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Storia della Chiesa di San Rocco

La chiesa di San Rocco e’ da considerarsi, in origine, come piccolo oratorio campestre, costruito dalla Parrocchia di San Giorgio negli anni che vanno dal 1570 (visita di S.Carlo) al 1630 anno della benedizione e della prima S. Messa.  La dedicazione a S.Rocco é chiaramente motivata dal desiderio del “popolo jeraghese” di ringraziare il santo patrono degli infermi e degli appestati “per essere egli stato preservato dal contagio del 1630” (il riferimento e’ del Parroco G. Bonomi 1636-1675; la peste e’ quella ricordata dal Manzoni nei Promessi Sposi).

(fonte immagine: beweb.chiesacattolica.it)

Sorta quindi come Cappelletta isolata ”in mezzo ai campi”, diventata nel 1750 “la Chiesetta del Rione di San Rocco” quando viene dotata del nuovo altare “in mattoni” posto sotto l’abside semicircolare.

La “pala” dell’altare, in “legno di fattura settecentesca”, incornicia un quadro di “S.Rocco Pellegrino”, raffigurato nella classica iconografia “con cane ed angelo”, di modesta fattura, proveniente dalla chiesa vecchia di “San Giorgio”, da dove appunto in quegli anni era stato eliminato l’altare del Santo, in corrispondenza con la costruzione della nuova chiesetta a lui dedicata.

Di grande interesse, sempre sulla pala dell’altare, un quadro  con Madonna e Bambino del Sassoferrato (Giovanbattista Salvi, detto il S. 1609- 1685 ) quadro molto simile a “Madonna con Bambino ed Angeli” esposto in Brera. Attualmente la pala dell’altare e’ stata spostata sulla destra entrando e il quadro del Sasso ferrato é solo in copia, poiché l’originale viene custodito  altrove per la sua preziosità. Nel 1816 viene dotata di una bel lissima via Crucis opera dell’incisore Mochetti, dal 1742 viene  usata dalla Confraternita del Carmine per le proprie riunioni, delle quali rimane testimonianza nel bellissimo “Tableu delle presenze”, in legno intarsiato, che racchiude un originale istogramma con segnalini in legno  (lato sinistro dell’altare).  Sulle pareti a sinistra il “Quadro di San Carlo”, di ignoto, raffigurante il santo in atto benedicente. Nella nicchia del lato sinistro si ammira la statua della Madonna del Carmine, tanto cara ai vecchi jeraghesi di fattura seicentesca proveniente dalla chiesa vecchia di San Giorgio (attualmente in restauro) di seguito un seicentesco quadro di San Antonio recentemente restaurato.

Sulla parete di destra, la pala dell’altare settecentesco, qui relegata dopo la ristrutturazione del 1980 (arch. Moglia), sopradescritta e di seguito verso il portone di ingresso il quadro detto della Madonna della Noce, dalla viva espressione materna della Madonna, la cui aureola non marcata sfuma circolarmente sino a sparire, opera di ignoto 1700.  La chiesa é stata recentemente ristrutturata con il rifacimento del pavimento la posa di un altare postconciliare, la revisione del soffitto a cassettoni.

L’aspetto modesto della facciata, semplicemente intonacata a calce, è comunque impreziosito dalla elegante scalinata e dal mosaico del concittadino pittore Ambrogio Riganti, rappresentante un San Rocco pellegrino che va devoto per la sua strada di carità e amore, consapevole del dolore, ma anche della profonda bellezza della vita rappresentata dalla bellezza dei prati intorno. L’amorevolezza dell’angelo richiama nella inclinazione del viso la Madonna della fuga in Egitto  (Varese Sacro Monte la Via delle Cappelle). Un elegante piccolo campanile ad una sola €campana, conferisce un semplice ritmo a tutto il volume archi tettonico.

San Carlo Borromeo e la processione del Santo Chiodo

Affresco di Emilio Orsenigo per la chiesa di San Giorgio in Jerago:

Visibile sul lato destro osservando l’altare di San Carlo, eseguito  da Emilio Orsenigo, affreschista di Varese.  Realizzazione aprile–maggio 1940.

(testo e ricerca A. Carabelli)

La spaventosa pestilenza che colpì Milano e la diocesi tra il 1576 ed il 1577, vide il suo cardinale Carlo tra le persone più impegnate nella assistenza spirituale e materiale  alle vittime. Attingendo alle risorse personali rese possibile la distribuzione quotidiana di alimenti a circa settantamila persone. Il clero diocesano, che visitava e confortava  costantemente gli ammalati, rappresentava ormai  l’unica autorità di riferimento, poiché il governatore ed i notabili, all’aggravarsi della pandemia, si erano rifugiati in località ritenute più salubri e sicure. Unitamente agli aiuti materiali egli curò assiduamente l’assistenza spirituale dei fedeli, per i quali indisse numerose e solenni processioni cui associò durissime e personali penitenze, con veglie, digiuni e preghiere offerte al Signore per la cessazione di tanto flagello. In particolare la sua grande devozione alla reliquia si appaleso’ quando una folla di milanesi in vesti dimesse e penitenti si strinse  attorno alla Croce col Chiodo ed al cardinale che la reggeva, accompagnandolo devotamente in un lungo percorso per le vie cittadine. A ridosso di quella grande manifestazione di fede si constatò un miracoloso attenuarsi dell’epidemia e successivamente la sua definitiva scomparsa, dichiarata definitivamente estinta il primo dicembre 1577.

Il santo chiodo si trova ubicato sulla volta del presbiterio del Duomo di Milano, al centro di un rosone ove si nota una lampada rossa che illumina il piccolo tabernacolo con la venerata reliquia della Passione di Gesù:  “il Santo chiodo che trafisse la carne di Cristo in Croce”.

Per volontà di San Carlo una volta all’anno viene prelevato dal rosone ed esposto per tre giorni alla devozione nell’interno del Duomo. La Nivola, macchina leonardesca, azionata ora meccanicamente, ma in precedenza da venti robusti uomini,  porta  l’officiante a 45 metri dal suolo,  per il prelievo della reliquia. Quest’anno la solenne esposizione è avvenuta  tra sabato 10 e lunedi 12 settembre.

Giovedì 2 luglio 1570 a.m. San Carlo visita la parrocchia di San Giorgio in Jerago

(relazione di Aloisius de Brusatoribus, cronista dell’epoca,  ritrovata, riletta e commentata da Anselmo Carabelli)

In una giornata che si annuncia stupenda già dalle prime luci dell’alba, dove la via Helvetica incrocia la via Novaria, quasi tutta la popolazione di Jerago attende il suo Cardinale, è un uomo giovane, di soli 32 anni e da 7  Vescovo a Milano, deciso e sicuro, lo si vede da come governa  la sua cavalcatura.  E’ il primo Cardinale che visita il  paese  ed entrerà  nella chiesa di San Giorgio. Chi si è fermato sulle propaggini della collina, alla verta intravede già il  corteo dei parrocchiani di San Maurizio che lo  accompagna fin sui confini di Solbiate. Lì il Cardinale si ferma per un congedo da loro e per rendere  omaggio al Santo Crocifisso ed a Maria Regina, affrescati nel cortile interno del   Molinello.

La salita per la via dello streccione, che in estate  affatica i contadini di ritorno dalla  verta, i campi più fertili del paese, appare oggi agevole, vuoi per il provvidenziale  temporale  serotino che ha provveduto a spazzare l’afa di queste giornate di luglio, vuoi per  l’onore di fare  compagnia al Cardinale Carlo, che già ha fama di persona dalle rare virtù cristiane.  Ad attenderlo, in forma ufficiale, con croce astile portata dal chierico in cotta,  sul limite amministrativo del paese, alla fradiga è il parroco don Camillo Giussani, giovane sacerdote di 32 anni  coetaneo del Cardinale, da due anni titolare di San Giorgio, dopo un periodo di reggenza quale viceparroco. Prima  di diventare sacerdote, il nostro don Camillo era stato maestro di scuola a Gallarate, quindi uomo di lettere, orgoglioso del suo  Ambrosii Callepini dictionarium, dizionario di latino, che faceva bella mostra tra i suoi volumi, di buone letture e sicuramente in linea con  quella formazione e disciplina e fedeltà alla chiesa che il Cardinale auspica e pretende dai suoi parroci e da tutti i sacerdoti della diocesi. Nella accogliente chiesa di San Giorgio,  sufficientemente grande per i suoi 128 abitanti sono presenti tutti, assente giustificata la sola Isabella Gossoni moglie di Tullio, perché attende un bambino, che vedrà la luce il prossimo agosto, lo battezzeranno col nome di Giovanni Ambrogio, anche se veramente i genitori vorrebbero chiamarlo Carlo, ma si sa, i nonni ci tengono al loro nome. 

Dal campanile imponente, quello che i nostri vicini tanto invidiano per la sua bellezza ed arditezza,  le due grosse campane diffondono  incessantemente a distesa le loro note, che si uniscono a quelle dei campanili delle chiese di Orago, di Premezzo, di Albizzate e di Besnate, in un tripudio di suoni che annuncia qualcosa di veramente grande.

Nella sua predica il Cardinale invita il parroco ad ampliare la cappella dell’altare maggiore,  perché si possa costruire il coro, rispettando gli affreschi che ornano il catino  absidale. Esso dovrà diventare il luogo elettivo per la continua formazione del parroco, dove il clero dovrà dedicarsi alla lettura del breviario ed alla meditazione, affinando la propria spiritualità, lontano dalle tentazioni e dagli usi  mondani. Se possibile si eriga un altare dignitoso alla Santa Vergine perchè quello che si dice altare altro non è che un affresco dipinto sul fondo della chiesa. Auspica che tutti gli abitanti del vicus edifichino l’oratorio di San Rocco, perché non succeda, come è successo, che i sassi e le pietre già accumulate per questo scopo, vengano usate da privati  e, prese in prestito, non vengano poi restituite. Richiama tutti a non usare in proprio i beni di pertinenza della parrocchia.  Un elogio al parroco il quale diligentemente ogni domenica tiene la dottrina cristiana agli uomini ed alle donne. La confraternita del Santissimo Sacramento fin da ora e con regole stampate, viene eretta in scuola del Corpus Domini, cui si incorpora la scuola di San Giacomo con i suoi emolumenti. In considerazione della riconosciuta qualità di maestro di scuola, “il curato veda i giorni feriali di insegnare ai poveri putti legger et la dottrina cristiana. 

Dopo questi inviti il Cardinale ricorda quali siano i doveri per ogni fedele di Cristo, con parole semplici, intelligibili per tutti i presenti,  che ad esclusione dei parroci dei dintorni e dei titolari del Castello, non dovevano avere molta dimestichezza con dotte disquisizioni. Costante Il riferimento alla Eucaristia ed alla adorazione  del Santissimo Sacramento, per il quale appunto viene istituita la confraternita e le sante quarantore.  Ma  da quelle parole, annota il nostro cronista, appariva tutta la santità dell’uomo  che “Di famiglia ricca e potente, fu capace di operare un distacco netto dagli stili di vita caratteristici della sua dignità mondana e dedicare tutto sé stesso al servizio di Dio e della Chiesa”.  Qui Aloisius de Brusatoribus, nostro relatore si scusa, la sua penna non riuscirà a riportare degnamente tutte quelle parole, che comunque rimarranno sempre e indelebilmente nel suo cuore. Alla fine della S Messa solenne il Santo Cardinale impartisce la benedizione e si congeda. Lo attende un colloquio in casa parrocchiale col Parroco, i Parroci dei dintorni, i rappresentanti del Comune di Jerago, i titolari del Castello , i rappresentanti della Scuola di San Giacomo e del Santissimo Sacramento

Si è fatto mezzogiorno,  in tempo per una cena frugale in parrocchia, preparata con amorevole cura dalla mamma del parroco don Giussani, la quale per molto tempo racconterà, con rammarico, di non aver potuto preparare per quel Sant’uomo  altro  che un brodo di pollo con pane misto, verdure cotte condite con olio di olive nostrane e pollo lesso, quelle erano state infatti le disposizioni per la cena date dal segretario del Cardinale. Nel primo pomeriggio il Cardinale Carlo, lasciata Jerago, accompagnato ancora da tutti i parrocchiani fino al molino Scalone di Orago,   si reca a visitare la chiesa di Santo Stefano in Oggiona.  

L’altare di San Carlo nella chiesa di San Giorgio

Il transetto della chiesa di San Giorgio, presenta nel lato destro l’altare di san Carlo con una grande raffigurazione pittorica della sua canonizzazione (pittore Giuseppe Carsana a. 1884  f.1) avvenuta nel 1610.  Il quadro fa da pala ad un altare marmoreo di foggia barocca, sufficientemente elaborato, entrambi provengono dalla chiesa antica di San Giorgio  qui ricollocati nel 1929 dal marmista Provasi di Crema. Sui lati del transetto campeggiano gli affreschi (pittore Emilio Orsenigo a. 1939- f.2-f.3) raffiguranti sul lato sinistro il Santo che dà il Viatico ad un appestato morente nel lazzaretto e sul lato destro la processione penitenziale della croce con la reliquia del Santo Chiodo, guidata dal  Cardinale Carlo per le vie di Milano in occasione della grave epidemia di peste bubbonica. Un tabernacolo assai prezioso ( f.4) presenta sulla porticina, in rilievo, le parole latine della consacrazione che evidenziano il momento in cui durante la messa il pane ed il vino si trasformano nel corpo e nel sangue di Cristo. Verità di fede ribadita strenuamente da S. Carlo nel Concilio di Trento, denunciando l’eresia dei protestanti che vogliono nella celebrazione della Messa e nel dividere il pane solo una memoria dell’ultima Cena. Questo tabernacolo poggia su di un altare o mensa, arricchita frontalmente da un paliotto (f.5) con due fiancate in scagliola intelvese datato 1759.  Pregevoli ai lati dell’altare sono i due bronzetti ispirati al reale salmista Davide. La volta ad arco del transetto è ornata dai riquadri e da tondi incorniciati al cui interno in origine (1929) furono disegnati simboli della carica episcopale – berretta cardinalizia, logo humilitas- pastorale- angioletti, poi coperti da vernice in occasione di una ritinteggiatura. Questo complesso di elementi architettonici e pittorici stratificatisi nel tempo parla di una devozione al santo che è presente fin dal tempo della sua canonizzazione (1610) e  stimola ad una ricerca più approfondita. Il 2 luglio 1570 San Carlo visita Jerago, una comunità di 128 abitanti distribuiti in 28 famiglie che abitano 11 case e 17 stalli.  Parroco è don Camillo Giussani, di anni 32, suo coetaneo, ex maestro di scuola, di buone letture, come testimonia la sua biblioteca, con testi di S. Tommaso e S. Agostino e l‘immancabile Caleppino, lo Zingarelli di allora. Lo qualifica la consuetudine di leggere ad alta ed intellegibile voce, annualmente, alla presenza di tutti i parrocchiani ivi compresi i titolari del Castello, la Bolla in Coena Domini di Gregorio XIII, con la quale,  in ottemperanza agli indirizzi del Concilio di Trento si condannavano: “la protezione accordata agli eretici, la falsificazione di qualsiasi documento pontificio, i maltrattamenti ai prelati,…….. ogni genere di attentati contro la giurisdizione ecclesiastica”.  Questo rivela una comunità fortemente legata alle direttive del suo vescovo ed in sintonia col Papa.  Nelle assise del Concilio di Trento, che si riunisce per contrastare il grave vulnus inflitto alla cristianità dalle chiese protestanti riformate,  il nostro cardinale Carlo era stata una guida sicura ed un campione della Riforma Cattolica. La comunità jeraghese ancor prima del 1620 aveva dotato la chiesa parrocchiale di un altare dedicato al santo ricavato a sinistra dell’altar maggiore tra il fianco del battistero e il fianco ovest del Campanile, sacrificando una parte della nuova e recente cappella mariana, (si veda un popolo in cammino ott. 2003 pag. 6). Fu pure commissionato tra il 1610 ed il 1620 ad un pittore ignoto un quadro del santo in abiti sacerdotali (attualmente in S. Rocco f.6) simile a quello dipinto da Giovan Battista Crespi per l’abside di San Gottardo in Corte.  Il Cardinal Federico Borromeo, secondo successore e cugino di San Carlo, nella sua relazione alla visita pastorale del 1620, lo descrive posto in sacrestia perché troppo grande per il piccolo altare.  Nella tela gli  jeraghesi vollero che il santo fosse ritratto con la barba, così come lo avevano visto di persona, poiché il santo, normalmente rappresentato glabro, sacrificò la barba solo nel 1576, come atto penitenziale in epoca di pestilenza. Quel quadro poté essere esposto nella sua destinazione solo nel 1759, essendo Parroco Carlo Fontana, grazie alla trasformazione della antica parrocchiale: ampliamento, sopraelevazione del campanile  della chiesa, nuova facciata. Fu edificata anche la nuova cappella di San Carlo, sul lato sud, con l’altare e le alzate in marmo in fregio alla pala. Lo scopo fu di distinguere chiaramene l’altare dagli oggetti di uso comune, mettendolo in risalto rispetto alle pareti circostanti, affinchè la mensa non venisse scambiata con un semplice tavolo domestico e contemporaneamente si valorizzasse il tabernacolo, preziosa custodia del S.S. Sacramento ( f. 1). II raffinato paliotto della mensa (f. 5) rivela un medaglione centrale dove una berretta cardinalizia racchiude una croce su di una barca, circondata da uno sfarzo di forme raffinate, nastri e fiori dai tratti bianco perlacei che sembrano emulare forme scultoree ricavate da ben più prezioso marmo di Carrara.  Erano realizzate invece con materiale ben più povero, duttile e caldo al tatto quale lo stucco; tinto e plasmato da autentici maestri che qui arrivavano dalla valle di Intelvi o dal Mendrisiotto, dando vita ad una serie di opere che qualificano alcuni altari delle nostre chiese settecentesche, in una rara  forma artistica, della quale oggi si è perso la tecnica, ma che rappresenta qualcosa di veramente prezioso ed irripetibile quanto ignorato. Ma ancora una volta l’apparato scultoreo a cornice del quadro e dell’altare di san Carlo, dimensionato alla rinnovata chiesa, risultava ora troppo grande per il quadro che, comunque rimase fino al 1884 quando fu trasferito in San Rocco, sostituito dal quadro della Gloria di San Carlo offerto dal sacerdote Pietro Puricelli, nativo di Jerago, padre oblato missionario di Rho. Il Puricelli lo aveva commissionato al pittore Giuseppe Carsana da lui conosciuto mentre operava nell’abbellimento del Santuario dell’Addolorata. In particolare Carsana è noto come autore dell’originale presepio a grandezza naturale, composto da forme ritagliate e pinte, che viene riproposto ogni anno a Natale nel Santuario, antesignano dei piccoli presepi di cartone della nostra infanzia. Nel 1929, con l’edificazione della chiesa nuova, tutto l’altare fu ricollocato integralmente sul lato sud del transetto (f. 7).

Orago nella Galleria vaticana delle Carte geografiche

(ricerche  A. Carabelli)

La galleria delle Carte geografiche, venne inaugurata nel 1581 dal papa bolognese Gregorio XIII Boncompagni colto e severo Pontefice della Controriforma. Pontefice che amava in ugual modo la Chiesa, le scienze e le arti, cui si deve anche la riforma del vecchio calendario giuliano. Fu insegnante all’università di Bologna e collega del matematico, geografo e cosmografo Ignazio Danti, che chiamò a Roma per progettare le quaranta carte geografiche, realizzate ad affresco da un team di pittori tra i quali il varesino Giovan Antonio Vanosino, specialista in riproduzioni cartografiche, unitamente a Girolamo Muziano, Cesare Nebbia ed ai fiamminghi Mathias e Paul Bril. La galleria fu realizzata per consentire una passeggiata nell’Italia rappresentata su carte dislocate lungo le pareti, restituite in prospettiva aerea ed in scala variabile da regione a regione. In quella identificata dal cartiglio Mediolanensis ducatus si illustra la Lombardia e nella zona dei laghi è ben evidenziato Orago, naturalmente questo ci inorgoglisce. La cartina dove il nome di Orago, risulta sovradimensionato anche rispetto a Galarà e Crena consentiva al Papa di orientarsi anche geograficamente nelle sue scelte temporali. Venti anni dopo il Concilio di Trento, papa Gregorio, poteva ben accompagnarsi a San Carlo in quel corridoio, discutendo dei problemi della riforma protestante e del pericolo di un suo insinuarsi nel Ducato milanese  al seguito di una possibile calata di armigeri svizzeri. Non a caso, un riformatore temibile quale Huldrych Zwingli[1]del canton Glarona, cappellano al seguito degli svizzeri, lo si era visto passare anche nel gallaratese. Bisognava essere vigili, anche se i fatti recenti dal 1517, quali la sconfitta a Marignano (Melegnano) denunciavano come gli elvetici avessero perso molto dello smalto guerriero a motivo delle discordie tra cantoni e della poca familiarità al combattimento in vasta pianura. I confederati avevano anche garantito al re francese la rinuncia alla loro politica espansionistica. In quella passeggiata romana,  il nostro Arcivescovo, che  ben conosceva l’orografia montana dell’alto Ticino, avendo visitato  più volte Biasca e la sua   chiesa romanica di San Pietro, che si affaccia sia sul Lucomagno che sul Passo del San Gottardo, avrà  sicuramente tranquillizzato il Papa facendogli notare come Lugano, e particolarmente  Bellinzona, con i suoi potenti  castelli,  seppur ceduti di recente alla Confederazione, erano col vicino Uri, cantoni di provata fede cattolica, quindi baluardi sicuri.  Esisteva poi tutta una seconda linea, di difesa nel varesotto: la cerchia di Castelli Viscontei e del Seprio tra le radici del lago Maggiore e di Como. E’ bello immaginare come San Carlo indicasse al Papa proprio Orago come centro rappresentativo di quella serravalle e di quel baluardo. Questo riferimento alla riforma protestante, ed alla riforma Cattolica ci fa apprezzare il motivo della grande attenzione che il Cardinale Carlo riservò a tutte le parrocchie della sua diocesi visitandole personalmente, con massima cura per l’educazione dei sacerdoti e la loro fedeltà ai dettami del Concilio di Trento. Non fu un caso che alcune comunità protestanti[2], si erano formate autonomamente attorno a sacerdoti italiani che si erano autoesclusi dall’obbedienza al Papa. Ecco allora che il Cardinale elogia i parroci che leggono ad alta ed intelligibile voce, la bolla in Coena Domini di Gregorio XIII[3], a tutta la popolazione radunata in chiesa, ivi compresi i titolari del castello; bolla con la quale si condannava la protezione accordata agli eretici, la falsificazione di qualsiasi documento pontificio e molto altro. Ecco perché è importante che i sacerdoti siano dotti e capiscano bene ciò che leggono. Solo così possiamo apprezzare le raccomandazioni e gli ordini particolari dati al parroco Giacomo dell’Acqua (infra ordinanze particolari).

23 giugno 1570 (Visita del Cardinale Carlo Borromeo alla parrocchia di San Giovanni Battista)

Compiuta la visita a Cavaria il Cardinale nello stesso giorno salì ad Orago: villaggio che contava circa 120 anime. Era parroco prete Giacomo Dell’Acqua di anni 36, provvisto del beneficio parrocchiale da Papa Pio IV, nel novembre del 1564, per la morte di prete Bernardo da Cassano, immediato ed ultimo rettore di questa parrocchia. Nello stato del clero della Pieve di Gallarate del 1570 si legge di lui che era di buona vita, che leggeva bene, ma capiva poco[4]). Tra le ordinazioni lasciate si legge:

“Si faccia una sacristia a mano sinistra dell’altare et una cappella grande col suo armario et altre cose

Si exorta la sig. ra Bianca finir la cappella cominciata (infra Bianca Visconti Lampugnani)

Erigiamo ex nunc in questa chiesa la scuola del S.mo Sacramento sotto le regole date in stampa

Si faccia un Pallio di ciambellato bianco, con pianeta et fornimenti del medesimo colore, quando si potrà.

Si faccino quattro tovaglie longhe che cuoprino i doi lati dell’altare secondo la forma delle istruttioni g,nali (generali).

Si compri un aspersorio secondo la forma con un sedellino per l’acqua santa ed una baciletta per la messa.

Si provveda di una continenza longa per portare il S.mo Sacramento agli infermi. Si faccia un baldacchino per portare il Sacramento.

Si provveda doi fodrette per custodire il calice.

 Si facciano quattro fazzoletti per asciugare le mani nella messa.

Si compri un cossino et scabellino per il messale.”

Ordini particolari per il parroco Dell’Acqua: “Fra un anno venga da noi a Milo (Milano) all’esamine”[5]

[1]Lutero, Zwingli, Calvino, Melantone, Ecolampadio sono considerati i padri della riforma protestante. Nella Confederazione elvetica si erano formate due fazioni contrarie: Unione cristiana, protetta dagli austriaci che riuniva i cinque cantoni cattolici e l’alleanza evangelica dei quattro cantoni protestanti: Zurigo, Basilea, Berna, Sciaffusa con gli alleati San Gallo, Bienne, Mulhouse e Strasburgo. I cantoni Glarona; Friburgo, Soletta e Appenzello rimasero neutrali. vedi Piero Bianconi, Simona Canevascini, L’esilio dei protestanti Locarnesi, Locarno 2006, Armando Dadò Editore.

[2]Il riferimento è alla nota precedente sull’origine dei protestanti locarnesi

[3]Il papa cui si deve la carta geografica in oggetto

[4]Archivio Arcivescovile . Sez,X, pieve di Gallarate

[5]Archivio Plebano/Gallarate) f.81-89-119 – La lingua usata nel testo delle ordinazioni non è propriamente letteraria; utilizza un gergo volgare tale da renderlo comprensibile ai destinatari