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Il carnevale e le tradizioni della nostra cucina

La settimana grassa, così veniva chiamata la settimana di carnevale, precede la Quaresima, cioe’ il periodo di penitenza in preparazione al grande giorno della Resurrezione di Cristo. Poiche’ in periodi di stretta osservanza si era giunti alla astinenza totale sia dalle carni che dalle Uova,  era quasi doveroso che in questa settimana ci si sfogasse anche in cucina con la preparazione di piatti molto succulenti. Sicuramente ipercalorici dovevano essere i Salamitt cott, ul Suprafin cui lenticc, a pulenta e bruscitt, la Buseca, la Cazeula, i gnocc  da patati cundì cul grass da rost  e per il venerdi A Pirturina da Merluzz.

Tutti cibi robusti, piatti unici che se ingollati in una settimana meglio avrebbero consentito la penitenza successiva.  Una particolare attenzione meritano le uova. Abbiamo notato che nel periodo medioevale anche le uova erano considerate di grasso,  perchè prodotte da animali. Di conseguenza bisognava usarle tutte per il carnevale. Le altre poi, quelle deposte dopo potevano essere usate solo a San Giuseppe o a Pasqua.  Gli anziani ricorderanno che il giorno di Venerdì Santo si usava deporre ai piedi del Crocifisso in una apposita cesta proprio alcune uova, delle quali la casa di un contadino medioevale, dato il divieto di usarle doveva abbondare in quaresima. Infatti se ben si riflette perchè ancora oggi a Pasqua si  regalerebbero uova di cioccolata? Il senso pratico delle nostre massaie si era dunque sbizzarrito nel trovare mille modi per utilizzare le uova.

E saranno i Famosi TURTEI e i Ciaciar, che da noi a Jerago si chiamano anche i Ciaciar di Monig a rallegrare queste feste. Oggi si va in pasticceria, e più comodo e soprattutto si evita di impregnare la casa di quel fastidioso e greve odore di olio fritto. Qualche anno fa invece, era proprio quell’odore, che diffondendosi nelle vie ricordava la festa anche ai più distratti. Perche Ciacar di Monig. letteralmente chiacchiere delle Monache, niente di irriverente verso le nostre brave Suore, ma solo il ricordo della loro ineguagliata maestria nel confezionare quei dolci, offerti poi alle ragazze dell’Oratorio la sera del Giovedì Grasso. E’ interessante osservare come ogni famiglia conservasse una propria ricetta per fare i TURTEI, e le donne si facessero un punto di orgoglio nell’offrirne ai vicini. Passato carnevale e San Giuseppe le uova ricompariranno sulla tavola il giorno dell’Angelo con  SALATIN E CIAPP. Ciapp sono le uova indurite dentro un Baslott di Valeriana condita con olio e aceto fatto in casa.

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fonte immagine moulinex.it

La Quaresima e la settimana Santa nel ricordo delle antiche tradizioni (pre Concilio Vaticano II)

(ricerche, segnalazioni e testi di Anselmo Carabelli ed Enrico Riganti)

Nel calendario delle ricorrenze religiose il giorno della Pasqua è mobile, poiche’ viene fissato alla domenica successiva al primo plenilunio dopo il 21 marzo. Cadrà quindi nel limite dei 35 giorni compresi fra il 22 marzo e il 25 aprile.  Il succedersi delle fasi lunari determina quindi il giorno di Pasqua. Anche la tradizione contadina fu legata alle lunazioni per la determinazione dei giorni favorevoli alla semina, o ad altre particolari attività agricole saranno legate alla Settimana Santa, come quella di imbottigliare il vino nuovo e quella di seminare le patate. Per questa variazione la S.Pasqua veniva detta dai vecchi PASQUA FIURIDA, quando era alta e la primavera precoce già esplosa nella fioritura degli alberi da frutto, o semplicemente PASQUA, quando era bassa. La nozione di Pasqua FIURIDA purtroppo si e’ persa, ma è uno dei tanti retaggi della dominazione spagnola del XVII^ sec. che chiama “Pascua florida” l’inizio della settimana santa e “Pascua de Navidad” l’Epifania, questo spiega perché i nonni la chiamassero “Pascueta”.      La Santa Pasqua viene preparata dal grande periodo penitenziale della Quaresima e preceduta dal Carnevale e dalla Geubia.  Sia Carnevale, (inizia a S.Stefano e termina con la Settimana Grassa), che la famosa “Geubia” (per le donne cade l’ultimo giovedì di gennaio e per gli uomini il giovedì grasso) non hanno nulla della tradizione religiosa anzi traggono la loro origine direttamente da una ritualità pagana e nel caso dalla “Geubia da riti Celtici”. Fu così, che prima che gli Oratori iniziassero le loro rappresentazioni carnevalesche, carri mascherati, rappresentazioni  teatrali, falò, le maschere furono guardate con una certa diffidenza. Indubbiamente questi travestimenti e questa libertà che alla maschera derivava dal suo anonimato dovevano mettere paura.I vecchi infatti raccomandavano di non fare entrare le maschere in casa o nella stalla. In un paese vicino infatti alcune maschere erano entrate in una stalla, avevano ballato in cerchio attorno ad uno di loro e si erano allontanate lasciandolo adagiato sul fieno. Quando poi quelli di casa trovandolo lì dormiente cercarono di svegliarlo al grido di “Sciura maschera, la sa meuva che i vost amis in già andai – Si svegli cara maschera che i vostri amici son già andati” ,scoprirono con raccapriccio che era cadavere.  A Jerago poi c’era un anziano che si combinava vestito da mascherina e con la stoppia di canapa si faceva capelli e barba finti, ma un carnevale non gli andò nel giusto verso, perche’ i Riganti della Piazza, poco tolleranti di questi travestimenti primi fra tutti la zia Angiolina, fecero segno ai ragazzi che lo seguivano di accendere quei capelli, il malcapitato li buttò via, uscì dal suo anonimato e non lo si vide mai più così “Vesti’ da Mascura”. Nella settimana grassa i ragazzi si travestivano in maniera differente, al giovedì si vestivano da sposi, al venerdì da “ Magnan” cioe’ da stagnini e spazzacamini con la faccia “Tencia” unta di nero e di grasso, magari servendosi all’uopo di un tappo di sughero precedentemete annerito sulla fiamma di una candela, al sabato poi ci si travestiva in tutti i modi. Gli anziani invece, e qui andiamo a prima del novecento usavano “Brusa’ ul Carnevol” sulla collina dei ronchetti, mentre tutto il paese si radunava per vedere il falò tra il Tougnon e quello che oggi è l’Auditorium. Gli uomini avevano precedentemente preparato un assito piantato su quattro pali  sul quale ponevano le stoppie e le ramaglie frutto della pulizia del bosco. Al suono delle campane della benezione serale, si accendeva questo grandissimo falò che poteva essere visto da tutto il circondario.  Proprio per quella grande paura che la gente abusasse della libertà del carnevale date le sue origini pagane la pieve di Gallarate celebrava in Basilica le Quarantore alla Domenica Grassa e a Jerago le sere di Giovedì, Venerdì e Sabato Grassi si faceva il triduo di riparazione, S.Rosario e Benedizione Eucaristica. Capitava poi che alla  mattina della prima Domenica di Quaresima, qualche nottambulo reduce dal Veglione, perso per la piazza e un po’ alticcio aiutasse il sacrista a suonare le campane per la Prima S.Messa della mattina. Il nostro sacrista ripeteva cosi’ il gesto di S.Carlo che molti anni prima, ma nella stessa circostanza si affacciava alla porta del Duomo per mandar via le maschere ritardatarie. Iniziava il periodo della Quaresima, non si imponevano le Ceneri, perche nel nostro rito ambrosiano il gesto veniva rimandato alla mattina del primo giorno delle Litanie Minori o Rogazioni, che cadevano dopo l’Ascensione.  La Quaresima era tutta di magro e digiuno così come lo erano le S.Tempora, tutti i Venerdì e Sabati e le Vigilie.  I fedeli si accostavano all’ascolto del quaresimale che si tenevano in chiesa al Venerdì sera e alla domenica pomeriggio.  I Venerdì di quaresima sono ferie aliturgiche, cioe’ giornate nelle quali non si celebra la S.Messa. In Chiesa si medita seguendo le stazioni della via Crucis. Il Papa Pio VII compone nel suo esilio Avignonese una giaculatoria “Faites, oh Mere de douleurs, Que le plaies du Sauveur ,Se gravent dans mon Coeur”, preghiera che verra’ diffusa dai padri Carmelitani Scalzi di Milano nel 1815  e che guiderà sempre la pia pratica della Via Crucis con il noto “Fate o Madre Dolorosa che le piaghe del Signore siano impresse nel Mio Cuore”. Il periodo penitenziale nel quale sono vietale le nozze e i fidanzati per rispetto non fanno visita alla fidanzata si interrompe solo per San Giuseppe e per il giorno della Annunciazione a Maria.

In tali giorni si interrompe anche il digiuno si fa grande festa soprattutto a San Giuseppe si confezionano i “Turtei e i Ciaciar”. Infatti il digiuno stretto impediva di mangiare le uova e l’interruzione a san Giuseppe permetteva di usarne un po’. Caduto il divieto in questo secolo e pero’ rimasta la tradizione dei dolci fatti con pastella di uova. In quaresima era obbligo di coprire le immagini dei Santi e la Statua della Madonna con Velari di colore morello. Fu cosi’ che si ricorda che la sorella del Parroco Nebuloni, avendo ricevuto una grazia pensò di far decorare la statua della Madonna del Carmine approfittando del periodo quaresimale onde tutelare il segreto.  La statua, quella stessa di recente restaurata e posta in San Rocco, fu così portata a Busto da un famoso decoratore. Era così bella, la nostra Madonna che l’artista bustocco non poté trattenersi dall’esporla in vetrina. Proprio lì la riconobbe il signor Pasquale Riganti papà del pittore Ambrogio, allarmato portò la notizia in paese che per tutto il tempo quaresimale paventò un grave e sacrilego furto, ma non si poteva verificare. Solo a Pasqua gli jeraghesi poterono riprendere un sospiro di sollievo, ritrovando allo scoprire del velario la loro protettrice ancora più bella e materna.

I RITI DELLA SETTIMANA SANTA :

DOMENICA DELLE PALME

Benedizione degli Ulivi alla 2° Messa delle h. 9 . Solo i Confratelli ricevevano l’ulivo, poi si disponevano in processione per il giro della piazza. Ritornati in Chiesa, iniziava la S . Messa. L’ulivo benedetto veniva portato in ogni famiglia, dove lo si conservava e lo si bruciava all’appropinquarsi di temporali violenti. Nella stessa domenica si adempieva al precetto pasquale con un triduo di predicazioni tenute da un venerando padre Cappuccino . Si ritirava un santinun’ immagine per ricordo.

Lunedì- Martedì – Mercoledì santi

Prima della S. Messa si recitavano i 7 Salmi Penitenziali.

Giovedì Santo

-h. 5.30 a.m. S. Messa in Coena Domini e riposizione del S.S. Sacramento allo Scüreuscurolo. I confratelli accompagnavano il Santissimo alla Cappella di San Antonio e successivamente a quella di San Carlo col baldacchino piccolo e ceri.

-h 20 processione con la S. Croce per il Giro di S. Rocco e cappella della Deposizione di casa Pagani detta l’Addolorata. Il Baldacchino era preceduto dalla Banda, le Confraternite con i ceri accesi. Era così fitto il buio delle vie che era necessario illuminare  con candele gli spartiti dei musicanti. Nello stesso giorno fu devozione che alcuni jeraghesi si recassero a Como[1], prima a piedi, poi  recentemente col  treno via Varese-Ferrovie Nord / Como Nord, per assistere alla famosa processione del Santo Crocifisso. Si approfittava di quella visita a Como per acquistare la speciale carta azzurra indispensabile per  l’allevamento dei bachi da seta.

Venerdì Santo

-h 5.30 Lettura del Passio con  predica sulla passione. Poi si “scendeva” il Crocifisso dal Pulpito per l’adorazione della S. Croce, col rito delle tre genuflessioni. Il Crocifisso veniva adagiato su di un tavolo sul fondo della Chiesa per il bacio dei fedeli. Era tradizione, con il bacio al Salvatore, offrire uova di gallina  da posare in una cesta ai piedi del  Crocifisso. Dopo la lettura del Passio le Campane venivano legate– non suoneranno più sino al Momento dell ’Annunzio della Resurrezione.

-h 20 in Chiesa, Via Crucis, solenne, il Coro eseguiva lo Stabat mater, composto da Don Massimo Cervini con accompagnamento dell’organo, che ne esaltava la drammaticità.

Con le campane legate e mute, i fedeli erano avvertiti dell’inizio delle funzioni religiose dal sacrestano e dai chierichetti che facevano il giro del paese, in bicicletta facendo gracchiare una  “Raganella”, dall’inconfondibile, caratteristico suono.

Sabato  santo

-h 5.15 a.m. Si inizia con la benedizione del fuoco nuovo cui seguono: la processione col Cero che simboleggia Cristo dove si configgono i 5 grani di incenso, la lettura dell’Exultet, la benedizione dell’acqua e l’Annunzio solenne della Resurrezione, in un tripudio di campanelle e campane che segretamente, tutti si erano portate da casa. I bambini poi, nonostante la levataccia quasi non dormivano dalla paura di non poter partecipare  alla scampanellata. Le campane sciolte avrebbero contemporaneamente dato l’annuncio a tutta la popolazione della Resurrezione di Cristo. I campanari nell’attesa di liberare le corde, stavano attenti a rispettare le precedenze, ad esempio non doveva capitare che quelli di Cavaria suonassero le campane prima di noi, ma noi le dovevamo suonare dopo quelli di Solbiate.

Nella giornata si poteva attingere l’acqua benedetta dal mastello presso il fonte battesimale, da conservare a casa e versare nell’acuasantin, che non mancava mai nelle camere matrimoniali dei fedeli. Don Luigi Mauri cercò di reintrodurre la devozione di portare l’acqua benedetta nelle case.

Pasqua– Messa solenne cantata con la partecipazione di tutta la Popolazione.

Lunedì dell’Angelo– Si andava a Cedrate dove si festeggiava il Crocifisso. Era la festa del Crocifisso di Cedrate.

A tavola si servivano Ciap e Salatin uova sode e valeriana di prato

 

Alcune tradizioni quaresimali

nel ricordo di Anselmo Carabelli

Tutto il periodo quaresimale era naturalmente vissuto nell’attesa del giorno della Resurrezione di Cristo e i riti e le usanze erano spontaneamente tesi all’Unico Evento. I ragazzi delle elementari,  la mattina dei giorni feriali, anticipavano le lezioni di un’ora frequentando a sculèta-catechismo,  ripartiti per classi,  tra le  panche delle cappelle della chiesa nuova.  Si impegnavano ad apprendere gli insegnamenti delle solerti e premurose Suor Marietta, Suor Rosina e delle altre suore il cui nome ora mi sfugge. Di esse  rammento l’infinita pazienza nello spiegare il Catechismo di San Pio X, le cui domandine per riassunto  avremmo  mandate a memoria  per l’interrogazione del giorno dopo. Studiate a fatica e apprese con le altre materie di scuola la sera stessa quando, la mamma, nel tepore di una cucina ancora riscaldata dalla stufa economica, si assicurava  provandocele che fossimo preparati. Usciti, poi di chiesa, cercando di non perdersi troppo per strada, sollecitati  dalle compagne, sempre più diligenti di noi ragazzi,  si tornava alla scuola. Al suono della campanella la maestra in Quaresima mai mancava di leggerci un brano evangelico e le ragazze ornavano dei primi fiori le immagini della Madonna, che ci proteggeva da un tronetto dietro la cattedra.  In Chiesa invece le immagini sacre erano state celate da velari morello.  Tutti i venerdì erano di magro e digiuno e le nonne scrupolose si astenevano nel cucinare anche dai grassi animali, il burro veniva sostituito dall’olio di oliva e ul disnà e a scena-il pranzo e la cena, per quanto possibile, si facevano ancora più sobri. I ragazzi che avevano la fidanzata, in segno di penitenza e rispetto non andavano a farle visita. E al venerdì tutti si partecipava al quaresimale, solitamente tenuto da un padre cappuccino, di quelli che incutevano rispetto al solo ammirarne la lunga barba bianca e fluente parchè, come si diceva l’è a barba ca fa a predica- è la barba che  fa la predica . “Fate o Madre dolorosa- che le piaghe del Signore- siano impresse nel mio cuorequesto era il canto col quale accompagnavamo la via Crucis del Venerdì,  mentre Parroco e chierichetti traslavano da una Stazione all’altra la nuda Croce nera a filetti d’argento, annodata nei bracci dal bianco sudario. Il rispetto pei venerdì era corale, gli uomini si sforzavano di non fumare e se sul lavoro non potevano evitare di arrabbiarsi cercavano almeno di porre freno ad un linguaggio altrimenti pesante. Ma anche in città la programmazione dei cinema si faceva rispettosa del periodo: scomparivano i titoli e le locandine ritenute offensive e al Venerdi Santo, tutte le sale cinematografiche  rimanevano rigorosamente chiuse, mentre alla radio e alla televisione i programmi eliminavano gli argomenti leggeri e le canzonette, preferendo musica classica. Anche esternamente, la quotidiana  vita civile con la scelta del silenzio pareva spingere verso  quella riflessione che una società da sempre cristiana si imponeva per il periodo quaresimale. Il giorno di San  Giuseppe però era sempre vissuto con grande allegria: i ciaciar di Monig, i turej, a putiscia  erano le squisite leccornie, che cotte nell’olio o nel grasso di maiale bollente, venivano servite abbondantemente ricoperte di zucchero da nonne premurose ai nipoti golosi e   scambiate tra le massaie del vicinato. Tante le uova per la Quaresima, soprattutto quelle sode o indurì che i vecchi chiamavano ciapp e trionfavano al centro di una imponente Bièla da salatin, per il giorno di sant’Angelo, quando si andava a pregare alla Madonnina dei Casan, una cascina dietro il castello che oggi è scomparsa e si raccoglieva la valeriana di prato (salatin). Ma il giorno di San Giuseppe era tradizione andare ad Orago per far devozione alla statua di San Giuseppe in di prà dul giambel nei prati del Giambello,  scendendo dallo scalone del Castello di Orago.  E a conferma che il tempo ha sempre fatto di testa sua, alcuni anni era bello, quasi primavera in un tripudio di fiori, e altre annate la neve e il ghiaccio imperlavano le rive delle rogge che irrigavano i campi tra  fiori di ghiaccio e qualche  timido bucaneve.

Putiscia, ovvero il dolce jeraghese per San Giuseppe

La putiscia sta alle tortelle come i brüsej stanno ai dolci. Fu l’antica tortella di quando si era poveri e si disponeva di pochi ingredienti, ad esempio non vi era il lievito per dolci. E’ semplice perché basta mettere due uova intere in una scodella aggiungere due cucchiai di farina, due cucchiai di zucchero o anche meno, amalgamare. Poi si versano un paio di cucchiai del composto nell’olio  bollente di un pentolino. La peculiarità della putiscia era di essere piatta e ben cotta. Ottenuta dopo che la si fosse girata sui due lati, messa a sgocciolare su di un canovaccio e servita zuccherata. Deve ricordare una piccola bistecca dolce.