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30° Anniversario Restauro Campanile di S. Giorgio in Jerago

fonte immagine: youtube.com

Nell’approssimarsi del 30° anniversario della rimessa in funzione del concerto di campane del Campanile di San Giorgio in Jerago, ripubblicheremo nelle prossime settimane alcuni articoli di approfondimento comparsi ad inizio anni ’90 sulle pagine del giornale parrocchiale “Un popolo in Cammino” e poi raccolti in una pubblicazione autonoma in occasione delle celebrazioni dell’ottobre 1991 per il terminato restauro del campanile

Febbraio 1991

Il Campanile della Chiesa di Jerago

di Anselmo Carabelli

Sabato scorso, mentre salivo sull’impalcatura che avvolge il Campanile, il mio sguardo non poteva trattenersi dall’ammirare lo spettacolo delle Alpi, ammantate di neve, che mostravano la loro cerchia di vette non usuali, quali quelle che ritenevo proprie delle Alpi Marittime. Se questo era ciò che vedevo, la mia mente si era focalizzata su un’idea: in quello stesso momento ed in una situazione simile di luce, lo stesso emozionante spettacolo si offriva a chi, mille anni prima, si fosse trovato ad osservare dall’alto di quella torre campanaria.

Ecco dunque evidente che l’entusiasmo par la riscoperta di questa architettura romanica del campanile, fosse qualcosa di più della gioia di un appassionato di architettura di fronte ad una bella struttura. Se per quell’uomo medievale, vincolato dalla lentezza dei mezzi di trasporto e dal pericolo dei viaggi, il salire questa torre poteva dire arrivare con lo sguardo ai confini delle sue attese di scoperta del mondo (le Alpi, il mare), a me, cui basta la semplice pressione sul tasto del telecomando per avere l’altro capo della terra in salotto, quello sguardo dal campanile, dilatava il tempo e stavo riscoprendo le radici della mia gente.

Ho pensato, dunque, anche per invito di Don Angelo, grande appassionato della storia cristiana delle nostre genti, di dare un contributo per una migliore comprensione di quanto è successo e sta succedendo in ordine alla questione del campanile e della vecchia chiesa di S. Giorgio.

Nei primi anni di liceo mi ero interessato, unitamente agli amici Massimo Alberio e Piergiorgio Magistrali, a notazioni storiche su Jerago. Notazioni che vennero pubblicate a puntate prima sul foglio parrocchiale “La Voce del Parroco” e poi su “Jerago – Rassegna di vita cittadina”, foglio del centro giovanile ”Ul Galett”. Su esse, pur nella limitatezza delle nostre vedute (così come ingiustamente ci avrebbe fatto rilevare il Cazzani in “Jerago – la sua storia”), riconoscevamo le origini romaniche di alcuni monumenti locali con ampio foto di particolari architettonici rilevabili sia nella basilica di Arsago Seprio – “S. Vittore” – sia nella chiesa di S. Giacomo della parrocchia di Jerago in località Castello.           

Il romanico, che poi fu ampiamente evidenziato dal restauro di S. Giacomo, sembrava del tutto scomparire nell’imponente corpo della chiesa vecchia di S. Giorgio e del suo campanile. Sembrava, non logica la mancanza di continuità fra S. Giacomo dell’XI sec. circa e S. Giorgio vecchio, le cui notizie più documentate risalgono agli atti della visita di S. Carlo Borromeo nel 1570.

E’ del XVII sec. una descrizione più completa di detto impianto ad opera del curato Giovanni Bonomi, dove si dà notizia di un campanile con due campane cui si accede dalla sinistra dell’altare maggiore. Successivamente, nel sec. XVlll, e sempre documentato, si ha notizia della sopraelevazione del campanile por potervi alloggiare un concerto più completo di campane. Nel sec. XIX si ha notizia del completamento del concerto delle campane con il rifacimento del castello sul quale ruotare le stesse. Fu in tale periodo (1820 circa) che si appose l’aquila asburgica, rivettata sopra la vecchia bandierina dei Visconti, che fungeva da segnavento, alla base della croce.

Il campanile era stato, dunque, interamente intonacato nel corso dei secoli XVlll o XIX e ne ere risultato un complesso unico, di campanile, chiesa e canonica, in uno stile composito tipico degli insediamenti religiosi di quel periodo.

A chi, amante di storia dell’architettura, osservava il campanile, non potevano sfuggire alcuni fregi che segnavano il passaggio da un ordine all’altro sopra le finestrelle monofore. Qualche cedimento dell’intonaco in corrispondenza di alcuni mattoni faceva però intuire un muro di tamponamento incerto.

Se i fregi fossero stati autentici e si fosse ritrovata una costruzione in sassi squadrati, la datazione romanica dal IX al Xll sec. sarebbe stata sicura;

Dati però i rifacimenti dal 1700 tali fregi potevano essere falsi.

L’impossibilità e il pericolo di accedere a quelle quote manteneva incerte le cose e riservate agli amanti e agli specialisti.

Il Cazzani, uomo di archivio, non trovando documenti, escludeva un qualsiasi aggancio architettonico di valore anteriore al 1600 o 1500. Di diverso avviso e, (mi sia concesso),  corrispondente anche alla posizione mia e dei miei amici, l’arch. Moglia, cui si deve uno studio sulle origini romaniche del campanile e la proposta di un intervento.

Separatamente dal discorso di studi, si deve affrontare il discorso operativo, cioè cosa fare della chiesa vecchia, abbandonata dopo la costruzione del nuovo Oratorio-Auditorium e del campanile non più agibile da quando, verso il 1968, le campane furono immobilizzate.

Il Parroco Don Luigi Mauri, con l’unanime consenso della popolazione avrebbe desiderato abbattere la chiesa vecchia, anche per ampliare l’Oratorio, cui mancavano ancora spazi ricreativi, ma se in un primo tempo si opposero considerazioni di carattere economico, la necessità di saldare i debiti dell’Auditorium, successivamente si opposero i veti della Sovraintendenza ai Beni Artistici Culturali.

L’archivio parrocchiale evidenzia le preoccupazioni di Don Luigi, il quale chiede lumi alla Sovraintendenza perché se non si può abbattere, almeno che si possano evitare situazioni di pericolo incombente.

Si provvide pertanto ad eliminare tale situazione di pericolo del catino absidale e degli edifici addossati al campanile esistenti fra lo stesso e l’Oratorio.

Fu comunque evidente a tutti che, non sapendo cosa fare e avendo qualsiasi intervento un costo rilevante, conveniva attendere che il tempo trasformasse il tutto in un rudere. Era comunque un peccato osservare quel campanile con le campane legate. L’arch. Moglia operò, pertanto, con l’ausilio di Luigi Caiola e dei cuoi uomini, un sondaggio che poneva in evidenza le sottofondazioni del campanile e che, cosa importante, il campanile era del tutto svincolato dalla vecchia chiesa, quindi si poteva procedere al ripristino.

Fu quindi commissionato da Don Luigi il nuovo castello delle campane, nel 1983, alla ditta Perego. Nello stesso periodo, però, si evidenziarono anche degli ammaloramenti nel tetto della nuova chiesa di S. Giorgio: altri oneri, quindi, ed imprevedibili nella loro entità, si avanzarono nell’orizzonte economico dello parrocchia.

Le cose operativamente stanno in questi termini, quando nel 1987 lascia lo guida della parrocchia por raggiunti limiti di età e gli succede Don Angolo Cassani.

Egli si trova ad affrontare questi problemi apparentemente essai impegnativi ed urgenti, dotato di una notevole sensibilità artistico- architettonica che gli viene dall’aver seguito i lavori della basilica di S. Lorenzo alle Colonne in Milano o dell’essere stato coinvolto in essi.

Una dello prime pratiche del Consiglio Economico Parrocchiale fu la liquidazione, cioé il pagamento dei lavori per il castello delle campane già allestito e sul quale era stato versato solo un acconto. Era impossibile procedere oltre nel campanile, perché mancavano gli studi ingegneristico statici che permettessero il ripristino architettonico, sul quale si era già impegnato negli studi l’arch. Moglia.

Fu data comunque priorità al ripristino del tetto della nuova chiesa di S. Giorgio ed al recupero di un aspetto decoroso dell’esterno integrandolo a quei volumi già in buono stato di uso, (casa, cappella invernale, grotta di Lourdes), soprassedendo però sul rifacimento della facciata che peraltro era in buone condizioni tecnico-statiche, anche se architettonicamente piuttosto misera.

La piazza della chiesa fu ripristinata, ad opera dell’amministrazione comunale. nell’ambito di una più vasta revisione della viabilità nel centro del paese ed il tutto con un risultato che è oggi piacevole a vedere.

Interessante fu la divisione del debito in parcelle che, chiamate tegole (circe 13.500 del velore simbolico di Lire 20.000 cadauna) furono rapidamente cedute nel volgere di due anni grazie alla generosità dei singoli e di gruppi di lavoro parrocchiale.

I lavori per il campanile furono avviati in gennaio del 1990, affidati all’impresa Coesmi, sotto la direzione ingegneristica dell’Ing. Emilio Aliverti ed architettonica dell’arch. Giorgio Vassalli.

In questa fase, che è tuttora in corso, dopo aver provveduto al consolidamento della base di appoggio con lavori che sono stati documentati anche, con supporti visivi, si sta procedendo al recupero architettonico.

Si aprì qui un lungo discorso sulla datazione ed è con grande gioia che le attese dell’impianto romanico del campanile X e XII sec. si sono rivelate nella loro originalità. Scrostate le pareti, come da un gigantesco bozzolo si è rivelato ciò che si poteva attendere solo nelle più rosee previsioni: una torre assai compatta in blocchi di gneiss granitico ben squadrati fin dal primo ordine, (quello nascosto dalla vecchia sacrestia), i fregi originali in mattone che ne impreziosiscono il disegno, e che ci avevano fatto dubitare di essere posticci e settecenteschi, una netta cesura tra l’impianto romanico e le aggiunte settecentesche della loggia in mattoni.

Mi sia consentito di ringraziare Don Angelo perché, grazie alla sua caparbietà, non sapevamo di avere un gioiello in casa… e lo abbiamo ritrovato.

Recupero della chiesa di San Giorgio Restaurato – Jerago Piazza San Giorgio

(studio di A. Carabelli)

In uno studio di  Carlo Mastorgio si apprende che “ La vecchia chiesa parrocchiale di San Giorgio è documentata solo dal sec. XIV° per l’esattezza dal 1398. Però titolo ed ubicazione, già per sé stessi la retrodatano ad epoca molto più antica. Inserita nel vecchio tessuto urbano, essa è senz’altro la prima cappella della comunità, probabilmente eretta in quella fase della cristianizzazione , allorché i canonici, dal vicino centro plebano e battesimale di Arsago, diffondevano la nuova religione nelle campagne e nei piccoli villaggi circostanti. La dedica a San Giorgio è tipica dell’epoca longobarda  per la nota associazione del “ Santo guerriero” col carattere spiccatamente belligerante di quel popolo barbarico. Tutto ciò porta a pensare che l’edificio ebbe una fase preromanica seguita da una romanica, indi da altre successive, che  per ragioni legate ad aumenti demografici, hanno sostituito, inglobato o parzialmente alterato le strutture primitive. Pur tuttavia tale fase è intuibile, se non altro perché è storicamente accertata la presenza, a Jerago, di nuclei famigliari anteriori al mille, come ad esempio due importanti personaggi : Teudalaberto ed Ato da Allierago, presenti come testimoni nel 976 ad una permuta di terreni nel territorio sepriese. “ 

La fase romanica si è rivelata chiaramente nel campanile e nel parametro murario in opus spicatum-spinapesce, della attuale porta di ingresso a sud-ovest, strutture  che permettono di intuire  la dimensione della originale chiesa medievale, altrimenti rilevabile,  nella descrizione fatta da Leonetto Clivone, nel 1559 quale visatore mandato da Cardinale Carlo Borromeo.  Da questa  si rilevano le misure della chiesa antica in braccia 20x 15 , cui si aggiunge il piccolo presbiterio ed il campanile con due campane. Nel 1570, sempre durante  la visita di San Carlo si apprende che l’altare maggiore è ubicato sub nicia picta veteri constructum (in abside dipinta e di antica costruzione) e pare non fosse consacrato. 

La planimetria allegata, ricostruita secondo indagini di archivio permette di elencare la  successione delle modifiche che hanno interessato l’edificio  prima della attuale ristrutturazione . 

Legenda: Zone perimetrate in nero – periodo medievale- costruzione  romanica

               D – Chiesa romanica (illustrata nelle allegata ricostruzione prospettica)

               H – Campanile romanico e sopralzo barocco 

               G – Battistero – di incerta attribuzione per carenza di studi

               Zone perimetrate a tratteggio– ampliamenti avvenuti tra il 1620 ( abitanti circa 150) ed il 1750

               S – L vano delle cappelle di S Carlo e della B.V. Maria

               E –Sacrestia e locali di servizio

               G – Battistero

               N.B. i vani S-L-E-G sono rilevabili solo nella descrizione del Cardinale Federico anno 1620  

               F– Ossario

                Zona perimetrata a Pallini, primo ampliamento del 1750 (abitanti circa 350) ad opera del capomastro Giovanni Piantanida. Lavori di notevole entità con sopralzo della struttura perimetrata in nero, compreso rifacimento della facciata con portico e rinforzo di alcuni muri preesistenti. Sopraelevazione della cella campanaria con demolizione della originale cella bifora, reimpiego dei capitelli a stampella e costruzione della attuale loggia delle campane, sormontata dalla cuspide in cotto e croce in ferro battuto con vela segnatempo.

               Zona perimetrata in doppia riga chiara ampliamenti del 1881(abitanti circa 550) ad opera dell’ing. Graffonaia e decorazioni del Tagliaferri, consistenti nell’aggiunta dell’avancorpo della Chiesa nella parte ovest e del catino absidale M, si sopralzano i vani E ed F  con costruzione al secondo piano di varie aule una delle quali prenderà il nome di Paradisetto . Si formano i due matronei laterali e il coro che insiste sul portale della chiesa.

La vecchia chiesa di San Giorgio fu parrocchiale di Jerago fino alla celebrazione dell’ultima S. Messa il 16  luglio 1927. 

Tutti gli arredi sacri furono trasferiti nella nuova chiesa di San Giorgio e la vecchia chiesa fu adibita ad usi diversi, fino al completo abbandono per inagibilità ed al degrado quasi completo di parte del tetto e dei vani E ed F sopraelevati nel 1881.

Il restauro  della vecchia chiesa di San Giorgio del quale in data 18-19 settembre 1999 festeggiammo la conclusione dei lavori è stato curato dall’architetto Giorgio Vassalli , committente la Parrocchia di Jerago –Parroco Don Angelo Cassani.

Con tale lavoro la Comunità di Jerago  nella ricerca  delle sue origini cristiane entra nel terzo millennio.

( rif.: Carlo Mastorgio -conferenze e scritti , Cazzani E.- Storia di Jerago,- A Carabelli- ricerche in archivio parrocchiale di Jerago – testo- documentazioni, L. Battistella –planimetrie ,  A. Vanzini- disegni, R Falconieri-F. Carabelli documentazioni fotografiche, C. Carabelli  -supporti informatici)

Ricostruzione della chiesa Romanica di san Giorgio in Jerago  X-XI  sec.

(disegno A. Vanzino, Studi A. Carabelli)

San Carlo Borromeo e la processione del Santo Chiodo

Affresco di Emilio Orsenigo per la chiesa di San Giorgio in Jerago:

Visibile sul lato destro osservando l’altare di San Carlo, eseguito  da Emilio Orsenigo, affreschista di Varese.  Realizzazione aprile–maggio 1940.

(testo e ricerca A. Carabelli)

La spaventosa pestilenza che colpì Milano e la diocesi tra il 1576 ed il 1577, vide il suo cardinale Carlo tra le persone più impegnate nella assistenza spirituale e materiale  alle vittime. Attingendo alle risorse personali rese possibile la distribuzione quotidiana di alimenti a circa settantamila persone. Il clero diocesano, che visitava e confortava  costantemente gli ammalati, rappresentava ormai  l’unica autorità di riferimento, poiché il governatore ed i notabili, all’aggravarsi della pandemia, si erano rifugiati in località ritenute più salubri e sicure. Unitamente agli aiuti materiali egli curò assiduamente l’assistenza spirituale dei fedeli, per i quali indisse numerose e solenni processioni cui associò durissime e personali penitenze, con veglie, digiuni e preghiere offerte al Signore per la cessazione di tanto flagello. In particolare la sua grande devozione alla reliquia si appaleso’ quando una folla di milanesi in vesti dimesse e penitenti si strinse  attorno alla Croce col Chiodo ed al cardinale che la reggeva, accompagnandolo devotamente in un lungo percorso per le vie cittadine. A ridosso di quella grande manifestazione di fede si constatò un miracoloso attenuarsi dell’epidemia e successivamente la sua definitiva scomparsa, dichiarata definitivamente estinta il primo dicembre 1577.

Il santo chiodo si trova ubicato sulla volta del presbiterio del Duomo di Milano, al centro di un rosone ove si nota una lampada rossa che illumina il piccolo tabernacolo con la venerata reliquia della Passione di Gesù:  “il Santo chiodo che trafisse la carne di Cristo in Croce”.

Per volontà di San Carlo una volta all’anno viene prelevato dal rosone ed esposto per tre giorni alla devozione nell’interno del Duomo. La Nivola, macchina leonardesca, azionata ora meccanicamente, ma in precedenza da venti robusti uomini,  porta  l’officiante a 45 metri dal suolo,  per il prelievo della reliquia. Quest’anno la solenne esposizione è avvenuta  tra sabato 10 e lunedi 12 settembre.

Le campane della antica chiesa di San Giorgio In Jerago – Uno dei primi concerti di campane del famoso fonditore varesino Bizzozzero

(Testo e ricerche di Anselmo Carabelli)

I Campana- 

Senza decorazioni floreali, reca circolarmente la scritta: PAX DOMINI SIT SEMPER VOBISCUM ANNO 1820 (La pace del Signore sia sempre con voi) – BIZZOZZERI VARESIENSIS FECERUNT (fatta dai Bizzozero di Varese nell’anno 1820)

II Campana- 

Senza fregi, reca circolarmente la scritta: GLORIA IN EXCELSIS DEO ANNO 1837 (Gloria a Dio nell’alto dei cieli anno 1837)- FELIX BIZZOZZERO VARESIENSIS FECIT (fatta da Felice Bizzozzero varesino)

Reca il bassorilievo di un Evangelista, di un Vescovo, di Cristo risorto e della Madonna in Trono. In basso due cinesini (riconoscibili dal copricapo a pagoda) che portano  sulle spalle un bastone cui é appeso un enorme grappolo d’uva, una donna che insegna ad uno scolaro, un San Giorgio a cavallo, Il Crocifisso

III Campana– Senza decorazioni. Reca circolarmente la scritta: SALVA NOS DOMINE   VIGILANTES  ANNO 1844 (Salvaci o Signore mentre siamo nella tua attesa) FELIX BIZZOZZERO VARISIENSIS FECIT. Reca il bassorilievo di un apostolo, di San Pietro, di Maria con Il Bambino, di San Giovanni.

IV Campana– Decorata con fregi e grappoli d’uva. Reca circolarmente la scritta – A FULGORE ET TEMPESTA LIBERA NOS DOMINE ANNO 1834 (dal fulmine e dalla tempesta preservaci o Signore) FELIX BIZZOZZERO VARISIENSIS FECIT

Reca il bassorilievo della Madonna del Carmine, di Sant’Agostino, di un vescovo che sta inserendo in un sacco alcuni frutti, di Sant’Antonio da Padova. In basso una Crocifissione (Cristo in Croce tra la Madonna e San Giovanni).

V Campana– Decorata con fregi e festoni floreali. Reca circolarmente la seguente scritta: CONVOCO-SIGNO-NOTO-DEBELLO ARMA-DIES HORAS NUBILIA LAETA ROGO ANNO 1866 (convoco, segnalo, do notizia-respingo il nemico e le sue armi-Invito a pregare per i giorni e le ore serene, la pioggia e le nubi). BIZZOZZERO FELICE FECE

Reca il bassorilievo della Madonna che sciaccia la testa del serpente, di un angelo che protegge alcuni bambini, di San Giacomo. In basso la Crocifissione, un San Giorgio, la Trinità. Si nota una abrasione come se si fosse cancellato un motto od una parola.

La descrizione delle campane corrisponde a quanto visibile ancora sugli attuali bronzi e da me rilevato durante il lungo periodo che le vide inattive e posate a terra per  instabilità del campanile,  dal 1 marzo 1970 al 6 ottobre 1991. Solo  la ristrutturazione del campanile della antica Chiesa di San Giorgio consentì di apprezzarne nuovamente il  suono. Oggi le campane sono mosse a motore, ma fino al 1970 per suonare bene le campane e fare una bella campanata necessitavano 5 persone disposte alle corde delle campane. Le corde, dalla sommità del campanile scendevano nella cella alla base, cui si accedeva dalla sacrestia vecchia con una scala di sei gradini. Il locale era angusto e quattro persone vi stavano appena. La 1^ campana, campanella aveva la sua corda subito a sinistra della scaletta, la 2^ subito a destra, la 3^ di fronte alla seconda, la 4^ di fronte alla 1^. Cosicché la 5^ o campanone, cadeva al centro della scala fra la 1^ e la 2^ . Chi teneva il Campanone rimaneva sulla scaletta e comandava la partenza delle varie campane, questi fu per molti anni l’espertissimo sig. Giovanni Riganti. Iniziando il concerto, le campane venivano messe in piedi, a bicchiere, leggermente inclinate, perché fossero pronte a partire muntà i campann si diceva. Si iniziava con una drizza cioè si rilasciavano a scalare al comando di: prima, segunda, terza, quarta e campanon. Poi i quatar: segunda, terza, quarta e campanon.  I tri: terza, quarta e campanon. Così si variava il suono e si ricominciava con na riversa che partiva dal campanon, quarta, terza, segunda, prima. Tra le varie possibilità di suono, il campanat dava alcuni preavvisi: Sulbià, Albizà, Cavaria, ci si preparasse dunque ai virtuosismi propri dei paesi indicati. Con Albizà si richiedeva che nella sequenza, terza e campanone suonassero all’unisono a buciada. Elenco dei Sacrestani: Alabardi Alessandro – Molla – Balzarini Valentino – Riganti Celeste – Cardani Carlo – Alabardi Angelo – Pigni Romano ed Attilio.

Comunque da questa ricerca mi rimaneva ancora un interrogativo generato dalla discordanza fra i dati di archivio che datano la consegna del completo concerto delle campane  al  26 luglio del 1820 in Varese e la data impressa ancor oggi sulle singole campane. Quel giorno, sono ormai due secoli , otto jeraghesi , rappresentanti del Parroco Giovanni Castagnola, i sigg: Franco e Pasquale Molla, Giorgio Caruggi, Giacomo e Giovanni senior  e Giovanni  junior Bardellini, Francesco Cardani e Francesco Antonio Puricelli,  si erano recati nella fonderia Varesina di Giuseppe Bizzozzero  per ritirare il concerto di cinque campane. Firmarono una liberatoria accollandosi il rischio e il pericolo del trasporto fino a Jerago, garantendo inoltre ed in solido col parroco  Castagnola il pagamento del debito residuo, previa autorizzazione per iscritto al Bizzozzero della confisca  delle due campane più grosse, se il debito non fosse stato estinto nei 4 anni a seguire. Ora se le carte erano state redatte così bene, perché in archivio si ha notizia della sola rifusione della campana N 5, rottasi nel 1865 per ammaloramento del castello e rifusa con esborso di denaro della parrocchia, anzi del parroco Maroni, ad opera dello stessa  officina Bizzozzero.  Le altre, ad eccezione della 1 campana ancora originale del 1820, portano altri anni, e quindi sono evidentemente state rifuse: 1837 rifusione della 2^, 1844 rifusione della 3^, 1834 rifusione della 4^;  rifusioni  senza  documento alcuno.

Siamo in presenza della amministrazione imperiale austriaca e tutti gli interventi sulle  fabbriche ecclesiastiche, presentati dalle fabbricerie sono soggetti a vigilanza del governo imperiale austriaco. Pertanto si obbliga al soggetto richiedente il controllo allo stesso iter usato per le opere pubbliche. La precisione, la leggibilità e la chiarezza di quegli atti, consultabili nel nostro archivio  sono una ulteriore testimonianza del  rigore di quelle amministrazioni.   In tale periodo, vigono per le fabbricerie  le stesse norme di garanzia previste per le forniture pubbliche, strade, appalti. Si  garantisce il fornitore sulla copertura e sulla certezza del suo credito, ma lo si obbliga ad un prezzo che preveda il ripristino a nuovo delle cose fornite per un tempo illimitato, qualora gli ammaloramenti fossero da addebitare a difetto di fornitura.  Chiaramente le campane sono garantite da rotture, ed è prevista la rifusione non onerosa a tutela del committente. Non dimentichiamo poi che il concerto di Jerago rappresenta forse uno dei primi concerti del fonditore Bizzozero, il quale stava introducendo proprio in quegli anni una nuova forma della campana, che consentiva, a parità di peso, un suono più potente e brillante. Quindi poichè il nostro concerto addirittura precede quello del  campanile del Bernascone a Varese S. Vittore è pensabile che proprio qui il fonditore abbia fatto i suoi esperimenti  per nuove forme e sonorità e di buon grado e a sue spese il Bizzozzero abbia rifuso le tre campane che si erano deteriorate.

Diverso il discorso per il campanone. I fatti risalgono al 1866, siamo ormai nel regno sabaudo. E’ sparito il latino dall’iscrizione e appare l’italiano del BIZZOZZERO FELICE FECE e forse sono venute meno anche le famose garanzie illimitate, anche se da un documento si rileva che fu il castello ad ammalorarsi  facendo battere la campana contro la cella. La campana fu rifusa a spese del parroco don Maroni e nella lega di bronzo per impreziosirne il suono i vecchi narrano che le nostre bisnonne regalarono, perchè vi fossero fusi i cuazz d’argent, cioè quegli spilloni che ingentilivano le capigliature delle donne lombarde, si pensi alla Lucia del Manzoni. La voce  di questo campanone poi,  i vecchi narravano che con vento favorevole si potesse sentire fino ai cinc strä da Busti oggi cinque ponti di Busto.