqua al su – secchio di acqua messo a macerare al sole. Ne usciva un liquido tanto nutriente da ridare vigore al più sofferente dei virgulti del balcone, altro che Gesal. Ma attenzione quel concime oggi non è più riproducibile perché, spariti i possenti cavalli da tiro, l’elegante cavallo da sella che sempre più si incontra nei boschi, allevato con mangime rende degli escrementi così flaccidi da assomigliare a quelli di vacca dette buasc che nella medicina popolare servivano come impacchi par tirà cò i flemuni cataplasmi da applicare sui grossi e fastidiosi foruncoli per farli scoppiare, come si vedrà nel capitolo: rimedi d’una oelta”.

Brano tratto da A. Carabelli- E. Riganti “Le ricette della nonna”, Tipografia Moderna, Gallarate, 2000

A fulgore et tempesta libera nos Domine – Dalla folgore e dalla tempesta liberaci o Signore

(testo di  Anselmo Carabelli)

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(Fonte immagine: lastampa.it)

Questa invocazione latina potevamo leggere sul cartiglio del bordo della 4^ campana, quando, prima del restauro del campanile, i sacri bronzi incatenati fra loro facevano bella e inoperosa mostra sul vialetto che porta alla canonica. A quel motto il pensiero riandava nell’osservare, incredulo e sconfortato, lo scempio che il fortunale aveva arrecato all’orto, oggetto di tante cure.

L’ è cativ me a témpèsta da mägé cattivo come la tempesta di maggio, non è più maggio, sono i primi giorni di giugno, ma gli effetti di quella cattiveria si possono apprezzare tutti, dalle piante di zucchine maciullate, ai pomodori dei quali sono rimasti in piedi solo i piantireu-tutori; insalate, fagioli, peperoni, tutti rasati al suolo.. che spatasc! Riusciremo a mangiare qualcosa del nostro orto quest’estate? Ributteranno le piantine dalle loro radici; coi rami apicali distrutti, tra i laterali, qualcuno riprenderà il portameto centrale? non lo sappiamo. Dopo i commenti di rito, incontrando un agricoltore  per hobby, come me, o pensionato come tanti, ci si consiglia  sul da farsi, chi la racconta in un modo, chi in un altro, certamente tutti concordiamo che le patate, i pomm da tèra si sono salvate, per il resto staremo a vedere e diventerà bagaglio della nostra limitata esperienza agricola, alla quale mancava ancora questo capitolo. Sì perché l’ultima vera calamità atmosferica fu nel lontano 1940, quando dovevamo ancora nascere, come testimoniano  le foto dei mucchi di grandine accatastata, dopo che questa aveva letteralmete pulito ogni cosa e spogliato persino gli abeti dagli aghi, il che è tutto dire. E allora, veramente, fu come pioggia sul bagnato; tempo di guerra, popolazione che, pur andando al lavoro presso le officine, traeva ancora importante sostentamento dal reddito agricolo. Ecco a me, uomo di oggi abituato a prevedere, a organizzare quasi tutto, pare una cosa impossibile accettare questa delusione; dovevo pur metterla la rete antigrandine! Se ci penso, naturalmete a mente fredda, debbo concludere che un altro insegnamento si è aggiunto ai tanti che la coltivazione di un orto mi ha impartito. Perché coltivo l’orto? Per necessità, certamente nò, rigraziando Iddio;  per la migliore qualità del prodotto, da consumare appena colto, forse. Avete notato però come, da quando la Malpensa è diventata grande, le foglie delle nostre piante, cedue o annuali, ogni tanto e all’improvviso diventino gialle quasi bruciate a chiazze slambrisäa? Sarà mica stato un bel aerosol di Kherosene a rivitalizzarle? Non a caso i primi a fare proteste, chiudendo in corteo le vie di accesso al Hub ( si scrive così !)  sono stati quelli delle località novaresi-piemontesi: Oleggio, Castelletto, Pombia. Da contadini, quali essi sono, hanno osservato questi effetti sulle loro coltivazioni, mentre noi lamentavamo solo il fastidioso rumore degli aerei. Poi si sono mossi anche i nostri sindaci, speriamo  bene. Perché continuiamo ad affaticarci nell’orto? Forse da piccoli lo abbiamo visto fare ai nostri vecchi e così ci pare di essere ancora con loro. Certi modi di dire, a  tera l’è basa , hanno così acquistato un giusto valore, per la fatica di vangare nell’orto di terra argillosa coi conseguenti mal di schiena. Come facevano loro a coltivare pertiche di terra? E quanto rud-letame c’è voluto e quanti anni per rendere soffice ed accettabile quel fazzoletto di orto ricavato nella terra di riporto, sparsa  attorno alla nuova casa. Ma se riesci a superare il disagio di rimetterti a lavorare di sabato o alla sera, quando dopo una giornata o una settimana faticosa sarebbe più logico concederti un meritato riposo, ti accorgeresti che  faticare nell’orto apre  impensati orizzonti alla mente e accantona le preoccupazioni quotidiane. Sei stressato perché sei impaziente e l’orto da antico e scafato maestro, ti insegna che, ci vuole calma nelle cose. Il mondo di oggi ti ha sottratta la dimensione temporale  e molta della stanchezza che accumoli è solo mentale, nasce dalla tensione di non essere ancora venuto a capo di ciò  che attendi: una risposta ad un problema, un ostacolo non ancora superato; hai premura di sapere ed è la stessa premura che ti spinge ad andare veloce per arrivare prima, non è questo  che oggi affatica di più? Da modesto coltivatore, quale sei, hai comunque  imparato a rispettare il tempo, tutto il tempo necessario, perché il seme possa germogliare e poi fruttificare. Attendi con pazienza e stupore le stagioni: il caldo, il freddo, la pioggia, temi la siccità, il vento, il gelo; se non è tempo giusto, nonostante la tua voglia di  vedere i frutti, questi non maturano e oggi con rassegnazione hai appreso che, nonostante tutti gli sforzi qualche volta il raccolto  non potrà  maturare, e anche questo devi accettare. Non a caso i vecchi ci hanno passato la preghiera della nostra quarta campana  a fulgore et tempesta libera nos Domine. 

P.S: Con sorpresa ho notato che le piantine scartate, le più piccole e brutte,  dimenticate in un angolo riparato, perchè mi dispiceva buttarle, miracolosamente erano ancora  intatte e allora le ho sostituite alle distrutte e così,  quelle che ritenevo più deboli , sono diventate la nuova speranza del raccolto.