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Ceramica di Cristo Risorto- Battistero

foto di Francesco Carabelli

Testo a cura di don Remo Ciapparella tratto da “Camminiamo Insieme” – novembre 2020

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Dono della Fondazione don Angelo Cassani a don Remo per aver sempre sostenuto e incoraggiato la loro esperienza di Comunione e di Chiesa.

Da quando don Remo è con noi, non ha mai mancato di apprezzare le iniziative promosse in memoria commovente della persona di don Angelo che si è immolato per la nostra Parrocchia di Jerago in anni grevi di difficoltà per motivi di salute e sociali.

Don Angelo veniva da Milano in serie condizioni di salute dopo esser stato aggredito dalle Brigate Rosse che gli hanno causato parecchi giorni di coma.

Un campione che Jerago ha sempre saputo apprezzare soprattutto negli ultimi anni, messo fuori condizione da una seria malattia che l’avrebbe condotto alla morte.

La ceramica, dopo anni di progettazione, va a decorare la parete spoglia del battistero. Da tempo avevamo in cuore di rendere importante l’antico fonte battesimale che ha donato alla chiesa locale generazione di cristiani.

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La Cascina Pilatello

( ricerche Anselmo Carabelli  redatte in data 1-8-2010)

Un toponimo raro, ma non unico in pianura padana ed in Italia, che gli studiosi vogliono faccia riferimento al pilastrello, cioè al miliare romano che da noi  doveva segnare, l’antica via, di epoca romana nota col nome di  [1] Comum Sivrium Novaria (foto qui sotto di ipotesi viaria)

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La definizione del tracciato di tale via ha impiegato diversi studiosi e fra di essi:  P.G.Sironi[2] , Giliola Soldi Rondanini[3] , Carlo Mastorgio [4].

Si può vedere sul ballatoio del primo piano di detta cascina (foto qui sotto)

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una immagine mariana di ottima fattura, anche se un poco deturpata dal tempo e dall’incuria, che rivelava per iconografia e ricchezza del disegno un’ opera del 1500 rappresentante una Madonna in trono col Bambino,  tra due personaggi, un pastore con pecora sulle  spalle ed un personaggio recante doni in una coppa d’oro che farebbero pensare ad una Epifania di N.S.  La scena é molto complessa, anche se  similare alla  Madonna in trono del Molinello (Molino Isimbardi al confine tra Jerago Orago e Solbiate) ( foto di raffronto qui sotto).

Raffronto Cascina Molinello Cascina Pilastrello

Quale significato storico si può  attribuire a quel segno. Secondo Carlo Mastorgio il toponimo Pilatello viene da una traslitterazione di pilastrello (sono note le immagini  sacre della Madonna del pilastrello in  una chiesa romanica del X secolo a Cinisello Balsamo in corrispondenza del V° miliare  da Mediolanum per Comum e il toponimo di Pilastrello  sempre con immagine sacra di una cascina al miliare della strada alzaia del naviglio pavese nei pressi della località Badile di Zibido San Giacomo. Si può ancora far riferimento alla immagine mariana sacra della Madonna del Pilastrello a Vimodrone).

Per capire l’origine del toponimo bisogna rifarsi alla tradizione cristiana delle origini.  L’anno 40 dopo Cristo, vede nella zona di Saragozza ( lat. Caesaraugusta- arab. Saraqustah) in Spagna,  San Giacomo il Maggiore impegnato nella conversione delle genti ispaniche. Deluso dai risultati negativi della sua predicazione San Giacomo è in procinto di rinunciare, quando Maria, che  ancora vive a Gerusalemme, gli si presenta di persona in maniera prodigiosa per rincuorarlo, proprio lì a Saragozza. Il Pilar, da cui nascerà il culto della Vergine del Pilar, è il miliare o colonna in alabastro sulla quale Maria avrebbe posato i piedi in quella occasione, lì San Giacomo avrebbe eretto il primo e più antico santuario mariano.

Quindi i primi cristiani che  si muovevano lungo le direttrici delle antiche vie consolari, quando il culto cristiano fu riconosciuto pubblicamente, presero l’abitudine  di posare  su alcuni miliari romani una statua della Vergine, a ricordo di quel fatto prodigioso.  Naturalmente col passare dei secoli si perde questa memoria, ma rimangono le immagini sacre mariane dei pilastrelli-pilatelli e quando nascono le cascine ci si preoccupa di sostituire il miliare e la statua mariana con un affresco sempre mariano. Questa dovrebbe essere l’origine del toponimo, di Pilatello o pilastrello, attestato dalla sacra immagine affrescata. Se questa é l’origine antica, il culto specifico della Vergine del Pilar fu diffuso dagli spagnoli in tutto il mondo ed anche nelle nostre terre, dove per due secoli (1500-1600) si ebbe l’influenza e la presenza  spagnola. Il  fatto curioso e ritenuto strabiliante fu che la data della scoperta dell’America 12 ottobre coincise con la data della festa per la Madonna del Pilar a Saragozza.

[1] Strada di collegamentio romana tra Como, il Seprio e Novara

[2] In atti del convegno su “Archeologia e storia nella Lombardia pedemontana occidentale” – Varenna, Villa Monastero  1-4-1967

[3] In atti del convegno su “Cairate e il Seprio nel medioevo” – Cairate, Monastero di Santa Maria Assunta  16-17- maggio 1992

[4] Breve biografia di  Carlo Mastorgio: nato ad  Jerago 15-11-1942- morto ad Arsago  19-12-1997. Fu studioso appassionato della storia del territorio, archeologo, archivista, conservatore archeologico del Museo  della Società Gallaratese di Studi Patri. Operò a  vari scavi in Castelseprio, sotto la guida dell’allora Sopraintendente archeologico per la Lombardia Mario Mirabella Roberti. Apprezzato  per serietà scientifica, diresse ad Arsago lo scavo della necropoli longobarda della via Beltrami recuperando 283 tombe. Si dedicò con passione alla nascita del Civico museo archelogico di Arsago, inaugurato nel 1983 , di cui divenne conservatore fino alla prematura morte nel 1997. Alcuni suoi scritti scientifici e saggi, sono conservati:  presso il  museo Biknell di Bordighera- Fondazione Lamboglia, presso la Società Archeologica Comense, presso i fondi speciali della Biblioteca Luigi Maino di Gallarate. Tra  questi ricordiamo una ritrascrizione della:  “Cronaca di Gallarate dal 1830 al 1881 manoscritto di Gaetano Pasata- macellaio”. Per Jerago ed Orago con Turri e Dejana ha rinvenuto materiale romano dell’epoca Claudia e balsamari, specchi di argento su fondi di capanna e materiali fittili, glans (proiettili legionari da fionda) – che sono visibili presso il museo di Gallarate “Convetino”;  ha rinvenuto formelle esagonali provenienti da una officina di mattoni della Via G. Bianchi. Nella teresiana località ad Fanum- Dialett. a fan ha intuito la presenza  del  famoso tempio di Jerago. Ha studiato con passione la storia di Orago. A lui si deve una  ricerca sulla famiglia Lampugnani, poi Bonomi, nel quadro delle vicende sul salvataggio della statua di San Giuseppe nei prati di Orago (oggi al Giambello). Per Don Angelo Cassani ha dato il primo autorevole riconoscimento scentifico alla romanicità del Campanile di San Giorgio, pubblicando le sue osservazioni in Raccolta di Appunti e Note in occasione della inaugurazione dell’opera restaurata -Jerago 8 ottobre 1991. Ha fatto parte della Commissione cultura e storia locale (voluta dal comune di Jerago con Orago, con la presidenza dell’Ing Gaetano Bruni) contribuendo con le sue segnalazioni al salvataggio di  opere e manufatti antichi  quali: – l’affresco mariano (fortunosamente recuperato)  oggi visibile al centro anziani don Ghiringhelli, – la Colonna tardo Antica della cascina Marazzi (salvata con l’interessamento della Sovraintendenza) e l’affresco mariano della cascina Pilatello; l’affresco della cascina Molinello – il Crocifisso della Cascina Molinello. Negli anni settanta ha  operato perchè l’antica chiesa di San Giorgio in abbandono, non fosse distrutta, rallegrandosi e caldeggiando con conferenze ed articoli gli interventi di recupero di don Angelo Cassani sul Campanile e sulla chiesa antica.    In collaborazione con lo scrivente, Anselmo Carabelli,  ha  preconizzato, sulla base di studi di archivio, l’esatta ubicazione della antica chiesa di San Giorgo del VII sec. Confermata dai successivi scavi.  A lui si debbono libri sulla storia di Arsago, di Carnago, di Sumirago ed una collaborazione con Mons. Eugenio Cazzani, appunti sulla storia antica di Jerago e di Crenna.

Per un approccio sull’origine dell’industria nel Gallaratese con particolare riferimento a Jerago 

La provincia di Varese nacque solo nel 1927 dalla riunione di territorio comasco e milanese all’uopo ceduto. E’ quindi comprensibile come una ricerca vada comunque sdoppiata o triplicata nelle sedi dei precedenti mandamenti. Inoltre i dati in nostro possesso fanno riferimento al primo rendiconto territoriale ufficiale[1] e ai dati quantitativi di quel censimento. Non è certo, che tutte le attività esercitate vi fossero censite, perché in esso sono considerate industrie quelle che, oltre al proprietario, occupavano almeno un dipendente. Sono escluse quelle a carattere prettamente familiare, le più numerose in loco. Per questo abbiamo ritenuto corretto integrare i dati statistici con la memoria In questa sede ci preme rilevare come tutte le attività nascano da un lento abbandono della agricoltura a far tempo dal 1871 fino al 1940. Anteriormente al 1800 l’attività delle fornaci per mattoni fu l’unica risorsa locale non agricola, però antichissima [2] è rilevabile con certezza nei siti di estrazione già dal catasto teresiano. Lo studio della nascita delle attività consente di comprendere come le nostre popolazioni, seppur inconsciamente, abbiano risposto alle politiche economiche dei vari governi che si sono succeduti fin dal 1800. Si possono verificare, anche sul territorio locale, eventi che ebbero grandi ricadute sul futuro sviluppo economico, quali il frammentarsi della proprietà terriera, facilitato dallo scarso valore reddituale dei suoli e dalla conseguente assenza di una vasta proprietà fondiaria nobiliare già a partire dal XVIII sec. Le vicende economiche recenti si potrebbero far risalire già alle scelte di politica economica e sociale operate all’epoca austriaca. L’individuazione nel nostro di territorio di un’agricoltura dalle risorse appena sufficienti alla popolazione, spinse inizialmente l’amministrazione austriaca ad attivare politiche di integrazione al reddito agricolo. Dalla iniziale bachicoltura,[3] col fermento napoleonico e con la successiva restaurazione austriaca del 1814, si arrivò al sorgere delle attività cotoniere atte a favorire il lavoro femminile in fabbrica, soprattutto nei distretti di Gallarate e Busto Arsizio, che diverranno i futuri distretti cotonieri. Da qui prenderà avvio la locale moderna economia capitalistica, le cui risorse finanziarie dovranno essere impegnate nell’approvvigionamento di una materia prima che proveniva prevalentemente da mercati americani, egiziani e indiani. Si dovranno sviluppare tecniche commerciali e bancarie del tutto sconosciute alle antiche corporazioni mercantili operanti in altre realtà territoriali italiche tese solo ad irrigidire e a monopolizzare gli scarsi ed asfittici mercati. Apprese le nuove tecniche fu facile applicarle ad altri settori indotti, quali il meccanotessile di Busto e Legnano. Ciò può contribuire a spiegare l’odierna vivacità del nostro contesto industriale. Si affacciarono famiglie e nomi nuovi, a partire dagli albori del 1800, la cui nobiltà non necessariamente derivava dal sangue, ma dalla mercatura, mancava poi la resistenza al progresso frapposta  dalla nobiltà latifondista proprietaria di enormi casali sorti in altre realtà agricole lombarde, ma totalmente assenti dai nostri magri territori. Le nostre terre poco produttive, erano state trascurate e riservate a rami collaterali delle famiglie nobili. Come abbiamo visto[4] le proprietà  terriere erano già state frazionate e in parte vendute a fattori o a persone estremamente attive. E le piccole proprietà diverranno ossatura per il futuro sviluppo. Ma anche più recentemente fin verso il 1920 continuò il provvidenziale sfaldamento territoriale. Interessante, quasi paradossale, per noi lettori di oggi, conoscere la motivazione che la Camera del Lavoro di Gallarate nella Relazione Morale per l’anno 1922 dà al carente successo delle Leghe dei contadini: “il Gallaratese è forse la zona dell’alto milanese in cui la piccola proprietà ebbe uno sviluppo maggiore che altrove. Specie in questi anni del dopoguerra, vuoi per realizzare un guadagno per sé sproporzionato al valore dei terreni, vuoi per esimersi dal pagamento delle tasse, i proprietari dei fondi rustici, furono presi dalla mania folle di sbarazzarsi dei terreni. Per raggiungere il loro intento, mandarono disdette ai coloni dipendenti. I coloni, malgrado i nostri consigli, si lasciarono prendere dal timore panico e, affrontando sacrifici inauditi, parecchi di essi comperarono. Si è così sviluppata artificialmente la piccola proprietà. Il colono diventa così il piccolo proprietario sfruttato dal capitale che ha dovuto prendere a prestito, e ora sopporta i balzelli che Stato, Provincia e Comune sono costretti ad applicare per riparare alle larghe falle aperte dalla guerra di lor signori. Il colono divenuto piccolo proprietario, non sente più il bisogno della Lega.”

L’Illustrazione del Lombardo – Veneto tomo I ° redatta da Cesare Cantù in Milano 1857, offre invece un quadro contemporaneo alla origine delle industrie tessili gallaratesi. In essa si può leggere: “ [5] ……..Più che le vicende storiche dan rinomanza e insieme ricchezza a questo luogo le industrie ed il commercio. Le prime consistono in variate manifatture di cotone, tenute ora dalla ditta Ponti, che è la principale, dalla Cantoni, e in minori proporzioni dalle Ditte Crespi, Locarno, Mozzati, Pasta ed altre. La ditta Ponti nel principio di questo secolo (1800) eresse qui il primo opificio lombardo, mosso da buoi e cavalli, in cui siensi introdotte le Janettes o Jenny, cioè la macchina da poco tempo inventata per filare cotone. Ma dopo aver innalzato a Solbiate Olona la sua grandiosa filatura, l’opificio di Gallarate fu convertito, dir si può, in una casa di ricovero in cui si accolgono a facili e leggeri lavori più di cento donne, la maggior parte inatte a guadagnarsi altrimenti il pane. La ditta Ponti, che ha casa anche in Milano, trae direttamente il cotone greggio dalle Americhe e dalle Indie, e lo smercia in natura, in filati ed in tessuti di varia maniera, a preparare i quali, oltre ai telaj meccanici che tiene a Solbiate Olona, ne lavorano 1200 a braccia. La ditta Cantoni, che ha bella e vasta filatura a Castellanza, fa pure commercio di filati e tessuti, alla cui confezione servono circa 700 telai. Le altre ditte non hanno filatura propria e si occupano solo di tessuti, dando lavoro a circa 900 telaj e gli operai sono per la massima parte de’ circostanti paesi. V’hanno, benché assai meno estese, anche manifatture di lino, specialmente delle ditte Sironi e Calderara, con 500 telaj. Moltissime donne attendono ai ricami, principalmente di collari da donna, camicette, sottane, e ai lavori all’uncinetto e dell’ago in lana ed anco in seta per far calze, guanti, reticelle, ecc, che si spacciano in paese, o a Milano ed in altre città”.

Utilizzando l’approccio dell’Economia Politica si potrebbe rilevare che le nostre vicende agricolo industriali, dal 1800 ad oggi siano state legate inizialmente alla introduzione di processi L.I ( Labor intensive – ad alta concentrazione di lavoro) favoriti dalla presenza di manodopera agricola in abbondanza, successivamente e lentamente sostituiti con processi L.S ( Labor Saving, con l’introduzione del concetto di macchina che risparmia lavoro) sempre più accelerati dal pungolo della competitività del prezzo, in risposta alle altalenanti aperture dei mercati o alle politiche protezionistiche. Ma oltre allo studio della formazione di una coscienza di classe, già accennato, non si debbono trascurare:

– il ruolo assunto nel processo di sviluppo fine ottocento dalla piccola proprietà terriera appena formata da cui direttamente derivò la classe artigianale;

– l’influenza degli insegnamenti della dottrina cristiana in ambito locale e lombardo;

– il paternalismo industriale e le società operaie di mutuo soccorso tra artigiani operai e industriali, che qui iniziano circa 10 anni dopo le analoghe iniziative Gallaratesi o Varesine, perché la grande industria si sviluppa solo nel 1906.

E’ comunque rilevante osservare, che nei nostri territori si sono vissute e non marginalmente tutte le vicende della storia recente, tanto da trovarne ancora tracce nel ricordo delle singole famiglie. Abbiamo notizia della preoccupazione di due jeraghesi il Sig. Celeste Riganti e il Sig. Paolo Biganzoli, assai vicini al parroco don Angelo Nebuloni[6] di far arrivare a Jerago e diffondere tra le famiglie copie del giornale cattolico “Il Resegone”, opuscolo cattolico stampato a Lecco, al fine di offrire valide argomentazioni da parte cattolica in contrasto alla diffusione del foglio La lotta di Classe – periodico della lega dei metallurgici. Di questi periodi a cavallo del 1900 permane nei documenti la memoria di un atto di profondo disprezzo verso la Chiesa, quale fu il gravissimo sacrilegio di Orago, attribuito alle componenti ispirate all’ateismo positivista di destra. Ma questi episodi non ci appartenevano: furono l’onda lunga di qualcosa che ci era sostanzialmente estraneo, infatti se escludiamo il discorso massonico, ignorato dalle nostre popolazioni e quello positivista, riservato a tendenze intellettuali a noi estranee, rimaneva la simpatia verso il socialismo, che fu stimolata da una naturale reazione ai gravissimi episodi milanesi del generale Bava Beccaris. Si deve però apprezzare un distinguo, che i nostri vecchi premettevano sempre ai racconti sulle lotte sociali. Quando nel discorso si voleva indicare una persona affascinata dalle teorie socialiste, essi sempre la qualificavano come “un sucialista ma da qui giüst,è un socialista ma di quelli che stanno nel giusto”, con evidente riferimento ad un uomo che, affascinato da Turati, sicuramente non aveva sposato le posizioni atee di Labriola. Il nostro socialista rispettava la Chiesa e i suoi ministri, anche se la sua posizione lo teneva appartato, facendosi sovente ricordare dalla moglie gli obblighi dei precetti ecclesiastici.

La nascita della Società Anonima Cooperativa di Consumo avvenuta nel 1900, [7]sicuramente permette di accostarci a quel momento storico valutando, sulla scorta della variegata e contemporanea presenza di soci: artigiani, operai e imprenditori in uno stesso sodalizio, una sostanziale carenza di conflittualità sociale se si pensa che pressochè in ogni famiglia era presente un socio. Fu un tentativo di rispondere coralmente a necessità mutualistiche, caldeggiate anche dal Parroco Don Nebuloni e dal successore Don Cervini, che della Cooperativa rimase sindaco, fino al sorgere dell’impedimento concordatario del1929. La stessa fortuna non riuscì al sodalizio, sorto tra i dipendenti Rejna con le stesse finalità denominato Unione e Progresso [8]nato nel 1911 e liquidato nel 1914.  La società comunque fu solo apparentemente di iniziativa operaia, perché il presidente, Sig. Luigi Valsecchi, era amministratore della società così come dirigente fu il liquidatore ing. Pellizzari.

Non dobbiamo dimenticare l’importanza della ”Società Mutua Assicurazione contro le malattie e la Morte del Bestiame bovino“ che  sorge il 1° aprile 1896 con lo scopo di tutelare i soci dell’evento non raro della morte di un bovino. La società oltre ad aiutare il contadino nella cura più appropriate del patrimonio bovino, prevede l’indennizzo del rischio morte dell’animale, commisurandone il valore alla bestia in vita, ciò al fine di garantire il riacquisto. Ci si preoccupa solidalmente tra soci della sopravvivenza della stalla con la conseguente sicurezza per la famiglia. Le carni del bovino, saranno vendute al meglio e se commestibili ripartite fra i soci. Tali iniziative, che vedono l’impegno personale sia del Sindaco, il besnatese Cornaggia Medici, che del Parroco don Nebuloni, permettono di capire ed apprezzare la comune tensione verso il miglioramento delle condizioni economico – sociali locali. Lo stesso dicasi per la  Mutua Sanitaria, del 1905. Se Ercole Ferrario, come abbiamo visto [9], poteva parlare dei rischi connessi al sorgere della famiglia mononucleare isolata e affrancata dalla vita della curt e dei regiù, con queste ulteriori iniziative a tutela del piccolo coltivatore, che cominciava  ad associare al rischioso reddito agricolo monofamiliare anche un costante reddito da lavoro dipendente, si entrava in una nuova era. Gli uomini di chiesa, vicini alle loro popolazioni, si fanno sul campo fedeli interpreti della Rerum Novarum [10] nella attuazione concreta della dottrina sociale della Chiesa. Da rilevare l’arrivo delle suore di Maria Ausiliatrice per interessamento di don Nebuloni e della famiglia Bianchi Gori, proprietaria del Castello, quale risposta all’esigenza di educare i figli piccoli di mamme che sempre più troveranno lavoro nelle vicine tessiture. Molto impegno le suore dedicheranno alla educazione delle giovani ragazze. Il grande insegnamento di Don Bosco, che illuminava di fede e di opere cristiane una Torino che si faceva industriale, grazie alle Figlie di Maria Ausiliatrice si diffonderà nel nostro paese che pure si stava industrializzando.

Le industrie nasceranno prevalentemente dalla trasformazione delle primitive attività artigianali in industriali a far tempo dai primi anni del 1900. I problemi connessi ai potenziali conflitti ed alle trasformazioni sociali indotti dall’industrializzazione furono  anticipati dall’iniziativa attenta dei parroci, dei loro collaboratori e di molte persone attente, tese al benessere spirituale e sociale delle loro genti. Tra quelle iniziative, non sfuggono, perché ancora lì da vedere, la costruzione delle Caserma e delle Casermette quali abitazioni per dipendenti. Realizzazioni importanti che mitigarono la conflittualità almeno fino alla fine del conflitto mondiale. Infatti solo nel 1908 nasce un primo tentativo di sezione Jeraghese della Lega dei metallurgici. Ma ancora sei anni dopo il periodico “Lotta di Classe” del 31 luglio 1914 deve constatare amaramente come il sopralluogo di martedì 28 luglio fatto del compagno Canziani – propagandista di Gallarate– fosse deludente perché anche quelli che si dicono nostri simpatizzanti- non hanno compreso la necessità dell’organizzazione di classe e quindi la sezione è anemica [11]. Nel gennaio del 1919 gli operai dell’industria tessile gallaratese, avevano già avanzato le richieste per la riduzione dell’orario di lavoro ad 8 ore ed il sabato a mezza giornata. Al diniego della Federazione degli industriali gallaratesi, verrà proclamato uno sciopero, attuato il 22 del mese di febbraio, cui seguirono altri tre giorni di sciopero che produrranno il conseguimento di tutto quanto richiesto. Perciò per festeggiare la vittoria, il 30 marzo 1919 fu organizzato a Gallarate un raduno celebrativo.

Lo storico P.G. Sironi [12] spiega che i socialisti ritenevano che il successo fosse stato loro esclusivo e così descrive il raduno: “La massa affluita a Gallarate da tutto l’Alto Milanese a piedi, in treno, in bicicletta o col tram, se non è certo pari a quella vantata per Busto da “ il lavoro “ fa purtuttavia la sua bella figura. Sono infatti presenti le rappresentanze operaie di oltre una cinquantina di Sezioni socialiste, società operaie varie, circoli e cooperative rosse, ognuna recante le proprie bandiere. Introdotto dal Buffoni, parla dopo altri il deputato socialista Costantino Lazzari, uno degli estremisti più noti del momento. Ed è la sua una concione, che dopo aver inneggiato al successo conseguito, chiede l’estensione agli operai di tutta Italia delle otto ore, attacca il padronato e la borghesia e chiude infine esaltando, fra le acclamazioni della folla eccitata al punto giusto, la rivoluzione russa, Lenin e la conquista del potere da parte dei proletari. Raccoltasi in corteo, con bande musicali intercalatevi, la massa si dirige poi verso il centro cittadino. E’ un unico enorme coro che a tratti intona Bandiera Rossa o l’Internazionale, un susseguirsi a gruppi di evviva Lenin e alla rivoluzione proletaria, di slogan contro i padroni, contro la borghesia, contro i nemici dei lavoratori e i loro servi vergognosi adattatisi senza fiatare a quattro anni di guerra. Un certo numero di partecipanti, non condividendo queste ultime grida, abbandonano il corteo, alcuni anche ostentatamente………”

Una manifestazione, nata per celebrare degnamente un grande successo sindacale si era trasformata nella occasione di propaganda massimalista e rivoluzionaria che molti fra gli astanti non condivisero abbandonando in maniera ostentata il corteo. Al massimalismo rivoluzionario si associava una forte spinta anticlericale. A questo si riconduce il racconto di treni bloccati alla stazione di Gallarate da macchinisti delle ferrovie che si rifiutavano di farli partire fino a quando non fossero scesi quei preti che vi erano saliti, perché l’interpretazione estremista vedeva nella Chiesa e nei Sacerdoti un nemico da abbattere. E questo fatto, non il solo, dovette impressionare chi, presente in stazione con la mamma, ancora oggi, anziano, me lo racconta. Quindi anche nel nostro piccolo borgo, che abbiamo visto assai equilibrato nella relazione fra classi sociali, si dovette constatare, appena dopo la guerra, un acuirsi della conflittualità.

Il periodico Lotta di Classe del 14 febbraio 1920 può titolare: ”Fascio Giovanile Socialista. Jerago – Domenica scorsa, con l’intervento di un compagno di Milano, ebbe luogo una cerimonia fra giovani socialisti in cui venne costituito il Fascio Giovanile, denominato Spartaco.”

Di contro nell’ottobre del 1919 per ispirazione di parte cattolica, nascerà la sezione locale del Partito Popolare e per i lavoratori cristiani l’Unione del lavoro. Nel 1920 al Resegone, si aggiungerà la diffusione del settimanale Vita Popolare stampato a Gallarate, avente per direttore Guido Sironi. Indiscutibile la prevalenza del sindacato cattolico nella organizzazione delle operaie delle tessiture locali come constata Don Massimo Cervini nel Libro delle Cronache parrocchiali. Non è del tutto casuale che la spinta alla organizzazione di parte cattolica dell’ottobre del 1919 segua i fatti del marzo 1919, con il loro carico di anticlericalismo. Sono testimone del racconto del Parroco di Orago, don Alberto Ghiringhelli, che ricordava quegli anni, di quando giovane prete a Milano viaggiava in bicicletta sulla Ripa di porta Ticinese ed era fatto oggetto di battute sarcastiche da parte delle lavandaie che dalla riva ironizzavano sulla sua talare, a soca e lui per niente intimorito, da uomo energico, quale era, faceva dietro front con la sua bici e metteva a tacere le importune, quasi un Don Camillo, e non per niente del Don Camillo di Guareschi era coetaneo.

Vi è un grave turbamento nella vita civile di quegli anni vissuti tra il 1920 ed il 1922, culminato con la occupazione nel luglio del 1922 della fabbrica simbolo di Jerago, la Rejna S.A. e di turbolenze anche nelle altre fabbriche. Lo rileviamo senza aggiungere commento nella descrizione delle due parti contendenti. Il periodico Lotta di Classe dell’8 luglio 1922:  “Malgrado il perdurare della lotta, la massa metallurgica si mantiene compatta e disciplinata, sempre fidente nella sua forza. Sono apparsi però come funghi velenosi alcuni untorelli che, certamente pagati da chi ha interesse, girano il paese visitando le famiglie per raccogliere le firme di possibili crumiri. Tale indegna ed odiosa opera è adatta proprio a coloro che si prestano a fare da tirapiedi e ruffiani dei padroni, ma è bene che sappiano che ad Jerago non v’è pane per i loro denti e che se non la smettono c’è il caso di ricevere pan per focaccia”.

Leone Michaud, direttore della Rejna nell‘opuscolo a memoria dei suoi “25 anni di Vita Industriale a Jerago 1904-1929″, scrive: “Finita la guerra lo stabilimento ha subito la sorte di tutti quelli del genere, tutti i fatti svoltesi dal 1920 al ’22 sono stati da me giudicati come conseguenza di mancato affiatamento fra capitale e lavoro, la mia convinzione è nata nel tempo di guerra. Per considerazione avuta dal Comitato di Mobilitazione Industriale sono stato chiamato a far parte della Commissione per le vertenze operaie. Se in qualche caso ho dovuto dare torto agli operai, in molti casi ho dovuto giudicare che la colpa era degli industriali, o per egoismo o per ingordigia. Molte questioni sono nate e purtroppo hanno preparato quegli eventi disastrosi che capi coscienti od incoscienti hanno condotto per i loro scopi personali, a scapito degli operai, dell’industria e del paese, portato all’orlo della rovina e dell’anarchia. La occupazione delle fabbriche ne è stata l’ultima fase. Ricorderò quando la commissione operai venne a cacciarmi fuori dallo stabilimento, abbiamo un esempio tipico della riconoscenza che le masse sono capaci di dimostrare! Tre dei miei operai, forse i più considerati, i più aiutati, vennero colla frase sacramentale imparata nel tempio del bolscevismo nascente “ Sem num i Patron[13] ghe voeur ch’el vaga via” quei momenti di tristi ricordi, vissuti di piena vita non sono e non possono essere vantati da chi è lontano dall’Industria. …… “.

Nel trattare il periodo della trasformazione del borgo da agricolo a industriale, è stato necessario soffermarci sulla dinamica sociale, che da quella trasformazione ha subito una forte accelerazione. Abbiamo ripercorso le tappe dell’associazionismo di matrice cristiana tra il 1870 e il1910. Le prime iniziative socialiste, più volte giudicate timide dagli stessi organi del Partito e dalle Camere del Lavoro di Gallarate. Abbiamo rilevato la spinta rivoluzionaria ed atea della componente massimalista che nel distretto gallaratese si evidenzia nella manifestazione del 30 marzo del 1919. Ma anche nel borgo alla componente socialista di vecchia matrice si aggiungerà  una componente più recente di ispirazione marxista-comunista. Per contro il primitivo associazionismo cattolico prenderà coraggio, ispirato dalla dottrina sociale della chiesa e si ritroverà nel Partito Popolare e nella Unione del Lavoro. Gli scioperi del ’22 furono per tutta la nazione l’espressione del gravissimo disagio sociale ed economico postbellico.

Dopo questi fatti inizia storicamente il periodo di ascesa nazionale del fascismo, che applicando il suo apparato dottrinario alla situazione contingente stravolgerà tutti gli ordinamenti sociali e rappresentativi, servendosi delle sole leggi ordinarie[14] . La vicenda di quel periodo non verrà qui analizzata riservandola ad un approfondimento futuro. Con leggi ordinarie si arrivò al partito unico il P.N.F., al Sindacato Unico Fascista. Quel periodo di transizione fu sofferto da coloro che, non avendo preso tessere fasciste, subirono l’emarginazione e la minaccia, fortunatamente simbolica, di un patibolo: una forca innalzata la notte in piazza Vittorio, prima delle elezioni politiche del 1924. Immaginarsi la paura nelle famiglie di quei vecchi socialisti la cui militanza era  nota e che non avevano voluta la nuova tessera. Nessuno subì violenze fisiche, ma su quel patibolo era stata sospesa la libertà di dissentire. Il borgo si adattò alle adunate, agli orpelli e alle divise di moda, comparve in Piazza Vittorio, messa sulla facciata della Cooperativa, quasi sotto alla grondaia, l’effigie di Mussolini che dominava sulle adunate organizzate per ascoltare la voce del Duce data per radio e diffusa dall’altoparlante. La casa del fascio fu alla Caserma. Nacque una colonia estiva elioterapica in Via Roma. Poi tutto, dal ’43 al ’45, si sgretolò passando per i lutti della guerra mondiale e riprenderanno forza quegli stessi Partiti aboliti nel periodo fascista con le stesse componenti, socialista, popolare e comunista, che avevamo visto formarsi verso il 1919.

[1] Statistica Riepilogartiva dell’industria nel Territorio di Gallarate e Somma per l’anno 1924 ( si vada a nota 1 e 44 ).

[2] Carlo Mastorgio ha tenuto interessantissime conferenze sulle fornaci locali, attive già in epoca romana.

[3] Si vada al capitolo bachi supra.

[4] I terman, supra.

[5] ( ad integrazione del testo si  trascrive  la parte omessa e  punteggiata nel testo) “Il nome di Gallarate, alcuni derivano dall’essere fondato dai Galli, altri dal soggiorno di una legione romana detta Gallarita. Da parecchi si giudica questa terra di assai remota origine, ma a provar ciò mancano i documenti; tuttavia le lapidi latine, che ancora vi si vedono, e le numerose monete di imperatori romani, che a quando a quando si rinvengono, lasciano congetturare che fin dai tempi dell’impero romano fosse di qualche importanza.. ( segue il testo).

[6] Paolo Biganzoli nato nel 1880 fratello del Sacerdote don Enrico Biganzoli e fondatore di quella che rimane una delle piu antiche industrie locali ancora operante nel settore del giocattolo la Paolo Biganzoli s.r.l. – Celeste Riganti – fabbro ferraio, classe 1885 padre di Enrico Riganti coautore del presente volume.

[7] Infra, ampiamente illustrata nello studio di F. Delpini.

[8] Fonte: Cazzani E. “Jerago

[9] Nota n.28 supra

[10] di Leone XIII 1891

[11] Cazzani .”Jerago” op citata pag 319, rif Archivio Parrocchiale Jerago, liber chronicus, vol 1, pp 123-124- Don Massimo Cervino scrive: “ per salvare almeno la donna dall’organizzazione socialista, si è tentato di riunire le nostre donne nella Unione del Lavoro ed a tale scopo molto si adoperò con varie conferenze ed abboccamenti il Sig. Gallazzi dell’Unione di Gallarate. Si riuscì ad organizzare quasi tutte le operaie della Ditta Carabelli e tutte le nostre operaie che lavorano a Besnate e a Cavaria, ma poi per difficoltà aziendali, gran parte delle operaie si staccarono e l’Unione si sfasciò, come già per lo stesso motivo si era sfasciata la lega Socialista.”

[12] Sironi P.G “ Quei Camion che facevano paura, lo squadrismo nel gallaratese – 1919 al 1922 –“

[13] Leone Michaud è francese e quindi nel suo scrivere il nostro Padron per lui diventa Patron

[14] Lo statuto albertino non prevedeva leggi straordinarie per le modifiche costituzionali e i padri costituzionalisti nel redigere la Costituzione Repubblicana odierna, per evitare episodi simili al fascismo, che potè trasformare lo statuto con leggi ordinarie, furono particolarmente attenti perché essa non fosse facilmente modificabile. La blindarono come si dice ora.

Uso delle Campane

di Anselmo Carabelli

Grazie alla collaborazione del sig. Romano Pigni e del sig. Riganti ho potuto ricostruire l’uso liturgico delle campane così come veniva eseguito a Jerago prima del Concilio Vaticano II. Tengo a precisare che a Jerago e credo anche altrove, la numerazione delle campane è sempre stata crescente dalla più piccola (prima campana) alla più grande (campanone o quinta campana per il nostro concerto) e a questa numerazione mi attengo scrupolosamente.

USO LITURGICO

AVE MARIA – anticipa di qualche minuto il suono delle campane della prima S. messa del mattino – 4a libera per un minuto

ANGELUS – Mezzogiorno – 4a libera per un minuto

AVE MARIA – sera verso le 20.00 in estate e all’imbrunire in inverno – 4a libera per un minuto

I tre momenti dell’Angelus e dell’Ave Maria quando è domenica sono segnati in modo diverso:

NELLE DOMENICHE SOLENNI si suonano tutte le cinque campane.

NELLE DOMENICHE NORMALI  si suonano la terza – la quarta e la quinta.

Le S. Messe sono così annunciate:

tre richiami sempre per ogni Messa a partire dalla prima S. Messa del giorno annunciata alle 05.10, alle 05.30, alle 05.50

NELLE DOMENICHE NON SOLENNI si suonano 3a- 4a e 5a a distesa.

NELLE DOMENICHE SOLENNI si suonano tutte le cinque campane a distesa

Nei giorni feriali le S. Messe sono così annunciate:

GIORNI FERIALI CIVILI MA CORRISPONDENTI A FESTIVITA’ RELIGIOSE INFRASETTIMANALI (S. Giuseppe, S. Giovanni Bosco, Candelora, S. Biagio) si suonano1a-2a-3a-4a a distesa.

ALTRI GIORNI FERIALI – Si distinguono le S. Messe in S. Messe da vivo o da Morto.

Si dice da morto la S. Messa con la commemorazione di un defunto.

  • S. Messa da vivo si suonano la 2a e la 3a a distesa
  • Se da morto sono previste diverse classi di officiata funebre  e di suono delle campane:

III classe catafalco con quattro candelabri ad aspersione del tumulo; si suonano 2a-3a-4a campana in suono successivo senza sovrapposizione e bocciata

II classe catafalco con sei candele aspersione e incensazione del tumolo; si suonano 1a-2a-3a-4a in suono successivo senza bocciata

I classe solo per il Clero ed il giorno dei Morti- catafalco con dieci candele; si suonano tutte e cinque le campane con la stessa tecnica della non sovrapposizione dei suoni.

SEGNALI PER ALTRE OFFICIATURE O MOMENTI LITURGICI:

VESPERI DOMENICALI E FESTIVI  -3a e 4a a distesa e 5a al momento della benedizione  eucaristica.

VESPERI DOMENICALI E FESTIVI SOLENNI – Tutte e cinque le campane

PROCESSIONI – Tutte e cinque le campane

AGONIE DI NS. SIGNORE GESU´CRISTO – Ogni venerdi´alle ore 15 si suona la 4a a distesa

MESE DI MAGGIO ALLA SERA PER IL S. ROSARIO – Tutte e cinque le campane

QUARESIMALE – idem

S. MISSIONI – idem

MATRIMONI – Erano previste tre classi, ma venivano sempre annunciati in modo solenne con il suono di tutte e cinque le campane, purche´gli invitati degli sposi si fossero presentati a tirare le corde delle campane.

AGONIA – Cosi´veniva chiamata la campana che annunciava la morte di un parrocchiano. Si suonava la 4a campana con nove rintocchi per una donna – con tredici rintocchi per un  uomo

CATECHISMO PER I RAGAZZI – 3a libera

USO CIVILE DELLE CAMPANE

RUM – Il suono delle campane e´sempre servito a spezzare la consistenza della nuvolaglia che minacciava grandine. Ci si affrettava a quindi a suonare il cosidetto RUM (credo si scrivesse cosi´) . tutte e cinque le campane, senza un ordine preciso intervallate dal potente suono del campanone. Non a caso sulla 4a campana avevo rilevato la scritta “A FULGORE ET TEMPESTA LIBERA NOS DOMINE”. 

Ricordiamo pure che il temporale era particolarmente minaccioso se veniva da S. Caterina (Al ta ruina– dicevano i vecchi). In effetti era poratato da un vento freddo da nord-ovest che poteva scontrarsi con aria calda e stagnante locale, causando veementi correnti acsensionali. con formazione di ghiaccio e precipitazione di notevole quantita´di grandine. il suono delle campane effettuato in tempo opportuno poteva spezzare questa corrente ascensionale, diminuendo la consistenza della grandine e i danni.

Per lo stesso motivo oggi in agricoltura si ricorre ai razzi.

INCENDI – Campane a martello 1a-5a leggermente sfasate a distesa. Doveva raggelare soprattutto se sentito nel cuore delal notte

ESATTORIA – 3a distesa. Anche questo raggelava

SCUOLA – Richiamo per gli scolari delle scuole elemenatri- 2a campana ma solo fino al 10 novembre 1945


N.B. Dopo il Concilio Vaticano II, essendo tutti i fedeli ritenuti figli di Dio, le “Classi” sono state eliminate, percio´tutto quanto pre desritto, fatta eccezione delle diversita´tra domeniche solenni e normali e´stato anullato ed e´stato preordinato secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II stesso

Don Angelo Cassani

Per l´impostazione del suono attuale delle campane ci siamo avvalsi della collaborazione del sig. Massimo Scaltritti

Molini ubicati nella parte alta del torrente Arno

Molini ubicati  nella parte alta del torrente Arno, nei territori di Castronno- Albizzate-Solbiate-Orago-Oggiona, secondo la relazione  dell’ing. Luigi Mazzocchi 24-25 marzo 1897, fra il Capofonte “Brelle”di Castronno e il Molino “Scalone” di Oggiona.

(ricerche di Anselmo Carabelli e Carlo Coerezza)

2014_Mulino di Caiello (2011)

foto a titolo esemplificativo: Molino di Cajello-Gallarate (fonte immagine worldorgs.com)

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Testa di Fonte in localita´ Brelle al Mappale n. 938 di Castronno

Ponte delle Brelle con arco e spalle in cotto

Fonte alla Cascina Maggio, Perenne, raccolta in tina di legno scaricano in riva sinistra di Arno

Fontana o fonte del prestino al Mappale 550, confine 568 , dopo l’attraversamento ai guadi della strada dei boschi.

Entrata del torrente Garzona sponda destra fra i mapp. 426/ 377

Sorgenti a sinistra  in località bosco dei Capitani

Chiusa per la Derivazione della roggia macinatrice De Capitani

Molino Bosotto– ora ridotto a stabilimento di tessitura DE Capitani

Diametro della ruota mt 4.80, larghezza della ruota mt 1

Molino a sinistra, stabilimento a destra (il vecchio molino e´ stato soppresso la presa d’acqua serve per il vapore)

Prato bosotto- bacino da ghiaccio

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Molino Gazza (in sfacelo) ruota 3.60 larghezza 0,90

Molino Valdarno Isimbardi di sopra (Soppresso, Ruota 3,20- 1,50)

Molino Valdarno di sotto le cui acque vanno allo stablimento Paleari

Ruota notevole 6,40 –1mt

Molino Tarabara (bruni) a due ruote

Mtri 3 x 0.80- mtri 3.20 xo.80

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Molino di Lesso

Molinazzo inizialmente con due ruote ed ora con una sola ruota da 5,40×1,50 (interessante)

Molino Gaggiotto  3,60-0,90

Molinello Isimbardi  mt 4×1.25

Molino Giambello ruote da 3.80 x0,60 (due ruote)

Molino Scalone 2,15x 0,68

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foto di Francesco Carabelli c/o Valle dei Mulini – Longiaru´-Val Badia – BZ (salvo ove diversamente indicato)

Il Santuario di Santa Maria della divina grazia in Buzzano

Nell’ambito della nostra comunità pastorale “Maria Regina della Famiglia” vi è la chiesa dedicata alla Beata Vergine Maria in Buzzano di Besnate. Questa chiesa ci era nota perché meta, la prima domenica di maggio, del pellegrinaggio annualmente effettuato dai solbiatesi in ottemperanza ad un antico voto di ringraziamento per la protezione divina ottenuta durante una moria di bambini. Al  passaggio da Jerago, di mattina molto presto, provenienti dal Molinello e dalla strada dello Streccione (via Dante), erano accolti dal parroco di San Giorgio già in veste liturgica, sul portale della chiesa vecchia e da una grande scampanata. Raggiungevano poi la Madonnina di Loreto (edicola della via G. Bianchi) dove il parroco di Solbiate iniziava una preghiera mariana ed il suo sguardo  spaziava su tutto il corteo  che si allungava fino al Rià. Da lì verso san Giacomo e  dopo la cascina Cassanelli (Casanitt) ci si inoltrava sulla via per Besnate, fino all’antico sentiero che, attraverso i boschi, portava direttamente alla cascina del Laghetto ed alla cascina Arianna verso Buzzano S. Maria,  forse un tratto dell’itinerario antico della via Novaria. La cappella, attualmente meta della conclusione del mese mariano della nostra comunità pastorale, in passato fu tappa di un piccolo pellegrinaggio, indetto dal parroco don Luigi Mauri, che portava gli jeraghesi da San Giorgio a San Giacomo, a Santa Maria di Buzzano e come tappa finale la Chiesa di Santa Maria della Ghianda in Mezzana. Questa devozione poteva considerarsi, memoria del ben più impegnativo  pellegrinaggio a piedi, che nei  giorni dell’Assunta si effettuava verso il Sacro monte di Varallo Sesia.

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La chiesa di Santa Maria in Buxano, pieve di Arsago è citata nel Liber Notitiae Sanctorum Mediolani di Goffredo da Bussero (circa 1300),  ma della antica costruzione di braccia 23 x10 con due altari e un campanile, descritta anche dal Clivone nella sua  qualità di visitatore di San Carlo,  rimane ora solo il campanile romanico e la parte absidale, che conserva l’affresco di Maria assisa col Bambin Gesù, con molta probabilità proveniente dalla parete del vecchia chiesa. Gli edifici residuali sono stati  risparmiati dal maldestro abbattimento, avvenuto negli anni 60 dello scorso secolo, che ha interessato tutta la rimanente costruzione cinquecentesca. Lo studio delle origini della  chiesa apre una vicenda significativa della nostra storia. Il nome antico dell’edificio sacro fu Santa Maria del Gallo, memoria dei frati benedettini fondatori, che provenienti dalla elvetica San Gallo, nei pressi del lago di Costanza, dopo aver ottenuto un appezzamento di terreno a nord di Besnate, vi si insediarono nel 943.

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Qui costruirono il monastero ed una chiesa come testimonia ancora il campanile, che grazie alla comparazione stilistica viene attribuito al X sec.. Si noti che a soli 5 km. di cammino boschivo, oggi inibito da autostrada e ferrovia vi è l’altra chiesa di San Gallo in Vergiate, essa pure benedettina, ma con analogo riferimento agli stessi monaci di San Gallo. Possiamo dunque intuire l’importanza dell’opera di tale comunità monastica, che associa: alla meditazione, alla preghiera ed al culto, la trasformazione del territorio per consentire, condividendola, una vita migliore a chi abbia la ventura di vivere in questi luoghi. Chi osservi l’antropizzazione antica, cioè l’intervento umano sul  territorio a nord di Besnate , ma in particolare intorno alla cascina Arianna, al laghetto, risalendo fino alla Passarina, al monte della Premornera, al monte di Quinzano, (zona oggi onorata dalla cappellina della Madonna del Riposo) può riconoscere ancora le tracce della antica pratica agricola che appaiono sia dalla  disposizione che dalla dimensione dei campi, nella zona della cascina Arianna. La presenza di importanti rogge e fossati che impedivano alle acque di imputridire e che,  sapientemente gestite  con canali adduttori e scolmatori, con bacinetti di piena e di magra, sono fonte di una florida agricoltura irrigua con notevole possibilità di fienagione conferma l’ipotesi. Oggi l’abbandono dell’uso agricolo e la trascuratezza nella pulizia dei fossati, sta riconsegnandoci le paludi, in uno scenario forse simile al periodo iniziale dell’insediamento benedettino del decimo secolo. Ma addirittura i luoghi diventarono tanto fertili da entrare successivamente nelle mire dei Visconti che, nell’agosto del 997,  ottengono da Ottone III il dominio su Besnate, definito nel testo imperiale come giurisdizione sul territorio, unita alle collette e all’albergaria della campagna di Albizzate, assieme al mercato e la scuderia di Besnate- (da “Storia di Somma Lombardo-L. Melzi 1880”) . Tutto questo deve aprire una maggiore attenzione verso il periodo Altomedioevale, verso il fenomeno conosciuto come incastellamento, rappresentato dalla presenza di recinti fortificati, nucleo dei futuri castelli, all’interno dei quali i contadini difendevano le loro derrate,  dal passaggio di bande armate.

Si ringrazia per le prime due fotografie Matteo Alabardi

Ul fer du l’acua

(testo di Anselmo Carabelli)

Se volessimo ricostruire l’origine di questo modo di dire ormai completamente perso, in uso ancora tra gli assistenti di tessitura a Busto Arsizio, si scoprirebbe che fer du l’acua altro non è che la leva di avviamento dei cari telär a frusta,  espressione gergale  traslata  anche per l’avvio delle macchine moderne con gli interruttori on- off , verde- rosso. L’espressione rimanda alla origine della nostra industrializzazione, quando l’energia nella sala di tessitura, di torni o altre macchine utensili  o in una butega  da legnamè o da farè  per dar moto a bindèla,  mola, maj, pulidura, trapan, proveniva dalla trasmision, albero di trasmissione  che girava in alto vicino al tetto su bronzine  ancorata ai pilastri o al muro perimetrale, dotato di semipulegge imbullonate in corrispondenza delle varie macchine. Questa trasmission era mossa da un motore primario che in antico all’origine della nostra industrializzazione 1820 sull’Olona, poteva essere la ruota  a pale del mulino. Il mulino prendeva a muovere quando la canaletta di derivazione dell’acqua del fiume veniva fatta scivolare di lato perché buttasse direttamente il getto sulle sue pale avviandolo e, per far ciò, ci si serviva di una leva di ferro che prese appunto nome di fer du l’aqua.  Da cui l’inizio di un movimento meccanico fu associato all’ azione della mano sul  fer du l’aqua o leva di avvio. L ’asse principale di movimento di ogni macchina antica presentava due pulegge, una solidale con lo stesso, l’altra folle che girava a vuoto. Una cinghietta,  in cuoio zinta collegava la ruota folle, con la ruota in corrispondenza della trasmissione a soffitto. In prossimità delle due pulegge della macchina la cinghia passava in una forcella collegata con la leva di avviamento. Il nostro fer du l’acua  avviava perciò la macchina spostando la cinghia dalla ruota folle a quella fissa dell’albero e in più consentiva una partenza dolce, perché la cinghia passando dalla folle alla ruota fissa con tutta l’inerzia della macchina ferma, tendeva a scivolare facendo da frizione e la macchina non si inceppava. Naturalmente le cinghie giravano sempre sia che la macchina fosse in trazione o fosse ferma  e quindi erano pericolose,  e apparvero le prime  scritte antinfortunistiche, dal perentorio invito, operaie portate vesti attillate e cuffie, capelli corti, attenti agli organi di movimento.

Gli alberi di trasmissione primaria li potevi vedere in tutte le nostre botteghe. Dai faré : gli Aliverti al Cantun, i Turi; ai Legnamé: ul Gerolum, I fradèj Cardan, ul Biganzoli, ul Rico da a Mirina, ul Giuanò e ul Salvatur dul Mola, ul Romildo, ul Sèsa  Milieto; i tesitur : Ul Carabell, ul Nibela, ul Mario Aliverti, ul Labärd, ul Tani, ul Taravela, ul Guglielmo. Prima di avviare le singole macchine quindi bisognava avviare il sistema di trazione centrale con le trasmissioni a muro e soffitto collegate fra loro da grosse cinghie e ruote più grosse e zintuni. Ma la  trasmissione di moto tra grandi pulegge di ferro solidali alle trasmissioni in alto e la piccola puleggia liscia, coassiale col rotore del motore centrale era alquanto problematica, soprattutto nelle mattine d’inverno quando il  cuoio del Zinton si irrigidiva ed allora sota cunt a pesa greca-pece greca. Si spalmava la zinta di pece a accostando il provvidenziale cilindro di pece al zinton dall’avvio riluttante e per la ravvivata aderenza via che si partiva. Certamente operando a mani nude tra motori cinghie e volani queste operazione risultavano particolarmente rischiose e riservate ad esperti macchinisti. Noi non abbiamo mai avuto mulini per colpa dell’Arno, poco affidabile; le prime macchine di moto furono motori a vapore, le famose caldaie a vapore del tipo Cornovaglia. Prima del 1907 gli unici che ne avevano erano le officine Sessa ubicate tra la via Cavour, la via Onetto e il Ria, la Reina,  e la forgia di Scaltritti Eugenio Maraz, in via Roma.  Poi li sostituirono i motori elettrici,  monumentali,  in corrente trifase dagli statori e rotori con gli avvolgimenti in bella vista, da cinquanta- cent cavaj 50 –100 H.p e l’avviamento avveniva con il sistema cosiddetto stèla- triangul. Per prima cosa bisognava collegare il motore alla line , tirando giò i curtej abbassando i coltelli che facevano da interruttore tra  la linea del motore e la linea principale. In pratica l‘interruttore era una specie di tridente con tre punte a lama di coltello incernierate singolarmente sulle tre fasi del circuito del motore, isolate tra loro, ma unite nell’impugnatura a manico di legno che consentiva, con movimento a compasso dell’impugnatura di inserire i coltelli nelle molle del circuito principale. Dopo tale interruttore i tre fili o Fäs  fasi,  entravano in una apparecchiatura chiusa dotata di volano, che  partendo con l’iniziale configurazione a stella par dag ul spont, cioè l’avvio del solo motore,  quando l’operatore avesse ritenuto opportuno dal sibilo del rotore, passava alla configurazione a triangul che permetteva il traino di tutto l’apparato di trasmissione delle macchine operatrici. Operazione più facile da fare che da descrivere, comunque ci voleva un buon orecchio per apprezzare dal fischio del motore il momento giusto per il cambio di configurazione. Oggi tutto avviene elettronicamente ed automaticamente.  Attenzione però che se per qualsiasi motivo si voleva spegnere la macchina abbassando i coltelli, bisognava per prima cosa portare al minimo carico della sala, altrimenti sarebbe partito il famoso corto, non una scintila, ma una vera e propra scalmana– un fulmine artificiale  Per questo quei coltelli venivano schermati con coperchi di materiale isolante.    

1 Telai col lancio a batter, Batireu, bastone con cinghie che lanciava la navetta

2 Sulla storia dei nostri opifici, botteghe artigiane si veda di A. Carabelli-E Riganti.” Le ricette della Nonna” da pag. 125 a pag 139 – Ed.  Galerate 2000 

3 Hp Horse power. La misura di Potenza era in Cavalli Vapore  0,760 kw.  Non dimentichiamo l’iniziale riferimento alle unità di misura nel sistema inglese, proprio della prima industrializzazione fino a tutto il 1960 quando nel mondo del lavoro europeo continentale si adottò il sistema metrico decimale. Tutti gli organi di connessione, viti, dadi, bulloni si espressero in unità decimali Ma, Mb, sostituendo il vecchi pollice o polis a  come riferimento la forza di un cavallo da tiro. Ormai abbiamo dimenticato che in assoluto il primo filatoio Janette dello svizzero Cantoni ad Arnate (il progenitore dell’industria tessile  gallaratese e bustese)  era mosso da cavalli che agivano su un tapis roulant, una specie di tappeto rotolante  sul quale i cavalli camminavano rimanendo fissi, che dava poi moto al motore primario. Ma senza andare molto lontano Enrico Riganti mi ricorda che quando la sua nonna  Paolina da piccola andava alla festa della Madonnetta di  Gornate, il giorno dell’Assunta siccome, come si diceva, tuti i salmi finisan in gloria, dopo le preghiere o devuzion come si diceva allora, c’era sempre la ricreazione, ci si concedeva anche pei bambini un giro in giostra, e quelle antiche giostre erano mosse da motori a cavallo.  Gli stessi animali che poi trainavano le carovane dei giostrai, itineranti da fiera in fiera. 

I furnäs – le fornaci

Il nostro territorio presenta sedimentazioni argillose superficiali e fin dalla antichità fu caratterizzato da cave di argilla e fornaci per laterizi, confermate dal ritrovamento nel 1973 di formelle esagonali nuove in cotto, avvenuto durante l’edificazione dell’ufficio postale, in via G. Bianchi, salvate e documentate da Carlo Mastorgio, all’epoca Ispettore alle Antichità. Il materiale è ora esposto in una vetrina del Museo della Società di Studi patri in Gallarate.

Dal Teresiano del 1727 si può rilevare la presenza delle fornaci di Piero e Francesco Zeni con due siti : uno dietro l’attuale corso Europa verso Menzago, l’altro nella zona di via Padulazze. Quella fornace sarà rilevata da Protasio Riganti, Enrico mi parla, di lui come  patriarca dei Riganti di Jerago e suo progenitore: “lasciò la cascina del Gaggiotto nel 1760, molto prima della rivoluzione francese. Impiantò una seconda fornace sotto la cascina Cassani (Cassano Grosso) ai bordi della proprietà del Castello e la terza fornace sotto il monte Moscone sul lato ovest, che rimarrà nella proprietà del discendente Ambrogio”.

La Fornace di Carlo Tonelli Pred sotto via Madonnina, con estrazione e sosta di essiccazione nella zona della Pidrina, con fornace a carica manuale, del tutto simile a quella successivamente descritta.  Tonelli nasce nel 1862 , opererà con grande passione e competenza, purtroppo morirà giovane e la fornace sarà rilevata dalla famiglia Bianchi del castello. Il figlio Augusto ancor piccolo, si dedicherà alla attività meccanica con Scaltritti Eugenio.

La Fornace Bianchi fu ubicata in via Madonnina, nacque dalla acquisizione della fornace Tonelli e fu ammodernata agli albori del 1900 con l’introduzione di macchinario di  tipo americano, con forno continuo a virgin carbon per la produzione sia di mattoni che di tegole marsigliesi. La produzione di tegole marsigliesi non ebbe  successo, a causa di una argilla, la nostra, che  si rivelerà non idonea. Esauriti i campi  della Pidrina si continuerà il prelievo di argilla poco  oltre via Onetto, parallelamente al rià, sotto la collina del bacino, che verrà trasportata nei vagoncini di una decaville a cavallo fino a via Madonnina.

Fornace del Caverzasca– è probabile che anche questa sia derivata dalla primitiva fornace Zeni, in prossimità della cascina Roncacci. Una ricerca di Carlo Mastorgio, che prendeva in oggetto la petizione  presentata dal proprietario nel 1867 alla Deputazione Comunale per un collegamento diretto Jerago-alta con la stazione di Albizzate,  ha evidenziato il grande volume della sua produzione laterizia, quando era ormai di proprietà Caverzaschi. Quel collegamento non fu mai concesso dal Comune [1]. La domanda di mattoni  nell’ultimo quarto del secolo XIX era cresciuta in seguito alla enorme richiesta per opere di ingegneria ferroviaria.

Fornaci Ambrogio Riganti. Queste cave e fornaci derivano direttamente da Protasio Riganti. La produzione era manuale, il sito ubicato sul lato nord ovest del monte Moscone. Vi si fabbricavano: coppi tondi, mattoni paramani del tipo a vista, sigillati col marchio F.R Fornace Riganti, pianelle per pavimenti in scè ròsa, lot mattoni di dimensioni grandi per tramezze, non cotti e solo seccati al sole. Nel 1908 quando il Sig. Ambrogio si fece vecchio, non avendo figli ed essendosi esaurita l’argilla, smise l’attività. Nelle parole di Enrico ricostruiamo l’antica produzione: “La lavorazione era tutta manuale, condotta da lavoratori della famiglia Battaglia: in particolare Remo e Carlo – Carlon, uomini molto robusti, capaci di accudire ai diversi lavori e di far funzionare la fornace. Durante l’inverno scavavano la creta, la ammucchiavano, perché il gelo cominciasse a sgretolarla, veniva poi portata vicino al luogo di essiccazione. Si faceva l’impasto ul palté, si bagnava la creta e la si amalgamava coi piedi e col badile, poi la si metteva negli stampi per i coppi. Si pressava con le mani e con una staggia, si rimuoveva la creta in esubero, un poco di sabbia in superficie, poi si rovesciava lo stampo sulla forma di legno e si passava la mano bagnata per lisciarla e togliere eventuali crepe. Ormai la tegola era fatta e aveva preso la sua forma. Veniva posata a terra sotto filari di graticci coperti di tegole e riparate dal sole con cannicci di lago, perché l’essiccazione non doveva essere rapida ad evitare crepe. Il giorno successivo i coppi crudi venivano messi in gambetta, due coppi in verticale ed uno sopra in orizzontale per completare l’essiccazione. Una volta essiccati venivano ammucchiati sotto il portico presso la fornace per far posto alle altre da essiccare. Sopra quelle tegole, non ancora cotte, lo Zio, mandava i ragazzi a giocare, e se non si fossero rotte quello sarebbe stato il primo collaudo. Poi si passava alla cottura. Il tipo di fornace si chiamava a pignoni- (da pigna – mucchio), era a legna. Si cominciò a cuocere con l’antracite, il carbon vergine da quando ci arrivò coi vagoni alla stazione di Albizzate. La fornace era circolare e si elevava con andamento tronco piramidale, aveva una camera inferiore per il riscaldamento, dove veniva acceso il fuoco, coperta da una volta di mattoni refrattari che facevano da suola per il forno vero e proprio in cui mettere i mattoni o le tegole in pigna. Questa suola era dotata di fori attraverso cui passava il calore della sottostante camera di combustione. La camera di cottura veniva riempita di mattoni e tegole accedendo da un portello di carico che veniva murato prima della accensione. L’aria rovente che dal sottostante focolare passava attraverso i fori della suola saliva per gli interstizi lasciati fra un mattone e l’altro cuocendoli, raggiungeva il tetto della fornace uscendo dal camino, opportunamente ridotto, con tegole vecchie e sabbia appoggiata sui sottostanti mattoni. La buona riuscita di una fornata era funzione della temperatura di cottura e della continuità della stessa. Si  dovevano raggiungere rapidamemte i 900° e mantenerli, comunque non si doveva mai scendere sotto i 500°, per scongiurare  il rischio che il materiale, non risultasse ben cotto e si dovesse buttare il tutto. Per questo quando la fornace era pronta, carica di mattoni, si sollecitava al Sig. Parroco una apposita Benedizione Eucaristica in san Giorgio. All’annunzio solenne che le campane diffondevano per l’avvenuta Benedizione, gli operatori davano il via all’accensione della fornace.  Il fuoco continuava senza sosta per una settimana intera. Le tegole e i mattoni diventavano roventi e l’incandescenza saliva dai livelli più bassi fino al vertice dove erano state coperte di terra. Terminata la cottura ci volevano alcuni giorni per poter raffreddare e vuotare il forno dalla sua carica di laterizi. E già fuori c’erano i carrettieri che impazienti attendevano il carico di tegole e i mattoni. Venivano da tutto il circondario, da Cardano, da Vergiate. Quelli di Cardano prendevano la strada del Moscone e scendevano da Premezzo. Gli operai, durante l’estate, lavoravano alla fornace per mesi interi senza tornare in paese Andavano a Messa a Premezzo e acquistavano gli alimenti e il pane a Cavaria. Terminata la scorta dei manufatti essiccati, verso fine ottobre o novembre, la fornace cessava l’attività. Veniva riparata e si tornava a scavare la creta per la stagione successiva.

L’attività delle fornaci ha caratterizzato l’economia del paese almeno dal 1700 fin verso il 1930 quando si sono spente. Rappresentarono un notevole aiuto alla nostra economia. I mattoni cotti nelle nostre fornaci furono di colore rosso arancio, e si distinguono dalle fornaci di Cassano e Cavaria  (zona Bozzone) di Ezio Curioni che sono di un colore rosso scuro quasi vinaccia, perché prodotte in forni del tipo Hoffmann.[2]

[1] Provenienti dal Caverzasca, i carri dovranno  percorrere obbligatoriamente la via dei Bossi- Cavour per raggiungere le stazioni ferroviarie: Albizzate, in un primo tempo, e  Cavaria. Per un collegamento stradale con Albizzate, escluso il sentiero boschivo non carrabile del sassone, sotto cascina San Pietro, bisognerà attendere la costruzione di Corso Europa 1964 (sindaco dott. Franco Carabelli).

[2] Lo studio sui colori delle argille cotte, inserite come mattoni nella nostra vecchia chiesa, fu utile per conoscere le varie fasi dei suoi ampliamenti.

 

Don Massimo Cervini Parroco di Jerago dal 2/8/1916 al 3/5/1945

Ricordo di un  parroco vissuto nella nostra comunità tra le due guerre

in occasione della traslazione avvenuta in data 6 aprile 2009 dei resti mortali dalla originaria tomba nel cimitero di Jerago alla Cappella (ex Zeni) che il Comune ha destinato ai sacerdoti defunti.

Biografia di Don Massimo Cervini

Nato a Castronno  il 28 aprile 1879

Ordinato sacerdote dal beato Cardinal Ferrari il 24 maggio 1902

Inviato dallo stesso cardinale quale coadiutore a Sesto Calende

Dal 6/12/1906 inviato coadiutore a Somma Lombardo

Nominato parroco di Jerago il 2 agosto 1916

Ottiene il regio placet[1]in data 6 febbraio 1917

Fa il suo ingresso in parrocchia la domenica 18 febbraio 1917 in forma non solenne, in considerazione della difficile e triste situazione bellica che causava vittime anche nelle nostre famiglie.

Il piccolo borgo di Jerago con Orago a seguito dell’industrializzazione indotta dall’avvento delle ferrovie, prima, e dalla distribuzione della corrente elettrica dalla centrale di Vizzola, ebbe un  vigoroso sviluppo demografico che si rileva nell’osservare come dai 1085 abitanti del 1907 si arrivi ai 2037 del 1944. L’impegno di integrare interi nuclei familiari, attratti delle industrie locali, il grave disagio bellico e postbellico  segnato dai lutti per i caduti al fronte,  l’acuirsi di fermenti sociali che accompagnarono lo sviluppo industriale, offrono un quadro preciso delle specifiche difficoltà nelle quali Don Massimo Cervini si trovò ad operare nello svolgimento della sua missione di Parroco di Jerago.[2]Non dimentichiamo anche l’impegno profuso nella educazione maschile e femminile, nel far nascere gli oratori, coadiuvato dalle Figlie di Maria Ausiliatrice e l’attenzione verso il nuovo fenomeno della occupazione femminile [3]. Nel primo ventennio del secolo scorso si stava diffondendo una spiccata tendenza massimalista fortemente atea ed anticlericale estranea alla componente socialista locale (si rimanda ancora a nota 2) . Nel 1922 per rispondere alle esigenze di una popolazione ormai raddoppiata affronta la costruzione della nuova chiesa di San Giorgio, che iniziata nel 1923 viene ultimata nel 1927, è un’opera eccezionale per impegno forse l’unica chiesa nuova edificata nel gallaratese in quel periodo di crisi economica.  Ma dal 24 in poi con l’avvento del fascismo in partito unico si prospetta per la Chiesa e quindi anche per la nostra parrocchia una nuova emergenza insita nella natura totalizzante di un regime che avocava a sé tutti gli elementi formativi della gioventù, a partire dall’inquadramento paramilitare dei piccoli: balilla, figli della lupa, avanguardisti, giovani italiane ecc., colonie elioterapiche. Ai quei potenziali pericoli la Chiesa si oppose difendendo con fermezza gli oratori, le associazioni cattoliche e le confraternite,  tenendo viva nei giovani e nelle famiglie l’educazione cristiana alla libertà ed alla responsabilità. Una Chiesa viva e amata che diverrà un punto saldo di riferimento dopo la caduta del regime nel 43, quando molte certezze basate su fragili e falsi  orpelli si riveleranno tragicamente false. Al  fine di confermare storicamente l’impegno di don Massimo verso l’educazione cristiana del suo popolo, rileviamo gli indirizzi dati al parroco dal Cardinale Ildefonso Schuster e le  considerazioni sul suo operato, emessi nel corso delle  visite pastorali:

13-14 settembre 1932 (fonte: decreti emessi in calce alla visita pastorale): “quanto alla gioventù maschile, abbia di mira sig. Parroco, che al più presto si abbia un regolare oratorio e intanto faccia del suo meglio per assistere i giovinetti che raccoglie nella Chiesa, facendosi coadiuvare da cooperatori e dalle rev. de Suore .”

26-27 ottobre1938 (fonte relazione alla visita): “Dopo aver visitato la Chiesa, l’eminentissimo  visita l’Oratorio Maschile, l’Oratorio Femminile e l’Asilo”

Nella relazione a tale visita si legge: “Sua Eminenza al Vangelo ha dato un commovente addio alla popolazione, dicendosi lieto di quanto ha trovato in parrocchia, specie riguardo agli Oratori ed alle Associazioni in piena efficienza” .

14-15 marzo 1944 (ultima visita del Cardinale vissuta dal nostro parroco don Massimo- relazione della visita) “ Sua Eminenza dopo aver adorato il SS. Sacramento sale il pulpito e dice della relazione mandata dal parroco, che ha letta e riletta e trova che la parrocchia è un giardino fiorito, il cui merito si deve, dopo Dio, al giardiniere.”[4]

E fu allora dal ’43 che  don Massimo  seppe esercitare quella funzione di autorevole e prudente consiglio che impedì gravi lutti, in specie quelli legati a lotte fratricide che aprono ferite difficilmente sanabili. Il Signore volle chiamarlo presso di sé improvvisamente mentre tornava in bicicletta da Albizzate, dove si era recato per le confessioni, era il 3 maggio 1945. Forse il suo compito di accompagnare indenne il nostro paese in momenti così tragici era veramente finito e poteva dirsi compiuto.

La memoria della vita di don Massimo risiede nei ricordi che ogni famiglia custodisce gelosamente dentro di sé e tramanda, ma la memoria collettiva non può far a meno di raccontare ai posteri l’episodio della difesa delle nostre campane. In ottemperanza al Regio Decreto 23 aprile 1942 si era fatto obbligo di consegnare 600 kg di bronzo, perciò erano state rimosse posandole a terra la quinta e la quarta campana, le piu grosse. Lasciate comunque in custodia al parroco in attesa del  ritiro. Ma sia per l’opposizione del parroco alla requisizione, sia per il rifiuto, su consiglio del parroco, del sig. Tondini  Paolo, titolare di impresa di trasporti, di prelevare le campane del suo paese e consegnarle alla fonderia Bianchi di Varese, queste rimasero nel cortile dell’oratorio (attuale sedime dell’Auditorium). Il caos amministrativo seguito all’8 settembre 1943, consigliò prudentemente di nasconderle interrandole vicino alla chiesa vecchia, nel luogo dove anticamente vi era il cimitero e così furono salvate. Gli avvenimenti vollero che il Parroco dopo il 25 aprile ’45, ormai a liberazione avvenuta facesse riposizionare le campane sul campanile.

Il 3 maggio 1945  le campane, tutte finalmente ricollocate nella cella campanaria, daranno i loro primi rintocchi, purtroppo mesti rintocchi, per segnalare alla popolazione la  morte  del Parroco Don Massimo Cervini.

(il presente testo è stato redatto da A. Carabelli con riferimento: all’Archivio Parrocchiale di Jerago, al testo di E. Cazzani “Jerago la sua storia”, al testo di  Mons. Francesco Delpini “Aggiornamenti a Jerago la sua storia”, al testo ai A. Carabelli “Jerago con Orago- un secolo coi suoi protagonisti”, al testo di A.Carabelli ed E.Riganti “Vita di un Borgo nell’alto Milanese – Le ricette della nonna”).

[1]All’epoca, anteriormente al Concordato, i Parroci  designati dal Vescovo, prima dell’insediamento dovevano ottenere il consenso del regio ministero di Grazia e Giustizia

[2]Per meglio conoscere gli avvenimenti di quegli anni si legga di A. Carabelli  in “Jerago con Orago –Un secolo con i suoi protagonisti,  Macchione editore 2008 nota n. 7 pag. 44-45-46

[3]Archivio Parrocchiale, liber cronicus vol. 1 p.p. 123-124 anno 1921 in esso Don Massimo Scrive “ per salvare almeno la donna dall’organizzazione socialista, si è tentato di riunire le nostre donne Nella Unione del Lavoro ed a tale scopo molto si adoperò il sig. Gallazzi dell’Unione di Gallarate. Si riuscì ad organizzare quasi tutte le operaie della ditta Carabelli e tutte le nostre operaie  che lavorano a Besnate ed a Cavaria…..”

L’oratorio maschile all’inizio fu in via G. Bianchi, affittando uno stabile di proprietà di Felice Riganti, cortile per giochi e sala teatro. All’ingresso di tale cortile campeggiava una edicola della B.V. della Salette . Dal 1927 si trasferirà nella chiesa vecchia dismessa al culto, dopo l’edificazione della nuova chiesa di san Giorgio. Sul sedime oggi occupato dall’Auditorium sarà costruito un campo di calcio , dotato anche di giochi per ragazzi quali il famoso passo volante.

[4]Cazzani “ Jerago “ pag. 114