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La festa di S.Agata e i Pellegrinaggi della nostra Parrocchia

(di Anselmo CARABELLI)

Il giorno 5 febbraio fu tradizione della nostra parrocchia, almeno fin verso la fine degli anni 50, distingure con una speciale partecipazione di fedeli, la ricorrenza di Santa Agata. Il Parroco faceva esporre il quadro della Santa e la reliquia durante la S.Messa. Infatti ci si ricordava ancora di quando, le donne in dolce attesa, si recavano a Monte (fraz, di Solbiate Arno) per implorare la intercessione della santa, cui appunto era dedicata la chiesa di Monte, per un buon parto e per tanto latte per le puerpere. I mariti accompagnavano le mogli ed era anche tradizione dopo aver assistito alla S. Messa di rifocillarsi presso la vicina accogliente osteria. Si dice dato i rigori del periodo e la fatica del cammino fosse d’obbligo consumare una fumante e squisita “Cazzeula”. Di questa tradizione rimase la raccolta di una offerta che l’Ambrosina dul Fra, faceva di casa in casa e poi dava alla Parrocchia per le candele votive. Anche se la scienza medica e il latte in polvere avevano rimossa la paura propria degli anni precedenti, e’ sempre rimasto nella popolazione il desiderio del ringraziamento e della gratitudine.

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Lo studio delle mete dei pellegrinaggi permette di capire come la vita della comunità e delle singole famiglie fosse sempre legata ad un luogo sacro. E questo fu il frutto dell’insegnamento dei Vescovi. Infatti il cristiano da sempre considerato in viaggio verso il raggiungimento della meta eterna, si é misurato in antico col raggiungimento delle mete di Gerusalemme e di Roma. Ecco allora lo studio delle vie antiche. I famosi Valichi alpini del San Gottardo, del San Bernardino, di San Giacomo, per limitarci a quelli piu’ vicini a noi,  praticati, naturalmente con nomi diversi, dall’antichità sono stati i valichi percorsi dai nostri evangelizzatori. Sembra strano, ma essi furono monaci irlandesi, che seguendo le vie romane ormai impraticabili per la frantumazione dell’impero romano, mandati da San Gregorio Magno al seguito di San Colombano, riconquistarono le popolazioni locali alla fede apostolica romana. In effetti la prima predicazione cristina dei nostri villaggi fu opera dei missionari di Sant’Ambrogio che si diffuse soprattutto nelle ville di residenza di campagna dei dignitari imperiali che risiedevano a Milano. Ma fu piuttosto difficile convertire popolazioni come le nostre che da sempre praticavano riti propri legati ai cicli della natura; non dimentichiamo che i romani, pur avendo imposto le loro divinita’, conservavano nella parte sacra del tempio anche un tempio per la divinità locale. La persistenza delle popolazioni rurali, cioè degli abitanti del “Pagus” (nome latino del piccolo villaggio rurale) nelle pratiche religiose ancestrali almeno fino al IV sec. fa si che il termine di ”Pagano” sia antitetico al termine “cristiano”.  Col rito Pagano della cremazione si comincia a ritrovare il rito della inumazione e la tomba tardo antica di Oggiona, che evidenzia la copertura con tegole di un inumato (alla cappuccina) €e  può farci ritenere che nella gente, almeno in chi puo’ permettersi una tomba di quel tipo, cominci a diffondersi una nuova considerazione del cadavere. Infatti per il cristiano il cadavere fu tempio di Dio e si riunirà all’Anima nel giorno della Resurrezione dei morti. Con l’editto di Milano del 313 Costantino e Licinio autorizzano i Cristiani ed i seguaci di ogni fede a manifestare il loro credo, mentre gia’ nel 392 l’imperatore Teodosio con l’editto di Costantinopoli vieta qualsiasi culto pagano anche privato.  Se leggiamo questi fatti nel nostro territorio dobbiamo rilevare che il cristianesimo, dapprima come fenomeno raro legato alle presenze missionarie provenienti da Milano, abbia avuto successivamente una diffusione vasta, come vasta era la romanizzazione del territorio. Si noti come sia interessante a tal fine lo studio sulla origine della dedicazione delle varie chiese del nostro territorio:

ALBIZZATE S.Alessandro (martire della Legione Tebea a Milano- Diocleziano Imperatore)

PREMEZZO S.Antonino (martire della Legione Tebea -Diocleziano Imperatore)

ARSAGO S.Vittore (Martire della Legione Tebea a Octodurum- Diocleziano imperatore)

Besnate S.Martino (Funzionario imperiale Romano)

SOLBIATE ARNO San Maurizio (Martire della legione Tebea a Octodurum- Martigny -Diocleziano imperatore)

MONTE  S.Agata (Martire di Diocleziano)

JERAGO S.Giorgio (Militare della guardia del corpo di Diocleziano, martirizzato nel 303)

Gli studi del Bertolone e del Gramatica sulla presenza militare romana, nonché le intuizioni sulla presenza di zone di confine in epoca tardo romana (Limes), nonché gli studi di Mastorgio e piu’ recentemente le osservazioni di Carabelli fanno pensare a un substrato Celtico con presenza militare romana che a mio parere doveva essere molto rilevante. Quindi niente di piu’ probabile che, dovendo dedicare chiese a chi aveva origine militare, questa le si dedicasse a un santo che comunque avesse attinenza con quanto il nuovo fedele cristiano aveva sempre fatto, il militare appunto. Se poi come si ritiene a Solbiate la famosa legione Tebea avesse li avuto un castrum, questo é di secondaria importanza. Ma persisteva sul territorio nel periodo della cristianizzazione anche un substrato pagano celtico ed é verosimile che alcune tradizioni pagane, pensiamo ai riti propiziatori della fecondità o della maternità, siano sopravvissute alla recente fede cristiana.  Ecco allora che il cristianesimo insegnò che queste oneste richieste agli antichi idoli, dovessero ora essere indirizzate all’unico vero Dio per il tramite di un santo martire.  Ecco allora che la Santa Agata può veramente essersi sovrapposta a una ritualità pagana preesistente.  Non e’ fuori luogo ritenere, che ovunque vi siano resti di costruzioni romaniche, e questo é una dei tanti casi, sotto si celi un substrato romano preesistente.

Pellegrinaggio Comunitario a Varallo Sesia

(testo e ricerche di archivio A. Carabelli)

La nascita dei Sacri monti avviene in concomitanza con l’obbiettiva difficoltà, intorno al XV e XVI sec, del pellegrinaggio in Terrasanta a causa dall’espansione ottomana. Si ricostruirono gli episodi della vita di Cristo e della sua Passione, in luoghi facilmente raggiungibili, ambientandoli in realtà architettoniche familiari. Si rendeva così più facile al pellegrino la memorizzazione della storia sacra, favorendo la continuità della sua formazione religiosa e la disciplina nella pratica cristiana. Tutto ciò in sintonia coi Vescovi e con quanto suggerito dalle “meditazioni della Vita di Cristo” attribuite a San Bonaventura. Ottemperando agli insegnamenti del Cardinale Carlo Borromeo i parrocchiani di San Giorgio nell’anno 1610, con atto rogato dal Notaio Jacopo de Brusatoribus de Ferno, si impegnarono “con voto annuale ad andare in processione al Sacro Monte sopra Varese ed a Santa Caterina del Sasso. L’atto rogato era un impegno ufficiale, del quale si vede ancora traccia in una tabella all’entrata della chiesa di Santa Caterina ove si annovera Jerago tra le parrocchie ivi accreditate. Da qui nasce l’annuale Visita al Sacro monte di Varese, persa invece quella a Santa Caterina.

Il Pellegrinaggio più impegnativo del quale si è completamente persa memoria è quello che le nostre nonne, accompagnate dai figli e da qualche anziano, iniziavano a piedi da Jerago, il 13 di agosto, con meta il Sacro Monte di Varallo Sesia.  Così veniva descritto da Celeste Riganti papà di Enrico:partivano da Jerago, il 13 di agosto, poco prima di mezzogiorno, a piedi. Portavano con sé lo stretto necessario, abito di ricambio, i zibrett bèi (ciabatte belle in pelle), culzét (calze) e qualcosa da mangiare per il viaggio. Seguivano la via per Arsago raccogliendosi in preghiera al Santuario della Madonna della Ghianda di Mezzana. Fatte le devozioni, prendevano il treno alla Stazione di Somma Lombardo per Arona. Da qui salivano al San Carlone e visitavano la chiesa che custodisce la casa dove nacque San Carlo. Dalla collina, accompagnati da una guida, sempre a piedi e per sentieri muovevano verso Orta. Raggiunta Orta, visitavano le Cappelle del Monte di San Francesco, salivano sulla barca per l’isola di San Giulio da dove, fatta la visita, attraversavano il lago approdando verso la sponda di Omegna. Da lì ancora per i sentieri, camminando tutta la notte, valicavano il monte Cavalasc (così lo chiamavano), trovavano montanari che vendevano frutta e offrivano loro da bere. Alle prime luci dell’alba tra la vegetazione e con grande meraviglia potevano individuare finalmente il santuario e le vie delle Cappelle. Rincuoratisi scendevano rapidamente verso il santuario, si lavavano alle fontane, indossavano gli abiti freschi e iniziavano la visita alle 45 cappelle recitando le devozioni. Le cappelle venivano illustrate dall’accompagnatore, scelto sul posto o tra le persone che quel pellegrinaggio avevano già precedentemente fatto. E siamo arrivati al pomeriggio del 14 di agosto: le confessioni, si prendeva del cibo e poi ci si coricava sotto i portici del Santuario. L’alba del giorno dell’Assunta li avrebbe ritrovati riposati e rinvigoriti. Ascoltavano la Santa Messa solenne, si comunicavano e scendevano dal S. Monte, non prima di aver asportato un pezzetto della grande Croce del Santuario, promesso come ricordo a qualche ammalato, una volta rientrati. In Varallo visitavano la Chiesa Madre e subito di fretta alla stazione per non perdere quel treno che li avrebbe riaccompagnati a casa. In treno, si passava da: Varallo- Romagnano-Arona-Sesto-Somma-Gallarate-Cavaria. Ecco finalmente la nostra stazione, che raggiungevano stanche ma felici, prima che scendesse la notte. I nostri vecchi non si spaventavano per un viaggio di tre giorni, due lunghe camminate e due notti all’addiaccio; li sosteneva una grande devozione mariana. Parimenti non disdegnavano l’aiuto della modernità del treno e così come all’andata li aveva portati ad Arona, da Varallo, con i dovuti cambi di linea, li riportava a casa e ciò fin dal 1868.  Nel 1933 fu inaugurata la funivia che dal centro di Varallo sale alla Basilica dell’Assunta e si parlò molto nei nostri paesi di quell’opera, fra le più ardite d’Europa che era stata costruita a Solbiate Arno anche dai nostri operai e tecnici alla Ceretti e Tanfani. Era nato in molti il desiderio di librarsi nell’aria chiusi in quella cabinetta di metallo e vetri provando emozioni riservate ai pochi piloti di aereo. Quale miglior occasione del Pellegrinaggio a Varallo che proprio grazie alla funivia, eliminando la lunga ascesa a piedi, si poteva ridurre ad un solo giorno.  Siccome un simile viaggio impegnava diverse e costose tipologie di trasporto: auto pubbliche, ferrovie con tre linee, funivia, si rendeva necessario ottenere un biglietto collettivo con riduzioni concesse ai treni popolari. Perciò si ritenne opportuno riunire più Parrocchie, nella fattispecie: Besnate San Martino, Quinzano San Pietro e Jerago San Giorgio. Purtroppo il documento con i nomi dei partecipanti, non è datato, ma da una foto si può dedurre fosse il 1937. Si partiva dalla stazione di Somma, tutti dovevano rendersi riconoscibili con una Tessera: Bianca per coloro che utilizzavano trasporto con auto pubblica alla stazione di Somma, Blu per coloro che si recavano a Somma coi propri mezzi. Noto che tutti i partecipanti di Quinzano andarono in bicicletta. Lo sconto riservato all’uso del biglietto popolare collettivo consentì una spesa di 15 lire, 22 lire per chi si avvalse anche dell’autotrasporto. Attualizzate in euro sono 16 e 23 euro. Partenza da Somma alle 6,30 con arrivo a Varallo Basilica dell’Assunta per le 10 ed il ritorno a Somma per le 20. Parteciparono 131 pellegrini: 60 con tessera bianca, 70 blu, guidati dai rispettivi Parroci. Tutto fu fatto più celermente e le cronache non dicono se si poterono visitare tutte le cappelle, perché forse non ce ne fu il tempo.

 

 

Ricordo del sig. Carlo Cardani-Carleu

All’entrata del piano inferiore delle scuole elementari, si trova una targa: “in memoria di Carlo e Virginio Cardani”. Questa  ricorda  che quel terreno, fu proprietà del sig. Carlo e fu ceduto dallo stesso, in età avanzata, al Comune, in cambio di un vitalizio che accollava all’Ente gli oneri del ricovero presso un soggiorno per anziani per lui e per il fratello Virginio. Purtroppo per il nostro e vantaggiosamente per il Comune, i fratelli sopravvissero pochi anni a quel contratto. Per questo sarebbe bello, dal come sono andate le cose, risoltesi più in una donazione che in un contratto, che quella targa fosse nobilitata portandola nel salone dell’ingresso principale. Il Sig. Carlo Cardani, apparteneva col fratello Virginio e il fratello Umberto, Missionario in Africa, ad una ricca famiglia jeraghese, proprietaria di terreni e case. Più noto come Carlascia, chi si rivolgeva a lui lo chiamava Carleu, perché l’altro, il dispregiativo gli veniva indirizzato per scherno dai ragazzi. A noi bimbetti nei primi anni cinquanta, quest’uomo appariva sicuramente come una persona estremamente trasandata, in là con gli anni, vestito di abiti che a dire vecchi sarebbe stato un complimento, sempre intento a biascicare parole o a sfogliare un consunto libro di preghiere, recitando orazioni anche a mezza voce,  ma comunque in modo incomprensibile. Uomo capace alla sua età di andare a piedi anche fino a Busto, dormendo dove gli capitava, in una cascina e in estate pure all’aperto. Comunque, non un barbone o un disadattato, assai diverso da quei personaggi, che in ogni paese ci sono sempre stati. Oggi, pensando a quell’uomo cosi strano, non posso che evidenziarne la natura di autentico Clochard, nel senso che i francesi danno a questo termine di uomo che vive su ritmi scanditi dal suono delle campane, completamente avulso da qualsiasi preoccupazione di denaro. Si alzava di mattina presto per la Messa Prima e occupava il suo posto, sul fondo della chiesa sotto al quadro di San Giorgio o vicino alla statua di Sant’Antonio. Usciva da messa per raggiungere il negozio dell’Alzati, dove la Signora Enrica non mancava di fargli trovare un bel pane caldo, poi dall’Alberio perché la mamma Angelica gli preparava una tazza di brodo per inzuppare quel pane e se estate qualche pomodoro e un bicchiere di vino che versava nel brodo. Ma in questi gesti vi era qualcosa di nobile, sia in chi dava che in lui che riceveva, era un po’ come dare ospitalità e cibo a quegli antichi pellegrini, che poi, ingraziato il Signore, si muovevano verso i luoghi sacri. E per il nostro Carlo era un itinerare continuo da una chiesa ad un’altra, da una cappellina ad un’altra cosi fino a Busto a Lurago nel comasco dove era nata sua mamma, ma fin quando la vigoria fisica glielo permise, anche oltre verso  Milano o Novara, seguendo itinerari antichi, che sicuramente aveva conosciuti dai sui vecchi. E nelle chiese e nelle cappelline, egli saliva sull’altare per baciare il crocifisso e l’immagine sacra. Il volto della Madonna Addolorata della cappella Pagani fu cancellato da questa sua immensa devozione. Certo, ma non tutti sapevano di questa sua trabordante fede, fu così, che a Castelnovate, mentre raggiungeva il guado del Ticino, detto “Pè d’Asan” dai vecchi, il nuovo parroco del paese, lo scopri in piedi sull’altare. Reputandolo un ladro all’incetta di candelabri, si affrettò ad avvertire una pattuglia di polizia del vicino aeroporto della Malpensa, che lo  arrestò. Si era forse nel 1960 quando Vicedirettore della sezione civile dell’Aeroporto della Malpensa era il concittadino Sig. Attilio Pagani. Questi ebbe la ventura di assistere, casualmente, alla scena di quei poliziotti disperati, che rientrati al comando di Malpensa non sapevano come calmare quell’uomo spaventato, che con frasi per loro incomprensibili  cercava di giustificarsi. Il Sig. Pagani con tutta la sua autorità, spiegò chi fosse mai quell’uomo “ritenuto tanto pericoloso”  e con un grande sorriso  garantì per il nostro Carleu, il quale potè così riprendere il suo instancabile pellegrinaggio. Pellegrinaggio che non si interruppe mai, si accorciò solamente a misura dell’avanzare degli anni. A mezzogiorno visitava la chiesa di San Quirico e Giuditta e la vicina Tintoria di Cavaria della famiglia Sacconaghi lo ospitava per la mensa, che accettava, ma non sedeva coi dipendenti, stava in disparte nel locale attiguo alla caldaia che generava vapore. E se non mangiava conservava il cibo per la sera, nascondendolo nella tasca della giacca. Alla  sera quando rientrava, nella sua casa, una bella casupola in mattoni rossi, che per noi bambini segnava i bordi dei campi e i confini del mondo conosciuto, trovava il pranzo che gli aveva preparato la nipote, ma che molte volte, per di lei somma disperazione, accantonava preferendogli il risotto della Cavaria. Non mancava alle processioni che seguiva con grande rispetto, camminando col busto leggermente inclinato e le mani dietro la schiena a reggere il cappello, ed era l’unica volta in cui lo si poteva vedere quasi completamente calvo. Un uomo molto buono e intelligente, a dispetto delle apparenze, poteva sembrare anche misogino, cioè risentito verso le donne per quel suo intercalare di “Purscèla-Purscèla”, che si apprezzava nel suo altrimenti  incomprensibile borbottare, ma aveva una grandissima devozione per tutte le donne in gestazione, alle quali assicurava ad alta voce le sue preghiere perché il Signore potesse benedire il futuro bambino. Il Sig. Carlo Cardani, visse la sua vicenda in un mondo che non lo capiva, perché non poteva capire come una persona ricca del suo, non potesse apprezzare il denaro. Egli aveva casa, ma non la corrente elettrica, si alzava con l’ave Maria e si coricava con l’ave Maria. La solitudine nella quale volontariamente si era   rinchiuso  e  quel suo modo trasandato  di vivere  non ha impedito alla gente di volergli bene e di ricordalo  ancora oggi con affetto e per me, dopo aver tratteggiato quell’epoca rimane, l’ultimo superstite di un modo di vivere agricolo, in una società che ormai si era trasformata.

 

L’ora della ferrovia – ovvero come i bisnonni si regolavano con l’ora e coi viaggi in treno

Stazione Cavaria

(testo A. Carabelli- E. Riganti)

Sa va da prèsa in stazion par ciapà ul trenu, si va di fretta alla stazione per prendere il treno e quel ciapà tradisce l’ansia di chi teme di non riuscirvi. Ci si mette in agitazione già nell’imminenza del risveglio che precede la partenza. Prendere il treno richiede la conoscenza oggettiva e personale dell’ora, ma nessuno, prima del 1900 può ancora permettersi un orologio. A noi moderni la cosa pare del tutto scontata, ma tale non doveva essere per i bisnonni, la cui nozione di tempo era strettamente legata ai lavori dei campi. La giornata iniziava al suono dell’Ave Maria, praticamente al levar del sole. Per capire quale ora fosse si rese necessario dotare le torri campanarie di orologi. Il Comune di Jerago con Besnate ed Orago commissionò ad un valente fabbro del luogo tre prototipi di orologio con carica a pesi, quadrante unico a sud, sfera unica per le ore, segno dell’ora per esteso e con ripetizione, segno della mezzora unico, i rintocchi delle ore provenivano dalla percussione di un meccanismo a compasso battente dall’esterno sulla campana. Ma anche in questo caso fu necessario che l’addetto regolasse quotidianamente l’ora meccanizzata, sull’ora della ferrovia. L’ura da a feruvia era quella che il capotreno del primo convoglio del mattino, in arrivo da Milano, portava col suo orologio di precisione, sulla quale sincronizzava gli orologi delle stazioni intermedie e ne certificava la precisione sigillandone i quadranti. Sistema complesso e macchinoso ma l’unico che consentisse la sicurezza dei viaggi, fino all’invenzione della radio. Chiarito come sia stato risolto il problema della uniformità dell’ora, si rende necessario descrivere con l’aiuto della nota[1]la consistenza della rete ferroviaria facente capo a Gallarate e la data di inizio dell’esercizio, cosa che permetterà di valutare le possibilità di viaggio ferroviario offerto a nostri avi. Dalla stazione di Albizzate, a far tempo dal 1868 si potevano raggiungere: Milano, Arona, Varese e dal 1888 anche Como, grazie all’ardito ponte di Malnate. Inizialmente il viaggio in treno doveva suscitare quel misto di curiosità e paura non dissimile da quello che, fino a poco tempo fa, noi moderni nutrivamo per il viaggio aereo. Ci voleva una buona occasione par ciapà ul trenu e cosa meglio della visita privata al Santuari da la Madona dul Mont prima dul cunsens[2],cioè quando, prossimi al matrimonio, i promessi sposi e le due famiglie al completo erano soliti raggiungere il Sacro Monte di Varese per affidare alla protezione della Vergine la futura famiglia. Ci si poteva finalmente prendere il lusso del viaggio in treno, ma in tèrza, per risparmiare, quella dai vagoni con le panche in legno, perché i vagoni col velluto verde segunda classe quelli rossi a prima”, éan pai sciuri ca vegnéan da Milan[3].Col treno arrivarono a Jerago le prime famiglie milanesi, per soggiorno o per commercio, ed avranno non trascurabile influenza sul futuro economico del nostro paese. Il Pellegrinaggio più significativo ed affascinante del quale si è completamente persa memoria, ma che dal treno risultò facilitato, fu quello che le nostre nonne, accompagnate dai figli e da qualche anziano, iniziavano a piedi da Jerago, il 13 di agosto, con meta il Santuario di Varallo Sesia. Nella descrizione di Enrico Riganti così, mi raccontava mio Padre : partivano da Jerago, il 13 di agosto, poco prima di mezzogiorno, a piedi. Portavano con sé lo stretto necessario, abito di ricambio, i zibrett bèi (ciabatte belle in pelle), culzét (calze) e qualcosa da mangiare per il viaggio. Seguivano la via per Arsago raccogliendosi in preghiera al Santuario della Madonna della Ghianda di Mezzana. Fatte le devozioni, prendevano il treno alla Stazione di Somma Lombardo per Arona. Da qui salivano al San Carlone e visitavano la chiesa che custodisce la casa dove nacque San Carlo. Dalla collina, accompagnati da una guida, sempre a piedi e per sentieri muovevano verso Orta. Raggiunta Orta, visitavano le Cappelle del Monte di San Francesco, salivano sulla barca per l’isola di San Giulio da dove, fatta la visita, attraversavano il lago approdando verso la sponda di Omegna. Da lì per i sentieri, camminando tutta la notte, valicavano il monte Cavalasc (così lo chiamavano), sul sentiero trovavano montanari che vendevano frutta e offrivano loro da bere. Alle prime luci dell’alba tra la vegetazione e con grande meraviglia potevano individuare finalmente il santuario e le vie delle Cappelle[4]. Rincuoratisi scendevano rapidamente verso il santuario, si lavavano alle fontane, indossavano gli abiti freschi e iniziavano la visita alle cappelle recitando le devozioni. Le cappelle venivano illustrate dall’accompagnatore, scelto sul posto o tra le persone che quel pellegrinaggio avevano già precedentemente fatto. Ad accompagnare i nostri pellegrini si prestò più volte il concittadino sig. Giulio Vanetti – tessitore. E siamo arrivati al pomeriggio del 14 di agosto: le confessioni, si prendeva del cibo e poi ci si coricava sotto i portici del Santuario. L’alba del giorno dell’Assunta li avrebbe ritrovati riposati e rinvigoriti. Ascoltavano la Santa Messa solenne, si comunicavano e scendevano dal S. Monte, non prima di aver asportato un pezzetto della grande Croce del Santuario, promesso come ricordo a qualche ammalato una volta rientrati. In Varallo visitavano la Chiesa Madre e subito di fretta alla stazione per non perdere quel treno che li avrebbe riaccompagnati a casa. In treno, si passava da: Varallo- Romagnano – Arona- Sesto C. – Gallarate- Cavaria. Ecco finalmente la nostra stazione, che raggiungevano stanchi ma felici, prima che scendesse la notte”.

 

[1]Inaugurazione dei tratti di ferrovia avente per riferimento Gallarate : Rho-Milano 18-10- 1858 / Gallarate -Rho 20-12-1860 / Gallarate -Varese 26-9-1865 / Gallarate-Sesto C. 21-7-1865 / Sesto C.- Arona 8-9-1868 / Gallarate -Laveno 17-3-1894 / Oleggio-Sesto C.-Laveno-Pino Tronzano (Lago Maggiore4-12-1882 / Varese-Porto C. 10-7-1894. La Como-Varese-Laveno, nata come Ferrovia del Ticino, poi passata alle Ferrovie Nord Milano, entrò in esercizio il 5 luglio 1885. Fonte – Storia di Milano.

[2]Cunsens– accordo tra le famiglie dei futuri sposi cui seguirà l’ufficializzazione e la pubblicazione degli avvisi matrimoniali, note come pubblicazioni, sia per la parte religiosa che per la parte civile. Nei paesi vicini lo si trova indicato anche come giustament, con particolare riferimento agli accordi patrimoniali tra le famiglie, cui seguiranno gli altri atti citati.

[3]Dalla stazione di Varese, col tram, che transitava per il centro si saliva fino alla prima cappella, da lì si potevano prendere le funicolari per il Sacro Monte o per Il Campo dei Fiori.

[4]Non pare fuori luogo rammentare qui il passo della Gerusalemme Liberata di T. Tasso Canto III –15. Passo che descrive lo stupore dei Crociati che vedono per la prima volta Gerusalemme : – Ali ha ciascuno al core ed ali al piede,- né del suo ratto andar però si accorge: – Ma, quando il sol gli aridi campi fiede- con raggi assai ferventi e inalto sorge, ecco apparir Gierusalem si vede ecco additar Gierusalem si scorgeecco da mille voci unitamente Gierusalemme salutar si sente.