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30 settembre 1934: il quadro di San Giovanni Bosco opera del pittore Ambrogio Riganti viene offerto alla chiesa di san Giorgio

note e ricerche di archivio di A. Carabelli

san rocco pellegrino a. riganti

I festeggiamenti per la canonizzazione di Giovanni Bosco, furono  caratterizzati dalla  grande partecipazione dei parrocchiani alla processione che si snodò dall’Asilo alla Chiesa il giorno 30 settembre 1934 per le vie del paese. Gli jeraghesi che dal 1903 ebbero la fortuna di avere in parrocchia le suore di Don Bosco, vollero così manifestare la loro gioia e il ringraziamento al novello grande santo ed alle nostre salesiane.  La processione aperta dal mossiere sig. Emilio Riganti FRA, messo comunale, viene così descritta nel libro delle cronache: “Il sacro corteo presentava un aspetto fantasmagorico assai suggestivo. Alle varie confraternite e associazioni erano inframmezzate una quarantina di ragazze biancovestite recanti gli stemmi di tutte  le nazioni in cui sono ramificate le opere salesiane… Ma l’attenzione di tutti era fissata sul carro trionfale con la reliquia del Santo che recava l’artistico quadro su cui l’abile pennello del nostro bravo pittore Ambrogio Riganti  ha espresso la cara e paterna immagine dell’apostolo della gioventù.”

Il quadro del Santo è visibile sopra la porta di ingresso alla sacrestia, nella navata destra.  In posizione simmetrica, nella navata sinistra, si apprezza  il quadro di Santa Maria Domenica Mazzarello fondatrice delle Suore di Maria Ausiliatrice, opera realizzata ed offerta dallo stesso pittore nel 1951 in occasione della canonizzazione.  Facciamo così conoscenza di questo pittore jeraghese cui si devono anche i disegni  per i candelabri e le lampade in ferro battuti della Chiesa, realizzate dai fabbri Aliverti, nonchè il disegno per il  mosaico del  San Rocco Pellegrino sulla facciata della omonima chiesa  e il disegno  per il  mosaico  del  mane nobiscum Domine della tomba di famiglia al cimitero di Jerago, realizzati dalla mosaici d’arte S. Sgorlon di Milano.

In molte famiglie di jeraghesi è facile trovare, Madonne, figure femminili, ritratti, xilografie, acqueforti, nature morte del nostro autore. Passando per piazzetta San Rocco un attento ed esperto osservatore  così descriveva  la sua emozione:  “il bel San Rocco, con amorevole angelo al fianco, come vuole la tradizione, appoggiato al suo bordone di pellegrino, traduce tanto del suo autore. Consapevole del dolore, ma anche della profonda bellezza della vita, va per il suo lungo cammino e la forza divina racchiusa nella potente ala dell’angelo, visibile a lui solo, s’è vestita del verde dei prati, della natura intorno, tutt’ uno con lui, lo conforta e lo sorregge per una strada senza deviazioni, teso ad una meta, augurio e benedizione per i vivi e per i morti che gli passano accanto”. Scorrendo la sua biografia si apprezza come avesse frequentato, diplomandosi l’Accademia di Brera , dove si era distinto fra i primi del suo corso, meritando borse di studio e premi, che gli aprirono la  partecipazione  a varie collettive con riconoscimenti e medaglie d’oro e poi a personali di successo. Il carattere schivo ed il  temperamento solitario gli  resero piacevole e naturale il buen retiro di Jerago nel suo studio e nella casa che vi  costruì  a ridosso,  condivisa con l’amata moglie e ispiratrice Teresella Zolfi.  Era un eccellente ritrattista, sue opere si trovano nei ritratti dei benefattori dell’ospedale di Busto. Si ricorda  come per ogni  volto delle sue figure, le molte Madonne , o soggetti femminili di fantasia si ispirasse ai tratti della moglie che ne diventava modella. Quando si trattò di affrescare la chiesa di San Giorgio fu attivo e discreto consulente del pittore affreschista  Emilio Orsenigo di cui era amico e collega.

Il suo mondo pittorico spaziava tra Jerago e Viterbo che raggiungeva volentieri quale omaggio alla terra di origine della moglie. Amore per la Tuscia rimane ancora notevole traccia nei suo quadri.  Gli studiosi di storia locale gli debbono la memoria di antiche attribuzioni epigrafiche latine a Jerago relative ad un tempio o ad un ara romana, reperti che lui riteneva fossero celati nella stessa muratura del castello o dell’adiacente chiesa di San Giacomo.