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La festa di S.Agata e i Pellegrinaggi della nostra Parrocchia

(di Anselmo CARABELLI)

Il giorno 5 febbraio fu tradizione della nostra parrocchia, almeno fin verso la fine degli anni 50, distingure con una speciale partecipazione di fedeli, la ricorrenza di Santa Agata. Il Parroco faceva esporre il quadro della Santa e la reliquia durante la S.Messa. Infatti ci si ricordava ancora di quando, le donne in dolce attesa, si recavano a Monte (fraz, di Solbiate Arno) per implorare la intercessione della santa, cui appunto era dedicata la chiesa di Monte, per un buon parto e per tanto latte per le puerpere. I mariti accompagnavano le mogli ed era anche tradizione dopo aver assistito alla S. Messa di rifocillarsi presso la vicina accogliente osteria. Si dice dato i rigori del periodo e la fatica del cammino fosse d’obbligo consumare una fumante e squisita “Cazzeula”. Di questa tradizione rimase la raccolta di una offerta che l’Ambrosina dul Fra, faceva di casa in casa e poi dava alla Parrocchia per le candele votive. Anche se la scienza medica e il latte in polvere avevano rimossa la paura propria degli anni precedenti, e’ sempre rimasto nella popolazione il desiderio del ringraziamento e della gratitudine.

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Lo studio delle mete dei pellegrinaggi permette di capire come la vita della comunità e delle singole famiglie fosse sempre legata ad un luogo sacro. E questo fu il frutto dell’insegnamento dei Vescovi. Infatti il cristiano da sempre considerato in viaggio verso il raggiungimento della meta eterna, si é misurato in antico col raggiungimento delle mete di Gerusalemme e di Roma. Ecco allora lo studio delle vie antiche. I famosi Valichi alpini del San Gottardo, del San Bernardino, di San Giacomo, per limitarci a quelli piu’ vicini a noi,  praticati, naturalmente con nomi diversi, dall’antichità sono stati i valichi percorsi dai nostri evangelizzatori. Sembra strano, ma essi furono monaci irlandesi, che seguendo le vie romane ormai impraticabili per la frantumazione dell’impero romano, mandati da San Gregorio Magno al seguito di San Colombano, riconquistarono le popolazioni locali alla fede apostolica romana. In effetti la prima predicazione cristina dei nostri villaggi fu opera dei missionari di Sant’Ambrogio che si diffuse soprattutto nelle ville di residenza di campagna dei dignitari imperiali che risiedevano a Milano. Ma fu piuttosto difficile convertire popolazioni come le nostre che da sempre praticavano riti propri legati ai cicli della natura; non dimentichiamo che i romani, pur avendo imposto le loro divinita’, conservavano nella parte sacra del tempio anche un tempio per la divinità locale. La persistenza delle popolazioni rurali, cioè degli abitanti del “Pagus” (nome latino del piccolo villaggio rurale) nelle pratiche religiose ancestrali almeno fino al IV sec. fa si che il termine di ”Pagano” sia antitetico al termine “cristiano”.  Col rito Pagano della cremazione si comincia a ritrovare il rito della inumazione e la tomba tardo antica di Oggiona, che evidenzia la copertura con tegole di un inumato (alla cappuccina) €e  può farci ritenere che nella gente, almeno in chi puo’ permettersi una tomba di quel tipo, cominci a diffondersi una nuova considerazione del cadavere. Infatti per il cristiano il cadavere fu tempio di Dio e si riunirà all’Anima nel giorno della Resurrezione dei morti. Con l’editto di Milano del 313 Costantino e Licinio autorizzano i Cristiani ed i seguaci di ogni fede a manifestare il loro credo, mentre gia’ nel 392 l’imperatore Teodosio con l’editto di Costantinopoli vieta qualsiasi culto pagano anche privato.  Se leggiamo questi fatti nel nostro territorio dobbiamo rilevare che il cristianesimo, dapprima come fenomeno raro legato alle presenze missionarie provenienti da Milano, abbia avuto successivamente una diffusione vasta, come vasta era la romanizzazione del territorio. Si noti come sia interessante a tal fine lo studio sulla origine della dedicazione delle varie chiese del nostro territorio:

ALBIZZATE S.Alessandro (martire della Legione Tebea a Milano- Diocleziano Imperatore)

PREMEZZO S.Antonino (martire della Legione Tebea -Diocleziano Imperatore)

ARSAGO S.Vittore (Martire della Legione Tebea a Octodurum- Diocleziano imperatore)

Besnate S.Martino (Funzionario imperiale Romano)

SOLBIATE ARNO San Maurizio (Martire della legione Tebea a Octodurum- Martigny -Diocleziano imperatore)

MONTE  S.Agata (Martire di Diocleziano)

JERAGO S.Giorgio (Militare della guardia del corpo di Diocleziano, martirizzato nel 303)

Gli studi del Bertolone e del Gramatica sulla presenza militare romana, nonché le intuizioni sulla presenza di zone di confine in epoca tardo romana (Limes), nonché gli studi di Mastorgio e piu’ recentemente le osservazioni di Carabelli fanno pensare a un substrato Celtico con presenza militare romana che a mio parere doveva essere molto rilevante. Quindi niente di piu’ probabile che, dovendo dedicare chiese a chi aveva origine militare, questa le si dedicasse a un santo che comunque avesse attinenza con quanto il nuovo fedele cristiano aveva sempre fatto, il militare appunto. Se poi come si ritiene a Solbiate la famosa legione Tebea avesse li avuto un castrum, questo é di secondaria importanza. Ma persisteva sul territorio nel periodo della cristianizzazione anche un substrato pagano celtico ed é verosimile che alcune tradizioni pagane, pensiamo ai riti propiziatori della fecondità o della maternità, siano sopravvissute alla recente fede cristiana.  Ecco allora che il cristianesimo insegnò che queste oneste richieste agli antichi idoli, dovessero ora essere indirizzate all’unico vero Dio per il tramite di un santo martire.  Ecco allora che la Santa Agata può veramente essersi sovrapposta a una ritualità pagana preesistente.  Non e’ fuori luogo ritenere, che ovunque vi siano resti di costruzioni romaniche, e questo é una dei tanti casi, sotto si celi un substrato romano preesistente.

Quand i nasan in tüc bèj- Quando si nasce siamo tutti belli

Se tutto ciò che riguardava la sfera sentimentale nel mondo antico era assai riservato, tanto più lo era la nascita di un figlio, a cominciare da come si definiva la donna in attesa, di essa si diceva che l’éa in còmpra. Infatti quando due sposi attendevano un figlio ai bambini si faceva credere che “èan andài a teu un fieu”. Erano andati a comperare un bambino, quindi la gestante, per tutti, era in attesa di comperare il figlio e il discorso si troncava lì. Le donne anziane la invitavano a riguardàs e andà a fäg visita a la gésa da Sant’ Ägata a Möntiriguardarsi e fare visita alla Santa Agata di Monte di Solbiate Arno. Noi bambini questo non lo capivamo bene, ma la Santa era la protettrice della montata lattea e quindi, se le mamme non avessero avuto il latte alla nascita, ciò avrebbe rappresentato un serio problema. Quando il nuovo nato arrivava, i bambini, ma anche gli uomini, erano tenuti lontano da casa, perché quella era una faccenda per le sole donne anziane ed esperte, che si affiancavano alla levatrice a cumä’ . Nei primi anni del 1900 il compito degli uomini fu solo quello di correre a Besnate per chiamare la sciura Maria: la levatrice. A denunciare la nascita del bambino sarebbero stati : i fass e i patèile fasce i patelli, che soprattutto in inverno si stendevano in cucina ad asciugare e servivano per assorbire quel liquido giallo la cui abbondante produzione ha accomunato i bebè di ogni tempo. Oggi però non si fascia più, diversamente da una volta quando si credeva che quella tortura servisse per fa vignì su bèj driz, ma di pannoloni monouso manco l’ombra e tanto meno di pubblicità agli stessi soprattutto sull’ora di pranzo. Ai bambini si spiegava che i fieu éan nasù sota na vérza – erano nati sotto un cavolo e solo i püsè sciuri i a purtéa a cicogna: le solite ingiustizie. 

Fa la nàna pupò in da a cüna

Ch’ el papà patis la lüna

La patìs un pù da spés

Fa la nàna bambìn da gès

Fai la nanna bimbo in culla- che il papà patisce la luna- la patisce assai di spesso- fai la nanna bambin di gesso

Se i figli tardavano a arrivare, gli sposi usavano recarsi in pellegrinaggio alla B.V. di Caravaggio. Si faceva inoltre promessa di chiamare col nome di Maria la prima bimba nata dal matrimonio. Queste spiega fosse così diffuso il nome. 

1 Il verbo dialettale teu potrebbe  tradursi con comperare. Personalmente ritengo che, la sua origine sia latina  dal verbo tollere – nella accezione di riconoscere. Per i latini l’atto col quale il padre riconosceva il figlio neonato, l’odierna denuncia di nascita presso l’Ufficiale di Stato Civile, consisteva nel tollere- sollevare da terra il neonato che gli veniva deposto ai piedi. Anche prender moglie in dialetto è teu miè, e ritrovarne la radice latina in tollere nelle accezione di farsi carico di (Calonghi) non sarebbe fuori luogo .

2 Per distinguere le numerose persone che si chiamano  Maria,  si associava il nome  a quello del paese di provenienza  nel caso delle nuore.  Se  nate in paese  si riconoscono  dal  nome paterno. Si dice   a Maria dul….., se rimane ulteriore possibilità di errore si ricorre ad  un aggettivo che evidenzia una caratteristica fisica ad es.. il colore dei capelli, Maria  Ròsa o Rusìna o alla statura Granda. Lo stesso vale per riconoscere i ceppi familiari di appartenenza es. i discendenti da Pietro…. Si dice Da Pedar. Oppure la provenieza . I Bulit vengono dalla cascina Bollini. Ul bartulìna, dalla cascina Bertolina. Il cognome più diffuso Cardani, ha poi degli attributi per ulteriore riconoscimento degli ascendenti prossimi. –I Bram discendenza da Abramo Cardani –I Ramè dalla professione-I Madunìnadalla residenza nelle case con l’affresco della Madonnina di Loreto. –I Macàgn indica un antenato col volto segnato dal vaiolo.- I Travaìt-da Travaino –I Viena dal luogo del servizio militare del progenitore – I sciarìt  il ceppo di Padre Umberto, del Carleu  del Virginio, non conosciamo l’origine del nome. Ogni ceppo familiare ha quindi un attributo di identificazione. Sarebbe utile  documentarli  anche per gli altri cognomi prima che se ne perda traccia.