Archivi tag: Ricerche storiche

Molini ubicati nella parte alta del torrente Arno

Molini ubicati  nella parte alta del torrente Arno, nei territori di Castronno- Albizzate-Solbiate-Orago-Oggiona, secondo la relazione  dell’ing. Luigi Mazzocchi 24-25 marzo 1897, fra il Capofonte “Brelle”di Castronno e il Molino “Scalone” di Oggiona.

(ricerche di Anselmo Carabelli e Carlo Coerezza)

2014_Mulino di Caiello (2011)

foto a titolo esemplificativo: Molino di Cajello-Gallarate (fonte immagine worldorgs.com)

———————————

Testa di Fonte in localita´ Brelle al Mappale n. 938 di Castronno

Ponte delle Brelle con arco e spalle in cotto

Fonte alla Cascina Maggio, Perenne, raccolta in tina di legno scaricano in riva sinistra di Arno

Fontana o fonte del prestino al Mappale 550, confine 568 , dopo l’attraversamento ai guadi della strada dei boschi.

Entrata del torrente Garzona sponda destra fra i mapp. 426/ 377

Sorgenti a sinistra  in località bosco dei Capitani

Chiusa per la Derivazione della roggia macinatrice De Capitani

Molino Bosotto– ora ridotto a stabilimento di tessitura DE Capitani

Diametro della ruota mt 4.80, larghezza della ruota mt 1

Molino a sinistra, stabilimento a destra (il vecchio molino e´ stato soppresso la presa d’acqua serve per il vapore)

Prato bosotto- bacino da ghiaccio

DSCN0778

Molino Gazza (in sfacelo) ruota 3.60 larghezza 0,90

Molino Valdarno Isimbardi di sopra (Soppresso, Ruota 3,20- 1,50)

Molino Valdarno di sotto le cui acque vanno allo stablimento Paleari

Ruota notevole 6,40 –1mt

Molino Tarabara (bruni) a due ruote

Mtri 3 x 0.80- mtri 3.20 xo.80

DSCN0779

Molino di Lesso

Molinazzo inizialmente con due ruote ed ora con una sola ruota da 5,40×1,50 (interessante)

Molino Gaggiotto  3,60-0,90

Molinello Isimbardi  mt 4×1.25

Molino Giambello ruote da 3.80 x0,60 (due ruote)

Molino Scalone 2,15x 0,68

DSCN0782

foto di Francesco Carabelli c/o Valle dei Mulini – Longiaru´-Val Badia – BZ (salvo ove diversamente indicato)

Il Santuario di Santa Maria della divina grazia in Buzzano

Nell’ambito della nostra comunità pastorale “Maria Regina della Famiglia” vi è la chiesa dedicata alla Beata Vergine Maria in Buzzano di Besnate. Questa chiesa ci era nota perché meta, la prima domenica di maggio, del pellegrinaggio annualmente effettuato dai solbiatesi in ottemperanza ad un antico voto di ringraziamento per la protezione divina ottenuta durante una moria di bambini. Al  passaggio da Jerago, di mattina molto presto, provenienti dal Molinello e dalla strada dello Streccione (via Dante), erano accolti dal parroco di San Giorgio già in veste liturgica, sul portale della chiesa vecchia e da una grande scampanata. Raggiungevano poi la Madonnina di Loreto (edicola della via G. Bianchi) dove il parroco di Solbiate iniziava una preghiera mariana ed il suo sguardo  spaziava su tutto il corteo  che si allungava fino al Rià. Da lì verso san Giacomo e  dopo la cascina Cassanelli (Casanitt) ci si inoltrava sulla via per Besnate, fino all’antico sentiero che, attraverso i boschi, portava direttamente alla cascina del Laghetto ed alla cascina Arianna verso Buzzano S. Maria,  forse un tratto dell’itinerario antico della via Novaria. La cappella, attualmente meta della conclusione del mese mariano della nostra comunità pastorale, in passato fu tappa di un piccolo pellegrinaggio, indetto dal parroco don Luigi Mauri, che portava gli jeraghesi da San Giorgio a San Giacomo, a Santa Maria di Buzzano e come tappa finale la Chiesa di Santa Maria della Ghianda in Mezzana. Questa devozione poteva considerarsi, memoria del ben più impegnativo  pellegrinaggio a piedi, che nei  giorni dell’Assunta si effettuava verso il Sacro monte di Varallo Sesia.

WhatsApp Image 2021-05-03 at 14.01.01

La chiesa di Santa Maria in Buxano, pieve di Arsago è citata nel Liber Notitiae Sanctorum Mediolani di Goffredo da Bussero (circa 1300),  ma della antica costruzione di braccia 23 x10 con due altari e un campanile, descritta anche dal Clivone nella sua  qualità di visitatore di San Carlo,  rimane ora solo il campanile romanico e la parte absidale, che conserva l’affresco di Maria assisa col Bambin Gesù, con molta probabilità proveniente dalla parete del vecchia chiesa. Gli edifici residuali sono stati  risparmiati dal maldestro abbattimento, avvenuto negli anni 60 dello scorso secolo, che ha interessato tutta la rimanente costruzione cinquecentesca. Lo studio delle origini della  chiesa apre una vicenda significativa della nostra storia. Il nome antico dell’edificio sacro fu Santa Maria del Gallo, memoria dei frati benedettini fondatori, che provenienti dalla elvetica San Gallo, nei pressi del lago di Costanza, dopo aver ottenuto un appezzamento di terreno a nord di Besnate, vi si insediarono nel 943.

WhatsApp Image 2021-05-03 at 14.00.51

Qui costruirono il monastero ed una chiesa come testimonia ancora il campanile, che grazie alla comparazione stilistica viene attribuito al X sec.. Si noti che a soli 5 km. di cammino boschivo, oggi inibito da autostrada e ferrovia vi è l’altra chiesa di San Gallo in Vergiate, essa pure benedettina, ma con analogo riferimento agli stessi monaci di San Gallo. Possiamo dunque intuire l’importanza dell’opera di tale comunità monastica, che associa: alla meditazione, alla preghiera ed al culto, la trasformazione del territorio per consentire, condividendola, una vita migliore a chi abbia la ventura di vivere in questi luoghi. Chi osservi l’antropizzazione antica, cioè l’intervento umano sul  territorio a nord di Besnate , ma in particolare intorno alla cascina Arianna, al laghetto, risalendo fino alla Passarina, al monte della Premornera, al monte di Quinzano, (zona oggi onorata dalla cappellina della Madonna del Riposo) può riconoscere ancora le tracce della antica pratica agricola che appaiono sia dalla  disposizione che dalla dimensione dei campi, nella zona della cascina Arianna. La presenza di importanti rogge e fossati che impedivano alle acque di imputridire e che,  sapientemente gestite  con canali adduttori e scolmatori, con bacinetti di piena e di magra, sono fonte di una florida agricoltura irrigua con notevole possibilità di fienagione conferma l’ipotesi. Oggi l’abbandono dell’uso agricolo e la trascuratezza nella pulizia dei fossati, sta riconsegnandoci le paludi, in uno scenario forse simile al periodo iniziale dell’insediamento benedettino del decimo secolo. Ma addirittura i luoghi diventarono tanto fertili da entrare successivamente nelle mire dei Visconti che, nell’agosto del 997,  ottengono da Ottone III il dominio su Besnate, definito nel testo imperiale come giurisdizione sul territorio, unita alle collette e all’albergaria della campagna di Albizzate, assieme al mercato e la scuderia di Besnate- (da “Storia di Somma Lombardo-L. Melzi 1880”) . Tutto questo deve aprire una maggiore attenzione verso il periodo Altomedioevale, verso il fenomeno conosciuto come incastellamento, rappresentato dalla presenza di recinti fortificati, nucleo dei futuri castelli, all’interno dei quali i contadini difendevano le loro derrate,  dal passaggio di bande armate.

Si ringrazia per le prime due fotografie Matteo Alabardi

Ul fer du l’acua

(testo di Anselmo Carabelli)

Se volessimo ricostruire l’origine di questo modo di dire ormai completamente perso, in uso ancora tra gli assistenti di tessitura a Busto Arsizio, si scoprirebbe che fer du l’acua altro non è che la leva di avviamento dei cari telär a frusta,  espressione gergale  traslata  anche per l’avvio delle macchine moderne con gli interruttori on- off , verde- rosso. L’espressione rimanda alla origine della nostra industrializzazione, quando l’energia nella sala di tessitura, di torni o altre macchine utensili  o in una butega  da legnamè o da farè  per dar moto a bindèla,  mola, maj, pulidura, trapan, proveniva dalla trasmision, albero di trasmissione  che girava in alto vicino al tetto su bronzine  ancorata ai pilastri o al muro perimetrale, dotato di semipulegge imbullonate in corrispondenza delle varie macchine. Questa trasmission era mossa da un motore primario che in antico all’origine della nostra industrializzazione 1820 sull’Olona, poteva essere la ruota  a pale del mulino. Il mulino prendeva a muovere quando la canaletta di derivazione dell’acqua del fiume veniva fatta scivolare di lato perché buttasse direttamente il getto sulle sue pale avviandolo e, per far ciò, ci si serviva di una leva di ferro che prese appunto nome di fer du l’aqua.  Da cui l’inizio di un movimento meccanico fu associato all’ azione della mano sul  fer du l’aqua o leva di avvio. L ’asse principale di movimento di ogni macchina antica presentava due pulegge, una solidale con lo stesso, l’altra folle che girava a vuoto. Una cinghietta,  in cuoio zinta collegava la ruota folle, con la ruota in corrispondenza della trasmissione a soffitto. In prossimità delle due pulegge della macchina la cinghia passava in una forcella collegata con la leva di avviamento. Il nostro fer du l’acua  avviava perciò la macchina spostando la cinghia dalla ruota folle a quella fissa dell’albero e in più consentiva una partenza dolce, perché la cinghia passando dalla folle alla ruota fissa con tutta l’inerzia della macchina ferma, tendeva a scivolare facendo da frizione e la macchina non si inceppava. Naturalmente le cinghie giravano sempre sia che la macchina fosse in trazione o fosse ferma  e quindi erano pericolose,  e apparvero le prime  scritte antinfortunistiche, dal perentorio invito, operaie portate vesti attillate e cuffie, capelli corti, attenti agli organi di movimento.

Gli alberi di trasmissione primaria li potevi vedere in tutte le nostre botteghe. Dai faré : gli Aliverti al Cantun, i Turi; ai Legnamé: ul Gerolum, I fradèj Cardan, ul Biganzoli, ul Rico da a Mirina, ul Giuanò e ul Salvatur dul Mola, ul Romildo, ul Sèsa  Milieto; i tesitur : Ul Carabell, ul Nibela, ul Mario Aliverti, ul Labärd, ul Tani, ul Taravela, ul Guglielmo. Prima di avviare le singole macchine quindi bisognava avviare il sistema di trazione centrale con le trasmissioni a muro e soffitto collegate fra loro da grosse cinghie e ruote più grosse e zintuni. Ma la  trasmissione di moto tra grandi pulegge di ferro solidali alle trasmissioni in alto e la piccola puleggia liscia, coassiale col rotore del motore centrale era alquanto problematica, soprattutto nelle mattine d’inverno quando il  cuoio del Zinton si irrigidiva ed allora sota cunt a pesa greca-pece greca. Si spalmava la zinta di pece a accostando il provvidenziale cilindro di pece al zinton dall’avvio riluttante e per la ravvivata aderenza via che si partiva. Certamente operando a mani nude tra motori cinghie e volani queste operazione risultavano particolarmente rischiose e riservate ad esperti macchinisti. Noi non abbiamo mai avuto mulini per colpa dell’Arno, poco affidabile; le prime macchine di moto furono motori a vapore, le famose caldaie a vapore del tipo Cornovaglia. Prima del 1907 gli unici che ne avevano erano le officine Sessa ubicate tra la via Cavour, la via Onetto e il Ria, la Reina,  e la forgia di Scaltritti Eugenio Maraz, in via Roma.  Poi li sostituirono i motori elettrici,  monumentali,  in corrente trifase dagli statori e rotori con gli avvolgimenti in bella vista, da cinquanta- cent cavaj 50 –100 H.p e l’avviamento avveniva con il sistema cosiddetto stèla- triangul. Per prima cosa bisognava collegare il motore alla line , tirando giò i curtej abbassando i coltelli che facevano da interruttore tra  la linea del motore e la linea principale. In pratica l‘interruttore era una specie di tridente con tre punte a lama di coltello incernierate singolarmente sulle tre fasi del circuito del motore, isolate tra loro, ma unite nell’impugnatura a manico di legno che consentiva, con movimento a compasso dell’impugnatura di inserire i coltelli nelle molle del circuito principale. Dopo tale interruttore i tre fili o Fäs  fasi,  entravano in una apparecchiatura chiusa dotata di volano, che  partendo con l’iniziale configurazione a stella par dag ul spont, cioè l’avvio del solo motore,  quando l’operatore avesse ritenuto opportuno dal sibilo del rotore, passava alla configurazione a triangul che permetteva il traino di tutto l’apparato di trasmissione delle macchine operatrici. Operazione più facile da fare che da descrivere, comunque ci voleva un buon orecchio per apprezzare dal fischio del motore il momento giusto per il cambio di configurazione. Oggi tutto avviene elettronicamente ed automaticamente.  Attenzione però che se per qualsiasi motivo si voleva spegnere la macchina abbassando i coltelli, bisognava per prima cosa portare al minimo carico della sala, altrimenti sarebbe partito il famoso corto, non una scintila, ma una vera e propra scalmana– un fulmine artificiale  Per questo quei coltelli venivano schermati con coperchi di materiale isolante.    

1 Telai col lancio a batter, Batireu, bastone con cinghie che lanciava la navetta

2 Sulla storia dei nostri opifici, botteghe artigiane si veda di A. Carabelli-E Riganti.” Le ricette della Nonna” da pag. 125 a pag 139 – Ed.  Galerate 2000 

3 Hp Horse power. La misura di Potenza era in Cavalli Vapore  0,760 kw.  Non dimentichiamo l’iniziale riferimento alle unità di misura nel sistema inglese, proprio della prima industrializzazione fino a tutto il 1960 quando nel mondo del lavoro europeo continentale si adottò il sistema metrico decimale. Tutti gli organi di connessione, viti, dadi, bulloni si espressero in unità decimali Ma, Mb, sostituendo il vecchi pollice o polis a  come riferimento la forza di un cavallo da tiro. Ormai abbiamo dimenticato che in assoluto il primo filatoio Janette dello svizzero Cantoni ad Arnate (il progenitore dell’industria tessile  gallaratese e bustese)  era mosso da cavalli che agivano su un tapis roulant, una specie di tappeto rotolante  sul quale i cavalli camminavano rimanendo fissi, che dava poi moto al motore primario. Ma senza andare molto lontano Enrico Riganti mi ricorda che quando la sua nonna  Paolina da piccola andava alla festa della Madonnetta di  Gornate, il giorno dell’Assunta siccome, come si diceva, tuti i salmi finisan in gloria, dopo le preghiere o devuzion come si diceva allora, c’era sempre la ricreazione, ci si concedeva anche pei bambini un giro in giostra, e quelle antiche giostre erano mosse da motori a cavallo.  Gli stessi animali che poi trainavano le carovane dei giostrai, itineranti da fiera in fiera. 

I furnäs – le fornaci

Il nostro territorio presenta sedimentazioni argillose superficiali e fin dalla antichità fu caratterizzato da cave di argilla e fornaci per laterizi, confermate dal ritrovamento nel 1973 di formelle esagonali nuove in cotto, avvenuto durante l’edificazione dell’ufficio postale, in via G. Bianchi, salvate e documentate da Carlo Mastorgio, all’epoca Ispettore alle Antichità. Il materiale è ora esposto in una vetrina del Museo della Società di Studi patri in Gallarate.

Dal Teresiano del 1727 si può rilevare la presenza delle fornaci di Piero e Francesco Zeni con due siti : uno dietro l’attuale corso Europa verso Menzago, l’altro nella zona di via Padulazze. Quella fornace sarà rilevata da Protasio Riganti, Enrico mi parla, di lui come  patriarca dei Riganti di Jerago e suo progenitore: “lasciò la cascina del Gaggiotto nel 1760, molto prima della rivoluzione francese. Impiantò una seconda fornace sotto la cascina Cassani (Cassano Grosso) ai bordi della proprietà del Castello e la terza fornace sotto il monte Moscone sul lato ovest, che rimarrà nella proprietà del discendente Ambrogio”.

La Fornace di Carlo Tonelli Pred sotto via Madonnina, con estrazione e sosta di essiccazione nella zona della Pidrina, con fornace a carica manuale, del tutto simile a quella successivamente descritta.  Tonelli nasce nel 1862 , opererà con grande passione e competenza, purtroppo morirà giovane e la fornace sarà rilevata dalla famiglia Bianchi del castello. Il figlio Augusto ancor piccolo, si dedicherà alla attività meccanica con Scaltritti Eugenio.

La Fornace Bianchi fu ubicata in via Madonnina, nacque dalla acquisizione della fornace Tonelli e fu ammodernata agli albori del 1900 con l’introduzione di macchinario di  tipo americano, con forno continuo a virgin carbon per la produzione sia di mattoni che di tegole marsigliesi. La produzione di tegole marsigliesi non ebbe  successo, a causa di una argilla, la nostra, che  si rivelerà non idonea. Esauriti i campi  della Pidrina si continuerà il prelievo di argilla poco  oltre via Onetto, parallelamente al rià, sotto la collina del bacino, che verrà trasportata nei vagoncini di una decaville a cavallo fino a via Madonnina.

Fornace del Caverzasca– è probabile che anche questa sia derivata dalla primitiva fornace Zeni, in prossimità della cascina Roncacci. Una ricerca di Carlo Mastorgio, che prendeva in oggetto la petizione  presentata dal proprietario nel 1867 alla Deputazione Comunale per un collegamento diretto Jerago-alta con la stazione di Albizzate,  ha evidenziato il grande volume della sua produzione laterizia, quando era ormai di proprietà Caverzaschi. Quel collegamento non fu mai concesso dal Comune [1]. La domanda di mattoni  nell’ultimo quarto del secolo XIX era cresciuta in seguito alla enorme richiesta per opere di ingegneria ferroviaria.

Fornaci Ambrogio Riganti. Queste cave e fornaci derivano direttamente da Protasio Riganti. La produzione era manuale, il sito ubicato sul lato nord ovest del monte Moscone. Vi si fabbricavano: coppi tondi, mattoni paramani del tipo a vista, sigillati col marchio F.R Fornace Riganti, pianelle per pavimenti in scè ròsa, lot mattoni di dimensioni grandi per tramezze, non cotti e solo seccati al sole. Nel 1908 quando il Sig. Ambrogio si fece vecchio, non avendo figli ed essendosi esaurita l’argilla, smise l’attività. Nelle parole di Enrico ricostruiamo l’antica produzione: “La lavorazione era tutta manuale, condotta da lavoratori della famiglia Battaglia: in particolare Remo e Carlo – Carlon, uomini molto robusti, capaci di accudire ai diversi lavori e di far funzionare la fornace. Durante l’inverno scavavano la creta, la ammucchiavano, perché il gelo cominciasse a sgretolarla, veniva poi portata vicino al luogo di essiccazione. Si faceva l’impasto ul palté, si bagnava la creta e la si amalgamava coi piedi e col badile, poi la si metteva negli stampi per i coppi. Si pressava con le mani e con una staggia, si rimuoveva la creta in esubero, un poco di sabbia in superficie, poi si rovesciava lo stampo sulla forma di legno e si passava la mano bagnata per lisciarla e togliere eventuali crepe. Ormai la tegola era fatta e aveva preso la sua forma. Veniva posata a terra sotto filari di graticci coperti di tegole e riparate dal sole con cannicci di lago, perché l’essiccazione non doveva essere rapida ad evitare crepe. Il giorno successivo i coppi crudi venivano messi in gambetta, due coppi in verticale ed uno sopra in orizzontale per completare l’essiccazione. Una volta essiccati venivano ammucchiati sotto il portico presso la fornace per far posto alle altre da essiccare. Sopra quelle tegole, non ancora cotte, lo Zio, mandava i ragazzi a giocare, e se non si fossero rotte quello sarebbe stato il primo collaudo. Poi si passava alla cottura. Il tipo di fornace si chiamava a pignoni- (da pigna – mucchio), era a legna. Si cominciò a cuocere con l’antracite, il carbon vergine da quando ci arrivò coi vagoni alla stazione di Albizzate. La fornace era circolare e si elevava con andamento tronco piramidale, aveva una camera inferiore per il riscaldamento, dove veniva acceso il fuoco, coperta da una volta di mattoni refrattari che facevano da suola per il forno vero e proprio in cui mettere i mattoni o le tegole in pigna. Questa suola era dotata di fori attraverso cui passava il calore della sottostante camera di combustione. La camera di cottura veniva riempita di mattoni e tegole accedendo da un portello di carico che veniva murato prima della accensione. L’aria rovente che dal sottostante focolare passava attraverso i fori della suola saliva per gli interstizi lasciati fra un mattone e l’altro cuocendoli, raggiungeva il tetto della fornace uscendo dal camino, opportunamente ridotto, con tegole vecchie e sabbia appoggiata sui sottostanti mattoni. La buona riuscita di una fornata era funzione della temperatura di cottura e della continuità della stessa. Si  dovevano raggiungere rapidamemte i 900° e mantenerli, comunque non si doveva mai scendere sotto i 500°, per scongiurare  il rischio che il materiale, non risultasse ben cotto e si dovesse buttare il tutto. Per questo quando la fornace era pronta, carica di mattoni, si sollecitava al Sig. Parroco una apposita Benedizione Eucaristica in san Giorgio. All’annunzio solenne che le campane diffondevano per l’avvenuta Benedizione, gli operatori davano il via all’accensione della fornace.  Il fuoco continuava senza sosta per una settimana intera. Le tegole e i mattoni diventavano roventi e l’incandescenza saliva dai livelli più bassi fino al vertice dove erano state coperte di terra. Terminata la cottura ci volevano alcuni giorni per poter raffreddare e vuotare il forno dalla sua carica di laterizi. E già fuori c’erano i carrettieri che impazienti attendevano il carico di tegole e i mattoni. Venivano da tutto il circondario, da Cardano, da Vergiate. Quelli di Cardano prendevano la strada del Moscone e scendevano da Premezzo. Gli operai, durante l’estate, lavoravano alla fornace per mesi interi senza tornare in paese Andavano a Messa a Premezzo e acquistavano gli alimenti e il pane a Cavaria. Terminata la scorta dei manufatti essiccati, verso fine ottobre o novembre, la fornace cessava l’attività. Veniva riparata e si tornava a scavare la creta per la stagione successiva.

L’attività delle fornaci ha caratterizzato l’economia del paese almeno dal 1700 fin verso il 1930 quando si sono spente. Rappresentarono un notevole aiuto alla nostra economia. I mattoni cotti nelle nostre fornaci furono di colore rosso arancio, e si distinguono dalle fornaci di Cassano e Cavaria  (zona Bozzone) di Ezio Curioni che sono di un colore rosso scuro quasi vinaccia, perché prodotte in forni del tipo Hoffmann.[2]

[1] Provenienti dal Caverzasca, i carri dovranno  percorrere obbligatoriamente la via dei Bossi- Cavour per raggiungere le stazioni ferroviarie: Albizzate, in un primo tempo, e  Cavaria. Per un collegamento stradale con Albizzate, escluso il sentiero boschivo non carrabile del sassone, sotto cascina San Pietro, bisognerà attendere la costruzione di Corso Europa 1964 (sindaco dott. Franco Carabelli).

[2] Lo studio sui colori delle argille cotte, inserite come mattoni nella nostra vecchia chiesa, fu utile per conoscere le varie fasi dei suoi ampliamenti.

 

Don Massimo Cervini Parroco di Jerago dal 2/8/1916 al 3/5/1945

Ricordo di un  parroco vissuto nella nostra comunità tra le due guerre

in occasione della traslazione avvenuta in data 6 aprile 2009 dei resti mortali dalla originaria tomba nel cimitero di Jerago alla Cappella (ex Zeni) che il Comune ha destinato ai sacerdoti defunti.

Biografia di Don Massimo Cervini

Nato a Castronno  il 28 aprile 1879

Ordinato sacerdote dal beato Cardinal Ferrari il 24 maggio 1902

Inviato dallo stesso cardinale quale coadiutore a Sesto Calende

Dal 6/12/1906 inviato coadiutore a Somma Lombardo

Nominato parroco di Jerago il 2 agosto 1916

Ottiene il regio placet[1]in data 6 febbraio 1917

Fa il suo ingresso in parrocchia la domenica 18 febbraio 1917 in forma non solenne, in considerazione della difficile e triste situazione bellica che causava vittime anche nelle nostre famiglie.

Il piccolo borgo di Jerago con Orago a seguito dell’industrializzazione indotta dall’avvento delle ferrovie, prima, e dalla distribuzione della corrente elettrica dalla centrale di Vizzola, ebbe un  vigoroso sviluppo demografico che si rileva nell’osservare come dai 1085 abitanti del 1907 si arrivi ai 2037 del 1944. L’impegno di integrare interi nuclei familiari, attratti delle industrie locali, il grave disagio bellico e postbellico  segnato dai lutti per i caduti al fronte,  l’acuirsi di fermenti sociali che accompagnarono lo sviluppo industriale, offrono un quadro preciso delle specifiche difficoltà nelle quali Don Massimo Cervini si trovò ad operare nello svolgimento della sua missione di Parroco di Jerago.[2]Non dimentichiamo anche l’impegno profuso nella educazione maschile e femminile, nel far nascere gli oratori, coadiuvato dalle Figlie di Maria Ausiliatrice e l’attenzione verso il nuovo fenomeno della occupazione femminile [3]. Nel primo ventennio del secolo scorso si stava diffondendo una spiccata tendenza massimalista fortemente atea ed anticlericale estranea alla componente socialista locale (si rimanda ancora a nota 2) . Nel 1922 per rispondere alle esigenze di una popolazione ormai raddoppiata affronta la costruzione della nuova chiesa di San Giorgio, che iniziata nel 1923 viene ultimata nel 1927, è un’opera eccezionale per impegno forse l’unica chiesa nuova edificata nel gallaratese in quel periodo di crisi economica.  Ma dal 24 in poi con l’avvento del fascismo in partito unico si prospetta per la Chiesa e quindi anche per la nostra parrocchia una nuova emergenza insita nella natura totalizzante di un regime che avocava a sé tutti gli elementi formativi della gioventù, a partire dall’inquadramento paramilitare dei piccoli: balilla, figli della lupa, avanguardisti, giovani italiane ecc., colonie elioterapiche. Ai quei potenziali pericoli la Chiesa si oppose difendendo con fermezza gli oratori, le associazioni cattoliche e le confraternite,  tenendo viva nei giovani e nelle famiglie l’educazione cristiana alla libertà ed alla responsabilità. Una Chiesa viva e amata che diverrà un punto saldo di riferimento dopo la caduta del regime nel 43, quando molte certezze basate su fragili e falsi  orpelli si riveleranno tragicamente false. Al  fine di confermare storicamente l’impegno di don Massimo verso l’educazione cristiana del suo popolo, rileviamo gli indirizzi dati al parroco dal Cardinale Ildefonso Schuster e le  considerazioni sul suo operato, emessi nel corso delle  visite pastorali:

13-14 settembre 1932 (fonte: decreti emessi in calce alla visita pastorale): “quanto alla gioventù maschile, abbia di mira sig. Parroco, che al più presto si abbia un regolare oratorio e intanto faccia del suo meglio per assistere i giovinetti che raccoglie nella Chiesa, facendosi coadiuvare da cooperatori e dalle rev. de Suore .”

26-27 ottobre1938 (fonte relazione alla visita): “Dopo aver visitato la Chiesa, l’eminentissimo  visita l’Oratorio Maschile, l’Oratorio Femminile e l’Asilo”

Nella relazione a tale visita si legge: “Sua Eminenza al Vangelo ha dato un commovente addio alla popolazione, dicendosi lieto di quanto ha trovato in parrocchia, specie riguardo agli Oratori ed alle Associazioni in piena efficienza” .

14-15 marzo 1944 (ultima visita del Cardinale vissuta dal nostro parroco don Massimo- relazione della visita) “ Sua Eminenza dopo aver adorato il SS. Sacramento sale il pulpito e dice della relazione mandata dal parroco, che ha letta e riletta e trova che la parrocchia è un giardino fiorito, il cui merito si deve, dopo Dio, al giardiniere.”[4]

E fu allora dal ’43 che  don Massimo  seppe esercitare quella funzione di autorevole e prudente consiglio che impedì gravi lutti, in specie quelli legati a lotte fratricide che aprono ferite difficilmente sanabili. Il Signore volle chiamarlo presso di sé improvvisamente mentre tornava in bicicletta da Albizzate, dove si era recato per le confessioni, era il 3 maggio 1945. Forse il suo compito di accompagnare indenne il nostro paese in momenti così tragici era veramente finito e poteva dirsi compiuto.

La memoria della vita di don Massimo risiede nei ricordi che ogni famiglia custodisce gelosamente dentro di sé e tramanda, ma la memoria collettiva non può far a meno di raccontare ai posteri l’episodio della difesa delle nostre campane. In ottemperanza al Regio Decreto 23 aprile 1942 si era fatto obbligo di consegnare 600 kg di bronzo, perciò erano state rimosse posandole a terra la quinta e la quarta campana, le piu grosse. Lasciate comunque in custodia al parroco in attesa del  ritiro. Ma sia per l’opposizione del parroco alla requisizione, sia per il rifiuto, su consiglio del parroco, del sig. Tondini  Paolo, titolare di impresa di trasporti, di prelevare le campane del suo paese e consegnarle alla fonderia Bianchi di Varese, queste rimasero nel cortile dell’oratorio (attuale sedime dell’Auditorium). Il caos amministrativo seguito all’8 settembre 1943, consigliò prudentemente di nasconderle interrandole vicino alla chiesa vecchia, nel luogo dove anticamente vi era il cimitero e così furono salvate. Gli avvenimenti vollero che il Parroco dopo il 25 aprile ’45, ormai a liberazione avvenuta facesse riposizionare le campane sul campanile.

Il 3 maggio 1945  le campane, tutte finalmente ricollocate nella cella campanaria, daranno i loro primi rintocchi, purtroppo mesti rintocchi, per segnalare alla popolazione la  morte  del Parroco Don Massimo Cervini.

(il presente testo è stato redatto da A. Carabelli con riferimento: all’Archivio Parrocchiale di Jerago, al testo di E. Cazzani “Jerago la sua storia”, al testo di  Mons. Francesco Delpini “Aggiornamenti a Jerago la sua storia”, al testo ai A. Carabelli “Jerago con Orago- un secolo coi suoi protagonisti”, al testo di A.Carabelli ed E.Riganti “Vita di un Borgo nell’alto Milanese – Le ricette della nonna”).

[1]All’epoca, anteriormente al Concordato, i Parroci  designati dal Vescovo, prima dell’insediamento dovevano ottenere il consenso del regio ministero di Grazia e Giustizia

[2]Per meglio conoscere gli avvenimenti di quegli anni si legga di A. Carabelli  in “Jerago con Orago –Un secolo con i suoi protagonisti,  Macchione editore 2008 nota n. 7 pag. 44-45-46

[3]Archivio Parrocchiale, liber cronicus vol. 1 p.p. 123-124 anno 1921 in esso Don Massimo Scrive “ per salvare almeno la donna dall’organizzazione socialista, si è tentato di riunire le nostre donne Nella Unione del Lavoro ed a tale scopo molto si adoperò il sig. Gallazzi dell’Unione di Gallarate. Si riuscì ad organizzare quasi tutte le operaie della ditta Carabelli e tutte le nostre operaie  che lavorano a Besnate ed a Cavaria…..”

L’oratorio maschile all’inizio fu in via G. Bianchi, affittando uno stabile di proprietà di Felice Riganti, cortile per giochi e sala teatro. All’ingresso di tale cortile campeggiava una edicola della B.V. della Salette . Dal 1927 si trasferirà nella chiesa vecchia dismessa al culto, dopo l’edificazione della nuova chiesa di san Giorgio. Sul sedime oggi occupato dall’Auditorium sarà costruito un campo di calcio , dotato anche di giochi per ragazzi quali il famoso passo volante.

[4]Cazzani “ Jerago “ pag. 114

De ecclesia Loci Jeraghi sub Titulo Sancti Georgi Plebis Gallarati

Relazione della visita del Cardinale Federico Borromeo  nell’anno 1620.

Il testo conservato presso  l’archivio di Santa Maria Assunta in Gallarate, composto da 21 pagine  redatte in latino – è tradotto e commentato da Anselmo Carabelli.

Premessa:

 il documento oggetto della presente esposizione, rappresenta la descrizione più completa fino ad oggi rinvenuta della Chiesa di San Giorgio. E’ sfuggito anche alle pur meticolose ricerche di Eugenio Cazzani ed  offre una dettagliata descrizione della vecchia chiesa di San Giorgio e delle suppellettili liturgiche rilevabili nel 1620. La chiesa originata in epoca  romanica, rimase tale forse fin verso il 1650 fu  modificata  con successivi allargamenti e ristrutturazioni. Gli ampliamenti avevano di fatto impedito, prima degli ultimi interventi 1990-99, di riconoscere la romanicità del nostro monumento, cioè la sua origine verso il X sec. . A  questo testo siamo potuti arrivare, mossi dalla certezza di trovare anche in un  supporto cartaceo una descrizione il più vicino possibile  a quanto l’osservazione sul campo ci offriva.

Pag n.1

Titolo del documento “ Sulla chiesa del luogo di Jerago dedicata a San Giorgio  della Pieve di Gallarate”

 

Del Battistero: [1]

Il Battistero, sufficientemente elegante di marmo vario  locale[2], è posto sopra una colonnetta lapidea del medesimo materiale, molto grande e circolare la cui apertura è coperta da una porticina di legno non nobilitato da alcuna lamina. Il ciborio di legno di noce è fatto a modo di pinnacolo e quanto[3]non è contenuto dal ciborio è di nuovo coperto da un drappeggio di tela di San Gallo bianca e vaporosa come   nuvola. Lo stesso Battistero è posto in una Cappella decorosa, costruita dove deve essere costruita, il cui pavimento è cementizio, tutte le pareti sono dipinte e vi si osserva il Battesimo di Nostro Signore. La copertura ad arco è quadrata[4], decorata con le immagini di quattro angeli.[5]Ad essa si scende  tramite due gradini di sasso dal pavimento della chiesa, e nel gradino superiore sono incardinati i cancelli lignei che la chiudono. E’ dotata di una finestra che guarda ad occidente, dotata delle protezioni richieste. La nicchia per l’olio sacro è sita nel suo giusto luogo ma deve essere dotata di  chiusura con chiave.

Pag. n.2 :  I vasi dei sacri crismi e le vesti per i catecumeni, cosi come il vaso dell’olio per gli infermi, sono però conservati in un armadio della sacrestia, fino a quando un apposito vano a finestrella nel lato dell’ Evangelo della Cappella maggiore, già costruito non sia dotato di chiavi e della richiesta tendina [6]

Dell’Altare Maggiore:

Questa chiesa ha tre altari, dei quali è chiamato maggiore, quello che si presenta tale per il modo col quale è stato costruito, ma non per la sua consacrazione, ha infatti una mensa lignea sovrapposta ad un altare portatile appositamente inserito. E’ ornato delle  tovaglie richieste, sei candelabri e una croce di ottone anche troppo piccola posta sopra al tabernacolo dotato delle sicurezze richieste e circondato da immagini di angeli scolpiti e dorati posti su due piani di legno dorato e decorato con pitture.

Pag .n.3

Questo altare dista dalla parete che gli sta dietro sei cubiti[7]e anche di più, di modo che vi rimanga uno spazio sufficiente per il coro. Esso è posto in una cappella quadrata che guarda ad oriente, sufficientemente ampia, il cui pavimento è decentemente composto di opera cementizia, le pareti tutte sono decorate con le immagini di diversi Santi e l’arco [8]offre nel centro l’immagine di Dio Padre e ai suoi lati quattro Evangelisti[9], presenta pure una porta sul lato dell’evangelo [10]attraverso la quale si accede alla sacrestia, ancora una finestra ampia e quadrata che guarda a meridione dotata delle protezioni richieste[11].

Nel muro dal lato dell’Evangelo è ricavata una finestrella dove conservare l’olio degli infermi , che deve essere dotata delle sicurezze richieste [12].

Si accede alla cappella dell’altare maggiore, venendo dal piano della chiesa tramite un solo gradino lapideo ed all’altare tramite due gradini di legno sui quali esso stesso è posto. Tutto intorno nel coro e nella cappella dell’altare maggiore sono messi degli scranni per la recita dell’ufficio divino.

Sul retro del predetto altare, in una nicchia, pure dotata dei requisiti richiesti è posto l’olio lampante per la lampada votiva e la cassetta che custodisce le elemosine .

La parte anteriore della cappella è chiusa da cancelli di ferro con borchie di ottone.

L’arco della cappella, tutto dipinto, alla sua imposta è attraversato da una trave di legno dritta che non fa la minima flessione [13]al cui centro è fissata la croce con l’immagine di Cristo Signore.

A questo altare  non è applicato alcun onere che non sia  a carico della parrocchia.

Sulla chiesa di San Giorgio in Jerago (2°- segue dal numero precedente, traduzione dall’originale, effettuata da Anselmo Carabelli. Con indicazione omissis si segnalano periodi di difficile interpretazione per ammaloramento del testo o per difficoltà di interpretazione, dei quali virgolettato si indica il presumibile senso)

Dell’altare e della  Cappella di San Carlo

Questo altare segue, dalla parte dell’evangelo rispetto all’altare maggiore[14], guarda ad aquilone[15]e ne ha la forma [16]ma non è consacrato, mancando i requisiti indispensabili prescritti con la lapide consacrata.

Pag.n.5

Ornato dai drappi propri, con due candelabri, senza croce, posti su un gradino in cemento nascosto da un drappo assolutamente poco decoroso. Ha una nicchia nella parte posteriore. (Omissis. Traducendo a senso si evince che: “la distanza tra il retro dell’altare e la parete sia così ridotta da obbligare il sacerdote a vestirsi in sacrestia. In Sacrestia si conserva pure il quadro con l’immagine dipinta di San Carlo in abiti sacerdotali: pianeta e manipolo, tra  due angeli, esso è così imponente da non trovare posto nella nicchia ”)[17]). L’altare è posto presso la parete posteriore di una cappella quadrata, con pavimento cementizio, con le pareti dipinte che presentano sul lato dell’evangelo la natività della beatissima vergine Maria e sul lato dell’epistola l’adorazione dei Magi. Verso l’aula è dotato di arco[18]ornato da moltissimi angeli dipinti, che sostengono l’insegna dell’umiltà a cartiglio. Sovrapposta all’arco sono poi state dipinte le insegne della nobilissima famiglia Borromeo, dall’arco pende una lampada racchiusa in un elaborato sostegno di ottone che ogni sabato e feste comandate è acceso con olio misto raccolto per elemosina  tra i fedeli (Cristi fidelibus). E separato dall’aula con cancelli lignei. Non vi è alcun onere , ma rimane a discrezione del parroco e dei celebranti.

Sulla Chiesa di san Giorgio in Jerago ( 3° segue dai numeri precedenti- Note e traduzione dal testo originale di Anselmo Carabelli)

Sui legati[19]e sugli anniversari che di volta in volta si celebrano in questa chiesa perché obbligati per disposizione testamentaria e sugli altri anniversari imposti da obblighi assunti come  di seguito si specificherà.

 

Legato per la celebrazione di quattro messe ogni anno come risulta dall’apposito Istromento di tale Geronimo de’ Crassi figlio di Antonio, che lascia un appezzamento di terra aratoria nel territorio dello stesso luogo di Jerago in località al maiolo della superficie di circa una pertica[20]al cui onere provvede il Curato, come risulta dal testamento rogato dal Reverendo Parroco Francesco Palavicino nell’anno 1525[21].

  • Legato lasciato da tale Jacomo dei Luitti che lega un appezzamento di campo arativo di suo possesso nella località al baciolo e la vigna sempre del detto testatore, con l’onere di far celebrare otto messe in questa parrocchiale dal Curato a carico di Appolonia moglie di Pietro de Octobilli e dei sui eredi testamentari con la condizione  che, qualora gli obbligati cessassero dalla prestazione, il curato celebrando ugualmente le otto messe diventerebbe possessore di quei beni  legati come precedentemente detto, ciò risulta dal testamento rogato dal sopraddetto Parroco Francesco Palavicino in data 3 aprile 1525 e per quanto ci risulta non è mai stato soddisfatto.
  • Altro legato rilasciato dallo stesso Jacomo col quale lascia a favore della Comunità di Jerago[22]  un pezzo di terra detto alla Piacera , con l’obbligo che il Comune e gli uomini benestanti distribuiscano ai poveri del luogo uno staio[23]di una mistura in parti uguali di miglio e di segale[24]e qualora il legato non fosse ottemperato, i beni del presente siano dispersi vendendoli.
  • Altro legato rilasciato dallo stesso Jacomo col quale si lasciano alcuni appezzamenti di terra destinati a varie coltivazioni, ubicati nello stesso territorio in località detta ad Arnavaria, a favore del Comune del luogo di Jerago, con l’obbligo di far celebrare due messe per l’anima del testatore. Obbligo che non è soddisfatto.
  • Parimenti esiste un legato per la celebrazione perpetua e annuale di una messa con la partecipazione di cinque sacerdoti, legato lasciato da tale Ambrosio dei  Machi, alla cui prestazione è tenuto Gregorio fratello ed erede del  testatore che per effetto di ciò  ogni anno al tempo debito scioglie l’obbligo con cinque libbre, come risulta dal testamento raccolto dal Domino Jacobo de  Brusadoribus de Ferno[25]l’anno 1607.
  • Altro legato per la celebrazione annuale di quattro messe rilasciato da Giorgio dei Brandi, alla cui prestazione sono tenuti Andrea e Battista Dei Brandi che sciolgono il legato con ventiquattro libbre cadauno, come risulta dal testamento raccolto dal Notario Theodoro Mantegatiam con abitazione in Solbiate supra l’Arno nell’anno 1620.

Sullo stato di conservazione della chiesa nell’anno 1620

Questa chiesa, della cui consacrazione si ignora completamente la data, poiché non vi è alcun pubblico documento e il curato stesso non  ne conosce la data, consta di una unica navata, che guarda ad oriente ed è sufficiente a contenere tutta la popolazione, ha il pavimento rotto in qualche zona, ha le  pareti tutte dipinte  con le immagini di vari santi, la copertura (cielum) elegantemente soffittata a riquadri (laqueatum) è ornata da pittura di vari colori. La chiesa ha una porta sul frontespizio ben salda e munita dei requisiti richiesti. Ha due porte sulle pareti laterali entrambe  in prossimità dell’arco dell’altare maggiore, dotate dei requisiti richiesti, di queste una sul lato sinistro (evangelis parte)  per accedere alla torre del campanile Turrim campanilem[26]l’altra nella parte destra (parte evangelis) per l’accesso alla casa parrocchiale. I vasi sacri sono di marmo variegato e ben fatti, posti dove debbono essere. Presenta due finestre sulla facciata e una sulla parte meridionale dotate dei requisiti richiesti. Confessionale unico presso la porta della torre del campanile (turris campanilis)[27]il quale però deve essere dotato delle tabelle richieste. Quattro sepolcri del tipo a pavimento coperti da lapide (ad formam contecta).

Nella chiesa non vi sono scranni per uso della scuola della dottrina cristiana.

La cassetta delle elemosine è esposta sopra il cancello ligneo della Cappella della beatissima Vergine Maria, è a favore della Scuola del Santissimo Sacramento e della fabbrica .

Un atrio ed un cimitero stanno davanti al frontespizio, questa costruzione è stata fatta da poco ed il suo recinto è chiuso. Nel frontespizio  sopra la porta non vi è alcuna immagine dipinta del Santo e tanto meno è indicato il nome del Santo cui è dedicata. La Torre delle campane  è eretta  presso l’arco della Cappella maggiore e guarda ad aquilone (nord) , su di essa sono installate (appense sunt) due campane, delle quali si ignora l’anno di consacrazione.

Della Sacrestia

La sacrestia, è a fianco della cappella maggiore e dalla parte dell’evangelo, sufficientemente grande, con un pavimento decoroso, pareti e copertura ad arco sono a  vista, con una finestra che guarda ad oriente chiusa da tela cerata e ferrata. Ha un lavabo e manca di formulario. In sacrestia vi è un armadio elegante e vi sono tabelle in noce dove sono elencati i precetti ecclesiastici.

Della casa parrocchiale

La casa parrocchiale di questa chiesa è annessa ad essa dalla parte di mezzogiorno (sud), Si distingue, nella parte inferiore, la cucina, una sala, la cella vinaria, la stalla col portico la cascina un pozzo e un giardino con piante, è annesso un chioso (orto o chiuso o cios dul curad) di circa venti pertiche, e tutt’intorno la vigna [28].

Sulla chiesa di San Giorgio a Jerago (relazione della visita del Cardinale Federico Borromeo– 4 segue dai numeri precedenti – Traduzione dal testo originale e note di Anselmo Carabelli)

Regge la casa parrocchiale il  reverendo parroco Antonio Curioni il quale tiene a suo servizio per sbrigare le faccende domestiche Paola dei Guanzati, donna di settanta anni ed anche il nipote Francesco Curioni dell’età di trenta anni  della cui opera si avvale nelle funzioni parrocchiali e indossa  la veste.

Dello Stato delle Anime

Il parroco  esibisce, richiesto, i libri parrocchiali attuali, ed in primo luogo quello dello stato delle anime e quello dei battesimi aggiornati al presente iniziati nel 1615, segue il libro dei matrimoni iniziato nel 1596 e redatto fino al mese di febbraio del presente anno.

Consuetudini e usanze degne di nota

 

Gli abitanti del luogo, per  voto (ex voto), sono soliti :

  • Onorare i santi protettori Sant’Ilario, S. Vincenzo, San Bernardo, San Teodoro, San Vito.
  • Dare particolare solennità ai giorni di vigilia  delle feste della beatissima Vergine Maria precisamente: la Nascita, la Purificazione, L’annunciazione , L’assunzione.
  • Onorare : San Sisto, San Rocco, San Bernardo, i Santi Cosma e Damiano.
  • Ricordare il giorno della dedicazione della chiesa parrocchiale il giorno 30 dicembre.

Parimenti, per voto annuale, sono soliti andare in processione :

  • al Sacro Monte sopra Varese
  • a Santa Caterina ( noncupatam) detta del sasso sul Lago Maggiore.

Cosa che appare  dai pubblici documenti rogati presso il Notaio Jacopo dei Brusatoribus de Ferno  nell’anno 1610.

Della Scuola della Dottrina Cristiana.

L’insegnamento della dottrina cristiana è trasmesso senza interruzione ad opera del Parroco  è la popolazione è assidua.

Nella chiesa parrocchiale per i maschi e per le femmine vi sono due luoghi distinti.

Vi sono  alcune persone preposte (Prefectos officiales). In particolare si raccomanda che gente  apposita (piscatores)  vada a raccogliere i ragazzi in giro (vaghos), riunisca le ragazze e le conduca in Chiesa, con raccomandazione che ciò avvenga massimamente nei giorni di festa.

Sulla  confraternita del Santissimo Sacramento

La scuola del santissimo sacramento in questa chiesa è stata istituita da San Carlo  (Sancto Carolo)  nell’anno 1590, dispone di registro nel quale sono indicati i nomi degli scolari[29], non dispone di alcun reddito da beni immobili, cosa che appare dai libri predetti. Dispone di una cassetta per le elemosine dove ogni famiglia depone  offerte ogni domenica e nei tempi delle messi. Queste elemosine sono versate alla fabbrica[30]che è retta dal priore e dai fabbriceri, i quali sono sostituiti o confermati annualmente dal reverendo Vicario Foraneo.[31]

 

La ragione[32]– il rendiconto delle elemosine e dei redditi sarà dato dal parroco agli abitanti.

Tale rendiconto sarà redatto col consenso e la partecipazione del Parroco e dei fabbriceri.

Il reddito del beneficio è stimato in circa 1200 libbre.

Dal libro della Confraternita si ricava l’obbligo per la stessa di distribuire ad ogni famiglia del luogo di Jerago una forma di pane misto del peso di una libbra cadauna, obbligo nato per volontà di San Carlo nel 1590 per l’avvenuta unione alla Scuola del S.S. Sacramento dei beni della scuola di San Giacomo Apostolo. Unito ad esso l’obbligo di Mantenere l’olio per la lampada votiva, la cera per l’altare, la riparazione e il decoro della chiesa .

Della chiesa di san Giacomo 

Nello stesso anno 1620 l’ottavo mese, lo stesso Prelato illustrissimo Signore, visitò  l’Oratorio sotto il Titolo di San Giacomo apostolo, in vicinanza del Castello cosiddetto (noncupato) di Jerago.

Nella chiesa, l’altare è di forma ben costrutta e guarda ad oriente, sotto una piccola nicchia, tutta bianca, senza alcuna immagine, non ha una parete posteriore e dista circa due cubiti dall’abside (nicia) dove vi è una finestrella che deve essere chiusa. L’altare non è consacrato, ma consta di una mensa lignea sovrapposta da un altare portatile appositamente inserito. È ornato da un pallio vetusto

Di color rosso, tovaglie, tre candelabri e croce di ottone, Tabernacolo sopra un ‘alzata di legno coperto da un velo poco decoroso. Presenta un vano per gli orciuoli. Il pavimento in alcuni punti è rotto, le pareti sono intonacate e  bianche.

L’oratorio è composto di una sola navata sufficiente per gli abitanti del luogo, il tetto è coperto da coppi. La porta di ingresso ha un frontespizio è dotata dei requisiti richiesti. Ha due finestre sul lato sud dotate di grate. L’acquasantiera è decente e posta dove deve essere. Sul frontespizio vi è una copertura, aperta sui lati ma coperta da un tetto [33]. Per chi entra sul lato sinistro del frontespizio interno è dipinta l’immagine della Beata Vergine Maria, davanti alla quale rifulge una bianca lampada per volere dei nobili del Castello. Sopra l’abside è eretto un arco con una campanella la cui consacrazione è ignota . Non vi è sacrestia, ma i paramenti e le suppellettili sono conservate in una cassa sul lato dell’Epistola.

In questo oratorio si celebra Messa ogni giorno dal cappellano dei predetti Nobili e una volta alla settimana dal reverendo curato di Jerago, secondo l’obbligo impostogli con autorità dall’illustrissimo Arcivescovo di Milano che lo ha istituito cappellano di questo oratorio. Ma questo obbligo avrà effetto solo dopo la morte di Giovan Battista Castiglioni  Curato di Sedriano, al quale il predetto Parroco di Jerago, sostituendo il suo diritto[34]all’elemosina annua, farà avere venticinque libbre.  Di poi questa Cappellania diventerà parrocchia[35], così come detto prima, dopo la morte del titolare, come risulta dal documento di questa unione [36]rogato da Giacomo Antonio Cerruti Notario degli atti della  Cancelleria Arcivescovile di Milano  l’anno 1614  die XI Aprilis  (11 aprile) .

In questo oratorio anticamente era instituita la confraternita di San Giacomo apostolo, che fu estinta da San Carlo e i redditi furono uniti nell’anno 1590 alla scuola del Santissimo sacramento della Chiesa parrocchiale di Jerago, con l’onere  di celebrare una messa  nell’oratorio di San Giacomo nel giorno del Patrono.

(fine del documento)

[1] lo stesso che si osserva oggi

[2]provenienza Marcallo dei sassi ?

[3] del fonte

[4]volta a crociera  ancora rilevabile cosìcome in origine

[5]Oggi 1999 in restauro

[6] nel testo si fa riferimento  a “donec finistrella in latere evangeli iam constructa cappella majoris” e, mancando di virgole, ma probabilmente per qualche errore di genere, non si capisce bene se sia la cappella maggiore ad essere già edificata o la sola nicchia per gli oli sacri. Questo potrebbe essere interessante al fine di datare l’ulteriore modifica dell’altare maggiore e del presbitero. E’ più probabile che la nicchia sia stata scavata successivamente nella parete sul lato sinistro dell’altare maggiore, già esistente, ottemperando agli inviti di San Carlo Borromeo imposti nelle precedenti visite pastorali. Cosa peraltro rilevabile nella chiesa di Santa Agata a Monte di Solbiate A., dove tale nicchia, oggi adibita a tabernacolo fu scavata rovinando una precedente figura di Santo dipinta nel muro di imposta del catino absidale.

[7]Cubito=Misura antico romana di lunghezza corrispondente a 6 palmi = 1 ½  pedes = 444 mm (nel sistema metrico decimale)

[8]catino absidale

[9] sono affreschi probabilmente del 1300 distrutti quando fu ampliata la chiesa e dei quali è stata data notizia durante la conferenza per l’inaugurazione della vecchia chiesa di San Giorgio

[10]  sinistra per chi guarda l’altare, definito in antico Cornu Evangeli, corrisponde al lato dell’altare dove si posizionava il leggio, era il lato verso il quale si rivolgeva il Celebrante per leggere il Vangelo durante la Messa. Ricordiamo che, prima della riforma del Concilio Vaticano II, il Celebrante nella celebrazione della S.Messa rivolgeva le spalle ai fedeli e l’altare era ruotato di 180° rispetto alla posizione attuale.

[11]Inferiate e carta cerata  detta stamegna

[12]Di questo si e già accenatto supra all’inizio di pag.2 alla voce oli sacri

[13]Inauersata lat.

[14]Lato destro per chi guarda l’altare maggiore, la sua ubicazione oggi corrisponderebbe al vano tra il lato destro del battistero e la parete del campanile lato ovest. E’ bene chiarire che San Carlo fu canonizzato nel 1610, perciò  la Cappella in suo onore citata nel documento, è all’epoca in allestimento, trasformando lo stesso sito  di una cappella che più anticamente faceva riferimento alla Natività di Maria Vergine ed  alla  Adorazione dei Magi, come si evincerà dal testo.

[15]Aquilone = Nord. Cioè verso il lato bar dell’Auditorium attuale

[16]di altare

[17]Ritengo sia lo stesso quadro oggi  esposto in San Rocco. Quello della chiesa nuova è del 1884 ed è opera del  pittore Carsana da Bergamo.

[18]L’arco è a sesto acuto in mattoni ed ha la sua imposta ancora visibile nella intercapedine (oggi celata dietro uno sportello creato nella  zona servizi igienici) che si è formata in epoca successiva a quella del documento in oggetto, tra il lato ovest del campanile e il lato destro della  odierna ed ormai vuota cappella della B.V del Carmelo. Questa  cappella fu costruita  solo dopo il 1750 dal capomastro Ambrogio Piantanida di Gallarate, all’epoca della prima sopraelevazione della chiesa romanica e della sua trasformazione in barocca. Nel 1750, per consentire gli ampliamenti furono abbattute  le adiacenti cappelle di San Carlo e della beata Vergine Maria, cui seguiva l’antico Battistero, che rimase e rimane tuttora. Le antiche due  cappelle decorate con affreschi del 1300 furono definite in altri documenti, anteriori al 1620, elementi di un’unica navata aquilonaria, sita sul lato nord della navata principale della originale chiesa romanica. Di quella chiesa romanica oggi ancora riconosciamo il campanile, fino all’attacco con la sovrapposta cella delle campane barocca (di colore giallo) e quel parametro in opus spicatum che è dietro e parzialmente sovrasta la doppia porta a vetri dell’odierno l’ingresso laterale sud–ovest. Immediato il riferimento a similari chiese  romaniche come:  San Primo e Feliciano in Leggiuno, e anche qui, come vedremo, i muri interni, pieni che insistevano sopra i due archi delle cappelle, nella faccia che guarda la navata della chiesa, erano dipinti con angeli ed immagini sacre. Tutto il ciclo pittorico della chiesa romanica, indicato nel documento farà riferimeto a santi e a scene   evangeliche particolarmente care al periodo medievale. Abbattute le due cappelle romaniche  sorgerà  dunque l’ unica cappella della Beata Vergine Maria il cui vano, vuoto, è oggi visibile tra il battistero e la parete ovest del campanile.

[19]Legato: nel diritto romano trattasi di atto di disposizione testamentaria col quale il testatore attribuisce a carico dell’erede e a vantaggio del legatario singoli obblighi. In questi casi il legatario è da intendersi la chiesa di San Giorgio l’obbligo è a carico di persona che entra nel possesso di un bene, generalmente un pezzo di terra, cui viene legato l’obbligo di far celebrare una o più messe a favore della chiesa di San Giorgio.

[20]Pertica milanese: 654 mq.

[21]Francesco Pallavicino è cappellano di  San Giacomo ancora  nel 1564. Il documento in oggetto è datato 1620, si trova nella Parrocchia di San Giorgio e dimostra inequivocabilmente  che tutti gli oneri relativi alla chiesa di san  Giacomo, quali il  legato in oggetto sono stati accollati alla chiesa di San  Giorgio, nel momento in cui San Giacomo fu incorporato a San Giorgio. Sappiamo anche che la chiesa di San Giacomo del territorio di Alliarago-Jerago, precedentemente era parrocchia autonoma, come si evince  anche dal “libro delle decime redatto fra settembre e dicembre del 1399 dal notaio Guarnerio de Ecclesia in Busto A”  (documento conservato presso la Biblioteca Capitolare di San Giovanni in Busto A).  In esso  la Chiesa di San Giacomo in Alliarago appare come : Ente forestiero possessore di beni in Busto A.

[22]La comunità di Jerago  è gia indicata come comune nel libro delle decime di Busto A.: supra in nota 21

[23]Staio –Stée= unità di misura per grani asciutti corrispondenti ad un recipiente della capacità di 18 lit.

[24]Miglio e segale sono i cereali coltivati nel 1500 – Il miglio fino all’introduzione del Mais, verso il 1700, ebbe notevole importanza nella alimentazione umana delle nostre zone già dal periodo gallico (Strabone” Geografia”) e fu  molto in uso nel medioevo, perché resistente alle siccità estive

[25]Jacobo de Brusatoribus, notaio in Ferno

[26]Turrim Campanilem (in un latino un poco incerto) risulta chiaro però che il campanile nel 1620 fosse una torre, quindi una costruzione assai elevata rispetto alla chiesa. Sia permessa una osservazione- nel libro di Mons Eugenio Cazzani “Jerago la sua storia ” a proposito di campanile a pag. 147 si legge : “L’antica chiesa di San Giorgio aveva un campaniletto con due campane”  e a pag. 148 “ il parroco Giovanni Bonomi, nel suo memoriale del 1671, affermò che vicino al presbiterio, a mano sinistra, vi è un’altra porticina  per cui si entra nel campanile, con due campane di rubbi 35 (–280 kg) “.  Cazzani conclude che si tratta di due modeste campane, issate su una minuscola torre e può affermare: “Ignoriamo la data della sua costruzione, ma crediamo di non errare affermando che esso fu costruito ex novo sullo stesso posto del primo nel 1820 quando Jerago si dotò di un concerto di cinque campane.”

Gli interventi di restauro del campanile hanno invece dimostrato che il campanile di San Giorgio, non fu mai abbattuto, ma solo sopraelevato. La prima indicazione che il campanile fosse ancora quello originale dal X sec, ho rilevata nella lettera di documentazione  giacente  nell’ archivio  parrocchiale, inviata al Parroco Don Luigi Mauri dall’architetto Francesco Moglia a descrizione dei risultati dei sondaggi di stabilità  sul campanile effettuati con l’aiuto di Luigi Caiola. Quando don Angelo Cassani potè iniziare il recupero ed il restauro del campanile, ebbe chiara la convinzione che quella torre fosse tanto antica e operò di conseguenza. Monsignor Cazzani, all’epoca delle sue considerazioni, non poteva  disporre  né delle analisi stratigrafiche del Moglia, né di una visione di parametri murari in opus spicatum evidenziati  dal crollo della vecchia sacrestia  e tanto meno del documento, oggetto della presente traduzione, reperito dallo scrivente nell’archivio di Santa Maria Assunta in Gallarate, indispensabile supporto  di quanti, in corso d’opera sostenevano la romanicità del campanile .

[27]Si ribadisce ancora Turris Campanilis  e qui il sostantivo e il suo genere sono certi.

[28]E’ stupendo rilevare come questa descrizione assomigli in modo impressionante alla vecchia casa parrocchiale, al giardino e all’orto del Parroco, al fienile alla cascina che tutti noi avevamo amati e dei quali oggi restano solo alcune foto di archivio, perché sul loro sito è  sorta la nuova canonica.

[29]  La definizione  di Scolaro e di Scolara  (dialetto Scular e Sculara) usata per gli appartenenti alle confraternite è rimasta in uso fin verso il 1970.

[30]  Fabbrica-Istituto previsto per il mantenimento degli edifici sacri

[31]Ancora prima della guerra ci si ricorda dei fabbriceri che col carretto passavano a raccogliere le offerte in grano all’epoca delle messi. (per le tradizioni si rimanda al libro di imminente pubblicazione di A. Carabelli e E. Riganti:

“ Le ricette della nonna e Storia di un borgo dal 1800 al  1940 ”. Per la Collana “ Galerate-Nuovi Studi Storici- Diretta da Elio Bertozzi )

[32]Ragione – Contabilità da cui nascerà il termine Ragioneria– vale a dire la tecnica del far di conto- ragioniere diverrà pertanto sinonimo di contabile.

[33]Come anche oggi.

[34]Diritto alla Cappellania di San Giacomo Del Rev.do Giovan Battista Castiglioni

[35]Di Jerago

[36]Unione  della chiesa di San Giacomo a quella di San Giorgio

Gli affreschi della chiesa di san Giacomo a Jerago

00220001

Al fine di rendere più comprensibile l’argomento ritengo sia utile riassumere lo stato degli studi,  degli scritti e delle scoperte relative alla chiesa di San Giacomo. Disponiamo di ricerche di archivio, grazie all’opera di Mons. Eugenio Cazzani [1], promossa e sostenuta dalla lungimiranza di don Luigi Mauri, già parroco di San Giorgio e da Mons. Francesco Delpini. Architettonicamente possiamo osservare un edificio prettamente romanico, dotato di portico originario ed abside con le classiche tre finestrelle monofore strambate[2], attribuibile nel suo aspetto attuale al sec XI. Gli  affreschi dell’interno sono fonte di grande interesse per gli studiosi, infatti non fanno parte di un unico ciclo, ma emergono singolarmente evidenziando origini temporali diverse che consentono di dilatare verso l’alto medioevo la storia della nostra chiesa. E’ possibile raffrontare gli affreschi o lacerti di essi a cicli lombardi estremamente importanti quali quelli di San Vincenzo a Galliano di Cantù, di  San Pietro al Monte di Civate–Lecco,  di Castelseprio- Santa Maria foris portas. I  tre affreschi  ancora interi e ben conservati  visibili presso l’ingresso   presentano (f.1) una Vergine con bimbo ed  orante inginocchiato- con cartiglio Mater Dei Miserere; 

scansione0004

 

un San Giovanni Battista (f.2) nella  classica iconografia, vestito di pelli e barba incolta, con cartiglio ecce qui tollit peccata mundi;

scansione0013

un San Giacomo (f.3) in veste episcopale, nella mano destra il bastone del pellegrino e nella sinistra il  Vangelo nell’atto medievale della benedizione[3].

scansione0012

 

Sono attribuibili al XIV-XV sec. ed i due santi  allo stesso autore. Inequivocabilmente fanno riferimento al patrocinio esercitato dai Visconti sull’oratorio. Al XIV sec. si potrebbe attribuire anche il bassissimo rilievo litico in serizzo (f.4),

San Giacomo Lunetta

visibile dall’esterno, posto nella nicchia semicircolare sopra la porta d’ingresso. In esso, col favore del sole di mezzogiorno nei giorni del solstizio invernale,  si intuisce chiaramente la Madonna della misericordia. La tipica Madonna dei Visconti con braccia tese e manto avvolgente a protezione degli oranti inginocchiati, che fu  rappresentata inizialmente nel Messale donato alla basilica di S. Ambrogio, in occasione dell’incoronazione di Gian Galeazzo Visconti e miniato dal comasco Anovelo da Imbonate .[4]

Le pareti  meridionale-sud ed aquilonaria–nord, grazie agli interventi voluti e finanziati dall’Ing. Gaetano Bruni, già sindaco di Jerago con Orago e proprietario del vicino Castello Visconteo, eseguiti dal 1956 in poi, hanno evidenziato lacerti di un ciclo presumibilmente riferentesi alla vita di San Giacomo. Il martirio del santo sul lato sud (f.5),

scansione0010

la posizione di San Giacomo che porge la testa alla spada del martirio e i panneggi, la  composizione pittorica, con velature ed altre tecniche, portano a santa Maria foris portas di Castelseprio; si rinnovano così tutte le problematiche di attribuzione e datazione proprie degli affreschi sepriesi. La chiesa presenta inoltre a decoro elementi geometrici e floreali che si evidenziano nelle strombature delle finestre monofore (f.6),

scansione0007

ritrovabili a San Pietro al  Monte in Civate. Riferimenti molto lontani che sicuramente rimandano ad una frequentazione di pellegrini e ad un patrocinio di famiglie milanesi esercitato ancor prima della influenza viscontea ascrivibile al 1310. Se ci riferiamo a sant’Abbondio– notevole edificio romanico, ubicato nei pressi della stazione ferroviaria FS di Como, di cui il jeraghese Giampiero Visconti fu abate, ed ai suoi  possedimenti in tutto l’alto Lario e nella Valtellina, è immediato il riferimento al cammino di Santiago. La dedicazione del nostro oratorio non  risulta casuale, infatti è citato nel Liber Notitiae Sanctorum Mediolani, redatto nel 1220 da Goffredo da Bussero. In esso, se si escludono i soli altari che onorano il Santo nelle varie chiese in tutta la Diocesi, sono indicate solo quattordici chiese intitolate all’apostolo Giacomo – Quindi è presumibile che segnassero il percorso dei Pellegrinaggi Maggiori. Il nostro San Giacomo si trovava sull’itinerario seguito dai  pellegrini provenienti dalla Germania che, attraverso la Retia[5], valicando lo Julier Pass raggiungevano l’alto Lario. Essi potevano usufruire dell’accoglienza e delle cure consentite dai numerosi ostelli ed ospizi  che ancora si vedono a mezza costa del lago, nei pressi delle chiese, quando con la navigazione si  risale in battello. Da  Como, proseguendo  per la Comum-Sivrium-Novaria[6]  si raggiungeva  Vercelli sulla Sesia, per inoltrarsi verso il Monginevro e scendere in Francia su Lione. E’ presumibile che il nostro San Giacomo rappresentasse un punto di riferimento indispensabile per informarsi sul percorso adatto  all’attraversamento del Ticino. Prendere  la via di Somma per Castelnovate o Golasecca- San Michele qualora le acque del grande fiume in magra ne avessero   consentito il guado[7], oppure seguire la via per Vergiate-San Gallo e Sesto- San Donato di Scozzola,  se il regime  di piena avesse reso  necessario l’attraversamento via lago, con barca ad Angera o Sesto. Da  Arona, o da Castelletto numerose  chiese romaniche testimoniano ancora l’ospitalità tra Ticino e Sesia : Invorio-San Martino, Agrate Conturbia,  Pombia , Abbazia di Dulzago, Abbazia di Briona, Vercelli.[8]

Tornando all’abside le tre finestre strambate simboleggiano la Trinità. L’inserimento delle tre finestre ritma quattro partiture murarie che consentono al pittore di rappresentare quattro terne di Apostoli (f.7) .

scansione0001

E’ evidente il medioevale  riferimento alla missione apostolica rivolta verso i quattro angoli della terra. La  mano degli Apostoli porta al fedele un libro o un rotolo – Volumen o libro antico (supra nota 3). I riferimenti per questi affreschi si trovano sempre a Civate San Pietro e a San Vincenzo di Galliano[9]a Cantù. La luce che proviene con forza dalle finestrelle, simboleggia inequivocabilmente lo Spirito Santo che illumina gli apostoli[10]. Il catino  absidale molto ammalorato, ma cromaticamente vivace, offre la presenza intuibile  di un  Cristo in mandorla, contornato dai simboli zoomorfi degli evangelisti dei quali, si  riconoscono: il bue alato di San Luca e le fauci del leone di San Marco (f.8).

scansione0008

Dalla osservazione di insieme dell’arco absidale e dei pilastri di imposta ci si accorge che essi sono impostati su due nicchie, simili a caminetti poggiati al pavimento, sul cui fondale ben chiari appaiono affreschi monocromatici, quasi sinopie di difficile interpretazione. Infatti la mancanza di studi archeologici relativi a ciò che giace sotto la chiesa, impedisce qualsiasi datazione. Il pavimento infatti, unica nota stonata di tutto il complesso è stato posto sopra il sedime originario. Si potrebbe rilevare come un pilastro non venga mai edificato su di un vuoto, per concludere , che se così è avvenuto,  voleva dire che quelle figurine di sinistra e i simboli grafici di destra erano preesistenti alla edificazione dell’arco e troppo belli per essere distrutti, quindi furono incorniciati da pietre atte a sostenere il nuovo pilastro. Comunque è tutto opinabile e ci asteniamo dall’unirci a chi vuole che queste appartengano alla cappellina paleocristiana. E’ questa una speranza che potrà essere suffragata solo dall’indagine archeologica [11]. Le figurine di sinistra sono a tratto in ocra, sono in piedi, una con mani protese in avanti, l’altra dietro a braccia aperte;  entrambe sono avvolte in  tuniche. Immediato il riferimento per tecnica pittorica al Giano Bifronte della Chiesa di Santo Stefano a Gornate (con tutti gli interrogativi che essa pone agli studiosi). Il vano di destra presenta una palma che è carica di frutti. Possiamo ipotizzare che la presenza di queste figure improprie e di altre , abbia giustificato la ricopertura con un pesante strato di intonaco di tutti quegli affreschi, previa picozzatura, colpi  che ancora si rilevano sui lacerti. Questo avvenne ancora prima della visita del cardinale Federico Borromeo che nel 1620 trova una cappella semplicemente intonacata e bianca all’interno, con la sola immagine mariana odierna. Ultima osservazione sul lato nord appare una sequenza di quattro personaggi (f.9),

scansione0011

inseriti sotto un arco merlato, dipinto, sul quale insiste una chiesa, un recinto forte, una scritta con abbreviazioni difficilmente leggibile. Stupisce constatare come  quelle figurine siano identiche nei  tratti del volto, al viso di Ariberto che nella chiesa di Galliano offre su di un cuscino la stessa chiesa di San Vincenzo. Di fianco a questa scena, in un ulteriore riquadro si scopre il palmo sinistro di Cristo inchiodato sulla croce .

—————————————————————————————————————————————–

Foto allegate a conprensione del testi: rif dischetto foto Salvatore

f.1  DSC 3243 Madonna e orante

f.2   DSC 3271 S.Giovanni Battista

f 3   DSC 3245 S.Giacomo

f 4    DSC 3325 lunetta sopra ingresso

 f.5  ( infra allegato a parte) Martirio di San Giacomo

f 6  DSC 3332 finestrella strambata a motivi floreali

f.7  DSC 3252 Terna di Apostoli

f.8  DSC 3326 Arco, con catino, Cristo in mandorla, Leone Alato,sequenza Apostoli, finestrelle strombate, ai lati a livello pavimento vani di imposta dei pilastri dell’arco, a sinistra 2 figurine umane, a destra ramo di  palma e datteri

  1. 9 DSC 3278 leone alato
  2. 10 (infra allegato a parte) Giano bifronte della chiesa di Santo Stefano a Gornate

f 11  DSC  3277 Figurina blasfema ?

f.12 DSC 3249-3274  quattro figurine, castello, chiesa , palmo della mano sinistra di Cristo inchiodata alla croce

[1]Jerago la sua storia –Eugenio Cazzani- 1977 pag.  206 e seg.

[2]Strambate- piccole finestre inserite in un vano fortemente smussato su entrambe le  facce, che permette alla luce diurna  anche più fioca e radente di illuminare l’aula raggiungendo un effetto tipico. La finestra di dimensioni ridotte consente l’uso di cartapecora a tamponamento, detta stamegna.

[3]nelle immagini medievali secondo Chiara Frugoni in “La voce delle immagini” pillole iconografiche del medioevo Einaudi 2010- il libro recato nella mano del santo è un atto benedicente, perché indica il Vangelo che dice bene, dice cose buone, quindi l’atteggiamento del santo è benedicente.

[4]Non sfugga in questa descrizione il fatto che Giangaleazzo Visconti , Duca di Milano morì nel 1403 dando inizio alla   reggenza della moglie Caterina Visconti, richiesta dalla minore età dei figli di Gian Galeazzo: Giovanni Maria  e Filippo Maria . Durante la reggenza Francesco Barbavara, che aveva sposato Antonia Visconti, figlia  di Pietro , signore del Castello di Jerago, fu primo cameraio,  funzione equivalente a  primo ministro del ducato di Milano . Antonia, rimasta vedova, sposerà  nel 1417  Francesco  Bussone noto come il Carmagnola,  massimo uomo d’arme di Filippo Maria Visconti  figlio e successore di Gian Galeazzo. Figlio dello jeraghese Pietro e fratello di Antonia sarà Giampiero Visconti, priore di Sant’Egidio di Fontanella nel bergamasco e poi abate nel 1460 di Sant’Abbondio a Como. Questa digressione serve a suffragare la qualità  artistica dei pittori che possono aver operato nella fase quattrocentesca dell’edificio

[5]la zona della Confederazione Helvetica dove si parla ancora il reto-romancio.

[6]L’importanza della comum sivrium novaria che si incrociava con la via helvetica in prossimità del Pilatello, giustifica la memoria ancora  testimoniata dalla recente  cappellina mariana della B. V. del Pilatello, costruita a ricordo della precedete immagine ormai persa e documentata solo da foto.

[7]Non è un caso che a Golasecca la chiesa  in rovina di San Michele sul passaggio del Ticino offra anche un ampia zona di ospitalità

[8]Per tali problematiche e conoscenze, limitatamente al territorio comasco, rimando allo studio diAlberto Rovi- Archivio Storico della  Diocesi di Como estratto dal Vol 8- Como 1997

[9]Non si dimentichi che l’attributo di Galliano- viene dall’antico Gallicano, cioè basilica sulla via delle Gallie o Galizia terra di san Giacomo di Compostella.

[10]Se solo osserviamo il più recente oratorio di Albizzate cosiddetto di San Venanzio, deduciamo che molto si è perso di questa simbologia, non presenta le tre finestrelle nell’abside, ma due sole , consentendo solo tre coppie di 4 santi.

[11]Ricordiamo che una indagine archeologica condotta dalla Sopraintendenza per i beni archeologici della Lombardia, anno 1997 effettuata nel corso dei restauri della antica chiesa di San Giorgio arrivò al livello di una piccola chiesa possibilmente ascrivibile tra il VII e il IX sec.

Statua del Buon Pastore

Nel mese di Dicembre  u.s.  è stata benedetta da don Remo la statua del Buon Pastore, posizionata sul fusto di una colonna dal capitello dorico, ubicata nel giardino della Canonica presso l’angolo di sinistra della piazza della Chiesa. Autore lo scultore jeraghese Fabrizio Milani, committente l’associazione Figli di Don Angelo.

L’opera nasce dal desiderio di Don Remo di onorare la memoria dei parroci di San Giorgio, già elencati nella loro sequenza cronologica dagli studi del Cazzani. L’Auspicio è stato espresso nel corso dell’ omelia di una domenica in Albis (prima domenica dopo Pasqua). Il buon Pastore, che rappresenta la figura di Gesù, è sempre stato il riferimento amato da ogni sacerdote,  quando, inviato nella Parrocchia per mandato dal Vescovo vive ed offre la sua vita per i parrocchiani che gli sono affidati. Quindi sarà significativo completare questo monumento con la lapide dove verranno incisi i nomi dei nostri parroci..

La statua originale del  Buon Pastore è una delle prime raffigurazioni di Gesù e si trova attualmente nel Museo Pio Cristiano presso i Musei Vaticani.  Così in sintesi è descritta dal Cardinale Gianfranco Ravasi in ”le meraviglie dei musei vaticani “da pag. 122 e seg. :

 “ questa statua è uscita dal frontale di un sarcofago del III-IV sec., proveniente dalle catacombe di San Callisto e, con un ritocco, è stata avviata verso vita autonoma”.   Dall’esperienza del popolo ebraico “fiorisce il simbolismo pastorale con la relativa applicazione teologica al Signore che è chiamato nel nuovo testamento il Pastore grande delle pecore. In questa immagine due sono le componenti fondamentali. Da un lato, il pastore è la guida del gregge, come dice il Salmo 23: il suo bastone e il il suo vincastro danno sicurezza e guidano attraverso la valle oscura. O come dice Gesù (Giovanni 10,3-4) il pastore deve condurre il  gregge all’ovile e le pecore ascoltano la sua voce e lo seguono. Il pastore è comunque il compagno di vita e di viaggio del suo gregge. Egli non mette in salvo prima se stesso, non si sfama e si disseta indipendentemente dal suo gregge, bensì ne condivide l’esistenza. Il buon pastore è colui che conosce e ama il suo gregge . E’ su questo modello  che devono esemplarsi anche i pastori della Chiesa, a partire da San Pietro che riceve la missione di pascere le pecore del gregge  di Cristo  (Giovanni 21,15-1-4.)”

 Il concilio Vaticano II  l’8 dicembre del 1968 si rivolgeva agli artisti  con questa nota:

 “il Mondo in cui viviamo ha bisogno di bellezza per non oscurarsi nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che mette gioia nel cuore degli uomini, è il frutto prezioso che resiste all’usura del tempo, che unisce le generazioni e le congiunge nell’ammirazione”.

Da questa statua  che è conosciuta anche come il Bel Pastore speriamo provenga questo messaggio di unione fra le generazioni di cristiani e i loro parroci che hanno avuto la ventura di vivere in questa nostra parrocchia.

Note tecniche sulla statua.

Autore Fabrizio Milani– giovane scultore con studi quadriennali e tesi svolti presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. Ci piace anche sottolineare come per parte paterna sia di origini besnatesi e per parte materna jeraghese.

L’opera è stata realizzata in argilla con la classica tecnica di modellazione su armatura. Dopo essere stata modellata e svuotata al suo interno raggiungendo uno spessore di circa due centimetri, così da evitare rotture durante la  cottura, è stata ricomposta e colorata con smalto ceramico. La scultura è realizzata con una ceramica chiamata Galestro,  terra utilizzata in toscana per la realizzazione di grossi vasi ed orci da lasciare all’esterno, terra molto resistente ad urti e ad agenti atmosferici assicurando così una maggiore durata all’opera.

La collocazione sul capitello ed il consolidamento della struttura sono di Antonio Lo Fiego.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Parrocchia di San Giorgio in Jerago – Elenco dei Parroci

Elenco dei Parroci 

A far tempo dal 1455

  • Nel 1455                         Macchi Dionigi   Rettore
  •   Dal      1559    al 1567   Uggeri Gerolamo
  •           1568        1587   Giussani Camillo
  •           1588        1596   Soldano Lazzaro
  •           1597        1601  Gattoni Gabriele
  •           1602        1609   Mazzucchelli Tommaso
  •           1609        1626   Curioni Antonio
  •           1626        1636   Coerezio Francesco
  •           1636        1675    Bonomi Giovanni
  •           1675        1704    Onetti Giuseppe
  •           1705        1732    Pozzi Carlo Francesco
  •           1732        1750    Mazzucchelli G. Battista
  •           1750        1784    Fontana Carlo Antonio
  •           1784        1797    Pellegatta Giuseppe Maria
  •           1797        1824    Castagnola Giovanni
  •           1824        1869     Moroni G.Battista
  •             1870        1873     Rossi Carlo
  •           1874        1881     Pessina Giuseppe
  •           1881        1916    Nebuloni Angelo
  •           1917        1945    Cervini Massimo
  •           1945         1952    Crespi Carlo
  •           1952         1987    Mauri Luigi
  •             1987         2006    Cassani Angelo
  •           Dal     2007 è parroco Ciapparella Remo

Fin verso il 1800 il Parroco di Orago era vice parroco di Jerago

Cooaudiutori

Dal 1955 al 1962  Don Ausonio Colombo  ( nato 20-11-1931) Parroco a Clivio

Dal 1962 al 1965  Don Luigi Colnaghi        ( nato poi parroco di Cocquio) 

Vicario per aiuto domenicale 

Dal  1965 al 1974 Don Mario Panizza   ( dott. Prof. Presso il Seminario Maggiore)

Visite pastorali

Mons Gabriele Sforza,        3-5 agosto 1455

Card. Carlo Borromeo,        2 luglio 1570

Mons Gaspare Visconti ,     12 agosto 1586

Card Federico Borromeo,    18 novembre 1606

Card Federico Borromeo      ottobre 1620

Card Cesare Monti               21 settembre 1646

Card Federico Visconti         29 giugno 1684

Card Giuseppe Pozzobonelli 18 maggio 1750

Card Andrea Carlo Ferrari     18-19 gennaio 1899

Card Andrea Carlo Ferrari     18-19 ottobre 1903

Card Andrea Carlo Ferrari     24-25 ottobre 1911

Card Andrea Carlo Ferrari     26-27 luglio 1917

Card Eugenio Tosi                  20-21 agosto 1927

Card Ildefonso Schuster          13-14 sett.1932

Card Ildefonso Schuster          26-27 ottobre 1938

Card Ildefonso Schuster          10-11 ottobre 1948

Card Ildefonso Schuster          13-14 ottobre 1953

Card. G.B Montini                   19-Maggio  1963 

Card Giovanni Colombo         7 novembre 1976

Cardinale Carlo Maria Martini  23 maggio 1987 

 

Sacerdoti e religiosi nati a Jerago dal 1840 ( o  residenti a Jerago quando hanno ricevuto l’Ordinazione Sacerdotale)

Don Piero Puricelli  n. 1840  ord. 1866 (Oblato Missionario di Rho) m. 27-03-1894

Don Paolo Riganti  n 1851 ord 1876     (parroco di Sesona) m. 18-03-1929

Don Enrico Biganzoli n. 1875 ord. 1900 (parroco S. Alessandro a Pertusella di Caronno)

Padre Umberto Cardani n. 1879 ord. 1905  (comboniano missionario in Africa) 

Don Carlo Macchi  n. 1880 ord 1906   (parroco a Montonate fino al 1965) m. 1971

Mons Francesco Delpini n. 1910 ord 1934 (dott. Prof. docente presso i seminari, procancelliere della Curia, Difensore del Vincolo Presso il tribunale ERD per le cause matrimoniali, nel 1965 arcidiacono del Duomo, nel 1967 Vicario Episcopale per le religiose. m. 1989

Padre Eugenio Rustighini n. 07-06-1942 ordinato 1967 (comboniano) deceduto il 19-03-2010

Don Franco Cardani, n. 24-08-1935 – ordinato 28–6-1962 – deceduto il 02/09/2019

 

Sacerdoti viventi (per il Curriculum rifarsi all’annuario del clero)

 

Don Enrico Lazzaroni, n. 23–01-1941 ordinato 28-6-1966

Don Carlo Cardani n. 27-09-1941 ordinato 28-6-1966

Don Gianfranco Rustighini n. 26-01-1945 ordinato 1973 (salesiano)

Don Mario Delpini n. 29-07-1951, ordinato 07-06-1975, vescovo dal 2008, arcivescovo di Milano dal 07/07/2017

RELIGIOSE

Figlie di Maria Ausiliatrice native di Jerago (Varese)

Defunte

Suor Vanetti Margherita nata il  16-03-1885  a  Jerago

1a Professione  il  24-08-1907  a  Nizza Monferrato

Morta il  07-12-1959  a  Triuggio (Italia)

Suor Tonelli Giulia nata il  20-05-1886  a  Jerago

1a Professione  il  19-04-1908  a  Nizza Monferrato

Morta il  24-12-1950  a  Roppolo Castello (Italia)

Suor Cardani Maria Carolina nata il  28-09-1887  a  Jerago

1a Professione  il  28-09-1911  a  Nizza Monferrato

Morta il  06-04-1964  a  Liège (Belgio)

Suor Cardani Maria Carmela nata il  13-05-1889  a  Jerago

1a Professione  il  29-09-1913  a  Nizza Monferrato

Morta il  10-12-1942  a  Cimetta (Italia)

Suor Caruggi Natalina nata il  30-07-1894  a  Jerago

1a Professione  il  29-09-1917  a  Milano

Morta il  21-11-1980  a  Contra di Missaglia (Italia)

Suor Tonelli Enrichetta nata il  25-05-1896  a  Jerago

1a Professione  il  05-08-1919  a  Milano

Morta il  28-03-1982  a  Marano di Napoli (Italia)

Suor Cardani Laura nata il  16-10-1895  a  Jerago

1a Professione  il  29-09-1920  a  Bosto di Varese

Morta il  24-01-1974  a  Torino (Italia)

Suor Sessa Assunta nata il  10-01-1899  a  Jerago

1a Professione  il  29-09-1920  a  Bosto di Varese

Morta il  17-09-1987  a  Contra di Missaglia (Italia)

Suor Riganti Maria nata il  01-07-1898  a  Jerago

1a Professione  il  05-08-1922  a  Bosto di Varese

Morta il  08-04-1971  a  Sant’Ambrogio Olona (Italia)

Suor Cardani Claudina nata il  22-09-1909  a  Jerago

1a Professione  il  06-08-1931  a  Bosto di Varese

Morta il  09-05-1997  a  Lecco (Italia)

Suor Sessa Angela Clara nata il  18-02-1910  a  Jerago

1a Professione  il  06-08-1931  a  Bosto di Varese

Morta il  24-09-1999  a  San José (Costa Rica)

Suor Cardani Santuzza nata il  23-04-1914  a  Jerago

1a Professione  il  06-08-1937  a  Bosto di Varese

Morta il  19-01-1989  a  Triuggio (Italia)

Suor Bielli Pia nata il  22-10-1923  a  Jerago

1a Professione  il  05-08-1946  a  Bosto di Varese

Morta il  28-10-1953  a  Varese (Italia)

Viventi

Suor Rustighini Maria nata il  14-01-1914  a  Jerago

1a Professione  il  06-08-1936  a  Bosto di Varese

attualmente nella casa di Sant’Ambrogio in riposo

Suor Cardani Angela nata il  18-05-1925  a  Jerago

1a Professione  il  05-08-1949  a  Bosto di Varese

attualmente si trova nell’Ispettoria Piemontese con il compito di Vicaria nella comunità di Torino Vallette

Suor Alberio Santina nata il  03-04-1931  a  Jerago

1a Professione  il  05-08-1957  a  Bosto di Varese

attualmete si trova nella casa di Sant’Ambrogio Olona (VA) con l’incarico 

di aiuto cuoca

Suor Cardani Carolina Mirra nata il  27-08-1939  a  Jerago

1a Professione  il  06-08-1964  a  Pella

attualmente si trova nell’Ispettoria Emiliana Ligure Toscana nella casa 

di Masone (GE) e svolge il compito di coordinatrice della Scuola dell’Infanzia a Campo Ligure

Suor De Bortoli Maria Angela nata il  09-01-1951  a  Jerago

1a Professione  il  06-08-1971  a  Contra di Missaglia

attualmente si trova nella casa di Lecco e svolge il compito di Coordinatrice della Scuola Primaria

Suor Rustighini Amelia nata il  14-06-1947  a  Jerago

1a Professione  il  06-08-1971  a  Contra di Missaglia

attualmente si trova nella casa di Castellanza con il compito di Segretaria CFP

Suor De Bortoli Caterina nata il  02-01-1954  a  Jerago

1a Professione  il  06-08-1990  a  Missaglia

attualmente si trova nella casa di Pavia “M. Ausiliatrice” e svolge il compito di Delegata delle Associazioni

 Congregazione Suore Vincenzine di M. Immacolata

 Caielli Suor Anna

Colombo Suor Carolina

Crestani Suor Angela (deceduta)

Crestani Suor Rita (deceduta)

Congregazione Suore di S. B Cottolengo

Berruti Suor Ginetta

Luini Suor Carmelina

Congregazione Suore della Carità di S.G.A. Thouret

Caccia Suor Maria 

Cassani Suor Ada

Congregazione Figlie della Carità Canossiane

Sessa Suor Carmelina

Congregazione Suore SS Natale

Cardani Suor Paola