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4 novembre – Giorno dell’Unità Nazionale e Giornata delle Forze Armate – il Monumento ai caduti di Jerago

Nei pressi della cappella Bianchi e della chiesa di San Rocco, è sito a Jerago, il monumento commemorativo dei caduti e dei dispersi delle due guerre mondiali: la Prima Guerra Mondiale dal 1915 al 1918 e la Seconda Guerra Mondiale dal 1940 al 1945.

Tale monumento è stato costruito a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, sotto la spinta della memoria, sempre viva, di coloro che persero la loro vita per servire la Patria durante i due conflitti mondiali.

Riportiamo qui sotto una pagina estratta da Jerago – Rassegna di vita cittadina (numero del 1967), pubblicazione a cura del Centro Giovanile Ul Galett, articolo in cui si parla della prossima realizzazione di questo monumento commemorativo.

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Luoghi caratteristici di Jerago: la chiesa di San Rocco

Riportiamo alcune foto recenti della Chiesa di San Rocco

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L’altare
la Madonna del Carmine
Madonna con Bambino dormiente – d’apres Giovan Battista Salvi detto il Sassoferrato

Chiesa di San Rocco: nuovo quadro di Maria con Bambino Dormiente

San Carlo Borromeo
Mobiletto che quando aperto rivela il Registro presenze confratelli S.S. Sacramento

In morte di Luigi Turri, membro del comitato di San Rocco

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(testo letto da Domenico Lo Fiego alla fine della messa esequiale 8/8/2017)

Caro Gigi, nelle occasioni in cui  si parlava dei tempi trascorsi, ricordavi sempre, come i nostri vecchi al lavoro nei campi, quando  suonava l’ Ave Maria di mezzogiorno, si scoprivano il capo e chinandolo si rivolgevano al crocifisso del Campanile recitando una preghiera.

Ecco anche oggi, al passaggio del tuo corteo funebre dall’amata chiesa di San Rocco, uno del gruppo suonerà per te quella campana del piccolo campanile, che sempre saluta chi di noi, al compimento della vita terrena, raggiunge il Campo Santo.  Rintocchi di preghiera al Signore in tuo suffragio e ringraziamento per tutte le preziose energie versate nelle iniziative che, sempre in sintonia coi Parroci di san Giorgio, tengono viva la nostra chiesa di San Rocco.

Ti ricorderemo, sempre presente alla messa del lunedì, come hai fatto con estrema sofferenza anche in questi ultimi tempi, assiduo ai rosari, al triduo per la festa del Santo. Grazie per il tuo prezioso contributo nell’opera di manutenzione ed  alla convivialità che ha sempre fatto seguito alle feste religiose.

La tua testimonianza sarà per noi prezioso insegnamento.

In occasione del primo lustro della scomparsa del nostro caro amico Gigi, vorremmo proporre alla amministrazione comunale del comune di Jerago con Orago di dedicare il parco fronte Piazza Mercato alla memoria di Gigi Turri, parco che deve a lui la piantumazione del grande abete che si trova all’entrata, da lui regalato al Comune di Jerago Con Orago negli anni in cui fu presidente della locale Pro Loco.

In ricordo di Rina Cardani

foto di Francesco Carabelli

Rina – San Rocco: per anni è stato vissuto un sodalizio indiscusso

Negli anni della buona salute e del tempo disponibile, Rina ha dato le sue energie, la sua attenzione, le sue premure perché la chiesetta di San Rocco fosse custodita con ordine ed ogni oggetto fosse conservato con cura. L’arredo dell’altare e i paramenti del celebrante dovevano dimostrare la sacralità dell’ambiente; gli addobbi e i ricami dovevano esprimere la fede dei presenti e l’amore con cui lei, Rina tutto preparava per la Gloria di Dio.

Grazie per quanto hai fatto per la nostra comunità.

Don Franco Rustighini

Testo pubblicato nel numero di febbraio 2007  di Un popolo in cammino in ricordo del primo anno dalla scomparsa di Rina Cardani avvenuta nel gennaio 2006

Le Feste dei Santi e dei Morti nella tradizione paesana jeraghese anteriore alla 2° Guerra Mondiale

1 Novembre – Ognissanti

Nel pomeriggio Vesperi solenni e processione al Camposanto per l’assoluzione alla  Tomba di  tutti i cari defunti. In chiesa dopo i Vespri dei Santi, si toglievano dall’altare i busti dei Vescovi e le Reliquie e il Paliotto bianco dell’Altare veniva sostituito con quello nero. Il Celebrante smetteva il Piviale bianco e indossava quello nero, dando inizio alla liturgia dei defunti. Terminato il Vespero, la predica dei Defunti[1]. Terminata la predica ci si avviava in processione con una prima sosta all’asilo per l’omaggio alla lapide dei caduti in guerra [2]e poi al Cimitero. Indi si tornava ancora in chiesa per la. S Benedizione Eucaristica.

Al ritorno era tradizione offrire le caldarroste. Così facevano le osterie per i loro avventori dopo la processione al Camposanto.

La Cooperativa di Consumo offriva ai soci il vino novello per l’assaggio.

Prima della 2^ guerra , alla sera, i ragazzi dell’oratorio maschile accompagnati dall’assistente, il concittadino Don Francesco Delpini, e dal Parroco, Don Massimo Cervini, si recavano al Camposanto recitando il rosario. Di ritorno la sorella del Parroco, signorina Pia, faceva trovare pronte nella saletta della vecchia sacrestia le castagne mondelle, cotte sulla stufa della attigua casa parrocchiale.

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2 novembre – festa dei Morti

Ore 6.00 Recita delle tre messe rituali – consecutive nella chiesa di San Rocco, tradizione iniziata da quando il Cimitero fu trasferito a San Rocco, nel sito dove oggi è il monumento ai Caduti e del quale  ancora rimane la nobile Cappella Funeraria della Famiglia Bianchi.

  

Ottava dei Morti. Verso le ore 18  per tutte le sere fino alla domenica successiva ai Santi, in processione, si recita il santo rosario percorrendo la via che dalla Chiesa porta al Cimitero. La via alberata che conduce al camposanto, ad ogni albero di tiglio, era segnata da un cippo recante il nome di un concittadino caduto in guerra ed un fiore fresco, perchè sono i giorni dell’anniversario della vittoria. Il raccoglimento è grande, le famiglie intere vanno a trovare i loro morti e ad accendere un lumino sulle tombe. Dopo la Benedizione impartita dal Parroco si torna a casa, e ci si affretta a ravvivare il fuoco della stufa economica, perché il freddo dell’inverno, ormai alle porte comincia a farsi sentire. Il proverbio recita : pai Sant paltò e guantper i Santi cappotto e guanti . Sulla stufa si preparano le mondelle.

4 novembre- festa di San Carlo Borromeo

Giorno festivo civile e religioso, si festeggiava  il Compatrono della Diocesi di Milano e si festeggiava l’anniversario della Vittoria nella 1^ guerra Mondiale. Oggi, purtroppo, la  festa della Vittoria è  stata spostata alla domenica successiva e quindi san Carlo rimane festa liturgica, cui non corrisponde una giornata festiva infrasettimanale.

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Castégn fai arost pai mort- Castagne arrosto del giorno dei morti

 

La prima operazione sulla castagna da arrostire al fuoco è la crénadüra – taglio. E’ necessario praticare un taglio nella zona mediana della parte piatta, per consentire al vapore, che emanerà dalla polpa che cuoce, di fuoriuscire senza far scoppiare il frutto. In dialetto la castégna la và crenò [3] la castagna va tagliata. Si preparava brace ardente nel camino ed alla catena pendente al centro si agganciava la tipica padèla di castegn, forata sul fondo e col bordo alto una decina di centimetri. Vi si buttavano le castagne, si scuoteva la padella con un sapiente movimento del manico perché le castagne si rigirassero e non presentassero la stessa parte alla brace per troppo tempo. Si teneva viva la brace senza suscitarne la fiamma che avrebbe carbonizzato le castagne. Dopo alcuni minuti s‘assaggiavano, per non toglierle crude dal fuoco. A cottura ultimata, si mettevano in un mantin – involto di tela, perché rimanessero calde e croccanti.

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fonte immagine: cookist.it

Note . Le castagne arrosto erano tradizionali per il giorno dei Santi e per i Morti. Anticamente le osterie al primo segno dei Vesperi di Ognissanti tiravan giò la clèr abbassavano la serranda, perché tutti partecipassero alla Funzione in Chiesa ed alla processione al Camposanto. Poi, dopo che la Processione si fosse sciolta, al ritorno dal Cimitero, gli avventori tornavano nelle osterie per assaggiare le castagne arrosto distribuite a gratis dagli osti . In cooperativa si offriva il vino novello.


Brani tratti da A. Carabelli – E. Riganti, “Le ricette della Nonna” , Collana Galerate, Tipografia Moderna-Gallarate, 2000

 

 

[1] I vecchi, per molto tempo, raccontarono della profonda emozione suscitata tra coloro che furono  presenti all’omelia pei Defunti pronuciata dal concittadino Padre Umberto Cardani, pochi giorni prima della sua partenza per la Missione in  Sudan .

[2] solo più tardi , nel 1969, fu costruito il monumento dietro l’abside di San Rocco per il grande impegno dei soci dalla sezione Combattenti e Reduci , quando era presidente il Sig. Lorenzo Chinetti e segretario il Sig. Giovanni Balzarini.

[3] Crèna– voce dal tardo latino che vuol dire “ tacca” o taglio, ripresa poi dal francese arcaico Cran. Secondo questa interpretazione Crenna nel senso di paese sarebbe sorta presso il taglio del monte diviso.

Storia della Chiesa di San Rocco

La chiesa di San Rocco e’ da considerarsi, in origine, come piccolo oratorio campestre, costruito dalla Parrocchia di San Giorgio negli anni che vanno dal 1570 (visita di S.Carlo) al 1630 anno della benedizione e della prima S. Messa.  La dedicazione a S.Rocco é chiaramente motivata dal desiderio del “popolo jeraghese” di ringraziare il santo patrono degli infermi e degli appestati “per essere egli stato preservato dal contagio del 1630” (il riferimento e’ del Parroco G. Bonomi 1636-1675; la peste e’ quella ricordata dal Manzoni nei Promessi Sposi).

(fonte immagine: beweb.chiesacattolica.it)

Sorta quindi come Cappelletta isolata ”in mezzo ai campi”, diventata nel 1750 “la Chiesetta del Rione di San Rocco” quando viene dotata del nuovo altare “in mattoni” posto sotto l’abside semicircolare.

La “pala” dell’altare, in “legno di fattura settecentesca”, incornicia un quadro di “S.Rocco Pellegrino”, raffigurato nella classica iconografia “con cane ed angelo”, di modesta fattura, proveniente dalla chiesa vecchia di “San Giorgio”, da dove appunto in quegli anni era stato eliminato l’altare del Santo, in corrispondenza con la costruzione della nuova chiesetta a lui dedicata.

Di grande interesse, sempre sulla pala dell’altare, un quadro  con Madonna e Bambino del Sassoferrato (Giovanbattista Salvi, detto il S. 1609- 1685 ) quadro molto simile a “Madonna con Bambino ed Angeli” esposto in Brera. Attualmente la pala dell’altare e’ stata spostata sulla destra entrando e il quadro del Sasso ferrato é solo in copia, poiché l’originale viene custodito  altrove per la sua preziosità. Nel 1816 viene dotata di una bel lissima via Crucis opera dell’incisore Mochetti, dal 1742 viene  usata dalla Confraternita del Carmine per le proprie riunioni, delle quali rimane testimonianza nel bellissimo “Tableu delle presenze”, in legno intarsiato, che racchiude un originale istogramma con segnalini in legno  (lato sinistro dell’altare).  Sulle pareti a sinistra il “Quadro di San Carlo”, di ignoto, raffigurante il santo in atto benedicente. Nella nicchia del lato sinistro si ammira la statua della Madonna del Carmine, tanto cara ai vecchi jeraghesi di fattura seicentesca proveniente dalla chiesa vecchia di San Giorgio (attualmente in restauro) di seguito un seicentesco quadro di San Antonio recentemente restaurato.

Sulla parete di destra, la pala dell’altare settecentesco, qui relegata dopo la ristrutturazione del 1980 (arch. Moglia), sopradescritta e di seguito verso il portone di ingresso il quadro detto della Madonna della Noce, dalla viva espressione materna della Madonna, la cui aureola non marcata sfuma circolarmente sino a sparire, opera di ignoto 1700.  La chiesa é stata recentemente ristrutturata con il rifacimento del pavimento la posa di un altare postconciliare, la revisione del soffitto a cassettoni.

L’aspetto modesto della facciata, semplicemente intonacata a calce, è comunque impreziosito dalla elegante scalinata e dal mosaico del concittadino pittore Ambrogio Riganti, rappresentante un San Rocco pellegrino che va devoto per la sua strada di carità e amore, consapevole del dolore, ma anche della profonda bellezza della vita rappresentata dalla bellezza dei prati intorno. L’amorevolezza dell’angelo richiama nella inclinazione del viso la Madonna della fuga in Egitto  (Varese Sacro Monte la Via delle Cappelle). Un elegante piccolo campanile ad una sola €campana, conferisce un semplice ritmo a tutto il volume archi tettonico.

Scorci Paesani

Ricordando il compianto Sig. Osvaldo Tonelli, ne pubblichiamo una poesia apparsa negli anni ’60/’70 su Jerago: Rassegna di vita cittadina, pubblicazione del Centro culturale Ul Galet.

In una piazza piccina piccina      

c’e una Chiesetta tanto carina     

il campanile, una sola campana     

ed al suo fianco una cara fontana  

proprio di questa vi voglio parlare 

con pochi versi la storia narrare   

non e’ recente eppur é nostrana:    

povera e cara, vecchia fontana       

Quando bambino la mamma cercavo     

e in nessun posto ahimè la trovavo 

venivo da te che non eri lontana    

povera e cara vecchia fontana       

Lì la vedevo intenta a lavare      

con altre donne ciarliere a parlare 

Eri un salotto di vita mondana      

povera e cara, vecchia fontana.     

Vicino al cancello mi soffermavo    

e delle comari il discorso ascoltavo

sedevo e giocavo sull’erba ortolana 

povera e cara vecchia fontana       

                    

Poi venne la guerra, tutto sconvolse

e la bontà nei cuori travolse

più non ti giunse l’acqua paesana:

povera e cara vecchia fontana

Finita la guerra rinnovatrice

ti preferiron la lavatrice

Così sei rimasta inutile..arcana:

povera e cara vecchia fontana

Ora un museo di cose un po’ strane

spazzaneve, bisce, topi e rane

e lì marcisci tra l’erba malsana:

povera e cara vecchia fontana

Zitta riposi tra lezzo e marciume

sempre in attesa che questo Comune

suoni per te, un dì la campana:

Povera e cara vecchia fontana

Presenta anche tu un bel ricorso,

(che’ qualcuno ti venga in soccorso)

Via Indipendenza, Giunta Nostrana.

povera e cara vecchia fontana

Ricorda però a carta bollata

che’ la domanda non sia cestinata.

Chissà che un giorno passando di lì 

io ti ritrovi come ai bei dì,

Allora insieme andremo in Chiesetta

zitti e devoti a suonar la campana

ringrazieremo la Giunta Paesana;

povera e cara, vecchia fontana. 

                                         Osvaldo Tonelli

La chiesa indicata e’ la chiesa di San Rocco e forse, anche in seguito a questa poesia, la fontana fu ristrutturata in un deposito di attrezzi del comune

A vèla – La bandierina segnatempo del campanile

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Gli anziani che parlavano il dialetto spétasciò, per intendersi quello bello grosso e autentico diverso dall’odierna forzata traduzione dall’italiano, chiamavano Vèla la bandierina segnatempo del campanile. Alla base della croce col suo roteare ci avvisa ancora del clima, più precisa della meteo della Svizzera italiana o di un altimetro in montagna.  In estate la bandierina che guarda a sud-est spinta dal vento di Santa Caterina del lago maggiore, è foriera di grandine e tempesta. Quando il cielo si faceva nero e cupo, era allora che il sacrestano, normalmente un Riganti della Piazza, correva aiutato dai famigliari a suonare il rum, cioè le campane a distesa, che innalzassero col loro suono il motto fuso nella IV campana a fulgore et tempesta libera nos Domine –dalla folgore e dalla tempesta liberaci o Signore. L’esperienza insegnava che il forte suono delle campane riusciva a neutralizzare le nubi gravide di grandine.  Il parroco si affrettava sota ul portig portico esterno della chiesa antica per la benedizione e per domandare al Signore la calma degli elementi. Nei tempi passati, si viveva di agricoltura e la grandine sarebbe stata un autentico disastro. Non ci si meravigli, ma prima dell’ultimo ampliamento della chiesa vecchia, circa 1880, essa era dotata di portico o Pronao come si dice oggi e doveva essere molto bello a memoria dei vecchi, col suo sagrato nobilitato da beole, che tolte sono servite per lo zoccolo della facciata ottocentesca. Dismessa la Chiesa al culto, i gradini di accesso al portone sono stati asportati per facilitare la viabilità della via Colombo e riutilizzati nella scalinata in pietra di San Rocco. Prima di quell’ultimo allungamento, la nostra antica chiesa nella sua parte anteriore assomigliava un poco a quella di Sant‘Alessandro di Albizzate, e da quella loggetta la prima domenica di maggio il nostro parroco, già in veste liturgica per la prima messa del giorno, accoglieva benedicente i pellegrini di San Maurizio di Solbiate  che in processione  si recavano al Santuario di Santa Maria in Buzzano per sciogliere il loro antico voto alla Madonna che li aveva salvati da una funesta moria di bimbi. Vedere solbiatesi incedere lentamente, pellegrini per le vie del paese tra San Giorgio, la cappellina della Madonnina di Via Bianchi, la chiesa di San Giacomo presso il Castello, ci autorizzò a soprannominarli benevolmente Lumaguni da Sulbià – lumaconi.  Tornando alla Véla, un osservatore attento, può apprezzare come essa sia traforata col simbolo del biscione visconteo, ma sopra vi sia rivettata una lamina in ferro pure traforata da un’aquila absurgica. Questo conferma i dati di Archivio, dove si può rilevare che Il primo ampliamento della chiesa, quella descritta da San Carlo e dal cardinale Federico, avvenne in forma massiccia ad opera del capomastro Piantanida dal 1750, rendendo necessaria la sopraelevazione del Campanile (parte tinta in giallo), che altrimenti sarebbe scomparso, soffocato nei nuovi volumi. Amministrativamente ci riferiamo  all’epoca del severo governo della Lombardia Austriaca di Maria Teresa e possiamo ben dedurre che il pubblico decreto di attuazione, l’attuale licenza edilizia, avesse richiesta la sovrapposizione dell’aquila absburgica all’ormai obsoleto biscione visconteo.   Fortunatamente il restauro della Croce cuspidale fatta ad opera del sig. Giovanni  Franchina, che in originale è ora  custodita nella casa parrocchiale, ha ben rispettato questa peculiarità, rivettando ancora sulla bandierina  la  targhetta con l’aquila. Ma non posso ignorare il caro Gigi Turri, cui si deve la messa in opera del meccanismo che consente alla bandiera di prendere il vento e di muoversi liberamente, pur in presenza dell’ostacolo dell’asta del parafulmine. Lo vedo ancora, quando si stava togliendo il ponte che fasciava il campanile a restauro ormai finito, appoggiare quasi funanbolicamente la scaletta alla cuspide, per assicurarsi, da bravo meccanico quale era, che quel lavoro fosse fatto bene. Mi diceva: Te vedat Anselmo, la vèla la ga da girà anmò par tanti secul – vedi Anselmo, questa bandierina deve muoversi ancora per tanti secoli, come a dire che ciò che si fa per la chiesa deve essere fatto molto bene, perchè sarà giudicato col metro dei secoli. Lo sguardo su quella bandierina e sulla Croce che la sovrasta aveva dilatato la nostra attenzione verso chi ci aveva preceduto e verso coloro che sarebbero venuti dopo di noi, in armonia con gli insegnamenti della comune fede cristiana.

 

 

                                                    

30 settembre 1934: il quadro di San Giovanni Bosco opera del pittore Ambrogio Riganti viene offerto alla chiesa di san Giorgio

note e ricerche di archivio di A. Carabelli

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I festeggiamenti per la canonizzazione di Giovanni Bosco, furono  caratterizzati dalla  grande partecipazione dei parrocchiani alla processione che si snodò dall’Asilo alla Chiesa il giorno 30 settembre 1934 per le vie del paese. Gli jeraghesi che dal 1903 ebbero la fortuna di avere in parrocchia le suore di Don Bosco, vollero così manifestare la loro gioia e il ringraziamento al novello grande santo ed alle nostre salesiane.  La processione aperta dal mossiere sig. Emilio Riganti FRA, messo comunale, viene così descritta nel libro delle cronache: “Il sacro corteo presentava un aspetto fantasmagorico assai suggestivo. Alle varie confraternite e associazioni erano inframmezzate una quarantina di ragazze biancovestite recanti gli stemmi di tutte  le nazioni in cui sono ramificate le opere salesiane… Ma l’attenzione di tutti era fissata sul carro trionfale con la reliquia del Santo che recava l’artistico quadro su cui l’abile pennello del nostro bravo pittore Ambrogio Riganti  ha espresso la cara e paterna immagine dell’apostolo della gioventù.”

Il quadro del Santo è visibile sopra la porta di ingresso alla sacrestia, nella navata destra.  In posizione simmetrica, nella navata sinistra, si apprezza  il quadro di Santa Maria Domenica Mazzarello fondatrice delle Suore di Maria Ausiliatrice, opera realizzata ed offerta dallo stesso pittore nel 1951 in occasione della canonizzazione.  Facciamo così conoscenza di questo pittore jeraghese cui si devono anche i disegni  per i candelabri e le lampade in ferro battuti della Chiesa, realizzate dai fabbri Aliverti, nonchè il disegno per il  mosaico del  San Rocco Pellegrino sulla facciata della omonima chiesa  e il disegno  per il  mosaico  del  mane nobiscum Domine della tomba di famiglia al cimitero di Jerago, realizzati dalla mosaici d’arte S. Sgorlon di Milano.

In molte famiglie di jeraghesi è facile trovare, Madonne, figure femminili, ritratti, xilografie, acqueforti, nature morte del nostro autore. Passando per piazzetta San Rocco un attento ed esperto osservatore  così descriveva  la sua emozione:  “il bel San Rocco, con amorevole angelo al fianco, come vuole la tradizione, appoggiato al suo bordone di pellegrino, traduce tanto del suo autore. Consapevole del dolore, ma anche della profonda bellezza della vita, va per il suo lungo cammino e la forza divina racchiusa nella potente ala dell’angelo, visibile a lui solo, s’è vestita del verde dei prati, della natura intorno, tutt’ uno con lui, lo conforta e lo sorregge per una strada senza deviazioni, teso ad una meta, augurio e benedizione per i vivi e per i morti che gli passano accanto”. Scorrendo la sua biografia si apprezza come avesse frequentato, diplomandosi l’Accademia di Brera , dove si era distinto fra i primi del suo corso, meritando borse di studio e premi, che gli aprirono la  partecipazione  a varie collettive con riconoscimenti e medaglie d’oro e poi a personali di successo. Il carattere schivo ed il  temperamento solitario gli  resero piacevole e naturale il buen retiro di Jerago nel suo studio e nella casa che vi  costruì  a ridosso,  condivisa con l’amata moglie e ispiratrice Teresella Zolfi.  Era un eccellente ritrattista, sue opere si trovano nei ritratti dei benefattori dell’ospedale di Busto. Si ricorda  come per ogni  volto delle sue figure, le molte Madonne , o soggetti femminili di fantasia si ispirasse ai tratti della moglie che ne diventava modella. Quando si trattò di affrescare la chiesa di San Giorgio fu attivo e discreto consulente del pittore affreschista  Emilio Orsenigo di cui era amico e collega.

Il suo mondo pittorico spaziava tra Jerago e Viterbo che raggiungeva volentieri quale omaggio alla terra di origine della moglie. Amore per la Tuscia rimane ancora notevole traccia nei suo quadri.  Gli studiosi di storia locale gli debbono la memoria di antiche attribuzioni epigrafiche latine a Jerago relative ad un tempio o ad un ara romana, reperti che lui riteneva fossero celati nella stessa muratura del castello o dell’adiacente chiesa di San Giacomo.                          

La chiesa di S. Rocco- il Cardinal Schuster – la Madonna con Bambino dormiente attribuita a Giovan Battista Salvi detto il Sassoferrato “pictor Virginum”

(testo e studi Anselmo Carabelli)

La quadreria della chiesa di san Rocco, può vantare tra le sue opere una tela raffigurante Maria con Bambino dormiente, opera di Giovan Battista Salvi; pittore nato a Sassoferrato nel 1609, morto in Roma nel 1685. Attualmente una riproduzione del quadro è presente nella originaria collocazione al centro della Pala dell’unico altare della chiesa. Pala ora traslata ed appesa sul lato destro quale  risultato delle modifiche postconciliari ad opera dell’architetto Moglia di Gallarate, essendo parroco Don Luigi Mauri (un’immagine simile è stata riproposta nella cappellino della Madonna del Riposo, per volontà di Gigi Turri).  La tela originale fu individuata e attribuita al Salvi dal Cardinal Ildefonso Schuster[1], durante una sua visita pastorale e per suo ordine, rimossa e custodita altrove dal Parroco. Si impone ora una  risposta plausibile alla domanda di come faccia un’opera di sicuro valore pittorico e storico  ad  essere arrivata a Jerago  in una chiesa minore. Dai resoconti delle visite pastorali evinciamo che la chiesa di San Rocco, con grandi sacrifici della popolazione ed alterne vicende,  fu costruita ex novo negli anni  che vanno dal 1570 al 1630 anno della inaugurazione. I parriocchiani di San Giorgio avevano così onorata l’esortazione del Cardinale Carlo Borromeo ad ultimarne  l’edificazione in riconoscenza all’intercessione del santo pellegrino per la protezione divina dalle spaventose pestilenze.[2]  Il luogo, che per ubicazione oggi la ascriverebbe più ad oratorio campestre, si trovava sulla via principale  per chi provenisse da Gallarate e questo fino agli anni ’60 del 1800, quando la viabilità fu seriamente modificata dallo scavo della ferrovia mediterranea, oggi FFSS. La chiesa di san Rocco fu dunque edificata con lentezza perchè, nello stesso periodo si affrontava dalla parrocchia la prima grande trasformazione della chiesa di san Giorgio, adempiendo anche in questo caso alle istruzioni generali del cardinale Carlo [3]. A giudizio dello scrivente e con buona probabilità, sia nelle dimensioni che nella planimetria San Rocco ripropone i primitivi volumi di San Giorgio, in particolare la piccola abside tondeggiante con lesene esterne nella quale era inserito l’altare che non avrebbe altrimenti scopo in una chiesa del 1600[4], con la sola differenza dall’originale di una sola finestrella nell’abside, quella dove oggi è invetriata una colomba raffigurante lo Spirito Santo[5], proponendo nell’aula anche lo stesso soffitto a cassettoni laqueato[6]. Queste premesse consentono di  apprezzare l’impegno che gli jeraghesi affrontarono nel 1600 con San Rocco costruito ex novo e nel 1700 con l’ampliamento di San Giorgio: sacrestia, nuova abside, battistero, cappella di Santa Maria e cappella di San Carlo, nuova facciata e campanile sopraelevato. Ecco dunque la necessità per i fedeli benestanti di donare alle fabbriche ecclesistiche  beni mobili od immobili, dotandole di lasciti ereditari. Con atti notarili furono costituite offerte annuali provenienti in toto o in parte dalla rendita di un bene immobile  livellandolo a favore della chiesa, cioè gravandolo di una garanzia reale alla quale fossero vincolati giuridicamente anche gli eredi.  Tra queste donazioni vi è, molto interessante, la cosiddetta donazione romana. Nel periodo di nostro interesse 1600-1700 una piccola comunità di jeraghesi di nascita viveva in Roma e dovevano essere benestanti[7]  a giudicare dai lasciti devoluti alla chiesa di san Giorgio.  Pensiamo alla dotazione di scudi mille[8], eseguita da Carlo Maria Puricelli nel 1695, con l’obbligo di una messa quotidiana perpetua. Questo voleva dire garantire la costituzione di una cappellania cioè permettere il sostentamento perpetuo del sacerdote di San Giorgio. Altro jeraghese-capitolino di nostro interesse è Luigi Cremona che nel testamento rogato nella capitale il 14 febbraio 1722, tra le altre disposizioni a favore della parrocchia della sua Patria dispone  “ordina e comanda che il quadro rappresentante la Madona Santissima, che si trova in Patria[9]si debba porre, e mettere con la cornice, che si manderà da Roma e dal medesimo già fatta fare, nella chiesa di S. Rocco ,,.

Ecco dunque svelata l’origine del nostro quadro Madonna con bambino dormiente del Sassoferrato.  Il Sassoferrato, oggi definito dagli studiosi “Pictor Virginum”, ai tempi del suo soggiorno romano non fu particolarmente apprezzato, ma considerato un  classicista, simile ai tanti pittori che in ottemperanza al nuovo clima creato dalla Riforma cattolica, stavano pruducendo moltissime immagini mariane che abbellivano Roma arricchendola delle famose Madonnelle – edicole mariane. Nei loro laboratori vendevano quadri con soggetti sacri, prevalentemente Madonne con Bambino, di piccole dimensioni : 35×45 cm.  o 50×60 cm., con le quali  pellegrini e residenti avrebbero ornato devozionalmente le loro case. Salvi lavorò per Olimpia Aldobrandini-Pamphili e fu autore in Roma di opere pubbliche: la Madonna con Bambino e San Giovanni nel Battistero di San Giovanni in Laterano e la Madonna in San Clemente. Alla sua morte nel 1685 lasciò agli eredi una sostanza di 1500 scudi, giudicata modesta per un pittore di valore. Era conposta da  monete, nessuna casa di proprietà, qualche campo, oltre naturalmente a 106 quadri, molti dei quali  autografi stimati 1600 scudi e divisi tra i figli. Per quanto ci riguarda il lasso temporale considerato poteva ben  consentire ad uno jeraghese in Roma, quale appunto  Luigi Cremona, di acquistare una di queste tele dagli eredi del Sassoferrato, al fine di abbellire la  sua casa jeraghese e destinarla poi in eredità a San Rocco. Per il pittore Salvi Il tempo ha comunque fatto giustizia dell’oblio cui lo aveva relegato la storia della pittura italiana. Ecco come una studiosa del pittore Simonetta Prosperi Valenti Rodinò ne tratteggia la figura[10]: “.. raffinatissimo nell’esecuzione pittorica, ma scarso nell’invenzione, tanto da doversi rivolgere a prototipi più antichi, con una gamma di citazioni che vanno dal tardo Quattocento con Perugino, Pinturicchio, lo Spagna, Raffaello giovane e maturo, suo punto di riferimento costante, ma anche Andrea del Sarto e successivamente i Carracci, Guido Reni, Albani e Cantarini, forse autodidatta ma perfettamente inserito nel movimento classicista a Roma di metà Seicento. ….. ” fu riscoperto nell’ottocento.

Queste poche note mi auguro possano rinnovare l’interesse per questa nostra opera che altrimenti tanto distrattamente osserviamo, auspicando anche che la riproduzione fotografica in San Rocco sia sostituita da una riedizione pittorica molto più viva e  fedele all’originale.

P.S. A seguito di questo articolo l’originale custodito altrove è stato sostituito da una pregevole riproduzione ad olio su tela eseguita dal pittore Gianfranco Battistella.

[1]Card. Alfredo Ildefonso Schuster, visita pastorale Jerago 1938-in decreto della visita : “Si ritiri il quadro della Madonna attribuito al Sassoferrato”.

[2]Non risulta all’analisi dei documenti che in Jerago vi fossero stati all’epoca morti per peste

[3]In instructiones  fabricae ac suppellectiles ecclesiasticae (regole dettate da san Carlo per l’ edificazione delle chiese e degli arredi) il cardinale invita a trasformare le esistenti chiese in edifici importanti architettonicamente, sopraelevandole dotandole di presbiteri dimensionati per la la preghiera e meditazione del clero e per l’educazione cristiana dei fedeli

[4]La primitiva abside fu individuata negli scavi archeologici di San Giorgio- voluti da Don Angelo Cassani ed eseguiti dalla Sopraintendenza Archelogica della Lombardia – sovraintendente Dott.ssa Maria Adelaide Binaghi-Leva

[5]Nell’abside della primitiva chiesa di san Giorgio erano tre finestrelle monofore, poichè nell’ediliziamedievale-romanica il triplice elemento simboleggiavala S.S.Trinità; a conferma si osservi l’abside della romanica San Giacomo. Il costruttore di San Rocco ignorava  nel 1500 tale finezza simbolica, quindi propose una sola finesta nell’abside.

[6]Si rimanda alla descrizione di San Giorgio durante la visita del Cardinale Federico Borromeo

[7]Una indagine accurata relativa alla presenza di varesini ed al contributo nella edificazione barocca di Roma ci porterebbe anche spiegare perchè nella galleria delle carte geografiche vaticane i nomi di Orago e Crena (Crenna) assumano una importanza  topograficamente rilevante. Trovandosi tali località  all’incrocio della via novaria con la via helvetica non potevano sfuggire agli artigiani ed artisti  varesini esecutori di  quelle carte geografiche.

[8]Si pensi che dodici scudi erano la paga trimestrale di un prestatore d’opera specializzato

[9]Si noti come il termine Patria venga usato, non nel senso odierno di nazione , ma con l’accezione germanica di Heimat– terra natale-terra dei padri.

[10]In:  Sassoferrato Pictor Virginum– Nuovi studi e documenti per Giovan Battista Salvi – A cura di Cecilia Prete – Istituto Italiano di Studi Piceni- giugno 2010 – Arti Grafiche Picene pag. 25